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Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

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Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

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Cibo e letteratura

«Addio monti di spaghetti sorgenti dall’acque salsose della pommarola che giungeva quasi ‘ncoppa e con cui m’imbrolodolavo (nei momenti d’oblio) il bavero della giacca e la mia poco rivoluzionaria cravatta! Addio care memorie di spigole, di vongole, di spiedini di majale, di panforte, e di altri vermiciattoli mangiati nelle più nefande e saporose bettole della suburra, facendo finta di discutere lettere e politicaglia tanto per salvare un po’ le apparenze, ma in realtà con l’occhio al piatto che arriva, fumante, trionfante, eccitante, concupiscente e iridescente di smeraldino prezzemolo. Addio!». CARLO EMILIO GADDA, Lettera ad Alberto Carocci, febbraio 1928

Cibo

L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente « sbramato », cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d’una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po’ più scuro, è vero, dopo l’aurato battesimo dello zafferano.

Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, ma anche ovale, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie: prezioso arredo della vecchia, della vasta cucina: faceva parte come numero essenziale del « rame » o dei «rami» di cucina, se un vecchio poeta, il Bussano, non ha trascurato di noverarla nei suoi poetici « interni », ove i lucidi rami più d’una volta figurano sull’ammattonato, a captare e a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l’alluminio.

La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe.

Burro, quantum prodest, udito il numero de’ commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a raggiungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l’appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira. I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria « personalità »: non impastarsi e neppure aggrumarsi.

Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè.

Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po’ meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei è reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dei, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all’Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no!

Tra le aggiunte pensabili, anzi consigliate o richieste dagli iperintendenti e ipertecnici, figurano le midolle di osso (di bue) previamente accantonate e delicatamente serbate a tanto impiego in altra marginale scodella. Si sogliono deporre sul riso dopo metà cottura all’incirca: una almeno per ogni commensale: e verranno rimestate e travolte dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all’ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, non più che il misuratissimo burro, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) non discendono da prescrizione obbligativa, ma, chi gli piace, conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione.

Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po’ più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de’ suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe schifenza. Del parmigiano grattuggiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell’eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, a opera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese.

C. E. Gadda, Il gatto selvatico, 1959

PER APPROFONDIRE:

“Un percorso attraverso la scrittura dedicata al cibo di Valerio Magrelli, che costruisce analogie e similitudini poetiche con alimenti poveri ma essenziali, capaci di destare reminiscenze personali e collettive partendo da una dimensione fortemente quotidiana: La vita diventa un unico pranzo, pieno di cibi, di sapori, di bevande”. RAILETTERATURA.

Centro Studi Camporesi, Percorsi: CIBO

P. SENNA, Cibo e letteratura. Affinare il gusto (non solo letterario). Risorsa in rete QUI.

L. GILLI, Letteratura e gastronomia: una proposta di comparazione, in Griseldaonline

Banchetti letterari. Cibi, pietanze e ricette nella letteratura italiana da Dante a Camilleria cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Roma, Carocci, 2011

Il cibo non era niente di speciale, a c. di L. Grandi e S. Tettamanti, Torino, UTET, 2014

P. di STEFANO, Ogni piatto una storia, “Corriere della Sera”, 28 gennaio 2015

Come si spiega tutta questa cucina nei romanzi? In ogni tempo e ad ogni latitudine, nella letteratura, dalla Bibbia in poi, non si fa che mangiare, assaporare, piluccare, qualche volta abbuffarsi senza ritegno. Ci ricordano Laura Grandi e Stefano Tettamanti, nella loro raccolta di citazioni gastronomiche ( Il cibo non era niente di speciale, da poco pubblicato per la Utet), che già nel frammento di Semonide, VII-VI secolo a.C., compare il «trimolio», un formaggio prelibato proveniente dall’Acaia. Parlare di cibo significa accennare non solo al prodotto o alla pietanza che si manda giù, ma anche ai propri gusti e al contesto: con chi, dove, quando. Senza dire che la situazione conviviale compare spesso in letteratura proprio nei momenti di confidenza, magari laddove la storia prende una svolta decisiva. «L’Iliade e l’Odissea? – dice Massimo Montanari – sono un grande banchetto». Montanari studia da anni la cultura e la storia dell’alimentazione, con particolare attenzione al nostro Medioevo, e di recente ha scritto I racconti della tavola (Laterza), attratto anche lui dalle potenzialità narrative del cibo. «Essendo un elemento centrale dell’esperienza umana, il cibo è uno specchio della vita materiale, della quotidianità, racconta la società, l’economia, la politica, la cultura, le idee, il territorio: basta accennare a un piatto, a una ricetta, a un ingrediente per evocare il mondo che sta intorno. Per questo la letteratura si è servita molto e continua a servirsi del cibo, perché la cucina è davvero una chiave narrativa». Il cibo è un espediente, è in sé un patrimonio di intrecci, un narratore straordinario: «È il punto d’arrivo di tante storie: la terra, gli animali, il lavoro, il mercato, la distribuzione, le politiche di un Paese, la cultura che trasforma in pietanza una materia prima, il condividere a tavola con altri un gusto e un piacere». Non bisogna dimenticare che spesso bastano un piatto o un sapore a caratterizzare un personaggio: l’omelette alle erbe aromatiche e mostarda del Pereira di Tabucchi; il cioccolato della sensuale Vianne raccontata da Joanne Harris; il «filo d’olio» della nonna siciliana di Simonetta Agnello Hornby; i biscotti di Baudelaire ricordati da Alice Toklas; il polpo alla cretese o l’astice di Pepe Carvalho; il «boeuf miroton», il fegato di maiale lardellato, il fricandò all’acetosella e le aringhe del commissario Maigret. «Questo dimostra – osserva Montanari – che ha ragione Brillat-Savarin quando dice: dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei». Che si potrebbe declinare anche in modo leggermente diverso: dimmi come mangi e ti dirò chi sei… Oppure: dimmi dove mangi, in uno squallido bar o a casa, al mercato o nei migliori ristoranti… Ogni elemento relativo all’alimentazione contribuisce ad aggiungere connotazioni all’identità di un personaggio letterario. A proposito di luoghi. Può anche capitare che l’eterno problema della fame produca luoghi meravigliosi. Prendiamo il Paese di Cuccagna. «È un luogo di pura fantasia –  dice Montanari – a cui ogni epoca associa i propri desideri, i propri bisogni, la propria cultura e la propria utopia. In fondo, la Cuccagna è uno specchio che ripropone stereotipi che tornano a distanza di secoli: ne troviamo tracce ovunque, in frammenti di commedie della Grecia attica, ma anche nei fabliaux medievali del Duecento, fino al Novecento, per esempio nella Napoli di Matilde Serao. Tutti testi che descrivono un paese immaginario dove è facile ottenere da mangiare, dove gli animali si offrono agli uomini, dove il cibo si cucina da solo». L’immaginario però, nella gastronomia, deve pur sempre tradursi in qualcosa di corposo, di masticabile e magari anche di annusabile. Va da sé che gli odori di cucina nella letteratura dipendono molto dalle latitudini in cui ci si trova. Dunque non è un caso se anche l’Italia gastronomico-letteraria è il massimo della varietà: dalle sarde a beccafico di Camilleri al risotto di Gadda, dalle pernici del Gambero Rosso nelle avventure di Pinocchio ai ricci di mare esaltati da Tomasi di Lampedusa. Una varietà di piatti e pietanze, che coincide con una molteplicità incredibile di racconti. Perché, come diceva Oscar Wilde, «un uovo è sempre un’avventura».

