Archivi del mese: novembre 2012

Ippolito Nievo

Un breve saggio divulgativo sulle Confessioni di un Italiano. CLICCA QUI.

La cucina di Fratta: «Per me che non ho veduto né il “Colosso di Rodi” né la “Piramidi d’Egitto”, la cucina di Fratta e il suo focolare sono i monumenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra».

Carlino scopre il mare:

«Aveva dinanzi un vastissimo spazio di pianure verdi e fiorite, intersecate da grandissimi canali simili a quello che avevo passato io, ma assai più larghi e profondi. I quali s’andavano perdendo in una stesa d’acqua assai più grande ancora; e in fondo a questa sorgevano qua e là disseminati alcuni monticelli, coronati taluno da qualche campanile. Ma più in là ancora l’occhio mio non poteva indovinar cosa fosse quello spazio intinto d’azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra» (cap. III).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nievo garibaldino:

I Dossier di RaiEdu, La Storia siamo noi. La vita, gli scritti e la morte di un giovane patriota garibaldino. Il racconto di un mistero irrisolto. CLICCA QUI.

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Cangrande della Scala

Dalla storia alla scienza: un esempio di articolo medico-scientifico su Cangrande  della Scala.

Gino Fornaciari*, Federica Bortolotti**, Giacomo Gortenuti***, Gian Cesare Guido°, Marco Marchesini°°, Silvia Martinucci°°°, Franco Tagliaro**

*Divisione di Paleopatologia, Dipartimento di Oncologia, dei Trapianti e delle Nuove Tecnologie in Medicina, Università di Pisa (Italy)
**Sezione di Medicina Legale, Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica, Università di Verona (Italy)
***Dipartimento di Radiologia, Ospedale Civile Maggiore di Verona (Italy)
°Dipartimento di Scienze Morfologico-biomediche, Università di Verona (Italy
°°Laboratorio di Palinologia ed Archeoambientale, Centro Agricoltura Ambiente,  San Giovanni in Persiceto, Bologna (Italy)
°°°Dipartimento di Farmacocinetica e Metabolismo, Centro ricerche GlaxoSmithKline, Verona (Italy)

KEY-WORDS: natural mummy, Digitalis, poisoning, Italy, late Middle Ages
PALABRAS CLAVE: momia natural, Digitalis, envenenamiento, Italia, tarda Etad Media

 Abstract
Cangrande della Scala (1291-1329), lord of Verona, suddenly died of acute diarrheic illness on 22 July 1329, after the conquest of the city of Treviso and of a large part of Northern Italy. Imaging (digital X-ray and CAT) and autopsy studies of the well-preserved natural mummy of Cangrande showed a good preservation of the internal organs and liver, as well as the feces in the rectum. Histology evidenced liver fibrosis and a severe irregular lung emphysema, with nodular fibrosis and massive anthracosis. Immunochemical analysis of extracts of feces and liver revealed the presence of toxic concentrations of digoxin and digitoxin, equivalent to several dozens of nanograms per gram, with presence of Digitalispollen in the feces. Administration of a brew or foxglove decoction designed to cure or, more likely, to poison the prince, was almost certainly responsible for this acute and fatal intoxication. LEGGI TUTTO…

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Dante, Vita Nova

Vita Nova: guida alla lettura. 

Il manoscritto.

The incipit of the Vita Nuova in an early fourteenth century manuscript.
Vatican City, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Chigiano L VIII 305, c. 7r.

Dal sito ITALICA:  guida allo studio dell’opera dantesca.

