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Naufragio senza spettatore

E. Nolde, Mare in tempesta, 1940

«È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grande travaglio di altri; non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto, bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune».
Lucrezio, De rerum natura, Libro II 1-4, trad. di L. Canali, Bur Rizzoli

Edoardo Albinati, Naufragio senza spettatore, “Il Sole 24 Ore Domenica”, 30 Giugno 2019

Da Lucrezio a noi. Albinati riflette sul millenario tema del naufragio e di chi vi assiste: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, arrivando fino a chi nega lo sbarco agli scampati

Sulla terra si fonda l’esistenza, in mare la si comprende. Innumerevoli sono le immagini connesse al naufragio, a chi lo vive in persona, a chi vi assiste (come nella famosa quanto enigmatica massima lucreziana nel secondo libro del De Rerum Natura), a chi lo vede rappresentato.
Del resto, è il naufragio stesso una rappresentazione, perfettamente conclusa in sé: non un emblema dunque o un’allegoria di qualcos’altro, bensì l’essenza e l’esperienza primaria della catastrofe. Forse paragonabile, per chi vi si trova sciaguratamente coinvolto, soltanto al terremoto: vale a dire quell’evento che scuote le fondamenta del proprio stare al mondo, scatenando e rivelando del naturale l’aspetto, per così dire, sovrannaturale e mostruoso.
Eppure il terremoto è un evento eccezionale, o quantomeno raro: il mare in tempesta, invece, uno spettacolo ordinario. Se osservato da terra, genera meditazioni più o meno sagge; se vissuto in mezzo alle muraglie d’acqua, rende manifesta come nessun’altra situazione l’imminenza della morte, o piuttosto, la sua immanenza, il suo incessante incombere su di noi.
Ma non è nemmeno quello della morte il termine più prossimo a quest’immagine. Ve n’è se possibile uno ancora più impressionante, il limine posto all’altro capo della vicenda di ogni essere umano: non la sua fine dunque, bensì il suo inizio. La nascita stessa, il venire alla luce, essere gettati sulla terra, è a tutti gli effetti un naufragio. Il naufragio iniziatico alla vita. Uno shock che ammutolisce o fa gridare aiuto. Scrive sempre Lucrezio mettendo a confronto i corpi indifesi del neonato e quelli del naufrago: «così il bambino, che la natura ha buttato sulle spiagge di luce, espellendolo con dolorose fitte dal grembo materno, proprio come un naufrago sballottato dalle onde furiose giace ignudo, incapace di parlare e bisognoso di soccorso».
Noi tutti dunque siamo naufraghi proprio in quanto venuti al mondo. E l’intero percorso dell’esistenza può essere paragonato a un viaggio per mare. Il medesimo parallelismo funziona invertendone i termini: ogni volta che ci si avventura in mare, è come se ci si avviasse a ricapitolare la precaria interezza della vita, rischiarandola proprio mentre la si mette a rischio. La luce speciale che solo i naviganti conoscono, sia col cielo sereno sia tra i lampi della tempesta, ne illumina la rotta, il passaggio, la strettoia (Francesco Petrarca ne ha descritto i pericoli, con abbondanza di dettagli marineschi, nel sonetto Passa la nave mia, che sarebbe riduttivo interpretare solo come una virtuosistica variazione sul tema dell’amante smarrito nella tempesta dei sentimenti).
Un ulteriore aspetto paradossale del viaggio per mare è che, il più delle volte, è proprio nei pressi del suo termine, quando sembra ormai prossimo a concludersi, a un soffio dalla salvezza, che esso rischia di fallire, e precipita nella sciagura i suoi protagonisti. Nulla vi è di più pericoloso che incontrare quella terraferma che si agognava di raggiungere. Il massimo dell’orrore per i naviganti è la vista della temibile scogliera che torreggia sulla nave, sempre più vicina. Le onde potranno ucciderli annegandoli o scagliandoli contro le rocce a cui intendevano aggrapparsi. Il possibile approdo si tramuta in una maledizione.
