Archivi del mese: gennaio 2013

Dante: De vulgari eloquentia

“Chiamiamo lingua volgare quella lingua che i bambini imparano ad usare da chi li circonda quando incominciano ad articolare i suoni; o, come si può dire più in breve, definiamo lingua volgare quella che riceviamo imitando la nutrice, senza bisogno di alcuna regola. Abbiamo poi un’altra lingua di secondo grado, che i Romani chiamarono «grammatica». Questa lingua seconda la possiedono pure i Greci e altri popoli, non tutti però: in realtà anzi sono pochi quelli che pervengono al suo pieno possesso, poiché non si riesce a farne nostre le regole e la sapienza se non in tempi lunghi e con uno studio assiduo.Di queste due lingue  la più nobile è la volgare: intanto perché è stata adoperata per prima dal genere umano; poi perché il mondo intero ne fruisce, benché sia differenziata in vocaboli e pronunce diverse; infine per il fatto che ci è naturale, mentre l’altra è, piuttosto, artificiale. Ed è di questa, la più nobile, che è nostro scopo trattare.” De vulg. el. I, 1

Videolezione a cura di A. Cortellessa. CLICCA QUI.

La mappa dei volgari municipali secondo Dante:

Folders-OS-Documents-Library-Metro-icon Da “Leggere Dante oggi”: la riflessione dantesca sulla lingua.

Folders-OS-Documents-Library-Metro-icon Massimo Cacciari, Il bello del Volgare. Perché Dante diventa il profeta di una lingua viva, “La Repubblica”, 11 dicembre 2012

Ecco allora l’imperiosa necessità di costruire un volgare illustre – un volgare con cui potersi esprimere nelle accademie e nelle corti, nei tribunali e nella grande politica. Un volgare cardine del nostro comunicarci, che si innalzi sulle miserie municipali – non perché Dante abbia cessato di amare Firenze, anzi: la ama da esule ancora di più – ma proprio da esule ha imparato che le città vivono solo se universali, solo se la loro lingua è così potente da comunicare a tutto il mondo.

Ma non basta il latino? Certo, è nobile la grammatica, certo essa garantisce un ordine perfetto. Ma non solo essa non può essere da tutti compresa – e il nuovo intellettuale, Dante, da tutti essere compreso. Il vero problema è che mai potrò esprimere in latino i drammi dei tempi nuovi, mai potrò rappresentare in latino la vita di queste città, il loro conflitto con Chiesa e Impero, la scandalosa decadenza della Chiesa, la catastrofe dell’idea imperiale. Le idee e i conflitti di questa età debbono trovare il proprio linguaggio, così come il nuovo ordine di Augusto l’aveva trovato in Virgilio. Altrettanto nobili entrambi. Ma solo il primo oggi vivente. Inutile allora il latino? Nient’affatto – il latino è l’esempio insuperabile della sintesi di sapienza e eloquenza. Il latino insegna a volerla e perseguirla nel volgare.
Ma non diventerà così anche il volgare una lingua artificiale? Impossibile – esso affonda nella matrice, esso è radicato, prima di ogni parola, nella nostra infanzia. Insieme al dono stesso della libertà, Dio infonde nella nostra anima quella forma locutionis, che ci rende capaci di assumere, senza nessuna regola, qualsiasi lingua con cui la madre ci chiami. […]. Non artificiale deve essere il volgare, ma così potente da esprimere ogni idea, da comunicare ogni contenuto. […] In epoche in cui la lingua viene ridotta a puro mezzo per scambiarsi qualche informazione, in cui la sua forza simbolica viene strapazzata, in cui i municipalismi più plebei minacciano di dissiparne l’energia comunicativa universale, e sembra che a questi si debba rispondere soltanto con il rigore dei linguaggi formali-artificiali delle “scienze esatte”, l’appello di Dante in onore del volgare, sì, ma perché si faccia illustre, suona ancora in tutta la sua carica innovativa. Loquor ergo sum, parlo e perciò sono – ma per poterlo affermare la mia locutio deve saper tendere a quella sapienza, eloquenza e bellezza le cui tracce e i cui indizi il Vate indaga senza riposo, e con i quali costruisce la somma architettura dellaCommedia.”