Dante, Tanto gentile e tanto onesta pareVideolezione di Marco Santagata

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I nuovi analfabeti

OGGI SI PRIVILEGIA UNA CONOSCENZA EMOTIVA E FRAMMENTATA. E LA SCUOLA NON AIUTA A MIGLIORARE LE CAPACITÀ ARGOMENTATIVE

Spot, politica, articoli di giornale Un italiano su due fatica a capire

PAOLO DI STEFANO

“La Lettura – Corriere della Sera”, 25 novembre 2012

Ci sono gli analfabeti e ci sono gli «illetterati». Rimanendo nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, cioè tra i cittadini italiani considerati attivi, secondo il censimento del 2001, gli analfabeti sono 362 mila, gli alfabeti privi di titoli di studio sono 768 mila, le persone che vantano solo la licenza elementare sono quasi sei milioni e mezzo. Nel totale, circa il 20 per cento della popolazione è gravemente carente quanto al possesso degli strumenti culturali di base. Sono questi gli illetterati? Sì e no. Perché nella sfera che gli inglesi chiamano illiteracy si devono aggiungere coloro i quali, pur avendo percorso un regolare iter scolastico, rivelano una limitatissima capacità di utilizzare la scrittura e la lettura, di comporre e comprendere testi semplici. In realtà, l’analfabetismo funzionale (che comprende anche l’incapacità di interpretare grafici e tabelle e le difficoltà di calcolo) non è facilmente quantificabile; ma ci ha provato qualche anno fa l’Ocse con un progetto chiamato All (Adult Literacy and Lifeskills, ovvero «Letteratismo e abilità per la vita»). I risultati italiani, con percentuali alquanto allarmanti, sono stati elaborati e discussi da studiosi vari, specialmente linguisti e sociologi. C’è un grafico inequivocabile pubblicato nel rapporto All, a cura di Vittoria Gallina: il 46,1 per cento della popolazione tra i 16 e i 65 anni si trova al livello 1 della scala di prose literacy (comprensione di un testo in prosa), il 35,1 per cento al livello 2 e il 18,8 per cento ad un livello 3 o superiore. In ambito matematico, siamo messi ancora peggio se il 70 per cento non supera il livello 1.

Nel libro-intervista con Francesco Erbani La cultura degli italiani, Tullio De Mauro evoca un’indagine del Cede, l’istituto che valuta il sistema nazionale dell’istruzione, per chiarire una serie di cifre assolute: «Più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa e che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». In definitiva, il 70 per cento per cento degli italiani non possiede le competenze «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Sono numeri che, in una condizione economica ordinaria (e in un Paese consapevole), farebbero scattare subito l’emergenza sociale.

Se le cifre del malessere culturale, pur leggermente variabili, denotano una tendenza inquietante, le diagnosi sono ben più complicate. Per non dire delle terapie, che richiederebbero in primo luogo una sensibilità politica al momento del tutto assente. È ciò che sostiene il linguista Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca: «Mentre l’analfabetismo pieno è facile da documentare, l’analfabetismo di ritorno è sfuggente: forse il dato che potrebbe rivelare il tasso di competenza testuale è la lettura dei giornali. Va tenuto presente però che l’analfabetismo funzionale emerge quando non si riesce a interpretare un testo scritto o orale, sia esso uno spot, un discorso politico, un articolo di giornale». A Bookcity, che si è svolto la settimana scorsa a Milano, il presidente dei bibliotecari Stefano Parise richiamava il dovere crescente, per le biblioteche pubbliche, di adeguarsi alle diffuse esigenze di pronto soccorso socio-culturale. Da anni, del resto, Antonella Agnoli lavora in questo campo: la biblioteca non è più soltanto uno spazio per la lettura individuale, ma anche una sorta di presidio territoriale cui ci si rivolge per la compilazione di moduli, per la scrittura di lettere, di proposte di impiego, di curriculum eccetera. Stiamo scivolando indietro? «Il fatto grave — dice Sabatini — è che non stiamo andando avanti. Per esempio, c’è un allarme nel corpo forense nazionale: gli avvocati non sanno scrivere e non sanno parlare, non dominano la lingua». La prima osservazione è in una domanda ovvia: ma leggeranno altro che non siano i documenti giuridici e giudiziari? «Credo che vada capovolto il rapporto di causa-effetto. L’amore della lettura viene dopo: se la scuola non è riuscita ad abituare all’operazione di decodifica del testo, leggere un libro costa fatica». Si torna sempre allo stesso punto: la radice del male è la scuola? «Gli insegnanti ignorano la linguistica, non sanno che cosa significa interpretare un testo, si affidano alla critica esterna, all’inquadramento storico, alle prefazioni, ma non si preoccupano di capire come funziona la lingua, lo stile… E le grammatiche sono zeppe di errori». Sembra archeologia, parlare di grammatiche scolastiche in tempi di «tablettizzazione» e navigazione digitale diffusa. «Bisognerebbe saper distinguere: la Rete per la reperibilità dei testi è molto utile. Ma ciò che leggi sullo schermo scivola via: la lettura richiede la concentrazione che un tablet non può dare. Lo strumento digitale diffuso nella scuola, come vuole il ministro, sarà nefasto. Per questioni sensoriali, lo scorrere della pagina sullo schermo fa perdere la coesione e la coerenza del testo legate alla stabilità del messaggio e al movimento dell’occhio. Credi di leggere, ma in realtà non comprendi e non sviluppi spirito critico. D’altra parte è pur vero che certa paraletteratura che esce nei libri serve solo a esercitare il muscolo oculare».