Nella versione della nostra attualità politica, il porto che potrebbe accogliere e salvare i naufraghi si rivela illusorio. Avvistare terra non è un sollievo bensì un miraggio. Alla nave con gli scampati viene negato lo sbarco. Si ritrova a galleggiare a poche miglia dalla riva, ancora tra i marosi, in una strana sospensione o rinvio del destino. Il viaggio si allunga e il rischio si riattiva. Chi stava annegando non scenderà a terra, comunque. Rispetto all’inferno dell’affogamento, ecco il purgatorio o forse il limbo del respingimento. Quelli che non sono periti tra le onde, semplicemente, cesseranno di esistere. Sia dal punto fisico sia da quello giuridico. Anche in acque cosiddette territoriali (espressione ossimorica più di ogni altra) il mare rimane “terra di nessuno”. Inabitabile, dunque. La speranza, tema di mille racconti e mille dipinti (esiste un genere pittorico a sé, frequentato dagli artisti sia per il virtuosismo tecnico che permette, sia per la densità di riferimenti simbolici), si spegne giusto a un passo dal traguardo: tenendo conto del fatto che quella via mare era solo l’ultima tappa di un viaggio cominciato, spesso, migliaia di chilometri più indietro, e mesi o addirittura anni prima, proprio come nelle narrazioni antiche degli esodi, delle ritirate e delle peregrinazioni: di eserciti, di interi popoli sconfitti o fuggiaschi, individui perseguitati, eroi condannati a compiere imprese impossibili all’altro capo del mondo.
Una maledizione mitica pesa su chi si avventura in mare come se lo stesse violando, come se il navigare stesso sia blasfemo e delittuoso, contaminante. Tracce di questo interdetto arcaico sono disseminate un po’ ovunque, dall’Iliade alle Argonautiche all’Aminta di Tasso, e oggi riaffiora, in una versione degradata e strumentale, nei discorsi di chi predica che ognuno se stia «a casa sua», e tutti rimangano «al paese loro», che là vi siano guerra o persecuzioni o siccità o carestia (o la mancanza stessa di una casa…) non importa, purché costoro non si mettano in viaggio, come dice Esiodo, «nell’assillo di una vita migliore». La speranza di una «vita migliore» (o semplicemente, di “una vita”, cioè, di conservarsi vivi) viene considerata alla stregua di una smania incomprensibile. Chi si spinge in mare, in effetti, sarà difficile fermarlo, sbarrargli la strada: nel mare non vi sono confini visibili e non si possono erigere muri e srotolare filo spinato. Se verso i popoli che abitano regioni anche lontane, ma di cui possono varcare i confini via terra, si nutrono, eventualmente, diffidenza e paura (eppure li si sente in qualche misura simili, magari pericolosamente simili…), chi invece abita al di là del mare e osa impunemente attraversarlo è visto come totalmente alieno, un mostro, la cui sfrontata pretesa di spingersi verso le nostre rive (che all’improvviso, facendo ricorso a un lessico da tempo dismesso, tornano ad essere “sacre”) non solo va respinta, va punita.
Dunque, affondare le navi degli intrusi prima che queste affondino da sole? Siccome non è lecito, e sarebbe troppo scandaloso (eppure qualcuno è arrivato seriamente a proporlo!), ecco farsi avanti una nuova modalità, quella, potremmo dire, dell’indifferenza attiva, della cecità programmata. Come se si cancellassero dallo schemino con cui si gioca alla battaglia navale, le navi in pericolo spariscono dai radar, si smaterializzano. Finisce la loro problematicità, poiché «la cosa non ci riguarda» o «riguarda altri». Venuto meno lo sguardo, viene meno anche il suo oggetto.
E dunque il «naufragio con spettatore», che ha fatto discutere per secoli i filosofi, si può semplicemente mutare in un «naufragio senza spettatore», un evento a cui è sufficiente non assistere affinché esso cessi di essere, e dunque di generare interrogativi: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, se «lo spettacolo dell’altrui rovina» debba farci provare un sentimento confortante, oppure rabbia, o pietà, se il soccorso sia un obbligo, un’opzione, una frastornante seccatura, se alla agitazione delle acque corrisponda un’agitazione dello spirito di chi ha i piedi all’asciutto. Si vuole chiudere in questo modo, alla maniera di un bilancio aziendale stilato in fretta e furia, con corredo di numeri e statistiche, un tragitto di pensiero millenario.

