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Il ramo d’oro

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Joseph Mallord William Turner, “The Golden Bough”, 1834

Marino Niola, La magia del Ramo d’oro da Freud a Jim Morrison, “La Repubblica”, 17 novembre 2017

Senza “Il ramo d’oro” di Frazer la cultura moderna non sarebbe la stessa. Quei dodici volumi, iniziati nel 1890 e terminati giusto un secolo fa, negli ultimi mesi del 1915, sono un fantastico viaggio attraverso mitologia e magia, credenze e rituali di tutti i tempi e di tutto il mondo, alla ricerca della sorgente delle nostre istituzioni politiche e religiose. Del filo evolutivo che unisce passato e futuro dell’uomo. Muovendosi arditamente tra i popoli antichi e quelli primitivi. E facendosi beffe dell’eurocentrismo della sua epoca. Il risultato è un monumentale compendio dell’antropologia evoluzionista. Uno strepitoso Grand Tour dell’immaginario che parte dall’Italia. Dalle sponde boscose del lago di Nemi, dove si trovava il tempio di Diana Nemorensis, la dea del bosco sacro. Proprio questo significa la parola latina “nemus”. A fondarlo era stato Oreste, fuggito dalla Grecia dopo aver ucciso la madre Clitemnestra. A custodirlo era il cosiddetto re nemorense, una singolare figura di sovrano e sacerdote, signore degli uomini ma anche della natura, della cui energia era il rappresentante terreno. Come del resto tutti gli antichi sovrani, il cui ruolo aveva una potenza misteriosamente magnetica, numinosa e magica insieme.

Insomma una carica politica, ma anche una carica elettrica. Proprio per questo gli era permesso tutto tranne che mostrarsi debole, ammalato, invecchiato. Ecco perché il rituale del tempio obbligava il rex ad una prova di forza periodica. Un duello mortale con un pretendente al sacerdozio. Era necessario però che lo sfidante entrasse nell’area consacrata in una notte di tempesta, quando la natura è al massimo dello scatenamento, e strappasse un ramo dorato dall’albero sacro a Diana. Era questo il ramo d’oro. Lo stesso che Enea aveva impugnato durante la sua discesa agli inferi.

Il vincitore diventava il nuovo re della selva. Fino al prossimo duello. Una successione per mezzo della spada che mette a nudo le due metà del potere: eccezione e istituzione, forza e diritto, caos e ordine, legittimità e potenza. L’uccisione del re debole e sconfitto — che in molti popoli studiati da Frazer prende addirittura la forma di un regicidio di Stato — serve in realtà a preservare il ruolo del sovrano, l’uomo che rappresenta la collettività, dalla debolezza del corpo che lo incarna. Come dire che la capacità di difendersi e di offendere, di rendere funzionale la violenza, è la materia prima della leadership.

La grande lezione di Frazer sta nell’aver fatto affiorare, esempi alla mano, questa trama oscura della potenza che nessuna legittimazione è in grado di far sparire, né di razionalizzare. Quella che gli antichi chiamavano la Regola di Nemi è, insomma, la legge del più forte. O, come avrebbe detto Carl Schmitt, lo stato di eccezione che diventa norma. Col giovane che fa fuori il vecchio. È la cultura che imita la selezione naturale, trasformando la physis in polis.

Questa Bibbia dell’antropologia ha influenzato tutto il Novecento. Sigmund Freud ammetteva di dovere proprio a Frazer l’idea dell’uccisione del padre che sta al cuore edipico di Totem e tabù.

Un filosofo come Ernst Cassirer era decisamente ispirato dai venti animistici che soffiano sul Ramo d’oro quando scriveva la Filosofia delle forme simboliche. E Henri Bergson ci trovò una sorta di motore di ricerca per la teoria dello slancio vitale che è alla base della sua Évolution creatrice. Un poeta come Yeats cercava nello zibaldone frazeriano il filo che lo riconducesse alle matrici epiche della poesia. E David H. Lawrence, l’autore di L‘amante di Lady Chatterley, dichiarava senza mezzi termini il suo debito verso il padre di tutti gli antropologi. Mentre Joseph Conrad scrive Cuore di tenebra ispirandosi in toto alla pagina frazeriana che racconta l’assassinio rituale del re africano di Chitombé. E, last but not least, La terra desolata di Thomas S. Eliot, il grande poema sulla crisi della civiltà occidentale, che si può considerare una vertiginosa variazione poetica sul Ramo. Con al centro la mitica figura del re pescatore, il sovrano morente la cui malattia contagia la terra trasformandola in una landa arida e senza vita.

Fino ad Apocalypse Now, il film che Francis Ford Coppola trasse dal capolavoro conradiano trasferendone la scena in Vietnam. E che costituisce un’autentica summa del frazerismo novecentesco. Una discesa nelle profondità dell’umano che mette insieme Conrad e l’Inferno di Dante, la Terra desolata di Eliot e la leggenda del Graal, fino alla cultura psichedelica degli anni Sessanta. E su tutti James George Frazer, vera chiave di volta del film. Addirittura dichiarata dal regista che inquadra due libri sul tavolo del colonnello Kurtz, il rex nemorensis dell’esercito americano, interpretato da Marlon Brando. Uno è il Ramo d’oro e l’altro è Dal rito al romanzo di Jessie Weston, a sua volta ispirata all’opera di Frazer. Il regista tesse una tela di ragno che cattura il sentimento del tempo, i bagliori apocalittici che illuminano la conclusione del secolo breve, il tramonto di una storia esausta. In questo senso il colonnello Kurtz è due persone in una. Ha due corpi e due anime, proprio come gli antichi re divini di cui parla il Ramo d’oro. L’ufficiale, sfiancato dalla guerra, non rappresenta solo se stesso, ma anche la malattia contagiosa dell’Occidente imperialista, che sta trasformando il mondo in una terra desolata. L’ex soldato modello, che ormai prende ordini solo dalla giungla, si è trasformato in un signore della vegetazione e regna sulla foresta tra Vietnam e Cambogia, proprio come il re sacerdote regna sul bosco della dea cacciatrice. E come prescrive la Regola di Nemi, Kurtz va incontro al destino senza opporre resistenza. Del resto l’esecuzione, affidata al capitano Willard, ha le cadenze di un rito.

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A confermarlo è la colonna sonora, con la voce di Jim Morrison che canta The End. La canzone parla di un uomo perso in una “roman wilderness of pain”, una desolata terra romana. E di un “ancient lake”, un lago antico. Come in un lampo si chiude un cerchio millenario. L’antico lago dei Doors e quello di Diana si rivelano una sola regione dell’anima.

J. FRAZER, Il ramo d’oro, cap.1, Diana e Virbio

Chi non conosce il Ramo d’oro del Turner? La scena del quadro, tutta soffusa da quella aurea luminescenza d’immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava i più begli aspetti della natura, è una visione di sogno di quel piccolo lago di Nemi, circondato dai boschi, che gli antichi chiamavano «lo specchio di Diana». Chi ha veduto quell’acqua raccolta nel verde seno dei colli Albani, non potrà dimenticarla mai più. I due caratteristici villaggi italiani che dormono sulle sue rive e il palazzo ugualmente italiano i cui giardini a terrazzo digradano rapidamente giù verso il lago, rompono appena l’immobilità e la solitudine della scena. Diana stessa potrebbe ancora indugiarsi sulle deserte sponde o errare per quei boschi selvaggi.
Nei tempi antichi questo paesaggio silvano era la scena di una strana e ricorrente tragedia. Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto gli scoscesi dirupi su cui si annida il moderno villaggio di Nemi, si ergeva il sacro bosco e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del bosco. Il lago e il bosco erano spesso conosciuti come il lago e il bosco di Aricia. Ma la città di Aricia (l’attuale Ariccia) era situata più di tre miglia lontano, ai piedi del monte Albano, separata per mezzo di un’aspra pendice dal lago che giace in un piccolo cratere sul costone della montagna. In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico. Quest’uomo era un sacerdote e un omicida; e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece. Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato ucciso a sua volta da uno più forte o più astuto di lui.

