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“Fu vera gloria?”: cosa resta di noi (2)

Nike offering laurel wreaths to the winners of the games and a sash for the winner, engraving by Benedict Piringer (1780-1826) from a Greek original, from Collection de Vases Grecs de Ms le Comte de Lamberg, by Alexandre de Laborde, 1813-1824, Paris. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

La vera ragione della prodezza eroica è altrove; non dipende da calcoli utilitaristici, né dal bisogno di prestigio sociale, ma è di ordine, si potrebbe dire, metafisico: è cioè legata alla condizione umana, che gli dei hanno fatto non soltanto mortale, ma anche soggetta, come per tutte le creature di quaggiù, dopo il fiorire della giovinezza, al declino delle forze e all’invecchiamento. L’impresa eroica si radica nella volontà di sfuggire alla vecchiaia e alla morte, per quanto “inevitabili” esse siano, e di superare entrambe. Si va oltre la morte se la si accetta invece di subirla, facendone la posta in gioco costante di una vita che assume così valore esemplare e che gli uomini celebreranno come un modello di “gloria imperitura”. Gli onori resi alla sua persona vivente, che l’eroe perde quando rinuncia alla lunga vita per scegliere la rapida morte, li riacquista centuplicati nella gloria che circonderà il suo personaggio di defunto per tutti i tempi a venire.
J.P. Vernant, La morte eroica in L’individuo, la morte, l’amore, Raffaello Cortina, Milano 2000

Apollo

Iliade, IX, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Gli rispose Achille dai piedi veloci:

«Figlio di Laerte, divino Odisseo dalla mente accorta, è necessario che io parli chiaramente e dica quello che penso, e come andranno le cose, perché non continuiate a chiacchierare qui, seduti accanto a me; odio, come odio le porte di Ade, colui che altro dice e altro cela nell’animo; io parlerò come mi sembra meglio. Non riuscirà a persuadermi il figlio di Atreo, Agamennone, né nessun altro dei Danai – non c’è vantaggio alcuno a battersi col nemico senza mai tregua; per chi combatte da prode e per chi resta indietro, uguale è il destino; per il valoroso e per il vile, uguale è l’onore; muore ugualmente chi non fa nulla e chi si dà molto da fare; niente mi resta dopo aver patito tanti dolori rischiando sempre la vita in battaglia. […]
Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.
Mia madre, Teti dai piedi d’argento, mi parla di due destini che mi conducono a morte: se resto qui a battermi intorno alle mura di Troia, non farò più ritorno ma eterna sarà la mia gloria; se invece torno a casa, nella patria terra, per me non vi sarà gloria, ma avrò lunga vita, non mi raggiungerà presto il destino di morte. Ed anche a tutti gli altri io vorrei dire: prendete il mare, tornate a casa: mai vedrete la fine dell’alta città di Ilio, su di essa Zeus dalla voce tonante ha steso la mano, i guerrieri han ripreso coraggio. Ora voi ritornate e riferite ai principi achei il mio messaggio – è compito, questo, dei capi – affinché meditino un altro piano, un piano migliore, per salvare le navi e con le navi tutto l’esercito acheo; a nulla serve quello cui hanno pensato: io persisto nell’ira. Fenice rimanga a dormire con me: domani potrà seguirmi sulle navi in patria, se lo vorrà: non lo porterò via con la forza».

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Odissea, XI, vv. 467-49, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Così noi scambiavamo tristi parole, con l’animo afflitto, versando molte lacrime.
E venne l’anima di Achille figlio di Peleo, e quella di Patroclo e del valoroso Antiloco e di Aiace, che nel volto e nella figura era il più bello fra tutti gli Achei dopo il nobile figlio di Peleo. Mi riconobbe l’anima del discendente di Eaco e sospirando mi disse queste parole:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo dal grande ingegno, quale impresa ancora più grande concepirai nel tuo animo audace? Come hai osato discendere all’Ade dove dimorano, privi della parola, i fantasmi degli uomini morti?”.
Disse così, e io così gli risposi:
“O Achille, figlio di Peleo, di tutti gli Achei il più forte, per Tiresia sono venuto, perché mi consigli come giungere a Itaca irta di rocce; ancora non sono giunto vicino all’Acaia, ancora non ho toccato la mia terra, ma sempre continuo a soffrire. Di te invece, Achille, nessuno fu più felice, quando eri vivo, e ora che sei qui, hai grande potere tra i morti: non dolerti perciò di essere morto, Achille”.
Dissi così, e lui così mi rispose:
“Della morte non parlarmi, glorioso Odisseo. Vorrei essere il servo di un padrone povero che pochi mezzi possiede, piuttosto che regnare su tutte le ombre dei morti…”.

Statua di atleta che indossa la corona della vittoria, 340-330 a. C., Museo Archeologico Nazionale, Atene

Platone, Apologia di Socrate, 28 B-D

Qualcuno potrebbe forse dirmi: «Allora, o Socrate, non ti vergogni di esserti dedicato a questa attività, per la quale sei in pericolo di morire?»
A questi potrei rispondere con un giusto ragionamento: «Non dici bene, o amico, se tu ritieni che un uomo che possa essere di qualche giovamento anche piccolo, debba tener conto altresì anche del pericolo della vita o del morire e non debba, invece, quando agisce, guardare solo a questo, ossia se possa fare cose giuste o ingiuste, e se le sue azioni sono azioni di un uomo buono, oppure di un uomo cattivo. Se si sta al tuo ragionamento, sarebbero state persone di poco valore tutti quei semidei che sono morti a Troia. E come gli altri anche il figlio di Tetide, il quale, invece di sopportare l’infamia, disprezzò il pericolo a tal punto che, allorché la madre, che era dea, disse a lui che desiderava ardentemente di uccidere Ettore, all’incirca così: “O figlio, se tu vendicherai la morte del tuo amico Patroclo e ucciderai Ettore, morirai anche tu, perché a quello di Ettore subito segue già pronto il tuo destino”, nell’ascoltare queste parole non si diede pensiero del pericolo e della morte. E invece, temendo molto di più il vivere da codardo e il non vendicare l’amico, disse: “Che io muoia subito, non appena abbia punito chi ha commesso la colpa, e che non rimanga qui deriso presso le curve navi, e inutile peso della terra”. E allora, o amico, pensi che egli si sia preoccupato per la morte e per il pericolo?»
Così stanno le cose, o cittadini ateniesi, secondo la verità: al posto in cui uno collochi se medesimo, considerandolo il migliore, o in cui sia stato collocato da chi ha il comando, proprio qui io penso debba restare e affrontare i pericoli, e non tener conto della morte né di nessun altra cosa piuttosto che del disonore.

Nerone incoronato dalla madre Agrippina Minor, Pannello del Sebasteion di Afrodisia

Cicerone, Somnium Scipionis, 12 (VI, 20)

Haec ego admirans referebam tamen oculos ad terram identidem. Tum Africanus: ‘Sentio’ inquit ‘te sedem etiam nunc hominum ac domum contemplari; quae si tibi parva, ut est, ita videtur, haec caelestia semper spectato, illa humana contemnito. Tu enim quam celebritatem sermonis hominum aut quam expetendam consequi gloriam potes? Vides habitari in terra raris et angustis in locis et in ipsis quasi maculis, ubi habitatur, vastas solitudines interiectas, eosque, qui incolunt terram, non modo interruptos ita esse, ut nihil inter ipsos ab aliis ad alios manare possit, sed partim obliquos, partim transversos, partim etiam adversos stare vobis; a quibus exspectare gloriam certe nullam potestis.

Io, pur osservando stupito tali meraviglie, volgevo tuttavia a più riprese gli occhi verso la terra. Allora l’Africano disse: «Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli uomini; ma se davvero ti sembra così piccola, quale in effetti è, non smettere mai di tenere il tuo sguardo fisso sul mondo celeste e non dar conto alle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi mai raggiungere nei discorsi della gente, quale gloria che valga la pena di essere ricercata? Vedi che sulla terra si abita in zone sparse e ristrette e che questa sorta di macchie in cui si risiede è inframmezzata da enormi deserti; inoltre, gli abitanti della terra non solo sono separati al punto che, tra di loro, nulla può diffondersi dagli uni agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto a voi, in senso obliquo, altri
trasversalmente, altri ancora si trovano addirittura agli antipodi. Da essi, gloria non potete di certo attendervene.

You believed in their stories of fame, fortune and glory…

Pink Floyd, Paranoid Eyes, The final cut, 1983

Dante, Purgatorio, XI, vv. 91 – 108

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!                                   93

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:                                       96

così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.                                 99

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.                                    102

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,                   105

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.                         108

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Petrarca, Canzoniere 326

Or hai fatto l’estremo di tua possa,
o crudel Morte; or hai ’l regno d’Amore
impoverito; or di bellezza il fiore
4  e ’l lume hai spento, e chiuso in poca fossa;

or hai spogliata nostra vita e scossa
d’ogni ornamento e del sovran suo onore:
ma la fama e ’l valor che mai non more
8  non è in tua forza; abbiti ignude l’ossa:

ché l’altro ha ’l cielo, e di sua chiaritate,
quasi d’un più bel sol, s’allegra e gloria,
11  e fi’ al mondo de’ buon sempre in memoria.

Vinca ’l cor vostro, in sua tanta victoria,
angel novo, lassù, di me pietate,
come vinse qui ’l mio vostra beltate.

