A proposito della simulazione della prima prova dell’Esame di Stato

Chi di copia ferisce…

Come si sa, da quest’anno il ministero dell’Istruzione, sulla scorta delle indicazioni della commissione-Serianni, ha pensionato il saggio breve (motivazione: la scarsa originalità degli elaborati, spesso copia-incolla di citazioni). Forse qualcuno se ne è già accorto, ma la seconda traccia della tipologia A della seconda simulazione proposta dal MIUR (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XV),  è frutto di palese COPIA-INCOLLA (senza citazione della fonte e, ovviamente, senza virgolette) di una espansione online allegata all’antologia edita da ATLAS (Autori e opere della letteratura, a cura di G. Bárberi Squarotti).

Risultano riprodotti alla lettera l’introduzione, le note al testo e parte dei quesiti. Qui il link al testo ATLAS disponibile online.

Ecco l’originale proposta del ministero. Certo, non è facile integros accedere fontes, … novos decerpere flores…

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La banalità non è banale

Risultati immagini per bartezzaghi banalitàStefano Bartezzaghi, “La Repubblica”, 3 marzo 2019

Visto da vicino, niente è davvero banale, niente è davvero originale. Cosa c’è di meno solenne e più dimesso del saluto “buonasera”? Eppure persino questa formula così quotidiana ha dato qualche brivido.

Il 26 agosto del 1978, il cardinal Albino Luciani era stato eletto Papa e aveva appena scelto il nome di Giovanni Paolo quando si affacciò alla Loggia di San Pietro e pronunciò in latino la sua benedizione alla folla plaudente. Sembrò voler aggiungere qualcosa, ma gli tolsero il microfono perché, gli dissero, “non usava”. Non fu così meno di due mesi dopo, il 16 ottobre, quando il cardinale Karol Wojtyla si affacciò alla stessa Loggia in veste papale e con il nome di Giovanni Paolo II. Rivolse alla folla il saluto “Sia lodato Gesù Cristo”, a cui fece seguire l’apostrofe “Carissimi fratelli e sorelle” e quindi un breve discorso, divenuto celebre per la trovata del “Se mi sbaglio mi corigerete”. Forse la novità di un Papa straniero convinse i cerimonieri della necessità di rassicurare subito i fedeli sulla sua padronanza della lingua italiana. Il successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger, scelse il nome di Benedetto XVI e il 19 aprile del 2005 esordì con “Carissimi fratelli e sorelle”. Jorge Mario Bergoglio si presentò come Francesco il 13 marzo del 2013 e disse “Buonasera”. Da una benedizione formale in latino, a una formula liturgica, a un appello discorsivo sino al più ordinario dei saluti, quello che si rivolge in ascensore al vicino incontrato rincasando: vorrà dire che con Francesco persino il papato è diventato “banale”?

Accarezzavo già l’idea di dedicare uno studio particolare alla banalità ma la decisione definitiva arrivò quando lessi un tweet che accusava appunto papa Francesco di aver augurato la pace in Terrasanta in modo assolutamente non originale e di non essersi affatto impegnato per fare meglio. Ho pensato cioè che i social network costituiscono fra le altre cose l’ambiente in cui è possibile ritenere banale il Papa: quindi l’ambiente in cui è più interessante studiare la banalità contemporanea.

Non è molto probabile che a ispirare Bergoglio sia stato il Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, che dice che “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”: eppure i paradossi fra norma e eccezione, trasgressione e conformismo, banalità e originalità sono noti da sempre e c’è tutta una letteratura al proposito. Non solo le sintesi esilaranti che Alberto Arbasino ha sempre fatto dei tipici complimenti da recensione amica (“straordinario, come sempre!”): si può arretrare sino a Giacomo Leopardi, che annotava “Quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente non sono rari, ma sono tanto comuni che sto per dire che la cosa più rara nella società è di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale”. Il fatto è che odiare i luoghi comuni è a sua volta un luogo comune.

La parola “banalità”, nel senso in cui la usiamo oggi, ha la stessa provenienza francese e la stessa età della speculare “originalità”, due gemelle che giocano a scambiarsi di posto per confonderci le idee. Nascono entrambe con la società borghese, crescono assieme a romanticismo, giornalismo, surrealismo e avanguardie varie, rispondono al motto di Arthur Rimbaud su Il faut être absolument moderne puntualizzando, da parte loro, che “moderno” e “moda” hanno lo stesso etimo (da modo, in latino “or ora”). Non si può essere moderni senza aneliti di originalità.

Resta però il fatto che se voglio essere notato dalla vicina di casa devo salutarla in qualsiasi modo che non sia “buonasera” (a meno che non lo pronunci come in un ormai antico spot, dove ” buonasera” diventava una cosa da ridere); se il Papa neoeletto dice “buonasera” è invece tutt’altro che banale. La prima cosa da capire è dunque che la banalità non è mai assoluta, come non lo è l’originalità ( e neppure, Rimbaud ci scuserà, la modernità): è sempre funzione della circostanza e anche di quella che in semiotica si chiama ” enunciazione”, cioè la relazione fra chi parla e chi ascolta.

” Banale” è il contenuto del ” ban”, il ” bando”, la novità che l’araldo rende pubblica a tutti, nel villaggio: ciò che è comune, il sapere condiviso che istituisce una società. Perché, allora, non può essere anche “originale”, legato cioè alle fonti dell’identità comune? Il problema è che noi non diamo valore al risaputo, al già detto, alla verità attestata; perché la accettiamo la verità deve arrivarci da uno svelamento, da una smentita di una verità già nota. Il modello è: ” Tutti dicono che (che Armstrong è stato sulla Luna, che è meglio vaccinare i figli, che la Terra è rotonda), ma a me non la si fa”.