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Virgilio, Eneide, VI, vv.125 – 159 (traduzione di Vittorio Sermonti, Milano, Rizzoli, 2008)

[…]“Nato dal sangue di dèi,
troiano figlio di Anchise, è facile la discesa all’Averno:
notte e giorno è aperta la porta del tetro Dite;
ma tornare sui propri passi e riaffiorar sotto il cielo,
questa è l’impresa, questa la fatica. Pochi figli di dèi,
130 prediletti dall’equo Giove o assunti al cielo dal fuoco
del loro valore, l’hanno ottenuto. Nel mezzo non c’è
che bosco, e il Cocito lo circuisce di cupi meandri.
Ma se desideri, se brami tanto di guadare due volte
la palude stigia, vedere due volte il nero Tartaro,
135 e vuoi prestarti a una fatica insensata, ascolta
cosa va fatto prima. Si nasconde nel folto d’un albero
un ramo dalle foglie e dal tenero stelo d’oro,
sacro a Giunone inferna: tutto il bosco lo scherma,
e lo riparano le ombre delle buie convalli. Ma
140 non è dato discendere nei segreti della terra, prima
d’aver colto dall’albero la frasca chiomata d’oro.
L’omaggio di questo tributo pretende la bella Proserpina:
spiccato il primo, ne spunta un altro, d’oro, e la verga
si veste di foglie dello stesso metallo. Perciò tu esplora
145 nel folto e, una volta trovato, staccalo con la tua mano
come vuole il rito. Da sé verrà via docilmente
se il fato ti chiama: altrimenti, forza in grado di vincerlo
non si da, non si da durissimo ferro che possa troncarlo.
Di più, il corpo d’un tuo amico giace disanimato (ah,
150 che lo ignori…) e luttuosamente contamina tutta la flotta,
mentre tu chiedi responsi impalato sulla mia soglia.
Rendilo alle sedi dovute, compònilo nel sepolcro!
Porta vittime nere: saranno la prima espiazione.
Così finalmente vedrai i boschi di Stige ed i regni
155 impervii ai vivi”. Disse, e ammutolì serrando le labbra.
Enea, tristissimo in viso, gli occhi sgranati, abbandona
l’antro, e cammina dipanando nel chiuso del cuore
l’oscurità degli eventi. Gli si accompagna il fedele
Acate, passo passo, afflitto dagli stessi pensieri.
[…]
Si va nella vecchia foresta, cupo covile di belve;
180 crollano i pini, i lecci suonano sotto le accette,
coi cunei si spaccano tronchi di frassino e roveri
fibrosi, orni giganti rotolano dalla montagna.
Primo in quelle faticose mansioni, dotato dei medesimi
attrezzi, Enea non manca di incitare i compagni;
185 e intanto, guardando l’immenso bosco, rimugina questo
nel cuore suo triste, e gli vien fatto di pregare così:
“Ah, scoprissi adesso su un albero di così immensa
foresta il ramo d’oro!… ché la veggente di te,
Miseno, ha detto tutto il vero (fin troppo ne ha detto!)”.
190 Non ha finito di pregare, che sotto i suoi occhi, così,
una coppia di colombi venuta a volo dal cielo
si posa sul verde del prato. Allora il magnanimo eroe
riconosce gli uccelli materni, ed esultante li supplica:
“Guidatemi voi, e, se c’è una via, orientate per l’aria
195 il volo nei boschi, là dove il ramo prezioso ombreggia
la fertile terra. E tu non abbandonarmi nell’indecisione,
dea madre!”. Ciò detto trattiene il passo, scrutando
che segni diano i colombi, in che direzione si orientino.
Quelli, beccando qua e là, svolazzano via, ma non
200 tanto che a chi li segue succeda di perderli d’occhio.
Poi, nonappena raggiunte le bocche del fetido Averno,
impennano il volo, e planando per la trasparenza dell’aria,
si posano nel luogo sperato sull’albero ambiguo, di dove
s’irradiava isolata fra i rami l’aura dell’oro.
205 Come col freddo d’inverno nei boschi prolifera il vischio
di frasche strane, dacché non germoglia da seme proprio,
e i tronchi torniti avvolge di bacche d’un pallido giallo,
così si distingue sul fosco del leccio quel frascheggiare
d’oro, così la lamella crepita al vento leggero.
210 D’impeto Enea la afferra, smanioso, e, per quanto rilutti,
strappa la frasca e la porta nell’abituro della Sibilla.

Dal cap.2, Re sacerdoti

Le domande a cui ci proponiamo di rispondere sono principalmente due. Perché a Nemi il sacerdote di Diana, il re del bosco, doveva uccidere il suo predecessore? E perché, prima di far ciò, doveva strappare il ramo di un certo albero che l’opinione degli antichi identificava come il ramo d’oro di Virgilio? […]

Robert Cozens, Nemisee mit der Stadt Genzano (Lago di Nemi, 1777 c.a), London

Fabio Dei, J. G. Frazer e le quattro edizioni del Golden Bough, (tratto e riadattato da La discesa agli inferi. J.G. Frazer e la cultura del Novecento, ed. Argo, 1998), Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, 2004

Il critico Lionel Trilling ha scritto una volta che Il ramo d’oro dovrebbe essere il punto di partenza di ogni studio della letteratura moderna, per l’ «effetto decisivo» che ha avuto su di essa. Almeno in relazione alla letteratura di lingua inglese, questa affermazione non è esagerata – ed è stata presa alla lettera, come vedremo, da alcuni orientamenti critici. Pochi libri hanno nutrito
l’immaginario artistico del Novecento come quello di Frazer. Fin dalle sue prime edizioni, Il ramo d’oro è circolato con straordinaria intensità nel mondo letterario, che lo ha usato come un inesauribile repertorio di idee, immagini e suggestioni. In particolare, ne sono stati influenzati in modo diffuso e profondo gli scrittori e gli artisti che hanno lavorato a ridosso della prima guerra mondiale – quelli che si è soliti accomunare sotto l’etichetta di «modernisti». Per questa generazione di intellettuali – da Eliot a Joyce, da Pound a Lawrence e molti altri – Frazer è stato oggetto di un interesse pari soltanto, forse, a quello suscitato dai lavori di Freud. Sia il metodo sia le tematiche frazeriane sono al centro dei loro interessi artistici e dei loro tentativi di costruire una rappresentazione dell’uomo e della civiltà contemporanea. Un ruolo centrale che è sancito dal celebre passo delle note apposte da T.S.Eliot al poemetto The Waste Land («La terra desolata», 1922), vero e proprio manifesto del modernismo, in cui Il ramo d’oro è definito «un’opera che ha influenzato profondamente la nostra generazione».

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Da M. BEARD, THE GOLDEN BOUGH, in CONFRONTING THE CLASSICS. Traditions, Adventures and Innovations, PROFILE BOOKS LTD, London 2013

‘He has changed the world – not as Mussolini has changed it, with coloured shirts and castor oil; not as Lenin has changed it, boldly emptying out the baby of the humanities with the filthy bath of Tsarism; nor as Hitler, with the fanfaronade of physical force. He has changed it by altering the chemical composition of the cultural air that all men breathe.’
The cultural revolutionary celebrated here (unlikely as it must now seem) is Sir James Frazer, extravagantly written up over half a page in the News Chronicle of 27 January 1937. The article – under the title ‘He discovered why you believe what you do’ – certainly does not stint its praises of the grand old man, then in his eighties. Later on in the piece Frazer is portrayed as a hero-explorer of time and space, ‘at home in the Polynesia of a thousand years BC or the frozen north before even the Vikings had touched its shore’. And he ends up compared (to his own advantage, once more) with one of the most romantic of British heroes: ‘this quiet sedentary student has a mind similar to the body of Sir Francis Drake, ranging distant countries and bringing back their treasures for his own kind.’

The Golden Bough: Detail

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L’ira funesta

Giambattista Tiepolo, Affreschi di villa Valmarana, Vicenza, 1757: Achille, in preda all’ira, si scaglia contro Agamennone ma viene trattenuto per i capelli dalla dea Minerva

OMERO, Iliade, I, traduzione di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2007