F. CASORATI, Uova sul tappeto o Uova sulla scacchiera, 1942, olio su tavola, cm 48 x 52, Fondazione Domus per l’arte moderna e contemporanea

 

Il Suggeritore (leggendo c.s.): «Al levarsi della tela, Leone Gala, con berretto da cuoco e grembiule, è intento a sbattere con un mestolino di legno un uovo in una ciotola. Filippo ne sbatte un altro, parato anche lui da cuoco. Guido Venanzi ascolta, seduto.» […]

Il Capocomico: Il berretto da cuoco, sissignore! E sbatta le uova! Lei crede, con codeste uova che sbatte, di non aver poi altro per le mani? Sta fresco! Ha da rappresentare il guscio delle uova che sbatte! (Gli Attori torneranno a ridere e si metteranno a far commenti tra loro ironicamente.)

Silenzio! E prestino ascolto quando spiego! (Rivolgendosi di nuovo al Primo Attore:) Sissignore, il guscio: vale a dire la vuota forma della ragione, senza il pieno dell’istinto che è cieco! Lei è la ragione, e sua moglie l’istinto: in un giuoco di parti assegnate, per cui lei che rappresenta la sua parte è volutamente il fantoccio di se stesso. Ha capito?

Così l’opposizione tra pieno e vuoto è non solo metaforicamente quella esistente tra istinto e ragione, ma è anche tra chi beve il contenuto dell’uovo (e quindi consuma l’amplesso) e chi invece ne possiede solo il guscio, la forma vuota, determinando il contrasto marito-amante. Ne Il giuoco delle parti, infatti, Leone si rifiuta di accettare l’uovo che Silia provocatoriamente gli porge:

Silia: Ti volevo dar questo! (Gli mette in mano, ridendo, un guscio d’uovo).

Leone:  Ah! Ma non l’ho bevuto io! Ecco… guarda… (S’avvicina rapidamente a Guido e glie lo dà). Diamolo a lui!

Guido automaticamente lo prende e resta lì goffo col guscio vuoto in mano, mentre Leone, ridendo forte, se ne va. 

L. PIRANDELLO, Sei personaggi in cerca d’autore, 1922

BIBLIOGRAFIA

Emily Gowers, La pazza tavola. Il cibo nella letteratura romana, Torino, SEI,  1996.

Anselmi G.M. – Ruozzo G. (a cura di) Banchetti Letterari. Cibi, pietanze e ricette nella letteratura da Dante a Camilleri, Carocci,  2011

Ghiazza S.,  Le funzioni del cibo nel testo letterario, Bari,  Wip edizioni, 2011

Marchese D.,  Il gusto della letteratura. La dimensione gastronomica-alimentare negli scrittori italiani moderni e contemporanei, Carocci, 2013

Grandi L – Tettamanti S. (a cura di),  Sillabario goloso. L’alfabeto dei sapori tra cucina e letteratura, Mondadori,  2011

Accorsi M.G.,  Personaggi letterari a tavola e in cucina. Dal giovane Werther a Sal Paradiso,  Sellerio,  2005

Crick M.,  La zuppa di Kafka. Storia della letteratura mondiale dalle origini ad oggi, in sedici ricette, Ponte alle Grazie,  2006

Beccaria G.L.,  Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo,  Garzanti, 2011

«Pigliò le pietanze, una bottiglia di vino, il pane, addrumò il televisore, s’assistimò a tavola. Gli piaceva mangiare da solo, godersi i bocconi in silenzio, fra i tanti legami che lo tenevano a Livia c’era magari questo, che quando mangiava non rapriva bocca».

A. CAMILLERI, Il cane di terracotta, Sellerio, 1996

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Work in progress…

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Arthur Rimbaud

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Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online: CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

 I poeti di sette anni.

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La prima comunione, 1866

Le bateau ivre. Lettura di J. L. Tintignant: CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzief: CLICCA QUI.

Vittorio Giacopini spiega le origini e le implicazioni del Battello ebbro. CLICCA QUI.

C. E. Gadda, I viaggi, la morte. Da Da Le voyage di Charles Baudelaire
a Bateau ivre di Arthur Rimbaud. Il saggio fu  pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1927.

Bateau ivre  […] segue nel complesso lo schema di una ricapitolazione autobiografica. Catarsi non è la morte fisica, invocata come società esercente la più bella linea di navigazione – sì il riconoscimento della propria stanchezza e nullità morale dentro i termini d’una sopravvivenza fisiologica. In ciò sembra raggiunto il fondo più cupo dell’irreale – ad opera proprio di chi verso questo irreale tendeva come verso la luminosa bellezza del mondo, ad opera di chi avrebbe voluto trasfondere il suo empito di vita in un sogno fantasmagorico, appartandosi infinitamente da tutte le realtà veristiche e dal loro odore troppo vero di basse cuisine.

