L’italiano è diventato una lingua straniera

Melania Mazzucco, “La Repubblica”, 30 luglio 2019

I padri della nazione erano convinti che solo la scolarizzazione avrebbe portato lo sviluppo economico. Ma oggi nessuno lo pensa più

Una decina di anni fa sono stata invitata in un liceo romano a parlare dei classici. Non ricordo se avevo scelto Ovidio o Petronio, ma non è importante. L’incontro – accuratamente preparato dagli insegnanti – fu vivace, la partecipazione degli studenti incoraggiante. Ma è solo alla fine, quando la prossemica si scompiglia e gli studenti si avvicinano all’autore per rivolgergli una domanda che si vergognerebbero di porre ad alta voce davanti ai compagni, che le battute del copione saltano e il dialogo diventa autentico. La sedicenne si china in avanti e mi chiede di firmarle la copia di un mio romanzo, premettendo che è per la madre. Bisbiglia che glielo ha fatto leggere, e le è piaciuto. Però ha dovuto tenere vicino il vocabolario, come quando studia inglese. Perché la metà delle parole non le capiva. Sto firmando la dedica, ma mi interrompo, stupita. La guardo. Quel liceo è frequentato dai figli della borghesia – dirigenti, politici, alti funzionari, avvocati. Non si tratta quindi di svantaggio sociale, carenze formative, marginalità. E nemmeno di distrazione digitale (gli smartphone cominciano appena a diventare dispositivi essenziali). Che genere di parole? chiedo (il romanzo in questione è ambientato ai giorni nostri, a Roma, non mi pare contenga parole “difficili”). Boh, non gliene viene in mente nessuna. Lo sfoglio insieme a lei, incuriosita. Ad apertura di pagina ne trova tre. Epiteto, scherno, ribadire. La lingua italiana è diventata una lingua straniera.

Per questo i risultati dei famigerati test Invalsi mi sono sembrati perfino discreti. Da più di vent’anni frequento le scuole italiane di ogni grado (dalle primarie agli istituti tecnici, allo scientifico) e livello – didattico, culturale, sociale e architettonico: dai casermoni fatiscenti nelle periferie della mia città agli edifici modernissimi nelle province del Veneto. Mi sono seduta in aule abitate da alunni di venti nazionalità diverse e altre nelle quali i cognomi del registro erano tutti noti. Sono quindi una testimone e non una protagonista di questo psicodramma nazionale. Ho la fortuna di vivere ore quasi spensierate coi ragazzi e di non doverli costringere a seguire il programma o interrogarli. L’esperienza personale mi ha edotta sul delirio burocratico, il precariato, le carenze di organico e di risorse, le parole belle e vuote delle carte dei diritti e le sciagurate riforme, ma non mi permetto di esprimere sentenze o vaticini. Ne registro però le conseguenze, anno dopo anno e ormai generazione dopo generazione.

Quando una struttura implode, l’edificio resta in piedi, e può sembrare perfino solido, ma le pareti sono destinate a franare, le fondamenta sono squassate, e ciò che resta è un simulacro. La scuola di oggi ha qualcosa di spettrale, anacronistico e in qualche modo commovente. Un simulacro identico a ciò che fu, nel quale si agitano, con abnegazione e dedizione al martirio, insegnanti di coscienza netta e buona volontà. Circondati però da macerie, fanti nella trincea abbandonati o sabotati dai loro comandi. Il destino dei ragazzi è affidato prima alla casta d’origine della famiglia, come tutti i commentatori hanno già notato, e quindi al caso. Un insegnante valido può infondere in loro una scintilla – di conoscenza, quanto meno – altrimenti saranno stati solo anni di parcheggio. Ma i ragazzi stessi cominciano a non poter più cogliere nemmeno quell’opportunità. La peggiore catastrofe infatti non è che l’italiano sia per loro una lingua straniera (lo è sempre stata), e che la matematica resti un privilegio geografico: è che nessuno – né i ragazzi né i loro genitori – crede più che la scuola serva a qualcosa.

L’Italia è stata una nazione giovane, spinta dalla forza lavoro dei suoi abitanti, poveri e incatenati all’ignoranza: nel 1861, al momento dell’Unità, il 74% della popolazione era analfabeta. I padri della nazione erano convinti che solo la scolarizzazione avrebbe portato sviluppo economico: i dati che decennio dopo decennio confermavano la diminuzione di quella percentuale che ci infamava tra le nazioni civili d’Europa hanno accompagnato l’effettiva modernizzazione del Paese. Ma dietro quei dati statistici c’era una speranza reale. Il mio bisnonno analfabeta spronava il figlio a studiare (benché poi dovette farlo emigrare dopo la seconda elementare) perché sapeva che se avesse saputo leggere e scrivere avrebbe avuto una vita migliore della sua. Questa certezza non era un’opinione, ma un fatto che ha cambiato la storia di milioni di esclusi. Oggi l’Italia non è più una nazione giovane (nemmeno per l’età dei suoi abitanti) ed è rimasta analfabeta. Ma lo studio non offre riscatto: il diploma non certifica niente, e la laurea è solo il passaporto per l’espatrio.

Ho mantenuto i contatti con decine di quei ragazzi incrociati nei miei incontri di un solo giorno. La metà di loro sono all’estero – per studiare, insegnare o fare ricerca nelle università, ma anche impiegati in aziende, ospedali, ristoranti e alberghi. I rimasti cercano lavoro. Pochissimi hanno figli. Il tempo dello studio è finito, quello della vita non è iniziato. Saper comprendere un testo non ha cambiato in meglio la loro esistenza. Non ha permesso nemmeno loro di pretendere – come cittadini consapevoli – più diritti. (Ne abbiamo tutti sempre meno). Piccole silenziose tragedie familiari che hanno spazzato via qualunque fiducia nel futuro. E la scuola che di quel futuro è già l’immagine, non potrebbe oggi essere diversa. Penuria, incompetenza e interessi erodono gli ultimi baluardi. Ma nonostante il potere si illuda del contrario, non giova a nessuno un popolo ignaro.

