‘Merica: letteratura italiana e migrazione.

little_italy_dried_fruits_vendor_1920s

Dried Fruit Seller, New York, Little Italy, 1920 c.a

“A partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’A­merica, l’Europa è diventata in modo prevalente il punto di partenza di grandi (e pacifici) flussi di emigrazione soprattutto verso il Nuovo Mondo, prodotti per un verso dal tentativo di sfuggire a persecuzioni, violenze e regimi oppressivi e per l’altro dalla volontà di garantirsi migliori condizioni di vita e di lavoro. Tali flussi, accanto a consistenti spostamenti di uomini all’interno della stessa Europa, hanno conosciuto uno stra­ordina­rio incremento tra Otto e Novecento, quando le Americhe e specialmente gli USA divennero terre di grandi opportunità. Ma sono andati poi lentamente esaurendosi tra le due guerre mondiali, in parte per le perdite demografiche provocate dai due conflitti e in parte per le politiche restrittive che i paesi di destinazione hanno poco per volta opposto all’arrivo di nuovi migranti. Un solo dato, relativo al nostro Paese, può dare la misura della consistenza di questi flussi. Si calcola infatti che tra il 1876 e il 1915 circa 7,5 milioni di italiani siano emigrati nelle Americhe, dapprima specialmente in Argentina e in Brasile e poi soprattutto negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese tra il 1896 e il 1905 entrarono in media 130.000 italiani all’anno, che divennero 300.000 nel 1905 e 376.000 nel 1913. E come accade oggi nel Mediterraneo, anche allora i viaggi transoceanici dei migranti si svolsero in condizioni disperate: con la mediazione di spregiudicati avventurieri, su imbarcazioni quasi sempre inadeguate – «i vascelli della morte» – stipate oltre misura di uomini, donne e bambini, spesso ricettacoli di gravissime epidemie e talora destinate a drammatici naufragi”.

in F. TUCCARI, La crisi migratoria in Europahttp://aulalettere.scuola.zanichelli.it

EDMONDO DE AMICIS, Sull’oceano, Milano 1889

“Nel marzo 1884 lo scrittore e giornalista Edmondo de Amicis decise di imbarcarsi su un piroscafo che trasportava in Argentina, oltre ai passeggeri che viaggiavano per affari o per diletto, anche circa 1500 nostri connazionali emigranti. Il suo scopo era quello di documentare, con un’approfondita inchiesta giornalistica, un fenomeno che stava assumendo dimensioni sempre più imponenti, e che a cavallo dei due secoli avrebbe inciso profondamente sulle sorti del nostro paese. Da questo viaggio nacque, cinque anni più tardi, un romanzo intitolato Sull’oceano”. LEGGI TUTTO…

Angelo Tommasi, La partenza degli emigranti italiani per l’America, 1896, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

emigranti

Immigrati italiani in Mulberry Street, Little Italy, Manhattan, New York. Inizio Novecento

Giovanni Pascoli, Italy, 1904

XI

Ha tessuto e filato, anche ha zappato,
anche ha vangato, anche ha portato, oh! tanto
che adesso stenta a riavere il fiato!

O dolce Molly, tu le porti accanto
Doll nel lettino lucido, e tu resti
con loro… Tanto faticato e pianto!

pianto in vedere i figli o senza vesti
o senza scarpe o senza pane! pianto
poi di nascosto, per non far più mesti

i figli che… diceano addio, col canto.

XII

Addio, dunque! Ed anch’essa Italy, vede,
Italy piange. Hanno un po’ più fardello
che le rondini, e meno hanno di fede.

Si muove con un muglio alto il vascello.
Essi, in disparte, con lo sguardo vano,
mangiano qua e là pane e coltello.

E alcun li tende, il pane da una mano,
l’altro dall’altra, torbido ed anelo,
al patrio lido, sempre più lontano

e più celeste, fin che si fa cielo.

XIII

Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,
cielo deserto. O patria delle stelle!
O sola patria agli orfani del mondo!

Vanno serrando i denti e le mascelle,
serrando dentro il cuore una minaccia
ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia,
indifferenti al tacito diniego;
e cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia

no, dietro mormorare odono: Dego!

A proposito del poemetto Italy, cfr. il saggio di F. Bruni, in  http://www.italica.rai.it/principali/lingua/bruni/schede/italy.htm

“Nel 1904, traendo spunto da un episodio veramente accaduto nella famiglia di un piccolo agricoltore suo amico, Pascoli scrisse questo lungo poemetto (450 versi divisi in due canti, di terzine dantesche organizzate in strofe), che ha per sottotitolo Sacro all’Italia raminga, e dunque chiama in causa immediatamente il fenomeno dell’emigrazione, guardato con sgomento come perdita d’identità e fattore di estraneità reciproca fra chi è partito e i parenti rimasti in patria a conservare arcaiche abitudini di vita: tale estraneità è fittamente rappresentata nella prima parte del testo dall’incomprensione linguistica fra gli “americanizzati” che hanno quasi disimparato l’italiano e la famiglia in Lucchesia, che non conosce l’inglese. Inoltre, a complicare ulteriormente la trama dei piani linguistici, polarizzata sulla distanza fra italiano e inglese, intervengono da un lato i termini e i modi di dire dialettali e dall’altro le battute nel linguaggio misto italo-americano.
Protagoniste della poesia sono la piccola Maria-Molly, malata di tisi, riportata in Italia dal lontano Ohio per trovare aria buona e cure, e la nonna, che le si affeziona fino a morire, simbolicamente, in sua vece: il progressivo avvicinamento sentimentale fra le due, non intaccato dalle difficoltà di comunicazione, culmina alla fine del primo canto in una forma di comprensione superiore, intuitiva, in una sorta di reintegrazione reciproca.
Nel secondo canto, dopo che il lungo tempo piovoso ha ceduto a una primavera splendente e al ritorno delle rondini (intimamente assimilate a Molly), si annuncia la tosse fatale della nonna; a questo punto la narrazione subisce una battuta d’arresto, e lascia spazio a un inserto affidato alla voce del poeta, dai toni ora sgomenti, ora vaticinanti e visionari, in cui i mali dell’emigrazione sono introdotti attraverso l’equazione fra l’immagine della madre che vuole tutti i suoi figli nel nido e quella della patria (“antica madre”) che deve fare altrettanto: così l’Italia richiamerà tutte le sue genti dalle terre lontane dove lavorano in schiavitù, dalle miniere, dai ponti delle navi, “in una sfolgorante alba che viene” (II, 180). Questa presa di posizione ben s’inquadra nelle convinzioni politico-sociali di Pascoli in quegli anni, riassumibili nella teoria del “socialismo patriottico” e influenzate fortemente dall’acceso nazionalismo di Enrico Corradini: Pascoli, che dichiarava di sentirsi “profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe”, sposta sostanzialmente i termini dell’analisi marxista dai rapporti di forza fra le classi sociali alla lotta fra le nazioni. E poiché l’Italia è il proletario tra i popoli, la nazione povera che ha fatto sempre arricchire gli altri (il nido da cui le rondini si allontanano perché “non c’è più cibo”, II, 80), non le si disdice un riscatto attraverso le conquiste coloniali, che renda finalmente giustizia al “popolo più faticante e industrioso e parco del mondo” e metta fine alle miserie dell’emigrazione.
Scrive Giuseppe Nava nel suo commento a Italy che il socialismo patriottico “rappresenta un tentativo di rimozione delle paure piccolo-borghesi d’uno sconvolgimento radicale della società e insieme una risposta all’esigenza della piccola borghesia intellettuale di tornare a ricoprire un ruolo dirigente, negatole dallo sviluppo del capitalismo. Non a caso l’emigrazione è sentita dal Pascoli anche e soprattutto dal punto di vista linguistico, come perdita della lingua materna” (Nava 1971, 134): ma la possibile conciliazione fra l’ottica dell’antica civiltà contadina e quella della moderna civiltà industriale è affidata, nel poemetto, proprio alla funzione unificante dello scrittore, capace di assumere entrambi i punti di vista, nell’utopia di una nazione industrializzata ma al tempo stesso articolata in una comunità di piccoli produttori.
Nei confronti dell’imbastardimento linguistico degli emigranti Italy mostra una sorta di attrazione-repulsione, con punte di sperimentalismo ardito, che si espongono soprattutto in sede di rima, fin dall’inizio del canto primo (febbraio : Ohio), con un compiacimento abbastanza trasparente (si veda la Nota a “Italy” che l’autore ha posposto al testo per agevolare la comprensione del “povero inglese” dei suoi personaggi).”