In tutta la composizione è percepibile, dietro la trama caotica del sogno – lo sgomento della dissoluzione che lo accompagna: questo fin nella tonalità della strofe e del verso, che è quasi sempre o tetra o accorata, anche ove più la luce risfolgori, che si svolge con un presentimento di pausa il quale raffigura musicalmente l’abisso.

L’allevamento e la costrizione educativa (sic!), i primi impacci procurati dagli haleurs, cioè dai bardotti che traggono la nave lungo le piatte alzaie, vengono a un tratto a cessare:

Je ne me sentis plus guidé…

I fleuves impassibles sono il monotono scorrere della vita borghese, la banale educazione borghese, la insopportabile santità della famiglia: circondano di grigiore l’adolescenza del poeta affidata ad «institutori» troppo impreparati al loro compito, inetti comunque a seguire e a confortare nel tragico suo sviluppo un’anima di eccezione. Si veda, a questo riguardo, Les poètes de sept ans che anticipa l’esegesi di Bateau ivre. Rimbaud ricorda con certo sarcasmo sua madre:

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière, sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.

La sciocca inanità dei metodi educativi correnti, praticati a un tanto il chilo, vuoti d’un amore sollecito e vigile, non potrebbe essere più ferocemente rappresentata: Sans voir!

Il risultato di siffatta perizia pedagogica nei confronti d’un soggetto d’eccezione, e per di più livré aux répugnances, è poiestremamente brillante: contro l’implacabile mediocrità degli educatori offrirà scampo e rifugio la fresca latrina: il terribile ragazzo si ricorda:

… entêté
à se renfermer dans la fraîcheur des latrines.

Ma, sopra tutto, il sogno di una fuggente tempesta:

… couché sur des pièces de toile
ècrue, et pressentant violemment la voile.

Per tornare a Bateau ivre, questi haleurs, che tirano come giumenti la nave sognante, sono bersagliati dagli striduli pellirosse del Salgari (diciamo Salgari tanto per intenderci) – le cui grida giungono al fanciullo solitario come la prima voce della libertà, fantasioso presentimento transoceanico. Il ragazzo si allontana quindi dagli équipages cioè da tutte le confraternite della realtà. Non può arrendersi a questa realtà, a nessuna sua forma: ed essa finisce per lasciarlo descendre (sic) où je voulais.

L’analisi della trasposizione simbolica in Bateau ivre, mi condusse a un esame interessante, ma troppo lungo per essere qui compendiato. Basti un accenno. LEGGI TUTTO…

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Grafica e poesia: Julian Peters disegna Arthur Rimbaud, Le Bateau Ivre.

Rimbaud visto dai poeti

Paul Verlaine, Dédicaces [1889], LXII – A Arthur Rimbaud

Mortel, ange ET démon, autant dire Rimbaud,
Tu mérites la prime place en ce mien livre,

Bien que tel sot grimaud t’ait traité de ribaud
Imberbe et de monstre en herbe et de potache ivre.

Les spirales d’encens et les accords de luth
Signalent ton entrée au temple de mémoire
Et ton nom radieux chantera dans la gloire,
Parce que tu m’aimas ainsi qu’il le fallut.

Les femmes te verront, grand jeune très fort,
Très beau d’une beauté paysanne et rusée,
Très désirable d’une indolence qu’osée!

L’histoire t’a sculpté triomphant de la mort
Et jusqu’aux purs excès jouissant de la vie,
Tes pieds blancs posés sur la tête de l’Envie.

Mortale, angelo E démone, vale a dire Rimbaud,
tu meriti il primo posto in questo mio libro,

benché uno sciocco imbrattacarte t’abbia trattato da debosciato
imberbe e mostro in erba e studente ubriaco.

Le spirali d’incenso e gli accordi di liuto
segnalano il tuo ingresso nel tempio della memoria
e il tuo nome radioso canterà nella gloria,
perché mi hai amato come bisognava.

Le donne ti vedranno gran giovanotto forte,
bellissimo d’una bellezza contadina ed astuta,
molto desiderabile, di un’indolenza audace!

La storia ti ha scolpito trionfante sulla morte
e fino ai puri eccessi amante della vita,
poggiati i bianchi piedi sulla testa dell’Invidia!

W. H. Auden, Rimbaud, in Opere poetiche, traduzione di Aurora Ciliberti, Roma, Lerici, 1969

The nights, the railway-arches, the bad sky,
His horrible companions did not know it;
But in that child the rhetorician’s lie
Burst like a pipe: the cold had made a poet.

Drinks bought him by his weak and lyric friend
His five wits systematically deranged,
To all accustomed nonsense put an end;
Till he from lyre and weakness was estranged.

Verse was a special illness of the ear;
Integrity was not enough; that seemed
The hell of childhood: he must try again.

Now, galloping through Africa, he dreamed
Of a new self, a son, an engineer,
His truth acceptable to lying men.

Rimbaud

Le notti, gli archi della ferrovia, il cielo malvagio,
i suoi orribili compagni non lo sapevano;
ma in quel bambino la menzogna del retore
scoppiò come una canna: il freddo aveva fatto un poeta.

Il bere l’avvicinò al suo debole e lirico amico
le sue cinque facoltà sistematicamente sconvolte,
a tutto l’abituale nonsenso pose fine;
finché alla lira e alla debolezza divenne estraneo.

Il verso era una particolare malattia dell’orecchio;
l’integrità non bastava; questa sembrava
l’inferno dell’infanzia: doveva ritentare.

Allora, galoppando per l’Africa, sognò
un nuovo se stesso, un figlio, un ingegnere,
la sua verità accettabile per gli uomini bugiardi.