L’originale diventa così l’autentico (in etimo “ciò che è fatto da sé”) e l’autentico coincide con il vero; ciò che sanno tutti è invece svalutato. Per le verità che ci terrebbero a essere oggettive, di conseguenza, sono tempi duri.

Oltre alla diffidenza che ispira ogni presupposto comune c’è anche il dato di fatto per cui nei social network ogni nostro intervento (ogni frase ma anche ogni singolo emoticon o like messo con un clic sull’icona del pollice levato) è inesorabilmente corredato dalle nostre impronte “digitali”, nell’altro senso dell’aggettivo; cioè da nome e immagine dell’account. Potrei essere il massimo costituzionalista italiano e mai potrei dire: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quello che ne esce è sempre, inesorabilmente: “Bartezzaghi dice che: ‘l’Italia’”. L’oggettività è erosa già da principio e viene facile a quel punto confutare non l’enunciato ma l’enunciatore. Perché lo dici? Perché citi solo la prima parte dell’articolo? Perché citi l’articolo 1 e non, per esempio, il 3? Può capitare e capita sulla Costituzione, che è il fondamento della nostra vita sociale; può capitare e capita su tutto, con il corollario che non si riconosce più autorevolezza ad alcuno. Chi ha studiato una materia tutta la vita è un professorone; chi ha lavorato nel ramo è stato prezzolato; chi si oppone ai venti antivaccinisti, terrapiattisti (e prossimamente, chi sa, asinovolisti) difende i privilegi di casta e non c’è verità “ufficiale” che non meriti qualche colpo d’ascia. Persino il Papa può risultarci banale e oggi non chiameremmo Giovanni XXIII “il Papa buono”, ma “buonista”.

Siamo dunque diventati tutti “originali”? Lo si può pensare solo non tenendo conto di ciò che Leopardi aveva già intuito e parodiato: quanto facilmente banalità e distinzione si scambino di posto e quanta forza l’ordinario eserciti sullo straordinario. Se prendiamo a esempio le polemiche filistee contro il “politicamente corretto” ( che in Italia non ha mai costituito quella cappa di conformismo poliziesco che si evoca fantasiosamente) vediamo che in tema di rapporti fra i sessi chi definisce banali e ipocriti gli scrupoli non fa che richiamare in servizio luoghi comuni anteriori e davvero insensati, come “l’uomo è cacciatore” e “la donna deve innanzitutto accudire la prole”. Il discorso pubblico ritorna così alla “natura” (dell’uomo, della donna, del bambino, degli italiani, dei francesi, dei settentrionali, dei meridionali, degli ebrei, dei musulmani, dei migranti, dei comunisti etc.), da dove la critica massmediologica e ideologica l’aveva scacciato, a partire dal primo Roland Barthes negli anni Cinquanta e dal primo Umberto Eco nei Sessanta. Oggi chi si scaglia contro le banalità si trova a rivalutare come originali asserzioni equivalenti ai blasoni popolari, del genere “i liguri sono avari”, “l’arabo è infido”, “torinesi falsi e cortesi”, “vicentini, magnagati”. Grattando la superficie della banalità si precipita negli abissi del sapere tradizionale.

Tra l’ammirazione obbligatoria e rituale per il capolavoro di Sergej Michajlovi? Ejzenštejn e “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” di Fantozzi rag. Ugo il luogo comune vigente è il secondo e lo resta ancora, oggi quando certo non ha più alcun potere dissacrante. Il rimedio sarebbe allora quello di non rendere sacra né “La corazzata Potëmkin” né la sua stessa dissacrazione, ma chi ci darà tutta la laica saggezza che sarebbe necessaria a tanto?

Forse era meglio quando si riteneva che la gente fosse ingenua e quindi credulona e si esortava a diffidare. Ora le credenze infondate e stravaganti sono conseguenza non dell’ingenuità ma proprio di una malizia diffidente mal attrezzata. Sulla scena pubblica, neppure tanto nuova, dei social network la competenza dei sapienti (che se ne stanno accorgendo, e a proprie spese) appare nei panni della sufficienza.

Gli hashtag di oggi, gli slogan innovativi invecchieranno presto e mostreranno le corde della loro stessa banalità. Ma i paradossi del senso comune insegnano alla logica che essa non è sufficiente a scongiurarli. Quale fondamento dare a una nuova credibilità del discorso del sapere è la vera questione.

Sarà appunto banale dirlo, ma occorre innanzitutto neutralizzare l’anatema con cui bolliamo come negativa la banalità. Pensiamoci, la prossima volta che qualcuno ci dice “buonasera” pur senza essere papa.

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La maturità diventa di coppia