E la pantera?

“Il profumo fascinoso della pantera, che attrae gli animali tutti (fuorché il dragone), di cui poi la fiera si ciba, era un luogo comune della cultura medievale. […] Ma è importante ricordare come da simili rappresentazioni tradizionali dei bestiari erano già nate interpretazioni figurali a loro volta topiche; in particolare in due direzioni. Una religiosa, per cui la p. è Cristo e il dragone il demonio (punto di partenza sarà il particolare del risveglio dopo tre giorni) e una cortese, in cui la p. simboleggia il potere attrattivo della donna amata”. Dalla Voce “Pantera” dell’Enciclopedia dantesca Treccani.

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Fun Latin

Dal sito della Columbia University di New York: latino per tutte le occasioni.

… e  per ripassare le preposizioni:

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Commissioni Esame di Stato 2012/2013

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Commissari esterni:
Matematica
Filosofia
Scienze
Commissari interni:
Italiano
Inglese
Arte

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Accadde oggi: 27 gennaio 1302

Dante Alighieri è accusato in contumacia dalla città di Firenze  di “baratteria, concussione, estorsione e opposizione sediziosa alla politica papale”. Viene condannato a una multa di 5.000 fiorini e all’esilio per due anni. VIDEO.

Dal Convivio, I, 3:

“Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato-, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato, nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilìo, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare.”

Dal De vulgari eloquentia, I, VI, 3:

“Noi però a cui è patria il mondo intero, come ai pesci il mare, sebbene abbiamo bevuto l’acqua dell’Arno da bimbi, prima di mettere i denti, e che a tal segno amiamo Firenze, da subire ingiustamente l’esilio, conformiamo il nostro giudizio più alla ragione che all’apparenza sensibile. E anche se, volendo essere inclini al nostro piacere e alla propensione dei nostri sensi, dovremo dire che non esiste in terra luogo più ameno di Firenze, sfogliando tuttavia i volumi dei poeti e degli scrittori in genere, nelle cui pagine si descrive il mondo nel suo complesso e nelle sue varie zone, e ragionando dentro di noi sull’ubicazione delle diverse zone della terra, in relazione all’uno e all’altro polo e al circolo dell’equatore, capiamo ponderatamente e riteniamo fermamente che esistono regioni e città più insigni e più gradevoli della Toscana e di Firenze, di cui siamo oriundi e cittadini.”

Rime, Tre donne intorno al cor…

E io, che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,

l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:
ché, se giudizio o forza di destino
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader co’ buoni è pur di lode degno.

E se non che de li occhi miei ’l bel segno
per lontananza m’è tolto dal viso,
che m’have in foco miso,
lieve mi conterei ciò che m’è grave.
Ma questo foco m’have

già consumato sì l’ossa e la polpa,
che Morte al petto m’ha posto la chiave.
Onde, s’io ebbi colpa,
più lune ha volto il sol poi che fu spenta,
se colpa muore perché l’uom si penta.

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Ai confini dell’uomo. Viaggio nella letteratura concentrazionaria

Ma misi me per l’alto mare aperto

(Dante Alighieri, Commedia, Inf. XXVI 100)

1. Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945)