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Insegnanti non scendete dalla cattedra

Massimo Recalcati, Insegnanti non scendete dalla cattedra, “Repubblica”, 24 luglio 2019

Per educare di nuovo i ragazzi all’ascolto e alla lettura la scuola dovrebbe riadottare un modello di lezione più tradizionale

Non erano necessari i risultati degli ultimi Invalsi per constatare lo stato di declino del livello di apprendimento dei nostri figli. Gli insegnanti se ne lamentano ormai da tempo: non leggono, non studiano, non partecipano, non ascoltano più. I nostri figli fanno fatica a disciplinarsi nella lenta e rigorosa applicazione allo studio. Preferiscono i pensieri twitter, la cultura dei social, lo zapping continuo, la connessione perpetua, lo scivolamento rapido da una informazione all’altra, da un’immagine all’altra. Su questo giornale poco tempo fa si impugnava la giusta causa della difesa della storia come disciplina imprescindibile per comprendere il nostro tempo e allenare il pensiero critico. Il risultato degli Invalsi ci costringe però a fare un drastico passo indietro. Prima dell’insegnamento della storia è essenziale educare i nostri figli a farsi allievi. È questo il passaggio antropologico che oggi sembra mancare. Lo statuto dell’allievo implica lo sforzo di apprendere quello che si ignora. Questo sforzo viene oggi rigettato in nome di un accesso spensierato al mondo. Tuttavia, mentre scrivo avverto che il rischio di una morale paternalista è qui in agguato. Non dovremmo invece vedere in queste forme di disaffezione allo studio una sorta di appello disperato delle nuove generazioni alla generazione degli adulti? Non bisognerebbe sempre provare a ribaltare l’arroganza puberale del rifiuto di condividere la stessa lingua in una domanda di accesso ad un’altra lingua, ad una lingua più viva della lingua morta della Scuola?

L’inciviltà del discorso del capitalista retta sulla diffusione di un godimento immediato e dissipativo sembra dominare incontrastata e rendere il tempo lungo dell’apprendimento insensato. Il punto è che l’educazione alla lettura che dovrebbe essere alla base di ogni didattica e che viene prima del giudizio sull’importanza delle discipline (compresa quella storica) pare oggi un’impresa titanica come quella, per citare una celebre metafora freudiana, della bonifica olandese delle zone paludose dello Zuiderzee. È un altro tema assi noto agli insegnanti: il rifiuto della pratica della lettura. Si tratta a mio giudizio di un sintomo decisivo. Da cosa dipende? È uno dei problemi di fondo di questa nuova generazione. La presenza sempre presente della connessione impedisce l’esperienza dell’assenza e del vuoto che invece è essenziale per la genesi del pensiero. Lo ricorda con efficacia Bion: il pensiero può sorgere solo sull’orizzonte dell’assenza della Cosa, sullo sfondo della non-Cosa. Provate a staccare un ragazzo dal suo Iphone o da un altro dei suoi svariati oggetti tecnologici? Questo distacco viene vissuto come uno svezzamento brutale che suscita una profonda angoscia di separazione e, di conseguenza, un rigetto ostinato. Eppure bisogna forzatamente imboccare questo difficile sentiero per rendere possibile l’esperienza della formazione. L’educazione alla lettura del libro è la pietra angolare di ogni Scuola. La sua morte clinica, annunciata con gioia da certi cantori della cultura digitale sospinta, trascura che senza questa educazione ogni didattica risulterebbe semplicemente impossibile. Questa educazione dovrebbe essere il gesto fondativo di una buona Scuola. Il che comporta l’emancipazione da criteri di valutazione rigidamente quantitativi nei quali ricade fatalmente anche il paradigma degli Invalsi. L’educazione alla lettura è infatti educazione alla singolarizzazione divergente del sapere. È il fondamento umanistico irrinunciabile della nostra cultura che oggi rischiamo di dimenticare attratti dalle illusioni scientiste che hanno sospinto di fatto la Scuola verso l’azienda e l’impresa snaturando la sua vocazione autenticamente formativa. L’importazione di lemmi economicistici (debiti, crediti, assessment, ecc. ) unita alla colonizzazione della lingua inglese, non sono sintomi marginali ma rivelano la nostra subordinazione ad una “neolingua” che ha smarrito ogni spessore enigmatico. Gli insegnanti dovrebbero invece difendere il carattere epico della parola. Rifiutarsi di ridurre la sua dimensione allo scambio comunicativo. L’ampiezza del mio linguaggio, come ricordava Wittgenstein, coincide infatti con l’ampiezza dell’orizzonte del mio mondo. Le parole portano con sé la Legge dell’uomo; sono luce, apertura, orizzonte, casa. Se la scuola non recupererà la forza della parola e la sua Legge, essa resterà mutilata nel suo fondamento. Impresa titanica ma decisiva in un mondo che disprezza sistematicamente questa Legge insabbiando la sua vocazione profetica. Ecco perché io sono — anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente — tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex-cathedra. È solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnare il desiderio di sapere negli allievi. Non c’è educazione alla lettura, non c’è, dunque, educazione in senso ampio, se non c’è la parola di un maestro. Ecco un’altra semplice verità che l’iper-cognitivizzazione attuale del sapere rimuove. Bisognerebbe invece non dimenticarlo mai: «Un maestro, un maestro, il mio regno per un maestro!».

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Naufragio senza spettatore

E. Nolde, Mare in tempesta, 1940

«È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grande travaglio di altri; non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto, bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune».
Lucrezio, De rerum natura, Libro II 1-4, trad. di L. Canali, Bur Rizzoli

Edoardo Albinati, Naufragio senza spettatore, “Il Sole 24 Ore Domenica”, 30 Giugno 2019

Da Lucrezio a noi. Albinati riflette sul millenario tema del naufragio e di chi vi assiste: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, arrivando fino a chi nega lo sbarco agli scampati