Stefano Bartezzaghi, “La Repubblica”, 29 gennaio 2019

Come prima cosa, guardiamo in faccia la realtà, accettiamola e non parliamo più di «nuovo esame di maturità». Millesimiamola, come lo champagne e il vocabolario Zingarelli; datiamola come la legge finanziaria o le edizioni del festival di Sanremo: insomma chiamiamola « Maturità 2019 » . Mangiamola, infine, quest’altra foglia: l’esame di stato per diplomare gli studenti delle superiori viene ormai variato ogni anno e chissà come sarà nel 2020, quando cambierà anche il decennio. I degustatori più esperti oltre all’anno sanno anche specificare l’autore, il ministro che aveva reso interne le commissioni, quello che aveva cambiato i criteri per la seconda materia. Aggiungi l’Invalsi, togli l’Invalsi, in un tripudio di trovate, fughe in avanti, marce indietro, figurazioni estrose in cui la politica scolastica perviene alla più imprevedibile delle sue possibili trasformazioni: la coreografia. A proposito di arte della danza, il 2019 si specializza nel « pas de deux » : si introduce la doppia materia. Perché scegliere fra Greco e Latino (per il classico), fra Matematica e Fisica (per lo scientifico), fra Scienze degli alimenti e Laboratorio di servizi enogastronomici per l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia? Salviamo entrambe le materie, abbiniamole nello stesso esame, facciamole ballare assieme – qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Cambiare, cambiare, cambiare. In un mondo in cui persino i conservatori hanno la smania e ora si fanno chiamare «neocon» il rischio è di dimenticarsi che a volte i cambiamenti hanno anche ragione di accadere. Per restare nel tema dell’esame di maturità, l’autunno scorso il linguista Luca Serianni ha proposto correzioni di rotta meditate e significative per la prova di italiano. Nel presentarle, ha segnalato che qualsiasi riforma va poi progressivamente aggiustata sulla base dell’esperienza. Ha potuto farlo, e autorevolmente, poiché a lui è chiara la meta verso cui dirigere: la verifica di un’acquisizione di competenza sufficiente alla comprensione e alla produzione di testi argomentativi. Si comporterebbe diversamente un consulente del ministero che fosse convinto che la scuola debba selezionare una generazione di grammar nazi o al contrario di emuli del personaggio interpretato dall’ottimo Nino Frassica. In conclusione: c’è il cambiare strada dei navigatori e non è quello dei randagi.

Gli scopi dell’introduzione della doppia materia e di altre aggiustatine piccole o vistose non vengono messi in luce dagli annunci e questo non testimonia a favore della loro esistenza. Il ministro ha fatto notare solo che se ne parla « già da ottobre » , come se fosse una concessione benevola aver annunciato cambiamenti sostanziali ad anno scolastico già cominciato invece che apportarli di sorpresa. Ha anche promesso simulazioni mensili delle prove d’esame: si sottrarrà così tempo alle lezioni e allo studio in aula per collaudare ( in realtà, per stabilire) le novità. Dunque sbagliavano i nostri vecchi professori a dirci che l’esame era la fine, non il fine, degli studi e non si andava a scuola per passare l’esame ma si passava l’esame per dimostrare di esserci andati e aver studiato. Forse lo scopo oggi è proprio solo quello di cambiare.

Fra i tanti problemi dati dalla famigerata «alternanza scuola-lavoro» ce n’è uno che promette di essere il più piccolo, ma che forse può essere preso come un sintomo. Scuola contro lavoro: la formulazione lascia pensare che quello che si compie in aula non sia lavoro, ma qualcos’altro, fatalmente più astratto e, per dirla tutta, più ozioso. L’alternanza invece non è tra lavoro e studio, ma fra due tipi diversi di lavoro: il lavoro della scuola e quello delle aziende. Quello della scuola non è meno serio o più vacuo. Si svolge con una programmazione, ha metodi, finalità, sistemi di verifica. Cambiare le modalità dell’esame a cinque mesi dal suo svolgimento significa non darsi preoccupazione della programmazione del lavoro comune fra docenti e studenti. È quell’idea poliziesca di meritocrazia che si concentra morbosamente sui modi della valutazione, li varia a suo talento e senza rispetto per il lavoro già impostato, non sa spiegarli. Ma forse è proprio questa la meritocrazia che ci siamo meritati.

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Un Don Chisciotte di nome Freud