Nel corso della seconda guerra mondiale, il 1943 segna un periodo critico per le potenze dell’Asse: è l’anno della disfatta nazista a Stalingrado e della sconfitta delle forze italo-tedesche nella campagna del Nordafrica. In Italia, ai conflitti politico-militari intestini si aggiunge, a luglio, lo sbarco dei primi reparti angloamericani sulle coste della Sicilia. Dopo la deposizione e l’arresto di Benito Mussolini, il nuovo governo guidato su incarico del re da Pietro Badoglio avvia le trattative per l’armistizio con gli alleati, siglato a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico cinque giorni dopo. Così, da metà settembre 1943 l’Italia si presenta divisa in due parti: le regioni meridionali e le isole sotto il controllo degli alleati e del Regno d’Italia; le regioni centrali e settentrionali occupate militarmente dai nazisti e sottoposte all’amministrazione del nuovo governo collaborazionista fascista (la futura Repubblica Sociale Italiana), guidato da Mussolini per volontà di Adolf Hitler.
Tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, quasi ottocentomila persone vengono deportate dall’Italia centro-settentrionale in territorio tedesco [1]. Di queste, molte sono membri delle Forze armate italiane, abbandonate alla diffidenza dell’ex-alleato nazista dopo l’8 settembre 1943. Fra i settecentomila ufficiali e soldati italiani catturati dalla Wehrmacht nei giorni successivi alla resa dell’Italia, infatti, solo cinquantamila accettano di arruolarsi nelle nuove formazioni filotedesche; i restanti, circa seicentocinquantamila, vengono internati in appositi campi di prigionia allestiti in Germania e Polonia e subordinati all’autorità del Comando Supremo delle Forze armate naziste [2]. Altri centomila uomini e donne, arrestati nei rastrellamenti che gli apparati armati nazisti e repubblicani effettuano nelle retrovie del fronte o durante le azioni antipartigiane, sono deportati in Germania e impiegati in campi di detenzione e lavoro coatto per sostenere l’industria bellica nazista. Infine, circa quarantamila persone vengono deportate con motivazioni politiche o razziali nei campi di concentramento e di sterminio dipendenti dalle SS: sulla loro esperienza e sulla sua narrazione si sofferma questo elaborato.

LEGGI TUTTO…

Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in PRIMO LEVI

Testimone esemplare dell’esperienza concentrazionaria, così come dell’analogia fra il Lager e l’inferno dantesco portata al suo più alto livello, è considerato – in Italia e non solo – Primo Levi (1919-1987). Diplomato al Liceo D’Azeglio di Torino e laureato in chimica, dopo l’8 settembre 1943 si unisce, in Valle d’Aosta, a un gruppo di partigiani di Giustizia e Libertà. La sua esperienza nella Resistenza termina prima della fine dell’anno, quando la Milizia fascista lo cattura nel corso di un rastrellamento e, viste le sue origini ebree, lo interna nel campo di Fossoli. Da lì, il 22 febbraio 1944 inizia il viaggio verso Auschwitz, dove Levi resterà (nel Lager annesso alla fabbrica di Monowitz) fino alla liberazione del campo nel gennaio 1945. Subito dopo il lungo viaggio di ritorno attraverso l’Europa (che racconterà ne La tregua, 1963), consegna le sue memorie dell’anno trascorso ad Auschwitz a un’opera che travalica i confini di genere fra testimonianza e romanzo: Se questo è un uomo, pubblicato dapprima nel 1946 presso le edizioni De Silva di Franco Antonicelli e poi, con alcune varianti, dalla casa editrice Einaudi (che inizialmente l’aveva rifiutato), a partire dal 1958.