Sulla terra si fonda l’esistenza, in mare la si comprende. Innumerevoli sono le immagini connesse al naufragio, a chi lo vive in persona, a chi vi assiste (come nella famosa quanto enigmatica massima lucreziana nel secondo libro del De Rerum Natura), a chi lo vede rappresentato.
Del resto, è il naufragio stesso una rappresentazione, perfettamente conclusa in sé: non un emblema dunque o un’allegoria di qualcos’altro, bensì l’essenza e l’esperienza primaria della catastrofe. Forse paragonabile, per chi vi si trova sciaguratamente coinvolto, soltanto al terremoto: vale a dire quell’evento che scuote le fondamenta del proprio stare al mondo, scatenando e rivelando del naturale l’aspetto, per così dire, sovrannaturale e mostruoso.
Eppure il terremoto è un evento eccezionale, o quantomeno raro: il mare in tempesta, invece, uno spettacolo ordinario. Se osservato da terra, genera meditazioni più o meno sagge; se vissuto in mezzo alle muraglie d’acqua, rende manifesta come nessun’altra situazione l’imminenza della morte, o piuttosto, la sua immanenza, il suo incessante incombere su di noi.
Ma non è nemmeno quello della morte il termine più prossimo a quest’immagine. Ve n’è se possibile uno ancora più impressionante, il limine posto all’altro capo della vicenda di ogni essere umano: non la sua fine dunque, bensì il suo inizio. La nascita stessa, il venire alla luce, essere gettati sulla terra, è a tutti gli effetti un naufragio. Il naufragio iniziatico alla vita. Uno shock che ammutolisce o fa gridare aiuto. Scrive sempre Lucrezio mettendo a confronto i corpi indifesi del neonato e quelli del naufrago: «così il bambino, che la natura ha buttato sulle spiagge di luce, espellendolo con dolorose fitte dal grembo materno, proprio come un naufrago sballottato dalle onde furiose giace ignudo, incapace di parlare e bisognoso di soccorso».
Noi tutti dunque siamo naufraghi proprio in quanto venuti al mondo. E l’intero percorso dell’esistenza può essere paragonato a un viaggio per mare. Il medesimo parallelismo funziona invertendone i termini: ogni volta che ci si avventura in mare, è come se ci si avviasse a ricapitolare la precaria interezza della vita, rischiarandola proprio mentre la si mette a rischio. La luce speciale che solo i naviganti conoscono, sia col cielo sereno sia tra i lampi della tempesta, ne illumina la rotta, il passaggio, la strettoia (Francesco Petrarca ne ha descritto i pericoli, con abbondanza di dettagli marineschi, nel sonetto Passa la nave mia, che sarebbe riduttivo interpretare solo come una virtuosistica variazione sul tema dell’amante smarrito nella tempesta dei sentimenti).
Un ulteriore aspetto paradossale del viaggio per mare è che, il più delle volte, è proprio nei pressi del suo termine, quando sembra ormai prossimo a concludersi, a un soffio dalla salvezza, che esso rischia di fallire, e precipita nella sciagura i suoi protagonisti. Nulla vi è di più pericoloso che incontrare quella terraferma che si agognava di raggiungere. Il massimo dell’orrore per i naviganti è la vista della temibile scogliera che torreggia sulla nave, sempre più vicina. Le onde potranno ucciderli annegandoli o scagliandoli contro le rocce a cui intendevano aggrapparsi. Il possibile approdo si tramuta in una maledizione.
Nella versione della nostra attualità politica, il porto che potrebbe accogliere e salvare i naufraghi si rivela illusorio. Avvistare terra non è un sollievo bensì un miraggio. Alla nave con gli scampati viene negato lo sbarco. Si ritrova a galleggiare a poche miglia dalla riva, ancora tra i marosi, in una strana sospensione o rinvio del destino. Il viaggio si allunga e il rischio si riattiva. Chi stava annegando non scenderà a terra, comunque. Rispetto all’inferno dell’affogamento, ecco il purgatorio o forse il limbo del respingimento. Quelli che non sono periti tra le onde, semplicemente, cesseranno di esistere. Sia dal punto fisico sia da quello giuridico. Anche in acque cosiddette territoriali (espressione ossimorica più di ogni altra) il mare rimane “terra di nessuno”. Inabitabile, dunque. La speranza, tema di mille racconti e mille dipinti (esiste un genere pittorico a sé, frequentato dagli artisti sia per il virtuosismo tecnico che permette, sia per la densità di riferimenti simbolici), si spegne giusto a un passo dal traguardo: tenendo conto del fatto che quella via mare era solo l’ultima tappa di un viaggio cominciato, spesso, migliaia di chilometri più indietro, e mesi o addirittura anni prima, proprio come nelle narrazioni antiche degli esodi, delle ritirate e delle peregrinazioni: di eserciti, di interi popoli sconfitti o fuggiaschi, individui perseguitati, eroi condannati a compiere imprese impossibili all’altro capo del mondo.
Una maledizione mitica pesa su chi si avventura in mare come se lo stesse violando, come se il navigare stesso sia blasfemo e delittuoso, contaminante. Tracce di questo interdetto arcaico sono disseminate un po’ ovunque, dall’Iliade alle Argonautiche all’Aminta di Tasso, e oggi riaffiora, in una versione degradata e strumentale, nei discorsi di chi predica che ognuno se stia «a casa sua», e tutti rimangano «al paese loro», che là vi siano guerra o persecuzioni o siccità o carestia (o la mancanza stessa di una casa…) non importa, purché costoro non si mettano in viaggio, come dice Esiodo, «nell’assillo di una vita migliore». La speranza di una «vita migliore» (o semplicemente, di “una vita”, cioè, di conservarsi vivi) viene considerata alla stregua di una smania incomprensibile. Chi si spinge in mare, in effetti, sarà difficile fermarlo, sbarrargli la strada: nel mare non vi sono confini visibili e non si possono erigere muri e srotolare filo spinato. Se verso i popoli che abitano regioni anche lontane, ma di cui possono varcare i confini via terra, si nutrono, eventualmente, diffidenza e paura (eppure li si sente in qualche misura simili, magari pericolosamente simili…), chi invece abita al di là del mare e osa impunemente attraversarlo è visto come totalmente alieno, un mostro, la cui sfrontata pretesa di spingersi verso le nostre rive (che all’improvviso, facendo ricorso a un lessico da tempo dismesso, tornano ad essere “sacre”) non solo va respinta, va punita.
Dunque, affondare le navi degli intrusi prima che queste affondino da sole? Siccome non è lecito, e sarebbe troppo scandaloso (eppure qualcuno è arrivato seriamente a proporlo!), ecco farsi avanti una nuova modalità, quella, potremmo dire, dell’indifferenza attiva, della cecità programmata. Come se si cancellassero dallo schemino con cui si gioca alla battaglia navale, le navi in pericolo spariscono dai radar, si smaterializzano. Finisce la loro problematicità, poiché «la cosa non ci riguarda» o «riguarda altri». Venuto meno lo sguardo, viene meno anche il suo oggetto.
E dunque il «naufragio con spettatore», che ha fatto discutere per secoli i filosofi, si può semplicemente mutare in un «naufragio senza spettatore», un evento a cui è sufficiente non assistere affinché esso cessi di essere, e dunque di generare interrogativi: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, se «lo spettacolo dell’altrui rovina» debba farci provare un sentimento confortante, oppure rabbia, o pietà, se il soccorso sia un obbligo, un’opzione, una frastornante seccatura, se alla agitazione delle acque corrisponda un’agitazione dello spirito di chi ha i piedi all’asciutto. Si vuole chiudere in questo modo, alla maniera di un bilancio aziendale stilato in fretta e furia, con corredo di numeri e statistiche, un tragitto di pensiero millenario.

Questo testo di Edoardo Albinati sarà pubblicato, insieme ad altri dedicati al «Naufragio con spettatore», sul numero di luglio della rivista di cultura psicoanalitica «Psiche», diretta da Maurizio Balsamo ed edita da Il Mulino.