Pietro Citati, “La Repubblica”, 10 gennaio 2019

I tanti volti del padre della psicanalisi

Sigmund Freud era un uomo delizioso, spiritoso ed elegantissimo. Aveva solo un’ombra, l’ebraismo orientale, che pesava su di lui con inquietudine. Fumava incessantemente. Giocava a scacchi e a tarocchi. Scriveva senza fine, come se fosse dominato dai demoni o misteri. Viveva sotto il segno del Faust e molto più del Don Chisciotte: era un vero Don Chisciotte. Adorava Mefisto: tutto ciò che era demoniaco e diabolico (Faust non gli bastava, sebbene Freud avesse dei dubbi, anche su Goethe, che gli sembrava troppo simile a Thomas Mann). Viveva volentieri a Vienna, alla Bergasse e di lì passeggiava con immenso piacere nelle campagne, per quanto a volte scendesse a Venezia e addirittura in Sicilia, come Goethe un secolo prima. Chi osava fermarlo? Si stancava volentieri e soffriva facilmente di depressione e di nulla: di vuoto. Ma lo spazio non gli bastava. Cercava l’infinito: Parigi e, giù giù, fino a Girgenti, imitando il meraviglioso viaggio di Goethe in Sicilia. Ma questi erano viaggi intellettuali: tutti i luoghi dell’Austria: dove era anche il nulla, e il suo fortissimo senso del dovere. Andava in giro con una giacca grigia informe, pantaloni chiari e un cappello grigio. Più di ogni altro libro amava il Don Chisciotte, perché incarnava una parte intensissima della sua anima, proprio quella che, rapidamente, l’avrebbe portato nella follia. Ma, se amava il Don Chisciotte, tornava sempre a Mefistofele, di cui aveva a volte ereditato il cinismo. Coltivava poche parole: la colpa, la repressione, l’isteria, la nevrosi, che riuscì a controllare, ma non a reprimere.
Malgrado le leggende che lo circondavano, Freud era lieto, allegro, scatenato: si riempiva di cocaina: apprezzava la Carmen; di nuovo come Goethe giocava con la natura e si nascondeva dietro di essa: ammirava Virgilio: alternava l’amore per gli scacchi con quello per i tarocchi, spingendosi sempre più oltre, sempre più lontano, chissà dove, elaborando teorie, ogni volta più geniali, che i suoi contemporanei giudicavano assurde. Nacquero così, quasi per caso, le grandi teorie dell’Io e Es, del Super-io, Eros e Morte, la coazione a ripetere; e l’idea di Mosè, il Mosè di Michelangelo: si inoltrava sempre più nel mare immenso della Teoria, che rischiava di soffocare lui e il mondo moderno. Avvertiva il senso di colpa: soffriva di fenomeni isterici, emicranie e nevrosi. Non conosceva ma disprezzava la medicina, proprio lui che era un grandissimo medico. Alternava il senso della passione con quello della depressione e della repressione, sempre vittima di grandiose contraddizioni. Con la sua giacca grigia e i pantaloni rigidi, il grande cappello, sperimentò il nulla. Gli piaceva. Nulla gli piaceva egualmente. Osava: osava ancora e si gettava dove vengono alla luce i demoni e i misteri più oscuri, che temeva e che cercava di possedere o addirittura di uccidere. Si castigava per non essere medico e per non avere una minima idea di cosa fosse la vera medicina: gli esploratori non sono medici – egli pensava. Via via che passavano gli anni – 1895 o 1925 – progettava teorie, al punto di assorbire il mondo. In certi anni, il vastissimo mondo scomparve agli occhi di tutti. Non rimase più nulla.
Continuava a leggere assiduamente: in primo luogo i capolavori di quel genio irrazionale di Dickens, con la sua forza isterica od isteroide. Avrebbe potuto scrivere il Dombey e figlio: il grande capolavoro romanzesco dell’Ottocento. Amò la moglie, con una passione totale, che crebbe sempre, avvolgendolo nelle sue reti. Coltivava i gioielli e tutte le cose preziose e le cose che scintillavano.
Amava la sua casa di Vienna, alla Bergasse. Esaltò Roma, Virgilio e il Mediterraneo. La sua forza romanzesca era degna di quella dell’ultimissimo Dickens, sebbene non dimenticasse mai il Circolo Pickwick. Ed è difficile parlare della tenerezza e della violenza di cui invase la moglie, per cui nutriva un amore illimitato. Negli ultimi anni della vita fu malato gravissimamente. L’isteria lo fece commuovere, e poi abolì la propria isteria. La grande nevrosi si scatenò, producendo genialmente teorie su teorie, fino a possedere il mondo.
Decantava Roma, secondo l’esempio di Goethe. Passeggiava.
Nuotava: pescava. I sogni non lo abbandonavano mai. Era costruito di sogni, e non poteva lasciarli un istante. Sentiva un forte senso di colpa e un fortissimo senso di repressione, sebbene odiasse tutto ciò che era rimorso. Scoprì Parigi, la Francia, quel grande medico che era Charcot. Un’altra delle sue grandi scoperte era stata Roma – i gioielli di Roma, anzi il modello di Roma. Non dimenticò mai il suo ebraismo orientale, che aveva influenzato tutta la sua vita – da sempre. Esaltava la volontà (e la detestava, visto che la volontà non serviva). Conobbe una grande passione: la moglie, alla quale consacrò un affetto e un estro, che nessuno avrebbe immaginato in lui. Fu una vita perfetta, senza incertezze. Non si sarebbe mai detto che la passione per la moglie fosse così assoluta – era l’equivalente delle sue dottrine psicologiche. Era un vero gioiello.
Sapeva essere dolcissimo e tenerissimo per tutto il periodo della sua vita. Quando Hitler conquistò l’Austria e la Germania, Freud fuggì in Inghilterra: abbandonò l’Austria meravigliosa rappresentata da Joseph Roth, che gli assomigliava profondamente con la sua Marcia di Radetzky. A Londra gli asportarono l’osso della mandibola al punto di impedirgli di parlare. Il cancro si diffuse rapidamente. Taceva, taceva, sebbene continuasse a scrivere vorticosamente con la sua grazia di grande classico. Morì fumando uno dei suoi dilettissimi sigaretti. Chissà cosa pensasse e in quali vertigini si inoltrasse, mentre, pazientissimo, ascoltava i messaggi di Thomas Mann e di Stefan Zweig. «La verità – scriveva – non è praticabile: gli uomini non la meritano mai. Ora, a ottantatré anni, sono più che mai scaduto; e non posso che ripetere quello che diceva un altro dei miei maestri. La verità non è praticabile»: come pensava il suo amatissimo Amleto.

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Scrivere a mano fa bene

Emanuele Trevi, La cura contro l’ansia? Scrivere a mano
Da Harvard alla Cina torna il culto della bella grafia. «È come avere il cervello nelle dita»