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L’Africa colorata dove Rimbaud fuggiva dal suo Inferno
Harar, gioiello musulmano nell’Etiopia cristiana Qui il giovane poeta francese deluso da Parigi trova pace e un’atmosfera da “Mille e una notte”
di Enrico Remmert, “La Stampa”, 26  febbraio 2015

«La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria marina brucerà i miei polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno». Così scriveva il diciannovenne Arthur Rimbaud in «Una stagione all’inferno», deluso da Parigi e ferito – letteralmente – dal suo mentore e amante Paul Verlaine. È il 1873 e «l’uomo dalle suole di vento», come lo chiamava proprio Verlaine, volta le spalle alla poesia e inizia la sua fuga. In pochi anni va e viene tra Charleville e il mondo: è in Inghilterra, insegna francese a Stoccarda e fa lo scaricatore al porto di Livorno, si imbarca per Giava con le milizie coloniali olandesi, diserta e torna in Europa, poi è al seguito di un circo ad Amburgo, a Copenaghen, a Stoccolma, ogni ritorno a casa è solo la rincorsa per una nuova partenza.

Il giovane poeta
E infatti, nell’ottobre 1878, appena ventiquattrenne, Rimbaud si rimette in viaggio: Cipro, Egitto, Sudan e Yemen, dove comincia a lavorare nel commercio del caffè. Sembra che tutto quello da cui Rimbaud scappa scappi irrimediabilmente insieme a lui ma alla fine si lascia catturare da una città – Harar, nella parte orientale dell’altopiano etiopico – che raggiunge nel 1880. Per alcuni è il primo uomo bianco ad arrivare fin qui, ma non è vero: il grande esploratore inglese Richard F. Burton ci era già entrato nel 1854, travestito da mercante arabo, e ne aveva scritto un dettagliato resoconto in First Footsteps in East Africa. Di sicuro Rimbaud ad Harar è lo straniero più famoso (tanto che i bianchi qui vengono ancora chiamati farangi, storpiando la parola français): in questa città, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, pur alternandola ad Aden di cui però deplorava il clima infernale.

Eloge du voyage - Sur les traces d'Arthur Rimbaud de Sébastien de Courtois

Gioiello musulmano
Harar è un gioiello musulmano al centro dell’Etiopia cristiana e ricorda più una città araba che una africana: ospita uno dei più grandi mercati del paese e dal 1875 è sotto il dominio dell’Egitto. Nel 1883 Rimbaud si trasferisce stabilmente qui, responsabile di un’agenzia commerciale: si specializza in caffè, perfeziona l’arabo e impara le lingue locali. Nel 1885 entra nel traffico di armi e organizza da Aden una spedizione di fucili destinati a ras Menelik II. L’affare sarà faticosissimo e pagato la metà del pattuito ma essere entrato nelle grazie di Menelik sarà fondamentale: nel 1887 il ras annette Harar alla sua corona. Menelik rispetta gli abitanti: non tocca le 82 piccole moschee della città, i santuari, le tombe, né tocca la splendida cinta fortificata alta cinque metri e costruita nel XVI secolo (tutta questa bellezza è giunta intatta fino a noi).
In questo favorevole contesto, nel 1888, Rimbaud apre ad Harar una sua agenzia e tratta le merci più diverse, dal caffè alle pelli, dall’oro ai fucili, il tutto sotto la protezione del governatore, quel ras Maconnèn che qualche anno dopo sconfiggerà gli italiani sull’Amba Alagi e sarà figura chiave ad Adua nel 1896 (probabilmente in entrambe le battaglie i fucili di Rimbaud spareranno). Nel ’91 il poeta è costretto a rientrare in Francia per il tumore al ginocchio che lo porterà alla morte, il 10 novembre, appena trentasettenne.
Passato e presente
Oggi i vicoli di Harar, quarta città santa dell’Islam e patrimonio Unesco, regalano una strana impressione: quella di camminare dentro «Le mille e una notte». Un mondo a parte profumato di incenso e caffè tostato a mano e fatto di centinaia di vicoli stretti e tortuosi, mercati brulicanti, muli carichi di spezie, donne dai veli sgargianti, capre e dromedari: se non ci fossero le antenne tv tutto sembrerebbe una cristallizzazione del tempo. Nel cuore della città sorge la casa museo dove si dice che il poeta abbia vissuto: ospita fotografie d’epoca, una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno. Per molti è stata la casa di un ricco mercante indiano e Rimbaud non ci ha mai messo piede, ma non importa: il mistero intorno ai luoghi esatti appassiona ancor di più turisti e studiosi. Fuori dalle mura svettano gli edifici razionalisti costruiti durante l’occupazione italiana, i copti mostrano fieri il crocifisso sul petto, la gente si stravacca sui marciapiedi a masticare chat, la foglia euforizzante che è il passatempo nazionale.


I custodi delle iene
Ogni notte Harar rivela poi una tradizione unica al mondo: appena fuori dalla cinta i «custodi delle iene» danno da mangiare pezzi di carne agli animali con le loro stesse mani. Il rituale è diventato un’attrazione che lascia a bocca aperta. E, come fosse un genius loci, torna in mente Arthur Rimbaud: «Tu resterai iena…».


Nella casa di Arthur Rimbaud ad Harar, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, responsabile di un’agenzia commerciale:: la casa ospita fotografie d’epoca una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno

PER APPROFONDIRE:

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/05/04/ubique-naufragium-est/

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/search/label/Rimbaud

 Work in progress…

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Grande guerra. Scrittori sotto le bombe.

