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“Chi è questa che vèn…”

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Theophile Steinlen, “Une Femme Qui Passe”, 1897

Quae est ista quae progreditur quasi aurora consurgens pulchra ut luna electa ut sol terribilis ut acies ordinata… Canticum Canticorum, 6, 9

George G. Byron, She Walks in Beauty, 1813

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that’s best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes;
Thus mellowed to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impaired the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o’er her face;
Where thoughts serenely sweet express,
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o’er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!

Quando lei passa

Quando lei passa nella sua bellezza
Come la notte in un cielo stellato
Tutto il meglio del buio e della luce
Bagna la sua persona ed i suoi occhi
Che sono così dolci a quella tenera
Luce negata al fulgore del giorno.

Soltanto un’ombra in più o un raggio in meno
Sciuperebbero in parte la grazia
Che ondeggia sulle sue trecce corvine
O tenuamente illumina il suo volto
Che si rivela preziosa dimora
Dei suoi sereni e soavi pensieri.

Sulla sua guancia, sulla sua fronte,
Così tenere e quiete ma espressive,
I colori, il sorriso seducente,
Confidano di giorni tesi al bene,
Della sua mente che con tutto è in pace
E del suo cuore che amando è innocente!

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                                     Banksy(?), She walks in beauty , London

Eleonora Lucchetti, Se il poeta spia una donna che cammina,  “La repubblica”, 15 settembre 2001

gradiva

Aglauridi e Ore (a sinistra la figura detta Gradiva), rilievo in marmo da un originale greco del IV secolo a.C., Roma, Musei Vaticani

Le donne sono mobili per natura, dicono i poeti. E se voi uomini vi girate a guardarle mentre camminano, se non riuscite a trattenervi e dite loro qualche frase carina mentre vi passano accanto leggere come piume, sappiate che partecipate a un mistero legato alla bellezza che risale alla notte dei tempi. Lo spiega molto bene il libro di una studiosa della letteratura italiana che collabora con la Johns Hopkins University di Baltimora, Rossana Fenu Barbera: La donna che cammina. Incanto e mito della seduzione del passo femminile nella poesia italiana del primo Novecento (Longo editore, pagg. 160). Questo saggio ricorda quanto sia stretto il rapporto fra emozione e movimento (come suggerisce la coppia di termini inglesi motion/emotion), e quanta parte abbia avuto nella letteratura e nell’arte il passo femminile. Attraverso inquantificabili stratificazioni culturali, dall’antichità al Medioevo e al Rinascimento (si pensi al passo femminile salvifico nello stilnovo o alla Primavera che incede di Botticelli), il topos della donna che cammina si è trasmesso nei secoli fino a depositarsi nell’inconscio collettivo dei poeti moderni, che lo hanno declinato in mille modi. L’ ingresso della donna amata nella vita del poeta Camillo Sbarbaro avviene «con passo di danza» (Ora che sei venuta). In Saba il passaggio fugace di una donna sconosciuta provoca un terremoto interiore (L’incontro). Per Mario Luzi il passo femminile assume valenze metafisiche e indica il cammino da compiere: «il tuo passo luceva silenzioso» (Periodo). La figura della «passante» può avere una forte carica simbolica e astratta, come in Une femme qui passe di Dino Campana («Andava. La vita s’ apriva/ Agli occhi profondi e sereni?/ Andava lasciando un mistero/ Di sogni avverati ch’ è folle sognare per noi/ Solenne ed assorto il ritmo del passo/ Scendeva il suo sogno/ Solenne ritmico assorto/ Passò), oppure produrre un concretissimo scatenamento dei sensi, come accade nell’inimitabile Livorno di Giorgio Caproni («Livorno, quando lei passava,/ d’aria e di barche odorava»). I verbi usati per indicare il movimento sono diversi: passare, andare, venire, scendere, salire, ritrarsi, avanzare, dondolarsi, ondulare, ancheggiare. E diverso è anche, in ogni poesia, il modo in cui il ritmo poetico si accorda col ritmo dei passi della donna. L’ autrice del libro, però, propone un’unica interpretazione per tutte queste deambulazioni: la donna che cammina è una proiezione dell’ anima dell’io poetante che la vede e anche una meditazione sulla poesia stessa, che un tempo era misurata in «piedi» e in studi recenti, come Il viaggio testuale di Maria Corti, viene concepita proprio come un «cammino». Se questa donna poesia anima ha «camminato» fino ad oggi dal Libano del biblico Cantico dei Cantici attraverso la Firenze duecentesca di Cavalcanti («Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,/ che fa tremar di chiaritate l’aere…»), una ragione profonda ci sarà. E ci deve essere anche un perché se questa figura vitale, nei testi poetici della prima metà del Novecento, diventa, per la prima volta, libera di dirigere anche il suo sguardo elemento seduttivo spesso legato all’incedere dove vuole: è una creatura indipendente e, forse, finalmente consapevole del potere che esercita. Resta da verificare se questa immagine metastorica dell’anima permane nella poesia italiana degli ultimi anni e anche, come suggerisce la stessa Fenu Barbera, cosa accade quando a scrivere versi non sono gli uomini ma proprio l’ altra metà del cielo. In realtà, la donna che cammina sembra affascinare sia il genio sia l’uomo della strada, e pertanto sarebbe interessante fare un censimento molto più ampio sulla penetrazione di questa figura archetipo nell’immaginario collettivo. Del resto il protagonista del celebre romanzo di Wilhelm Jensen Gradiva, una fantasia pompeiana, estasiato di fronte a una giovane donna ritratta in un bassorilievo antico nell’«estrema levità dell’incedere», si pone le stesse domande che rivolse a se stessa Lady Duff Gordon, in arte Lucile, organizzatrice della prima sfilata di moda londinese, di fronte alle indossatrici che ancheggiavano in passerella: chi sono queste creature misteriose che camminano e da dove vengono?