Scrivere a mano fa bene. Aiuta a pensare ed esprimersi meglio. L’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Come avere il cervello tra le dita. E da Harvard alla Cina torna la moda della bella grafia. Nell’università americana i professori spingono gli studenti a mettere da parte tablet e pc per prendere appunti con la penna.
«Chi non capisce la sua scrittura è un asino di natura». Le persone della mia età probabilmente ricordano questo saggio ammonimento delle maestre, alle elementari. Mi immaginavo sempre degli asini in grembiule scolastico che tenevano tra le zampe, molto imbarazzati, un quaderno pieno di scarabocchi indecifrabili. Il bello del proverbio è che mette in risalto un aspetto della scrittura che di solito viene trascurato: non c’è vera comunicazione con gli altri che non sia, prima di tutto, una comunicazione con se stessi. Oggi i margini di impiego della carta e della penna si sono talmente ristretti, soprattutto fra i più giovani, che la nobile arte di prendere appunti, di tenere un diario, di mandare una cartolina a qualcuno sembrano degli anacronismi non molto diversi dall’uncinetto o dalla caccia alla volpe. Eppure, lo sappia-mo: è quando le cose diventano del tutto inutili che possiamo comprenderne pienamente il loro valore. E il fatto che le librerie siano piene di quadernetti colorati e di penne di ogni tipo può essere visto come un indizio confortante. Personalmente, posso testimoniare che l’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Ci sono degli argomenti che sembrano fatti apposta per la penna: provate ad annotare un sogno con la tastiera di un computer, e dopo un po’ vi sembrerà di leggere il sogno di un altro, o una noiosa congerie di fatti strampalati. Il fatto è che la scrittura a mano è un potentissimo mezzo di appropriazione di quelle zone, di quei livelli della realtà che tendono a sfuggire a una piena percezione. Quanto più una cosa è intima, infatti, tanto più è opaca, indeterminata. E la calligrafia, che oggi non è più vigilata da nessuna regola, è lo strumento che più si addice alla sfera più personale della nostra esperienza: che è quella in cui le cose accadono in una data maniera per ogni individuo e solo per lui. Quel meraviglioso, incredibilmente complesso gioco neuronale e muscolare che mettiamo in atto ogni volta che scriviamo, infatti, non produrrà mai lo stesso identico risultato di un altro. Marina Cvetaeva annotò in uno dei suoi stupendi taccuini: «Scrivere significa vivere». Nel 1919, la grande poetessa russa era così povera che non aveva scelta: i quaderni se li cuciva, e si faceva anche l’inchiostro. Ma sono parole che valgono anche per noi, perché gli hobby a volte non sono meno urgenti delle necessità. È quando «non si vive», ci avverte Marina, che «la mano rifiuta la penna».

Aiuta a pensare ed esprimersi meglio (in modo unico) Da Harvard alla Cina il ritorno al culto della bella grafia
Candida Morvillo, “Corriere della sera”,  5 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.
Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni.
La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.
Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».
È come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. Come se avessi un cervellino nelle dita
Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».
Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email».
Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

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23/12/2018 · 06:11

Scrivere significa capire e amare le vite degli altri

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David Grossman, “La Repubblica”,  23 novembre 2018