Luigi Pirandello, L’altro figlio, 1923

Da quattordici anni erano partiti anche a lei per l’America due figliuoli; le avevano promesso di ritornare dopo quattro o cinque anni; ma avevano fatto fortuna laggiú, specialmente uno, il maggiore, e si erano dimenticati della vecchia mamma. Ogni qual volta una nuova comitiva di emigranti partiva da Farnia, ella si recava da Ninfarosa, perché le scrivesse una lettera, che qualcuno dei partenti doveva per carità consegnare nelle mani dell’uno o dell’altro di quei figliuoli. Poi seguiva per un lungo tratto dello stradone polveroso la comitiva, che si recava, sovraccarica di sacchi e di fagotti, alla stazione ferroviaria della prossima città, fra le madri, le spose e le sorelle che piangevano, disperate; e, camminando, guardava affitto affitto gli occhi di questo o di quel giovane emigrante che simulava una romorosa allegria per soffocare la commozione e stordire i parenti che lo accompagnavano.

Risultati immagini per emigrazione italiana in america

 

C. Pavese, La luna e i falò, Einaudi, 

In California […] ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver attraversato tanto mondo, per veder della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso. Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame […]. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque. […] Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era la luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. […] Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che […] mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo? […] Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa. Ne avevo abbastanza. […] Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandava com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America, quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame. In Paese non sarei stato mai altro che un servitore […] e allora tanto valeva provare, levarmi la voglia […] ripassare anche il mare. Ma non è facile imbarcarsi, disse Nuto. Hai avuto coraggio. Non era stato coraggio, gli dissi, ero scappato. Tanto valeva raccontargliela.

Risultati immagini per pavese emigrazione america

L. Sciascia, La zia d’America, da Gli zii di Sicilia, 1958

L. Sciascia, Il lungo viaggio, da Il  mare color del vino, 1973

Immagine correlata

A. Baricco, Novecento, 1994

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava
aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva.
Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato,
muratore, brava persona… prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi… gli ha preso un po’ la mano, ha fatto l’America…
Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.

PER APPROFONDIRE

Marzia PessolanoNemico e/è straniero. Proposte didattiche per un percorso letterario, GRISELDAONLINE

http://rcslibri.corriere.it/rizzoli/stella/link/link.spm?refresh_ce-cp

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Temi letterari

Walt Whitman

Mi contraddico?
Molto bene, allora, mi contraddico,
Sono largo, contengo moltitudini.

Sempre un intreccio di identità, sempre distinguere,
sempre una generazione di vita.

Poesia di Walt Whitman, un americano

Foglie d’erba è la grande epica americana, cantico democratico di Whitman e forse il più insurrezionale di tutta la letteratura degli Stati Uniti. L’esplicita sessualità e schietto elogio dei sensi, lo stile particolare del suo barbaric yawp, come Whitman lo chiamava, lo sdegno apparente verso la poesia di maniera: chi mai nella letteratura americana poteva aver preparato un pubblico in grado di apprezzare questi caratteri? Per il lettore d’oggi è impossibile separarlo da quella cultura americana che ancora cerca di capacitarsi della sua stessa ampiezza, col suo riconoscere altre e altre voci ancora e il loro significato, una cultura che in breve ancora si ribella contro ogni dogmatica restrizione della propria storia.

Lewis Fried

Risultati immagini per walt whitman songs

When I heard the learn’d astronomer, in Foglie d’erba, 1891

Quando udii il dotto astronomo,
quando le prove e le cifre mi vennero incolonnate dinanzi,
quando mi mostrarono le carte e i diagrammi, da addizionare, dividere, calcolare,
quando seduto nell’anfiteatro udii l’astronomo parlare, e venir a lungo applaudito,

come improvvisamente, inesplicabilmente mi sentii stanco, disgustato,
finché, alzatomi, fuori scivolando me ne uscii tutto solo,
nella mistica umida aria notturna e, di tratto in tratto,
alzavo gli occhi a contemplare in silenzio le stelle.


withman_to_a_stranger
Song of Myself

[…] Stop this day and night with me and you shall possess the origin of all poems,
You shall possess the good of the earth and sun…. there are millions of suns left,
You shall no longer take things at second or third hand…. nor look through the eyes of the dead…. nor feed on the spectres in books,
You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from yourself.[…]

http://www.youtube.com/watch?v=j64SctPKmqk

2 commenti

Archiviato in Poesia

Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”

fahrenheithed

“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”

Fahrenheit 451, film diretto da François Truffaut e con Oskar Werner, 1966

“La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica.”

