Archivi categoria: temi

Nuovi media

Il rapido sviluppo di internet. Utenti internet (2000-10)

Letture consigliate:

http://www.treccani.it/enciclopedia/l-evoluzione-della-comunicazione-vecchi-e-nuovi-media_%28Atlante-Geopolitico%29/

http://www.treccani.it/enciclopedia/internet-e-diplomazia-nell-era-di-wikileaks_(Atlante_Geopolitico)/

http://www.treccani.it/enciclopedia/l-evoluzione-della-comunicazione-vecchi-e-nuovi-media_%28Atlante-Geopolitico%29/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/31/isis-propaganda-2-0-call-of-duty-jihad-attira-i-combattenti-occidentali/1144491/

http://www.huffingtonpost.it/2014/08/20/isis-boko-haram-al-qaeda_n_5694049.html

http://www.lavoce.info/archives/32967/anonymous-contro-isis-hacker-buoni/

Ultimi paesi al mondo per indice di liberta su internet (0 migliore - 100 peggiore)

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia, temi

Il fascino infinito della luna gigante

Qualche giorno fa, il 12 luglio, si è verificato il fenomeno della luna gigante o “superluna”  (plenilunio in coincidenza con il perigeo, ovvero la minima distanza tra la terra e il nostro satellite, 356.410 km) . L’evento  si ripeterà il 10 agosto e l’8 settembre 2014. Ecco qualche lettura e ascolto “in tema”…

Sed omnium admirationem vincit novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. Multiformis haec ambage torsit ingenia contemplantium et proximum ignorari maxime sidus indignantium, crescens semper aut senescens et modo curvata in cornua facie, modo aequa portione divisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuvans, deficiens et in defectu tamen conspicua— quae mensis exitu latet cum laborare non creditur—, iam vero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. Quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur.

Ma supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d’un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile – a fine mese è celata, ma non si creda a un’eclissi -; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò la leggenda del suo amore con la luna.

G. Plinio il Vecchio, Storia naturale, vol. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Prefazione di I. Calvino. Saggio introduttivo di G.B. Conte. Traduzioni e note di A. Barchiesi, Torino, Einaudi, 1982, II 41-43

Maria Clara Eimmart (1676–1707), Micrographia stellarum phases lunae ultra 300

Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l’altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letteratura d’ogni tempo e paese.
Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza.

I. CALVINO, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1993

Armando Torno, Leopardi studiò astronomia e se ne innamoròCorriere della Sera”, 14 luglio 2014

“La luna attira. Non fece in tempo ad accorgersene Beethoven perché il nome della composizione per pianoforte numero 14 in Do diesis minore, da lui chiamata Sonata. Quasi una fantasia, diventò Al chiaro di luna dopo la sua morte. Fu Ludwig Rellstab negli anni ’30 dell’Ottocento a denominarla in tal modo, scorgendo nell’Adagio sostenuto di apertura un idilliaco panorama notturno addolcito da luce lunare. D’altra parte, Giacomo Leopardi in quegli anni si innamorò dell’astro. Nel Canto notturno le pone domande: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?»; nei versi ad essa titolati la chiama in causa quale testimone esistenziale: «O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari». Ne La sera del dì di festa la descrive, anzi la dipinge: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna». 
Leopardi era arrivato ad amarla dopo averne studiato interpretazioni e calcoli, esaminato Galileo e le teorie delle maree in un’opera giovanile: la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (ora ripubblicata da La Vita Felice, ché Mondadori l’ha esclusa dai «Meridiani» con poesie e prose). Impossibile riprendere tutte le sue citazioni ma, come dirà Thomas Mann in Nobiltà dello spirito, la luna è emblema dell’arte: entrambe consentono un abbraccio tra mondo materiale e spirituale; rivolgere lo sguardo alla luna significa elevarsi nel cosmo senza dimenticare la terra. D’altra parte, nel 1657 Cyrano de Bergerac aveva pubblicato un ardito romanzo dal titolo L’altro mondo o Gli Stati e gli Imperi della Luna, nel quale espose teorie filosofiche e scientifiche allora non gradite ai benpensanti, quali l’eternità e infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi et similia. Il francese era già stato anticipato da Ariosto. «Tutta la sfera varcano del fuoco,/ et indi vanno al regno della luna»: con questi versi inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, in cui il paladino Astolfo è condotto sulla luna da Giovanni evangelista per recuperare il senno di Orlando, smarritosi per amore.
D’Annunzio nell’Alcyone scioglierà un’immagine alla «Nascente luna, in cielo esigua come/ il sopracciglio della giovinetta», mentre Samuel Beckett in Molloy perderà la pazienza: «Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema, la luna. Dev’essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere». Supererà il suo romanticismo Alfred de Musset, nella Ballata alla luna: «C’était dans la nuit brune,/ sur le clocher jauni,/ la lune/ comme un point sur un i» («Era nella notte bruna/ sul campanile ingiallito/ la luna/ come un punto su una i». Un’altra immagine giunge da Sergej Esenin che troverà anche il tempo di innamorarsi di Isadora Duncan, ma ne L’acero antico non si scorderà di lasciare un simbolo: «La luna, rana d’oro del cielo».
Tra i malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c’erano dei lunatici (Matteo 4,24): così allora erano detti i colpiti da epilessia, attribuita a influssi lunari. Presso i babilonesi l’astro prendeva la forma di uomo ed era il dio Sin (qualcuno lo vedrà nell’etimo del Sinai); maschile resterà anche in Egitto, dove sarà il dio Thout, detto anche Chonsu: a lui verrà attribuita l’arte della scrittura e la sapienza, per questo i Greci lo identificheranno con Ermete. Già, i Greci: finalmente la luna diventa donna. È Selene”.

Hay tanta soledad en ese oro.
La luna de las noches no es la luna
que vio el primer Adán. Los largos siglos
de la vigilia humana la han colmado
de antiguo llanto. Mírala. Es tu espejo.

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.        J. L. Borges

PER APPROFONDIRE

Numero tematico dedicato alla luna di Griseldaonline, portale di letteratura. CLICCA QUI.

Engrammi. La luna di Galileo e le arti. CLICCA QUI.

Il disco di Nebra, Germania, Età del bronzo, 1600 a.C. (?)

Lascia un commento

Archiviato in Miti, Musica, Poesia, temi

Peace and Love

 

KURT VONNEGUT, Mattatoio n.5° [1969]

Billy looked at the clock on the gas stove. He had an hour to kill before the saucer came. He went into the living room, swinging the bottle like a dinner bell, turned on the television. He came slightly unstuck in time, saw the late movie backwards, then forwards again. It was a movie about American bombers in the Second World War and the gallant men who flew them. 
Seen backwards by Billy, the story went like this:
American planes, full of holes and wounded men and corpses took off backwards from an airfield in England. Over France a few German fighter planes flew at them backwards, sucked bullets and shell fragments from some of the planes and crewmen. They did the same for wrecked American bombers on the ground, and those planes flew up backwards to join the formation.
The formation flew backwards over a German city that was in flames. The bombers opened their bomb bay doors, exerted a miraculous magnetism which shrunk the fires gathered them into cylindrical steel containers, and lifted the containers into the bellies of the planes. The containers were stored neatly in racks. 
The Germans below had miraculous devices of their own, which were long steel tubes. They used them to suck more fragments from the crewmen and planes. But there were still a few wounded Americans, though, and some of the bombers were in bad repair. Over France, though, German fighters came up again, made everything and everybody as good as new.
When the bombers got back to their base, the steel cylinders were taken from the racks and shipped back to the United States of America, where factories were operating night and day, dismantling the cylinders, separating the dangerous contents into minerals.
Touchingly, it was mainly women who did this work. The minerals were then shipped to specialists in remote areas. It was their business to put them into the ground., to hide them cleverly, so they would never hurt anybody ever again.
The American fliers turned in their uniforms, became high school kids. And Hitler turned into a baby, Billy Pilgrim supposed. That wasn’t in the movie. Billy was extrapolating. Everybody turned into a baby, and all humanity, without exception, conspired biologically to produce two perfect people named Adam and Eve, he supposed.