Disse e si mise a sedere. Si alzò allora, pieno di collera, il figlio di Atreo, il potente Agamennone: un nero furore gli riempiva l’animo, gli occhi mandavano lampi di fuoco; e subito, guardando Calcante con odio, disse:
«Profeta di sciagure, mai mi predici qualcosa di buono; sempre il male ti piace svelare, di bene niente, non una parola, mai, che vada a compimento […]»
Lo guardò con odio e gli disse Achille dai piedi veloci:
«Uomo impudente e avido di guadagno, quale mai degli Achei sarà pronto a obbedirti, a seguirti nelle marce o nelle aspre battaglie? Non sono venuto qui a combattere a causa dei Teucri, a me nulla hanno fatto; non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto nella fertile Ftia, terra di eroi: monti pieni d’ombra sono fra noi, e il mare dai molti echi. Te abbiamo seguito, uomo senza vergogna, per tua soddisfazione, per l’onore di Menelao e per il tuo onore, bastardo, nei confronti dei Teucri. Non pensi a questo, non te ne curi; e minacci di togliermi il dono, quello per cui tanto ho penato, quello che mi hanno donato i figli dei Danai. Mai io ricevo un premio eguale al tuo, quando gli Achei distruggono una popolosa città dei Troiani; eppure sono le mie braccia a reggere il peso maggiore della guerra violenta; ma quando è il momento di spartire il bottino, a te tocca il dono più grande mentre io torno alle navi con il mio, piccolo e caro, dopo la fatica della battaglia. Ora però me ne vado a Ftia, perché è molto meglio tornare a casa sulle concave navi piuttosto che rimanere qui senza onore a raccogliere tesori e ricchezze per te».
Gli rispose Agamennone, signore di popoli:
«Vattene, se lo desideri, non sarò io a pregarti di rimanere; altri ho con me che mi faranno onore, e soprattutto Zeus dalla mente accorta.
Fra i re di stirpe divina tu mi sei il più odioso: ami le risse, lo scontro, la guerra; sei molto forte, ma questo è dono divino. Torna in patria con le tue navi e i tuoi uomini, regna sui tuoi Mirmidoni, di te non mi importa, la tua ira non mi turba. Anzi, ti dirò questo: poiché Febo Apollo mi toglie Criseide, la rimanderò indietro sulla mia nave, con i miei uomini. Ma verrò io stesso alla tua tenda e mi prenderò la bella Briseide, il tuo dono, perché tu sappia che sono più forte di te, e anche gli altri si guardino bene dal tenermi testa e parlarmi alla pari».
Disse così. E il dolore colpì il figlio di Peleo; nel suo forte petto si divise il cuore: non sapeva se levare dal fianco la spada affilata, incitare gli altri alla rivolta e uccidere lui stesso l’Atride, o frenare l’impulso e calmare la collera. Mentre era così incerto nel cuore e nell’animo e stava già per estrarre dal fodero la grande spada, Atena scese dal cielo: la mandava Era dalle bianche braccia che amava entrambi gli eroi in modo eguale e aveva cura di entrambi. Si fermò alle sue spalle e lo afferrò per i capelli biondi – apparve a lui solo, nessuno degli altri la vide -; colto da sacro stupore Achille si volse e subito riconobbe Pallade Atena; gli occhi mandavano lampi terribili.

Il lessico greco dell’ira. CLICCA QUI.

File:Peter Paul Rubens - The Wrath of Achilles - Google Art Project.jpg

Peter Paul Rubens, L’ira di Achille, 1630 – 1635, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

Seneca, De ira, I, 1-2, trad. di Mario Scaffidi Abbate

Ut scias autem non esse sanos quos ira possedit, ipsum illorum habitum intuere; nam ut furentium certa indicia sunt audax et minax vultus, tristis frons, torva facies, citatus gradus, inquietae manus, color versus, crebra et vehementius acta suspiria, ita irascentium eadem signa sunt: flagrant ac micant oculi, multus ore toto rubor exaestuante ab imis praecordiis sanguine, labra quatiuntur, dentes comprimuntur, horrent ac surriguntur capilli, spiritus coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus, gemitus mugitusque et parum explanatis vocibus sermo praeruptus et conplosae saepius manus et pulsata humus pedibus et totum concitum corpus magnasque irae minas agens, foeda visu et horrenda facies depravantium se atque intumescentium. […]
2. … nulla pestis humano generi pluris stetit. Videbis caedes ac venena et reorum mutuas sordes et urbium clades et totarum exitia gentium et principum sub civili hasta capita venalia et subiectas tectis faces nec intra moenia coercitos ignes sed ingentia spatia regionum hostili flamma relucentia. Aspice nobilissimarum civitatum fundamenta vix notabilia: has ira deiecit.

Per capire che uno preso dall’ira è uscito di senno basta guardarlo, poiché presenta gli stessi e indubitabili sintomi della follia: come il pazzo ha un’espressione insolente e minacciosa, la fronte accigliata, lo sguardo torvo, il passo nervoso, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro affannoso e frequente, così l’adirato ha gli occhi accesi e fiammeggianti, il viso arrossato per via del sangue che sale e ribolle fin dai precordi, le labbra tremanti, i denti serrati, ispidi e dritti i capelli, il respiro faticoso e stridente, le articolazioni contorte e scricchiolanti, la voce spezzata e confusa mista di gemiti e brontolii, frequenti colpi delle mani, un pestar la terra coi piedi, mentre dal corpo tutto eccitato «schizzano grandi e minacciosi segnali»:2 turpe e orrendo è l’aspetto di un uomo sfigurato dall’ira. […]
sappi che nessuna peste ha procurato più danni all’umanità: stragi, avvelenamenti, accuse reciproche e infamanti, saccheggi, genocidi, teste di re e di personaggi eccellenti messe all’asta e vendute, case bruciate, incendi non solo dentro le mura cittadine ma in territori immensi balenanti di fiamme nemiche. Guarda le fondamenta di città famosissime riconoscibili a stento: è l’ira che le ha distrutte.

Achille affronta Agamennone, mosaico romano, dalla Casa di Apollo a Pompei (VI, 7, 23), Museo Archeologico Nazionale di Napoli,

Seneca, De ira, III, 13, 1-3 (trad. di Costantino Ricci, Seneca, L’ira, BUR Rizzoli, Milano, 2009)

1. Pugna tecum ipse: si vis vincere iram, non potest te illa. Incipis uincere, si absconditur, si illi exitus non datur. Signa eius obruamus et illam quantum fieri potest occultam secretamque teneamus. 2. Cum magna id nostra molestia fiet (cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem), sed si eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In imo pectoris secessu recondatur, feraturque, non ferat. Immo in contrarium omnia eius indicia flectamus: uultus remittatur, uox lenior sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus interiora formantur. 3. In Socrate irae signum erat uocem summittere, loqui parcius; apparebat tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a familiaribus et coarguebatur, nec erat illi exprobratio latitantis irae ingrata. Quidni gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret? Sensissent autem, nisi ius amicis obiurgandi se dedisset, sicut ipse sibi in amicos sumpserat.

Lotta conte stesso:  se vuoi vincere l’ira, essa non può vincere te. Cominci a vincere se la tieni nascosta, se non le dai modo di rivelarsi. Soffochiamo i suoi sintomi e teniamola il più possibile nascosta e invisibile. Ci costerà molta fatica (poiché brama balzar fuori e infiammare il nostro sguardo e mutare il nostro aspetto) , ma se le si concede di rivelarsi esteriormente, ha il sopravvento. La si tenga nascosta nel più profondo del petto e sia sotto il nostro controllo, non noi sotto il suo. Anzi dobbiamo dare segno contrario a tutti i suoi indizi;  lo sguardo si faccia sereno,  la voce più dolce, il passo più lento; a poco a poco anche il nostro stato d’animo si adegua all’aspetto esteriore. In Socrate la voce bassa e il controllo delle parole erano indizio d’ira; era evidente allora che stava lottando con  se stesso. Così veniva scoperto e rimproverato da quelli di casa e non lo contrariava il rimprovero della sua ira nascosta. Perché non avrebbe dovuto esser lieto che molti indovinassero la sua ira, senza che nessuno ne provasse le conseguenze? E le avrebbero sentite, se non avesse concesso agli amici il diritto di rimproverarlo, come egli stesso se lo era preso nei confronti degli amici.

Remo Bodei, IRA. Video RAI. CLICCA QUI.

Pierangela Martina, Aspetti teorici dell’aggressività (dalla filosofia antica a Nietzsche)

 

Personificazione dell’ira (dettaglio), Saint Madeline, Vézelay, Francia, 1130 c.a

Il Dio della Vita era il dio malvagio. Di fatto l’unico Dio. E la Terra, questo mondo, era l’unico regno. E loro, tutti loro, costituivano i suoi servi, in quanto da più di duemila anni rispondevano ininterrottamente ai suoi comandamenti. E la sua ricompensa era stata adeguata alla sua natura e ai suoi comandamenti: era stata l’Ira. La Collera. […] Il nemico ultimo che Paolo aveva riconosciuto – la morte – alla fine aveva vinto; Paolo si era sacrificato per niente.

P.K. Dick, R. Zelazny, Deus Irae, Roma, Fanucci, 2001

Dante, Inferno, c. VII, v. 103 sgg.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia dell’onde bige,
entrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè delle maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra“.
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Intervista  a Remo Bodei,  professore di Filosofia presso la University of California (Los Angeles), autore del saggio Ira. La passione furente.