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Edward Hopper, Woman walking, 1906, Whitney Museum, New York

Dino Campana (1885 -1932), Une femme qui passe, 1920 circa, in  Altre poesie 

Andava. La vita s’apriva
Agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi
Solenne ed assorto il ritmo del passo
Scandeva il suo sogno
Solenne ritmico assorto
Passò. Di tra il chiasso
Di carri balzanti e tonanti serena è sparita
Il cuore or la segue per una via infinita
Per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

CAMILLO SBARBARO (1988-1967),  Io che come un sonnambulo cammino, in Pianissimo, 1914

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinnanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini accanto lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore  me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un capello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore ponto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

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Alberto Giacometti (1901– 1966), “Femme qui marche”, 1932, Peggy Guggenheim Collection, New York

Vittorio Sereni (1913-1983), In me il tuo ricordo è un fruscìo,  in Frontiera (1941)

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

GIORGIO CAPRONI (1912-1990), L’uscita mattutina, in Il seme del piangere, 1950 -1958

Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.

L’ora era di mattina
presto ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!

Tutto Cors’Amadeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.

Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.

Giorgio Caproni, Quando passava

Livorno, quando lei passava,
d’aria e di barche odorava.
Che voglia di lavorare
nasceva, al suo ancheggiare!

Sull’uscio dello Sbolci,
un giovane dagli occhi rossi
restava col bicchiere
in mano, smesso di bere.

Giorgio Caproni, La gente se l’additava

Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta
e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com’era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:
che sembri scritta per gioco
e lo sei piangendo: e con fuoco.

Cesare Pavese, Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu – ferma e chiara.

28 marzo ’50

Audrey Hepburn in Rome:

Audrey Hepburn in Rome

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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Giacomo da Lentini, Amore è uno desio…

Amore è uno desio che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:8

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;11

e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

Dante Alighieri, Vita Nuova XX

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,
sì come il saggio in suo dittare pone,
e così esser l’un sanza l’altro osa
4com’alma razional sanza ragione.