Billy guardò l’orologio sulla stufa a gas. Aveva un’ora da passare prima che arrivasse il disco volante. Entrò in soggiorno, facendo dondolare la bottiglia come una campanella per annunciare il pranzo, e aprì la televisione. Cominciò a confondere leggermente i tempi, vide l’ultimo film in programma a ritroso, e poi di nuovo in avanti. Era un film che parlava dei bombardieri americani durante la seconda guerra mondiale e dei loro coraggiosi equipaggi. Vista a ritroso da Billy, la storia era così:
Gli aerei americani, pieni di fori e di uomini feriti e di cadaveri, ritornavano da un campo d’aviazione inglese. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero e risucchiarono proiettili e schegge di bombe da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con degli apparecchi americani distrutti che erano al suolo, e questi volarono poi per unirsi alla formazione.
La squadriglia aerea sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono gli sportelli delle bombe, quindi, grazie a un miracoloso magnetismo, risucchiarono le fiamme, le racchiusero nuovamente entro contenitori cilindrici d’acciaio che portarono infine nel ventre degli apparecchi. I contenitori furono sistemati ordinatamente su delle rastrelliere. I tedeschi, là sotto, avevano a loro volta degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi d’acciaio.
Li usavano per risucchiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c’erano ancora alcuni americani feriti, e alcuni dei bombardieri erano gravemente danneggiati. Arrivati sopra la Francia, comunque, furono raggiunti di nuovo da dei caccia tedeschi che rimisero tutti e tutto a nuovo.
Quando i bombardieri tornarono alla base, i contenitori di acciaio vennero tirati fuori dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c’erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellare i cilindri e a ridurre il pericoloso materiale che contenevano a minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali vennero poi spediti a degli specialisti in zone lontane. Era loro compito rimetterli nel terreno, e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più far del male a nessuno.
Gli aviatori americani si trasformarono, nelle loro uniformi, ridiventando ragazzi. E Hitler, immaginava Billy, tornava bambino. Questo nel film non c’era, Billy stava estrapolando. Tutti ridiventavano bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperava biologicamente a produrre due individui perfetti di nome Adamo ed Eva; così immaginava Billy.

Su Vonnegut e Mattatoio n.5 vedi anche la pagina delle Letture

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, temi

Ragazzi e privacy in rete

Marta Serafini“Corriere della Sera”, 24 agosto 2013

«LaBig Data è lieta di presentarvi Face Hawk». Inizia così un video che sta girando in queste ore sulle bacheche statunitensi, in polemica con il Datagate e con l’uso che le grandi star del tech fanno dei nostri dati sensibili. Tutte le nostre foto, i nostri status, i nostri pensieri più intimi e le nostre informazioni personali vanno a formare il disegno di un uccello che spicca il volo. E se hawk è il falco che vola via (e che magari prima o poi andrà down, giù, come si dice in gergo militare quando viene abbattuto un elicottero), il problema è che siamo noi stessi a non preoccuparci più di tanto della nostra privacy. Tra gli scatti delle cosce e dei piedi al mare e il selfie, l’autoscatto selvaggio su Instagram e l’annuncio dell’inizio delle nostre ferie, ci dimentichiamo che ciò che pubblichiamo rimarrà lì per sempre.

C’è chi dice che noi italiani in rete siamo particolarmente esibizionisti. A sostenerlo è uno che i social network ci lavora:«Siete un popolo spensierato, non vi curate della vostra immagine e la spontaneità fa parte del vostro Dna», avverte Damien Patton, a.d. di Banjo, che il 26 e 27 settembre sarà a Roma per TechCrunch Italy.

Un problema etnico dunque? «No, forse è più una questione di altitudine. I tedeschi sono infatti più rigidi degli spagnoli. Negli Usa si discute da tempo del problema, mentre in Sud America alla maggioranza non sembra importare più di tanto se intere vite finiscono online».

In realtà — avverte il Garante delle Privacy — la questione è un po’ più complicata di così. «Da parte degli utenti c’è un atteggiamento contradditorio: vengono avvertiti i rischi della condivisione sfrenata, ma poi c’è disimpegno sul fronte dei comportamenti quotidiani», sottolinea Antonello Soro. Le cose, però, sono migliorate: «Rispetto agli albori dei social network, quando tutti condividevano tutto senza freni, c’è maggiore consapevolezza. Piuttosto ciò che dovrebbe preoccuparci è l’uso dell’anonimato per dare libero sfogo alla tracotanza e all’insulto».

Già. Ma se hatespeech e cyberbullismo sono problemi tipici soprattutto degli adolescenti (quest’estate in Gran Bretagna sono stati tre i suicidi in seguito ai ricatti e insulti sfrenati su social network e videochat), le statistiche mostrano uno spaccato inquietante. Secondo una ricerca del sito statunitense Mashable, il 55 per cento dei ragazzi americani fornisce agli sconosciuti informazioni personali. Il 71 per cento poi non ha alcun problema a mettere nelle impostazioni del proprio profilo Facebook l’indirizzo di casa e quello di scuola. E solo sei su dieci chiudono la propria pagina. Comportamenti tipici dei nativi digitali (Qui trovate un’infografica) di tutto il mondo che troppo spesso usano questi mezzi di comunicazione senza alcun controllo. Sui social network, infatti, ci stanno soprattutto loro, i ragazzi. Degli oltre 22 milioni di utenti italiani di Facebook, più di 3 milioni sono minorenni (il 15 per cento, secondo l’Osservatorio social media di Vincenzo Cosenza). Non stupisce dunque che il Garante della Privacy abbia lanciato una campagna per un uso consapevole dei social. Ma è sufficiente informare? «Siamo consapevoli che non basta. E vogliamo avviare con il ministro dell’Istruzione progetti di educazione digitale».

«Attenzione, però — avverte Luca Mazzucchelli, psicologo esperto di comportamenti digital — introdurre ore di media education è un’ottima idea. Sicuramente più intelligente degli sceriffi del web o di leggi contro l’anonimato. Ma purtroppo c’è un fattore difficile da combattere». Ossia?

«Il progresso tecnologico ha azzerato lo spazio tra il pensiero e l’agito, rielaboriamo meno quello che viviamo. E pensiamo poco alla conseguenza delle nostre azioni».

Una faccenda che riguarda anche noi adulti. Che troppo agiamo (e parliamo) e poco pensiamo alla soluzione dei problemi.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, temi

Alessandro Baricco, Saper perdere

alfa-titre-bis2

Ecco come dobbiamo rivalutare i fallimenti e trasformarli in momenti di vera felicità.