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Classici. Perché continuano a meravigliarci

Adam Gopnik, “L’Espresso”, 2 giugno 2019

Grondano sangue. Raccontano guerre. Parlano di vizi più che di virtù. E non ci insegnano a fare le cose giuste. Proprio per questo li amiamo così tanto: è il gusto di andare incontro al pericolo

Perché leggiamo i classici? L’attacco all’idea di un «canone» della letteratura classica – non intendo soltanto i classici dell’antichità, ma anche gli attuali capolavori della letteratura occidentale – è stato vibrante e per molti versi definitivo, almeno nell’ambiente accademico americano. I classici – ci hanno detto – non rappresentano una fonte di verità, ma un muro opprimente fatto per escludere, un muro che estromette le donne e le minoranze, i colonizzati e i perseguitati, chi è ignorato e chi è trattato ingiustamente. Il «canone» della letteratura classica non è altro che una cospirazione di uomini bianchi europei per promuovere altri uomini bianchi europei, e ne facciamo benissimo a meno. Il prestigio è potere, e il potere è tutto quello che vale la pena di studiare – e avere il potere di cambiare il potere è tutto quello che vale la pena di fare.

Questo, però, nessuno lo crede veramente: quale che sia il modello prescelto di attacco al canone, per esempio, nessuno può insegnare questo principio senza riferimenti impliciti o espliciti a Marx o Foucault o Fanon. In effetti, il canone degli anti-classici è solido come lo stesso canone classico – per molti versi anche di più. D’altra parte, l’attacco ai classici nel loro complesso rimane una sfida per lo studioso, e lo è ancor di più per il lettore amatoriale che vuole sapere perché – quando qualcuno gli mette tra le mani l’Odissea, o il Paradiso perduto, o la Divina commedia – valga ancora la pena leggerli come qualcosa di più d’un reperto del passato.

Vi sono, io credo, due risposte distinte a questa sfida, caratterizzate da due diversi livelli di persuasività. La tipica risposta dello studioso di vecchio stampo è che i classici sono depositari di conoscenza e saggezza ai quali è possibile attingere ripetutamente, e che se trascuriamo la saggezza e la conoscenza che essi hanno in serbo, lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Leggendo Omero, Dante e gli altri, per non parlare della Bibbia, apprendiamo devozione, eroismo e nobiltà. Abbiamo bisogno dei classici perché senza di essi saremo privati della virtù.

Vi prego di perdonarmi se mi oppongo a questa asserzione. In verità, la maggior parte del tempo che dedichiamo alla lettura dei classici non è impegnata in una lettura diligente alla ricerca di nuove profondità e nuovi significati – di fronte ai quali, invece, passiamo oltre con disinvoltura. Mentre puntiamo verso gli altri piaceri che si suppone il testo abbia da offrire, passiamo oltre su tutto quello che ci sembra palesemente abominevole o esecrabile. Nel Vecchio Testamento, il libro di Ester, per quanto magnifico, è anche la storia del brutale impalamento dei persiani: gente che ci hanno insegnato a non stimare, certo, ma pur sempre esseri umani. (Provate a immaginare un impalamento! E poi rideteci sopra, trovatelo piacevole.) Proprio adesso sto leggendo in inglese moderno, nella splendida traduzione di Richard Fagles, l’Odissea di Omero: nessun libro è più classico di questo, che ne ha ispirati infiniti altri, compreso il classico dei classici del ventesimo secolo: l’Ulisse, la parodia joyceana di Omero (perché, di fatto, è di quello che si tratta).
In verità, però, anche se – un verso dopo l’altro – narrazione e invenzione ci conquistano, è comunque uno shock esser tenuti ad accettare i valori d’un mondo in cui l’eroismo militare è quasi l’unico attributo di virtù, in cui il massacro in massa di sfortunati pretendenti è considerato una vendetta legittima e in cui, sotto molti aspetti fondamentali, è soltanto la forza a dettar legge. (Gli dèi devono essere placati, ma solo perché sono potenti.) È per questo che ci sentiamo pervasi di piacere quando scorgiamo, in mezzo alle differenze, l’amore di Omero per la primaria virtù umana dell’ospitalità: il benvenuto verso chi viene da lontano è un fondamentale atto di reciprocità che tutti devono rispettare. La sua presenza, sorprendente e gradita, ci emoziona e ci commuove.

Avvicinandoci ai nostri tempi e a quella che un anglofono percepisce come la propria cultura, quando leggiamo il Paradiso perduto di Milton, ci viene chiesto di aderire ai valori spaventosi di un culto del sacrificio sostitutivo. Probabilmente quel culto – la religione cristiana – ci è familiare, ma questo non lo rende meno scioccante. Né, e qui forse rischio di offendere il mio amato pubblico italiano, possiamo leggere l’Inferno di Dante senza avere a tratti la sensazione che ci stiano offrendo una visita guidata ad Auschwitz, con quelle moltitudini che soffrono per l’eternità senza avere colpe più gravi delle nostre – eppure non siamo disposti a provare pietà, ma inclini a fare giustizia.
Non possiamo leggere i classici perché ci insegnano a fare le cose nel modo giusto, perché in realtà non lo fanno. E allora perché li leggiamo? Invece di partire dall’idea che contengano verità profonde, muoviamo da una premessa più semplice. Partiamo dal piacere. Combiniamo una prospettiva epicurea e una prospettiva darwiniana. I classici allora sono semplicemente i testi che – passati al vaglio del tempo – sono giunti a noi, e dai quali più lettori hanno tratto piacere: al punto da voler continuare a «copiarli», ripubblicarli, riprodurli, tramandarli affinché li leggano anche le generazioni future. Nel concetto di piacere non è incluso un qualche semplice concetto di virtù: il piacere è molteplice, pericoloso, autocontraddittorio. Quando leggiamo, le nostre fantasie e i nostri valori sono spesso in conflitto: devono esserlo, per poter essere interessanti. Nessuno, ad esempio, legge, o dovrebbe leggere, un fantasy che rappresenti accuratamente la vita di un maschio dodicenne, con l’eroe sprofondato nella lettura. No, quando un dodicenne s’innamora di Tolkien, non gli diamo una spada, né gli mostriamo dove sono gli Orchi. Gli diamo invece un altro libro. Il piacere della lettura non sta nel fatto che ci mostra un comportamento da imitare, ma che ci mostra altri mondi, altre possibilità, altri valori diversi dai nostri. La cosa peggiore che si possa dire di un libro è che è una lettura d’«evasione» – forse però è anche il commento migliore da fare. L’evasione è il nostro tributo più sincero alla realtà.
Noi leggiamo andando in cerca di pericolo, di meraviglia – per usare un’espressione inglese un po’ datata, “for thrills”, in cerca di brividi, di emozioni. Altrimenti dovremmo smettere di leggere. Leggiamo i classici per piacere: un piacere profondo, complesso e complicato, spesso proibito. Mentre scrivo, sulla mia scrivania ho la serie completa di James Bond, la stessa edizione tascabile dei romanzi di Ian Fleming che avevo quand’ero un ragazzino di dieci anni. Nessuno può essere stato Bond-dipendente in modo più totale di come lo ero io: dunque non sono guarito da questa passione? Sì e no. Ho superato i valori offerti da quei romanzi, ma non la dipendenza. La buona letteratura, gli autentici classici, dovrebbero avere qualcosa della pornografia, del suo aroma – dovrebbero colpirci come piaceri proibiti, più che come una fonte di istruzioni morali. Un grande classico inglese, la “Vita di Samuel Johnson” di James Boswell, è pettegolezzo e conversazione – un passato lontano ma ancora attuale. Trollope e Balzac ci offrono titoli politici – un passato lontano e superato. I classici andrebbero letti stando sotto le coperte, o in piedi in librerie male illumina- te, o nascosti fuori in giardino. Per mantenerci fedeli alla nostra effettiva esperienza di lettori, dobbiamo declassicizzare i classici. Proibiamoli, come è accaduto in tanti regimi totalitari, e loro rivivranno. Noi rientriamo in connessione con l’autenticità del nostro passato moralmente diviso solo quando ci riconnettiamo all’autenticità del nostro sé moralmente diviso. Pettegolezzo e conversazione, seduzione ed eccitamento, manovra politica e scontro fazioso – le piccole province della vita sono il vasto impero della letteratura.