Petrarca, “Trionfi”, codice risalente al 1465-1470 circa

Francesco Petrarca, Secretum, III

Aug. Restat ultimum malum quod in te curare nunc aggrediar.
Fr. Age, pater mitissime, nam reliquis etsi nondum plene liberatum, magna tamen ex parte me levatum sentio.
Aug. Gloriam hominum et immortalitatem nominis plus debito cupis.
Fr. Fateor plane, neque hunc appetitum ullis remediis frenare queo.
Aug. At valde metuendum est, ne optata nimium hec inanis immortalitas vere immortalitatis iter obstruxerit.
Fr. Timeo equidem hoc unum inter cetera; sed quibus artibus tutus sim a te potissimum expecto, a quo maiorum michi morborum remedia suppeditata sunt.
Aug. Nullum profecto maiorem tibi morbum inesse noveris, etsi quidam forte fediores sunt. Verum quid esse gloriam reris quam tantopere expetis? Edixere.
Fr. Nescio an diffinitionem exigas. At ea cui notior est quam tibi?
Aug. Tibi vero nomen glorie notum, res ipsa, ut ex actibus colligitur, esse videtur incognita; nunquam enim tam ardenter, si nosses, optares. Certe, sive «illustrem et pervagatam vel in suos cives vel in patriam vel in omne genus hominum meritorum famam» quod uno in loco M. Tullio visum est; sive «frequentem de aliquo famam cum laude» quod alio loco ait idem; utrobique gloriam famam esse reperies. Scis autem quid sit fama?
Fr. Non occurrit id quidem ad presens et ignota in medium proferre metuo. Ideoque, quod esse verius opinor, siluisse maluerim.
Aug. Prudenter hoc unum et modeste. Nam in omni sermone, gravi presertim et ambiguo, non tam quid dicatur, quam quid non dicatur attendendum est. Neque enim par ex bene dictis laus et ex male dictis reprehensio est. Scito igitur famam nichil esse aliud quam sermonem de aliquo vulgatum ac sparsum per ora multorum.
Fr. Laudo seu diffinitionem, seu descriptionem dici mavis.
Aug. Est igitur flatus quidam atque aura volubilis et, quod egrius feras, flatus est hominum plurimorum. Scio cui loquor; nulli usquam odiosiores esse vulgi mores ac gesta perpendi. Vide nunc quanta iudiciorum perversitas: quorum enim facta condemnas, eorum sermunculis delectaris. Atque utinam delectareris duntaxat, nec in eis tue felicitatis apicem collocasses! Quo enim spectat labor iste perpetuus continueque vigilie ac vehemens impetus studiorum? Respondebis forsitan, ut vite tue profutura condiscas. At vero iam pridem vite simul et morti necessaria didicisti. Erat igitur potius quemadmodum in actum illa produceres experiendo tentandum, quam in laboriosa cognitione procedendum, ubi novi semper recessus et inaccesse latebre et inquisitionum nullus est terminus. Adde quod in his, que populo placerent, studiosius elaborasti, his ipsis placere satagens, qui tibi pre omnibus displicebant; hinc poematum, illinc historiarum, denique omnis eloquentie flosculos carpens, quibus aures audientium demulceres.

Testo latino integrale: CLICCA QUI. 

Traduzione in lingua italiana: CLICCA QUI.

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Raffaello, Il Parnaso, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani, Roma

Alessandro Manzoni, Adelchi,  Atto III, scena I, vv. 43 sgg.

ADELCHI
La gloria? il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza averla gustata. Ah no! codesta                             45
Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre:
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato7 in uno,                             50
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
Che m’offese nel cor, che per ammenda8,
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,               55
Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta
Né gloriosa, si presenta: e questa
Certa ed agevol fia.

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J. A. D. Ingres, Napoleone Bonaparte imperatore, 1806

Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 1821

[…] E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l’avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

S. Botticelli, La primavera. Pianta di alloro (particolare), Uffizi, Firenze

Giacomo  Leopardi, Zibaldone 826, 20 marzo 1821

L’uomo da principio desidera il piacer della gloria nella sua vita, cioè presso a’ contemporanei. Ottenutala, anche interissima e somma, sperimentato che questo che si credeva piacere, non solo è inferiore alla speranza (quando anche la gloria in effetto fosse stata maggiore della speranza), ma non piacere, e trovatosi non solo non soddisfatto, ma come non avendo ottenuto nulla, e come se il suo fine restasse ancora da conseguire(cioè il piacere, infatti non ottenuto, perché non è mai se non futuro, non mai presente); allora l’animo suo… quasi fuori di questa vita, posteritatem respicit (si rivolge alla posterità) come se dopo morte … debba conseguire il fine, il complemento essenziale della vita, che è la felicità, vale a dire il piacere non conseguito ancora,… allora la speranza del piacere, non avendo più luogo dove posarsi, né oggetto al quale indirizzarsi dentro a’ confini di questa vita, passa finalmente al di là, e si ferma ne’ posteri, sperando l’uomo da loro e dopo morte quel piacere che vede sempre fuggire, sempre ritrarsi, sempre impossibile e disperato di seguire, di afferrare in questa vita”.

Nicolas Poussin (1594-1665), L’ispirazione del poeta. Particolare (1630 c.a), olio su tela, cm 182,5 x 213 – Musée du Louvre, Parigi

Giacomo Leopardi, Bruto minore, vv.101-120, Canti

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
105né scolorò le stelle umana cura.

Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
110conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
115l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.

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Collier, Edward (1640 c.-1710), Vanitas, 1704, Göteborgs Konstmuseum

Giacomo  Leopardi, Il Parini, ovvero Della Gloria cap. XII, Operette morali, 1827

Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione, e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando. […]

Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andar del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente?

Leonardo Da Vinci, Ramo d’alloro e palma con iscrizione

Giacomo  Leopardi, Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte, Operette morali, 1827

[Diogene Laerzio] dice dunque che Teofrasto, venuto a morte e domandato da’ suoi discepoli se lasciasse loro nessun ricordo o comandamento, rispose: Niuno; salvo che l’uomo disprezza e gitta molti piaceri a causa della gloria. Ma non così tosto incomincia a vivere, che la morte gli sopravviene. Perciò l’amore della gloria è così svantaggioso come che che sia. Vivete felici, e lasciate gli studi, che vogliono gran fatica; o coltivategli a dovere, che portano gran fama. Se non che la vanità della vita è maggiore che l’utilità. Per me non è più tempo a deliberare: voi altri considerate quello che sia più spediente. E così dicendo spirò.

Alphonse Mucha, Alloro

Guido Gozzano (1883-1916), Il viale delle Statue, in Poesie sparse

…le bianche antiche statue
acefale o camuse,
di mistero soffuse
nelle pupille vacue:

Stagioni che le copie
dei fiori e delle ariste
arrecano commiste
entro le cornucopie,

Diane reggenti l’arco
e le braccia protese
e le pupille intese
verso le prede al varco,

Leda che si rimira
nell’acque con il reo
candido cigno, Orfeo
che accorda la sua lira,

Giunone, Ganimede,
Mercurio, Deucalione
e tutta la legione
di un’altra morta fede:

erme tutelatrici
di un bello antico mito,
del mio tedio infinito
sole consolatrici,

creature sublimi
di marmo, care antiche
compagne e sole amiche
dei miei dolci anni primi;

ecco: ritorno a Voi
dopo una lunga assenza
senza più vita, senza
illusïoni, poi

che tutto m’ha tentato,
tutto: anche l’immortale
Gloria, e il Bene ed il Male,
e tutto m’ha tediato. […]

J. Vermeer, Allegoria della Pittura, 1666-1668, Kunsthistorisches Museum, Vienna

da La Signorina Felicita, da I colloqui, 1911

[…] Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso! […]

Paul Grabwinkler (Austria, 1880–1946), Roman Beauty with Golden Laurel Wreath, 1918. Particolare

E. Hemingway, Addio alle armi, 1929

I was always embarrassed by the words sacred, glorious, and sacrifice and the expression in vain. We had heard them, sometimes standing in the rain almost out of earshot, so that only the shouted words came through, and had read them, on proclamations that were slapped up by billposters over other proclamations, now for a long time, and I had seen nothing sacred, and the things that were glorious had no glory and the sacrifices were like the stockyards at Chicago if nothing was done with the meat except to bury it. There were many words that you could not stand to hear and finally only the names of places had dignity. Certain numbers were the same way and certain dates and these with the names of the places were all you could say and have them mean anything. Abstract words such as glory, honor, courage, or hallow were obscene beside the concrete names of villages, the numbers of roads, the names of rivers, the numbers of regiments and the dates.

Rimanevo sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso, sacrificio e dall’espressione invano. Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte ormai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei Paesi avevano ancora dignità, e certi numeri e certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte, gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, ai numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.

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Vienna, Casa della Secessione [1898-99], Cupola, particolare

CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò, 1947

Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un po’ di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo. Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perché per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma gli anni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perché da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo. Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade, chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perché? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e a mia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui non c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa. Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio. Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi. E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

And oh, how our glory may fade
Fade, well, at least we’ve learned
Some tricks of the trade…

 

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“To strive, to seek, to find, and not to yield…”: Tennyson e Pascoli

“Pare a me, o Socrate, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissima difficoltà. Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di aver esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o se a questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago. A meno che non si possa con maggiore agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l’aiuto cioè della rivelata parola di un dio”.
Platone, Fedone, XXXV

A. Tennyson, Ulysses, 1842

Alfred Tennyson, Ulisse,  traduzione di  G. Pascoli, in  Traduzioni e riduzioni, 1913

ULISSE
Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova:
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
l’Iadi pioverne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, chè sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:
e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine il restare
sotto la ruggine opachi né splendere più nell’attrito.
Come se il vivere sia quest’alito! Vita su vita
poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
porta con sé nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta
ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
compiere; Mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all’utile e al bene.
Irreprensibile egli è, ben fermo nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito è compie; io, il mio.
Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni,
cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
libere fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, compagni;
pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
d’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l’abisso
geme e sussurra all’intorno le mille sue voci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là; fin ch’abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.
Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s’è quello che s’è: una tempra d’eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

PER APPROFONDIRE: M.G. CIANI, Il volo di Ulisse, Marsilio, 2014

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Tennyson al cinema: OO7 Skyfall, 2012