Baricco: vi spiego perché alla fine le sconfitte aiutano a vincere, “La Repubblica”, 29 giugno 2013
Mi scuso, ma partirei da una constatazione personale: se devo guardare alla mia vita, io non sono mai stato tanto bene come quando ho perso. Vorrei chiarire, peraltro, che sono un tipo orrendamente competitivo, mi secca perdere anche a pari e dispari, non mi diverto se non c’è un traguardo visionario da raggiungere, odio la parola “pareggio”, mi riesce più facile qualsiasi cosa se davanti ho un avversario da schiacciare, e in generale mi sveglio al mattino con il discutibile scopo di vincere qualcosa. Insomma, sono uno di quei nevrotici che invece di godersi la vita risultano inclini a interpretarla come un duello. E qui sta il fatto curioso: adoro la sconfitta. Diciamo che la adoro con cautela, senza autolesionismo, e con saggissima misura: la adoro fino a un passo prima di farmi del male, ecco. Ma certo la conosco come un’esperienza a suo modo deliziosa, e sorprendentemente vitale. Non vorrei spingermi troppo in là, ma se cerco di ricordare momenti di cristallina felicità, spesso li riconosco associati a momenti di sconfitta. Non subito, non quando la sconfitta accade: lì ho ben presente lo smarrimento, la percezione un po’ appannata del mondo circostante, la provvisoria perdita di controllo di molte facoltà estremamente utili. Lì è uno shock e basta. Ma per qualche minuto, qualche ora — magari giorni. Poi subentra quell’altro stato d’animo, di delizia pura, di leggerezza incondizionata e di libertà quasi infantile. Una volta mi è accaduto di salire sul palcoscenico di un teatro, al termine della Prima di un mio testo, e di provare la fisica sensazione della sconfitta nel boato di fischi che mi ha seppellito. Non la ricordo come una sensazione propriamente gradevole: non ricordo cosa ho fatto, né come ho trovato la via per tornare dietro le quinte. Ma molto distintamente ricordo una passeggiata un paio di giorni dopo, nel tempo vuoto di una giornata da sconfitto (nessuno ti cerca, in quelle situazioni…), me ne camminavo con una leggerezza che non conoscevo da anni, vedendo dettagli che da tempo immemorabile non notavo, immerso in una felicità che solo posso descrivere come una totale assenza di ansia, di urgenza e di rimorsi. Un giorno celeste. D’altra parte, se posso continuare con annotazioni autobiografiche, mi rendo conto di aver scritto, nei miei libri, soprattutto storie di perdenti, e questo vorrà pur dire qualcosa. Se devo essere più preciso, molti miei personaggi non sono, semplicemente, dei perdenti: sono tipi a cui interessa il duello ma non il risultato, la liturgia e non il miracolo, il cammino e non la meta. Quanto più sono tipi straordinari (e lo sono quasi sempre), tanto più sembrano disinteressati a trarre profitto dalla propria straordinarietà. Gli piace giocare la partita, ma hanno un’impercettibile ritrosia a vincerla. Evidentemente è il tipo di eroe che mi va di raccontare: geni che scompaiono per finire a pulire cessi da qualche parte, pianisti eccezionali che non scendono mai da una nave, architetti visionari che non approdano a nulla. Perfino nelle storie d’amore — che, com’è noto, sono duelli — i miei personaggi sembrano spesso metter tutto il loro talento nel coniare forme adorabili per amarsi senza riuscire a farlo. Ricordo distintamente di aver iniziato un libro, che poi sarebbe stato quello che mi ha portato al successo, con questo intento preciso: riuscire a scrivere un’immane storia d’amore in cui i due non scambiavano nemmeno una parola. Insomma, non ne farei una poetica consapevole, ma certo anche nei miei libri si ritrova la stessa aporia che ho dovuto imparare a riconoscere nella mia vita. La descriverei così: quanto più grande è la passione per la competizione, tanto più è irresistibile l’istinto a interpretare la vittoria come qualcosa di inelegante, banale, e alla fine poco produttivo. Sono un tipo strano. Ma neanche poi tanto, ho scoperto, il giorno in cui mi è finito in mano un bellissimo saggio di Wolfgang Schivelbusch. Si intitolava La cultura dei vinti. La tesi — a cui devo infinita simpatia e gratitudine — era la seguente: se si sta un attimo attenti alla Storia, quello che si impara è che spesso, all’indomani di grandi scontri militari, a risultare più vitali, forti e veloci a rimettersi in moto sono i popoli sconfitti. Nel dettaglio, il libro studia tre casi: il Sud degli Stati Uniti dopo la Guerra di Secessione, la Francia dopo Sedan e la Germania dopo la sconfitta nella Prima Guerra mondiale. Ma più ancora che quei tre casi (se ne potrebbero trovare altri, peraltro, che dimostrerebbero il contrario), mi affascinò l’intelligenza con cui Schivelbusch entrava in certi schemi mentali, o paesaggi sentimentali, tipici degli sconfitti: trovandovi il germe di una forza, e perfino di una felicità, che i vincitori si sono sempre sognati. Giuro che era piuttosto convincente. Tra le tante argomentazioni, una me la ricordo distintamente, perché dimostra come questa illogica predisposizione dell’umano a sguazzare nella sconfitta abbia radici antichissime, e nobili. Era un’osservazione che in realtà non aveva nulla di nuovo, per me: ma, con una certa cecità, non mi ero mai reso conto della sua portata simbolica. La circostanza, curiosa, è questa: se vogliamo tornare alla madre di tutte le guerre, la guerra di Troia, ecco quel che successe: i vincitori tornarono dalla guerra andando incontro a disgrazie di ogni tipo (in fondo quello a cui andò meglio fu Odisseo, che se la cavò con un ritorno un tantino complicato). In compenso, e per ragioni che francamente appaiono incomprensibili, i troiani compaiono in almeno tre miti di fondazione dall’indubbia importanza: di Enea e del suo ruolo nella fondazione della romanità si vociferava già prima di Virgilio; secondo una popolare leggenda del VI secolo, la Francia deve la sua fondazione a Francio, uno dei figli di Priamo; infine, secondo l’autorevole testimonianza di Goffredo di Monmouth, l’Inghilterra deve la sua nascita a Bruto, uno dei nipoti di Enea. Si tratta di miti di fondazione, come ho detto: ma non è curioso che tre potenze mondiali come quelle si siano andate a cercare gli antenati nella stirpe che più di tutte impersona l’esperienza della sconfitta, della disfatta, del disastro? Insomma, è una cosa che viene da lontano. E probabilmente è una cosa assai più complessa di quanto qualche bonaria annotazione autobiografica possa suggerire.

Lascia un commento

Archiviato in temi

Il 10 maggio 1933: il “rogo nazista di Berlino”

“80 anni fa gli studenti tedeschi bruciarono 25.000 volumi di libri “non tedeschi”, e già da qualche giorno abbiamo chiesto ai nostri ascoltatori quale libro adottare per ricordare quanto successo, perché «là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini», come scrisse Heinrich Heine, anch’egli fra i bruciati”. LEGGI TUTTO…

Paco Ignacio Taibo II, Così le parole finirono al rogo come le streghe, “La Repubblica”, 7 maggio 2015

BRUCIANO. Duecentotrentadue gradi Celsius, la temperatura alla quale la carta si incenerisce, si consuma nel fuoco, e la cenere si volatilizza nella notte. La data rimarrà fissata nella memoria: 10 maggio 1933. Originariamente progettate per essere celebrate simultaneamente in ventisei città, alcune delle cerimonie furono impedite dalla pioggia, ma a Berlino, a Monaco, ad Amburgo, a Francoforte, i libri bruciarono.
Alla fine di gennaio i nazisti avevano preso il potere e s’era conclusa l’esperienza della Repubblica di Weimar, un mese più tardi bruciava il Reichstag e iniziava la caccia ai socialisti e ai comunisti, agli anarchici e ai sindacalisti. Per le cerimonie dei roghi dei libri si mise in moto il rituale. Tutti i parafernali del nazismo: bande musicali, fiaccolate, carri di buoi pieni di volumi, convocati per il grande atto purificatore della giovinezza contro l’intellettualismo ebraico: un grande rogo pubblico di libri. Le foto mostreranno membri delle Sa, poliziotti, studenti sorridenti, felici, intenti a radunare libri da gettare nei falò. La festa della barbarie.
A Berlino, nella Opernplatz, non brucia la carta, bruciano le parole. Bruciano i libri con le poesie di Bertolt Brecht, ma soprattutto bruciano i versi, le magnifiche parole: Non lasciatevi sedurre, non esiste alcun ritorno. Il giorno è alle porte, c’è già il vento della notte. Non verrà un altro domani. Non lasciatevi convincere che la vita è poco.
Interviene il ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels, pura energia maligna, elegante, sottile, istrionico. La sua voce cresce negli altoparlanti, raschia un po’: «Uomini e donne di Germania, l’era dell’intellettualismo ebraico sta giungendo alla fine. Da queste ceneri rinascerà la fenice di una nuova era. Oh, secolo! Oh, scienza! È un piacere essere vivo! ». Di quale scienza parla? Della scienza primitiva di bruciare nei roghi?
Bruciano le meravigliose geometrie dorate e umane di Gustav Klimt. Bruciano i brillanti testi di Sigmund Freud sull’isteria e i sogni. Chi bruciava i suoi libri avrebbe finito per bruciare sei milioni di ebrei come lui. Bruciano nei falò i testi di Einstein, i racconti di Sholem Asch, i testi del ceco Max Brod, i romanzi dei fratelli Mann, persino la relativamente innocente Vicky Baum viene incenerita. Si bruciano i geniali romanzi sociali di Jack London, Theodore Dreiser, John Dos Passos, forse in quel momento il miglior scrittore del primo scorcio di ventesimo secolo. In cima alla lista c’era il capolavoro di Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale . Bruciano i romanzi storici di León Feuchtwanger, bruciano i grandi romanzi antimilitaristi di Barbusse, Il fuoco, persino l’Hemingway di Al di là del fiume e tra gli alberi. Imperdonabile, il pacifismo, per i boia del fuoco. Bruciano le riproduzioni delle fantasmagorie di Marc Chagall e i quadri di Paul Klee. Bruciano, è chiaro, le riproduzioni del neorealismo terribile e drastico di George Grosz e Otto Dix.
Bruciano i libri del futuro premio Nobel Anna Seghers. Nel falò si immolano i libri di Heinrich Heine. Senza rendersene conto, Goebbels e i suoi ragazzi avevano creato la lista fondamentale della cultura della metà del ventesimo secolo, stavano costruendo le raccomandazioni che avremmo seguito da adolescenti ansiosi pochi decenni più tardi: i libri, i quadri, gli articoli di filosofi e scienziati, le poesie. I nazisti non si rendevano conto che la temperatura alla quale brucia un libro non è solo la temperatura del fuoco sulla carta, è anche quella del fuoco dello sguardo sulla parola. Racconto questa storia per ricordare. Per non dimenticare. E l’ultima cosa che voglio ricordare è che il primo libro pubblicato in Germania dopo la sconfitta del nazismo fu Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque.
(Traduzione di Giovanni Dozzini)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri:

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico
i libri di contenuto malefico, e per ogni dove
i buoi furono costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta
(uno di quelli al bando, uno dei migliori)
scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti,
che i suoi libri erano stati dimenticati.
Corse al suo scrittoio, alato d’ira,
e scrisse ai potenti una lettera:
«Bruciatemi», vergò di getto, «bruciatemi!
Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori!
Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri?
E ora voi mi trattate come fossi un mentitore!
Vi comando: bruciatemi!»

Anna Foa, Nei roghi dei libri brucia anche l’anima di un popolo

La cultura tedesca bruciò nella notte del 10 maggio 1933. Hitler era diventato cancelliere il 30 gennaio di quell’anno, nel marzo l’incendio del Reichstag aveva aperto la strada ad arresti e repressioni di ogni genere. Erano state da poco varate le prime leggi antiebraiche, e da pochi giorni erano stati sciolti tutti i partiti di opposizione. Il 10 maggio organizzati dalle associazioni studentesche naziste sotto l’accorta regia del ministro della propaganda nazista Goebbels, oltre cinquantamila libri furono pubblicamente arsi in piazza, a Berlino e in molte altre città tedesche. Erano le opere degli scrittori ebrei e di quelli, pur non ebrei, influenzati dalla cultura ebraica, le opere degli intellettuali della Repubblica di Weimar, di giornalisti, scienziati.