Claudio Magris, L’IRA NON E’ FUNESTA, TUTT’ALTRO, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2002

Dagli eroi greci al Cristo della Bibbia, da Dante a Tolstoj: un sentimento alle origini del mondo occidentale Per i filosofi è un impulso ambivalente, pericoloso ma anche nobile, espressione di una grandezza che spesso ha esiti tragici Per alcuni scrittori è il loro stesso sguardo che si posa sul mondo e lo ritrae.

Alle origini e alle radici dell’ Occidente c’è l’ira, inscindibile dall’aurora della poesia chefonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ ira funesta», dice il primo verso dell’Iliade. Il poema che s’identifica con la poesia tout-court è anzitutto l’epopea della collera. Quest’ultima appare subito come una passione negativa, portatrice di sventura: si dice che ha apportato infiniti lutti agli Achei, trascinato nella morte tanti eroi e dato in pasto ai cani e agli uccelli i loro corpi. L’ira di Achille non è l’unica; c’è l’ira di Zeus per il rapimento di Elena, quella di Apollo per l’offesa al suo sacerdote Crise, quella di Agamennone per la schiava che gli viene tolta. A ogni passione si addice essere rovinosa, ma in questo caso la collera minaccia di rovinare un’ intera grande collettività, di far perdere la guerra a tutta la Grecia coalizzata contro Troia. Non si tratta, peraltro, di una collera qualsiasi; la parola greca menis – ricorda Maria Grazia Ciani – ha un valore sacrale e indica la reazione a una profonda e ingiusta offesa arrecata al pubblico onore (di un dio o di un guerriero) ossia a un profondo diritto della persona, sancito da un rituale o da una consuetudine vissuti come una legge religiosa. L’ira è dunque, almeno inizialmente, giusta e anzi doverosa, una risposta non solo psicologicamente ma anche e soprattutto eticamente motivata e necessaria. Essa tuttavia è smodata, trasgredisce la misura – la selvaggia e incontrollabile furia di Achille – ed è fonte di sciagura. Nasce dalla fiera rivendicazione del proprio diritto/dovere e dunque di se stessi, ma è pericolosamente vicina alla follia, alla perdita di sé, come dice il detto latino ira brevis furor, l’ira è un breve furore. Dalla collera di Achille alla pazzia furente di Aiace il passo è breve. Fin dalle origini, la civiltà occidentale è familiare con la collera e, pur mettendo in guardia dai suoi pericoli, riconosce in essa una grandezza. Si adirano eroi e dèi greci, ma anche il Signore della Bibbia mostra spesso un volto adirato: la sua collera, che abbatte i superbi e gli alteri, è inseparabile dalla sua giustizia ed è necessaria alla salvezza del mondo. Pure Gesù manifesta senza inibizioni la sua collera, ad esempio quando prende a frustate i mercanti del tempio. L’ultimo giorno – il giorno del Signore, della verità – è un Dies Irae. Le divinità – i valori – di altre civiltà forse non conoscono questa ambivalenza dell’ ira e non danno altrettanto rilievo alla collera. Quando Shiva dà la morte o quando Krishna nella Bhagavad-Gita, il testo sacro indiano, spiega ad Arjuna il dovere di combattere e dunque pure di uccidere, non c’è alcuna ira, bensì soltanto l’obbedienza a un codice. Taoismo e buddhismo ignorano la collera o la rifiutiamo quale illusione, desiderio, inganno della sete di vivere. Soltanto per gli Stoici, i filosofi occidentali più vicini all’ideale orientale di serenità imperturbabile, ogni ira è viziosa, mentre i Peripatetici, seguaci di Aristotele, distinguono, come il loro maestro, l’ira buona da quella cattiva.

Il pensiero occidentale si chiede sempre se e quando la collera sia giustificata – o doverosa – o no. Tommaso d’Aquino, nella sua analisi dei vizi o peccati capitali, sviscera tutti i pro e i contro riguardo l’ira; scandaglia le sue manifestazioni per sceverare l’ira buona e virtuosa, che nasce dallo sdegno oggettivo per l’ingiustizia, da quella malvagia nutrita di spirito di vendetta, quella giusta contro il peccato e quella cattiva contro il peccatore. Crisostomo, commentando il Vangelo di Matteo, dice che, mentre l’ira immotivata è colpevole, quella motivata è necessaria, perché senza di essa «né i giudizi starebbero saldi né i crimini sarebbero repressi». Per Tommaso, invece, la precipitazione iraconda impedisce il retto giudizio, in quanto lo anticipa confusamente, come servi che – egli dice, citando Aristotele – si affrettano a eseguire un ordine prima di ascoltarlo per intero e così sbagliano. La collera alimenta la punizione, ma la inquina e la deforma, come pensava Archita di Taranto, quando diceva al servo che lo aveva offeso: «Ti punirei gravemente se non fossi adirato con te». All’ira vengono attribuite bestemmia e tracotanza – in quanto l’uomo che vi si abbandona si arroga il diritto di far giustizia, che spetta a Dio – ma anche un’ utile funzione, in quanto – ancora Crisostomo – la «sopportazione irrazionale…invita al male non solo i malvagi, ma anche i buoni». L’ira, dice Ugo di San Vittore, «toglie all’uomo se stesso» – il furor che strappa l’io da sé – mentre altri commentatori medievali affermano che essa acceca l’ occhio della ragione e del cuore. Col suo genio esperto non solo di classificazioni, ma anche di ambiguità, Aristotele scrive nell’Etica nicomachea: «l’ira sembra dar ascolto alla ragione, ma ascoltarla di traverso». La collera appare dunque, alla riflessione filosofica, una passione ambivalente, pericolosa ma anche nobile; espressione di grandezza spesso mortalmente e tragicamente sviata, ma di grandezza. Un sale che, ove se ne abusi incontrollatamente, può essere letale, ma che, in giusta misura, non può mancare; una persona incapace di collera appare umanamente carente, priva di una corda fondamentale dell’ umanità. Mentre l’invidia, ad esempio, è solo negativa – una meschinità velenosa per se stessi e per gli altri, che in nessuna dose e in nessuna circostanza può essere buona – l’ira s’intreccia, pericolosamente, alla magnanimità, all’anima grande. Dio – e anche l’ uomo, secondo alcuni fatto a sua immagine e somiglianza – talora deve adirarsi, ma ovviamente non è pensabile che si roda d’invidia. L’ira, in proporzioni non miticamente gigantesche, ma psicologicamente realistiche, è un difettaccio, ma non un difettino. E se diciamo di qualcuno – come io dissi una volta di Alberto Cavallari, impavido, generoso e iracondo – che ha molti difettacci ma nessun difettino, gli facciamo un complimento.