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Marilyn per sempre

Christo, Emballages de Revues (Wrapped Magazines), 1962 National Academy Museum

La “Poesia a Marilyn” fu scritta poco dopo la scomparsa [dell’attrice], e più tardi venne inserita in un “cinepoema”, grande composizione fatta di immagini, versi e musica dentro un film di montaggio del 1963, “La Rabbia”. “Pasolini conosceva bene la mitologia e la applicava all’interpretazione della realtà”, interviene il professor Sandro Bernardi dell’Università di Firenze, autore del testo sul rapporto tra il poeta e l’attrice per il catalogo della mostra di Palazzo Spini Feroni. “Per lui il mito era affabulazione secolare in cui si era sedimentata l’esperienza di migliaia di anni, così di Marilyn diede una lettura mitica. Ne era affascinato, e vide nella tragedia della sua morte l’occasione per riprendere i miti della fine del mondo, riversandovi angosce contemporanee: le paure degli anni Cinquanta per le armi sempre più potenti e spietate, per la bomba atomica. Pasolini aveva il gusto della contraddizione umana. Nella “Supplica a mia madre” aveva scritto: “È dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”. Nella morte di Marilyn, il poeta vede la fine della bellezza, la sua fragilità, e l’angoscia subentra. Perché per lui bellezza è giustizia, bello e buono coincidono, kalòs kai agathòs. La morte di Marilyn è ingiusta, è smarrimento, è confusione, è perdita di senso. È il prodotto tragico del consumismo: l’amore del pubblico è avido, e la brucia. “Il successo comporta troppe lacrime ingoiate”, scrive: “Darsi al pubblico è darsi in pasto”.
Mitologica, dunque, la Marilyn di Pasolini, ma allo stesso tempo pienamente e tragicamente figlia del suo tempo: donna di origini povere, che a lui piaceva moltissimo perché si era conquistata con ironia e grazia la propria autonomia. Ma non le era stato perdonato. “È questo che nella sua vicenda umana commuove così profondamente Pasolini”, conclude Bernardi: “L’impossibilità della donna di affermarsi. La sua storia gli dice che la donna che prova a farlo finisce in ogni caso tragicamente”. V. PALERMI, “L’Espresso”, 8 giugno 2012

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P.P. PASOLINI, Sequenza di Marilyn, dal film La rabbia, 1963. Voce recitante di Giorgio Bassani. CLICCA QUI.

Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro i fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,

tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Il mondo te l’ha insegnata,
Così la tua bellezza divenne sua.

Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro
era rimasta sola la bellezza, e tu
te la sei portata dietro come un sorriso obbediente.
L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite,
il darsi agli altri, troppi allegri sguardi
che chiedono la loro pietà! Così
ti sei portata via la tua bellezza.
Sparì come un pulviscolo d’oro.

Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci ragazze del tuo mondo…
le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Londra.
Sparì come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi a essere bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal Potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
La portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
Sparì come una bianca colomba d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne un male mortale.

Ora i fratelli maggiori, finalmente, si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: «È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»
Ora sei tu,
quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.

da Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993

I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else
but you I wanna be loved by you alone she was trapped in this! she was trapped in I wanna be loved by you nobody else but you I
wanna be loved by you alone she was drowning! smothering! I wanna be kissed by you nobody else but you I wanna be kissed by you alone she was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters she was dazzling-blond Sugar Kane girl ukulelist she was the female body she was the female buttocks, breasts she was Sugar Kane dazzling-blond girl ukulelist fleeing male saxophonists her ukulele was pursued by male saxophones she would not be able to resist! again & again & always & they loved her for it I wanna be loved by you alone it was happening again, it was happening always & forever it was happening another time I wanna be loved by you nobody else but you she was cooing & smiling into the audience strumming the ukulele they’d taught her to play & her fingers moved with surprising dexterity for one so doped & drugged & terrified even as her gorgeous kissable mouth stammered I wanna! I wanna! I wanna be loved! just another variant of the sad, sick cow but they adored her & a man was falling in love with her on screen I wanna be kissed by you alone but was this funny? was this funny? was this funny? why was this funny? why was Sugar Kane funny? why were men dressed as women funny? why were men made up as women funny? why were men staggering in high heels funny? why was Sugar
Kane funny, was Sugar Kane the supreme female impersonator? was this funny? why was this funny? why is female funny? why were people going to laugh at Sugar Kane & fall in love with Sugar Kane? why, another time? why would Sugar Kane Kovalchick girl ukulelist be such a box office success in America ? why dazzling-blond girl ukulelist alcoholic Sugar Kane Kovalchick a success? why Some Like It Hot a masterpiece? why Monroe’s masterpiece? why Monroe’s most commercial movie? why did they love her? why when her life was in shreds like clawed silk? why when her life was in pieces like smashed glass? why when her insides had bled out? why when her insides had been scooped out? why when she carried poison in her womb? why when her head was ringing with pain? her mouth stinging with red ants ? why when everybody on the set of the film hated her? resented her? feared her? why when she was drowning before their eyes? I wanna be loved by you hoop boopie do! why was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters so seductive? I wanna be kissed by nobody else but you I wanna! I wanna! I wanna be loved by you alone but why? why was Marilyn so funny? why did the world adore Marilyn? who despised herself? was that why? why did the world love Marilyn? why when Marilyn had killed her baby? why when Marilyn had killed her babies? why did the world want to fuck Marilyn?  why did the world want to fuck fuck fuck Marilyn? why did the world want to jam itself to the bloody hilt like a great tumescent sword in Marilyn? was it a riddle? was it a warning? was it j ust another joke? I wanna be loved by you ” hoop boopie do nobody else but you nobody else but you nobody else… Da Joyce Carol Oates, Blonde, 2000

Tommaso Pincio, 50 Marilyn

Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Minimum Fax , 2000

“In un mondo alternativo terribilmente bello e malinconico, Jack Kerouac si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise. Marilyn Monroe fa la commessa in una libreria. Il tirannico Arthur Miller si è comprato una casa sulla cascata dove vive con sua moglie, la triste e bellissima Norma Jeane. Qualche conto sembra in effetti non tornare. Norma e Marilyn non dovrebbero ad esempio essere la stessa meravigliosa ragazza, colei che illuminò i desideri di milioni di persone accendendo una luce nelle stanze più buie degli animi maschili?
Ambientato durante gli anni Cinquanta – reinventati in modo da diventare tra i più veri e struggenti mai raccontati – Lo spazio sfinito è popolato dai personaggi del nostro immaginario collettivo (oltre a Kerouac, Marilyn e Miller c’è Neal Cassady, e il giovane Holden…), i quali però, attraverso le loro vicende di solitudine, desiderio, amicizie infrante, cuori spezzati e vite da ritrovare, si rivelano paurosamente simili a noi.
Questo di Pincio è uno dei romanzi più intensi e commoventi degli ultimi anni, nelle pagine del quale tutto ciò che credevamo di conoscere mostra il suo lato più intimo e nascosto e ci parla più vicino di quanto non sia mai accaduto: date una maschera a uno scrittore, a un’attrice di Hollywood, al mondo intero, e finalmente vi dirà la verità”.

Andy Warhol, Marilyn, 1967. “In August 1962, Andy Warhol began to produce paintings using the screenprinting process. He recalls, “The rubber-stamp method I’d been using to repeat images suddenly seemed too homemade; I wanted something stronger that gave more of an assembly-line effect. With silkscreening you pick a photograph, blow it up, transfer it in glue onto silk, and then roll ink across it so the ink goes through the silk but not through the glue. That way you get the same image, slightly different each time. It all sounds so simple—quick and chancy. I was thrilled with it. My first experiments with screens were heads of Troy Donahue and Warren Beatty, and then when Marilyn Monroe happened to die that month (August 1962), I got the idea to make screens of her beautiful face.” (Andy Warhol, Popism, 1980). FONTE: Moma, N.Y.

 

Mimmo Rotella, Marilyn, décollage, 1963

 

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“Obscurata lux est…”

Me vero primum dulces ante omnia Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores …
Vergilius, Georgicon, II, vv. 475-478

PLOUTARCOU, BIOI PARALLHLOI, ALEXANDROS, 19
thn de megalhn machn proV Dareion ouk en ArbhloiV, wVper oi polloi grafousin all en GaugamhloiV genestai sunepese … h men oun selhnh tou BohdromiwnoV exelipe peri thn twn musthriwn twn Aqhnhsin archn endekath d apo thV ekleiyewV nukti twn stratopedwn en oyei gegonotwn …

Plutarco, Vita di Alessandro: battaglia di Gaugamela (Arbela), ottobre 331 a.C.

But the great battle of all that was fought with Darius was not, as most writers tell us, at Arbela, but at Gaugamela, which, in their language, signifies the camel’s house, forasmuch as one of their ancient kings having escaped the pursuit of his enemies on a swift camel, in gratitude to his beast, settled him at this place, with an allowance of certain villages and rents for his maintenance. It came to pass that in the month Boedromion, about the beginning of the feast of Mysteries at Athens, there was an eclipse of the moon, the eleventh night after which, the two armies being now in view of one another, Darius kept his men in arms, and by torchlight took a general review of them.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 180

Ideo defectus solis ac lunae vespertinos orientis incolae non sentiunt, nec matutinos ad occasum habitantes, meridianos vero serius nobis illi. apud Arbilam Magni Alexandri victoria luna defecisse noctis secunda hora est prodita eademque in Sicilia exoriens. solis defectum Vipsano et Fonteio cos., qui fuere ante paucos annos, factum pridie kalendas Maias Campania hora diei inter septimam et octavam sensit, Corbulo dux in Armenia inter horam diei decimam et undecimam prodidit visum, circuiti globi alia aliis detegente et occultante.

Consequently inhabitants of the East do not perceive evening eclipses of the sun and moon, nor do those dwelling in the West see morning eclipses, while the latter see eclipses at midday later than we do. The victory of Alexander the Great is said to have caused an eclipse of the moon at Arbela at 8 p.m. while the same eclipse in Sicily was when the moon was just rising. An eclipse of the sun that occured on April 30 in the consulship of Vipstanus and Fonteius a few years ago was visible in Campania between 1 and 2 p.m. but was reported by Corbulo commanding in Armenia as observed between 4 and 5: this was because the curve of the globe discloses and hides different phenomena for different localities

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 53: l’eclissi di sole prevista da Talete, maggio 585 a.C.