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza (Preis für Verständigung und Toleranz) del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”
Questo illustre premio per la tolleranza e la comprensione mi viene consegnato esattamente ottant’anni dopo la Notte dei Cristalli in un luogo – il museo ebraico di Berlino – denso di significato e in un contesto in cui quasi ogni parola, e certamente termini come tolleranza, comprensione, pluralismo, umanità, hanno una cassa di risonanza potente e talvolta tragica. Il premio ha anche un significato politico: esprime il sostegno alla volontà e alla lotta per arrivare alla pace tra Israele e i palestinesi. Non posso tuttavia fare una distinzione fra il me politico e il me scrittore, né tra il me scrittore e il me uomo. Dirò qualche parola su un particolare tipo di tolleranza e di accettazione degli altri insito nella letteratura e rilevante anche nella sfera politica. Un tipo di tolleranza e accettazione che consente allo scrittore – e di conseguenza anche al lettore – di sperimentare il mondo tramite la coscienza, l’anima e il corpo di un’altra persona, sconosciuta e talvolta nemica.
Vi racconterò una piccola storia.
Poco più di dieci anni fa ero impegnato nella stesura del romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore la cui protagonista, una donna israeliana di nome Orah, si allontana da casa per sottrarsi alla notizia della morte del figlio in guerra. Dopo avere scritto di Orah per circa due anni e avere lottato con lei, avevo ancora la sensazione di non riuscire a capirla veramente. Di non conoscerla come uno scrittore dovrebbe conoscere il personaggio di cui scrive. Non percepivo in lei quel fremito di autenticità, di verità e di vita senza il quale non posso credere nel personaggio che narro, essere quel personaggio.
Alla fine, non avendo scelta, ho fatto quello che ogni bravo cittadino nella mia situazione avrebbe fatto: mi sono messo a tavolino e ho scritto una lettera a Orah. Una lettera semplice, come si faceva una volta, con carta e penna, dal mio cuore al suo.
E nella lettera le ho chiesto: Orah, che succede? Perché mi respingi in questo modo, perché non ti concedi a me? Ma ancor prima di completare la prima pagina ho capito il mio grande errore: non era Orah che doveva concedersi a me.
Ero io che dovevo concedermi a lei. In altre parole, dovevo smettere di opporre resistenza alla possibilità che Orah esistesse dentro di me.
Lasciarmi andare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il corpo alla possibilità che dentro di me ci fosse una donna. Quella particolare donna. Dovevo lasciare che le particelle del mio spirito fluissero liberamente, senza freni e senza paura, verso la potente calamita di Orah e la femminilità che irradiava. Da quel momento in poi Orah ha quasi scritto se stessa da sola.
La creazione è la possibilità di toccare l’infinito. Non un infinito matematico o filosofico: un infinito umano. Gli infiniti volti dell’uomo, le infinite pieghe della sua anima, i suoi infiniti pareri, opinioni, istinti, abbagli, piccolezze, grandezze, forze creative e distruttive, le sue infinite combinazioni. Quasi ogni mia idea su un personaggio di cui scrivo mi apre innumerevoli possibilità, innumerevoli tratti del suo carattere: un giardino di sentieri che si biforcano. È quasi banale emozionarsi per qualcosa di tanto scontato, ma oggi concedetemi di farlo: noi – noi tutti – siamo pieni di vita. In ognuno di noi ci sono illimitate possibilità e modi di essere, di vivere. Ma forse questa non è affatto una cosa scontata. Forse è qualcosa che dovremmo ricordare continuamente a noi stessi.
Guardate infatti quanto stiamo attenti a non vivere la profusione che è in noi, tutto ciò che le nostre anime, i nostri corpi e le circostanze della nostra vita ci offrono. Molto in fretta, già ai primissimi stadi della vita, ci raggrumiamo, ci riduciamo a essere “uno”: un solo corpo, una sola lingua (o al massimo due) con la quale diamo un nome alle cose, un solo genere. Ognuno di noi racconta una propria “storia ufficiale” tra le tante possibili, che talvolta si trasforma in una prigione. E quello di trasformarci in prigionieri della storia ufficiale che ci raccontiamo è un pericolo, peraltro, in agguato non solo per gli individui ma per intere società, stati e popoli.
Scrivere è un movimento dell’anima contro quella riduzione, contro la rinuncia alla profusione.
La creazione letteraria è il movimento sovversivo dello scrittore, in primo luogo contro se stesso. Più prosaicamente potrebbe essere paragonata a un massaggio che lo scrittore fa di volta in volta, ostinatamente, alla propria cauta, inibita e impaurita coscienza. Per me, scrivere significa essere libero di muovermi con agilità e leggerezza lungo l’asse immaginario tra il bambino che ero e il vecchio che sarò, tra l’uomo e la donna che sono, tra sanità mentale e follia, tra il me israeliano e il palestinese che sarei potuto essere se fossi nato 500 metri più a est. E sono sicuro che dal momento in cui concederemo a noi stessi di percepire questa libertà di movimento (e l’arte è un modo meraviglioso per farlo) toccheremo anche l’essenza della tolleranza politica in tutte le sue declinazioni: nei conflitti tra i popoli come nella sfida posta dai profughi che affluiscono in Europa. La tolleranza nasce dalla disponibilità di sentire e comprendere l’altro dentro di noi, anche quando l’altro ci minaccia perché è diverso, e incomprensibile. Anche quando l’altro è nostro nemico dichiarato.
Vorrei ricordare le parole di un grande filosofo politico del XX secolo, John Rawls, che si ricollegano a quanto detto. Rawls disse che nello stabilire le leggi di uno Stato che vorremmo giusto, dovremmo porci come dietro a un velo d’ignoranza che ci impedisca di sapere cosa saremo quando quel velo sarà sollevato. In altre parole quando ci diamo delle leggi o, in generale, delle regole di condotta tra esseri umani, o decidiamo una linea politica governativa su un tema fondamentale e cruciale, non sappiamo chi saremo quando il velo d’ignoranza sarà sollevato: se osservanti o laici, ricchi o poveri, parte della maggioranza o della minoranza, uomini o donne, gay o etero, cittadini o rifugiati. Provate a fare questo esercizio mentale. È un modo meraviglioso per vedere, d’un tratto, il mondo e la realtà delle nostre vite da una prospettiva diversa.
La tolleranza, in sostanza, è la disponibilità a leggere la realtà (il conflitto tra israeliani e palestinesi, ad esempio, o i cinquantun anni di occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele) non solo con gli occhi di noi israeliani ma anche con quelli del nostro nemico. A concederci di sperimentare, anche se per poco, la sua storia, la sua giustizia, la sua sofferenza, gli errori che commette, i punti di cecità nei nostri confronti. Se così faremo il nostro contatto con la realtà sarà molto più profondo e completo. La realtà non sarà soltanto una proiezione delle nostre angosce profonde né dei nostri desideri assurdi. Sarà qualcosa di molto più autentico. E a quel punto potranno nascere comprensione, tolleranza e accettazione dell’altro, della sua diversità, della sua differenza.
E forse, a distanza di anni, dopo che i veleni di una lunga guerra si saranno dissolti dall’apparato circolatorio dei due popoli ostili, potranno emergere curiosità reciproca, apprezzamento e anche una certa empatia.
Più di questo è difficile sperare per ora ma se ciò avverrà, sarà la realizzazione di un sogno.

– © David Grossman Traduzione di Alessandra Shomroni
DAVID HEERDE/ REX/ SHUTTERSTOCK Il discorso è stato tenuto da David Grossman alla cerimonia di consegna del Premio per la tolleranza e la comprensione del Museo ebraico di Berlino

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A libro aperto. Una vita è i suoi libri

Dall’Introduzione a A libro aperto. Una vita è i suoi libri, di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2018)