Forse nessuno più di Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche, ha indagato le dinamiche della lettura nel passaggio dalla carta all’era digitale, cioè ne La quarta rivoluzione, titolo di un suo saggio. «Più che di un mondo di analfabeti parlerei di un mondo disabituato alla lettura complessa, perché i testi che circolano nel web sono per lo più brevi, frammentari, semplici e informali». Quel che viene meno è il discorso argomentativo, costruito con sofisticate architetture di sintassi e di pensiero. «La Rete è una realtà ancora molto giovane, ha elaborato una sua complessità orizzontale e non verticale, ma questo è un aspetto che progressivamente potrà cambiare, poiché ci si sta rendendo conto della necessità di strumenti più articolati. Dai cinguettii di Twitter si vanno sviluppando strutture per concatenazioni più vaste: per esempio, Mash-up è un’applicazione che mescola contenuti diversi e Storify permette di creare delle storie complesse collegando materiali di diversa provenienza. Siamo all’inizio». Una società di cacciatori-raccoglitori che non è ancora arrivata all’età delle cattedrali, dice Roncaglia: «Non credo che la frammentarietà del web sia strutturale, ma certo la forma paradigmatica di complessità e completezza rimane quella del libro e ritengo che si debba combattere contro la sua scomparsa. La scuola ha una enorme responsabilità e c’è molta confusione nell’adozione dei testi digitali. Va bene lavorare con materiali di rete e modulari, ma il libro di testo come filo conduttore autorevole va conservato. L’autorevolezza testuale non è autoritaria». Resta da colmare la distanza di linguaggio tra molti testi scritti e lo slang ormai diffuso: «Oltre alla lontananza dal tipo di testualità, c’è un divario culturale: non è solo la mancanza di dominio sintattico a porre problemi nella lettura di un giornale o nei discorsi politici, per esempio, ma anche i contenuti, spesso lontani dall’orizzonte di interessi e di conoscenze comuni».

Bisogna parlare con Graziella Priulla, docente di Sociologia della comunicazione a Catania, per avere uno sguardo ravvicinato sull’Italia dell’ignoranza, come ha intitolato un suo recente saggio. Priulla punta il dito sull’incapacità diffusa di modulare discorsi argomentativi: «I bambini allattati con il mezzo visivo, tv o computer, hanno un rapporto con la parola viscerale, diretto, frammentato e semplicistico. E se la scuola non ha più autorevolezza e credibilità, non può certo rimediare. I miei studenti universitari fanno errori ortografici, grammaticali e sintattici, ma soprattutto ignorano il ragionamento complesso. Niente ipotassi, abolizione delle subordinate e dei nessi causali tra proposizioni. D’altra parte sono abituati alla digitazione veloce e la miniaturizzazione degli strumenti non aiuta». Una miscela di problemi linguistici e socio-culturali: «C’è una cesura abissale con il passato, la storia li lascia indifferenti. Se affronto il conflitto mediorientale parlando dei bambini morti a Gaza, gli studenti partecipano, ma i motivi della guerra non interessano. L’attenzione è attratta da questioni emotive che esaltano la proiezione narcisistica. La cultura grammaticalizzata, le regole, l’interpretazione intellettuale, l’astrazione, la logica, lo sguardo d’insieme sono archeologia: il 90 per cento dei ventenni apprezza solo il dettaglio, il frammento, la concretezza, l’emotività». Problemi che riguardano anche gli adulti, a quanto pare: «Basta guardare le prestazioni nei concorsi di magistrati, presidi, insegnanti…».

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Seneca e il tempo

Nero and Seneca (after restoration). Eduardo Barrón. 1904. Madrid, Museo Nacional del Prado

Dal  sito Treccani:  S. MASO, Il concetto di tempo in Seneca.

