Archivi tag: Rimbaud

Il battello ebbro

Le bateau ivre. Lettura di J. L. Tintignant: CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzief: CLICCA QUI.

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L’altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L’acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l’acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l’azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell’alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell’amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l’Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D’uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie sotto l’orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d’acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell’onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
– Schiune di fiori, mentre salpavo, m’han cullato,
E talvolta ineffabili venti m’han dato l’ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d’ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall’uragano nell’etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d’acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d’azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere a cento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l’Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– È in queste notti immense che tu dormi e t’esili
Stuolo d’uccelli d’oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L’acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell’ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l’orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.

Traduzione di Ivos Margoni, Feltrinelli, 2004

Il battello ebbro

Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese.
Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! 

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse,
scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua;

libero, fumante, cinto di brune violette,
io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del sole e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Malestrom,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
– È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nelle scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

Traduzione di Dario Bellezza, Milano, Mondadori, 1989

1865-bateau-ivre

Il battello ebbro

Mentre discendevo Fiumi impassibili,
non mi sentii più guidato dai trainanti:
Pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio
e inchiodati nudi ai pali variopinti.

Ero indifferente all’equipaggio,
importatore di grano fiammingo o di cotone inglese,
quando sui miei trainanti finì il clamore
i Fiumi m’han lasciato andare dove volevo.

Nei furiosi risciacqui delle maree,
io, lo scorso inverno, più sordo d’un cervello infante,
io corsi! E le Penisole senza ormeggi
non han mai subito caos più tionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei risvegli in mare,
più leggero di un sughero ho danzato sui flutti
che son chiamati eterni volgitori di vittime,
dieci notti, senza degnar l’occhio stupido dei fari!

Più dolce che al bimbo la polpa di mele acerbe,
l’acqua verde penetrò il mio guscio di abete
e mi lavò dalle macchie blu di vomito e di vino
disperdendo l’ancora e il timone.

E da allora mi son bagnato nel Poema del Mare,
inzuppato d’astri, e lattescente,
divorando gli azzurro-verdi; ove, relitto pallido
e rapito, a volte scende pensoso un annegato;

ove, tingendo d’un colpo le bluità, deliri
e ritmi lenti nel giorno rutilante,
forti più dell’alcol, più potenti delle nostre lire,
fermentano i rossori aspri dell’amore!

So i cieli che si spaccano nei lampi, e le trombe
le risacche e le correnti; io so la sera,
l’Alba esaltata come una fuga di colombi,
e ho visto a volte quel che l’uomo ha creduto di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare a lungo d’una luce viola rappresa,
e simili ad attori di antichissimi drammi
i flutti volger lontano i loro fremiti di persiane!

Io ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi del mare,
la circolazione di linfe inaudite,
il risveglio giallo e blù dei fosfori canori!

Ho seguito, per molti mesi, simile a mandrie
isteriche, l’onda all’assalto delle scogliere,
senza immaginare che le Marie dai piedi lucenti
potessero rompere il muso degli Oceani potenti!

Ho urtato, sapete, incredibili Floride
che mescolano ai fiori occhi di pantere
dalla pelle umana! Arcobaleni tesi come briglia,
sotto l’orizzonte del mare, su mandrie azzurre!

Ho visto fermentare paludi enormi, reti
ove imputridisce tra i giunchi un Leviatano!
Scrosci d’acqua in mezzo alle bonacce,
e lontani crolli, cataratte negli abissi.

Ghiacciai, soli d’argento, onde madreperla, cieli di fuoco!
secche schifose in fondo a golfi bruni
ove i serpenti giganti divorati dalle cimici
cadono, da alberi torti, con neri profumi!

Io avrei voluto mostrare ai bimbi quelle orate
dell’onda blu, quei pesci d’oro, pesci cantanti.
– Schiume fiorite han cullato le mie uscite di rada
e venti ineffabili m’han dato ali un istante.

A volte, stanco martire dei poli e delle zone,
il mare il cui singhiozzo era il mio dolce rollio
alzava verso di me i suoi fiori d’ombra dalle gialle ventose
ed io restavo, come una donna inginocchiata…

Quasi isola, scuotendo dei miei bordi le querelle
e gli escrementi di uccelli casinari dagli occhi biondi,
io vogavo, tra le mie fragili corde
annegati scendevano a dormire, indietreggiando!

Ora io, battello perduto sotto le chiome delle anse,
gettato dall’uragano contro il cielo senza uccelli,
io, di cui i Monitori e i velieri Anseatici
non avrebbero ripescato la carcassa ebbra d’acqua;

libero, fumante, coperto di nebbie viola,
io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che rechi, leccornia squisita ai buoni poeti,
licheni del sole e muchi celesti,

che correvo, colpito da lùnule elettriche,
folle plancia, scortato da neri ippocampi,
quando i lugli facevan crollare a colpi di randello
i cieli ultramarini nei vulcani ardenti;

io che tremavo, udendo gemere a cinquanta leghe
le smanie dei Behemot e i grossi Maelstrom,
in eterno filando le azzurre immobilità,
io rimpiango l’Europa degli antichi parapetti!