Erano i libri che i nazisti definivano ‘ non tedeschi’. E data l’indubbia egemonia della cultura tedesca in quegli anni, era la cultura europea tutta che bruciava in quei roghi, un’Europa impotente a difendere le opere dei suoi scrittori dei suoi filosofi, dei suoi scienziati come poi sarebbe stata a lungo impotente a difendere i suoi cittadini. La liturgia della cerimonia fu accurata, come tutte le ritualità inventate dal nazismo per affascinare e trarre a sé le masse. Nelle foto del tempo, sono i roghi stessi a dominare la scena, e la violenza dell’atto.
Ma qualche descrizione ci mostra la folla, ottusa e istupidita, che leva il braccio nel saluto nazista, canta gli inni, mangia salsicce, inneggia agli studenti in divisa bruna che ad ogni libro gettato nel rogo ne proclamano la condanna a gran voce: « Contro la sopravvalutazione dei bassi istinti a detrimento dello spirito e in nome della nobiltà dell’anima umana, io consegno alle fiamme gli scritti di Sigmund Freud » , e via di questo passo, con Einstein e Marx, Werfel, Thomas ed Heinrich Mann, Stefan e Arnold Zweig, Schnitzler e Musil, Heine e Brecht, Remarque e Feutchwanger, Benjamin e Liebermann, per non citare che i più famosi. Arnold Zweig ci racconta delle carrette che trasportavano i libri, delle cataste ordinate prussianamente, della pioggia che minacciava di spegnere le fiamme. Egli decise quella notte di emigrare e scelse la Palestina. Non erano molti gli scrittori presenti tra la folla al rogo dei loro libri. Molti erano già emigrati in quei brevi mesi che avevano seguito l’avvento del nazismo. La sorte degli intellettuali austriaci doveva attendere l’Anschluss del 1938 per diventare drammatica. Allora, i nazisti austriaci avrebbero devastato lo studio del vecchio Freud, che sarebbe stato lasciato libero di emigrare solo dopo essere stato riscattato a peso d’oro dalla principessa Marie Bonaparte, sua allieva.
A Berlino, invece, non ci furono dilazioni. Max Liebermann, il grande pittore impressionista, presidente dell’Accademia prussiana di Belle arti, morì prima di essere arrestato, ma la sua vedova si suicidò per sottrarsi all’arresto. Theodor Wolff, Hannah Arendt, Walter Benjamin e molti altri fuggirono a Parigi o negli Stati Uniti. Parigi diventò il centro dell’emigrazione degli intellettuali ebrei tedeschi, fino a quando l’invasione nazista non impose anche lì la sua legge di morte.
Benjamin si suicidò alla frontiera con la Spagna, alla soglia della salvezza.
Molti altri si tolsero la vita, in Germania o nell’emigrazione, come ricorda in un suo scritto americano Hannah Arendt. Il cuore della cultura europea, Berlino, aveva perduto la sua anima, ma il trasferimento di quest’anima in altre terre, in altri mondi, fu tutt’altro che indolore. Gli ebrei tedeschi si sentivano profondamente tedeschi, e fino a quando Hitler non impose loro di essere soltanto ebrei si sentivano più tedeschi che ebrei. La nostalgia, oltre al dolore e allo spaesamento, fu devastante. Ma oltre agli ebrei, c’erano gli intellettuali non ebrei accusati di essere ‘ decadenti’, degenerati.
A tutti costoro, primo fra tutti Thomas Mann, il regime nazista tolse la cittadinanza.
Così gli autori dei libri bruciati il 10 maggio 1933 condivisero la sorte, o almeno il dolore, di quell’esecuzione.
Realizzando una profezia, fatta nel 1817, in occasione di un altro rogo fatto da studenti tedeschi, da un altro degli autori bruciati sul rogo, Heinrich Heine: « Là, dove si bruciano i libri, si finisce col bruciare anche gli uomini » . Heine era morto molto prima di tutto questo, esule a Parigi nel 1848, quando l’amore della nazione era ancora difesa della volontà di essere liberi e non desiderio di sopraffazione. Con il rogo delle sue opere, Hitler saldava il presente al rifiuto del passato glorioso della grande cultura tedesca, tagliava tutti i ponti con la storia tedesca. Come diceva Goebbels nella notte del rogo: « Fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato. È un’impresa forte, grande e simbolica, un’impresa che proverà al mondo intero che le basi intellettuali della repubblica di Novembre si sono sgretolate, ma anche che dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito ».
“Avvenire”, 9 agosto 2009

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia, temi

Ma tra malinconia e spleen quanti poeti nati sotto Saturno

VALERIO MAGRELLI, “La Repubblica”, 1 luglio 2013

Molti anni fa, invitato a tracciare una sommaria mappa del concetto di depressione, iniziai dal suo remoto sinonimo: melanconia. Dietro l’ espressione usata ai nostri giorni, si cela infatti una nozione che traversa la storia della medicina, per investire l’ etica, l’ estetica e la religione. Quel che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde cioè una genealogia millenaria, come si legge nel saggio Saturno e la malinconia di Klibansky, Panofsky e Saxl. Al loro studio, che spazia dalle teorie ippocratiche a quelle neoplatoniche, va accostato Nati sotto Saturno, in cui Rudolf  e  Margot Wittkower approfondirono il nesso con l’ idea rinascimentale di Genio. Intesa come erede della melanconia (ossia della “bile nera”), la depressione si rivela dunque assai diversa da un semplice disturbo nervoso. In una tradizione che passa dal medico greco Galeno alla scienza araba, per approdare all’ Europa del Quattro-Cinquecento, proprio al più sciagurato fra i quattro umori del corpo umano veniva associata la produzione dei massimi frutti dello spirito. «Perché», si chiedeva Aristotele, «gli uomini che si sono distinti nella filosofia, nella vita pubblica, nella poesia e nelle arti sono melanconici, e alcuni al punto da soffrire dei morbi che vengono dalla bile nera?». Egli stilò una lista dei melanconici che includeva eroi e intellettuali quali Ercole, Bellerofonte, Eraclito e Democrito. Ed è proprio a partire da questi nomi che Agamben ha tratteggiato un’ ideale prosecuzione dell’ elenco. In esso, dopo una prima ricomparsa tra i poeti d’ amore del Duecento, il grande ritorno della melanconia veniva fatto risalire all’Umanesimo, con Michelangelo, Dürer e Pontormo. Una seconda epidemia era poi individuata nell’ Inghilterra elisabettiana di John Donne. Infine, un’ ulteriore ondata melanconica colpiva il secolo diciannovesimo, annoverando tra le sue vittime Baudelaire (lo spleen), Nerval, De Quincey, Coleridge, Strindberg. «In tutte e tre le epoche», ha concluso Agamben, «la melanconia fu sempre interpretata, con un’ audace polarizzazione, come qualcosa di positivo e insieme negativo». Davanti a una famiglia così ampia (su cui lavorarono Jaspers e Biswanger, Freud, Abraham e Jung), resta poco da aggiungere, se non che scrittori come Proust o Beckett risulterebbero incomprensibili fuori del cerchio magico dell’ umor nero. Per non parlare poi di personaggi come l’ Oblomov di Goncarov, la cui melanconia riannoda il suo antico legame con l’ accidia, l’ acedia monastica. Quanto alla narrativa italiana, ecco spiccare Fogazzaro e De Roberto, Pirandello e Brancati, per non parlare di Landolfi, Moravia e Berto, che a questa malattia dedicò il romanzo autobiografico Il male oscuro. Infine, almeno un poeta: Attilio Bertolucci, le cui esperienze cliniche si trasfusero nei versi della Camera da letto. Questo per dire come la depressione, così devastante sul piano psichico, possa talvolta tramutarsi in stimolo per la creazione, la riflessione, il pensiero.