Dalla rivista ZETESIS: Seneca e Heidegger

Lettura dell’Epistola 93:

XCIII. SENECA LVCILIO SVO SALVTEM

[1] In epistula qua de morte Metronactis philosophi querebaris, tamquam et potuisset diutius vivere et debuisset, aequitatem tuam desideravi, quae tibi in omni persona, in omni negotio superest, in una re deest, in qua omnibus: multos inveni aequos adversus homines, adversus deos neminem. Obiurgamus cotidie fatum: ‘quare ille in medio cursu raptus est? quare ille non rapitur? quare senectutem et sibi et aliis gravem extendit?’ [2] Utrum, obsecro te, aequius iudicas, te naturae an tibi parere naturam? quid autem interest quam cito exeas unde utique exeundum est? Non ut diu vivamus curandum est, sed ut satis; nam ut diu vivas fato opus est, ut satis, animo. Longa est vita si plena est; impletur autem cum animus sibi bonum suum reddidit et ad se potestatem sui transtulit. [3] Quid illum octoginta anni iuvant per inertiam exacti? non vixit iste sed in vita moratus est, nec sero mortuus est, sed diu. ‘Octoginta annis vixit.’ Interest mortem eius ex quo die numeres. ‘At ille obiit viridis.’ [4] Sed officia boni civis, boni amici, boni filii executus est; in nulla parte cessavit; licet aetas eius inperfecta sit, vita perfecta est. ‘Octoginta annis vixit.’ Immo octoginta annis fuit, nisi forte sic vixisse eum dicis quomodo dicuntur arbores vivere. Obsecro te, Lucili, hoc agamus ut quemadmodum pretiosa rerum sic vita nostra non multum pateat sed multum pendeat; actu illam metiamur, non tempore. Vis scire quid inter hunc intersit vegetum contemptoremque fortunae functum omnibus vitae humanae stipendiis atque in summum bonum eius evectum et illum cui multi anni transmissi sunt? alter post mortem quoque est, alter ante mortem perit. [5] Laudemus itaque et in numero felicium reponamus eum cui quantulumcumque temporis contigit bene conlocatum est. Vidit enim veram lucem; non fuit unus e multis; et vixit et viguit. Aliquando sereno usus est, aliquando, ut solet, validi sideris fulgor per nubila emicuit. Quid quaeris quamdiu vixerit? vivit: ad posteros usque transiluit et se in memoriam dedit. [6] Nec ideo mihi plures annos accedere recusaverim; nihil tamen mihi ad beatam vitam defuisse dicam si spatium eius inciditur; non enim ad eum diem me aptavi quem ultimum mihi spes avida promiserat, sed nullum non tamquam ultimum aspexi. Quid me interrogas quando natus sim, an inter iuniores adhuc censear? habeo meum. [7] Quemadmodum in minore corporis habitu potest homo esse perfectus, sic et in minore temporis modo potest vita esse perfecta. Aetas inter externa est. Quamdiu sim alienum est: quamdiu ero, <vere> ut sim, meum est. Hoc a me exige, ne velut per tenebras aevum ignobile emetiar, ut agam vitam, non ut praetervehar. [8] Quaeris quod sit amplissimum vitae spatium? usque ad sapientiam vivere; qui ad illam pervenit attigit non longissimum finem, sed maximum. Ille vero glorietur audacter et dis agat gratias interque eos sibi, et rerum naturae inputet quod fuit. Merito enim inputabit: meliorem illi vitam reddidit quam accepit. Exemplar boni viri posuit, qualis quantusque esset ostendit; si quid adiecisset, fuisset simile praeterito. [9] Et tamen quousque vivimus? Omnium rerum cognitione fruiti sumus: scimus a quibus principiis natura se attollat, quemadmodum ordinet mundum, per quas annum vices revocet, quemadmodum omnia quae usquam erunt cluserit et se ipsam finem sui fecerit; scimus sidera impetu suo vadere, praeter terram nihil stare, cetera continua velocitate decurrere; scimus quemadmodum solem luna praetereat, quare tardior velociorem post se relinquat, quomodo lumen accipiat aut perdat, quae causa inducat noctem, quae reducat diem: illuc eundum est ubi ista propius aspicias. [10] ‘Nec hac spe’ inquit sapiens ille ‘fortius exeo, quod patere mihi ad deos meos iter iudico. Merui quidem admitti et iam inter illos fui animumque illo meum misi et ad me illi suum miserant. Sed tolli me de medio puta et post mortem nihil ex homine restare: aeque magnum animum habeo, etiam si nusquam transiturus excedo.’ Non tam multis vixit annis quam potuit. [11] Et paucorum versuum liber est et quidem laudandus atque utilis: annales Tanusii scis quam ponderosi sint et quid vocentur. Hoc est vita quorundam longa, et quod Tanusii sequitur annales. [12] Numquid feliciorem iudicas eum qui summo die muneris quam eum qui medio occiditur? numquid aliquem tam stulte cupidum esse vitae putas ut iugulari in spoliario quam in harena malit? Non maiore spatio alter alterum praecedimus. Mors per omnis it; qui occidit consequitur occisum. Minimum est de quo sollicitissime agitur. Quid autem ad rem pertinet quam diu vites quod evitare non possis? Vale.