Mario Isnenghi, Viaggio nella letteratura di guerra. Cronaca, inquietudini e aneddotica da D’Annunzio a Gadda, passando per Ungaretti e Comisso, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2014

Pesiamo la letteratura di guerra. Dimostriamoci volonterosi, rispettosi della leggerezza dell’essere. Dunque, in termini di categorie, quali e quanti pesi massimi? Pochi dubbi: per la prosa, due: Gabriele D’Annunzio per il Notturno (non tutto D’Annunzio, il Notturno, scritto nel 1916 e pubblicato nel ’21) e Carlo Emilio Gadda, per Il Castello di Udine (1934) e il Giornale di guerra e di prigionia, più tardo. Resisto alla voglia – faziosa , troppo personale – di metterci anche Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu (1938), ma è un capolavoro anche questo, diciamo da medio-massimo, continuando a sfumare e a scherzare. Qui sul confine piazzerei anche l’arioso e diversissimo Giorni di guerra, del trevisano Giovanni Comisso, coevo di Gadda, Stuparich, Alvaro. Ma dove rubricare Rubé e Guerra del ’15? Sono opere di spicco il romanzo del siciliano G. A. Borgese (1921) e il diario del triestino Giani Stuparich, irredento volontario di guerra e medaglia d’oro (1931). Non vorrei precipitare fra i pesi leggeri, mettiamo fra i medi il mio amato Con me e con gli alpini, del «valdese» Piero Jahier.

È buttato giù, fra pamphlet e denuncia, l’instant book Viva Caporetto! di Kurt Suckert, poi Curzio Malaparte, come anche il libro s’è furbescamente ridenominato La rivolta dei santi maledetti, al suono delle vetrine di libraio infrante dai nazionalisti incapaci di andare al di là dei titoli, benché l’autore sia stato un volontario giovanissimo (e del resto, fascistone lui pure, e di quelli tosti: perché far fuori solo Matteotti e non anche Benedetto Croce, visto che ci siamo?). Anche Ardengo Soffici, con Kobilek –il monte attorno a cui incentra il suo Giornale di una battaglia (1918)– non meriterebbe di finire confuso nel gruppone;  Soffici è un «dono» – proclama Renato Serra, che di stile se ne intende; e che ha dato – prima di morire sul Podgora, già nel ’15 – un capolavoro di introspezione psicologica dell’andare in guerra, fra inquietudini e dilemmi esistenziali, con l’Esame di coscienza di un letterato, uscito su La Voce, la rivista fiorentina di Giuseppe Prezzolini a cui rimandano tanti dei nomi (perché lì son nati sia i futuri fascisti che i futuri antifascisti – si gloria Prezzolini – da Amendola allo stesso Mussolini). Ma la voglia di dar forma alla grande esperienza della guerra non viene solo dagli ambienti dei giovani intellettuali vociani – che sono in effetti un cantiere diaristico, dove si apprende a dire «io», guardarsi attorno e giudicare di uomini e cose -, ma anche da altri ambienti di scrittura più andante. Un piccolo classico è per esempio Le scarpe al sole, il prontuario narrativo di vita degli Alpini – tipizzati, immessi nella aneddotica e nella affabulazione di una affettuosa ed umile epica popolare – procurato nel 1921 dal giornalista Paolo Monelli. È lui – con il più appartato Jahier di Con me e con gli alpini e con il «barba Piero», ancora Jahier, su L’Astico. Giornale delle trincee diffuso nel 1918 nella Prima Armata – uno degli inventori e propagatori della «alpinità»: il tipo di soldato, l’Alpino, che è maggiormente presente nel canone grigio-verde sia della prima che della seconda guerra, dove eccelle con Rigoni Stern e Nuto Revelli.

Tralasciamo i termini da palestra, dopo aver constatato la fatica di stipare in categorie gerarchiche una tipologia di testi che hanno moventi e intenti vari, e anche extra-letterari. Perché, in effetti, si scrive alla guerra? Mica scrivono solo gli scrittori o gli aspiranti scrittori, anzi i non -scrittori – gli autori di un solo libro, o neppure quello perché rimane manoscritto – sono la costante di una mobilitazione scrittoria dell’uomo comune propiziata dalla rottura della normalità in cui consiste lo stare alla guerra. Si scrivono – lettere, tutti, ma anche diari, in molti – per non morire, per non perder pezzi di sé, per campare e sopravvivere come «io» nella macchina spersonalizzatrice della guerra e nel tedio infinito della trincea. L’arte? L’arte è un optional, ce la vedranno dopo – o non ce la vedranno – i critici. Per ora la parola scritta ha funzioni pratiche, tiene insieme l’io di chi scrive, ma prova anche a dare un «morale» ai reparti, visto che molte parole – scritte o parlate – nascono dagli ufficiali del Servizio «P», che si sforzano di comunicare la volontà di resistere e di vincere ai contadini soldati.

G. D’Annunzio a Grado

Per ogni testo giunto alla stampa, infiniti altri rimangono affidati a fogli compilati a matita o a penna, chi ce l’aveva, e ora riemergono, all’insegna di quella che trent’anni fa è stata chiamata la scrittura popolare, comprensiva di uomini e donne, la figura del combattente e i civili che lo circondano. Dicono gli studiosi di sociologia militare che, per ogni soldato che combatte armi alla mano, servano non meno di altre sette persone che lo mettano in condizione di combattere. Aggiungiamo allora l’humus, il passato e l’indotto civile che tiene su il combattente: le donne di casa, magari il parroco o il cappellano militare, le crocerossine incontrate negli ospedaletti che ha frequentato da ferito, le madrine di guerra che gli hanno scritto mandandogli parole di conforto e indumenti di lana. Di una di queste è stato appena ricuperato un buon romanzo:Vigilie (1914- 1918) (1919) della trevisana-roveretana Antonietta Giacomelli, personaggio di autonomo spessore, già vicina al modernismo e alla prima democrazia cristiana, per la disperazione di Pio X. Non è detto che il relazionarsi di questo mondo variegato della guerra non possa anche offrire contenuti in una dimensione d’arte, ma certo prevale la dimensione esistenziale o civile. Ecco perché – reso omaggio ai grandi testi letterari, in prosa o in versi, da D’Annunzio e Gadda a Ungaretti e Rebora – sottolineiamo, nel brulicante repertorio di cioè che chiamiamo letteratura e memorialistica di guerra, le virtù terapeutiche della scrittura: e sia nel senso, primario, di arginare il rischio dell’io di franare nel non-io, sia nel senso utilitario di fare «assistenza» alle truppe, in quel Servizio «P» in cui lavorano nell’ultimo anno della guerra i professionisti della parola, scritta e parlata. È proprio un’altra stagione, perché gli intellettuali di riferimento di Cadorna, nella prima stagione della guerra, sono i cappellani, fra cui p. Agostino Gemelli – medico – frate – psicologo – teorizza una terapia contraria: i suoi studi sul contadino-soldato lo portano infatti ad argomentare che, meno si è in grado di pensare, e più si sopravvive nella vita degradata della trincea: l’analfabetismo sarebbe paradossalmente un bene, l’apatia, lo spossessamento di sé, l’alienazione il frutto naturale dello stato in guerra; e quelli che meno vi si adeguano sono i più acculturati e consapevoli fra i militari. L’incoscienza è risorsa. Questa cruda visione da Ancien Régime nega in radice le ragioni per cui, invece, in tanti – neo-illuministi – cercano invece di opporre un senso al non-senso. Come il doverista Jahier, in servizio di istruzione non solo militare, e persuaso di imparare, da questi uomini della montagna, almeno quanto gli sta insegnando lui.