Come tutte le passioni, l’ira è ovviamente ben presente nella letteratura. È un tema, un oggetto della rappresentazione letteraria, ed è soprattutto un modo di vivere e raffigurare il mondo da parte degli scrittori, un loro modo di essere. È impossibile fare un catalogo delle descrizioni poetiche della collera: il furore di Achille, l’esplosione selvaggia di dolore e di disgusto di re Lear, lo scoppio incontenibile del mite Pierre Bezuchov e tante altre pagine immortali della letteratura, radiografia ed elettrocardiogramma di tutte le affezioni della mortalità umana. Per molti scrittori, la collera non è semplicemente un motivo, come la gelosia di Otello o l’ ignavia di Oblomov, che non significano necessariamente che Shakespeare fosse geloso o Goncarev accidioso. Per alcuni scrittori, la collera è lo stesso loro sguardo che si posa sul mondo o lo ritrae. I grandi scrittori satirici vedono, raffigurano e aggrediscono la realtà con gli occhiali della collera, che la stravolgono ma ne afferrano, grazie a questa deformazione, una verità abnorme. Gli scrittori satirici sono i vendicatori della natura – anche e soprattutto di quella umana — oltraggiata, repressa, alterata o falsificata. L’ ira di Giovenale, di Swift, di Karl Kraus o di Gadda, per fare solo alcuni esempi; scrittori che vendicano i torti patiti dagli uomini ad opera di se stessi o di altri uomini. La collera è strettamente connessa alla vendetta. Lo scrittore satirico vendica una presunta purezza originaria corrotta, costringendo chi l’ha violentata – violentando così se stesso – a prendere coscienza di questa violenza distruttiva e autodistruttiva, ad accorgersi di aver falsificato la vita e di vivere in un modo e in un mondo falso; ad avvertire il disagio, il disgusto, la minorazione, l’ impotenza della propria condizione. Come ogni collera e ogni vendetta, questo furore è necessariamente tendenzioso e fazioso; vede solo quel male che vuole aggredire, ignorando tutto il resto. Da questo punto di vista, lo scrittore collerico-satirico è spesso ingiusto e ha spesso torto, nell’assolutezza della sua aggressione; ma senza la sua iperbolica unilateralità e la sua grandiosa deformazione non avremmo mai scoperto – grazie alla lente dell’ira, che deforma ma ingrandisce e costringe a vedere tante cose – alcuni aspetti, alcune verità essenziali della vita, della storia, della società, della civiltà, dell’ uomo. La collera esaspera, ma quest’esasperazione può mettere a fuoco in modo abnorme un lato abnorme del reale, che può essere colto solo in quell’ottica stravolta. L’ira vede le cose a distanza zero, come il dottor Kien nell’Autodafè di Canetti, e ne svela l’oggettiva dismisura e follia. La collera fredda, gelida di Flaubert squarcia il velo fittizio che avvolge e smussa la violenza delle cose e solo in tal modo rende possibile l’accesso a un’autentica tenerezza e purezza. Forse oggi la nostra realtà aberrante, ridotta a satira di se stessa e a smorfia irriconoscibile, può essere capita e riscattata solo da una prospettiva che sappia unire alla pietas e all’ironia la collera. Il lievito di cui abbiamo bisogno deve contenere pure alcuni grammi di ira biblica e di ira flaubertiana. La vita implica pure il giudizio universale su di essa e quest’ ultimo richiede una giusta composizione di amorosa pietà e sanguigna collera. Nessuno lo rivela meglio di Dante, il più grande poeta di una collera inseparabile dalla tensione morale, dal sentimento forte della vita e della storia, dalla grandezza d’ animo. Dante sembra dimostrare che la capacità di adirarsi è una qualità necessaria alla piena umanità di un individuo, come la capacità di amare. Ma Dante sapeva bene che il valore della collera sussiste solo finché essa rimane entro il giusto limite e trascende la mera soggettività dell’ impulso e del sentimento individuale; egli sapeva pure quanto facilmente l’ira travalichi quel limite e degeneri nell’eccesso e nello scatenamento di furenti libidini personali. In tal caso l’ira è peccato mortale, vizio capitale; agli iracondi è riservato il quinto cerchio dell’Inferno. Gli iracondi, inoltre, sono vicini, nel castigo, agli accidiosi, colpevoli di un peccato passivo che non sembrerebbe aver nulla in comune con la loro furia smodata, ma che invece intrattiene con quest’ultima legami stretti ed ambigui. Già Aristotele aveva colto il nesso fra ira e tristezza. La collera è triste perché toglie l’ io a se stesso, gli intorbida lo sguardo e offusca la godibile vista delle cose, la capacità di goderle con quel libero abbandono alla seduzione del vivere che è possibile solo in letizia, in fraterna comunione con gli altri. La collera impedisce tale fraterna uguaglianza, perché fa di chi la prova un giudice, fatalmente al di sopra degli altri – e giudicare, di per sé, è sempre triste. Brecht lo sapeva bene quando diceva che l’ ira – la sua ira politica – altera il viso e si salvava da quest’alterazione grazie alla consapevolezza che ne aveva. Senza questa consapevolezza si è vittima del risentimento, di una rabbia meschina caricaturale che impedisce il libero rapporto col mondo e rattrappisce l’animo nella frustrazione. Il risentimento rimane invischiato nei torti subiti, veri o presunti, dei quali presenta sempre il conto e ai quali attribuisce ogni fallimento. La collera diviene in tal caso un astioso livore, un atteggiamento coatto e ripetitivo, una retorica del sentire e del dire; spesso un enfatico moralismo declamatorio. Numerosi scrittori, anche dotati, hanno ceduto a questa collera indossata come un abito e divenuta meccanica stereotipia travestita da nobile sdegno permanente. Questo atteggiamento caratterizza molti scrittori accanitamente critici nei confronti della modernità, della borghesia, della democrazia, delle masse, del benpensantismo e del conformismo progressista. Léon Bloy è un esempio di questa ira, che ha avuto molti imitatori, grandi, mediocri e piccini. Anche in questo caso, l’ira denuncia e aggredisce distorsioni reali, ma si riduce a formula prefabbricata, oggettivamente stantìa anche se passionalmente sofferta; a litania prevedibile, a ritornello ripetibile a piacere. La collera è, letterariamente, anche una retorica – con le sue figure, le sue metafore, le sue amplificazioni. La retorica può essere il sistema linguistico cui un grande poeta attinge creativamente o un repertorio usurato dal suo sfruttamento. I collerici antidemocratici annoverano molti mediocri che abusano sterilmente di tale retorica e fanno sempre la medesima faccia feroce. Fra essi ci sono pure alcuni grandi, irripetibili e inimitabili e così spesso invece imitati da tanti sdegnosi iracondi di professione, che si sentono autorizzati a fare il verso a Céline. L’ira, dice Kipling, è l’ uovo della paura; la collera nasce spesso da ciò che oscuramente turba e minaccia. «Dominare la collera – scrive Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali – appare non meno generoso e nobile del dominare la paura». Questo dominio, aggiunge Smith, è buono solo quando si oppone a un impulso libero e forte, quando non nasce a sua volta da una paura repressa e mistificata: se c’ è qualcosa nell’universo che ci fa paura, dice Chesterton, bisogna infuriarsi contro di esso, andare a scovarlo e colpirlo in faccia. La collera contro chi è più forte non va dominata; va repressa quella, così vile e frequente, contro chi è più debole. La nobile ira, come quella generosamente provata e subito dimenticata dal signor Pickwick, l’immortale eroe di Dickens, fa tutt’uno con la generosità del sentire ed è antitetica al risentimento, che alligna e si radica livoroso nell’animo e diviene la natura stabile dell’ individuo. Nessuno sdegno iracondo, per quanto motivata e dunque necessaria e giusta sia la sua origine, può divenire cruccio permanente, senza svisarsi in una falsa posa. La collera è liberatoria solo se si è capaci di liberarsi di essa; «il sole – dice San Paolo nella lettera agli Efesini – non tramonti sulla vostra ira».

Giotto, L’Ira, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1306 c.a

PER APPROFONDIRE

William V. Harris, Restraining Rage: The Ideology of Anger Control in Classical Antiquity, Harvard, 2001

R. Bodei, Ira. La passione furiosa, Bologna, Il Mulino, 2010

AA. VV., Le scritture dell’ira, a c. di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila RomaTre-Press, 2016

Paola Giacomoni, Ardore. Quattro prospettive sull’ira da Achille agli Indignados, Carocci, 2015

In progress

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“Hate speech”: le parole ostili

Il Consiglio d’Europa  ha avviato una campagna di sensibilizzazione dal titolo No Hate Speech Movement con l’obiettivo di combattere il razzismo e la discriminazione nelle loro espressioni online, cercando di favorire nei ragazzi/e l’adozione di comportamenti che contrastino messaggi discriminatori e ogni forma di violenza e odio. Vai al sito generazioniconnesse.it

L’istigazione all’odio, così come definita dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, è “espressione di tutte le forme miranti a diffondere, fomentare, promuovere o giustificare l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio fondate sull’intolleranza, tra cui l’intolleranza espressa sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine immigrata”.

Manifesto della comunicazione non ostile

Presentata a Trieste il 17 febbraio 2017, è “una carta che raccoglie 10 princìpi di stile scritto a più mani dalla community [oltre 300 tra giornalisti, manager, politici, docenti, comunicatori e influencer] con l’obiettivo di ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si propagano facilmente in Rete”.

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L’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo sul tema “Diffusione, uso, insidie dei social network”

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Germania: varata la prima legge al mondo contro l’HATE SPEECH. LEGGI LA NOTIZIA QUI.

G. ALPA, Disinnescare l’«hate speech», “Il Sole 24 ore”, 2 ottobre 2017

l susseguirsi di attentati terroristici nel corso degli ultimi anni in Europa sono fonte di preoccupazione dei Parlamenti e dei Governi, ma anche dei singoli individui che vivono in una società a base democratica. Si tratta di fenomeni in qualche modo agevolati da atteggiamenti mentali e strumentalizzazioni di idee riflesse nei diversi continenti attraverso comunicazioni di gruppi politici ammantati da sedicenti credenze religiose, da attività discriminatorie di fazioni, movimenti e sette intolleranti, da proclami con diffusione di immagini che comunicano intolleranza, sentimenti di vendetta, di odio e insofferenza. I sistemi informatici, che si affiancano ai sistemi di comunicazione tradizionali e le forme virtuali di contatto che aggregano persone le più disparate, situate in qualsiasi luogo, non fanno che diffondere e moltiplicare all’infinito l’effetto gravemente nocivo per le società civili.