In lingua inglese.

Nella lettera in cui lamentavi la morte del filosofo Metronatte, come se avesse potuto e dovuto vivere più a lungo, ho sentito la mancanza di quel senso di giustizia di cui sei ricco in ogni funzione, in ogni attività, e che ti difetta in una sola cosa, come a tutti: ho trovato molte persone giuste verso gli uomini, ma nessuna giusta verso gli dèi. Ogni giorno rimproveriamo il destino: “Perché Tizio è stato rapito nel pieno della vita? Perché non Caio? Perché prolunga una vecchiaia penosa a sé e agli altri?” 2 Ma dimmi: ritieni più giusto che sia tu a obbedire alla natura o la natura a te? Che importanza ha se esci presto o tardi dalla vita? Bisogna in ogni caso uscirne. Non dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza; vivere a lungo dipende dal destino, dalla nostra anima vivere quanto basta. La vita è lunga se è piena, e diventa tale quando l’anima ha riconsegnato a se stessa il suo bene e ha preso il dominio di sé. 3 Che cosa servono a quel tizio ottant’anni trascorsi nell’inerzia? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita, e non è morto tardi, ma lentamente. “È vissuto ottant’anni.” L’importante è da che giorno calcoli la sua morte. 4 “Invece quell’altro è scomparso nel fiore degli anni.” Ha adempiuto, però ai doveri di onesto cittadino, di fedele amico, di buon figlio; mai è venuto meno ai propri obblighi; anche se è incompleta la sua età, è completa la sua vita. “È vissuto ottant’anni.” Anzi è esistito per ottant’anni, a meno che tu non dica che è vissuto, così come si dice che gli alberi vivono. Ti scongiuro, Lucilio mio, facciamo in modo che la nostra vita, come tutte le cose preziose, non conti per la sua estensione, ma per il suo peso; misuriamola dalle azioni, non dal tempo. Vuoi sapere che differenza c’è fra un uomo vigoroso e sprezzante della fortuna, che ha adempiuto a tutti i doveri della vita umana ed è giunto al sommo bene, e un uomo che ha lasciato scorrere gli anni? Il primo vive anche dopo la morte, il secondo si è spento prima di morire. 5 Lodiamo, perciò e mettiamo nel numero degli uomini felici chi ha ben impiegato il poco tempo avuto in sorte. Egli ha visto la vera luce; non è stato uno dei tanti; è vissuto; è stato forte. Talora ha goduto di giorni sereni; talora, come spesso avviene, lo splendore del sole si è mostrato fra le nubi. Perché chiedi quanto è vissuto? Vive ancora: è balzato tra i posteri e si è consegnato al loro ricordo. 6 Non per questo rifiuterei degli anni in più; ma anche se la vita mi viene troncata, dirò che non mi è mancato niente per avere la felicità; non ho regolato la mia esistenza su quel giorno che un’avida speranza mi aveva promesso come ultimo: ogni giorno l’ho guardato come se fosse l’ultimo. Perché mi chiedi la data di nascita o se faccio ancora parte della lista dei giovani? Ho quello che mi spetta. 7 Un uomo con un fisico più piccolo del normale può essere perfetto, e allo stesso modo può essere perfetta una vita più breve del normale. L’esistenza dipende da fattori esterni. Non dipende da me la lunghezza della vita: da me dipende vivere veramente la vita che avrò. Pretendi questo da me: che non conduca un’esistenza oscura in mezzo alle tenebre, ma che guidi la mia vita senza lasciarmi vivere. 8 Chiedi qual è la vita più lunga? Vivere fino alla saggezza; chi la raggiunge, non tocca la meta più lontana, ma la più importante. Ne sia pure fiero; ringrazi gli dèi e fra gli dèi anche se stesso e imputi alla natura ciò che è stato. E lo farà a ragione: le ha restituito una vita migliore di quella ricevuta. Egli ha dato un esempio di uomo virtuoso, ha dimostrato le sue qualità e il suo valore; se fosse vissuto ancora, tutto sarebbe rimasto uguale. 9 E dunque, fino a quando vogliamo vivere? Siamo ormai arrivati a conoscere tutto: sappiamo su quali princìpî si fondi la natura, che ordinamento dia al mondo, attraverso quali cicli faccia ritornare l’anno, in che modo abbia segnato i confini di tutte le cose future e si sia posta come limite a se stessa; sappiamo che le stelle si muovono per loro impulso, che nessun corpo celeste è fermo, eccetto la terra e che gli altri scorrono veloci ininterrottamente; sappiamo come la luna superi il sole e perché, pur essendo più lenta, si lasci alle spalle quello che è più veloce, come si illumini e si oscuri, per quale causa si avvicendino il giorno e la notte: bisogna andare là dove questi fenomeni si contemplano più da vicino. 10 “Non esco dalla vita con maggiore forza d’animo,” dice il saggio, “perché spero che mi sia aperta la strada verso i miei dèi. Mi sono procurato il diritto di essere ammesso tra di loro (e per altro ci sono già stato): il mio spirito è giunto fino a loro e loro a me. Supponi che io scompaia e che dopo la morte dell’uomo non rimanga nulla: io ho lo stesso un’anima grande anche se, uscito dalla vita, non andrò a finire in nessun luogo.” 11 “Non visse tanto a lungo quanto avrebbe potuto.” Anche un libro di poche righe può essere apprezzabile e utile: hai presente la mole degli annali di Tanusio e che fama li accompagni. La lunga vita di certa gente è simile e segue la stessa sorte degli annali di Tanusio. 12 Secondo te il gladiatore ucciso alla fine dello spettacolo è forse più felice di quello che muore a metà giornata? Pensi che uno sia tanto stupidamente attaccato alla vita da preferire che lo scannino nello spogliatoio piuttosto che nell’arena? Se uno muore prima, non precede un altro di un intervallo maggiore di questo. La morte arriva per tutti, l’assassino segue la vittima. Ci tormentiamo tanto per una sciocchezza. Ma a che serve evitare a lungo l’inevitabile? Stammi bene.