Falli natura quand’è amorosa,
Amor per sire e ’l cor per sua magione,
dentro la qual dormendo si riposa
tal volta poca e tal lunga stagione.

Bieltate appare in saggia donna poi,
che piace a li occhi sì, che dentro al core
nasce un disio de la cosa piacente;

e tanto dura talora in costui,
che fa svegliar lo spirito d’Amore.
E simil face in donna omo valente.

 

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Da mi basia mille…

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CATULLUS, Liber, Carmen 7

Quaeris, quot mihi basiationes
tuae, Lesbia, sint satis superque.
Quam magnus numerus Libyssae harenae
lasarpiciferis iacet Cyrenis
oraclum Iovis inter aestuosi
et Batti veteris sacrum sepuclrum;
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores:
tam te basia multa basiare
vesano satis et super Catullo est,
quae nec pernumerare curiosi
possint nec mala fascinare lingua.

v. 4; il «silfio», lasarpicium, era una pianta fortemente odorosa, che produceva un succo resinoso ed era usata in cucina e in medicina, vedi Plinio, Storia della natura, XIX), fino all’oracolo «del torrido Giove» (v. 5, Iovis… aestuosi, cioè il tempio del dio egiziano Ammone, identificato con Zeus-Giove, che si trovava nell’oasi di Siwah, al confine tra Libia ed Egitto) e alla tomba di Batto, collocata nella piazza di Cirene, di cui Batto era ritenuto il mitico fondatore (v. 6). Proprio quest’ultimo richiamo rende scoperto l’omaggio di Catullo a Callimaco, che era originario di Cirene e soprattutto si vantava di discendere da Batto (tale peraltro era anche il nome di suo padre): Catullo stesso in altri due carmi ricorda il poeta greco con il solo appellativo di «Battíade»  [Cipriani, Letteratura latina].

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Eva Cantarella, Dammi mille baci. Vere donne e veri uomini nell’antica Roma, Feltrinelli,  2009. Anteprima del libro: CLICCA QUI.

da “DAMMI MILLE BACI” :

“Dammi mille baci,” chiede il poeta Catullo alla sua amatissima Lesbia, “e poi cento, e poi ancora altri mille…”: una delle poesie più celebri della letteratura latina. Una storia d’amore, quella tra Catullo e Lesbia, piena di passione, che – dopo uno, due, tre, forse mille tradimenti – si trasforma in disperazione e disprezzo. Una storia che fa pensare a un rapporto vissuto secondo i canoni più tradizionali, per non dire più scontati, dell’amore romantico.
Ma sarebbe sbagliato dedurre da questi versi che i romani fossero romantici. Se Catullo lo fu, in alcuni momenti della sua vita, e certamente in alcune poesie, lo fu a modo suo. O meglio, lo fu nel modo in cui poteva esserlo un romano: come parentesi – non importa quanto lunga, pur sempre una parentesi – all’interno di un rapporto vissuto, di regola, all’insegna di una sessualità prepotente, arrogante, per non dire, come vedremo, addirittura predatoria. E non solo nei confronti del sesso femminile, ma anche quando l’oggetto del desiderio non era, come accadeva spesso, una donna, bensì un ragazzo.
Lesbia, infatti, non è la sola persona amata cui il poeta veronese chiede mille baci. Con toni non meno romantici, ne chiede ben più di mille – e riesce a strapparne quanto meno uno – al giovane, bellissimo e dolce Giuvenzio, di cui fu per un certo periodo innamorato. Salvo poi, come nel caso di Lesbia, rimanere deluso, amareggiato dai suoi tradimenti, e minacciare i rivali di vendette, anche sessuali, tutt’altro che romantiche.
Nel dare inizio alla nostra ricognizione sull’amore a Roma, vediamo dunque di ricostruire queste due storie.