Questo testo di Edoardo Albinati sarà pubblicato, insieme ad altri dedicati al «Naufragio con spettatore», sul numero di luglio della rivista di cultura psicoanalitica «Psiche», diretta da Maurizio Balsamo ed edita da Il Mulino.

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Ubique naufragium est…

Un momento, l’equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono.
«La nave, gran Dio, dov’è la nave?»
Presto, attraverso veli d’acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell’acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare.
E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz’anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.

H. Melville, Moby Dick

NAUFRAGIO. Da Robinson Crusoe al Titanic la grande metafora dell’Occidente, 19 gennaio 2012

Se gli esseri umani sono “gettati a vivere” involontariamente sulla terra, niente li racconta più esattamente di un naufragio. «Gettato in quell’isola desolata» è Robinson. Un barilotto, un chiodo, un’accetta, dei chicchi di grano, uno spago – da lì riparte la storia della civilizzazione. Nessuna metafora è più forte, né il terremoto – il mare è un terremoto intermittente ma perenne – né l’eruzione del vulcano né il diluvio – l’arca di Noé è la prima scialuppa salvata dal naufragio universale. Il naufragio è insieme spoliazione e destituzione di tutto, e possibile promessa di nuovo inizio. Il naufragio viene prima del naufrago: il naufrago è il risultato, uno dei relitti depositati dalla risacca. I marinai temono la bonaccia quanto e più della bufera, ma il naufragio esemplare ha bisogno della furia della natura. Il romanticismo non può far a meno di tempesta e naufragio. Invece un naufragio in acqua ferma, in una notte dolce, in vista della riva, è la più imbarazzante delle sventure: un proverbio di Sorrento, culla di marinai, dice che incagliare la nave nella sabbia è brutto, ma incagliarla negli scogli è orribile. L’enorme nave coricata sul fianco – «la carcassa ubriaca d’ acqua» – assomiglia più all’ agonia di un capodoglio disorientato che a un naufragio. Ma anche la Concordia ha messo alla prova la tempra degli umani.
Il naufragio va assieme all’abnegazione – annegare, è una parola sola – e alla viltà: fino al cannibalismo, alla zattera della Medusa. I naufraghi si dibattono in un inferno: Delacroix dipinge la barca di Dante alla quale i dannati si aggrappano, mordendo il bordo coi denti, respingendosi a calci l’ un l’ altro. La superstizione dei marinai di oggi è la risacca del capriccio degli dei e del castigo di Dio. L’Odissea è un manuale di naufragi. […]
Allegria di naufragi, intitolò, fra molti ripensamenti, Ungaretti, e non aveva in mente l’ eccitazione lucreziana che danno le catastrofi, ma piuttosto la decisione del superstite di riprendere il viaggio. Ci sono storie di ricominciamenti impressionanti, come quella del patrizio veneziano Pietro Querini. Salpò da Candia nel 1431 con un carico vario e un equipaggio di 68 uomini. Oltre il capo Finisterre vennero spinti dalla tempesta al largo dell’ Irlanda, lì la nave affondò e si imbarcarono in due scialuppe. Una si perse, l’ altra andò alla deriva per mesi, alcuni bevvero il mare e impazzirono, altri bevvero la propria urina. Approdarono a uno scoglio delle isole Lofoten, nel nord della Norvegia. Dei 48 imbarcati restavano 16. Gli isolani di Røst li trovarono e li ospitarono per quattro mesi. Viene da lì la consuetudine veneta e italiana con lo stoccafisso, e anche la battuta sulle sembianze latine degli abitanti di Røst. Nel 1432 Querini e i suoi tornarono fortunosamente a Venezia, e un anno dopo Querini ripartì alla volta delle Lofoten, e di lì verso l’ estremo nord, dove si persero la sua vita e le sue tracce.

Un naufragio di giardinetto pubblico sta a custodia della nostra lingua: «E il naufragar m’ è dolce in questo mare»; la traduzione di Sainte-Beuve lo muta in tutt’ altro suono e cosa, e accentua all’ estremo la seduzione: «Et sur ces mers sans fin j’ aime jusqu’ au naufrage». Amare da morire, amare da naufragare. La fiction ha soppiantato da tempo le storie di naufragi marini con quelli di astronavi nello spazio, i cui detriti ingombrano il cielo: aveva cominciato Verne col naufragio della mongolfiera. Sul fondale degli oceani giacciono, secondo la stima delle Nazioni Unite, più di 3 milioni di bastimenti naufragati. E storie e leggende di tesori sepolti. Le assicurazioni nacquero da lì, dalla necessità di coprire le spedizioni navali. Nasce da lì, forse, anche il nome fortunato di racket. Wrack è in inglese la nave naufragata, il relitto. Andar al raque è l’ espressione castigliana per il recupero, e anche il saccheggio, di relitti. Non so che cosa è venuto prima. In fondo alla Terra del fuoco c’è il più grande cimitero di navi del mondo, i naufragi provocati dalle onde e quelli commissionati dagli armatori. Quando il vapore prese il sopravvento, i velieri non furono semplicemente disarmati; i loro capitani coraggiosi furono mandati a naufragare in quelle tempeste favolose, per far incassare il premio dell’assicurazione. Guai, ogni volta che si riscrive una riga attorno alla nave alta come un palazzo di venti piani, ai suoi passeggeri internazionali e alla sua ciurma extracomunitaria, a dimenticare i naufragi che, senza neanche meritare questo nome magnanimo, seminano di ossa senza nome il mare fra Africa ed Europa, e i pescatori che, a costo di malevolenze e denunce, ne soccorrono gli scampati. Fra la premura che dedichiamo ai migranti e quella riservata alla Concordia c’ è una sproporzione più grande che fa i loro miserabili barconi e la nave colossale del Giglio. E questo ha molte spiegazioni comprensibili, ma nessuna cancella del tutto una differenza che ha a che fare col valore di mercato delle vite, che è un sinonimo leggero del razzismo.
ADRIANO SOFRI

Davide Rondoni, Noi, Ulisse e i naufragi… Letteratura in un mare di avventure, “Il Sole 24 ore”, 12 settembre 2010

A Rimbaud, Il battello ebbro

[…]
Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nelle scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

(tr. it. di D. Bellezza)

T. S. Eliot, Death by water
Phlebas the Phoenician, a fortnight dead,
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell
And the profit and loss.
A current under sea
Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering the whirpool.
Gentile or Jew
O you who turn the wheel and look to windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall  
as you.

La morte per acqua
Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido del gabbiano,e il flutto profondo del mare
E il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù
Entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento,
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari
di te.

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