«Grave testimone di un’esperienza al limite estremo del tragico e dell’assurdo» [38], Primo Levi comincia la sua carriera di autore letterario dando forma scritta al suo ricordo, percepito «come bisogno e come obbligo» [39]. Il periodo di lavoro febbrile in cui si getta – contestualmente alla sua nuova attività di chimico presso una fabbrica di vernici di Avigliana – segue gli innumerevoli racconti orali fatti al ritorno, che sottendono le redazioni scritte tanto di Se questo è un uomo quanto de La tregua. Il modello letterario del bisogno vitale di narrazione provato già durante la detenzione in Lager è, per Levi (appassionato frequentatore di libri di viaggio, da Marco Polo a Conrad), il racconto necessario e ostinato del Vecchio Marinaio, unico superstite del soprannaturale viaggio per mare descritto nella famosa Ballata del poeta inglese Samuel Taylor Coleridge. Il riferimento a The Rime of the Ancient Mariner si fa ancora più evidente nelle opere successive dello scrittore torinese: i vv. 582-585 («Since then, at an uncertain hour,/ that agony returns:/ and till my ghastly tale is told/ this heart within me burns.») sono posti in epigrafe a I sommersi e i salvati (1986), e in una lettera a Kurt H. Wolff recentemente rinvenuta si legge l’intenzione di Levi di proporre il v. 118 («Upon a painted Ocean») come titolo della traduzione in lingua inglese de La tregua, racconto della sua personale odissea che in un primo periodo pensa di intitolare Vento alto [40].
Indubbiamente, però, il grande e principale riferimento per Se questo è un uomo è il Dante dell’Inferno. L’intera Commedia è un racconto presentato come cammino, e «la storia del viaggiatore che tende a una meta sospirata è la figura europea dell’uomo per eccellenza […], che Dante assume all’interno della tradizione cristiana – e biblica – per cui la vita dell’uomo sulla terra non è altro che un pellegrinaggio verso la patria, che è Dio» [41]. Ma, se in Dante il percorso dell’homo viator – nonostante l’apparente descensiodella prima cantica – è appunto orientato verso l’Alto, in Se questo è un uomo l’analogia fra il viaggio verso l’abisso del Lager e la discesa nell’inferno dantesco è privata da Primo Levi di ogni implicazione religiosa e teleologica. Come si vedrà, nella prima opera di Levi l’idea di sprofondamento (umano e morale) è dominante, anche se un tentativo di risalita può essere individuato estendendo la lettura a La Tregua e a Se non ora, quando? (1982), libri che insieme a Se questo è un uomo testimoniano mirabilmente la concezione leviana (derivata principalmente da modelli omerici, biblici e danteschi) di viaggio «come vasta avventura esistenziale» e «come itinerario paradigmatico dell’esistenza» [42].
Diversamente da quanto accade in molte testimonianze sulla deportazione nazista, per le quali «si tratta per lo più di uno stereotipo» [43], il riferimento alla discesa nell’inferno di Dante in Se questo è un uomo è l’esito del fondamentale parallelismo stabilito da Levi fra attività scrittoria e scienza [44]. Così, il procedimento analogico leviano da un lato attinge alla formazione scientifica dell’autore per riportare un fenomeno ignoto (il Lager) ad uno noto (l’inferno), dall’altro ricorre alla sua educazione umanistica per chiarire l’immagine (tratta dall’Inferno dantesco) da assegnare a quest’ultimo.