PER APPROFONDIRE:

Variazioni sul tempo, Università della Calabria

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Classics Podcasts

Dal sito del Dipartimento di Studi classici – Haverford College (Philadelphia).

Ascoltare i classici latini: CLICCA QUI per l’elenco completo.

Nam et latina aliquando infans utique nulla noveram, et tamen advertendo didici sine ullo metu atque cruciatu, inter etiam blandimenta nutricum et ioca adridentium et laetitias adludentium. Didici vero illa sine poenali onere urgentium, cum me urgeret cor meum ad parienda concepta sua, † et qua † non esset, nisi aliqua verba didicissem non a docentibus sed a loquentibus, in quorum et ego auribus parturiebam quidquid sentiebam. Hinc satis elucet maiorem habere vim ad discenda ista liberam curiositatem quam meticulosam necessitatem. 

C’è stato un tempo, nella primissima infanzia, in cui neppure di latino sapevo una parola: e tuttavia m’è bastata un po’ d’attenzione a impararlo, senza spaventi e torture, anzi fra le carezze delle balie e i loro giochi e le risa. L’ho imparato senza esservi incalzato sotto il giogo della disciplina, quando era il mio cuore a incalzarmi perché dessi alla luce quello che concepiva: il che non sarebbe avvenuto, se alcune parole non le avessi imparate non dagli insegnanti, ma da altri parlanti con le orecchie pronte ad accogliere tutto ciò che mi veniva in mente e che io vi riversavo. E questa è un’illustrazione abbastanza chiara della maggior efficacia che la libera curiosità ha rispetto a un pavido affannarsi sotto costrizione, per quanto riguarda questo genere di apprendimento.