Pietro Citati, Melanconia, il vero carcere dell’anima, “La Repubblica”, 15 ottobre 2005[…] Credo che la melanconia sia il mito più grandioso che, durante ventiquattro secoli, abbia elaborato la civiltà occidentale. Nessuno la eguaglia: né Apollo, né Dioniso, né Ermes, né Cristo (perché Cristo è “anche” un mito); nessuno ha la sua vitalità, molteplicità, inafferrabilità, forza di contraddizione; nessuno è così infinito. Il paradosso è che la melanconia sia nata in Grecia e si sia diffusa sopratutto in Europa: vale a dire in una civiltà che ha sempre cercato di espandersi, di dilatarsi, di conquistare o almeno di illuminare e possedere con l’ intelligenza tutte le cose dell’ universo. Forse è l’ ombra dell’ attiva e brillante luce occidentale: a meno che la vera luce d’ Europa sia proprio lei – la notturna, tenebrosa malinconia, con i suoi pipistrelli, le comete, i crogioli alchemici, le erbe magiche, i cani desolati. Subito, la melanconia si distingue per tre gesti: il mento sulla mano, il gomito sul ginocchio, l’ occhio che non vede, perché guarda dentro sé stesso, nei paesaggi dell’ anima. Col tempo assume molti nomi: melanconia, acoedia, taedium, tristitia, spleen, noia, depressione, psicosi maniaco-depressiva. In ventiquattro secoli, non ci ha mai abbandonato. Non sono mai esistite epoche che abbiano fatto a meno di lei: perché è malinconica la Grecia, quando un allievo di Aristotele annuncia che tutti gli uomini di genio sono malinconici: malinconici sono i conventi del Medioevo: malinconicissimi il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, quando centinaia o migliaia di trattati la descrivono con precisione scrupolosa: malinconica una parte del diciottesimo secolo, della quale Watteau è il fiore: travolta e quasi distrutta dalla malinconia è la fine del diciottesimo e l’ inizio del diciannovesimo secolo; mentre quello che noi chiamiamo moderno non è altro che malinconia portata all’ estremo. Malgrado le variazioni della storia, essa non è mai mutata: si è soltanto spostata da un estremo all’ altro di sé stessa, sostando qualche tempo per riprendere fiato. La melanconia non è affatto un sentimento o un intrico di sentimenti, ma una forza terribilmente oggettiva. Come scrive Starobinskij, essa è l’ erede, in noi, di quella che una volta veniva chiamata possessione divina. Se siamo malinconici, qualcuno ci possiede. Non sappiamo quale ne sia il nome: quello di un dio o di un demone, o un dio travestito da demone o un demone travestito da dio, o un luogo sconosciuto di noi stessi. Qualunque sia l’ origine, una terribile forza ci assale dal di fuori. Siamo aggrediti; e in quell’ aggressione lo spirito diventa corpo, il corpo diventa spirito. Un fatto mi sembra unico. Le definizioni cliniche e mitiche della malinconia sono quasi identiche: il medico antico e moderno scrivono su di lei le stesse parole pronunciate dal poeta, dall’ artista o dal mitografo. Quando la malinconia scende su di noi all’ improvviso, la nostra prima sensazione è di essere rinchiusi in un carcere. Il carcere non ha fori, o aperture, o finestre: non ci sono che mura, mura, altissime mura. Non c’ è nessuna via d’ uscita: nessuna via d’ entrata. Siamo lì, e non vediamo nemmeno una pietra, perché l’ occhio è fisso verso il nostro interno. Eppure, dentro quelle mura chiuse, la malinconia non smette di sgorgare, di fluire, di inondarci, di farci parlare, talvolta delirare. La sua fonte è un luogo profondissimo che sta non sappiamo dove: ma certo molto più in basso di quello che siamo abituati a chiamare “inconscio”. Qualcuno lo chiama lo Stige nero. La penna vi affonda, si nutre di quel liquido vischioso e non si arresta mai di scrivere: migliaia e migliaia di pagine, assai più di quelle che ci ispirano le Muse. Come tutti i grandi miti, la melanconia è il luogo dell’ antitesi e della contraddizione. La melanconia è la passione della lentezza: il sole si arresta in cielo: ma anche la passione della velocità; tutto corre freneticamente, e noi non riusciamo mai a raggiungere quei perenni fuggiaschi che siamo noi stessi. Il melanconico è immobile come un monaco nella sua cella, e sempre in viaggio come gli aristocratici inglesi alla fine del diciottesimo secolo. è abbattuto e furibondo. La melanconia è nera e rossa: pesantissima e leggerissima – come diceva Leopardi, che la chiamava “noia” e scriveva che aveva “la natura dell’ aria”: “tenuissima, radissima e trasparente”. Qualcuno si chiederà come sia possibile che cose tanto opposte posseggano lo stesso nome e la stessa natura. Ma l’ universo della mente umana non è retto da figure lineari o geometriche: ciò che lo domina sono grandi nodi vibranti di contraddizioni e di paradossi.Al tempo dei Greci, un dio regnava sopra i melanconici: Saturno. Da un lato, Saturno era stato l’ architetto del mondo: aveva inventato il tempo e l’ agricoltura: aveva regnato sulla terra nell’ età dell’ oro, quando una primavera eterna accarezzava i fiori nati senza semenza. Ma d’ altro lato, era stato un dio “odioso, superbo, empio, crudele”: cercava di divorare i figli, e Giove l’ aveva detronizzato, esiliandolo nel Tartaro e sotto il Tartaro, legato in catene. Il dio Saturno era un astro. Siccome era il pianeta più alto, dominava il sistema solare: ma era anche freddo, sinistro, bianco ed enigmatico; detestava gli esseri umani e mandava sulla terra una luce debolissima e fioca, suscitando la neve ed il ghiaccio. Nei corpi umani, Saturno esercitava il suo influsso sulla milza, dove si raccolgono gli umori della “bile nera”: la melanconia. Quando la bile nera è fredda, il melanconico diventa “torbido, indolente ed ottuso”. All’ improvviso, perde la facoltà di vedere. Come se qualcuno avesse spento un interruttore gigantesco, la luce lascia il mondo visibile. Qualsiasi cosa il malinconico guardi, è fissa, livida e spettrale: vuota come il guscio di una conchiglia o una casa bruciata dall’ interno. Il mondo è opaco, immobile, silenzioso: sembra che nessuno vi si sia mai mosso, o abbia cercato di ridere. La vita si è arrestata. Il cielo soffoca come la pietra di un sepolcro. Allora il melanconico perde ogni desiderio di vivere. Ogni scintilla si spegne nella sua anima. Tutto ciò che attrae gli altri non lo attrae: tutto ciò che amano gli altri lo infastidisce; la primavera lo annoia come l’ autunno, l’ inverno e l’ estate sono identici davanti ai suoi occhi. Sebbene esecri la propria casa, il melanconico vi resta rinchiuso come un prigioniero. Sta seduto in poltrona, senza fare niente, senza pensare ad altro che alla propria interminabile malattia. Ogni istante conosce il morso della noia. Quando la noia si lacera, egli è preda di sospetti, di paure, di terrori senza nome e significato: il suo nemico lo assale da tutte le parti: l’ assedio non ha soste; e lui scoppia in lacrime, tanto il nemico – lui stesso – sembra prossimo alla vittoria. Ogni mattina, davanti allo specchio, vorrebbe tagliarsi la gola: se resiste, è soltanto perché sa che dopo la morte entrerà in un universo ancora più squallido. Non si ama, e pensa che tutti gli altri lo sospettino, lo detestino e gli preparino agguati. L’ altro polo della malinconia ha i colori del fuoco. Quando la bile nera è calda, il melanconico diventa “vivace e brillante”. La salute sembra tornare. Sebbene si tratti di un’ euforia opposta ed identica alla fase apatica, essa apre le porte della felicità. Quando il melanconico risanato si sveglia, scorge un raggio di sole penetrare dalle persiane: si alza, pieno di gioia, si affaccia alla finestra, mentre da lontano ascolta il rumore dei tram e dei clacson; ed ecco che il mondo intero, come diceva Baudelaire, «si offre con un rilievo possente, una nettezza di contorni, un’ ammirevole ricchezza di colori». Non c’ è più traccia di monotonia né di freddezza. Tutto è lieto, allegro, vivace, percorso da un movimento e da un fremito: la luce bagna le cose; le forme si sciolgono nell’ immensa liquidità dell’ universo. Spesso, l’ euforia assume tratti dionisiaci. Le passioni avvampano: l’ affetto e l’ odio accendono il cuore: il desiderio erotico colma l’ animo: l’ orgoglio, la loquacità, l’ ira, il vino, l’ esaltazione generano un entusiasmo, che assomiglia al furore che Platone attribuiva ai veri poeti. Con una velocità paurosa, e una specie di estasi lirica, il melanconico reagisce a tutte le sensazioni, e le impressioni. Quando la personalità si concentra in sé stessa, lo spirito è assalito dalla grazia divina, dalle visioni, dal dono dei vaticini. Quest’ alternanza tra il nero e il rosso, tra la nera Melencolia di Durer e la rossa Melanconia di Cranach, non ha mai fine. Il melanconico ignora la vita lineare e limitata degli altri esseri umani. Obbedisce al ritmo del ciclo: passa di continuo dall’ abbattimento all’ esaltazione, dal torpore all’ euforia, dalla desolazione all’ estasi, dall’ ombra al colore. Non è altro che ondulazione e capovolgimento. * * * Un uomo come il melanconico, così polare e paradossale, non sopporta la vita degli altri uomini, dominata dal battito sempre uguale degli orologi. Non può soggiornare nel tempo. Tra gli antichi psicologi, si diffonde presto la convinzione che l’ esistenza normale – ammesso che esista – non è fatta per lui. Egli ha un altro destino. Un allievo di Aristotele afferma che tutti gli uomini straordinari sono melanconici: Marsilio Ficino ripete che Dio rivela soltanto ai figli di Saturno i misteri della terra e del cielo; Kant aggiunge che soltanto la melanconia è sublime. Spesso, si tratta di una condizione terribile. Mentre gli altri uomini sono protetti da una specie di equilibrio, il melanconico conosce ogni istante l’ alternanza, la contraddizione, la dismisura, lo squilibrio, la rottura, l’ eccesso: dolore interminabile, sovrumana felicità, disperato gelo, totale tenebra, totale luce. Vive nell’ ombra, col rimpianto dell’ età dell’oro, che talvolta riesce a scorgere: sosta sull’orlo di tutti i precipizi: cammina tra le voragini; ogni momento, corre il rischio di sgretolarsi e di andare a pezzi, come la più informe rovina. Forse, questo è il suo trionfo. Così i trattatisti, specialmente nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, cercano di salvare i malinconici dai pericoli che li minacciano. I loro rimedi sono deliziosi ed assurdi: le pietre preziose, tra le quali sopratutto il berillo, il topazio e il calcedonio; e caute tisane di valeriana, di menta e di camomilla. Dubito che il berillo e la valeriana potessero salvare Baudelaire dai terrori che comprimevano il suo cuore come un pezzo di carta. L’ unico vero rimedio è quello che Marsilio Ficino aveva proposto secoli prima: accettare sino in fondo, senza incertezze e senza ritegni, la vocazione della malinconia, vivendo in lei così profondamente da trarre dal proprio male le leggi e la salvezza del mondo. In un giorno di settembre 1926, Virginia Woolf si risvegliò alle tre del mattino. Sentì, vide un’ onda dolorosa che si gonfiava e si ritraeva nelle regioni del cuore, e la sballottava. L’ onda si sollevava, la innalzava, la gettava in alto, e si rovesciava terribilmente sopra di lei. A un tratto, vide una pinna misteriosa fendere il mare deserto e vuoto. Virginia Woolf comprese che l’ onda e la pinna erano il segno della mania depressiva che, quattordici anni più tardi, l’ avrebbe condotta al suicidio nella acque del fiume Oose. «Che orrore…sono infelice, infelice, infelice. Mio Dio, vorrei essere morta!…Ma perché provare questo? Lasciatemi guardare come l’ onda si alza. Guardo. Il fallimento…Il fallimento, il fallimento!…Spero di essere morta! Spero di non aver più che pochi anni da vivere! Non posso affrontare quest’ orrore». Virginia Woolf affrontò il doppio orrore dell’ onda e della pinna. Comprese che non poteva fuggire né evitare quei segni dolorosi. Doveva scendere in basso, sempre più in basso, cautamente, gradino dopo gradino, nel suo pozzo, nell’abisso della follia. Là niente la proteggeva contro gli “assalti della verità”. «Là, non posso leggere né scrivere. Ma esisto. Sono». Qualche anno più tardi, compose Le onde: forse il suo capolavoro, affrontando di nuovo le minacce della melanconia. Le onde e la pinna le ricordavano, come a un filosofo presocratico, il ritmo dell’ universo: apertura e chiusura, espansione e contrazione, morte e rinascita. Non c’ era altro. Quello che salvava la Woolf era appunto il ritmo delle onde, dove una volta aveva visto il segno angoscioso della mania depressiva. Tutto veniva accettato: lo strazio diventata unità, la discontinuità ritmo, il caos pienezza, la malattia psichica si dissolveva nel gioco della espansione e della chiusura. Non c’ era più orrore. C’ era luce: «eterno rinnovamento, movimento incessante che si innalza e ricade, cade e si innalza di nuovo».

