Archivi categoria: Letteratura del Quattrocento

Umanesimo e Rinascimento

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A. PROSPERI, L’Umanesimo, la stampa, le nuove geografie mentali, in Storia moderna e contemporanea,Torino, Einaudi, 2000, I, pp. 102-120

“Lo spirito di avventura, la fiducia nelle proprie forze, la curiosità e l’apertura intellettuale che si percepiscono nelle relazioni dei viaggiatori e dei conquistatori europei ci parlano di una cultura nuova, ottimista, fiduciosa nella leggibilità del mondo e nel valore delle azioni umane. Né la cupa minaccia delle epidemie di peste né il pericolo imminente dell’avanzata turca sembrano capaci di alterare questa disposizione generale del modo di pensare. Per indicare il valore umano, l’italiano dell’epoca usava il termine «virtù» (latino virtus) e lo immaginava in perenne e contrastato legame con la cieca sorte, il caso, indicati anche qui dal termine latino «fortuna». Da Dante a Machiavelli, la «virtù» umana individuale è una grande protagonista dei pensieri di questa cultura. Già l’Ulisse dantesco richiamava ai suoi compagni un’idea alta della natura umana:

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

L’uomo ha una dignità superiore a quella di ogni altro essere, può spingere il suo valore fino a superare non solo gli animali bruti ma perfino le creature celesti, gli angeli; cosi il filosofò Pico della Mirandola spiegava ed esaltava la «dignitas hominis». Questo atteggiamento fiducioso e creativo portava a rifiutare l’immobilità della tradizione, sul piano della conoscenza, ma anche su quello degli assetti costituiti della società. La nobiltà non era una condizione data dalla natura ed ereditata per via di sangue da un gruppo sociale chiuso, ma era un dono dato a ogni uomo che doveva e poteva conquistarselo col suo valore. Tanta fiducia era alimentata anche dall’espansione del mondo conosciuto e dal mutamento sociale che portava le fortune accumulate col rifiorente commercio a intaccare l’ordine tradizionale del potere e della ricchezza fondato sulla terra e sulla nobiltà di sangue. LEGGI TUTTO…

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Et in Arcadia ego

Nicolas Poussin, Et in Arcadia Ego, 1637-38, 87 x 120 cm (Museo del Louvre)

”Lontano nel tempo e nello spazio, il paesaggio arcadico, esemplato nell’età moderna da Sannazaro è, in primo luogo, il simbolo di una condizione primigenia dell’uomo: evoca, infatti, la mitologica età dell’oro, una realtà edenica di un mondo immerso in una natura senza tempo. L’Arcadia, che corrisponde solo nominalmente all’antica regione del Peloponneso, è una terra idillica popolata da pastori intenti a gareggiare l’uno con l’altro in un canto dove trovano voce i lamenti e le gioie degli amori bucolici. Il paesaggio arcadico è popolato di divinità e di uomini che sembrano vivere la propria immutabile storia in una dimensione onirica che esclude lo spazio del quotidiano. L’universo agreste è stilizzato e i personaggi che lo animano, impegnati nell’agone poetico , sono del tutto avulsi dalle fatiche del lavoro pastorale: la tradizione classica vi si rifà come ad un mondo mitico e favoloso di cui vengono esaltati i piaceri legati ad un’esistenza libera ed incondizionata, completamente dedita all’otium (“ozio“). In Arcadia, il tempo segue un movimento ciclico: il passato torna a ripetersi, il lutto è sempre accostato al riso, la morte alla vita. La tradizione dell’idillio pastorale fa riferimento a tale mondo mitologico ed innaturale: muovendo da Teocrito e dalle egloghe virgiliane, questo genere letterario si tramanda fino all’Umanesimo. L’invenzione dell’Arcadia come topos letterario, ovvero come “paesaggio dello spirito”, è da attribuirsi a Virgilio: lo spunto gli deriva da Polibio, il quale, nelle Storie, racconta delle attitudini musicali dei rozzi pastori abitatori della regione. L’Arcadia costituisce lo sfondo paesaggistico immaginario di componimenti in versi, di natura monologica o dialogica, in cui vengono messi in scena gli amori idealizzati dei pastori: la letteratura pastorale quattro-cinquecentesca riprende fedelmente questo sistema codificato di situazioni e di temi, all’interno del quale vengono poi convogliati nuovi elementi che rimandano alla realtà contemporanea”. 