Lascia un commento

Archiviato in Leggere, Letteratura del Novecento, Temi letterari

Se questa è cultura umanistica

17bibliobook-lead-mysterious

Tomaso Montanari, “La Repubblica”, 23 gennaio 2017

Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività». Per la redazione di questo testo, la ministra senza laurea né maturità Valeria Fedeli si è avvalsa della collaborazione dell’ex ministro, ex rettore, professore emerito e plurilaureato ad honorem Luigi Berlinguer: e il risultato dimostra che il punto critico non è il possesso di un titolo di studio.

Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.

Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da «creativi» prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole.

Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. «Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento! ». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a diventare più umani: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti. E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro.

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». Formare gli italiani del futuro al marketing del «Made in Italy»; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling, o per smontare le bufale che galleggiano in Internet; annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza: tutto questo significa scommettere proprio sull’inconsapevolezza, sulla modalità predefinita, sulla corsa sfrenata al successo. La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno?

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Scuola

Giorno della Memoria: 27 gennaio 2017

Quando viene la conoscenza, viene anche a poco a poco il ricordo. 
Conoscenza e ricordo sono una sola e medesima cosa.
Saul Friedlander, A poco a poco il ricordo, Einaudi, Torino 1990
 Per non dimenticare, VIDEO a cura di ZETTEL- RAI Filosofia.
Hans Sahl [1902-1993], Gli  ultimi [1973], da  Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Noi portiamo in giro lo schedario
con le cartelle segnaletiche dei nostri amici
appeso al collo come la cassetta degli ambulanti.
Istituti di ricerca fanno domanda
per ottenere degli scomparsi gli scontrini della tintoria,
musei custodiscono le parole della nostra agonia
come reliquie sottovetro.
Noi, che sprecammo il nostro tempo
per motivi comprensibili,
siamo diventati i rigattieri dell’incomprensibile.
Il nostro destino è un monumento sotto tutela.
Il nostro cliente migliore
è la cattiva coscienza della posterità.
Prendete, servitevi.
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Il dibattito: come ricordare?
Non siamo noi i superstiti, i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato integrale. […]
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno come nessuno è tornato mai a raccontare la propria morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Susanna Nirenstein, Auschwitz non è un museo, ”La Repubblica”,  24 gennaio 2014
“E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
primo-levi

Marco Paolini legge Primo Levi, La tregua: Hurbineck.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba
del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.
Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente.
Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».
Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992

berlin_denkmal

Marco Paolini, Ausmerzen, Torino, Einaudi, 2012: il video.

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno oppressi.
Alla fine della Belle Époque, meno di cento anni fa, i dottori dell’Eugenetica prendono due strade: per gli inglesi si tratta di to eradicate illness, sradicare la malattia; per i tedeschi diventa ausmerzen, sopprimere i deboli.
Forse è utile rileggere il passaggio di Primo Levi sul Doktor Pannwitz:
[…] quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.  (P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Einaudi, Torino 2005).
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepí in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere».
Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.
Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui. Certe persone sembravano incapaci di pensare parole intere, altre facevano rumori. Immaginavo il suono del loro cervello. Era un gioco, ma faceva paura.
Certe volte era un rantolo, altre volte un ronzio come la radio fuori frequenza. Leggendo Levi ho sentito il rumore del cervello del Doktor Pannwitz. Suonava, era senza parole ma suonava come un telefono fisso, suonava a vuoto.
Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria.
Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano piú perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare. […]

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla“Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

Qualche giorno prima, in una lettera al maggiore dei suoi cinque figli, Hoess scriveva:

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi era presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.

Prima ancora, durante gli interrogatori preliminari seguiti alla sua cattura, aveva detto:

“Quando mi trovai nelle SS, educato alla disciplina di quella organizzazione, credevo che quanto mi veniva ordinato dal suo capo e da Hitler fosse giusto; secondo me sarebbe stato disonore e debolezza il cercare in qualsiasi maniera di evitare l’adempimento delle loro commissioni e dei loro ordini, e con tale punto di vista persistetti in ogni luogo a cui fui destinato, e adempii con fervore a tutte le commissioni, anche quando nello svolgimento del mio lavoro nei campi di concentramento vidi fatti veramente inumani…”.

Il male compiuto non per malvagità ma solo per dovere, per senso di appartenenza – il male legalizzato –  diventa una pratica da sbrigare, per la quale i coinvolgimenti emotivi sono tanto più inesistenti quanto più burocratico e organizzato ne è l’adempimento. E’ la banalità del male di cui parla Hanna Arendt: quando cioè l’eccezionalità dell’agire criminoso diventa mostruosa quotidianità, assuefazione e mancanza di consapevolezza, e la distinzione fra virtù e vizio – categorie che vorremmo credere assolute – si trova a dipendere solo da contingenze di luogo e circostanza. E’ così che Hoess poteva riferirsi alle operazioni di sterminio condotte nel campo come “commissioni“; essere a un tempo il padre che prima di morire scrive al figlio una lettera eticamente esemplare e il funzionario che nelle sue memorie ricorda come l’introduzione dello ziklon B26 fu per lui un sollievo: “aveva su di me un effetto tranquillante; infatti si dovevano al più presto sterminare in massa gli ebrei, e né io né Eichmann sapevamo in che modo dovevamo agireOra avevamo trovato il mezzo”.

Ciò che è raccapricciante nel male istituzionalizzato  è che non solo deresponsabilizza i carnefici, ma induce le vittime a collaborare.

Eichmann e i suoi uomini comunicavano ai consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per riempire i convogli,e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro. Poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. […] [Eichmann] naturalmente non si aspettava che gli ebrei condividessero il generale entusiasmo per la loro distruzione, ma si aspettava qualcosa di più che la loro condiscendenza: si aspettava – e la ebbe in misura eccezionale – la loro collaborazione. Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale a Berlino […] fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte. […] La verità vera è che […] ovunque c’erano ebrei c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra” (Arendt, La banalità del male).

Ma se la distinzione fra bene e male viene a dipendere da contingenze di luogo e circostanza, è chiaro che a posteriori il giudizio morale che se ne può esprimere dipende altresì da luoghi e circostanze contingenti. Per dirla in altri termini: la storia viene scritta dai vincitori. Lo sapeva Goebbels quando nel 1943 afferma che essi sarebbero passati alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali. E lo sapeva Eichmann, che al processo si dichiara “non colpevole, nel senso dell’accusa” in quanto accusato di crimini che erano tali solo retrospettivamente, avendo egli agito all’epoca dei fatti in conformità alla legge vigente nello stato di cui era suddito, lamentando che i poteri forti avevano abusato della sua obbedienza:

Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna“. Come osservò il suo difensore, egli “aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde“. (Arendt, op cit).