I singoli autori possono scrivere in qualunque data; ma è fra Caporetto e Vittorio Veneto che la scrittura si moltiplica e trova spinte e concause sociali. Intanto, c’è da capire che cosa sia veramente avvenuto; nessuno lo sa, ma in molti si provano a raccontarlo costruendo scenari ideologici e sociali (fra i più intuitivi Comisso, con le sue pagine su Caporetto vacanza in Giorni di guerra); e poi parte integrante di ciò che accompagna la resistenza al Piave è la ripresa di protagonismo dei professionisti della parola, della pedagogia, del giornalismo, della storia. L’esercito di Diaz vive una rinnovata stagione di «pensiero e azione». Ecco perché – tirando le fila del discorso – si può ritenere che un punto alto della letteratura di guerra sia un volume a molte voci allestito da Prezzolini già alla fine del ‘17 – guerra durante – e alimentato sino alla conclusione per uscirne immediatamente a ridosso, nel ’19. È un diario collettivo, il diario del popolo italiano alla guerra . L’ex-factotum della Voce si sentiva mezzo imboscato nel compiere il suo servizio militare –a poco più di trent’anni, che è l’età dei Vociani – in una preziosa struttura di servizio, che è lo «Storiografico»: si trattava di fare storia dell’immediato lavorando a futura memoria, raccogliendo subito, dal vivo, con intraprendenza e fantasia, i documenti più vari dell’essere in guerra. Anche il grande storico nazional-fascista Gioacchino Volpe ci lavora e quei materiali gli consentiranno poi di scrivere i suoi libri sul popolo italiano in guerra, in chiave di storia sociale e culturale. Moderno ci appare anche il rispecchiamento messo insieme da Prezzolini: ci sono , con documenti e testimonianze, i soggetti più vari, molti intellettuali, certo, ma anche qualche voce meno acculturata, le donne oltre che gli uomini, i civili oltre che i militari, le prose, i versi, i canti, la propaganda.

Bambini giocano ai soldati

E’ «letteratura di guerra» anche questa, se accettiamo che le siano connaturate spinte e valenze extra-artistiche. Non è «letteratura pura», anzi è «impura» per definizione. Gadda, che rimugina e scrive e riscrive i suoi verbalmente calcolatissimi testi, manda fuori il primo in piena prosa d’arte, quando domina la scena il formalismo del frammento ben tornito. Il gusto dell’epoca c’è anche per lui, ma gli sta stretto , vuole esprimere le sue nevrosi e frenesie di interventista intervenuto e profondamente deluso dall’ambiente, tanto inferiore alle attese del suo rigorismo,che aspirerebbe a vedere tutto e tutti in tensione. Nel Giornale di guerra e di prigionia la feconda infelicità dell’ingegnere si sposa alla amarezza di essere finito tra i vinti di Caporetto: lui amante della patria, lui intemerato uomo d’ordine, confuso e svilito fra gli accidiosi e ambigui figuri sospettati di aver gettato le armi senza opporre resistenza, nell’ora suprema della prova, quando la tensione di tutto l’essere dovrebbe innalzare l’uomo dabbene al di sopra di se stesso. Anche il vitalissimo D’Annunzio – l’altro polo rispetto all’abulia che insidia a tratti Gadda – è spento e recluso, prigioniero non degli Austriaci, ma dei medici, che lo inchiodano al suo letto-bara nell’intento di salvargli almeno un occhio, dopo che uno lo ha perso in un incidente aereo. Notturno è questo: un diario scritto al buio, sulle strisce di carta preparate, srotolate e rese decifrabili da Renata, affettuosa e silente presenza filiale. Siamo nella Casetta Rossa sul Canal Grande. La vita piena è prima e – noi lo sappiamo – dopo quella sosta angosciosa popolata di fantasmi e di gesta.

 

Il modo d’essere del mio sistema cerebro-spinale durante e dentro la guerra fu cosa a tal segno lontana dalle comuni, che credo possa giustificare il tentativo d’un breve resoconto materiato di fatti, i quali appariranno essere verità strane ed orride: e cionondimeno verità.