Per approfondire: Malinconia: genio e follia in Occidente. CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in QUINTA B, temi

Il quadrato magico

Per approfondire: antika.itIl quadrato magico Sator.

Federica Pagliari, Un grande enigma che attraversa intatto i millenni, Unibocconi.

Lascia un commento

Archiviato in temi, TERZA BS

Money

DollarSign

Fabrizio Galimberti, Perché non riusciamo a ridurre la distanza tra i ricchi e i poveri, “IL SOLE 24 ORE”, 18 NOVEMBRE 2012

A scuola dovevamo leggere Giovanni Verga. Non era obbligatorio come i “Promessi sposi”, ma era ed è un grande scrittore italiano. Riprendiamo allora il filone “Economia e letteratura” con un suo romanzo, “Mastro don Gesualdo”. È la storia (vedi l’articolo a fianco) di un muratore che si arricchisce e le sue ricchezze portano più dispiaceri che benefici. Verga chiamava queste ricchezze “la roba” (come nell’eponima novella: http://it.wikisource.org/wiki/Novelle_rusticane/La_roba). Questo tema – l’avidità che accumula “roba” – non è banale come potrebbe essere quello del “danaro che non dà felicità”. È invece lo spunto per una riflessione sul tema ricchi e poveri. Questa differenza fra ricchi e poveri, questa diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, è andata crescendo in questi anni, anche prima della crisi. E bisogna capire le cause prima di cercare i rimedi.

Magari ci sarà qualcuno che non si preoccupa delle diseguaglianze. L’importante, direbbe, è che la torta cresca. Anche se la differenza fra ricchi e poveri aumenta, la marea alza tutte le barche. Quindi, non c’è da preoccuparsi di una diseguaglianza crescente purché l’economia continui a crescere.
Ora, a parte il fatto che attualmente l’economia non cresce e quindi le diseguaglianze mordono di più, è giusto quel ragionamento? Fino a un certo punto. Avete mai acceso il fuoco nel camino? La fiamma non prende subito dappertutto. Ci sono delle lingue di fuoco che guizzano da una parte, poi dall’altra, ci sono dei pezzi di legna che hanno dentro più umidità e fumano a lungo… La stessa cosa succede con lo sviluppo economico: non è un processo omogeneo. Coloro che muovono la crescita, che hanno una buona idea e creano ricchezza sono le “lingue di fuoco” che spingono lo sviluppo, i Mastri don Gesualdo dell’eponimo romanzo o i Mazzarò della novella “La roba”. Diventano ricchi prima degli altri, ma prima o poi il calore si estende e anche il resto della legna si accende… La diseguaglianza dei redditi è figlia di questo processo disomogeneo, è connaturata all’espansione dell’economia. Di solito, la sua vicenda nel tempo è simile a quella di una U rovesciata. Quando l’economia comincia a crescere la diseguaglianza aumenta, per le ragioni sopra dette, ma poi, arrivati a un certo punto, comincia a diminuire: la crescita crea opportunità di lavoro per tutti.
Ma quello che è successo da qualche lustro a questa parte è diverso. Bene o male, l’economia ha continuato a crescere ma le diseguaglianze, che si erano attenuate negli anni Sessanta e Settanta, sono aumentate. A cosa è dovuto tutto questo? Alla globalizzazione e alla tecnologia, le due grandi forze che hanno plasmato il mondo negli ultimi vent’anni. Sono entrati nell’economia di mercato di miliardi di lavoratori dall’ex impero sovietico, dalla Cina, dall’India… Il loro costo del lavoro era molto basso e i beni che producevano facevano concorrenza a quelli prodotti dai Paesi occidentali. Questi ultimi, per competere, dovevano tenere sotto controllo stretto i propri costi del lavoro. Allo stesso tempo, le imprese occidentali andavano a produrre nei Paesi nuovi arrivati. Meno costo del lavoro vuol dire più profitti, e questa è una ragione dell’aumento delle diseguaglianze (chi riceve i profitti è di solito più ricco di chi riceve i salari).
Secondo, la tecnologia. Siamo nell’economia della conoscenza, e coloro che padroneggiano le nuove tecniche guadagnano di più,  allargando il divario fra le loro retribuzioni e quelle dei lavori manuali o più tradizionali (tenuti bassi dalla prima ragione sopra menzionata).
Questo aumento delle diseguaglianze ha tuttavia raggiunto il punto in cui fa più male che bene. Guardiamo alla scuola. I figli dei ricchi hanno sempre avuto un vantaggio rispetto ai figli dei poveri, malgrado l’esistenza di scuole pubbliche aperte a tutti. Ma quando questo vantaggio diventa troppo grande, viene minata la cosiddetta “eguaglianza dei punti di partenza”, cioè la possibilità per tutti di correre la gara della vita senza ingiusti vantaggi: per esempio, in America la differenza nei test scolastici fra ragazzi di famiglie ricche e di famiglie povere è del 30-40% a vantaggio dei ricchi; una differenza maggiore di quella che si dava 25 anni fa.
Un altro pericolo: se la diseguaglianza continua a crescere, si faranno sempre più acute le proteste, con conseguente instabilità sociale e politica, e potranno andare al potere partiti portatori dei rimedi sbagliati.
Quali sono allora, i rimedi giusti? La politica può attenuare le diseguaglianze, dando servizi pubblici di base – istruzione, sanità,  infrastrutture, giustizia… – eguali per tutti ma soprattutto migliori, e intervenendo sui casi estremi di povertà. La rete di sicurezza sociale in molti casi dà vantaggi anche a chi non ne necessita: sussidi e aiuti dovrebbero invece essere riservati alle situazioni di vero bisogno. Il sistema fiscale è già progressivo (cioè a dire, chi ha un reddito più alto paga proporzionalmente di più di chi ha un reddito più basso). Ma oggi, con la crescente complessità dell’economia e della finanza, ci sono vari modi, per i ricchi, di sfuggire alla progressività con vari espedienti legali: pensate al candidato alla presidenza americana Mitt Romney, i cui redditi milionari finivano col pagare meno tasse (in percentuale del reddito) di quelle che pagava la sua segretaria.
Da ultimo, lotta ai monopoli e alla corruzione: in Cina, le imprese statali godono di vari privilegi e fanno profitti in favore di chi è ammanicato col potere politico; in Russia, nel passaggio all’economia di mercato grosse fette di potere e di reddito sono state appropriate dai cosiddetti oligarchi; in altri Paesi, dall’India all’Italia, la corruzione ha creato sacche di ricchezza immorale, con devastanti conseguenze per la tenuta del tessuto sociale…