AGOSTINO, Confessiones 1.14.23

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La sindrome del complotto

UMBERTO ECO, LA SINDROME DEL COMPLOTTO, “L’Espresso”, 6 febbraio 2007

“…  la sindrome del complotto è antica quanto il mondo e chi ne ha tracciato in modo superbo la filosofia è stato Karl Popper, in un saggio sulla teoria sociale della cospirazione che si ritrova in Congetture e refutazioni (Il Mulino, 1972). “Detta teoria, più primitiva di molte forme di teismo, è simile a quella rilevabile in Omero. Questi concepiva il potere degli dèi in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo. La teoria sociale della cospirazione è in effetti una versione di questo teismo, della credenza, cioè, in divinità i cui capricci o voleri reggono ogni cosa. Essa è una conseguenza del venir meno del riferimento a dio, e della conseguente domanda: ‘Chi c’è al suo posto?’. Quest’ultimo è ora occupato da diversi uomini e gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione, cui si può imputare di avere organizzato la grande depressione e tutti il mali di cui soffriamo… Quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali.”

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22/11/2012 · 05:57

Il mondo visto dagli antichi

Storia della cartografia antica: per orientarsi. CLICCA QUI.

La Britannia e la Gallia viste dai Romani.

La TABULA PEUTINGERIANA on line.  

L’Italia settentrionale.

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Cesare: la battaglia di Alesia

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Caesar, De bello Gallico, VII, 69

Ipsum erat oppidum Alesia, in colle summo admodum edito loco, ut nisi obsidione expugnari non posse videretur. Cuius collis radices duo duabus ex partibus flumina subluebant. Ante id oppidum planities circiter milia passuum III in longitudinem patebat; reliquis ex omnibus partibus colles mediocri interiecto spatio pari altitudinis fastigio oppidum cingebant. Sub muro quae pars collis ad orientem solem spectabant, hunc omnem locum copiae Gallorum compleuerant fossamque et maceriam in altitudinem VI pedum praeduxerant. Eius munitionis quae ab Romanis instituebatur circuitus X milia passuum tenebat. Castra opportunis locis erant posita ibique castella XXIII facta; quibus in castellis interdiu stationes ponebantur, ne qua subito eruptio fieret: haec eadem noctu excubitoribus ac firmis praesidiis tenebantur.

ALESIA: documentario in lingua francese (immagini del sito di Alesia e ricostruzione animata degli eventi). CLICCA QUI.

L’assedio di Alesia: documentario da “Atlantide” (LA7).

La resa di Vercingetorige (De Bello gallico, 89 1)

Postero die Vercingetorix, concilio convocato, id bellum suscepisse se non suarum necessitatum,  sed communis libertatis causa demonstrat, et quoniam sit Fortunae cedendum, ad utramque rem se illis offerre, seu morte sua Romanis satisfacere seu vivum tradere velint. Mittuntur de his rebus ad Caesarem legati.  Iubet arma tradi, principes produci. Ipse in munitione pro castris consedit; eo duces producuntur. Vercingetorix deditur, arma proiciuntur.  Reservatis Haeduis atque Arvernis, si per eos civitates recuperare posset, ex reliquis captivis toti exercitui capita singula praedae nomine distribuit

Dal film Vercingetorix (2001).

Dal film  The siege of Alesia.

Per la classe terza E:  nell’area riservata del sito  www.illuminations.tk  (Sezione Classi terze – Latino)  è disponibile la guida per lo studio degli ultimi capitoli del libro VII del De bello Gallico.

De bello gallico: quale giudizio?