Paola Cosentino, dal sito http://www.italica.rai.it

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Lucrezio, Poliziano e Botticelli

“Nel 1418, in un monastero dell’Alsazia, Poggio Bracciolini ritrova un manoscritto contenente il De rerum natura.  Questa data segna l’inizio  della riscoperta di un autore che era stato completamente dimenticato per tutto il Medioevo. La chiusura di fronte alle “eresie” epicuree che ne costituivano il contenuto aveva determinato da sempre il silenzio, o l’ostilità nei confronti del poema, e, nonostante gli apprezzamenti di molti suoi entusiasti lettori dell’antichità, il giudizio negativo nei confronti delle sue teorie rivoluzionarie aveva prevalso. Cosí se fino all’età cristiana Lucrezio, come poeta, aveva conosciuto l’apprezzamento di autori come Virgilio o Ovidio, con l’avvento della nuova religione furono soprattutto i contenuti della sua “filosofia” ad essere giudicati, e la severa opinione che su di lui espressero gli autori cristiani, come Arnobio e Lattanzio, determinò l’inizio del suo lungo oblio.
L’entusiasmo degli umanisti per la nuova scoperta fu grande: il testo di Lucrezio fu letto e imitato, ispirando non solo testi letterari, ma anche uno dei capolavori della nostra arte figurativa, come la Primavera del Botticelli (che il soggetto fosse lucreziano fu già suggerito dal Vasari; non si tratta certamente di un’ispirazione diretta, ma avvenuta per il tramite delle stanze del Poliziano che a loro volta riprendevano il De rerum natura)”. http://www.danna.it/c/document_library/get_file?uuid=f6123423-2763-40d8-ab6e-26abedf510a9&groupId=14509

La Primavera: percorso didattico e lettura iconografica. Prezi a cura di Rossella Niccolai. CLICCA QUI.

Tra arte e letteratura: le fonti di Botticelli.

Monica Centanni, 26 aprile, giorno di primavera: nozze fatali nel giardino di Venere. Una rivisitazione della lettura di Aby Warburg dei dipinti mitologici di Botticelli, in “Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale”, 105, aprile 2013

Dilettano nei capelli, nei crini, ne’ rami, frondi et veste vedere qualche movimento. Quanto certo a me piace nei capelli vedere quale io dissi sette movimenti: volgansi in uno giro quasi volendo anodarsi ed ondeggino in aria simile alle fiamme, parte quasi come serpe si tessano fra li altri, parte crescano qua et parte in là […]. A medesimo ancora le pieghe faccino; et nascano le pieghe come al troncho dell’albero i suo’ rami. In queste adunque si seguano tutti i movimenti tale che parte niuna del panno sia senza vacuo movimento. Ma siano, quanto spesso ricordo i movimenti moderati et dolci, più tosto quali porgano gratia ad chi miri, che meraviglia di faticha alcuna. Ma dove così vogliamo ad i panni suoi movimenti, sendo i panni di natura gravi e continuo cadendo a terra, per questo starà bene in la pittura porvi la faccia del vento zeffiro o austro che soffi tra le nuvole, onde i panni ventoleggino; e quinci verrà a quella grazia che i corpi da questa parte percossi dal vento, sotto i panni in buona parte mostreranno il nudo, dall’altra parte i panni gittati dal vento dolce voleranno per aria.
Leon Battista Alberti, Della Pittura II, 45 [1435-6]

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Lucrezio, De rerum natura, V, vv. 737-740

It Ver et Venus et Veneris praenuntius ante
pennatus graditur, Zephyri vestigia propter
Flora quibus mater praespargens ante viai
cuncta coloribus egregiis et odoribus opplet.

Viene primavera e Venere, e l’alato nunzio di Venere
innanzi cammina, e sulle orme di Zefiro
la madre Flora davanti a loro tutta la via
cosparge di squisiti colori e odori.

A. Poliziano, Stanze per la giostra…, I, 68

… al regno di sua madre in fretta,
ov’è de’ picciol suoi fratei lo stuolo:
al regno ov’ogni Grazia si diletta,
ove Biltà di fiori al crin fa brolo,
ove tutto lascivo, drieto a Flora,
Zefiro vola e la verde erba infiora.

I, 71-72:

Né mai le chiome del giardino eterno
tenera brina o fresca neve imbianca;
ivi non osa entrar ghiaccioto verno,
non vento o l’erbe o li arbuscelli stanca;
ivi non volgon gli anni il lor quaderno,
ma lieta Primavera mai non manca,
ch’e suoi crin biondi e crespi all’aura spiega,
e mille fiori in ghirlandetta lega.

La Nascita di Venere

POLIZIANO, Stanze, ott. 99-100

Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti
si vede il frusto genitale accolto,
sotto diverso volger di pianeti
errar per l’onde in bianca schiuma avolto;
e drento nata in atti vaghi e lieti
una donzella non con uman volto,
da zefiri lascivi spinta a proda,
gir sovra un nicchio, e par che ‘l cel ne goda.

Vera la schiuma e vero il mar diresti,
e vero il nicchio e ver soffiar di venti;
la dea negli occhi folgorar vedresti,
e ‘l cel riderli a torno e gli elementi;
l’Ore premer l’arena in bianche vesti,
l’aura incresparle e crin distesi e lenti;
non una, non diversa esser lor faccia,
come par ch’a sorelle ben confaccia.

VIDEO a cura di ArtSleuth: Botticelli, The birth of Venus.

 

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Lorenzo il Magnifico: Canzona di Bacco

Lorenzo il Magnifico: la vita politica e le opere. CLICCA QUI.

Firenze nel Quattrocento: Passepartout a cura di P. Daverio. CLICCA QUI.

La grande Firenze dei Medici (video RAI Ulisse). CLICCA QUI.

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