Il libro di Eric Heinze, professore di Law & Humanities al Queen’s Mary di Londra, si colloca nel dibattito apertosi ormai da più di un decennio nei Paesi di lingua inglese sui rapporti tra libertà di espressione e “linguaggio dell’odio”. Un tema di grande complessità, a cui è stata dedicata anche una sessione del G7 dell’ Avvocatura, tra i rappresentanti della professione legale delle sette potenze che fanno parte di questa istituzione. LEGGI TUTTO…

Razzismo

PER APPROFONDIRE

Discorsi d’odio e Social Media Criticità, strategie e pratiche d’intervento (volume curato da Carla Scaramella, che per l’Arci ha coordinato il progetto PRISM. Preventing, Inhibiting and Redressing Hate Speech in New Media). CLICCA QUI per scaricare  il PDF (educational tools)

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BRICkS
Stefano Massini, Storia letteraria dell’odio, “La Repubblica”, 23 settembre 2017
Che il cannibalismo sia un hobby dei giorni nostri, è un dato acquisito. I social sono diventati ormai una tavola calda per antropofagi, dove le carni altrui vengono allegramente squartate e servite in spezzatino come nel “Tito Andronico” di William Shakespeare. Se possibile, siamo un passo avanti rispetto all’insulto e alla denigrazione: la miasmatica epidemia d’odio che ci avvolge sembra rispondere a un bisogno fisico, a un istinto come quello della fame, quasi i nostri metabolismi necessitassero ormai di una regolare dose di selvaggina umana. In tempi di diete vegane, riaffiora insomma l’homo carnivorus e dunque cacciatore, sprovvisto di fucile ma armatissimo di account. E nelle foreste del web, il bottino può essere assai lauto, soprattutto se ogni pretesto è buono (dai vaccini all’immigrazione) per travestire odio e invidia dietro uno scudo di apparente legittimità dialettica. LEGGI TUTTO…

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“Quid est Veritas?”: web e fake news

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A. M. TESTA, Post verità: vivere, capire, scegliere, votare tra bufale e camere dell’eco, 21 novembre 2016
Post-truth, cioè post verità, è la parola dell’anno per l’Oxford Dictionary. La prima notizia è che l’uso di questo termine cresce del duemila per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente. Il termine denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica. LEGGI TUTTO…

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VIDEO RAI Zettel Debate. Puntata 3: Post-Verità. CLICCA QUI.

In questa puntata di “Zettel Debate. Fare filosofia” si parte dal fenomeno delle cosiddette “bufale” – ossia quelle notizie che non hanno alcun fondo di verità ma vengono spacciate come assodate – per poi cercare di capire cosa intendiamo con “verità” e anche indagare più a fondo il concetto di “post-verità”.

La questione della post-verità è tanto più pressante perché il web ha aumentato considerevolmente la circolazione delle “bufale”, tanto che ci si domanda se non si dovrebbe in qualche modo controllare il fenomeno.

Dalla scheda didattica allegata:

Chi controlla la verità?
Prima del web l’informazione era troppo controllata vs. Sul web l’informazione è troppo poco controllata
Come si stabilisce la verità?
La verità è una continua ricerca vs. La verità è un punto di arrivo
La verità può far male o no?
La verità non è sempre auspicabile vs. La verità è sempre auspicabile
Il Debate
La sempre maggiore diffusione di false notizie sul web, le cosiddette “bufale”, ci hanno messo di fronte a dei quesiti molto importanti che riguardano la circolazione e il controllo dell’informazione, nonché lo statuto della verità.
Ci chiediamo allora:
1) E’ sempre meglio la libera circolazione delle notizie – anche se false – o c’è bisogno di controllarle e, in caso, di arginarle dall’alto?
2) La verità – di una notizia come di qualsiasi altro fatto – è data da un processo sempre in divenire o è data una volta per tutte?
3) Se la verità può avere effetti negativi, a volte è meglio ometterla/modificarla/inventarla o bisogna ricercarla sempre e comunque, a prescindere dagli effetti che avrà?
Insomma: la verità: è un processo che implica diversi punti di vista o è il raggiungimento di un’unica versione dei fatti.

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M. Pireddu, Storia naturale della post-verità, 1 dicembre 2016, in DoppioZero

Nel corso della nostra lunga storia europea siamo stati messi in guardia più volte sui pericoli della manipolazione del senso comune, delle verità e delle informazioni di qualsiasi tipo. La notizia più recente riguarda però l’elezione di “post-truth” a parola dell’anno per l’Oxford Dictionary: dopo un lungo dibattito la scelta è caduta su post-verità come termine che definisce le circostanze in cui, per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali. Tra le motivazioni della scelta vi è l’elevata frequenza d’uso del termine nell’ultimo anno, con particolare riferimento al referendum britannico sulla Brexit e alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. LEGGI TUTTO…

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S. BARTEZZAGHI, La menzogna nell’era del web, 5 febbraio 2017

Una pia leggenda enigmistica dice che alla domanda (in latino) che Ponzio Pilato pose a Gesù Cristo – appunto, “quid est Veritas” (“cos’è la Verità?”) – quest’ultimo avrebbe potuto rispondere anagrammandola: “Est vir qui adest” (“È l’Uomo che ti sta davanti”). Naturalmente un cardinale non solo non è l’ultimo ma anzi è, se non l’unico, tra i primissimi che possano parlare di verità. Fuori dalla religione o comunque dalla metafisica, invece, parlare di verità suona indiscutibilmente fasullo, o quanto meno inadeguato. Eppure un criterio bisognerà pur adottarlo, in un mondo mediale che si è riempito di fake news, (le notizie false che chiamiamo “bufale”, forse dall’antico modo di dire: “non vedere una bufala nella neve”) e soprattutto mostra di crederci volentieri.
Ogni giorno se ne hanno esempi, e la smentita documentata delle notizie false (fact checking o debunking, a seconda dei casi) spesso è diffusa dagli stessi social network su cui le bufale pascolano, a mandrie. Ma le bufale hanno i loro allevatori e specialisti a proteggerle dai debunker che le vorrebbero al mattatoio. Così, nella disputa sul numero di partecipanti alla manifestazione per l’insediamento di Donald Trump, per la plateale bugia detta dal portavoce (appena insediatosi pure lui) è stata inventata la categoria dei “fatti alternativi”. Una spassosa fattispecie, che si affianca ai “fattoidi” di cui Norman Mailer parlò nella sua biografia di Marilyn Monroe (1973: sono i “fatti che non hanno esistenza prima di apparire su riviste o giornali”), nonché ai “fatticci” dell’epistemologo Bruno Latour (i fatti-feticci, che superano la distinzione fra conoscenza e credenza).
Già nel Novecento si sospettava che nel passaggio dalle leggende bucoliche a quelle metropolitane la bufala avesse subìto qualche manipolazione genetica e avesse quindi cambiato natura. Ora si richiede agli stessi social network di smentire e sventare le fake news. Mark Zuckerberg dovrebbe riconoscere che Facebook non ha più lo status di piattaforma tecnologica ma quello di azienda editoriale vera e propria, responsabile quindi per i contenuti che diffonde, per gli insulti (hate speech) o per le bufale (fake news). Stabilire regole di restrizione e modalità per farle rispettare non è però un affare da poco. Sul fronte delle falsità la ricerca semiotica di Umberto Eco ha chiarito da decenni che il falso non è formalmente distinguibile dal vero. Può anche testimoniarlo la funzionaria della prefettura di Pescara che non ha creduto all’allarme – drammaticamente veritiero – per la devastazione del Rigopiano.
Non si può neppure dimenticare che ogni restrizione pone problemi nel campo della libertà di espressione. Per impulso del giornalista britannico Timothy Garton Ash, che insegna European Studies a Oxford, la stessa università ha adottato un’impegnativa “dichiarazione ufficiale sull’importanza della libertà di parola”. Sono i paradossi del free speech. Gli studenti che reclamano spazi in cui esprimersi liberamente spesso sono gli stessi che cercano di impedire che l’ateneo inviti ospiti che possano esprimere opinioni da loro ritenute offensive. Per Garton Ash, invece, i diversi spazi di un’università possono ospitare opinioni di ogni sorta: Donald Trump non sarà mai invitato a tenere una conferenza sulle differenze etniche, ma potrebbe intervenire in un dibattito in cui le sue posizioni politiche siano sottoposte a una severa revisione da parte degli studenti stessi.
Il discernimento consentito da un’università non è però altrettanto applicabile sulla scena mediale e ormai globale. Contro la parzialità dell’informazione, Umberto Eco ammoniva: “sentire più di una campana”, ma erano gli anni Settanta, ognuno decideva quanti e quali giornali leggere, tg e gr seguire. Fino ad allora la rappresentazione mediale della realtà è stata un teatro in cui un riflettore isolava un oggetto alla volta sul palco e lo illuminava: la qualità della rappresentazione variava da teatro a teatro e il pubblico aveva libertà di scelta. Oggi è saltata la differenza fra palco e platea, perché ogni “spettatore” contribuisce a illuminare, con i suoi clic, i suoi retweet, i suoi propri post. Tutto il teatro, dal pavimento al loggione, dal retropalco al foyer, è completamente pervaso di punti luce e di specchi e specchietti che rifrangono ogni rappresentazione, che si tratti di notizie false o vere. Sono ancora pensabili controlli, restrizioni, direzioni?
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«Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre. E qualcosa del genere è già accaduto.»
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964
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G. Romeo, Factchecking ad armi pari, in “Il Sole 24 ore – Nòva” 22 gennaio 2017
La tecnologia può salvarci dalle fake news? Per i media potrebbe essere la grande occasione di rilancio del proprio ruolo. L’ultima indagine del Reuters Institute ha indicato che per il 70% dei professionisti dei media intervistati l’esplosione di notizie non verificate, possibile grazie alle piattaforme social, potrebbe rafforzare la centralità dei media.
Il problema è che mentre la produzione di un “hoax” virale in rete richiede spesso più fantasia che tempo, le operazioni di factchecking condotte da professionisti richiedono in media 13 ore, come ha sottolineato il fondatore di Storyful, Mark Little, e spesso non sono nemmeno conclusive. In un mercato che vede le redazioni assottigliarsi per la crisi è inoltre difficile immaginare di aumentare l’efficacia del factchecking senza una svolta tecnologica. Non a caso il 46% degli intervistati da Reuters ha ammesso una preoccupazione crescente rispetto all’anno scorso sull’impatto che avranno le piattaforme come Facebook, Twitter e gli altri social network. LEGGI TUTTO…
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Giulia Bistagnino, Di cosa parliamo quando parliamo di fact-checking?, Centro di Ricerca e Documentazione L. Einaudi
Per capire cosa effettivamente sia il fact-checking bisogna inserirlo nel suo habitat naturale. Il fact-checking nasce all’interno dei giornali come una funzione editoriale di controllo circa la verità e attendibilità degli articoli. […] Negli ultimi anni qualcosa è cambiato e quella del fact-checking è diventata un’attività indipendente dalle redazioni. Ovviamente, questo cambiamento è dovuto in gran parte alle nuove tecnologie e alla diffusione di internet, che ha reso più accessibile la verifica delle fonti. Questa nuova dimensione del controllo è il cosiddetto fact-checking collaborativo on-line, per cui squadre di bloggers, giornalisti e, in alcuni casi, ricercatori universitari, controllano la veridicità delle dichiarazioni che vengono avanzate nel dibattito pubblico. LEGGI TUTTO…

Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. LEGGI TUTTO…

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Il dibattito sul genere “fantasy”

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Il termine inglese fantasy è entrato, ormai, a far parte del lessico comune italiano, andando ad affiancarsi e spesso a sostituirsi al termine nazionale “fantastico”. Quest’ultimo, secondo il vocabolario della lingua italiana Zingarelli del 2001, è così definito: «Della fantasia, che è prodotto dalla fantasia e non ha necessarie rispondenze nella realtà dei fatti, […] es. è una narrazione fantastica». La parola “fantastico” assume, quindi, nella nostra lingua, un significato generico, che, solo a livello di esempio, troviamo riferito all’ambito della scrittura, o più propriamente, della “narrazione”. Ciò che, invece, è più rilevante, è trovare, sempre all’interno dello stesso dizionario, il termine fantasy, entrato ufficialmente nella lingua italiana, e così definito: «Genere letterario e cinematografico basato sulla narrazione di avvenimenti ambientati specialmente in un Medioevo di fantasia, con elementi propri del romanzo cavalleresco, delle saghe nordiche, della fiaba e della mitologia».
Alice Caminita, Al di là della realtà: fantasy e mondo del fantastico, in SOCIOLOGIA DEL CINEMA FANTASTICO, a c. di Alberto Trobia, Torino, Kaplan, 2008 

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Alessandro Dal Lago, Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica, Bologna, Il Mulino, 2017

Prima di ironizzare su queste icone del fantasy e del cinema, che si rifanno alla lontana alle mitologie medievali e classiche, ma calandole nel mondo d’oggi senza alcun timore del ridicolo, si deve riflettere sul fatto che le loro storie sono lette e viste da un enorme numero di appassionati. J.K. Rowling avrebbe venduto circa 450 milioni di copie dei sette romanzi dedicati a Harry Potter, tra edizioni originali e traduzioni. Un successo planetario, quello di molta narrativa fantasy, che inevitabilmente diventa cinematografico. […] C’è comunque una differenza sostanziale con la narrativa d’avventure tradizionale. Quando un ragazzino o un adulto del passato leggeva Salgari, gli capitava di viaggiare per qualche ora tra i pirati dei Caraibi o i tigrotti di Mompracem; poi, chiuso il libro, tornava alle sue occupazioni quotidiane. Tra il mondo di Salgari e quello della vita dei suoi lettori non esisteva alcuna osmosi. Ma le avventure di Harry Potter e di analoghi personaggi del fantasy contemporaneo rendono talmente reale l’irrealtà e irreale la realtà da abolire la differenza e soprattutto la distanza tra le due dimensioni. La realtà si incanta e l’altrove si disincanta. O, se vogliamo usare i termini di Jesi, l’Aldiquà si mitizza, mentre l’Aldilà si demitizza, diventando pura macchina mitologica.

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R. Minore, Orlando, il primo fantasy, “Il Messaggero”, 25 aprile 2016

[Quello del Furioso è] un mondo fantastico, irreale, meraviglioso, nelle fughe, nei viaggi, negli incantamenti, dilatato negli spazi e nei tempi in cui entrano in gioco tutti i sentimenti, tutte le situazioni, tutti i personaggi della commedia e della tragedia umana. Può avere forse nell’amore il suo motore principale, ma è percorso dalla ventata liberatoria e disgregatrice della follia, dell’eccesso. L’Orlando Furioso è intriso di violenza e non è troppo distante dalle atmosfere del fantasy odierno, perfino da certi effetti sanguinolenti-pulp del Trono di spade. Ma quella prodigiosa fusione di luminosità levità e superba concretezza dell’ottava non permette al sangue di traboccare dinnanzi agli occhi del lettore, impedendo alle membra dilaniate, squartate, divelte di immergere il poema in una perfetta atmosfera di grand-guignol o di film dell’orrore. Così si spiega la fortuna incontrata dall’Orlando presso illustratori visionari e onirici […]. Tutto sembra reale perché la lingua di Ariosto ha una mirabile concretezza, una straordinaria aderenza alla cosa narrata e appaiono reali i sentimenti, gli amori, le gelosie, le vendette. E tutto sembra irreale. Se diamo credito a qualcosa — la bellezza di Alcina, la furia dei soldati che hanno messo in fuga i mori, subito sappiamo che quella bellezza di Alcina è illusione creata dagli incantesimi, sappiamo che quei soldati sono opera dei demoni. Ariosto ci fa crollare inesorabilmente dinanzi agli occhi ogni sua costruzione, ma è anche l’ironico cantastorie che si affanna ad assicurarci che tutto ciò che descrive è reale, e tuttavia è illusione.