Questo comporta, fra l’altro, che la norma implicita nella massima di Santayana sia ben più aleatoria di quanto non sembri a prima vista: quale Storia, viene da chiedersi, stiamo ricordando? Pensiamo alla rappresentazione storica che avremmo oggi di quel periodo se a vincere fossero stati i nazisti: l’accusa di avere scatenato il conflitto sarebbe toccata agli Alleati, e quella di genocidio agli Stati Uniti per le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Olocausto, poi,  sarebbe una leggenda metropolitana sostenuta da pochi, guardati con disprezzo e irrisione, come con disprezzo e irrisione guardiamo oggi alle assurdità dei negazionisti…
Bene fece Eisenhower, con profetica previdenza, a insistere affinché venisse documentato tutto il documentabile, poiché l’orrore era tale che temeva sarebbe arrivato un giorno in cui “qualche idiota” si sarebbe alzato a dire che tutto questo non era mai successo.

Il Memorial di Auschwitz ammonisce: “ricordiamoci che questo è stato” (e che nessun idiota alzi il dito a sostenere che ciò non accadde). Ma ciò che è stato lo fu già prima, e dopo è accaduto di nuovo. L’elenco dei massacri e delle pulizie etniche, anche limitandoci a guardare il solo XX secolo, è talmente nutrito che ci si chiede come abbiano potuto essere perpetrati nel breve spazio di 100 anni. A poco valgono, si direbbe allora, le ammonizioni, perché è fragile la memoria dell’uomo. Così fragile che le stesse vittime si trasformano a loro volta in aguzzini e carnefici: appena due anni dopo la chiusura di Auschwitz e degli altri lager, Israele inizia – e tutt’oggi persegue – la stessa pulizia etnica contro un altro popolo, quello palestinese, colpevole anch’esso, come lo fu quello ebreo, di esistere nel luogo sbagliato.

Forse, fra tutte le domande che Auschwitz solleva, questa è la più angosciosa.  Se persino la vittima è incapace di imparare dalla propria sofferenza, quali speranze abbiamo? A cosa serve ricordare la Storia, se ci si ostina a piangere solo i propri morti e si è incapaci di fare del dolore di ognuno il proprio dolore? Edmund Burke disse che tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente. Si potrebbe aggiungere che per non fare niente basta credere che il solo male che importa è quello che viene fatto a noi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

shoah_italia

Fonte Per la Storia – Pearson

Anne Frank: l’unico video fino ad ora conosciuto che la riprenda. E’ affacciata alla sua casa di Amsterdam e osserva un piccolo corteo nuziale.

Lascia un commento

Archiviato in Quarta BS, Quarta F, Storia, Terza E

L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali

Risultati immagini per post verità
Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. E molto pericolosa: per loro stessi, per la società, per la salute delle nostre democrazie. L’allarme viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università. Non è uno studio fatto in fretta e furia per cavalcare il dibattito sul fenomeno Donald Trump, il tema delle “fake-news” e della realtà post-fattuale. No, lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link https://ed.stanford.edu/node/ 10003?newsletter=true) ebbe inizio nel gennaio 2015, prima ancora che Trump si candidasse. Le conclusioni, come spiega il professor Sam Wineburg che ha fondato il centro di ricerca, rivelano «una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in Rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news». Crolla un mito, dunque: «Molti danno per scontato», prosegue lo stesso Wineburg, «che i giovani essendo a loro agio nei social media sono anche sagaci, lucidi nel valutare i contenuti, invece la nostra ricerca dimostra l’esatto contrario».
La celebre denuncia di Umberto Eco sulla «invasione degli imbecilli», assume una gravità superiore. Nel giugno 2015, ricevendo una laurea honoris causa a Torino, Eco disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Il problema indicato dalla ricerca di Stanford, è che intere generazioni non sanno proprio distinguere tra un Nobel e un imbecille? Lo stesso Eco dalla sua invettiva traeva una conclusione operativa: «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi». È proprio quello che si prefiggono gli studiosi di Stanford. Anche loro partono dalla consapevolezza che «l’invasione degli imbecilli» – o peggio ancora dei faziosi, disseminatori di falsità, calunnie – è un problema sociale e politico di massima importanza. «La democrazia», avverte il sito della Stanford Graduate School of Education», è minacciata dalla facilità con cui la disinformazione sui temi civici viene tollerata, si diffonde e fiorisce».
Il direttore dello Sheg, Joel Breakstone, condivide con Eco il richiamo al ruolo della scuola; ma constata che gli stessi prof sono allo sbaraglio, e se cercano dei supporti educativi non li trovano: «Gran parte del materiale sulla credibilità della Rete è fermo allo stato dell’arte sul finire degli anni Novanta. Il mondo è cambiato ma molte scuole sono inchiodate nel passato».
I test usati nelle scuole americane sono rivelatori. «A tutti i livelli», dicono i ricercatori, «siamo rimasti esterrefatti dall’impreparazione degli studenti». Citano l’esempio delle scuole medie dove hanno voluto saggiare capacità di distinguere articoli e tweet affidabili o meno. Un esercizio semplice: ti puoi fidare di un articolo su un tema finanziario, se l’autore è dipendente di una banca o l’articolo è sponsorizzato? Molti ragazzi non esaminano l’autore o la sponsorizzazione prima di capire se crederci o no. L’80 per cento non sa riconoscere la pubblicità redazionale dagli articoli fattuali.
Passando alla politica, e alla secondaria superiore, un test sottoponeva agli studenti diversi annunci sulla candidatura di Trump, segnalati attraverso Facebook. Alcuni venivano dalla Fox News, altri da un account che si spacciava per Fox News: il 30 per cento preferiva quest’ultimo perché presentato in veste più attraente. Idem a livello universitario dove alcuni test vertevano sulla capacità di selezionare i risultati delle ricerche su Google. Su un tema politicamente scottante – la falsa accusa ad una esponente democratica di volere “l’eutanasia di Stato” – anche la generazione che va al college fa molta fatica a distinguere fonti autorevoli, indipendenti, dai disseminatori di bugie interessate. A volte basta arricchire un sito con qualche link che rinvia a fonti serie, per attirarli in trappola.
La ricerca è stata condotta in 12 Stati Usa, sottoponendo ai test 7.800 studenti, con un ventaglio di situazioni socio-economiche e culturali, dai quartieri poveri di Los Angeles ai sobborghi residenziali benestanti di Minneapolis.
Il progetto Stanford non si ferma alla constatazione dell’abisso d’ignoranza e impreparazione. Vuole offrire alle scuole e alle università gli strumenti per ovviare a queste lacune. Lo Sheg ha elaborato una sorta di kit ad uso dei prof che vogliano integrare i loro corsi sui due terreni gemelli: «Digital literacy – Informed citizenship», alfabetizzazione digitale per una cittadinanza informata. Dall’istituto californiano partono regolarmente in missione dei prof che vanno a tenere seminari nelle università e nelle altre scuole, per insegnare come s’insegna questa alfabetizzazione digitale. Una prima versione del loro kit (curriculum, nel senso inglese) è dedicata alla verifica delle fonti d’informazione negli studi di scienze sociali, ed è già stata scaricata 3,5 milioni di volte, viene adottata da diversi provveditorati scolastici. È uno sforzo ancora all’inizio. Una montagna da scalare. In fondo il punto di partenza, lo stato dell’arte, non è molto diverso da quando la prima televisione fece irruzione in paesi ancora poveri, irrorando di informazione e spettacolo vaste sacche di analfabetismo tout court; e per molti valeva il principio «è vero, lo ha detto la tv».