Traduzione Isabella Bloom

ADAM GOPNIK leggerà questo inedito giovedì 6 giugno a Roma, sul palco del Festival Letterature di Massenzio al Foro Romano ideato e diretto da Maria Ida Gaeta. Nella stessa serata leggeranno i loro inediti Anthony Cartwright, Jordan Shapiro e Valerio Massimo Manfredi. La rassegna inizierà il 4 giugno e proseguirà tutti i martedì e giovedì fino al 3 luglio con molti protagonisti della scena letteraria. A loro il compito di leggere inediti ispirati al tema dell’edizione, “Il domani dei classici”, accompagnati da musica live. Dopo Antonio Scurati, Manuel Vilas e Andrea Satta nella serata inaugurale, il programma proseguirà l’11 giugno con Scott Spencer, Alicia Giménez Bartlett, Antonio Manzini e Roberto Alajmo. Tra i tanti ospiti, Alberto Manguel, i finalisti Strega, Carlo Lucarelli, Chris Offutt, Chiara Gamberale, Philippe Forest, Michela Marzano, Joe Lansdale, Valeria Parrella e Roberto Saviano.

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A proposito della simulazione della prima prova dell’Esame di Stato

Chi di copia ferisce…

Come si sa, da quest’anno il ministero dell’Istruzione, sulla scorta delle indicazioni della commissione-Serianni, ha pensionato il saggio breve (motivazione: la scarsa originalità degli elaborati, spesso copia-incolla di citazioni). Forse qualcuno se ne è già accorto, ma la seconda traccia della tipologia A della seconda simulazione proposta dal MIUR (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XV),  è frutto di palese COPIA-INCOLLA (senza citazione della fonte e, ovviamente, senza virgolette) di una espansione online allegata all’antologia edita da ATLAS (Autori e opere della letteratura, a cura di G. Bárberi Squarotti).

Risultano riprodotti alla lettera l’introduzione, le note al testo e parte dei quesiti. Qui il link al testo ATLAS disponibile online.

Ecco l’originale proposta del ministero. Certo, non è facile integros accedere fontes, … novos decerpere flores…

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La banalità non è banale

Risultati immagini per bartezzaghi banalitàStefano Bartezzaghi, “La Repubblica”, 3 marzo 2019

Visto da vicino, niente è davvero banale, niente è davvero originale. Cosa c’è di meno solenne e più dimesso del saluto “buonasera”? Eppure persino questa formula così quotidiana ha dato qualche brivido.

Il 26 agosto del 1978, il cardinal Albino Luciani era stato eletto Papa e aveva appena scelto il nome di Giovanni Paolo quando si affacciò alla Loggia di San Pietro e pronunciò in latino la sua benedizione alla folla plaudente. Sembrò voler aggiungere qualcosa, ma gli tolsero il microfono perché, gli dissero, “non usava”. Non fu così meno di due mesi dopo, il 16 ottobre, quando il cardinale Karol Wojtyla si affacciò alla stessa Loggia in veste papale e con il nome di Giovanni Paolo II. Rivolse alla folla il saluto “Sia lodato Gesù Cristo”, a cui fece seguire l’apostrofe “Carissimi fratelli e sorelle” e quindi un breve discorso, divenuto celebre per la trovata del “Se mi sbaglio mi corigerete”. Forse la novità di un Papa straniero convinse i cerimonieri della necessità di rassicurare subito i fedeli sulla sua padronanza della lingua italiana. Il successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger, scelse il nome di Benedetto XVI e il 19 aprile del 2005 esordì con “Carissimi fratelli e sorelle”. Jorge Mario Bergoglio si presentò come Francesco il 13 marzo del 2013 e disse “Buonasera”. Da una benedizione formale in latino, a una formula liturgica, a un appello discorsivo sino al più ordinario dei saluti, quello che si rivolge in ascensore al vicino incontrato rincasando: vorrà dire che con Francesco persino il papato è diventato “banale”?

Accarezzavo già l’idea di dedicare uno studio particolare alla banalità ma la decisione definitiva arrivò quando lessi un tweet che accusava appunto papa Francesco di aver augurato la pace in Terrasanta in modo assolutamente non originale e di non essersi affatto impegnato per fare meglio. Ho pensato cioè che i social network costituiscono fra le altre cose l’ambiente in cui è possibile ritenere banale il Papa: quindi l’ambiente in cui è più interessante studiare la banalità contemporanea.

Non è molto probabile che a ispirare Bergoglio sia stato il Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, che dice che “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”: eppure i paradossi fra norma e eccezione, trasgressione e conformismo, banalità e originalità sono noti da sempre e c’è tutta una letteratura al proposito. Non solo le sintesi esilaranti che Alberto Arbasino ha sempre fatto dei tipici complimenti da recensione amica (“straordinario, come sempre!”): si può arretrare sino a Giacomo Leopardi, che annotava “Quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente non sono rari, ma sono tanto comuni che sto per dire che la cosa più rara nella società è di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale”. Il fatto è che odiare i luoghi comuni è a sua volta un luogo comune.

La parola “banalità”, nel senso in cui la usiamo oggi, ha la stessa provenienza francese e la stessa età della speculare “originalità”, due gemelle che giocano a scambiarsi di posto per confonderci le idee. Nascono entrambe con la società borghese, crescono assieme a romanticismo, giornalismo, surrealismo e avanguardie varie, rispondono al motto di Arthur Rimbaud su Il faut être absolument moderne puntualizzando, da parte loro, che “moderno” e “moda” hanno lo stesso etimo (da modo, in latino “or ora”). Non si può essere moderni senza aneliti di originalità.