Et rationem quidem defectus utriusque primus Romani generis in vulgum extulit Sulpicius Gallus, qui consul cum M. Marcello fuit, sed tum tribunus militum, sollicitudine exercitu liberato pridie quam Perses rex superatus a Paulo est in concionem ab imperatore productus ad praedicendam eclipsim, mos et composito volumine. Apud Graecos autem investigavit primus omnium Thales Milesius Olympiadis XLVIII anno quarto praedicto solis defectu, qui Alyatte rege factus est urbis conditae anno CLXX. Post eos utriusque sideris cursum in sexcentos annos praececinit Hipparchus, menses gentium diesque et horas ac situs locorum et visus populorum complexus, aevo teste haut alio modo quam consiliorum naturae particeps.

E, primo tra i Romani, illustrò la ragione dell’eclissi di entrambi Sulpicio Gallo, che fu console con M.Marcello ma poi tribuno militare, liberando l’esercito dall’ansietà il giorno prima che Perseo fosse sconfitto da Paolo, con un discorso nel quale, invitato dal comandante, prediceva l’eclissi in base ad una sovrapposizione dell’orbita. Tra i Greci le studiò primo di tutti Talete di Mileto che predisse l’eclissi di sole dell’anno quarto della XLVIII  Olimpiade, che accadde sotto il regno di Aliatte nell’anno CLXX  ab urbe condita. Dopo di loro Ipparco predisse il corso di entrambi gli astri per seicento anni, specificando mesi, giorni, ore, e riassumendo la posizione dei luoghi e l’aspetto visto dalla gente, testimoniando l’eternità in nessun altro modo che secondo le leggi della natura.

Tito Livio, Ab Urbe Condita Liber XXXVII, 37: ROMA; 14 marzo 190 a.C., eclissi di sole.

 L. Cornelius consul peractis quae Romae agenda erant, pro contione edixit, ut milites, quos ipse in supplementum scripsisset, quique in Bruttiis cum A. Cornelio propraetore essent, ut hi omnes idibus Quinctilibus Brundisium conuenirent. Item tres legatos nominauit, Sex. Digitium L. Apustium C. Fabricium Luscinum, qui ex ora maritima undique nauis Brundisium contraherent; […] per eos dies, quibus est profectus ad bellum consul, ludis Apollinaribus, a. d. quintum idus Quinctiles caelo sereno interdiu obscurata lux est, cum luna sub orbem solis subisset. et L. Aemilius Regillus, cui naualis prouincia euenerat, eodem tempore profectus est. 

Il console L.Cornelio, dopo aver fatto quel che c’era da fare a Roma, ordinò con un discorso che i soldati che aveva lui stesso arruolato di complemento, e che si trovavano nel Bruzio con il propretore A. Cornelio, si trasferissero tutti a Brindisi per le Idi di Quintile. Nominò lui stesso tre legati, Sex. Digizio, L.Apustio e C.Fabrizio Luscino, che raggiungessero Brindisi per nave dal mare; […] in quei giorni nei quali il console era partito per la guerra, durante i Ludi Apollinari, il giorno 11 Quintile a ciel sereno la luce fu oscurata, perché la Luna era davanti al disco del Sole e L.Emilio Regillo, al quale era toccata la provincia navale, partì in quel medesimo tempo. […]

Cicero,  De Republica, I, 25: durante la guerra del Peloponneso gli ateniesi furono spaventati da una eclissi di sole. Pericle allora li calmò,  fornendo loro la spiegazione che egli stesso aveva appreso da Anassagor: cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu. Si tratta, con ogni probabilità, dell’eclissi dell’agosto del 430 a.C.

Atque eius modi quiddam etiam bello illo maximo, quod Athenienses et Lacedaemonii summa inter se contentione gesserunt, Pericles ille, et auctoritate et eloquentia et consilio princeps civitatis suae, cum obscurato sole tenebrae factae essent repente Atheniensiumque animos summus timor occupavisset, docuisse civis suos dicitur, id quod ipse ab Anaxagora, cuius auditor fuerat, acceperat, certo illud tempore fieri et necessario, cum tota se luna sub orbem solis subiecisset; itaque, etsi non omni intermenstruo, tamen id fieri non posse nisi certo intermenstruo tempore. Quod cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu; erat enim tum haec nova et ignota ratio, solem lunae oppositu solere deficere, quod Thaletem Milesium primum vidisse dicunt. id autem postea ne nostrum quidem Ennium fugit; qui ut scribit, anno trecentesimo quinquagesimo fere post Romam conditam ‘Nonis Iunis soli luna obstitit et nox.’ atque hac in re tanta inest ratio atque sollertia, ut ex hoc die quem apud Ennium et in maximis annalibus consignatum videmus, superiores solis defectiones reputatae sint usque ad illam quae Nonis Quinctilibus fuit regnante Romulo; quibus quidem Romulum tenebris etiamsi natura ad humanum exitum abripuit, virtus tamen in caelum dicitur sustulisse.

P. Vergilius Maro, Georgica, I, 463 – 474.

… Solem quis dicere falsum
Audeat? Ille etiam caecos instare tumultus
Saepe monet fraudemque et operta tumescere bella.
Ille etiam extincto miseratus Caesare Romam,
Cum caput obscuro nitidum ferrugine texit,
Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem.
Tempore quamquam illo tellus quoque et aequora ponti,
Obscenaeque canes importunaeque uolucres
Signa dabant.

SENECA, De beneficiis,  V 6, 4s.

Non est ista solis defectio, sed duorum siderum coitus, cum luna humiliore currens via infra ipsum solem orbem suum posuit et illum obiectu sui abscondit; quae modo partes eius exiguas, si in transcursu strinxit, obducit, modo plus tegit, si maiorem partem sui obiecit, modo excludit totius aspectum, si recto libramento inter solem terrasque media successit. Sed iam ista sidera hoc et illo diducet velocitas sua; iam recipient diem terrae, et hic ibit ordo per saecula dispositosque ac praedictos dies habet, quibus sol intercursu lunae vetetur omnes radios effundere. Paulum expecta; iam emerget, iam istam velut nubem relinquet, iam exolutus impedimentis lucem suam libere mittet.

Tutto ciò non è la scomparsa del sole, ma l’incontro di due astri, quando la luna che percorre un’orbita più bassa mette il suo disco al di sotto del sole e, interponendosi, lo nasconde; e ora ne occulta una piccola parte, se nel suo percorso lo sfiora appena, ora ne copre una parte maggiore, se interpone una porzione più ampia, ora ne impedisce tutta la vista, se essa si colloca nel mezzo tra la terra e il sole in linea retta. Ma già questi astri sono spinti in direzioni diverse dalla loro velocità, ecco che la luce torna sulla terra: e questo ciclo continuerà attraverso i secoli ed ha i suoi giorni già prestabiliti e ordinati nei quali, per il frapporsi della luna, il sole non può spandere i suoi raggi. Aspetta ancora un po’: ecco che il sole sta per comparire, ecco che esce da questa specie di caligine, ecco che ormai libero da ostacoli ci manda la sua luce.

Le eclissi nell’opera di Seneca: CLICCA QUI.

 Tutte le fonti antiche: CLICCA QUI.

“Eclipses Luminarium” dell’astronomo Cyprian Leowitz (Repubblica Ceca 1514 – Germania 1574), Augusta, Germania, 1555

Pink Floyd, EclipseThe dark side of the moon, 1973 

All that’s to come 
and everything under the sun is in tune 
but the sun is eclipsed by the moon. 

“There is no dark side of the moon really. Matter of fact it’s all dark.” 

L’articolo qui presentato è riproposto in latinorum.tk, sito interamente dedicato alla cultura latina. CLICCA QUI.

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A proposito di Freud

Gabriele Beccaria, “La Stampa”, 10 marzo 2015
“Addio al vecchio complesso di Edipo. La neuroscienza non sa che farsene”
Saggio dello psichiatra Orbecchi: è ora di rottamare la psicanalisi di Freud