C. E. Gadda, Impossibilità di un diario di guerra, in Il castello di Udine, 1934

R. Galaverni, All’assalto della guerra  armati soltanto di versi, “Corriere della Sera – La Lettura”, 15 luglio 2018

Nessuna guerra è poetica, a meno che non sia stata ancora combattuta. Sembrerebbe questo il modo più giusto di pensarla, il più ragionevole, il più umanamente e storicamente sensato. Eppure non è così. Al contrario, la letteratura di guerra, e in particolare la poesia, che è un modo espressivo straordinariamente obliquo e indiretto, dice di una situazione molto più complessa e ingarbugliata,
intrinsecamente ambigua, tra desiderio di vedere e necessità di non vedere, tra volontà di dire e impossibilità di dire, tra l’aspirazione alla verità e l’urgenza di difendere, se possibile, la propria consistenza personale. Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato da sempre un banco di prova eccellente per la poesia, come una specie di acceleratore che ne ha esaltato talora le prerogative proprio mettendola a confronto con i suoi stessi limiti e impossibilità.
Non si tratta soltanto, dunque, della natura imprendibile e irriducibile — proprio perché mai univoca, mai a una voce sola — dei processi di formalizzazione (tanto più roventi a questo punto, visto che si tratta di dare forma e dunque senso a qualcosa, appunto la guerra, che forma e senso sembra non avere). Semmai, la poesia mostra in questo caso, a un livello antropologico molto profondo, la
sua integrale appartenenza alla natura dell’uomo, di cui rispecchia e insieme sollecita ed esprime la sostanziale ambiguità: il continuo gioco (chiamiamolo pure così) tra ragione e sragionamento, intenzionalità e rimozione, desiderio di liberazione e senso di colpa, esperienza e ideologia, dimenticanza e obbligazioni morali. Nel suo eccellente studio dedicato alla poesia della Grande Guerra, non a
caso, Andrea Cortellessa intende molto spesso quelle della letteratura come testimonianze involontarie ma proprio per questo tanto più capaci di dare luce, o postuma. C’è un po’ l’intera parabola della guerra, dunque, con il suo ampio ventaglio di possibilità interne. Molti autori, non a caso, ritornano in capitoli diversi. Il volume prende il titolo da un verso di Montale, che per altro costituisce un autore un po’ laterale rispetto al grosso dell’antologia, ma che diventa rappresentativo, un po’ come Gadda, per via negativa,
cioè per il procedimento sistematico di censura e di rimozione della sua esperienza bellica. Quel suo verso però, a partire dalle percezioni immediate (la notte che lo scoppio delle bombe illumina a giorno, la morte che ha i colori dell’alba), risulta quanto mai emblematico di quel capovolgimento del senso, fino al limite del suo completo annichilimento, che è stato il retaggio più comune della poesia dal e del teatro di guerra. Di qui, quello che può essere considerato il filo conduttore di una ricerca che comporta comunque molti punti di vista vicendevolmente implicati: «La letteratura di guerra poteva essere vista, e fatta funzionare, come una
grande negazione freudiana: una rimozione collettiva».

L’antologia, in ogni caso, è ricchissima. Sempre in un contesto molto reattivo di discussione storico-letteraria, comprende testi mirabili e altri incredibilmente scadenti, vergognosi addirittura per il loro bellicismo trionfale e spensierato. Sono presenti autori consacrati — Rebora, Ungaretti, Campana, Jahier, Boine, Soffici, Bontempelli, D’Annunzio, Marinetti e i principali futuristi, Gozzano,
Sbarbaro, Saba, Montale, Comisso, Zanzotto — e altri molto meno noti, se non quasi dispersi: Annunzio Cervi, Giulio
Barni, Vann’Antò, Francesco Meriano, Aldo Spallicci e vari altri con loro. Le questioni poste da un libro simile sono inevitabilmente
tante. Ma tra queste la più decisiva, la più terribile, riguarda probabilmente la possibilità stessa che la storia possa davvero insegnare qualcosa. Quanto a questo i versi di Jahier, posti anche nella quarta di copertina, lasciano davvero poche speranze: «Non dire che è una lezione./ La distruzione non è una lezione./ Muoiono i migliori, muoiono i soli/ che potessero approfittare».

Andrea Cortellessa, Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani della Prima guerra mondiale, Bompiani 2018

PER APPROFONDIRE: http://www.itinerarigrandeguerra.it/

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C. E. Gadda e il pastiche linguistico

La lettura di A. Baricco e  G. Vacis, ToTeM, 1998

C. E. Gadda, La cognizione del dolore, 1938-1941

Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che da lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinio) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era così instantemente evocato dalla tensione delle circostanze. Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, richiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor fronte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova la fronte, già così sopraccaricata di pensiero; (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia,  o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E così rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Così rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1946. Cap 1:

Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. «Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!» Era, per lei, lo «statale distintissimo» lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della «bella assolata affittasi» e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: «Escluse donne»: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, com’è noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. «Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume.» […]

PER APPROFONDIRE: CLICCA QUI.

Letture da Quer pasticciaccio: l’incipit. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI di Andrea Cortellessa: Gadda, vita opere e poetica. Quer pasticciaccio…

VideoRAI: Carlo Emilio Gadda: ingegnere e prigioniero. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI Loescher Bologna-Rocchi: Quer pasticciaccio brutto: CLICCA QUI.

Guido Davico Bonino presenta C. E. GADDA, La cognizione del dolore.

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Enrico Gadda, Archivio Liberati

Paolo Di Stefano, Vite bruciate. Il pilota Gadda e il volo fatale, “Corriere della Sera”, 19 luglio 2018

È il 1918: Enrico, fratello minore di Carlo Emilio, muore a nemmeno 22 anni precipitando con il suo aereo da guerra «Era la parte migliore e più cara di me», dice l’ingegnere scrittore E quella perdita avrà un ruolo in gran parte della sua opera letteraria