Resta però il fatto che se voglio essere notato dalla vicina di casa devo salutarla in qualsiasi modo che non sia “buonasera” (a meno che non lo pronunci come in un ormai antico spot, dove ” buonasera” diventava una cosa da ridere); se il Papa neoeletto dice “buonasera” è invece tutt’altro che banale. La prima cosa da capire è dunque che la banalità non è mai assoluta, come non lo è l’originalità ( e neppure, Rimbaud ci scuserà, la modernità): è sempre funzione della circostanza e anche di quella che in semiotica si chiama ” enunciazione”, cioè la relazione fra chi parla e chi ascolta.

” Banale” è il contenuto del ” ban”, il ” bando”, la novità che l’araldo rende pubblica a tutti, nel villaggio: ciò che è comune, il sapere condiviso che istituisce una società. Perché, allora, non può essere anche “originale”, legato cioè alle fonti dell’identità comune? Il problema è che noi non diamo valore al risaputo, al già detto, alla verità attestata; perché la accettiamo la verità deve arrivarci da uno svelamento, da una smentita di una verità già nota. Il modello è: ” Tutti dicono che (che Armstrong è stato sulla Luna, che è meglio vaccinare i figli, che la Terra è rotonda), ma a me non la si fa”.

L’originale diventa così l’autentico (in etimo “ciò che è fatto da sé”) e l’autentico coincide con il vero; ciò che sanno tutti è invece svalutato. Per le verità che ci terrebbero a essere oggettive, di conseguenza, sono tempi duri.

Oltre alla diffidenza che ispira ogni presupposto comune c’è anche il dato di fatto per cui nei social network ogni nostro intervento (ogni frase ma anche ogni singolo emoticon o like messo con un clic sull’icona del pollice levato) è inesorabilmente corredato dalle nostre impronte “digitali”, nell’altro senso dell’aggettivo; cioè da nome e immagine dell’account. Potrei essere il massimo costituzionalista italiano e mai potrei dire: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quello che ne esce è sempre, inesorabilmente: “Bartezzaghi dice che: ‘l’Italia’”. L’oggettività è erosa già da principio e viene facile a quel punto confutare non l’enunciato ma l’enunciatore. Perché lo dici? Perché citi solo la prima parte dell’articolo? Perché citi l’articolo 1 e non, per esempio, il 3? Può capitare e capita sulla Costituzione, che è il fondamento della nostra vita sociale; può capitare e capita su tutto, con il corollario che non si riconosce più autorevolezza ad alcuno. Chi ha studiato una materia tutta la vita è un professorone; chi ha lavorato nel ramo è stato prezzolato; chi si oppone ai venti antivaccinisti, terrapiattisti (e prossimamente, chi sa, asinovolisti) difende i privilegi di casta e non c’è verità “ufficiale” che non meriti qualche colpo d’ascia. Persino il Papa può risultarci banale e oggi non chiameremmo Giovanni XXIII “il Papa buono”, ma “buonista”.

Siamo dunque diventati tutti “originali”? Lo si può pensare solo non tenendo conto di ciò che Leopardi aveva già intuito e parodiato: quanto facilmente banalità e distinzione si scambino di posto e quanta forza l’ordinario eserciti sullo straordinario. Se prendiamo a esempio le polemiche filistee contro il “politicamente corretto” ( che in Italia non ha mai costituito quella cappa di conformismo poliziesco che si evoca fantasiosamente) vediamo che in tema di rapporti fra i sessi chi definisce banali e ipocriti gli scrupoli non fa che richiamare in servizio luoghi comuni anteriori e davvero insensati, come “l’uomo è cacciatore” e “la donna deve innanzitutto accudire la prole”. Il discorso pubblico ritorna così alla “natura” (dell’uomo, della donna, del bambino, degli italiani, dei francesi, dei settentrionali, dei meridionali, degli ebrei, dei musulmani, dei migranti, dei comunisti etc.), da dove la critica massmediologica e ideologica l’aveva scacciato, a partire dal primo Roland Barthes negli anni Cinquanta e dal primo Umberto Eco nei Sessanta. Oggi chi si scaglia contro le banalità si trova a rivalutare come originali asserzioni equivalenti ai blasoni popolari, del genere “i liguri sono avari”, “l’arabo è infido”, “torinesi falsi e cortesi”, “vicentini, magnagati”. Grattando la superficie della banalità si precipita negli abissi del sapere tradizionale.

Tra l’ammirazione obbligatoria e rituale per il capolavoro di Sergej Michajlovi? Ejzenštejn e “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” di Fantozzi rag. Ugo il luogo comune vigente è il secondo e lo resta ancora, oggi quando certo non ha più alcun potere dissacrante. Il rimedio sarebbe allora quello di non rendere sacra né “La corazzata Potëmkin” né la sua stessa dissacrazione, ma chi ci darà tutta la laica saggezza che sarebbe necessaria a tanto?

Forse era meglio quando si riteneva che la gente fosse ingenua e quindi credulona e si esortava a diffidare. Ora le credenze infondate e stravaganti sono conseguenza non dell’ingenuità ma proprio di una malizia diffidente mal attrezzata. Sulla scena pubblica, neppure tanto nuova, dei social network la competenza dei sapienti (che se ne stanno accorgendo, e a proprie spese) appare nei panni della sufficienza.

Gli hashtag di oggi, gli slogan innovativi invecchieranno presto e mostreranno le corde della loro stessa banalità. Ma i paradossi del senso comune insegnano alla logica che essa non è sufficiente a scongiurarli. Quale fondamento dare a una nuova credibilità del discorso del sapere è la vera questione.

Sarà appunto banale dirlo, ma occorre innanzitutto neutralizzare l’anatema con cui bolliamo come negativa la banalità. Pensiamoci, la prossima volta che qualcuno ci dice “buonasera” pur senza essere papa.