“Tu chiedi Lesbia del tuo baciarmi” 

La donna cantata da Catullo come Lesbia si chiamava, in realtà, Clodia. Sorella di Clodio, ex tribuno e capo di una banda che sosteneva con la violenza la politica dei popolari, e in particolare di Cesare, Clodia era molto bella. I suoi occhi erano così splendenti da meritarle l’appellativo di boopis, “grandi occhi” (letteralmente “occhi di giovenca”, che i greci consideravano un complimento), il soprannome della moglie di Zeus: l’equivalente greco di Giove, la cui moglie, a Roma, si chiamava Giunone.
Sposata a Quinto Cecilio Metello Celere, nel 61 a.C., a trentatré anni, Clodia incontra Catullo, di circa dieci anni più giovane. Nasce una passione che il poeta vive con tutta l’intensità della sua gioventù, a dare un’idea della quale niente di meglio del celebre, già citato carme dei mille baci.

Vita e amore a noi due Lesbia mia
e ogni acida censura di vecchi gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
ma questa nostra luce fuggitiva
una volta abbattuta, dormiremo
una totale notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
e ancora baci cento baci mille baci. 

A volte, è Lesbia a chiederli, a voler sapere da Catullo quanti basteranno a saziarlo:
Tu chiedi Lesbia del tuo baciarmi
la misura io fissi che mi colmi.
I granelli di sabbia d’Africa…
o le stelle che guardano infinite
nelle tacite notti i disperati
abbracci umani. Tu baciami
tanto che gli occhi avidi
delle lingue smaniose
di farci incanti non contino i tuoi baci:
Catullo avrà calmati i suoi deliri.

Ma alla passione si alternano freddezze, abbandoni, distacchi che a volte sembrano definitivi:

Oh pazzo, basta! Povero Catullo,
quel che è perduto è perduto.
I tuoi giorni di paradiso li hai avuti,
quando il tuo amore ti diceva vieni
tu ti precipitavi.
Così amata da te è stata lei
come nessuna da nessuno mai…
Ora non vuole più.
Debole cuore, non devi volere più
neanche tu. 

I proponimenti, però, non vengono mantenuti. Pur consapevole di quelli che definisce i crimini di Lesbia, Catullo continua ad amarla:

Per tua colpa mia Lesbia il mio cuore 
per frenesia di te così abbrutito 
così incupito si è che più non posso, 
fossi tu la migliore delle donne, 
perfettamente adorarti. 
Ma qualunque tu crimine compiessi 
seguiterei ad amarti. 
Non sappiamo in quale sequenza, si susseguono riconciliazioni, giuramenti, speranze. Quel che è certo è che Lesbia, chissà quante volte, dopo aver abbandonato Catullo torna da lui. Catullo la perdona, ma ormai il suo è un amore avvelenato:

Odio e amo.
Come sia non so dire,
ma tu mi vedi qui crocifisso
al mio odio ed amore. 

E dalla sua croce lancia contro l’infedele le invettive più terribili:

Si goda a lungo i suoi trecento amanti…
E non creda che io come altre volte
a lei ritorni più che mai suo…
È morto in me l’amore
.

…CONTINUA LA LETTURA DEL SAGGIO.  CLICCA QUI

Tutti i carmina del Liber catulliano in lingua latina e in traduzione italiana.

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… e ancora baci: R. FERRUCCI, Le cinque pagine memorabili della storia della letteratura: baci, “Corriere della Sera – La lettura”,  4  dicembre 2011

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793. Marmo bianco

Louise Labé (1520 ? – 1566 ?), Baise m’encore, 1555

Baise m’encor, rebaise moy et baise :
Donne m’en un de tes plus savoureus,
Donne m’en un de tes plus amoureus :
Je t’en rendray quatre plus chaus que braise.

Las, te pleins tu ? ça que ce mal j’apaise,
En t’en donnant dix autres doucereus.
Ainsi meslans nos baisers tant heureus
Jouissons nous l’un de I’autre à notre aise.

