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‘Merica: letteratura italiana e migrazione.

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Dried Fruit Seller, New York, Little Italy, 1920 c.a

“A partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’A­merica, l’Europa è diventata in modo prevalente il punto di partenza di grandi (e pacifici) flussi di emigrazione soprattutto verso il Nuovo Mondo, prodotti per un verso dal tentativo di sfuggire a persecuzioni, violenze e regimi oppressivi e per l’altro dalla volontà di garantirsi migliori condizioni di vita e di lavoro. Tali flussi, accanto a consistenti spostamenti di uomini all’interno della stessa Europa, hanno conosciuto uno stra­ordina­rio incremento tra Otto e Novecento, quando le Americhe e specialmente gli USA divennero terre di grandi opportunità. Ma sono andati poi lentamente esaurendosi tra le due guerre mondiali, in parte per le perdite demografiche provocate dai due conflitti e in parte per le politiche restrittive che i paesi di destinazione hanno poco per volta opposto all’arrivo di nuovi migranti. Un solo dato, relativo al nostro Paese, può dare la misura della consistenza di questi flussi. Si calcola infatti che tra il 1876 e il 1915 circa 7,5 milioni di italiani siano emigrati nelle Americhe, dapprima specialmente in Argentina e in Brasile e poi soprattutto negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese tra il 1896 e il 1905 entrarono in media 130.000 italiani all’anno, che divennero 300.000 nel 1905 e 376.000 nel 1913. E come accade oggi nel Mediterraneo, anche allora i viaggi transoceanici dei migranti si svolsero in condizioni disperate: con la mediazione di spregiudicati avventurieri, su imbarcazioni quasi sempre inadeguate – «i vascelli della morte» – stipate oltre misura di uomini, donne e bambini, spesso ricettacoli di gravissime epidemie e talora destinate a drammatici naufragi”.

in F. TUCCARI, La crisi migratoria in Europahttp://aulalettere.scuola.zanichelli.it

EDMONDO DE AMICIS, Sull’oceano, Milano 1889

“Nel marzo 1884 lo scrittore e giornalista Edmondo de Amicis decise di imbarcarsi su un piroscafo che trasportava in Argentina, oltre ai passeggeri che viaggiavano per affari o per diletto, anche circa 1500 nostri connazionali emigranti. Il suo scopo era quello di documentare, con un’approfondita inchiesta giornalistica, un fenomeno che stava assumendo dimensioni sempre più imponenti, e che a cavallo dei due secoli avrebbe inciso profondamente sulle sorti del nostro paese. Da questo viaggio nacque, cinque anni più tardi, un romanzo intitolato Sull’oceano”. LEGGI TUTTO…

Angelo Tommasi, La partenza degli emigranti italiani per l’America, 1896, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

emigranti

Immigrati italiani in Mulberry Street, Little Italy, Manhattan, New York. Inizio Novecento

Giovanni Pascoli, Italy, 1904

XI

Ha tessuto e filato, anche ha zappato,
anche ha vangato, anche ha portato, oh! tanto
che adesso stenta a riavere il fiato!

O dolce Molly, tu le porti accanto
Doll nel lettino lucido, e tu resti
con loro… Tanto faticato e pianto!

pianto in vedere i figli o senza vesti
o senza scarpe o senza pane! pianto
poi di nascosto, per non far più mesti

i figli che… diceano addio, col canto.

XII

Addio, dunque! Ed anch’essa Italy, vede,
Italy piange. Hanno un po’ più fardello
che le rondini, e meno hanno di fede.

Si muove con un muglio alto il vascello.
Essi, in disparte, con lo sguardo vano,
mangiano qua e là pane e coltello.

E alcun li tende, il pane da una mano,
l’altro dall’altra, torbido ed anelo,
al patrio lido, sempre più lontano

e più celeste, fin che si fa cielo.

XIII

Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,
cielo deserto. O patria delle stelle!
O sola patria agli orfani del mondo!

Vanno serrando i denti e le mascelle,
serrando dentro il cuore una minaccia
ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia,
indifferenti al tacito diniego;
e cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia

no, dietro mormorare odono: Dego!