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La maturità diventa di coppia

Stefano Bartezzaghi, “La Repubblica”, 29 gennaio 2019

Come prima cosa, guardiamo in faccia la realtà, accettiamola e non parliamo più di «nuovo esame di maturità». Millesimiamola, come lo champagne e il vocabolario Zingarelli; datiamola come la legge finanziaria o le edizioni del festival di Sanremo: insomma chiamiamola « Maturità 2019 » . Mangiamola, infine, quest’altra foglia: l’esame di stato per diplomare gli studenti delle superiori viene ormai variato ogni anno e chissà come sarà nel 2020, quando cambierà anche il decennio. I degustatori più esperti oltre all’anno sanno anche specificare l’autore, il ministro che aveva reso interne le commissioni, quello che aveva cambiato i criteri per la seconda materia. Aggiungi l’Invalsi, togli l’Invalsi, in un tripudio di trovate, fughe in avanti, marce indietro, figurazioni estrose in cui la politica scolastica perviene alla più imprevedibile delle sue possibili trasformazioni: la coreografia. A proposito di arte della danza, il 2019 si specializza nel « pas de deux » : si introduce la doppia materia. Perché scegliere fra Greco e Latino (per il classico), fra Matematica e Fisica (per lo scientifico), fra Scienze degli alimenti e Laboratorio di servizi enogastronomici per l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia? Salviamo entrambe le materie, abbiniamole nello stesso esame, facciamole ballare assieme – qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Cambiare, cambiare, cambiare. In un mondo in cui persino i conservatori hanno la smania e ora si fanno chiamare «neocon» il rischio è di dimenticarsi che a volte i cambiamenti hanno anche ragione di accadere. Per restare nel tema dell’esame di maturità, l’autunno scorso il linguista Luca Serianni ha proposto correzioni di rotta meditate e significative per la prova di italiano. Nel presentarle, ha segnalato che qualsiasi riforma va poi progressivamente aggiustata sulla base dell’esperienza. Ha potuto farlo, e autorevolmente, poiché a lui è chiara la meta verso cui dirigere: la verifica di un’acquisizione di competenza sufficiente alla comprensione e alla produzione di testi argomentativi. Si comporterebbe diversamente un consulente del ministero che fosse convinto che la scuola debba selezionare una generazione di grammar nazi o al contrario di emuli del personaggio interpretato dall’ottimo Nino Frassica. In conclusione: c’è il cambiare strada dei navigatori e non è quello dei randagi.

Gli scopi dell’introduzione della doppia materia e di altre aggiustatine piccole o vistose non vengono messi in luce dagli annunci e questo non testimonia a favore della loro esistenza. Il ministro ha fatto notare solo che se ne parla « già da ottobre » , come se fosse una concessione benevola aver annunciato cambiamenti sostanziali ad anno scolastico già cominciato invece che apportarli di sorpresa. Ha anche promesso simulazioni mensili delle prove d’esame: si sottrarrà così tempo alle lezioni e allo studio in aula per collaudare ( in realtà, per stabilire) le novità. Dunque sbagliavano i nostri vecchi professori a dirci che l’esame era la fine, non il fine, degli studi e non si andava a scuola per passare l’esame ma si passava l’esame per dimostrare di esserci andati e aver studiato. Forse lo scopo oggi è proprio solo quello di cambiare.

Fra i tanti problemi dati dalla famigerata «alternanza scuola-lavoro» ce n’è uno che promette di essere il più piccolo, ma che forse può essere preso come un sintomo. Scuola contro lavoro: la formulazione lascia pensare che quello che si compie in aula non sia lavoro, ma qualcos’altro, fatalmente più astratto e, per dirla tutta, più ozioso. L’alternanza invece non è tra lavoro e studio, ma fra due tipi diversi di lavoro: il lavoro della scuola e quello delle aziende. Quello della scuola non è meno serio o più vacuo. Si svolge con una programmazione, ha metodi, finalità, sistemi di verifica. Cambiare le modalità dell’esame a cinque mesi dal suo svolgimento significa non darsi preoccupazione della programmazione del lavoro comune fra docenti e studenti. È quell’idea poliziesca di meritocrazia che si concentra morbosamente sui modi della valutazione, li varia a suo talento e senza rispetto per il lavoro già impostato, non sa spiegarli. Ma forse è proprio questa la meritocrazia che ci siamo meritati.

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Un Don Chisciotte di nome Freud