Lors double vie à chacun en suivra.
Chacun en soy et son ami vivra.
Permets m’Amour penser quelque folie :

Tousjours suis mal, vivant discrettement,
Et ne me puis donner contentement,
Si hors de moy ne fay quelque saillie.

Baciami ancora, ribaciami e bacia:
dammene uno dei più saporosi,
dammene uno dei più amorosi,
te ne renderò quattro più ardenti che brace.
Ahimè, ti lamenti? Ma è un male che allevio,
donandotene altri dieci di quelli dolcissimi.
Così, intrecciando i tenerissimi baci,
l’un dell’altro l’altro in pien’agio godiamo.
Allora per entrambi seguirà raddoppiata la vita.
Ed ognuno nell’altro più che in se stesso vivrà.
Permettimi, Amore, qualche follia pensare:
quando rinchiudermi in me stessa è il male
nessuna gioia donare mi è concessa,
se fuor di me non mi posso liberare.
(Trad. Francesca Santucci)

Costantin Brancusi, Il bacio, 1907. Pietra, 28 cm. Muzeul de Arta

George Gordon Byron, To Ellen, 1807

Oh! might I kiss those eyes of fire,
A million scarce would quench desire:
Still would I steep my lips in bliss,
And dwell an age on every kiss;
Nor then my soul should sated be,
Still would I kiss and cling to thee:
Nought should my kiss from thine dissever;
Still would we kiss, and kiss for ever,
E’en though the numbers did exceed
The yellow harvest’s countless seed.
To part would be a vain endeavor:
Could I desist? — ah! never — never!

Oh potessi io baciare questi occhi di fuoco,
un milione a stento la brama colmerebbe.
Le mie labbra nell’ebbrezza immergerei,
che, ad ogni bacio, durerebbe un secolo.
Né l’anima mia sarebbe sazia;
ancora ti vorrei baciare, stringermi a te
e mai da te dovrebbero staccarsi i miei baci,
ma sempre baci e nuovi baci tra di noi;
e se il numero dovesse superare
persino gli infiniti grani delle bionde messi
e contarli fosse un desiderio vano,
potrei forse desistere? –ah! mai – mai.

Giovanni Prini, Gli amanti, 1909-1913, marmo

Fernando Pessoa, Como se cada beijo [Ricardo Reis, 1888-1935]

Como se cada beijo
Fora de despedida,
Minha Cloe, beijemo-nos, amando.
Talvez que já nos toque
No ombro a mão, que chama
À barca que não vem senão vazia;
E que no mesmo feixe
Ata o que mútuos fomos
E a alheia soma universal da vida.

Come se ogni bacio
fosse d’addio,
mia Cloe, baciamoci amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla la mano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l’uno per l’altra fummo
all’altrui somma universale della vita.

 

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Desinas ineptire: quando finisce un amore

CATULLUS, Liber, VIII. Ad se ipsum

MISER Catulle, desinas ineptire,
et quod uides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum uentitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu uolebas nec puella nolebat,
fulsere uere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non uult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser uiue,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit inuitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, uae te, quae tibi manet uita?
quis nunc te adibit? cui uideberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

CATULLUS, Liber, XI. ad Furium et Aurelium

FVRI et Aureli comites Catulli,
siue in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,
siue in Hyrcanos Arabesue molles,
seu Sagas sagittiferosue Parthos,
siue quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,
siue trans altas gradietur Alpes,
Caesaris uisens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ulti-
mosque Britannos,
omnia haec, quaecumque feret uoluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.
Cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.