1 Commento

Archiviato in Attualità culturale

Il “Canzoniere” delle donne

Immagine correlata

Sebastiano del Piombo, Vittoria Colonna (?), 1520-25

Vittoria Colonna [1490-1547], Sonetto LXXXII

Quando ‘l gran lume appar nell’oriente,
che ‘l negro manto della notte sgombra,
e dalla terra il gelo e la fredd’ombra
dissolve e scaccia col suo raggio ardente:

de’ primi affanni, ch’ avea dolcemente
il sonno mitigati, allor m’ ingombra,
ond’ ogni mio piacer dispiega in ombra,
quando da ciascun lato ha l’altre spente.

Così mi sforza la nimica sorte
le tenebre cercar, fuggir la luce,
odiar la vita e desiar la morte.

Quel che gli altri occhi appanna a’ miei riluce,
perché, chiudendo lor, s’ apron le porte
alla cagion ch’ al mio sol mi conduce.

Immagine correlata

Michelangelo, Vittoria Colonna, 1550 circa

SONETTO XLIII

Parmi, che ’l Sol non porga il lume usato,
Nè che lo dia sì chiaro a sua sorella,
Nè veggio almo pianeta, o vaga stella
Rotar lieto i be’ rai nel cerchio ornato.

Non veggio cor più di valore armato:
Fuggito è il vero onor, la gloria bella,
Nascosa è la virtù giunta con ella,
Né vive in arbor fronda, o fiore in prato:

Veggio torbide l’ acque, e l’ aer nero,
Non scalda il fuoco, né rinfresca il vento,
Tutti an smarrito la lor propria cura.

D’ allor che ’l mio bel Sol fu in terra spento:
O che confuso è l’ ordin di Natura,
O il duol agli occhi miei nasconde il vero.

laura_battiferri

A. Bronzino, Ritratto della poetessa Laura Battiferri (1555-1560), Firenze

Gaspara Stampa [1523-1554], Voi ch’ascoltate…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

Risultati immagini per gaspara stampa

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.

Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

Risultati immagini per gaspara stampa collalto

A. MELDOLESI, Amor m’ha fatto tal…, “Corriere della Sera”, 1 marzo 2014

Quanto ha amato Gaspara Stampa, e quanto ha scritto. Oltre duecento poesie dedicate allo stesso uomo, il conte Collaltino di Collalto, che troppo tiepidamente la ricambiava. Poetessa, cantatrice, donna ribelle alle convenzioni del tempo, in bilico tra successo e scandalo come una cortigiana. Con una franchezza e una modernità inaspettate per il Rinascimento, nelle sue “Rime” ha cantato i brevissimi diletti e lunghe doglie dell’amore, il desiderio femminile soddisfatto e insoddisfatto. Quando’l disio m’assale, ch’è si spesso / Non essendo qui meco chi l’appaga / La vita mia è un morir’ espresso. Non era aristocratica, non era sposata, non era neppure una vera veneziana. Gaspara nasce a Padova, probabilmente nel 1523, da un mercante di gioielli che vuole per lei una buona educazione letteraria e musicale. Dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia con madre, fratello e sorella. Si esibisce nei salotti e nelle feste con un’arte che incanta molti e una condotta morale che scandalizza altri. Morirà a soli 31 anni, avvelenata secondo un resoconto settecentesco, più probabilmente uccisa dall’influenza. Novella Saffo, gli estimatori la chiamavano “divina”, i detrattori “landra” (meretrice).

Il suo canzoniere riprende il modello petrarchesco e inverte i ruoli. Il poeta che si strugge d’amore questa volta è una donna, l’amata che ispira quei versi è un uomo. Petrarca è lei, mentre lui è Laura. Lo fa negli stessi anni anche l’aristocratica romana Vittoria Colonna ma Gaspara ne è l’antitesi. Quella canta l’amore perfetto, coniugale, di una sposa-vedova fedele e casta, per un marito carico di virtù morali con cui è stata felice. Gaspara arde di un amore imperfetto e doloroso, acceso dai sensi oltre che dai sentimenti, per un amante socialmente superiore a lei, che l’abbandona. Un uomo che nella sua vita e nella sua opera non resterà neppure l’unico. Una dozzina di poesie, tra le più irriverenti, sono dedicate a un altro, Bartolomeo Zen. La fedeltà di Gaspara non è per l’amato ma per le leggi dell’amore, nota Marina Zancan (Il doppio itinerario della scrittura, Einaudi). Si rivolge all’“illustre mio Signore”, ma a Collaltino rimprovera di avere un cuore d’orsa o di tigre, scrive che Venere gli ha donato la bellezza e Mercurio l’eloquenza, ma ha ricevuto la freddezza dalla luna. L’empio è lui perché non onora l’amore. La virtuosa è lei, perché sa amare. Oltre duecento poesie per un uomo, anzi no: oltre duecento poesie su se stessa che ama. La protagonista è lei. Non si uccide come una Didone abbandonata, non vuole la pietà dei posteri ma la gloria, si augura l’invidia delle donne che verranno. Soffia su quel fuoco che ha nel petto e grazie a quello si afferma, per mezzo della scrittura poetica, in un’epoca in cui non era affatto scontato. Si racconta capace di attraversare le fiamme come la salamandra della leggenda e risorgere come la fenice. Amor m’ha fatto tal, ch’io vivo in foco / Qual nova Salamandra al mondo, e quale / l’altro di lei non men stranio animale / Che vive, e spira nel medesmo loco. Benedetto Croce le riconosceva versi, immagini, sonetti interi di bellezza e gentilezza mirabili, anche se pensava che la sua poesia rischiasse di diventare quasi un diario. L’opera di Stampa si alimenta di vita vissuta, la sovrasta e ne è schiacciata. E’ un peccato che la sua reputazione ne abbia a lungo oscurato l’arte. Le “Rime” sono uscite postume, per iniziativa della sorella Cassandra, e la vera fama è arrivata con qualche secolo di ritardo. Ma è bello pensare che Gaspara alla fine vendichi tutte le donne colpevoli di aver troppo amato. L’uomo di lettere e d’armi che tanto bramava oggi è considerato solo un “modesto poeta”. Lei è diventata cara ai romantici e ai neoromantici come Rainer Maria Rilke, Jane Tylus ne ha tradotto i versi per la University of Chicago Press e molti la considerano una delle figure femminili più luminose e originali della letteratura italiana.