Questo libro non dà per scontato cosa sia un libro. Anzi, si interroga innanzitutto su cosa davvero sia un libro per poter esercitare tutto questo potere sui suoi lettori. È un libro interamente dedicato al mistero del libro. Ma è anche il tentativo di rispondere a domande solo apparentemente semplici: cosa significa leggere? In che cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade – e accade di rado – di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che, a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma si sono inscritti indelebilmente nella nostra memoria?
In questo testo, propongo tre semplici ma, spero, non scolastiche definizioni del libro: il libro è un coltello, è un corpo, è un mare. Perché un coltello? In un’epoca che rischia di considerare il libro come un oggetto in via di estinzione, come un’ombra del passato, non dovremmo mai dimenticare che la lettura di un libro può avere la natura dell’incontro. Sicché ogni libro che si è rivelato tale ha avuto l’aspetto di un coltello. Un libro è un coltello perché taglia la nostra vita offrendole la possibilità di acquisire una forma nuova, perché distingue la nostra vita com’era prima della lettura da come è diventata dopo. Al punto che si potrebbe dire che una vita è sempre formata dai suoi libri. Il libro è un coltello che taglia la nostra vita e non il burro nel quale la lama della lettura sprofonderebbe senza incontrare resistenze. Nella lettura il padrone del libro non è il lettore. Il libro è il coltello e noi, lettori, casomai, siamo il suo burro. Leggere significa, infatti, incontrare nel libro qualcosa che taglia, non qualcosa da tagliare. Significa innanzitutto disarmarsi di fronte al libro; per entrare in un libro devo essere disposto a farmi raggiungere, toccare, tagliare appunto.
La seconda definizione sostiene che un libro è un corpo. Non solo, dunque, una raccolta di parole e di pensieri, non solo la narrazione di una storia. Il libro, per il lettore, può avere le proprietà di un vero e proprio corpo: un corpo erotico. Il che significa che ogni libro ha un profumo, una carne, uno sguardo, una geografia sensuale, un modo di camminare e di esistere. Quando leggo un libro non lavora solo la mia mente, ma è il mio corpo pulsionale a essere messo in moto. La lettura non esclude il bacio, l’effusione, la penetrazione, non esclude l’amplesso. La trasformazione del libro in corpo erotico dovrebbe essere l’obiettivo di ogni commento, di ogni interpretazione, di ogni lettura del libro. Ne ho scritto a proposito della Scuola: il primo miracolo di un’ora di lezione consiste nella trasfigurazione del libro in un corpo erotico.1 Sicché per leggere davvero non è mai sufficiente la competenza avvertita della nostra mente, ma è necessaria innanzitutto la presenza del cuore. Non c’è lettura del libro elevato alla dignità di un corpo erotico se non c’è cuore in chi legge, se chi legge, legge senza cuore. Per Gesù è ciò che può uccidere il libro: se la verità del libro non è vissuta dal cuore non c’è alcun modo di apprenderla. La lettera separata dal cuore rende la lettera del libro una lettera morta. L’assenza di cuore nel lettore deruba il libro del suo corpo. Il libro è un corpo e non uno sterile “erbario” dove catalogare astrattamente l’evento del mondo.
Se il libro è un coltello e non un burro, dovremmo allora aggiungere che il libro è un corpo e non un erbario. Non è la raccolta sterile di un sapere senza vita, non è – come è ogni erbario – un elenco cimiteriale di foglie morte. Nel suo Le parole Sartre confessa di aver creduto nell’illusione che il libro potesse impadronirsi del mondo; confessa di aver scambiato il linguaggio del libro per l’essere del mondo. In questo caso però il libro tradisce la sua vocazione più alta: quella di non chiudere in sé il mondo ma di mantenerlo sempre aperto.
Ecco allora la mia terza e ultima definizione: il libro è un mare. Un libro non è forse fatto per essere, come un mare, sempre aperto? Non è questo il primo gesto di ogni lettore: aprire il libro, tenerlo aperto sulle ginocchia, sul tavolo, sul letto? Che senso avrebbe un libro che restasse chiuso, che non fosse mai aperto? Un libro chiuso, in fondo, è un controsenso: non è un libro. Come il mare, il libro è una figura straordinaria dell’Aperto. Apre e non chiude il mondo. Un libro è un mare e non un muro. Se il libro è un mare è perché la sua natura è quella di sovvertire la tentazione del muro, di contrapporsi a ogni spinta che vorrebbe segregare, recintare, rinchiudere l’Aperto del mondo. Il libro è un mare perché porta con sé l’inesauribilità della lettura, in quanto ogni libro può essere letto in mille modi diversi e può dar luogo a infiniti altri libri, perché la “proprietà” del libro è quella di rinunciare a ogni proprietà. Il libro, come il mare, non è mai, infatti, una proprietà che si può acquisire o della quale si può disporre in modo esclusivo.
Ho radunato così le mie tre definizioni: un libro è un coltello (e non un burro); è un corpo (e non un erbario); è un mare (e non un muro). E il lettore? Cosa significa per il lettore leggere un libro che è coltello – non burro –, corpo erotico – non erbario –, mare – non muro? Cosa significa aprire un libro? La tesi che sviluppo in questo libro è che leggere significa innanzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro. Essere esposti come libri aperti alla lettura resa possibile dall’apertura del libro. Prima di essere dei lettori, siamo, infatti, tutti dei libri stampati dall’Altro, siamo libri scritti con le parole dell’Altro. Sartre e Lacan hanno proposto in più occasioni l’immagine della “stampata” – della pagina scritta – per definire la vita umana. Ogni lettore si accosta al libro a partire da questa stampata che lo ha reso a sua volta libro.
Ogni lettura – come ogni incontro d’amore – è sempre l’incontro di più libri. Come minimo, del libro del soggetto che legge e del libro che viene letto dal soggetto. Sicché ogni lettore legge la lingua di cui è fatto un libro attraverso la propria lingua più privata, inconscia, quella che Lacan battezza come lalingua. Impareremo il significato di questa parola che definisce il rapporto singolare che esiste tra le parole e la propria memoria più antica. In ogni lettura abbiamo dunque due memorie, due fantasmi, due storie che si intersecano: quella del lettore e quella dello scrittore. Più precisamente, ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. Nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lalingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversava con i nostri parenti, il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, il dialetto milanese dei miei avi, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.
Ciascuno legge il libro con la propria lalingua. Ciascuno trova nel libro pezzi di se stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva. In questo senso nella seconda parte di questo libro il lettore ritroverà le tracce essenziali della mia biografia umana e intellettuale attraverso la rilettura di nove libri dai quali mi sono sentito davvero letto sin nelle viscere. Una vita in fondo è fatta dai libri che l’hanno letta; raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita. Perché una vita è i suoi libri.