LXXVI. Ad deos

SIQVA recordanti benefacta priora uoluptas
est homini, cum se cogitat esse pium,
nec sanctam uiolasse fidem, nec foedere nullo
diuum ad fallendos numine abusum homines,
multa parata manent in longa aetate, Catulle,
ex hoc ingrato gaudia amore tibi.
Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
aut facere, haec a te dictaque factaque sunt.
Omnia quae ingratae perierunt credita menti.
Quare iam te cur amplius excrucies?
Quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis,
et dis inuitis desinis esse miser?
Difficile est longum subito deponere amorem,
difficile est, uerum hoc qua lubet efficias:
una salus haec est. hoc est tibi peruincendum,
hoc facias, siue id non pote siue pote.
O di, si uestrum est misereri, aut si quibus umquam
extremam iam ipsa in morte tulistis opem,
me miserum aspicite et, si uitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica uelit:
ipse ualere opto et taetrum hunc deponere morbum.
o di, reddite mi hoc pro pietate mea.

Propertius, Elegiae, II, 5

Hoc verum est, tota te ferri, Cynthia, Roma,
et non ignota vivere nequitia?
haec merui sperare? dabis mihi, perfida, poenas;
et nobis aliquo, Cynthia, ventus erit.
inveniam tamen e multis fallacibus unam,
quae fieri nostro carmine nota velit,
nec mihi tam duris insultet moribus et te
vellicet: heu sero flebis amata diu.
nunc est ira recens, nunc est discedere tempus:
si dolor afuerit, crede, redibit amor. […]

What obtains? Your name has become a watchword. All Rome
is telling Cynthia jokes with dirty punchlines.
What have I done to deserve such a vile thing? Your betrayal
will cost you. I’ll be revenged. I’ll sail away
to a safe haven and find myself some girl
who’ll appreciate me and is eager to be immortal
in these verses of mine. And she will be better tempered, too,
and won’t kick me around the way you do,
and then you’ll know how it feels to be jilted, jealous, a joke.
It’s what you deserve for taking my love for granted. 10
And this is the time to do it: I must leave when my anger is hot. […]

Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolìo
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita io abbia mai levato al cielo.

Per essere un borderline
ho fatto miracoli
di eleganza e d’ironia
ma ugualmente
è venuto il giorno
in cui per la tua vita
son diventato un mostro

Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato.

Passaci tu però
così impazzisci.

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007

Vladimir Majakovskij,  Lilicka

(Al posto di una lettera)

Il fumo del tabacco ha mangiato l’aria.
La stanza é un capitolo dell’inferno di Krucènych.
Accanto a questa finestra
per la prima volta,
in estasi, carezzai le tue mani.
Oggi ti vedo seduta,
il cuore in un’armatura di ferro.
Ancora un giorno,
e mi scaccerai,
coprendomi forse di ingiurie.
Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,
nella manica a lungo tenterà di infilarsi.
Balzerò fuori,
lancerò per strada il mio corpo.
Selvaggio,
diventerò pazzo,
trafitto dalla disperazione.
Non si deve giungere a questo:
cara,
buona,
diciamoci adesso addio.
Nonostante questo,
il mio amore,
pesante come un macigno,
resta appeso al tuo collo,
dovunque tu fugga.
Lasciami in un estremo grido urlare
l’amarezza di offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
andrà
a stendersi in gelide acque.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è mare,
e a questo amore neanche col pianto darai una tregua.
Se anela il riposo lo stanco elefante
regalmente si sdraierà sulla rena infocata.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se l’amata avesse in tal modo torturato il poeta,
egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,
ma per me
non c’è un solo suono di festa
oltre al suono del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non berrò del veleno,
non oserò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama d’alcun coltello.
Domani scorderai
che ti avevo fatto regina,
che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,
e lo sfrenato carnevale dei futili giorni
disperderà le pagine dei miei libri…
Le foglie secche delle mie parole
potranno mai fermarti
per un sospiro?
……………………………………………………………
Lascia almeno
ch’io copra con un’ultima tenerezza
il tuo passo che si allontana.

Pietrogrado, 26 maggio 1916

http://www.youtube.com/watch?v=bC5_gJXUh-I

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