Risultati immagini per gaspara stampa collalto

Gaspara Stampa, Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco…

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.

Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

Il Ritratto di ignota col “Petrarchino” di Andrea del Sarto in alta definizione:

Isabella di Morra [1520-1546], Rime

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Cinquecento, Uncategorized

2017: peace & love

happy_new_year

Lascia un commento

01/01/2017 · 06:24

Buon Natale da Illuminationschool

haring_christmas

Bob Dylan legge  Twas the Night Before Christmas, di Clement Clarke Moore (1823).

Buon Natale a tutti!

‘Twas the night before Christmas, when all through the house
Not a creature was stirring, not even a mouse;
The stockings were hung by the chimney with care,
In hopes that St. Nicholas soon would be there;
The children were nestled all snug in their beds;
While visions of sugar-plums danced in their heads;
And mamma in her ‘kerchief, and I in my cap,
Had just settled our brains for a long winter’s nap,
When out on the lawn there arose such a clatter,
I sprang from my bed to see what was the matter.
Away to the window I flew like a flash,
Tore open the shutters and threw up the sash.
The moon on the breast of the new-fallen snow,
Gave a lustre of midday to objects below,
When what to my wondering eyes did appear,
But a miniature sleigh and eight tiny rein-deer,
With a little old driver so lively and quick,
I knew in a moment he must be St. Nick.
More rapid than eagles his coursers they came,
And he whistled, and shouted, and called them by name:
“Now, Dasher! now, Dancer! now Prancer and Vixen!
On, Comet! on, Cupid! on, Donner and Blitzen!
To the top of the porch! to the top of the wall!
Now dash away! dash away! dash away all!”
As leaves that before the wild hurricane fly,
When they meet with an obstacle, mount to the sky;
So up to the housetop the coursers they flew
With the sleigh full of toys, and St. Nicholas too —
And then, in a twinkling, I heard on the roof
The prancing and pawing of each little hoof.
As I drew in my head, and was turning around,
Down the chimney St. Nicholas came with a bound.
He was dressed all in fur, from his head to his foot,
And his clothes were all tarnished with ashes and soot;
A bundle of toys he had flung on his back,
And he looked like a pedler just opening his pack.
His eyes — how they twinkled! his dimples, how merry!
His cheeks were like roses, his nose like a cherry!
His droll little mouth was drawn up like a bow,
And the beard on his chin was as white as the snow;
The stump of a pipe he held tight in his teeth,
And the smoke, it encircled his head like a wreath;
He had a broad face and a little round belly
That shook when he laughed, like a bowl full of jelly.
He was chubby and plump, a right jolly old elf,
And I laughed when I saw him, in spite of myself;
A wink of his eye and a twist of his head
Soon gave me to know I had nothing to dread;
He spoke not a word, but went straight to his work,
And filled all the stockings; then turned with a jerk,
And laying his finger aside of his nose,
And giving a nod, up the chimney he rose;
He sprang to his sleigh, to his team gave a whistle,
And away they all flew like the down of a thistle.
But I heard him exclaim, ere he drove out of sight —
“Happy Christmas to all, and to all a good night!”

Lascia un commento

22/12/2016 · 00:40

“… quella finestra…”

ragazza-alla-finestra-edvard-munch-1896-97-_coll_privata

E. Munch, Ragazza alla finestra, 1896-97, collezione privata

“Il firmamento terreno di ciascuno è pieno di stelle inferme, che ammiccano e palpitano come quelle celesti; diverse, da migliaia di finestre, per migliaia di occhi solitari e certo perfettamente adatte ad ognuno. Chi va alla finestra, come qui il nostro consigliere, va sotto la propria costellazione; e certo bisognerebbe interpretare questo lontano e fervido appello della tenebra, se ne fossimo capaci.”
HEIMITO VON DODERER, Le finestre illuminate, Einaudi, 1961

FINESTRE NEL TEMPO

SYNAPSIS – EUROPEAN SCHOOL FOR COMPARATIVE STUDIES, “Finestre – Windows – Fenêtres”,
Pontignano, 4-11 settembre 2004

Le più antiche figurazioni della finestra testimoniano la sua importanza nell’immaginario: è il luogo in cui appare la divinità, che può essere il Faraone oppure una donna che nel suo mostrarsi invitante raffigura la dea della fecondità, salvo poi, nel mondo biblico e in quello greco, perdere le connotazioni divine per esibire solo l’offerta erotica di sé. Ma i Padri della Chiesa, e poi la letteratura e l’arte occidentale, ritroveranno la sacralità: la finestra è il luogo di comunicazione con la luce e con il cielo (Fenestra Coeli), è soprattutto l’elemento fondamentale di ogni Annunciazione perché i raggi che ne attraversano il vetro e illuminano la Madonna sono la rappresentazione della sua immacolata concezione. Ma, come luogo di passaggio tra due mondi diversi, e di conseguenza anche simbolo dei cinque sensi, è anche apertura che permette l’ingresso del Demonio, diventando così persino immagine di morte. Dal Medioevo in poi, la sensualità e la dialettica luce-ombra, bene-male, affascinano in vario modo scrittori e artisti: nella letteratura e nell’arte, le donne continueranno per secoli ad affacciarsi, guardando (magari da dietro una imposta) il giovane che passa per corteggiarle e poi dialogando con lui o aiutandolo (persino con le proprie trecce) a scalare il muro fino a farlo entrare, o salutando con dolore l’alba che traluce da uno spiraglio e pone termine a una notte d’amore.
Col Rinascimento e la laicizzazione, la luce che entra dalla finestra permette alla pittura e alla architettura di creare un mondo concreto di forme e di colori per la vita reale degli esseri umani. Quando si arriva all’Ottocento, nell’arte come nella letteratura la finestra acquista una grande importanza. Per le donne, è un elemento fondamentale, insieme alla porta, dello spazio domestico, e quindi simbolo di attesa, di desiderio ma anche di fuga; gli uomini prediligono le finestre in alto, da cui dominare lo spazio esterno (che spesso è lo spazio posseduto della proprietà terriera), oppure tenersi fuori dal tumulto cittadino per meditare o scrivere. Per tutti, è un luogo di osservazione, naturale, scientifica, sociale, interiore, e diventa perciò immagine del nuovo scrittore che riflette non a caso sul problema, tecnico e etico insieme, del “punto di vista” da cui guardare la realtà, e insieme, rovesciando la prospettiva, spia quello che accade negli interni. Sguardo e controllo hanno naturalmente anche una dimensione politica.
Nella frenesia di conoscenza rapida che prende tutti nel passaggio alla modernità, innumerevoli sono le finestre meccaniche, come la fotografia, il cinema e la televisione, da cui tentare di controllare le nuove realtà in un mondo che cambia con ritmi vertiginosi. E l’esperienza stessa della velocità si racconta guardando il paesaggio da altre finestre come quelle dell’automobile, del treno o dell’aereo, mentre anche il computer ci procura un nuovo modo di sperimentare la complessità del reale.