Claudia Galimberti, Mastro don Gesualdo e la fatica di arricchirsi,  IL SOLE 24 ORE, 18 NOVEMBRE 2012

Decimo: non desiderare la roba d’altri. Chissà se Mastro don Gesualdo conosceva il decimo comandamento. Probabilmente no e comunque non l’ha seguito: ha desiderato proprio quello che il libro dell’Esodo, 20,17 dice di non desiderare. Ha sognato la casa, il servo, il bue, l’asino, ogni cosa che apparteneva ad altri e se n’è impossessato, ma non ingiustamente commettendo peccato: con il suo lavoro, la fatica ripetuta di giorno e di notte, sempre uguale. Nasceva muratore, don Gesualdo, da qui il nome di Mastro, e lavorava nella fornace del padre, che commerciava poveramente in calce e gesso. Ci mise poco a capire che poteva guadagnare di più mettendosi in proprio e cominciò a offrire il suo lavoro e quello di pochi altri che cercavano “occupazione”. Riuscì a capire, lui, muratore analfabeta, che doveva subito reinvestire i denari appena guadagnati. Divenne in questo modo un grande possidente di terre, sottratte alla pigrizia e alla miopia dei nobili decaduti. La vicenda si svolge nella prima metà dell’Ottocento, nella Sicilia borbonica e feudale dove i cafoni erano poveri, poverissimi, abituati solo a obbedire al padrone, in balìa della nobiltà e del clero. Il deserto desolante dei latifondi, le campagne povere e arretrate, l’analfabetismo diffuso, la scarsità dell’acqua, le strade inesistenti o poco praticabili, pesavano come macigni sulla vita dei siciliani. Gesualdo Motta, con la sua tenace volontà di riscatto, di possedere e di coltivare la terra riesce a infilarsi con astuzia nelle crepe di questa società feudale che mostrava tutti i segni della decadenza. Pezzo dopo pezzo i suoi possedimenti si allargano e lui non lascia le terre incolte: le lavora e le fa lavorare: “buone terre al sole, sciolte, senza un sasso, così che magari le mani vi sprofondavano”. A tutti dà la possibilità di guadagnarsi un “tozzo di pane” come dice lui stesso. A Vizzini, il suo paese, diventa il più grande possidente e tutti gli portano rispetto e lo invidiano, a cominciare dai parenti, perché “pazienza i signori che c’erano nati, ma Gesualdo era nato povero e nudo al par di loro”.

Il rituale dell’obbedienza a capo chino, viene all’improvviso scalfito dalla ventata rivoluzionaria che arriva anche a Vizzini. Siamo nel 1848 e la rivolta di Catania e di Palermo porta un’idea di libertà mai sperimentata prima: “nobili e plebei erano diventati tutti una famiglia. Adesso i signori erano infervorati a difendere la libertà con in collo la coccarda di Pio IX”. Tutti erano eccitati meno Gesualdo: cupo, intristito, ferito negli affetti, non partecipa alla festa generale. Capisce da solo che la rivoluzione sarà per lui una sconfitta, una rivincita dell’invidia sulla sua ricchezza, un assalto ingiusto alla roba che ha accumulato solo con il lavoro, togliendosi il pane di bocca, lui ghiotto solo di roba.

Il paese dimentica che durante la peste del 1837, «con le mani aperte come la Provvidenza, aveva dato ricovero a mezzo paese, nelle stalle, nei fienili, nelle capanne dei guardiani» tenendo tutti lontano dal contagio. Malato, verrà ospitato nella casa del genero, dove troverà la morte: gli mancavano il respiro dei suoi campi, le terre che aveva misurato col desiderio palmo a palmo, e suoi denari, sprofondati nella palude dorata dell’aristocrazia palermitana. Muore solo, da cafone, perché, come diceva lui stesso, l’ulivo non s’innesta con il pesco.

Radio Tre: “Come un romanzo: breve storia del denaro”

Attraverso la letteratura e la cinematografia, Leonardo Martinelli, caporedattore del sito “Firstonline”,  si avvicina ai concetti più attuali dell’economia e della finanza: la speculazione finanziaria, la recessione, il default, il debito pubblico. Il sommario delle puntate, riascoltabili  QUI:

Prima puntata: Sesto potere, il denaro.

“Il denaro” di Emile Zola  e il film V potere sul tema della speculazione finanziaria: dal racconto del caso singolo fino alla metafora del film V potere (il potere della televisione) con la tesi che ormai la politica non conta più nulla e non ha nessuna relazione con i flussi di ricchezza, i quali attraverso la finanza viaggiano liberamente oltre le barriere e gli interessi degli Stati nazionali in balia di leggi proprie, come una sorta di nuova espressione della natura incontrollabile dall’uomo.

Seconda puntata: Giochini in Borsa

Il gioco in Borsa spiegato attraverso La coscienza di Zeno e i ricordi delle reali attività di Svevo alla Borsa di Trieste: la stessa bizzosa e imprevedibile di oggi… E poi il dramma dei mutui subprime degli ultimi anni visti (anche con ironia) con gli occhi di una famiglia della media borghesia americana, in “Libertà” di Jonathan Franzen.

Terza puntata: A quanto è lo spread?

Bond, spread, titoli di Stato, obbligazioni: ormai sono il pane quotidiano della nostra informazione, soprattutto negli ultimi tempi. Ecco qualche spiegazione attraverso “Il falo’ delle vanità”, best-seller degli anni Ottanta, di Tom Wolfe. Per illustrare l’insider trading, invece, un salto nella Parigi di fine Ottocento di Bel Ami. E il romanzo di Maupassant. Non è cambiato molto da quei tempi…

Quarta puntata: Quando il default arriva davvero

Il lievitare del debito pubblico e la possibilità di default sono temi di estrema attualità. Andiamo a parlarne grazie alle opere di Paesi che hanno vissuto in prima persona i due fenomeni. Da una parte l’Argentina, che ando’ in default dieci anni fa, e il film Nove regine, una commedia dai toni nostalgici. Per il debito pubblico, il ritratto di un’Islanda preda dei traders in un thriller di Steinar Bragi, non ancora tradotto in Italia.

Quinta puntata: Economia pianificata e capitalismo all’ennesima potenza

Economia pianificata con il romanzo nordcoreano “Amici” e all’opposto lo “Short selling”, esempio estremo del sistema economico liberista con il riferimento letterario preso dal Giappone. Mishima capovolge per un attimo la prospettiva di queste puntate dove la letteratura umanizza l’economia, perché uno dei suoi protagonisti invece usa la metafora economica della quotazione in Borsa  per descrivere una relazione tra uomo e donna.

Sesta puntata: L’impresa familiare ci salverà dalla recessione?

Parlando di recessione e di depressione economica i brani tratti dal classico “Furore” di Steinbeck hanno anche forse un valore consolatorio per la forza epica che trasmettono. Si passa poi a parlare di impresa di famiglia con un film francese, la commedia “Potiche”, anche con qualche dato italiano interessante.

Settima puntata: Il teleromanzo delle commodities

Le commodities, il mercato delle materie prime: sempre più importante per la tenuta economica dei Paesi maturi e per il reale decollo di quelli emergenti. Gli alti e bassi di greggio, oro, soia possono avere ripercussioni dirette sul nostro benessere. Dalle miniere al petrolio il tema delle risorse a partire dal classico di Cronin “E le stelle stanno a guardare”  con la chicca di qualche brano del vecchio sceneggiato TV, e un film centrato sul rapporto tra denaro e petrolio, “Il volto dei potenti”.