A proposito del poemetto Italy, cfr. il saggio di F. Bruni, in  http://www.italica.rai.it/principali/lingua/bruni/schede/italy.htm

“Nel 1904, traendo spunto da un episodio veramente accaduto nella famiglia di un piccolo agricoltore suo amico, Pascoli scrisse questo lungo poemetto (450 versi divisi in due canti, di terzine dantesche organizzate in strofe), che ha per sottotitolo Sacro all’Italia raminga, e dunque chiama in causa immediatamente il fenomeno dell’emigrazione, guardato con sgomento come perdita d’identità e fattore di estraneità reciproca fra chi è partito e i parenti rimasti in patria a conservare arcaiche abitudini di vita: tale estraneità è fittamente rappresentata nella prima parte del testo dall’incomprensione linguistica fra gli “americanizzati” che hanno quasi disimparato l’italiano e la famiglia in Lucchesia, che non conosce l’inglese. Inoltre, a complicare ulteriormente la trama dei piani linguistici, polarizzata sulla distanza fra italiano e inglese, intervengono da un lato i termini e i modi di dire dialettali e dall’altro le battute nel linguaggio misto italo-americano.
Protagoniste della poesia sono la piccola Maria-Molly, malata di tisi, riportata in Italia dal lontano Ohio per trovare aria buona e cure, e la nonna, che le si affeziona fino a morire, simbolicamente, in sua vece: il progressivo avvicinamento sentimentale fra le due, non intaccato dalle difficoltà di comunicazione, culmina alla fine del primo canto in una forma di comprensione superiore, intuitiva, in una sorta di reintegrazione reciproca.
Nel secondo canto, dopo che il lungo tempo piovoso ha ceduto a una primavera splendente e al ritorno delle rondini (intimamente assimilate a Molly), si annuncia la tosse fatale della nonna; a questo punto la narrazione subisce una battuta d’arresto, e lascia spazio a un inserto affidato alla voce del poeta, dai toni ora sgomenti, ora vaticinanti e visionari, in cui i mali dell’emigrazione sono introdotti attraverso l’equazione fra l’immagine della madre che vuole tutti i suoi figli nel nido e quella della patria (“antica madre”) che deve fare altrettanto: così l’Italia richiamerà tutte le sue genti dalle terre lontane dove lavorano in schiavitù, dalle miniere, dai ponti delle navi, “in una sfolgorante alba che viene” (II, 180). Questa presa di posizione ben s’inquadra nelle convinzioni politico-sociali di Pascoli in quegli anni, riassumibili nella teoria del “socialismo patriottico” e influenzate fortemente dall’acceso nazionalismo di Enrico Corradini: Pascoli, che dichiarava di sentirsi “profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe”, sposta sostanzialmente i termini dell’analisi marxista dai rapporti di forza fra le classi sociali alla lotta fra le nazioni. E poiché l’Italia è il proletario tra i popoli, la nazione povera che ha fatto sempre arricchire gli altri (il nido da cui le rondini si allontanano perché “non c’è più cibo”, II, 80), non le si disdice un riscatto attraverso le conquiste coloniali, che renda finalmente giustizia al “popolo più faticante e industrioso e parco del mondo” e metta fine alle miserie dell’emigrazione.
Scrive Giuseppe Nava nel suo commento a Italy che il socialismo patriottico “rappresenta un tentativo di rimozione delle paure piccolo-borghesi d’uno sconvolgimento radicale della società e insieme una risposta all’esigenza della piccola borghesia intellettuale di tornare a ricoprire un ruolo dirigente, negatole dallo sviluppo del capitalismo. Non a caso l’emigrazione è sentita dal Pascoli anche e soprattutto dal punto di vista linguistico, come perdita della lingua materna” (Nava 1971, 134): ma la possibile conciliazione fra l’ottica dell’antica civiltà contadina e quella della moderna civiltà industriale è affidata, nel poemetto, proprio alla funzione unificante dello scrittore, capace di assumere entrambi i punti di vista, nell’utopia di una nazione industrializzata ma al tempo stesso articolata in una comunità di piccoli produttori.
Nei confronti dell’imbastardimento linguistico degli emigranti Italy mostra una sorta di attrazione-repulsione, con punte di sperimentalismo ardito, che si espongono soprattutto in sede di rima, fin dall’inizio del canto primo (febbraio : Ohio), con un compiacimento abbastanza trasparente (si veda la Nota a “Italy” che l’autore ha posposto al testo per agevolare la comprensione del “povero inglese” dei suoi personaggi).”