K43692CARAVAG 1

Caravaggio, La vocazione di San Matteo, particolare

F. Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, C

Quella fenestra ove l’un sol si vede,
quando a lui piace, et l’altro in su la nona;
et quella dove l’aere freddo suona
ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede;

e ‘l sasso, ove a’ gran dí pensosa siede
madonna, et sola seco si ragiona,
con quanti luoghi sua bella persona
coprí mai d’ombra, o disegnò col piede;

e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;
e lla nova stagion che d’anno in anno
mi rinfresca in quel dí l’antiche piaghe;

e ‘l volto, et le parole che mi stanno
altamente confitte in mezzo ‘l core,
fanno le luci mie di pianger vaghe.

Risultati immagini per arquà petrarca finestra

Rerum vulgarium fragmenta, CCCXXIII

Standomi un giorno solo a la fenestra,
onde cose vedea tante, et sí nove,
ch’era sol di mirar quasi già stancho,
una fera m’apparve da man destra,
5con fronte humana, da far arder Giove,
cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
che l’un et l’altro fiancho
de la fera gentil mordean sí forte,
che ’n poco tempo la menaro al passo
10ove, chiusa in un sasso,
vinse molta bellezza acerba morte:
et mi fe’ sospirar sua dura sorte. […]

Fenesta ca lucive, 1842, esecuzione di Enrico Caruso

P.P.Pasolini, Decameron, 1971 (Ser Ciappelletto)

Addio fenesta, réstate ‘nzerrata
ca nénna mia mo nun se po’ affacciare.
Io cchiù nun passaraggio pe’ ‘sta strata
vaco a lo campo santo a passiare!

La finestra è il luogo dell’attesa, la cornice nella quale il desiderio attende l’epifania del suo oggetto. E’ il riquadro dal quale si guarda fuori in attesa oppure al quale si guarda sperando di veder affacciarsi qualcuno [……] finestra che si apre e si chiude, finestra illuminata e poi spenta, finestra luogo dell’attesa e della contemplazione”.
Francesca Rigotti, Il pensiero delle coseApogeo Editore, 2007

Henri Matisse, Porta-finestra a Collioure, 1914 Olio su tela, Collection Centre Pompidou, Paris

«Si ricordi quella fenestrella sopra la scaletta ec. Onde io dal giardino mirava la luna o il sereno [… ] sdraiato presso un pagliaio a S. Leopardo sul crepuscolo vedendo venire un contadino dall’orizzonte avendo in faccia i lavoranti di altri pagliai ec., torre isolata in mezzo all’immenso sereno come mi spaventasse con quella veduta della camerottica per l’infinito».
Memorie e disegni letterari, in G. Leopardi, Poesie e prose,  a cura di Mario Andrea Rigoni, vol. I, Milano, Mondadori, 1987

G. LEOPARDI, CantiLe ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! […]

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli. […]

I promessi sposi 265.jpg

A. MANZONI, Promessi sposi, cap. XXI

“Che allegria c’è? Cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò; … al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
[…] Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.”

bambino

Bambina alla finestra di una casa di Novalucello, Foto di Giovanni Verga, 1892

G. VERGA, I Malavoglia, Milano 1881

“Le ragazze devono avvezzarsi a quel modo, rispondeva Maruzza, invece di stare alla finestra. “A donna alla finestra non far festa”.
– Certune però collo stare alla finestra un marito se lo pescano, fra tanti che passano; osservò la cugina Anna dall’uscio dirimpetto.
La cugina Anna aveva ragione da vendere; perché quel bietolone di suo figlio Rocco si era lasciato irretire dentro le gonnelle della Mangiacarrubbe, una di quelle che stanno alla finestra colla faccia tosta.”

Risultati immagini per magritte finestre

René Magritte, L’éloge de la dialectique, 1936

L. PIRANDELLO, L’esclusa, 1901

Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
La notte era umida. In basso, dopo il ripido degradare delle ultime case giù per la collina, la pianura immensa, solitaria, si stendeva sotto un velo triste di nebbia, fino al mare laggiù, rischiarato pallidamente dalla luna. Quant’aria, quanto spazio fuori di quell’alta finestra angusta! Guardò la facciata della casa, esposta lassù ai venti, alle piogge, malinconica nell’umidore lunare; guardò in basso la viuzza nera, deserta, vegliata da un solo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e si sentì crescere l’angoscia. Rimase attonito, quasi con l’anima sospesa, a mirare; e come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri alieni, memorie smarrite, impressioni lontane gli s’affacciarono allo spirito, senza precisarsi tuttavia.

L. PIRANDELLO, Il fu Mattia Pascal, 1904 (cap. XI)

Sì, forse anch’ella istintivamente obbediva al bisogno mio stesso, al bisogno di farsi l’illusione d’una nuova vita, senza voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un’aura dell’anima, aveva schiuso pian piano per lei, come per me, una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto appressarci a quella finestra né per richiuderla né per vedere che cosa ci fosse di là. […]

Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli scuri. A un certo punto, la luna, declinando, si mostrò nel vano della mia finestra, proprio come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora sveglio a letto, per dirmi:
«Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero?»

 

g-_caillebotte_jeune_homme_a_la_fenetre

Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre, 1875, Collezione privata

C. BAUDELAIRE,  Le finestre, in Lo spleen di Parigi, 1869

Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante d’una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita.