Pietro Citati, “La Repubblica”, 10 gennaio 2019

I tanti volti del padre della psicanalisi

Sigmund Freud era un uomo delizioso, spiritoso ed elegantissimo. Aveva solo un’ombra, l’ebraismo orientale, che pesava su di lui con inquietudine. Fumava incessantemente. Giocava a scacchi e a tarocchi. Scriveva senza fine, come se fosse dominato dai demoni o misteri. Viveva sotto il segno del Faust e molto più del Don Chisciotte: era un vero Don Chisciotte. Adorava Mefisto: tutto ciò che era demoniaco e diabolico (Faust non gli bastava, sebbene Freud avesse dei dubbi, anche su Goethe, che gli sembrava troppo simile a Thomas Mann). Viveva volentieri a Vienna, alla Bergasse e di lì passeggiava con immenso piacere nelle campagne, per quanto a volte scendesse a Venezia e addirittura in Sicilia, come Goethe un secolo prima. Chi osava fermarlo? Si stancava volentieri e soffriva facilmente di depressione e di nulla: di vuoto. Ma lo spazio non gli bastava. Cercava l’infinito: Parigi e, giù giù, fino a Girgenti, imitando il meraviglioso viaggio di Goethe in Sicilia. Ma questi erano viaggi intellettuali: tutti i luoghi dell’Austria: dove era anche il nulla, e il suo fortissimo senso del dovere. Andava in giro con una giacca grigia informe, pantaloni chiari e un cappello grigio. Più di ogni altro libro amava il Don Chisciotte, perché incarnava una parte intensissima della sua anima, proprio quella che, rapidamente, l’avrebbe portato nella follia. Ma, se amava il Don Chisciotte, tornava sempre a Mefistofele, di cui aveva a volte ereditato il cinismo. Coltivava poche parole: la colpa, la repressione, l’isteria, la nevrosi, che riuscì a controllare, ma non a reprimere.
Malgrado le leggende che lo circondavano, Freud era lieto, allegro, scatenato: si riempiva di cocaina: apprezzava la Carmen; di nuovo come Goethe giocava con la natura e si nascondeva dietro di essa: ammirava Virgilio: alternava l’amore per gli scacchi con quello per i tarocchi, spingendosi sempre più oltre, sempre più lontano, chissà dove, elaborando teorie, ogni volta più geniali, che i suoi contemporanei giudicavano assurde. Nacquero così, quasi per caso, le grandi teorie dell’Io e Es, del Super-io, Eros e Morte, la coazione a ripetere; e l’idea di Mosè, il Mosè di Michelangelo: si inoltrava sempre più nel mare immenso della Teoria, che rischiava di soffocare lui e il mondo moderno. Avvertiva il senso di colpa: soffriva di fenomeni isterici, emicranie e nevrosi. Non conosceva ma disprezzava la medicina, proprio lui che era un grandissimo medico. Alternava il senso della passione con quello della depressione e della repressione, sempre vittima di grandiose contraddizioni. Con la sua giacca grigia e i pantaloni rigidi, il grande cappello, sperimentò il nulla. Gli piaceva. Nulla gli piaceva egualmente. Osava: osava ancora e si gettava dove vengono alla luce i demoni e i misteri più oscuri, che temeva e che cercava di possedere o addirittura di uccidere. Si castigava per non essere medico e per non avere una minima idea di cosa fosse la vera medicina: gli esploratori non sono medici – egli pensava. Via via che passavano gli anni – 1895 o 1925 – progettava teorie, al punto di assorbire il mondo. In certi anni, il vastissimo mondo scomparve agli occhi di tutti. Non rimase più nulla.
Continuava a leggere assiduamente: in primo luogo i capolavori di quel genio irrazionale di Dickens, con la sua forza isterica od isteroide. Avrebbe potuto scrivere il Dombey e figlio: il grande capolavoro romanzesco dell’Ottocento. Amò la moglie, con una passione totale, che crebbe sempre, avvolgendolo nelle sue reti. Coltivava i gioielli e tutte le cose preziose e le cose che scintillavano.
Amava la sua casa di Vienna, alla Bergasse. Esaltò Roma, Virgilio e il Mediterraneo. La sua forza romanzesca era degna di quella dell’ultimissimo Dickens, sebbene non dimenticasse mai il Circolo Pickwick. Ed è difficile parlare della tenerezza e della violenza di cui invase la moglie, per cui nutriva un amore illimitato. Negli ultimi anni della vita fu malato gravissimamente. L’isteria lo fece commuovere, e poi abolì la propria isteria. La grande nevrosi si scatenò, producendo genialmente teorie su teorie, fino a possedere il mondo.
Decantava Roma, secondo l’esempio di Goethe. Passeggiava.
Nuotava: pescava. I sogni non lo abbandonavano mai. Era costruito di sogni, e non poteva lasciarli un istante. Sentiva un forte senso di colpa e un fortissimo senso di repressione, sebbene odiasse tutto ciò che era rimorso. Scoprì Parigi, la Francia, quel grande medico che era Charcot. Un’altra delle sue grandi scoperte era stata Roma – i gioielli di Roma, anzi il modello di Roma. Non dimenticò mai il suo ebraismo orientale, che aveva influenzato tutta la sua vita – da sempre. Esaltava la volontà (e la detestava, visto che la volontà non serviva). Conobbe una grande passione: la moglie, alla quale consacrò un affetto e un estro, che nessuno avrebbe immaginato in lui. Fu una vita perfetta, senza incertezze. Non si sarebbe mai detto che la passione per la moglie fosse così assoluta – era l’equivalente delle sue dottrine psicologiche. Era un vero gioiello.
Sapeva essere dolcissimo e tenerissimo per tutto il periodo della sua vita. Quando Hitler conquistò l’Austria e la Germania, Freud fuggì in Inghilterra: abbandonò l’Austria meravigliosa rappresentata da Joseph Roth, che gli assomigliava profondamente con la sua Marcia di Radetzky. A Londra gli asportarono l’osso della mandibola al punto di impedirgli di parlare. Il cancro si diffuse rapidamente. Taceva, taceva, sebbene continuasse a scrivere vorticosamente con la sua grazia di grande classico. Morì fumando uno dei suoi dilettissimi sigaretti. Chissà cosa pensasse e in quali vertigini si inoltrasse, mentre, pazientissimo, ascoltava i messaggi di Thomas Mann e di Stefan Zweig. «La verità – scriveva – non è praticabile: gli uomini non la meritano mai. Ora, a ottantatré anni, sono più che mai scaduto; e non posso che ripetere quello che diceva un altro dei miei maestri. La verità non è praticabile»: come pensava il suo amatissimo Amleto.

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Scrivere a mano fa bene

Emanuele Trevi, La cura contro l’ansia? Scrivere a mano
Da Harvard alla Cina torna il culto della bella grafia. «È come avere il cervello nelle dita»

Scrivere a mano fa bene. Aiuta a pensare ed esprimersi meglio. L’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Come avere il cervello tra le dita. E da Harvard alla Cina torna la moda della bella grafia. Nell’università americana i professori spingono gli studenti a mettere da parte tablet e pc per prendere appunti con la penna.
«Chi non capisce la sua scrittura è un asino di natura». Le persone della mia età probabilmente ricordano questo saggio ammonimento delle maestre, alle elementari. Mi immaginavo sempre degli asini in grembiule scolastico che tenevano tra le zampe, molto imbarazzati, un quaderno pieno di scarabocchi indecifrabili. Il bello del proverbio è che mette in risalto un aspetto della scrittura che di solito viene trascurato: non c’è vera comunicazione con gli altri che non sia, prima di tutto, una comunicazione con se stessi. Oggi i margini di impiego della carta e della penna si sono talmente ristretti, soprattutto fra i più giovani, che la nobile arte di prendere appunti, di tenere un diario, di mandare una cartolina a qualcuno sembrano degli anacronismi non molto diversi dall’uncinetto o dalla caccia alla volpe. Eppure, lo sappia-mo: è quando le cose diventano del tutto inutili che possiamo comprenderne pienamente il loro valore. E il fatto che le librerie siano piene di quadernetti colorati e di penne di ogni tipo può essere visto come un indizio confortante. Personalmente, posso testimoniare che l’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Ci sono degli argomenti che sembrano fatti apposta per la penna: provate ad annotare un sogno con la tastiera di un computer, e dopo un po’ vi sembrerà di leggere il sogno di un altro, o una noiosa congerie di fatti strampalati. Il fatto è che la scrittura a mano è un potentissimo mezzo di appropriazione di quelle zone, di quei livelli della realtà che tendono a sfuggire a una piena percezione. Quanto più una cosa è intima, infatti, tanto più è opaca, indeterminata. E la calligrafia, che oggi non è più vigilata da nessuna regola, è lo strumento che più si addice alla sfera più personale della nostra esperienza: che è quella in cui le cose accadono in una data maniera per ogni individuo e solo per lui. Quel meraviglioso, incredibilmente complesso gioco neuronale e muscolare che mettiamo in atto ogni volta che scriviamo, infatti, non produrrà mai lo stesso identico risultato di un altro. Marina Cvetaeva annotò in uno dei suoi stupendi taccuini: «Scrivere significa vivere». Nel 1919, la grande poetessa russa era così povera che non aveva scelta: i quaderni se li cuciva, e si faceva anche l’inchiostro. Ma sono parole che valgono anche per noi, perché gli hobby a volte non sono meno urgenti delle necessità. È quando «non si vive», ci avverte Marina, che «la mano rifiuta la penna».

Aiuta a pensare ed esprimersi meglio (in modo unico) Da Harvard alla Cina il ritorno al culto della bella grafia
Candida Morvillo, “Corriere della sera”,  5 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.
Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni.
La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.
Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».
È come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. Come se avessi un cervellino nelle dita
Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».
Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email».
Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

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Auguri da Illuminationschool

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23/12/2018 · 06:11