Luigi Pirandello, L’altro figlio, 1923

Da quattordici anni erano partiti anche a lei per l’America due figliuoli; le avevano promesso di ritornare dopo quattro o cinque anni; ma avevano fatto fortuna laggiú, specialmente uno, il maggiore, e si erano dimenticati della vecchia mamma. Ogni qual volta una nuova comitiva di emigranti partiva da Farnia, ella si recava da Ninfarosa, perché le scrivesse una lettera, che qualcuno dei partenti doveva per carità consegnare nelle mani dell’uno o dell’altro di quei figliuoli. Poi seguiva per un lungo tratto dello stradone polveroso la comitiva, che si recava, sovraccarica di sacchi e di fagotti, alla stazione ferroviaria della prossima città, fra le madri, le spose e le sorelle che piangevano, disperate; e, camminando, guardava affitto affitto gli occhi di questo o di quel giovane emigrante che simulava una romorosa allegria per soffocare la commozione e stordire i parenti che lo accompagnavano.

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C. Pavese, La luna e i falò, Einaudi, 

In California […] ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver attraversato tanto mondo, per veder della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso. Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame […]. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque. […] Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era la luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. […] Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che […] mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo? […] Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa. Ne avevo abbastanza. […] Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandava com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America, quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame. In Paese non sarei stato mai altro che un servitore […] e allora tanto valeva provare, levarmi la voglia […] ripassare anche il mare. Ma non è facile imbarcarsi, disse Nuto. Hai avuto coraggio. Non era stato coraggio, gli dissi, ero scappato. Tanto valeva raccontargliela.

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L. Sciascia, La zia d’America, da Gli zii di Sicilia, 1958

L. Sciascia, Il lungo viaggio, da Il  mare color del vino, 1973

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A. Baricco, Novecento, 1994

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava
aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva.
Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato,
muratore, brava persona… prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi… gli ha preso un po’ la mano, ha fatto l’America…
Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.

PER APPROFONDIRE

Marzia PessolanoNemico e/è straniero. Proposte didattiche per un percorso letterario, GRISELDAONLINE

http://rcslibri.corriere.it/rizzoli/stella/link/link.spm?refresh_ce-cp

 

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La poesia della vanità

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La grande letteratura della caducità si contrappone all’effimero di oggi
Da Góngora a Leopardi, gli scrittori che hanno cantato la fugacità delle cose destinate a passare e morire. Tra desiderio e dolore, nostalgia e disincanto. Lontano dal fatuo cinismo della conversazione mondana