Al di là delle onde dei tetti, vedo una donna matura, già rugosa, povera, sempre china su qualche cosa e che non va mai fuori, Col suo volto, con la sua veste, con il suo gesto, con quasi nulla, ho rifatto la storia di codesta donna, o meglio la sua leggenda: a volte me la racconto da me piangendo.
Fosse stato un povero vecchio, avrei rifatto con altrettanta facilità la sua storia.
E vado a letto, orgoglioso di aver vissuto e sofferto in altri che in me stesso.
Forse mi direte:
” Ma sei sicuro che codesta leggenda sia quella vera?”.
Cosa conta mai quella che è la realtà fuori di me, se m’ha aiutato a vivere, a sentire quello che sono?”.

saintcloud

E. Munch, Notte a St. Cloud, 1890

G. PASCOLI, Finestra illuminata:  Mezzanotte, Myricae, 1891

 a A. B.

Otto… nove… anche un tocco: e lenta scorre
l’ora; ed un altro… un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s’ode, che passa. C’è per vie lontane
un rotolìo di carri che s’arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

II

Un gatto nero

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
un mare immenso: nell’immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
per la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t’apre i suoi verdi occhi…

E. MONTALE, Il balcone, da Le occasioni, 1939

Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ho congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.

0120-schiele-finestre

Egon Schiele, Finestre,1914, Wien Museum, Österreichische Galerie

Ferdinando Pessoa (1888-1935) , Non basta aprire la finestra, in Poemas Completos de Alberto Caeiroin Poemas Inconjuntos, Athena,  Lisboa, 1925

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

think-of-this-as-a-window_cerith-wyn-evans_staedtische-galerie_lenbachhaus-und-kunstbau_monaco

Cerith Wyn Evans, Think of this as a Window, 2005, Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera

DONNE ALLA FINESTRA

G. FLAUBERT, Madame Bovary, 1857

La signora Bovary aveva aperto la finestra sul giardino e guardava le nuvole.

Si ammassavano dalla parte del sole morente, verso Rouen, e scivolavano via rapide, in volute nere, dietro le quali spuntavano grandi raggi di sole simili a frecce d’oro di un trofeo sospeso per aria. Il resto del cielo era vuoto e aveva la bianchezza della porcellana. Una folata di vento fece inclinare i pioppi. All’improvviso venne giù la pioggia, crepitando sulle foglie verdi. Poi riapparve il sole, le galline si misero a cantare, i passeri scossero le ali dentro gli umidi cespugli. Rivoli d’acqua scorrevano sulla sabbia, trascinavano i fiori rosi di una gaggia.

Image

Pablo Picasso, Donna seduta accanto a una finestra, 1932

Viginia Woolf, Mrs Dalloway, 1925

Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself.

For Lucy had her work cut out for her. The doors would be taken off their hinges; Rumpelmayer’s men were coming. And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to children on a beach.

What a lark! What a plunge! For so it had always seemed to her, when, with a little squeak of the hinges, which she could hear now, she had burst open the French windows and plunged at Bourton into the open air. How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave; chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she then was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen; looking at the flowers, at the trees with the smoke winding off them and the rooks rising, falling; standing and looking until Peter Walsh said, “Musing among the vegetables?” – was that it? – “I prefer men to cauliflowers”—was that it? He must have said it at breakfast one morning when she had gone out on to the terrace – Peter Walsh. He would be back from India one of these days, June or July, she forgot which, for his letters were awfully dull; it was his sayings one remembered; his eyes, his pocket-knife, his smile, his grumpiness and, when millions of things had utterly vanished – how strange it was! – a few sayings like this about cabbages.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati fra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come fosse stata coniata nuova di zecca per dei bambini su una spiaggia.

Che emozione! Che tuffo al cuore! Sempre così le era sembrato, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo. E stava lì e guardava, quando Peter Walsh disse: “In meditazione tra le verze?”. Disse così? O disse: “Io preferisco gli uomini ai cavoli?”. Doveva averlo detto a colazione una mattina che lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India, sì, uno di quei giorni, in giugno o luglio forse, non ricordava bene, perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rimanevano impresse, e gli occhi, il temperino, il sorriso, e quel suo modo di fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era strano! – alcune sue espressioni, come questa dei cavoli.        Traduzione di N. Fusini

AL CINEMA

A. Hitchcock, Rear window (La finestra sul cortile), 1954

Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003

… E IN MUSICA

Bob Dylan, Hey, please come out your window

U2, Window in the skies

PER APPROFONDIRE

Finestre nell’arte:

http://www.lefiguredeilibri.com/2012/06/11/la-finestra-nellarte-e-nellillustrazione/

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-rinascimento-e-seicento.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-romanticismo-e-impressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-post-impressionismo-ed-espressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-dal-cubismo-al-surrealismo.html

http://www.milanoplatinum.com/edward-hopper-una-finestra-sulla-solitudine-urbana.html

“Il desiderio di un piccolo spazio privato esprime una sempre maggiore coscienza della propria individualità fìsica e spirituale, condotta dagli scrittori al limite dell’egotismo. «Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea» scrive Flaubert. «Poiché non possiamo spegnere il sole, dobbiamo tappare tutte le finestre e accendere lampadari nella nostra stanza». Indubbiamente, il sentimento dell’interiorità ha preceduto, nell’uomo, l’esigenza d’intimità. Ma, nel XÌX secolo, la stanza è lo spazio del sogno, dove si ricostruisce il mondo.
Si comprende tutto ciò che accade nello spazio privato, in cui si materializzano le mire di potere, i rapporti interperspnali e la ricerca del proprio io. Non ci deve sorprendere quindi che la casa svolga un ruolo di tale rilievo nella letteratura e nell’arte. I giardini assolati di Monet, le finestre socchiuse di Matisse, le ombre crepuscolari della lampada in Vuillard: la pittura penetra nella casa e ne svela i segreti. La sedia impagliata della stanza di Van Gogh ce ne fa conoscere la solitudine. La letteratura, per lungo tempo tacita sugli interni, li descriverà presto con un’attenzione minuziosa che mostra quanto sia cambiato il rapporto con luoghi e oggetti. Quanta strada dai sintetici schizzi di Henry Brulard ai meticolosi inventar! di Maumort, personaggio in cui si rispecchia Martin du Gard, fino a La vie, mode d’emploi di Georges Perec!”

Ph. Ariès, G. Duby, La vita privata, L’Ottocento, Milano-Bari, Laterza, 1988

1 Commento

Archiviato in Arte, Temi letterari