Sin dal primo capitolo (Il viaggio), il convoglio diretto ad Auschwitz è presentato, con una potente climax, come «in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il ‘fondo’» [45]. Sull’autocarro che dalla stazione li porta al Lager, un moderno «caronte», «invece di gridare “Guai a voi, anime prave”», deruba «cortesemente» dei loro ultimi averi Levi e quanti sono sopravvissuti alla selezione, «tanto dopo non ci servono più» [46]. Proprio la sensazione di «giacere sul fondo» [47] segna l’ingresso nel campo e apre il secondo capitolo (Sul fondo, appunto), che si pone assieme al penultimo (L’ultimo) ai limiti estremi di uno schema concentrico circondato dal filo spinato [48], entro il quale si compie il processo di annientamento inflitto dall’uomo al suo simile. All’interno del doppio confine tracciato dalla recinzione del Lager, oltre il cancello sul quale campeggiano «le tre parole della derisione» [49], Levi e gli altri vengono rapidamente privati dei vestiti, dei capelli, persino del nome, a cui viene sostituito il numero di ingresso (che solo ad Auschwitz – e solo per i non tedeschi – è anche tatuato sull’avambraccio dei detenuti).

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, non è pensabile [50].

Molti ancora sono i riferimenti alla narrazione della prima parte del viaggio di Dante in questo moderno paesaggio infero, che Primo Levi descrive con il suo caratteristico gusto per una brevitas pregnante: «tutto è niente quaggiù, se non la fame dentro, e il freddo e la pioggia intorno» [51]. Il processo di inserimento nella «follia geometrica» [52] che regola la vita del Lager avviene «in chiave grottesca e sarcastica» [53], come in un’anticipazione delle tinte anche farsesche che Levi utilizzerà per definire l’immagine di Auschwitz, dove bene e male, giusto e ingiusto si confondono e si snaturano, e dove il motto dell’illuminismo kantiano è rovesciato nel «non cercar di capire» [54]. Mentre la struttura dell’Inferno dantesco è saldamente ancorata sulla razionalità dell’ordinamento dei peccatori e della corrispondenza della pena al peccato, nell’inferno capovolto del Lager non esiste e non deve essere cercata alcuna giustificazione: «Hier ist kein warum», impara ben presto Levi [55].

Sempre dalla prima cantica della Commedia Primo Levi ricava, oltre alle coordinate topografiche del luogo infernale e all’andatura prosopografica del libro modellata sull’esempio del realismo dantesco [56], una delle immagini principali di Se questo è un uomo: quella dei «sommersi», in vece dei quali egli parla e scrive [57]. Così si apre, infatti, il canto XX dell’Inferno: «Di nova pena mi conven far versi/ e dar matera al ventesimo canto/ de la prima canzon, ch’è di sommersi», cioè di coloro che sono immersi nel profondo della terra e del male, privati per sempre della luce divina. A questo participio, che già nei versi danteschi ha valore insieme fisico e morale, si rifà Levi per esprimere la condizione dei «musulmani»,

i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero [58].

Anche i «salvati», contrapposti ai «sommersi» ma a loro accostati da Levi nel titolo del nono capitolo di Se questo è un uomo (titolo che l’autore avrebbe voluto estendere all’intera opera, e che poi troverà posto sulla copertina del suo ultimo libro, I sommersi e i salvati), devono il loro nome a Dante («spiriti umani non eran salvati», Inf. IV 63); ma, se nella Commedia la salvazione si carica di un valore fortemente religioso, nel Lager descritto da Levi la sopravvivenza segue strade all’apparenza prive di senso, il cui racconto frequentemente indulge a un’aspra ironia. 
A un tempo narrazione e riflessione, Se questo è un uomo è un’opera «tanto più testimoniale quanto più letteraria» [59], nel tentativo coerente di dare una forma ordinata e razionale alla complessità caotica dell’inferno concentrazionario e del mondo che l’ha reso possibile e permesso. Nelle parole di Primo Levi, questo tentativo – che, come si è visto, passa anche attraverso un attento riferimento a precedenti letterari illustri (Dante in testa) e si riflette, nella lingua e nello stile, in una compresenza di classicismo e sperimentalismo – assume un valore estetico ed eminentemente morale, mettendo alla prova, di fronte all’estremo, i confini stessi dell’umano.

Giovanni Miglianti, contributo pubblicato su Griseldaonline, gennaio 2013

Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945) / Treni di uomini. Il viaggio di deportazione come soglia e simbolo / Dire Auschwitz. L’inferno in terra / Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in Primo Levi / L’eterno presente. Cammini senza meta e viaggi letterari / Dopo Auschwitz. Considerazioni sul viaggio verso l’estremo.

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Latin alive

The Classical Jukebox: La Rockola Clásica

Impara il latino con le canzoni! Ascolta la tua musica preferita sottotitolata in latino.

 QUEEN, We are the champions (Victores sumus)

The Fresh Prince of Bel Air – Latin Version

Nunc vos narro quomodo mea vita mutatur novatur
Versa evedetur, sessus sane hic iuxta te
Tibi loquor de willy, pulcherrimo ex bel-air

Ludendo basket cum amicis ego crescior
Omne die erat sic quantum me delector
Ibant maximae dies meae sic
Ludendo basket et videndo film spike lee
Dein mea pila iacitur illuc
Ibat super ilae scurrae caput et tunc
Crudelissimus ex illis me volebat percuotere
Et mater anxia dixit:abis ab bel-air!
Eam oravi obsecravi quoniam ego nolo
Sed de eo iratum est illi tunc volo
Poste ut abiam datum mihi scidam et basium
Cum stereo in auris dixi « hic abire maius ! »
Sed est pulcherrimum primum genus
Crystalli calices et sucus expressus
Si haec est vita quam in bel-air faciunt
Nunc intellego cur omnes ire illic volunt !
Appellavi taxum vix eram perveniturus
Amici quae pulcritudo iam sum delectaturus
Vita tota nova dirimpitur pro me
Vi,imus,velox aufers me ad bel-air!