Claudio Magris, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2016

C’ è un abisso fra vanesio e vano. Lo dicono pure le definizioni antitetiche che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dà della voce Vanità. «Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti; reali o presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione; eccessiva stima di sé, del proprio valore, della propria origine o estrazione; vanagloria, immodestia, presunzione; superba e sprezzante ostentazione della propria autorità». Credo che, a queste parole, sfilino davanti gli occhi della mente di ognuno di noi volti di gente famosa o di conoscenze solo personali, vip o presunti vip d’ogni genere, interi clan della politica, dei salotti, delle assemblee e, forse più rozzi e impudenti di tutti, della cosiddetta cultura e della letteratura. Ovviamente questa sfilata di pretenziose vacuità si interpone, in ognuno di noi, tra il nostro volto e lo specchio, risparmiandoci e impedendoci di vedere la nostra supponente vacuità.
Ma c’è, nella stessa pagina del Dizionario, un’altra definizione di Vanità: «Precarietà, transitorietà, labilità, caducità, durata effimera, passeggera di ciò che è destinato a perire, della vita stessa». Questa, più che Vanità, è Vanitas e ha poco a che fare con la spocchiosa presunzione; non è l’ostentazione di alcun pregio esclusivo, perché è una condizione universalmente umana ed è il sentimento della stessa. È il senso di uguaglianza di tutti gli esseri umani, soggetti al comune destino di appassire, sfiorire e svanire e di vedere appassire, sfiorire e svanire ciò che desiderano, che amano, in cui credono e che vorrebbero far loro per sempre. Boccaccio parla dello «splendore balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla Vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo sùbito reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla». Petrarca, accennando alla donna amata ormai vecchia, evoca «de’ vostri occhi il lume spento; / e i cape’ d’oro fin farsi d’argento».
Ma è soprattutto il Barocco a sentire — e ad amare, col senso di amare invano — le cose fugaci votate a passare e a morire. Protagonista e motore della Vanitas, per Marino è il tempo: «Un lampo è la beltà, l’etate è un’ombra, / né sa fermar l’irreparabil fuga [—]. Amor non men di lui veloci ha i vanni, / fugge co’ l fior del volto il fior degli anni». La donna è rosa che sfiorisce, il sole è vissuto e ammirato quando cala: «Così riluce il sol più dolcemente — dice un sonetto di Fabio Leonida — e meglio si vagheggia, allor che scende, / passato ‘l mezzo dì verso Occidente». La Vanitas non è solo malinconia e stanchezza, ma è anche e forse soprattutto intensità di desiderio, tanto più appassionato quanto più consapevole della caducità del proprio oggetto e di se stesso. «Così trapassa al trapassar d’un giorno — canta l’uccello dalle piume variopinte nella Gerusalemme liberata — della vita mortale e il fiore e il verde; / né, perché faccia indietro april ritorno / si rinfiora ella mai, né si rinverde. / Cogliam la rosa in sul mattino adorno / di questo dì, che tosto il seren perde; / cogliam d’amor la rosa; amiamo or quando / esser si puote riamati amando».
Questo senso della Vanitas pervade la letteratura barocca di tutta Europa; per fare solo un esempio si pensi a Góngora. «Mientras por competir con tu cabello / oro bruñido al sol relumbra en vano…, mentre per emulare i tuoi capelli / oro brunito al sole splende invano» e la poesia si conclude: «Godi collo, capelli, labbro e fronte, / prima che quanto fu / in età dorata / oro, giglio, garofano, cristallo, / non soltanto in argento o viola tronca / si muti, ma tu e tutto unitamente / in terra, fumo, polvere, ombra, niente – en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada». C’è pure un pathos della Vanitas, «labirinto» — diceva Foscolo, contestandolo — in cui dobbiamo necessariamente perderci». La Vanitas può tuttavia non solo ispirare struggente amore per le cose amate ed effimere, ma diventar essa stessa oggetto e sostanza d’amore, come accadrà soprattutto nel Decadentismo. Amare non tanto qualcuno o qualcosa, ma l’amore stesso, l’amore vano; forse pure la parola, la musica melodiosa della parola «vano» — il «desir vano» di Ariosto, melodia delle sirene del cuore.
Un grande esempio di questa poesia della Vanitas è Pascoli. Egli ama le nuvole vane forse solo perché sono vane, il suo desiderio va alla loro lieve inconsistenza, alla loro rapida caducità. Nello stupendo Ultimo viaggio dei Poemi conviviali Odisseo, giunto all’isola Eea, l’Isola di Circe, si addentra tra i boschi e le macchie, seguendo il suono della cetra di Femio, l’aedo, ma trova quest’ultimo disteso su un mucchio di foglie secche, morto. È il vento che fa suonare la cetra appesa ai rami di un albero, «così mesto il canto / n’era e così lontano e così vano». È la più grande celebrazione poetica di ciò che è vano e appare l’essenza stessa della poesia, oggetto di un amore indicibile, che non solo non si può raggiungere ma che è amore solo perché è potenziale, non ancora detto, non oggettivato: «L’amore che dormìa nel cuore, / e che destato solo allor ti muore». Si ama solo finché non si ama qualcosa o qualcuno di determinato, finché si ama la Vanitas, il desiderio. Un’eco che risuona in tanti poeti successivi, sino ai giorni nostri.
Ben altra è la Vanità di cui canta il più grande dei suoi poeti e uno dei più grandi poeti in senso assoluto, Leopardi. La leopardiana «infinita Vanità del tutto» non è il morbido o struggente fascino del fumo in cui dilegua ogni cosa e ogni sentimento. È l’asciutta, oggettiva, altissima poesia di una ferma constatazione del nulla. «Delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi l’essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Sia o no tutto questo effetto del «brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera», si tratta della più alta espressione dell’universale diventar nulla in tutte le cose.
Molto è stato scritto sul pessimismo leopardiano; pochi anni fa in un incisivo, assai notevole libro di Andrea Rigoni, Leopardi diviene la chiave che introduce al tema generale e variegato della Vanità, cui il libro esplicitamente si intitola, Vanità. La prospettiva di Rigoni è vasta e include numerosi autori; se c’è la sublime Vanità di Leopardi, c’è la Vanità superficiale e facile di chi reagisce all’inconsistenza del mondo e della vita identificandosi con essa, facendone un vezzo o un distintivo di raffinata intelligenza, votandosi alla futilità con falsa civetteria, autoconvincendosi di snobbare e disprezzare la mondanità cui smania di avere accesso, fingendo con se stesso di ridacchiare delle élites in cui in realtà brama di far parte, credendosi il Narratore della Recherche affascinato dai Guermantes ma incapace, a differenza dal narratore proustiano, di capire che i Guermantes sono sin dall’inizio, già da sempre, i Verdurin.
Nel sentimento e nella rappresentazione leopardiana della Vanità del tutto si avverte, asciutto e classicamente dominato, il profondo dolore per questa Vanità, l’impossibile desiderio — percepito come vano ma non perciò meno doloroso — che la vita sia diversa. L’altissima poesia leopardiana della Vanità del tutto non ammette né struggimenti per la Vanitas né civetterie salottiere. «Vaghe stelle dell’Orsa io non credea…». Esattamente l’opposto del pessimismo compiaciuto e soddisfatto, e dunque filisteo, di un Cioran, pienamente a suo agio nella proclamazione del nulla e abile nel mascherare la gratificante banalità in una maschera di Vanità che, proprio presentandosi volutamente e anzi esibendosi volutamente come tale, suggerisca e faccia supporre dolorose profondità dissimulate nel fatuo cinismo della conversazione mondana.