Un secolo sul lettino e stiamo così così. Ma le nostre anime non sono state abbandonate. Anzi. La psicoterapia del futuro è già tra noi. Scintillante di scoperte, ci sta esplorando e promette – lei sì – di guarirci, rivoluzionando l’idea di mente e di personalità. E facendo molto meglio del padre-padrone Freud.
A raccontare il Rinascimento della psicoterapia è il saggio Biologia dell’Anima (Bollati Boringhieri, pp. 187). E stavolta non c’entrano improbabili terapie in forma di blitz o app sospese tra il tecnologico e il miracoloso. L’universo che racconta Maurilio Orbecchi assomiglia all’albero della vita di Darwin: a partire dalla radice evoluzionistica nei rami si intrecciano tante discipline, dalla psicologia animale alle neuroscienze, proiettandoci in una dimensione inimmaginabile per la psicanalisi: dimentichiamo tabù dell’incesto e complessi edipici. Solo da poco abbiamo capito che siamo creature ibride. Complicate. Un po’ angeliche e un po’ diaboliche, altruiste ed egoiste, in cui i poli della cognizione e dell’affettività sfumano l’uno nell’altro. Freud, che credeva nel «perverso polimorfo», ne sarebbe sconcertato.
Orbecchi, da psicoterapeuta, lei delinea un’inedita «cura dell’anima»: ma funziona? E come?
«Stiamo entrando in una nuova era attraverso una concezione trasversale: invece del classico modello isolato, come quello di Freud o Jung, assistiamo alla convergenza di diverse scuole di psicoterapia su uno schema comune, che nasce dalle scienze della vita e del cervello».
Chi sono i nuovi «maestri»?
«È una psicoterapia che nasce dal “basso”, ma con il contributo di tanti studiosi: per esempio l’americano Philip Bromberg, l’australiano Russell Meares, l’ungherese Peter Fonagy, gli italiani Giovanni Liotti e Vittorio Lingiardi».
Ammetterà che si è agli albori: non è così?
«Nei saggi “standard” di psicoterapia non si trova ancora, per esempio, una relazione chiara tra l’evoluzione e i modelli interpretativi psicoterapeutici. Il mio libro vuole colmare una lacuna e dimostrare come la teoria dell’evoluzione e la psicologia animale gettano luce su aspetti importanti della psicologia e psicopatologia della mente: sono aspetti che si rivelano diversi da quelli immaginati da Freud e Jung».
Niente complesso di Edipo?
«No. Perché dobbiamo immaginare fattori di nevrosi specifici per gli esseri umani, come, appunto, il desiderio incestuoso del complesso edipico, quando le carenze affettive e i maltrattamenti spiegano le nevrosi in tutti i mammiferi sociali? Oppure: perché immaginare in noi una pulsione di morte, quando di questa non c’è traccia nei primati non umani, mentre risentiamo dell’ossessione animale della dominanza che è alla base di tanti conflitti della nostra specie? O ancora: perché pensare che cerchiamo lo status per sublimare il mancato appagamento sessuale, quando nel mondo animale la ricerca di status avviene anche per ottenere maggiore disponibilità sessuale? Non occorre più evocare narrazioni mitologiche».
E allora come si guarirà?
«Partendo dalla consapevolezza che le guarigioni non avvengono attraverso i vecchi modelli interpretativi. Alcuni vengono addirittura invertiti: il paziente non cambia perché ha capito, ma capisce perché è cambiato grazie a un rapporto empatico, prima che cognitivo, con lo psicoterapeuta».
È il contrario dell’assunto freudiano che imponeva la distanza tra medico e paziente?
«Contraddice quell’assunto. Freud sosteneva di guarire l’inconscio attraverso la coscienza con la celebre frase “Là dove c’era l’Es ci sarà l’Io”. Il suo era un approccio cognitivo. Oggi, invece, l’approccio tende a diventare affettivo».
E l’idea di mente si trasforma: in che senso ha una struttura dissociativa?
«Freud credeva nell’Io unitario, ma oggi si è dimostrata l’esistenza di tanti processi psicobiologici che collaborano tra loro, con funzioni diverse, e che nel loro lavorìo generano una sensazione solo apparente di Io unitario: come avevano intuito William James e Pierre Janet, qualsiasi scelta facciamo scontentiamo qualche parte del nostro “parlamento interiore”. Se normalmente coordiniamo le parti, la cosa non ci riesce quando ci sono dei traumi, in età infantile o da adulti, senza dimenticare il ruolo di genetica ed epigenetica».
Nel libro lei «rimuove» l’interpretazione dei sogni: perché?
«Il tema resta aperto e la scienza dà risposte diverse: se abbiano un significato o se siano solo frammenti di eventi. Personalmente li uso in senso ermeneutico: facendo lavorare il paziente sulla costruzione di un senso».

Nanni Moretti, Sogni d’oro, 1981

Egle Santolini, “La Stampa”, 11 marzo 2015
“Freud è un po’ invecchiato ma la sua cura aiuta ancora”
Secondo lo psichiatra Maurilio Orbecchi “l’analisi è morta”

Gli risponde Antonio Ferro, presidente della Società psicoanalitica

Ogni tanto, ogni poco, ad Antonino Ferro tocca il compito di replicare a chi dà per spacciata la psicoanalisi. In Italia è probabilmente il meglio accreditato a farlo, come presidente della Società Psicoanalitica Italiana, considerata la freudianamente più ortodossa. Eppure, come scoprirete tra poco, le classificazioni troppo rigide non servono a una comprensione del tema.
Ferro, ci risiamo. Nella sua Biologia dell’Anima, e in un’intervista a “La Stampa” di ieri, Maurilio Orbecchi mette una croce sopra alla cura freudiana.
«Mi verrebbe da dire che dev’essere ben viva e che deve continuare a dare un gran fastidio, la psicoanalisi, se in tanti si ostinano a voler vederla morta. Invece è in ottima salute, serve e continua a far star meglio le persone: il che è l’elemento decisivo. Le pare che continuerei a esercitarla se non funzionasse? Il problema, semmai, mi sembra un altro. E cioè: di quale psicoanalisi stiamo parlando?»
Di quella, immagino, nata a Vienna un centinaio di anni fa.
«Appunto. Che Freud ci ha lasciato come un organismo vivo, in continua evoluzione, e che nel giro di un secolo ha saputo adattarsi ai cambiamenti. Secondo lei avrebbe senso che un infettivologo del 2015 si dicesse pasteuriano? È la medesima cosa. Il rito classico, come uno se l’immagina, sopravvive soltanto in certe roccaforti lefreviane. Pensi per esempio allo stereotipo dell’analista neutro, che resta muto per decine di sedute».
Quello da barzelletta, da vignetta del New Yorker.
«Appunto. Una figura che non esiste più, se si escludono quelle famose enclave tradizionaliste. L’analisi è fondamentalmente la storia di una relazione, di un lavoro a due in cui si costruisce e si narra insieme. Ed è la relazione a guarire».
Ma non è sempre stato così?
«In teoria. Però agli albori della disciplina quello che prevaleva era una forte asimmetria fra paziente e terapeuta, con un’accentuazione dell’aspetto interpretativo e l’analista un po’ in veste sacerdotale. L’inconscio era considerato come un’isola inespugnabile, una specie di Alcatraz. E il sogno come un apriscatole».
Questa deve spiegarcela meglio.
«Ha presente quegli apriscatole antiquati, con cui facevi un buco nella lattina finendo sempre per tagliarti? Ecco: il sogno, “la via regia all’inconscio”, secondo la vecchia definizione, veniva usato un po’ in questo modo. Oggi si è capito che il male, la sofferenza, vengono da ciò che nei sogni non è nemmeno contemplato: elementi non espressi, non pensati, non elaborati».
Non la usate più l’interpretazione dei sogni?
«Può capitare. Succede che qualche volta un sogno lo si ri-narri assieme, lo si dipani come un racconto, lavorandoci insieme. Ma abbiamo tanti altri strumenti a disposizione, e lo scopo non è tanto quello di “interpretare”, quanto quello di instaurare un assetto affettivo con il paziente, di mantenersi sulla sua lunghezza d’onda. Quello che cura è l’aspetto emotivo della faccenda: in psicoanalisi, conta più la pancia della testa».
Il che tra l’altro leva alla terapia viennese quell’aura punitiva, da rigido collegio mitteleuropeo, che ogni tanto ancora la circonda. A proposito di vecchio armamentario, Orbecchi è particolarmente tranchant con il complesso di Edipo. Che, secondo lui, non esiste…
«Si tenga forte: quando sono con un paziente, penso a quello che mi sta dicendo e non a Edipo».
…e rifiuta il concetto di pulsione di morte, sostenendo che non ve n’è traccia nei primati non umani.
«Si tenga ancora più forte: nella mia esperienza professionale, non ho mai avuto il piacere di essere presentato alla pulsione di morte. So che molti miei colleghi ci lavorano a fondo, ma non è il mio caso. Crede che per questo sia passibile di espulsione dalla Spi? ».
Un caso interessante, visto che ne è, ancora per due anni, il presidente.
«Forse con quell’espressione si intende un insieme di sofferenze non trasformate, non elaborate, che sono appunto ciò che fa soffrire il paziente e con cui, quelle sì, facciamo i conti tutti i giorni. Ma non sono le vecchie formule ad aiutare a guarire».
Veniamo a un altro argomento di Orbecchi, il più deciso. La nemesi della psicoanalisi arriverebbe dalle neuroscienze, che fornirebbero tutte le spiegazioni sfuggite a Freud e ai suoi eredi.
«Considero le neuroscienze come universi meravigliosi, e tenga conto che io nasco come neurochimico. Resta il fatto che tra le neuroscienze e la sofferenza delle persone si apre una distanza siderale. Quello che può aiutare, piuttosto, è la neuropsicofarmacologia. Soprattutto da quando la psicoanalisi si occupa di patologie particolarmente severe: è frequente che, in una prima fase, ci si affidi a due terapeuti diversi, uno che cura con le parole e l’altro con i farmaci, fino a quando il paziente non sia in grado di fare a meno delle medicine. Gliel’ho detto: è un mondo che progredisce ogni giorno. Non confondiamo un vecchio carretto con un’astronave».

Sigmund Freud: intervista alla BBC, 1938 (storica e unica registrazione della voce di S.F.)

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Memoria minuitur nisi exerceas

SOCRATE: Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d’Egitto c’era uno degli antichi dèi di quel luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l’Egitto era Thamus e abitava nella grande città dell’Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l’utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciscun’arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso.
Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».
E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora, essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.
Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con loro, perché sono diventati conoscitori di opinioni invece che sapienti.
PLATONE, Fedro, 274 c – 275 b, trad. it. G. Reale

A. ERCOLANI, Memoria e memorizzazione: dalle parole agli oggetti, Aulalettere Zanichelli, 2015

Umberto Eco, “Caro nipote, studia a memoria”, “L’Espresso“, 3 gennaio 2014
Claudio Lagomarsini, INTERNET, LA MEMORIA, IL MITO DI THEUTH. (RISPOSTA A UMBERTO ECO DA UN NIPOTE POTENZIALE), minima&moralia

Danilo di Diodoro, Oggi siamo tutti un po’ smemorati. Non chiedere troppo alla tua memoria,
“Corriere della Sera – Salute”, 15 febbraio 2015