Ottava puntata: Una delocalizzazione made in Italy

La delocalizzazione è l’esempio concreto della crisi economica strutturale, sul lungo periodo. Non a caso la lettura avviene grazie a due esempi italianissimi: il giovane autore Latronico che racconta una Milano contemporanea, globalizzata, nel bene e nel male (il racconto di più truffe, basate sulle piramidi finanziarie), e Riccardo Nesi con la sua esperienza diretta del tessile a Prato e dello sbarco dei cinesi.

Nona puntata: Capitalismo in salsa cinese

Capitalismo, liberismo e progresso economico tradotti in cinese. Prima di terminare questa breve storia del denaro, l’esempio cinese appare come un immenso laboratorio che concentra ragioni e contraddizioni: la letteratura ci permette almeno un colpo d’occhio che apre qualche riflessione e molte domande.

Decima puntata: Wall Street nel suo splendore, fra assalti speculativi e derivati

Infine la parabola di Wall Street, il film di Oliver Stone: una scelta scontata, forse, un esempio datato, ma che funziona sempre, giudicato dagli stessi operatori di Borsa e ancora oggi il film più realistico sul loro mondo e sulle sue sfumature. Un altro film, l’australiano, The Bank, ci porta invece a parlare dei legami fra matematica e finanza. E di quei piccoli grandi mostri che sono gli strumenti derivati.

1 Commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, QUINTA B, temi

Diritto e castigo

Per la classe V B: vi ricorda qualcosa?
Quando il romanzo detta legge. Viaggio nella colpa da Kafka a Camus
Un saggio raccoglie diversi interventi sul rapporto tra gli scrittori e l’idea di giustizia vista attraverso la letteratura,
di Roberto Esposito, “La Repubblica”,  27 dicembre 2012
Cosa può mai congiungere il diritto alla letteratura? Un solco profondo sembra separare la fluidità senza confini della scrittura letteraria e la rigidità di un ordine giuridico volto a discriminare la condotta lecita da quella illecita. Eppure proprio questo impossibile rapporto è oggetto di inesauribile interrogazione. Se fin dalla metà del Novecento è attivo in America un Law and Literature Movement, anche in Italia si vanno aprendo cantieri di ricerca sulla relazione tra la sfera del diritto e i territori della letteratura, del cinema, della comunicazione mediatica. Un’ampia, raccolta di studi in argomento è adesso contenuta nel volume, curato per Vita e Pensiero da Gabrio Forti, Claudia Mazzucato e Arianna Visconti con il titolo Giustizia e letteratura I.
Il libro – che nasce da una serie di seminari interdisciplinari tenuti da giuristi e critici letterari nella Cattolica di Milano – scorre lungo due assi tematici originati dalla stessa esigenza di fondo. Da un lato esso ripercorre con puntualità gli innumerevoli temi che il diritto ha offerto alla letteratura, come anche al teatro e al cinema. Dall’altro ricerca quella consapevolezza supplementare, quel sovrappiù di senso, che la pratica letteraria può fornire, dal proprio punto di vista, all’universo giuridico.
Se si rileggono con questo sguardo i grandi testi rivolti alla questione della legge, si ha l’impressione che essi siano in grado di rivelare qualcosa del diritto che questo, dall’interno del proprio linguaggio, non arriva ad afferrare – l’ombra che circonda la sua luce o il punto scuro in cui essa rischia di spegnersi. Non solo per difetto, ma talvolta anche per eccesso. Non solo, intendo, quando il diritto sbaglia, ma anche quando, dal proprio angolo di visuale, ha ragione. Se opere come Il Mercante di Venezia Otello di Shakespeare rivelano il pregiudizio razziale, rispettivamente nei confronti di un ebreo e di un nero, che sottende il giudizio di condanna, i romanzi di Defoe, da Lady Roxana a Moll Flanders, mostrano, dietro il delitto, una condizione di estremo bisogno che in qualche modo ne eccede la rilevanza penale, aprendo uno squarcio nel formalismo della legge.
Delitto e castigo di Dostoevskij, poi, attraverso la vicenda tormentata di Raskol’nicov, spinge la domanda sulla colpa ai suoi estremi confini – in quella zona indistinta dove bene e male, orrore e compassione, s’intrecciano in una vertiginosa spirale.
Ciò che la letteratura insegna, rispetto all’assetto astrattamente codificato del diritto, è che nell’esperienza vissuta non esistono leggi generali, perché i casi della vita sono sempre singolari e irripetibili. Perciò le condanne, come le assoluzioni, risultano inevitabilmente imperfette, visto che in qualche modo siamo tutti colpevoli, ma anche, da un altro punto di vista, tutti innocenti. I decreti di colpevolezza assoluta appaiono inadeguati per una duplice ragione indagata dalle opere di Proust, Musil e Hofmannsthal. Intanto perché le situazioni individuali vanno sempre calate in quel caleidoscopio sociale che condiziona i nostri atti non meno della nostra volontà. E poi perché l’idea stessa di libero arbitrio, su cui poggia l’intero edificio del diritto penale, presuppone una compattezza dell’identità personale che di fatto non esiste. La coscienza individuale è in realtà sottoposta ad una metamorfosi che finisce per destituire di senso le categorie giuridiche di imputazione e di responsabilità. Come imputare una data azione ad un uomo che ormai è diverso da quello che l’ha commessa? Ma a questa prima decostruzione del diritto se ne aggiunge una seconda, ancora più radicale, che riguarda non più i suoi limiti, ma la sua essenza. Non solo il sistema normativo non riesce a incasellare nelle proprie griglie una realtà umana in linea di principio sfuggente ad un ordine prefissato, ma, tutt’altro che situarsi al polo opposto della violenza criminale confina ambiguamente con essa. I romanzi Il giudice e il suo boiaIl sospettoGiustizia di Friedrich Dürrenmatt ne forniscono la rappresentazione più tesa. In essi coloro che vogliono affermare la giustizia lo fanno usando i medesimi metodi criminali che intendono punire. Ma se il desiderio di giustizia si trasforma in sete di vendetta, il giudice diventa giustiziere e questi cacciatore di prede.
Siamo al punto in cui la giustizia distributiva – che attribuisce a ciascuno la sua pena – diviene volontà di infliggere il male, rendendo intercambiabili colpevole e vittima.
L’autore – al quale forse il volume non dà sufficiente rilievo – in cui il contatto tra giustizia e violenza si fa compiuta sovrapposizione è Kafka. Non soltanto perché i suoi protagonisti – a partire da quello del Processo – sono catturati nelle procedure della legge come mosche in un bicchiere, ma perché la pena è presupposta alla colpa che dovrebbe punire. Nel suo mondo a rovescio non è più la colpa a determinare la pena, ma questa a produrre quella. Per penetrare a fondo nella sua metafisica della legge, bisogna integrare alla comparazione letteraria quella filosofica. A stringere in un nodo irresolubile diritto e violenza è stato soprattutto Benjamin. Non soltanto, per lui, il diritto è sempre istituito da una violenza originaria, ma la violenza è lo strumento attraverso il quale l’ordine giuridico si perpetua, condannando la vita ad una eterna colpevolezza. È questa la funzione che il nomos eredita dal mondo demonico che lo precede – schiacciare la vita sulla nuda parete del destino. Quando René Girard vede nel diritto una razionalizzazione della vendetta, porta alle sue conseguenze questa linea di discorso: come ci narra Lo straniero di Camus, la società, per proteggersi dal conflitto che l’attraversa, ha bisogno di concentrare la violenza su una vittima scelta a caso. Le immagini kafkiane della giustizia bendata – non perché imparziale, ma perché colpisce alla cieca le sue vittime – e della macchina che incide la norma trasgredita sulla carne del colpevole, nascono da questo orizzonte. Ancora oggi film come Pulp Fiction di Tarantino o Dogville di Lars von Trier riproducono in forme e con moduli narrativi diversi il medesimo motivo di una giustizia pienamente identificata con il crimine che combatte.
Ciò non vuol dire che la relazione tra diritto e scrittura s’incanali necessariamente in questa direzione mortifera. Anzi a prevalere, negli autori del libro, è un’ispirazione costruttiva, volta a sottolineare i valori affermativi di una norma giuridica capace di conformarsi alla grana molteplice della vita. Benedetta Tobagi, in un intervento di particolare intensità, invita a guardare il male impresso negli occhi della vittima, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza: diventare testimoni del dolore, narrandone i percorsi, può favorire un’umanizzazione del diritto. La testimonianza letteraria ci aiuta a capire che la verità giudiziaria non è l’unica possibile.
Che essa va collocata in un mondo di relazioni in cui le azioni degli uomini siano restituite alla loro complessità. Dal punto di vista della comunità siamo legati da una legge più profonda di quella giuridica – che la integra senza identificarsi con essa. Anche su questa consapevolezza poggia il ponte invisibile che congiunge le sponde opposte della letteratura e della legge.

Lascia un commento

Archiviato in QUINTA B, Scrittura, temi