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“To strive, to seek, to find, and not to yield…”: Tennyson e Pascoli

“Pare a me, o Socrate, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissima difficoltà. Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di aver esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o se a questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago. A meno che non si possa con maggiore agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l’aiuto cioè della rivelata parola di un dio”.
Platone, Fedone, XXXV

A. Tennyson, Ulysses, 1842

Alfred Tennyson, Ulisse,  traduzione di  G. Pascoli, in  Traduzioni e riduzioni, 1913

ULISSE
Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova:
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
l’Iadi pioverne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, chè sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:
e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine il restare
sotto la ruggine opachi né splendere più nell’attrito.
Come se il vivere sia quest’alito! Vita su vita
poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
porta con sé nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta
ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
compiere; Mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all’utile e al bene.
Irreprensibile egli è, ben fermo nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito è compie; io, il mio.
Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni,
cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
libere fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, compagni;
pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
d’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l’abisso
geme e sussurra all’intorno le mille sue voci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là; fin ch’abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.
Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s’è quello che s’è: una tempra d’eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

PER APPROFONDIRE: M.G. CIANI, Il volo di Ulisse, Marsilio, 2014

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Tennyson al cinema: OO7 Skyfall, 2012

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Giovanni Pascoli

                                                              Myricae

 VIDEOLEZIONI. Andrea Cortellessa spiega:

http://www.oilproject.org/lezione/la-poetica-del-fanciullino-di-pascoli-spiegazione-e-commento-1384.html

http://www.oilproject.org/lezione/lassiuolo-di-pascoli-analisi-del-testo-e-commento-1386.html

http://www.oilproject.org/lezione/gelsomino-notturno-di-pascoli-analisi-del-testo-e-commento-1388.html

http://www.oilproject.org/lezione/la-vertigine-di-giovanni-pascoli-lettura-e-commento-di-andrea-cortellessa-1390.html 

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Viburni

Digitale purpurea

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