La memoria di cui sono dotati gli esseri umani, in un mondo in cui ci sarebbero sempre più cose da ricordare, tende ad apparire ogni giorno meno adeguata. Sono tanti i ricordi e le informazioni che possono mancare all’appello nel momento in cui servirebbero: il nome di una persona già incontrata, il numero dell’ennesimo PIN, la password di quel sito internet al quale ci si era iscritti alcuni mesi prima, e così via. Quando le dimenticanze iniziano a ripetersi, subentra la preoccupazione, specie quando si avanza con l’età. Sarà normale una memoria tanto lacunosa?
Certo è che la quantità di informazioni da tenere a mente è aumentata a dismisura negli ultimi decenni, specialmente per chi è impegnato in attività professionali molto “esigenti” sotto questo profilo. Così, oltre ai veri disturbi della memoria, più o meno correlati al possibile sviluppo di demenze, gli specialisti stanno iniziando a individuare condizioni in cui la caratteristica fondamentale è l’insoddisfazione personale per le proprie prestazioni mnemoniche. È come se chi vive nel complesso mondo contemporaneo stesse prendendo coscienza della differenza tra una memoria ideale, capace di ricordare tutto quello che servirebbe, e la memoria reale, che non riesce invece a stare al passo.
Una di queste condizioni di memoria normale, ma percepita come insufficiente, è il cosiddetto disturbo funzionale della memoria . È uno stato nel quale ci si lamenta già da alcuni mesi delle prestazioni della memoria a fronte di un ambiente che richiederebbe di ricordare molte cose diverse. Non c’è nessuna specifica causa, né fisica né mentale. «È un disturbo più comune tra le persone che si collocano su un piano elevato dal punto di vista degli studi effettuati e dell’appartenenza professionale e socio-economica — spiegano gli autori di una ricerca in merito, guidati da Blackburn del Department of Neuroscience dell’University of Sheffield (Gran Bretagna) —. Persone che hanno un atteggiamento perfezionistico nei confronti delle prestazioni mnemoniche sono più a rischio di sviluppare una risposta di disadattamento a mancanze o errori di memoria, ma anche alle variazioni normali a cui questa funzione va incontro in seguito a cambiamenti dell’umore, allo stress, all’avanzare dell’età».
Il fenomeno può avere un carattere di automantenimento. Infatti, chi nota anche piccole difficoltà nella propria abilità di ricordare, aumenta il livello di attenzione nei confronti delle prestazioni cognitive, generando la sensazione che ci sia qualcosa che non va. «In poche parole — dicono i ricercatori — si sviluppa un vero sintomo cognitivo in seguito a un cattivo abbinamento tra una domanda di memoria molto esigente, ad esempio per motivi professionali o per la necessità di lavorare in multitasking, e le risorse mnemoniche disponibili». E più la condizione di stress si prolunga, più la memoria, spremuta, tende a funzionare male, così che la condizione diventa disturbante.
Un’altra condizione di memoria insoddisfacente, ma non necessariamente patologica, è il cosiddetto mild cognitive impairment (“deterioramento cognitivo lieve”). Si tratta di uno stato sulla cui natura, e soprattutto sulla cui evoluzione, ci sono molte perplessità anche tra gli esperti. Chi ne soffre manifesta una reale riduzione delle capacità cognitive, soprattutto quelle mnemoniche, ma il funzionamento della vita quotidiana è preservato. Può essere dovuta all’età, o essere la conseguenza di uno stato depressivo prolungato, di un cronico abuso di alcol. A questa variabilità di cause corrispondono sintomi sfumati e incostanti, e un’incertezza sull’evoluzione. «L’intenzione originaria di questa diagnosi era di consentire l’individuazione di persone ad alto rischio di Alzheimer o di altre condizioni neurodegenerative che possono portare alla demenza — spiegano i ricercatori —. Ma è un obiettivo che non si può considerare raggiunto». Infatti, in molti casi il deterioramento cognitivo lieve è una condizione transitoria, che consente un pieno recupero, come accade quando si supera uno stato depressivo protratto. Quindi, non ha nulla a che vedere con nessuna forma di demenza né presente né futura. «Eppure tra i non specialisti e la gente comune c’è la convinzione che qualunque grado di deterioramento cognitivo lieve indichi persone che procederanno inesorabilmente verso una forma di demenza» aggiungono gli autori dello studio. E una ricerca realizzata tra i neurologi americani ha dimostrato che perfino il 20% di loro aveva tale erronea convinzione.
Queste condizioni, un po’ a metà strada fra lo stato normale e quello patologico, indicano che tra di essi non vi è una netta separazione. Si può avere una perdita di alcune funzioni cognitive del tutto transitoria, o stabile ma che non procederà mai oltre, mentre solo pochi casi diventeranno vera demenza. La ricerca è impegnata a individuare il più precocemente possibile proprio quegli specifici casi.

Benvenuto, Montag!»
«Ma io non appartengo al vostro mondo» disse finalmente Montag, lentamente. «Io sono stato solo un idiota per tutta la mia vita!»
«Oh, siamo avvezzi a cose del genere. Tutti noi abbiamo commesso la specie giusta di errori, diversamente non saremmo qui. Quando eravamo singoli, separati individui, non avevamo altro che una gran rabbia in corpo. Io presi a pugni un milite del fuoco, venuto a bruciare la mia biblioteca, anni fa. Da allora, sono un fuorilegge. Vuoi dunque essere dei nostri, Montag?»
«Sì.»
«Che cosa hai da offrire?»
«Nulla. Credevo di avere parte dell’Ecclesiaste e forse un po’ dell’Apocalisse da dare, ma ormai non ho nemmeno più questi.»
«Il Libro dell’Ecclesiaste sarebbe una cosa magnifica. Dove lo avevi?»
«Qui» e Montag si toccò la fronte.
«Ah» sorrise Granger, annuendo.
«Che cosa c’è di male? Non è giusto, forse?» disse Montag.
«Più che giusto: perfetto!» Granger si volse al Reverendo: «Abbiamo un Libro dell’Ecclesiaste?»
Uno solo. Presso un certo Harris, a Youngs town.»
«Montag», e Granger strinse forte la spalla di Montag. «Sii prudente.
Abbi cura della tua salute. Se dovesse succedere qualcosa a Harris, “tu” sei il Libro dell’Ecclesiaste. Vedi come sei diventato importante da un minuto a questa parte?»
«Ma non me lo ricordo più!»
«No, niente mai si perde veramente. E poi conosciamo qualche sistema per liberarti dei tuoi disturbi di trasmissione.»
«Ma ho già tanto cercato di ricordare!»
«Non sforzarti oltre. Ti ritornerà in mente, quando ne avremo bisogno.
Tutti noi abbiamo la memoria fotografica, ma sprechiamo l’intera esistenza a imparare a rimuovere le cose che in questa nostra memoria si contengono. Il nostro Simmons, qui, ha lavorato per vent’anni sul problema ed ora abbiamo il metodo mediante il quale ricordare tutto quanto s’è letto una volta. Ti piacerebbe, uno di questi giorni, Montag, leggere la “Repubblica” di Platone?»
«Ma certo!»
«Sono io la “Repubblica” di Platone. Vuoi leggere Marc’Aurelio? Il professor Simmons è Marc’Aurelio.»
«Molto lieto» disse Simmons.
«Piacere» disse Montag.
«Voglio presentarti Gionata Swift, autore di quel malvagio libro politico, “I Viaggi di Gulliver”! E quest’altro è Carlo Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein, e questo al mio fianco è il signor Albert Schweitzer, un pensatore di gran cuore, davvero! Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, il Mahatma Gandhi, Gautama Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson, Lincoln, se permetti. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni.»
Tutti intorno risero sommessamente.
«Impossibile» disse Montag.
«Oh, possibilissimo, anzi!» rispose Granger con un sorriso. «Perché anche noi siamo dei bruciatori di libri. Leggevamo i libri e poi li bruciavamo, per paura che ce li trovassero in casa. I microfilm non servivano, eravamo sempre in viaggio, non volevamo dover sotterrare il film in attesa di ritornare. Sempre il rischio di essere scoperti!
Meglio tenersi tutto quanto in testa, dove nessuno può venire a vedere o sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi di storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Paine, Machiavelli o Gesù Cristo, ecco tutto”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953

Edoardo Boncinelli, Ogni notte riplasmiamo i ricordi da trattenere, “Corriere della Sera – La Lettura”, 18 gennaio 2015

La memoria è una facoltà straordinaria, forse la più fantastica che possediamo, al pari del linguaggio e della coscienza, ma ne sappiamo assai poco. Sappiamo che i nostri ricordi vengono acquisiti attraverso un organo specifico, l’ippocampo, e poi, se tutto va bene, fissati in qualche parte della corteccia cerebrale (ma ignoriamo dove). Anzi, non sappiamo nemmeno come sono scritti i ricordi, cioè conservati in maniera stabile o quasi stabile. Uno dei grandi compiti che i neuroscienziati dovranno affrontare nel prossimo futuro è proprio quello di determinare dove e come sono scritti i nostri ricordi, che prenderanno probabilmente la forma di tracce mentali custodite in un certo numero di cellule nervose, o forse un po’ in tutte.
Quello che abbiamo appreso di recente, però, è che queste tracce nervose non rimangono lì inerti e fisse, ma vengono sistemate e riorganizzate di continuo. Tale fatto può stupire perché il modo che a noi sembrerebbe migliore per conservare intatti i ricordi è quello di non toccarli proprio. Ma non è così. Per conservarli nella maniera più efficace sembra necessario modellarli e rimodellarli in continuazione, diciamo a intervalli regolari, anche perché di ricordi se ne accumulano sempre di nuovi e occorre «spostare» i vecchi per lasciar posto ai nuovi senza perdere né questi né quelli. Che cosa ciò voglia dire è perfino difficile da immaginare, ma le osservazioni sperimentali ci dicono che è così e che il processo in questione non si arresta mai.
Da ragazzo ho imparato per esempio il teorema di Pitagora e me lo ricordo, anche se passo lunghi periodi di tempo senza farne uso, senza rinfrescarne il ricordo. Ma nel frattempo ho imparato tante altre cose, tante altre nozioni e memorie di eventi che mi sono accaduti. È concepibile quindi che l’immagine interiore del teorema di Pitagora che avevo allora sia diversa da quella che ho oggi e che entrambe siano diverse da quella che potevo avere quando mi sono laureato, tanto per dirne una. Ho imparato per esempio nel frattempo che non tutta la geometria è euclidea, pertinente cioè a uno spazio privo di curvatura. Esistono le geometrie non euclidee, a curvatura positiva o negativa, e per quelle il teorema di Pitagora prende forme ben diverse. Anche se non faccio il matematico e non so dire che forma prenda, ho acquisito comunque una nuova consapevolezza e per me il significato del teorema non può essere stato sempre lo stesso nel tempo. Per non parlare di cose che ho appreso di recente, come l’espansione dell’universo o l’esistenza della materia oscura.
Se i ricordi fossero taccuini conservati in un armadio o anche solo file elettronici conservati nella memoria di un hardware, con il passare degli anni l’armadio o la memoria dell’hardware dovrebbero essere sempre più grandi e a un certo momento raggiungere limiti invalicabili, tuttavia sappiamo che non è così. Posso sempre acquisire nuove nozioni o il ricordo di nuovi fatti senza per questo perdere il teorema di Pitagora né il ricordo della mia cresima.
Non riesco proprio a immaginare come questo sia possibile, ma arrivo a capire come il lavoro implicato in quest’opera sia titanico e allo stesso tempo della massima precisione. Un po’ accade tutte le notti. Il sonno è necessario — senza si muore — ed è necessario in particolare per l’acquisizione e la conservazione dei ricordi. Durante la notte il nostro cervello riesamina tutto quello che abbiamo imparato o percepito durante il giorno, vengono eliminati probabilmente un sacco di dettagli «inutili» — ma che cosa è inutile in biologia? — e quello che resta viene preparato per l’immagazzinamento. Per ottenere questo occorrerà fare un po’ di posto per il nuovo senza perdere il vecchio e, soprattutto, senza perdere le connessioni, logiche e meno logiche, fra le varie nozioni e i vari vissuti. Questo misteriosissimo lavorìo crea nuovi ricordi e conserva i vecchi, ma soprattutto trasforma le percezioni di ogni tipo in ricordi veri e propri. È concepibile che ciascuno abbia un po’ il suo stile. Noi siamo i nostri ricordi e in primo luogo il tipo di criterio utilizzato per far prendere forma di ricordo alle nostre percezioni.