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EDOARDO BONCINELLI, Contro il fantasy, “La Lettura”, 25 giugno 2017

All’inizio c’è stato «Il signore degli anelli», il successo clamoroso è arrivato con la saga di Harry Potter. Ma… Uno scienziato spiega perché inseguire soluzioni con sortilegi e incantesimi non serve a nulla. Peggio: è dannoso

«Oggi viviamo sempre più in un mondo fantasy. Quasi tutto è effetto della scienza e della tecnica, ma è circonfuso di mistero e quasi di magia». Così scrivevo una quindicina d’anni fa, come stupito dalle mie parole. La visione di alcuni film e serie televisive mi dava allora questa netta sensazione. Tale impressione mi si è oggi molto rafforzata guardando anche i programmi per i più giovani o addirittura per i bambini piccoli (intanto sono diventato nonno): qui tutto è magia o viene spiegato con la parola magia, talvolta incantesimo. Qualcuno ha i superpoteri e li utilizza, e qualcuno ha anche i super-superpoteri, che possono neutralizzare i primi. To cast a spell, lanciare un sortilegio, è prassi assai diffusa e quasi di ordinaria amministrazione in film, telefilm, libri, racconti, fumetti e giochi elettronici, come pure in giochi di ruolo, anche se non conosco nessuno che nella vita lo faccia veramente. Non si tratta di realtà né di fantascienza, ma appunto di fantasy. Nato negli Stati Uniti ai tempi della Prima guerra mondiale, il fantasy è un genere letterario strettamente connesso con il mondo del soprannaturale. Non si tratta di un sottogenere della fantascienza, come si potrebbe pensare, perché nella fantascienza gli eventi rispettano sempre un filo di coerenza tecnico-scientifica, magari un po’ azzardato, mentre nel fantasy i protagonisti si trovano sempre in balia di forze imponderabili e imprevedibili come la magia e la stregoneria, in ostaggio di un non meglio precisato destino, spesso opera di forze superiori, e soltanto alcuni pochi eletti sono in grado di ribaltare le situazioni create da qualcuno contro di loro. Gli eletti sono spesso caratterizzati da particolari relazioni di parentela e si sono tutti fatti le ossa con un particolare tipo di tirocinio. Le atmosfere nelle quali sono immersi i nostri eroi o supereroi sono quasi sempre quelle delle saghe medievali nordiche, piene di elfi, giganti, orchi, streghe e stregoni, oppure quelle del romanzo gotico, caratterizzato da atmosfere da incubo piuttosto che di avventura, nelle quali prevalgono situazioni oniriche e angoscianti, presenze misteriose ed esseri demoniaci, in una miscela confinante spesso con il genere horror. Nei programmi televisivi questi temi sono per così dire secolarizzati, ma l’atmosfera è sempre magica. Il punto fondamentale è che le storie narrate non possano stare né in cielo né in terra, ma piuttosto nel dominio del magico e della magia, tipo Il signore degli anelli o la saga di Harry Poter. Da sempre sono esistite le favole, e le fiabe per i più piccoli, ma nelle storie fantasy tutto, assolutamente tutto, è magia e sortilegio, ovvero proprio il contrario della scienza, in un crescendo di inverosimiglianza. Evidentemente la cosa piace, e piace sempre di più. Perché? Probabilmente perché tutto ciò rappresenta il massimo dell’evasione, del disimpegno e magari del relax, questo termine oggi molto in voga che non significa quasi niente, come il suo contrario, lo stress. Qualcuno potrebbe dire che è «divertimento puro», se proprio vogliamo usare a tal proposito la parola divertimento, che etimologicamente non è, tra l’altro, molto diversa da evasione. Perché «puro»? Perché richiede il minimo dell’attenzione e della riflessione. La curvatura dello spazio-tempo e la perdita di peso di chi si trova in orbita vanno capite, almeno in parte, mentre magie, sortilegi, trasformazioni e altre stregonerie fanno parte del bagaglio di conoscenze dei nostri antenati che dormono ancora in noi. Il magico quindi costituisce il massimo del disimpegno e della deresponsabilizzazione, le stesse istanze che nella storia hanno portato il romanticismo a disintegrare e soppiantare l’illuminismo. Se la conoscenza è scire per causas, il magico è lasciarsi andare via col vento.
Che sia o che non sia questo il motivo di tanto successo, oggi il fantasy ci avvolge e ci trastulla dalla prima infanzia. La cosa non potrebbe non meravigliare un marziano, poniamo, che venisse a visitare la Terra, visto che il nostro secolo si presenta indubbiamente come il secolo della conoscenza e della scienza. Una spiegazione potrebbe essere trovata nel fatto che oggi la realtà è così impegnativa, che nell’evasione si cerca il massimo del disimpegno. Un’altra ipotesi potrebbe essere che una spiegazione scientifica può essere seguita da pochi, mentre quella magica e soprannaturale da tutti, come dimostra il diffuso culto delle reliquie dei santi. Non è difficile comunque trovare un nesso fra tutto questo e il dilagare del ricorso alle medicine alternative di tutti i tipi o di metodi di cura fai da te. Senza trascurare l’imperversare del complottismo come base di spiegazione degli eventi più diversi: qualche orco si prende sistematicamente gioco di noi e ci inganna, nascondendoci la verità. Ma alcuni supereroi la scoprono ugualmente e fondano una setta. Per maggior gloria della razionalità e dell’equilibrio di giudizio, che possono essere recuperati soltanto con un po’ più di cultura.

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini,
ma lascia che io veda la verità e possa poi toccare il giusto.

Da qui, messere, si domina la valle: ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio, scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Banco Del Mutuo Soccorso, In Volo, 1972

Marco Ciardi, Più scienza col fantasy, “Il Sole 24 ore”, 5 luglio 2017

Periodicamente ritorna la polemica contro la letteratura fantasy. Una decina d’anni fa Piergiorgio Odifreddi, commentando le cattive prestazioni degli studenti italiani nel campo della matematica, attribuiva i risultati negativi anche a una eccessiva diffusione tra i giovani di testi come Il Signore degli Anelli e Harry Potter. Edoardo Boncinelli, su «La Lettura» del 25 giugno, ha ripreso l’argomento, trovando un nesso tra il fantasy e «il dilagare del ricorso alle medicine alternative di tutti i tipi o di metodi di cura fai da te», senza dimenticare l’ «imperversare del complottismo come base di spiegazione degli eventi più diversi». Sono quindi costretto, ancora una volta, a prendere posizione e ripetermi: niente di più sbagliato.

Prima di tutto sarebbe interessante sapere se esistono delle analisi statistiche e sociologiche che certificano una relazione tra il fantasy e lo sviluppo dell’irrazionalità. Forse potremmo ragionare sulla questione in maniera meno superficiale. Credo però che possa essere sufficiente un po’ di buon senso. In genere, i ragazzi che gravitano intorno al mondo fantasy sono, prima di tutto, degli straordinari lettori e ciò basta a collocarli ampiamente sopra la media di quanto legge la metà degli italiani in un anno, cioè niente. Si tratta inoltre spesso di ragazze e ragazzi brillanti, che hanno anche degli ottimi risultati scolastici. Sfido chiunque a cimentarsi in uno dei complicatissimi giochi di carte o di ruolo, ricchi di complesse ed elaborate strategie, e dimostrare che queste attività non stimolano l’intelligenza e la razionalità, seppur ambientate in mondi popolati da orchi, streghe, fate e folletti.

Stesso discorso per la lettura di una saga come quella di Harry Potter, i cui fans (e quindi anch’io) hanno festeggiato il ventennale della prima uscita proprio lunedì scorso. Qualche anno fa, al Festival della Medicina di Bologna, mi sono divertito a far vedere che leggendo Harry Potter si ha una visione della medicina molto più razionale di quella della nostra quotidianità, dove invece i comportamenti magici certamente abbondano. Ma non è certo colpa di Harry o di Gandalf se ci sono persone che si curano con l’omeopatia o fanno ricorso a tutto ciò che viene definito come alternativo.

Un genere letterario può piacere o non piacere. Ma bisogna stare attenti a non fare correlazioni sbagliate. Galileo Galilei è stato capace di rivoluzionare la scienza moderna, ma amava immensamente anche l’Orlando Furioso, perché non ha mai confuso la realtà con l’immaginazione, che tuttavia rappresenta comunque uno stimolo per la creatività scientifica. Alcune delle parole più chiare sulla differenza tra scienza e fantasia sono state pronunciate da uno dei più grandi autori della letteratura del mistero e del sovrannaturale, Howard Philipps Lovecraft, che era un razionalista e uno scettico incallito, tanto da scagliare delle invettive terribili contro la pseudoscienza, la magia e l’esoterismo.

Il problema è un altro e sarebbe ora di affrontarlo una volta per tutte, senza esitazioni: le radici del perdurare di un atteggiamento magico nascono dalla scuola e, paradossalmente, proprio dall’insegnamento delle discipline scientifiche. Prima di tutto a scuola si insegna una scienza senza la sua storia, e questo è gravissimo perché le materie scientifiche sono presentate in maniera asettica, quasi mai accompagnate da una spiegazione che permetta di capire i motivi e le cause della loro origine e i problemi a cui sono dovute andare incontro nel corso del loro sviluppo. Di conseguenza, non si insegna neanche cosa sia e come funzioni la scienza. In sostanza, a scuola ci sono troppe nozioni da mandare a memoria (per poi essere rapidamente dimenticate, diventando inutili per coloro che non si iscriveranno a una laurea scientifica) e poche analisi dei metodi e dei valori alla base della ricerca: l’unica possibilità che abbiamo di insegnare ai ragazzi la differenza fra scienza e magia, tra ragione e fantasia, tra ricerca seria e pseudoscienza. Per fortuna, i lettori di fantasy la imparano da soli.

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