Oh sed quae magna domus me sentio iam dives
Res priores mihi olent senes
Videtis nunc populi hic quis est,
Princeps willy,insanus bel-air !!

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Ecco dove fu assassinato Cesare

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24/01/2013 · 06:01

Giulio Cesare… besame mucho

Per concludere il nostro percorso cesariano…

… e per conoscere la civiltà romana da un altro punto di vista:

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Latin alive

Dal latino all’inglese.  Premiered at Resfest 2000.

Latìn, para qué…  (Il latino per che cosa)

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Se i giovani preferiscono ancora il libro di carta…

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“Corriere della Sera”, 23 gennaio 2012

A dispetto delle previsioni, una ricerca Censis mostra che i giovani preferiscono ancora il libro di carta. Illustra e spiega lo studio Antonella De Gregorio, in un pezzo scritto per Ehi Book!

Editoria in crisi, libri poco venduti, rosee speranze solo per le librerie online? Se questa è la tendenza, ogni tanto qualche istantanea modifica un po’ il paesaggio. Per esempio una ricerca come quella appena presentata dal Censis, dall’inequivocabile titolo “Il valore del bel libro”. L’ebook ha sì la sua nicchia di lettori affezionati (i numeri sono ancora piccoli ma con una inarrestabile crescita, secondo gli ultimi dati dell’Associazione Italiana Editori: +1%, con un fatturato di 12,6 milioni di euro e più 43mila titoli).

Ma il libro di carta, il libro definito “bello”, ha ancora fior di estimatori. Anche insospettabili, come i “nativi digitali”: i giovani nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni. Sono loro quelli che più desiderano avere in casa un libro “da esibire e da sfogliare”. Ha risposto così – a una ricerca commissionata dalla Fondazione Marilena Ferrari, sostenuta da Fmr-Art’è e realizzata su un campione di 1000 italiani intervistati al telefono – il 65% dei ragazzi sotto i 25 anni, contro una media del 52% del campione complessivo. Percentuale che scende al 46% degli over 55enni. Nessuna smaterializzazione in favore dell’e-book, a quanto pare. “Ad attrarre è ancora la bella stampa, sono le illustrazioni di pregio, la qualità della carta”, ha commentato il vicepresidente della Fondazione, Fabio Lazzari. I libri (di qualità) battono le pagine digitali, sembra essere il succo della ricerca. Nonostante i lettori di libri siano in netto calo e gli italiani che leggono almeno un libro l’anno siano passati dal 59,4% del 2007 al 49,7% del 2012. E però, di questi, solo il 30% ritiene che il libro conti per quello che c’è scritto. A uscirne vincente, insomma, è l’oggetto, più che il contenuto. «Al libro di alta qualità si lega la questione dell’identità – spiegano dal Censis -. Più la ricerca dell’identità è forte, come nei giovani, più l’attrazione nei confronti di un oggetto che rappresenta uno “scrigno di sapere”, fruibile ma anche mostrabile, è forte».

La malìa reggerà dunque fino a che gli italiani continueranno a considerare un bel libro alla stregua di un’opera d’arte? Volumi cartacei come oggetti d’arredo, su cui la polvere si accumula, da custodire e tramandare? Come bei quadri appesi alle pareti? La ricerca dice anche che in oltre la metà delle famiglie italiane (il 53,5%) sono conservati libri lasciati in eredità. E verosimilmente non si tratta di edizioni economiche. Tutti gli interpellati, il sessantenne, come il trentenne, affermano di conservare ancora i libri dei genitori e dei nonni, Come i quadri o l’argenteria. E voi cosa ne pensate?

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