Giulio Camillo Delminio, Disegno per il Teatro di memoria (1550)

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To be continued…

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“Mi è sembrato di vedere un ippogrifo”

“Non finzion d’incanto, ma vero e natural”, cantava Ariosto. Impossibile eppure razionale, attraversa l’Orlando furioso superbamente indenne dall’inizio alla fine

Alberto Manguel, “La Stampa”, 5 ottobre  2014

Nella roboante folla composta da “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”, tra i re, le regine, i nobiluomini, i pirati, i domestici, i maghi, le incarnazioni allegoriche e le belve mitologiche che popolano i quarantasei canti del capolavoro ariostesco, uno in particolare attraversa, superbamente indenne, l’intero poema dall’inizio alla fine.

Appare per la prima volta, senza nome e in pieno volo, nel secondo canto, descritto in maniera incompleta da Pinabello come “cavallo alato” e montato dal mago Atlante (anch’egli, per il momento, innominato), per scomparire, reso glorioso dalle imprese sue e dei suoi cavalieri, in uno degli ultimi canti del poema, liberato da Astolfo su ordine niente meno che di san Giovanni Evangelista in persona. Nella sua eminente carriera, l’ippogrifo compie diverse azioni illustri e intraprende molti viaggi pericolosi, sulla terra e persino sulla luna.

Alla fine, nessuno può fare a meno di sentire che la sua libertà è più che meritata e tutti noi facciamo il tifo per lui. Pensiamo di sapere cos’è un ippogrifo. In ogni caso, per impedire che la nobile creatura corra il rischio di essere liquidata come immaginaria, nel quarto canto Ariosto ci dice chiaro e tondo: «Non è finto il destrier, ma naturale, / ch’una giumenta generò d’un grifo. / Simile al padre avea la piuma e l’ale, / li piedi anteriori, il capo e il grifo; / in tutte l’altre membra parea quale / era la madre, e chiamasi Ippogrifo; / che nei monti Rifei vengon, ma rari / molto di là dagli agghiacciati mari». […]

Ariosto si rendeva conto che, sebbene fenomeni così straordinari non potessero essere frequenti, un solo esemplare sarebbe stato sufficiente per l’intima verità del suo racconto. “Non finzion d’incanto, come il resto” – liquida altre invenzioni magiche –, “ma vero e natural si vedea questo”. Come possiamo dubitare di una testimonianza così appassionata?

I nostri antenati avevano più fede. Un’antica raffigurazione di un ippogrifo (o forse di un semplice grifone) fu trovata nel 1117 da alcuni soldati pisani partiti alla conquista delle isole Baleari; la portarono a casa e la misero in cima alla guglia orientale del loro duomo. I testimoni riferiscono che le zampe posteriori erano più da mastino che da cavallo. Molto tempo prima, i bestiari greci e persiani comprendevano creature quadrupedi e alate dalla testa d’aquila, che i sasanidi chiamavano Simurgh e gli arabi, in seguito, Roc. È facile confondere un ippogrifo con un semplice grifone, poiché il grifone stesso è già una combinazione di aquila e leone. Presso i romani, l’ubiquo Plinio il Vecchio, fonte di gran parte della conoscenza scientifica divulgativa praticamente fino all’illuminismo, fornì un erudito vivaio di questo genere di prodigi. Nella sua descrizione dell’Africa, citando Erodoto, Plinio nota che il popolo degli Arimaspi, che hanno un solo occhio al centro della fronte, combatte continuamente contro i grifoni, “una specie di fiera alata”, i quali custodiscono l’oro che gli Arimaspi tentano di estrarre. Il padre dell’ippogrifo, che come il figlio è qualcosa di più della somma delle parti, discende da un’antica stirpe. […]

A dispetto della sua rarità, l’ippogrifo appartiene al bestiario di creature ammissibili. Tanto forte è la sua verisimiglianza immaginaria che, lungi dall’essere unico come la fenice, nella fantasia è diventato quasi un luogo comune e, dopo il suo volo verso la libertà alla fine del poema di Ariosto, ha trovato nuovi lidi per le sue nuove avventure. Poiché un cavallo draghesco e non semplicemente alato appare più adatto a combattere un mostro marino, l’ippogrifo ha sostituito suo cugino, il semplice Pegaso, nelle raffigurazioni di Perseo e Andromeda, i quali sono a loro volta diventati Ruggiero e Angelica, come nel famoso dipinto di Ingres. Dal momento che un cavallo scatenato non è sufficientemente portentoso per l’instabile regno de La vita è sogno di Calderón, i primi versi del dramma non si rivolgono a un semplice ronzino, ma a un “ippogrifo violento” che ha “galoppato in gara con il vento” e ha disarcionato la principessa Rosaura nel mondo dei sogni. Poiché, essendo molto meno comune di un unicorno o di un lupo mannaro, nell’ultimo secolo l’ippogrifo ha acquisito un prestigio aristocratico, gli scrittori fantasy hanno introdotto nei loro regni questa specie a rischio di estinzione: da E.R. Eddison nel suo Il serpente Ouroboros a J.K. Rowling nella saga di Harry Potter.

Ma non è finita qui. Commentando il suo dipinto Le affinità elettive, René Magritte sottolineava che, pur sapendo che in genere una gabbia ospita un uccello, l’immagine diventa più interessante se invece di un uccello vediamo in gabbia un pesce o una scarpa. Continua Magritte:

Ma per quanto queste immagini siano curiose, sono infelicemente accidentali, arbitrarie. È possibile ottenere una nuova immagine che supererà l’esame per ciò che racchiude di definitivo, di giusto: è l’immagine che mostra un uovo in una gabbia.

Qualcosa di juste, dice Magritte: è questa la qualità dell’ippogrifo di Ariosto. L’immenso guazzabuglio narrativo che è l’Orlando furioso, costruito sulle rovine delle fatiche di Boiardo, con le sue fughe e i suoi incontri e le sue amicizie e le sue faide e le sue imprese appassionate è, più di ogni altra cosa, juste. Tutto, in quest’epopea allucinatoria, più popolosa di quasi tutte le opere di narrativa presenti nelle nostre biblioteche e sicuramente tra le più godibili, fa risuonare nella perspicace mente del lettore una nota coerentemente giusta. A ogni passo Ariosto avrebbe potuto imprimere una svolta diversa, una torsione diversa, permettendo a una scena di prolungarsi e a un’altra di essere abbreviata. A tenere insieme la storia non è una coerenza psicologica o storica e neppure narrativa, e ancora meno qualsiasi nozione aristotelica di un’unica scena e un unico luogo alla volta. Pur accompagnando il lettore da colline a vallate, da castelli a mari, dalla terra alla luna e ritorno, i frammenti rimati che costituiscono i quarantasei canti del poema non appaiono mai “infelicemente accidentali, arbitrari”. A governare le avventure è invece una sfrenata logica poetica, una logica fedelmente conforme alla furiosa pazzia del suo eroe. Emblema di questo è l’ippogrifo, un’impossibilità scaturita da un’impossibilità, razionale come un sogno dentro un sogno.

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Il fascino infinito della luna gigante

Qualche giorno fa, il 12 luglio, si è verificato il fenomeno della luna gigante o “superluna”  (plenilunio in coincidenza con il perigeo, ovvero la minima distanza tra la terra e il nostro satellite, 356.410 km) . L’evento  si ripeterà il 10 agosto e l’8 settembre 2014. Ecco qualche lettura e ascolto “in tema”…

Sed omnium admirationem vincit novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. Multiformis haec ambage torsit ingenia contemplantium et proximum ignorari maxime sidus indignantium, crescens semper aut senescens et modo curvata in cornua facie, modo aequa portione divisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuvans, deficiens et in defectu tamen conspicua— quae mensis exitu latet cum laborare non creditur—, iam vero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. Quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur.

Ma supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d’un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile – a fine mese è celata, ma non si creda a un’eclissi -; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò la leggenda del suo amore con la luna.

G. Plinio il Vecchio, Storia naturale, vol. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Prefazione di I. Calvino. Saggio introduttivo di G.B. Conte. Traduzioni e note di A. Barchiesi, Torino, Einaudi, 1982, II 41-43

Maria Clara Eimmart (1676–1707), Micrographia stellarum phases lunae ultra 300

Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l’altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letteratura d’ogni tempo e paese.
Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza.