“Una campagna provocata a freddo, senza un vero pericolo, una vera minaccia; la distruzione della precedente civiltà lentamente soppiantata dalla romanizzazione; un genocidio di impressionanti proporzioni secondo la convergente testimonianza di Plinio e di Plutarco. Il tutto per una finalità che, nel principale protagonista e motore dell’impresa, è chiaramente la cinica utilizzazione di un siffatto genocidio per la lotta politica interna. […] La concezione estatica, perciò, così frequente al cospetto della conquista cesariana della Gallia, vista come un’altra delle “orme” che una sorta di provvidenza della storia avrebbe voluto lasciare sul terreno per il suo tramite, rischia di essere davvero fuorviante. Essa fu fatta propria da grandi interpreti, come Mommsen e numerosi altri dopo di lui, i quali non solo hanno nobilitato quella feroce conquista ponendola sullo stesso piano della ellenizzazione dell’Oriente per opera di Alessandro, ma soprattutto hanno accreditato a Cesare una intenzione weltgeschichtliche (‘storica di portata universale’), che forse non albergava nella mente del proconsole delle Gallie, e certo non fa neanche lontanamente capolino dai suoi pur forbiti e finemente elaborati commentarii su quella quasi decennale impresa guerresca. […]

Il “libro nero” della conquista romana della Gallia lo scrisse Plinio il Vecchio, nel settimo libro della Storia naturale (91-99). È un “libro nero” – per usare un’espressione ora in voga – di straordinaria durezza. Vengono lì messi a paragone i crimini di Cesare con il ben diverso bilancio della lunga carriera politico-militare di Pompeo. Senza contare i moltissimi morti causati dalla guerra civile, provocata da Cesare col passaggio del Rubicone, quattro anni di efferata guerra fratricida dovuta all’ambizione di un uomo, senza procedere dunque a questa contabilità relativa al conflitto civile, bisogna ricordare – scrive Plinio – il 1200000 morti massacrati da Cesare al solo fine di conquistare la Gallia. “Io non posso porre – dice Plinio – tra i suoi titoli di gloria un così grave oltraggio da lui arrecato al genere umano”. E accusa Cesare di avere per giunta occultato le cifre del grande massacro: “non rivelando l’entità del massacro causato dalle guerre civili, Cesare ha riconosciuto l’enormità del suo crimine” (VIII, 92).  Storici più compiacenti, come Velleio Patercolo, parlano di 400000 morti in Gallia e altrettanti e più prigionieri (II, 47, 1). Plutarco conosce la cifra «tonda» di un milione di vittime e un milione di prigionieri (Pompeo 67, 10; Cesare 15, 5). E nella vita di Catone minore parla di 300000 Germani uccisi (51, 1). Appiano, nei frammenti del Libro celtico (1, 12), racconta di 400000 morti soltanto nella campagna contro gli Usipeti e i Tenderli (55 a.C.).
In Plutarco non vi è peraltro alcun accento critico quando vengono fornite quelle cifre. Al contrario esse sono parte essenziale di un raffronto tra Cesare e tutti gli altri condottieri romani, a tutto vantaggio di Cesare. E quei massacri e quelle masse sterminate di prigionieri sono – per il biografo greco – indizio di maggiore grandezza. È in Plinio che si manifesta, con toni di forte indignazione, la condanna morale nei confronti del crimine cesariano, dell’offesa – come egli dice – all’umanità. Cesare stesso peraltro non aveva avuto, su questo punto, un atteggiamento occultatore.  Ecco, per fare un solo esempio, come narra la carneficina dei Belgi in fuga: “Fu massacrata tanta moltitudine di nemici quanta fu la durata del giorno. Al tramonto del sole i soldati smisero d’inseguire e si ritirarono, sì come era l’ordine, negli accampamenti”. […] Naturalmente la romanizzazione della Gallia è fenomeno di tali proporzioni storiche da imporre la domanda se la contabilità dei morti proposta da Plinio con estrema chiarezza (e con l’accusa bruciante a Cesare di aver nascosto le cifre) non debba tuttavia cedere il passo, in sede di bilancio storico, a quello che può considerarsi l’evento cruciale nella formazione dell’Europa medievale e poi moderna: la romanizzazione dei Celti, dovuta appunto alla conquista cesariana.
L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Bari-Roma 2006, 132 e ss.

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The Image of the Earth in the Middle Ages

The earth is round! Il cosmo di Dante in un VIDEO in lingua inglese.

The medieval belief that the Earth was a flat slab floating on the Seven Seas is a modern myth. Already in that era, people were aware that the Earth was round. Only the Universe was conceived as a two-dimensional hierarchy, with God residing above in the Heavens and the Devil below in the depths of the Earth. World maps of the period confirm this perspective.

Concept and Screenplay Dr. Ulrike Zubal, Dr. Hans Volmar Findeisen Koiné-crossculture past and present

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