1 Cfr. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014.

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Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

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Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

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Bravo chi legge

Almeno 80 libri la biblioteca perfetta dei sedicenni
Uno studio australiano collega il numero di volumi che si hanno in casa da ragazzi alle prestazioni da adulti

Giuliano Aluffi, “Repubblica”,  16 ottobre 2018

Avere, da adolescenti, uno scaffale domestico ben fornito di libri dà una marcia in più nella vita: i ragazzi che hanno avuto almeno 80 libri in casa oggi hanno competenze linguistiche, matematiche e tecnologiche superiori alla media. Lo suggerisce uno studio, pubblicato su Social Science Research, che riguarda 160 mila adulti da 31 nazioni, con dati raccolti dal Programme for the International Assessment of Adult Competencies dell’Ocse.
«Nel 2010 avevamo visto, con dati da 27 Paesi, che crescere in una casa fornita di libri aiuta i giovani ad avere tre anni in più di studi rispetto a chi cresce senza libri, indipendentemente dalla cultura e classe sociale dei genitori. In un secondo studio abbiamo visto che, indipendentemente dall’istruzione scolastica, chi cresce in un ambiente domestico ricco di libri, avrà un lavoro più remunerato» spiega la prima autrice dello studio, Joanna Sikora, sociologa dell’Australian National University di Canberra.
«Rimaneva da verificare l’effetto del crescere tra i libri sulle competenze in età adulta: l’abbiamo trovato, con risultati del tutto simili tra i vari Paesi».
Lo scaffale domestico, secondo lo studio, non aiuta soltanto ad acquisire abilità cognitive aggiuntive rispetto a quelle fornite dalla scuola, ma anche a sviluppare una passione che dura per tutta la vita. «Non è importante soltanto l’atto del leggere, ma anche apprezzare i libri come oggetti, discuterne in famiglia o con gli amici, e soprattutto identificarsi nella lettura: pensare a sé stessi come persone che amano i libri». È una sorta di “imprinting” con i libri, che deve avvenire preferibilmente nel periodo della vita in cui si decide chi si è e chi si vuole essere. «Sappiamo che chi ha molti libri in casa avrà maggiori probabilità di leggere saggi, in particolare di divulgazione scientifica, narrativa e poesia» spiega Sikora. «Ma in realtà qualsiasi tipo di coinvolgimento con il libro è utile per aumentare il proprio vocabolario e le proprie abilità cognitive. C’è anche un aspetto di scelte future legate all’identità personale: se ti vedi come un amante dei libri, ciò ti porterà a preferire, nella vita, certe attività rispetto ad altre: nel tuo stile di vita includerai il piacere e lo stimolo intellettuale della lettura». Anche al di là della formazione istituzionale: «I dati raccolti ci dicono che chi non è riuscito ad andare all’università, se ha avuto una quantità sufficiente di libri in casa a sedici anni, da adulto non sarà meno competente di un laureato che ha avuto pochi libri attorno a sé da ragazzo». Lo studio riguarda chi è stato adolescente tra il 1950 e il 1995, quando il libro esisteva in sola forma cartacea. Avremo lo stesso effetto positivo anche per generazioni di nativi digitali «È vero che oggi gli adolescenti consultano una pluralità di media diversi, con una preferenza per lo smartphone», ammette la sociologa australiana, «ma credo che continuerà a esserci una differenza di competenze e di opportunità tra chi cresce in mezzo a libri cartacei e gli altri».

Marco Belpoliti, Ma che bello smarrirsi tra centinaia di titoli

A cosa servono i libri? A trovar lavoro, sembrerebbe. Lo dice la ricerca della sociologa australiana. Ha misurato il rapporto tra la presenza di libri nelle case delle persone e la loro affermazione professionale. Un tempo gli adulti ci dicevano: leggi se vuoi capire te stesso e il mondo intorno. Come poteva essere altrimenti, dati i limiti di tempo e di spazio: la famiglia in cui eri nato, la città, la cerchia di amici, le scuole frequentate? Il libro era il veicolo più sicuro per entrare in contatto con altre vite e altri mondi evadendo dal proprio. Era un modo per iniziarsi alla vita e ai suoi segreti, che né i genitori né gli insegnanti t’indicavano con facilità. Il libro era la porta che introduceva all’altrove, un altrove a pochi centimetri da te.
Poiché oggi sono più le persone che guardano di quelle che leggono, il libro sembra arretrare nella sua funzione di addestramento all’esistere, sia in senso materiale che spirituale.
Ma non è così. La metrica della sociologa australiana una cosa suggerisce: la competenza intellettuale è mediata ancora dai libri, dalla loro presenza fisica, non dalla immaterialità degli e-book. In un paese come il nostro, dove si legge così poco, è perciò evidente il decadimento del livello culturale: 75 libri, media italiana, sono un ripiano e qualche decimetro nella libreria Billy di Ikea. Molto poco, ma sufficiente ad avanzare nella vita, o almeno a non restare indietro.
Dopo il 350 libri — sette ripiani e mezzo — la sociologa non si spinge ad altre considerazioni. Lì cominciano i maniaci della lettura, quasi una nevrosi; tra 500 e 5.000, ci dicono, non c’è poi tanta differenza. Lì siamo nei pressi degli intellettuali, specie in via di estinzione, perché da quel punto in poi, come ha spiegato una volta Gianni Celati, i libri servono a sviluppare il senso critico, a nutrire dubbi e persino a sperdersi, perché più si sa più si rischia di smarrirsi nel labirinto della cultura. Ma ve l’assicuro, da lì in poi cominciano piaceri che non è sempre facile descrivere.
Certo, il piacere della lettura si può raggiungere sia con un solo libro che con 1.000, ma è la ripetizione quella che conta. Rifarlo è il massimo.

Detachment – Il distacco (Detachment), di Tony Kaye, 2011 

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