I. CALVINO, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1993

Armando Torno, Leopardi studiò astronomia e se ne innamoròCorriere della Sera”, 14 luglio 2014

“La luna attira. Non fece in tempo ad accorgersene Beethoven perché il nome della composizione per pianoforte numero 14 in Do diesis minore, da lui chiamata Sonata. Quasi una fantasia, diventò Al chiaro di luna dopo la sua morte. Fu Ludwig Rellstab negli anni ’30 dell’Ottocento a denominarla in tal modo, scorgendo nell’Adagio sostenuto di apertura un idilliaco panorama notturno addolcito da luce lunare. D’altra parte, Giacomo Leopardi in quegli anni si innamorò dell’astro. Nel Canto notturno le pone domande: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?»; nei versi ad essa titolati la chiama in causa quale testimone esistenziale: «O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari». Ne La sera del dì di festa la descrive, anzi la dipinge: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna». 
Leopardi era arrivato ad amarla dopo averne studiato interpretazioni e calcoli, esaminato Galileo e le teorie delle maree in un’opera giovanile: la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (ora ripubblicata da La Vita Felice, ché Mondadori l’ha esclusa dai «Meridiani» con poesie e prose). Impossibile riprendere tutte le sue citazioni ma, come dirà Thomas Mann in Nobiltà dello spirito, la luna è emblema dell’arte: entrambe consentono un abbraccio tra mondo materiale e spirituale; rivolgere lo sguardo alla luna significa elevarsi nel cosmo senza dimenticare la terra. D’altra parte, nel 1657 Cyrano de Bergerac aveva pubblicato un ardito romanzo dal titolo L’altro mondo o Gli Stati e gli Imperi della Luna, nel quale espose teorie filosofiche e scientifiche allora non gradite ai benpensanti, quali l’eternità e infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi et similia. Il francese era già stato anticipato da Ariosto. «Tutta la sfera varcano del fuoco,/ et indi vanno al regno della luna»: con questi versi inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, in cui il paladino Astolfo è condotto sulla luna da Giovanni evangelista per recuperare il senno di Orlando, smarritosi per amore.
D’Annunzio nell’Alcyone scioglierà un’immagine alla «Nascente luna, in cielo esigua come/ il sopracciglio della giovinetta», mentre Samuel Beckett in Molloy perderà la pazienza: «Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema, la luna. Dev’essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere». Supererà il suo romanticismo Alfred de Musset, nella Ballata alla luna: «C’était dans la nuit brune,/ sur le clocher jauni,/ la lune/ comme un point sur un i» («Era nella notte bruna/ sul campanile ingiallito/ la luna/ come un punto su una i». Un’altra immagine giunge da Sergej Esenin che troverà anche il tempo di innamorarsi di Isadora Duncan, ma ne L’acero antico non si scorderà di lasciare un simbolo: «La luna, rana d’oro del cielo».
Tra i malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c’erano dei lunatici (Matteo 4,24): così allora erano detti i colpiti da epilessia, attribuita a influssi lunari. Presso i babilonesi l’astro prendeva la forma di uomo ed era il dio Sin (qualcuno lo vedrà nell’etimo del Sinai); maschile resterà anche in Egitto, dove sarà il dio Thout, detto anche Chonsu: a lui verrà attribuita l’arte della scrittura e la sapienza, per questo i Greci lo identificheranno con Ermete. Già, i Greci: finalmente la luna diventa donna. È Selene”.

Hay tanta soledad en ese oro.
La luna de las noches no es la luna
que vio el primer Adán. Los largos siglos
de la vigilia humana la han colmado
de antiguo llanto. Mírala. Es tu espejo.

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.        J. L. Borges

PER APPROFONDIRE

Numero tematico dedicato alla luna di Griseldaonline, portale di letteratura. CLICCA QUI.

Engrammi. La luna di Galileo e le arti. CLICCA QUI.

Il disco di Nebra, Germania, Età del bronzo, 1600 a.C. (?)

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Aiace Telamonio

Exekias, “Il suicidio di Aiace”, 445 a.C., ceramica dipinta

Aiace Telamonio (gr. Áias ho Telamônos, lat. Aiax Telamonius)

E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’ armi d’Achille
sovra l’ ossa d’ Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv.215-225 

Vincenzo Cardarelli, Ajace (da Giorni in piena, 1934)

Sempre obliasti, Ajace Telamonio, 
ogni prudenza in guerra, ogni preghiera.
Mai non pensasti ad invocar l’aiuto
d’una benigna Dea
che ingigantir potesse le tue forze
o sottrarti sollecita al nemico.
Non avevi una madre
da impietosir l’Olimpo al tuo destino,
discretissimo eroe.
E a te non fu dato
compiere imprese stupende e gratuite,
atterrar Marte od Ettore,
o d’Afrodite il mignolo ferire,
bensì il combattimento orrido, immane,
fra soverchianti avversari,
in giorni che non s’ama ricordare.
Ogni volta che Giove era crucciato
contro gli Achei,
a te scendere in campo,
degna prole di Sisifo,
rampollo di Titani.
Quando Marte furioso conduceva
le falangi troiane
ad incendiar le navi,
tu le salvasti e Teucro.
Eri la gran riserva
nel pericolo estremo,
la resistenza, il muro, la fortezza.
Ti accoglieva ogni sera
la disadorna tenda
senza profumi né amorose schiave.
Là, presso il mare,
tutto imbrattato di polvere e sangue,
dormivi un sonno animalmente duro.
Primo fra i tuoi,
fra quanti eroi convennero sotto Ilio
non secondo a nessuno.
Ma veramente solo
ed unico tu fosti
nella sventura.
Nessun Dio ti protesse,
niuna gloria t’arrise incontrastata,
ti fu solo di scorta il tuo valore,
o fante antico.
E i Greci ti negarono quel premio
a cui tu ambivi:
l’armi d’Achille. Un maestro d’inganni
te le strappò. Ma in mare
costui le perse. E il flutto pietoso,
il mutevole flutto, più sagace
dell’umano giudizio, più costante
della fortuna,
sul tuo tumulo alfine le depose.
Pace all’anima tua
infera, Ajace.

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Orfeo ed Euridice: un mito musicale.

Jean-Baptiste-Camille Corot, “Orfeo salva Euridice dagli Inferi” (1861)

Firenze, 1600: “La prima opera lirica tramandata fino a noi è stata l’Euridice di Ottavio Rinuccini con musica di Jacopo Peri, una favola drammatica che ha inaugurato il 1600, rappresentata a Firenze in occasione delle nozze di Maria de’ Medici e di Enrico IV di Francia. Un’altra versione, con musiche di Caccini, sempre su libretto di Rinuccini, andò in scena nel 1602. L’opera in musica è nata dalla volontà di un circolo di letterati fiorentini, la  cosiddetta Camerata de’ Bardi, di ricreare lo spirito della tragedia greca, in cui testo, musica e scenografia avevano pari importanza”.

Mantova, Palazzo Ducale, febbraio 1607: nasce ufficialmente il melodramma con Orfeo, favola in un prologo e tre atti composta da Claudio Monteverdi, su commissione del duca di Mantova.

Vienna, 5 ottobre 1762:  Christoph Willibald Gluck, Orfeo ed Euridice.  Azione drammatica in tre atti su libretto di Ranieri De’ Calzabigi.

1791:  Franz Joseph Haydn, L’anima del filosofo ossia Orfeo ed Euridice Opera musicale (rappresentata per la prima volta nel 1951 a Firenze)

Weimar, 1853-54:  Franz Liszt, Orpheus. Poema sinfonico. ASCOLTA…

Parigi, 21 ottobre 1858: Charles Offenbach, Orphèè aux Enfers (Orfeo agli Inferi) Orfeo è un insegnante di violino, la virtuosa Euridice del mito, che non sopporta più lo sposo, si è innamorata di Aristeo e con lui lo tradisce… LEGGI TUTTO…

1947: Igor Stravinskij, Orpheus. Balletto. ASCOLTA un brano…

“Nel romanzo La terra sotto i suoi piedi (1999) Salman Rushdie  opera una rilettura in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice: si racconta la storia di Ormus e Vina, due rockstar degli anni Ottanta, il loro ripetuto perdersi e ritrovarsi, la loro storia d’amore che oltrepassa il confine tra vita e morte. A narrare dei due amanti è Rai, fotografo,  amico d’infanzia di Ormus e amante, per un certo periodo, di Vina. Il romanzo si apre proprio con la morte di Vina in Messico durante un violento terremoto, per ritornare, poi, indietro nel tempo e ripercorrere tutta la vita dei due innamorati. Rai descrive le straordinarie doti musicali di Ormus, un Orfeo in versione pop-rock (cap. 4, p. 114):

Se dico che Ormus Cama è stato il cantante pop più grande di tutti, quello il cui genio superava tutti gli altri, quello che non fu mai raggiunto dal gruppo degli inseguitori, spero che anche il mio lettore più smaliziato mi darà prontamente ragione. Era un mago della musica le cui melodie potevano far ballare le vie della città e ondeggiare i palazzi al loro ritmo, un aureo trovatore con la vibrante poesia delle parole delle sue canzoni poteva spalancare le porte dell’Inferno; incarnava il cantante e l’autore di canzoni come sciamano e portavoce, e diventò il non-santo non-buffone del suo tempo. Ma, stando a quello che diceva di lui, Ormus era qualcosa di più; perché affermava di essere nientemeno che il segreto autore, il primo e principale innovatore, della musica che ci scorre nel sangue, che ci possiede e ci muove, ovunque siamo, della musica che parla la lingua segreta di tutta l’umanità, nostro comune retaggio, qualunque sia la madrelingua che parliamo, quali che siano i balli che abbiamo imparato a ballare per primi.

Il romanzo di Rushdie ha ispirato la canzone The Ground Beneath Her Feet degli U2 (inclusa nella colonna sonora del film The Million Dollar Hotel del regista tedesco Wim Wenders).

To be continued…

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