Tra le vite bruciate troppo giovani, letteralmente bruciate, ce n’è una che vive ancora di luce riflessa. Le vite brevi, che spariscono come un lampo, tracciano spesso cicatrici incancellabili che neanche quelle lunghissime riescono a lasciare: com’è accaduto con Enrico Gadda, fratello minore di Carlo Emilio, l’Ingegnere autore della Cognizione del dolore e del Pasticciaccio che avrebbe vissuto quel lutto come una ferita e quasi una colpa senza rimedio. Si direbbe che buona parte di ciò che Carlo scrisse ha fatto i conti con l’assenza di Enrico, il tenente morto cent’anni fa, la mattina del 23 aprile 1918, precipitando con il suo biplano monoposto Nieuport 27 sul campo di San Pietro in Gu, tra Vicenza e Cittadella.
Era studente iscritto al Politecnico (sull’esempio di Carlo) e non aveva ancora 22 anni, mentre il fratello maggiore si avviava verso i 25 e la sorella, Clara, viaggiava a metà strada tra loro. «Beniamino» della madre a detta non solo del «difettivo» Carlo ma anche di Clara, Enrico era uno spirito allegro quanto l’altro era malinconico. Figli dell’industriale della seta Francesco Ippolito Gadda (morto precocemente nel 1909) e dell’insegnante di inglese Adele Lehr, da convinti interventisti partiranno volontari tra gli alpini. Il grande verrà dislocato nelle zone arretrate del fronte sull’Adamello e sulle alture vicentine prima di essere fatto prigioniero e deportato in Germania. Il minore, in forza al 5° Reggimento Alpini dall’estate del ’15, aspira a diventare pilota e sarà accontentato nel giugno successivo, iniziando i voli su Savoja-Pomilio SP.3 della 35ª Squadriglia.
Sull’onda della crescente voga aeronautica volare era stata la sua ossessione giovanile, testimoniata dalle lettere inviate al prudente «fratellone» e agli amici, dove ricorre lo slancio per l’aeromodellismo e per la riparazione delle eliche. Tutte cose che l’iperprotettivo Carlo etichettava sotto la voce «pasticci»: «Tu, già se non puoi pasticciare, non sei contento». E in effetti doveva essere alquanto invasato per il volo, l’Enricotto, se un suo caro amico e compagno di scuola, Emilio Truffi, sin dal 1910 sfotte l’«Egregio Aviatore» per le «tremende avventure d’aeroplano» (ovviamente allora fittizie).
Erano gli anni in cui Carlo Emilio, sempre per lettera, comunica al fratello l’entusiasmo per l’«interessantissima biblioteca» dei vicini, nonché il fascino di un incunabolo petrarchesco.
Non che fosse incolto, Enrico: tra i suoi hobby giovanili la scrittura di inventive composizioni comico-parodistiche, senza dimenticare che partendo per il fronte porterà in valigia diversi tascabili di classici. Ma da ragazzo, specie trovandosi in vacanza estiva nella famosa villa di Longone al Segrino, non cessava di divertirsi in «meravigliosi tentativi aviatorî» con sfortunati modellini: «Sappi che dopo un disastro orribile in cui le ali si infransero contro il ciliegio, l’aeroplano con superbo volo passò sul “letturino” [l’aiuola rettangolare ricoperta di vetro] fece una dolce curva e si ruppe l’elica contro la terrazza. E tu, rendi omaggio a tanti voli!». Chissà quante volte avrà chiesto a Carlotto di rendere omaggio pure alla sua attrazione per il gioco, per i casini e per le peripatetiche: e di certo non di rado il buon Carlotto dovette risanare i suoi debiti.
A leggere le sue lettere agli amici e alla famiglia, Enrico sarebbe potuto diventare uno scrittore, giocoliere della parola come il fratello: un Carlo Emilio privato del lato tragico. E senza aver vissuto quella tragedia forse l’Ingegnere non sarebbe stato lo stesso scrittore. L’«ardito-impacciato» e «petulante-timido» Carlo Emilio considerava il fratello «la parte migliore e più cara» di sé ma della sua energia, così come del suo successo militare (lui già promosso tenente), aveva una malcelata gelosia. Oltre a un senso paterno di protezione e a un costante presentimento: «Vorrei pregar la guerra di sceglier me, ma non lui! (…) che la guerra prenda me, ma non mio fratello!». In effetti il desiderio di vita si traduceva in Enrico nell’ostinato spregio del pericolo, se già nell’ottobre 1912 lo troviamo alle prese con la «santissima noia» di un ginocchio ferito e bendato.
Nel febbraio 1917 all’amico Giancarlo Dosi (come informa Dario Borso che ha avuto accesso alle lettere) racconterà di una caduta da 700 metri «che rese in briciole l’apparecchio e scorticò la prominenza che rende così simpatico il mio naso». Bilancio: sette giorni di riposo a Milano e tassativa richiesta di tenere all’oscuro del fattaccio sia la mamma sia il fratello.
Sempre a Giancarlo avrebbe scritto il 15 aprile 1918: «Volo parecchio — mi acciuffo di rado coi polli austriaci — ho concorso ad abbatterne uno — sto bene — ho pochissimi soldi sebbene vinca ancora a poker». Pochi giorni dopo si sarebbe inabissato per un malore, per un guasto o più probabilmente per un’acrobazia inconsulta, un «pasticcio» eccessivo.
L’epitaffio che Carlo detterà per la tomba di Longone dice, tra l’altro: «ci lasciò fanciullo / e sorridendo volle il suo fato». Sorridendo volle.

Altre (e più recenti) contaminazioni: A. Camilleri, Il birraio di Preston, 1995. Cap I:

Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Il non ancora decino Gerd Hoffer, ad una truniata più scatasciante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto, accorgendosi, nello stesso momento, che irresistibilmente gli scappava. Era storia vecchia, questa della scappatina di pipì: i medici avevano diagnosticato che il picciliddro era lento d’incascio, cioè di reni, fin dalla nascita e che quindi era naturale che si liberasse a letto. Ma il padre, l’ingegnere minerario Fridolin Hoffer, da quell’orecchio mai aveva voluto sentirci, non si dava pace d’avere messo al mondo un figlio tedesco di scarto, e quindi sosteneva che non si trattava di cure ma di kantiana educazione della volontà, per cui ogni mattina che Dio mandava in terra si metteva a ispezionare, sollevando coperta o lenzuolo a secondo di stascione, il letto del figlio e, infilata la mano inquisitoria, al subito immancabile vagnaticcio reagiva con una potente timbulata al bambino la cui guancia colpita a vista d’occhio pigliava a gonfiarsi come un muffoletto di pane ad opera di lievito di birra. Per evitare la matutina punizione paterna magari questa volta, Gerd si susì allo scuro illuminato dai lampi e principiò un’incerta camminata verso il retrè mentre il cuore gli ballava per lo scanto dei pericoli e
degli agguati che quel notturno viaggio comportava: una volta una lucertola gli era acchianata su per le gambe e un’altra volta uno scrafaglio si era lasciato schiacciare dal suo piede nudo con un rumore acquoso che ancora al pensiero gli si rivotava lo stomaco.

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