Io ho visto gli arcipelaghi siderali! e delle isole
i cui cieli deliranti sono aperti al vogatore:
– In queste notti immense tu dormi e in esilio te ne vai,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore? –

Ma, è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono desolanti.
Ogni luna è atroce e ogni sole amaro:
l’amore acre m’ha enfiato di ebbro torpore.
Che esploda la mia chiglia! che io vada in mare!

Se io desidero un’acqua d’Europa, è la pozza
nera e fredda ove verso il crepuscolo profumato
un bambino curvo lascia pieno di tristezza
una barchetta fragile come farfalla di maggio.

Io non posso più, onde, bagnato dai vostri languori,
tener la scia degli importatori di cotone,
né attraversare l’orgoglio dei vessilli e delle fiamme,
o nuotare sotto gli occhi orribili dei pontoni.

Traduzione di Davide Rondoni, Guaraldi, 2005

Rimbaud-Bateau-ivre-mur-rue-Ferou-5

477c999ebcca6ba65aac6f697c74cd8f

Il battello ebbro

Come io discesi per dei fiumi impassibili
io non mi sentii più guidato dalle alzaie
dei pellirossa chiassosi li avevano presi a bersaglio
avendoli inchiodati nudi ai pali di colore.

Io ero noncurante di tutti gli equipaggi
portatore di grani fiamminghi o di cotoni inglesi.
Quando con le mie alzaie hanno cessato quei rumori
i Fiumi mi hanno lasciato discendere dov’io volevo.

Nei gorgogli furiosi delle maree,
Io, l’altro inverno, più sordo dei testardi fanciulli
Io corsi! E le penisole disormeggiate
non hanno subito caos più trionfanti.

La tempesta ha benedetto le mie veglie marine.
Più leggero d’un turacciolo io ho danzato sui flutti
che richiamano carrettieri eterni di vittime
dieci notti senza rimpiangere l’occhio balordo dei lampioni.

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele acerbe
l’acqua verde penetrò la mia scorza di abete
e delle macchie di vino bleu e di vomiture
mi lavò disperdendo timone e ancorotto,

E da allora io mi sono bagnato nel Poema
del Mare, infuso d’astri e lattescente,
divorando gli azzurri-verdi: dove, ondeggiamento pallido
e rapito, un perduto pensiero talvolta discende.

Traduzione di Rocco Scotellaro, 1943 (vv.1-24. Non completata)

manuscrit-le-bateau-ivre

Sulle traduzioni italiane del Battello ebbro: CLICCA QUI.

C. E. Gadda, I viaggi, la morte. Da Da Le voyage di Charles Baudelaire a Bateau ivre di Arthur Rimbaud. Il saggio fu  pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1927.

Bateau ivre  […] segue nel complesso lo schema di una ricapitolazione autobiografica. Catarsi non è la morte fisica, invocata come società esercente la più bella linea di navigazione – sì il riconoscimento della propria stanchezza e nullità morale dentro i termini d’una sopravvivenza fisiologica. In ciò sembra raggiunto il fondo più cupo dell’irreale – ad opera proprio di chi verso questo irreale tendeva come verso la luminosa bellezza del mondo, ad opera di chi avrebbe voluto trasfondere il suo empito di vita in un sogno fantasmagorico, appartandosi infinitamente da tutte le realtà veristiche e dal loro odore troppo vero di basse cuisine.

In tutta la composizione è percepibile, dietro la trama caotica del sogno – lo sgomento della dissoluzione che lo accompagna: questo fin nella tonalità della strofe e del verso, che è quasi sempre o tetra o accorata, anche ove più la luce risfolgori, che si svolge con un presentimento di pausa il quale raffigura musicalmente l’abisso.

L’allevamento e la costrizione educativa (sic!), i primi impacci procurati dagli haleurs, cioè dai bardotti che traggono la nave lungo le piatte alzaie, vengono a un tratto a cessare:

Je ne me sentis plus guidé…

fleuves impassibles sono il monotono scorrere della vita borghese, la banale educazione borghese, la insopportabile santità della famiglia: circondano di grigiore l’adolescenza del poeta affidata ad «institutori» troppo impreparati al loro compito, inetti comunque a seguire e a confortare nel tragico suo sviluppo un’anima di eccezione. Si veda, a questo riguardo, Les poètes de sept ans che anticipa l’esegesi di Bateau ivre. Rimbaud ricorda con certo sarcasmo sua madre:

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière, sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.

La sciocca inanità dei metodi educativi correnti, praticati a un tanto il chilo, vuoti d’un amore sollecito e vigile, non potrebbe essere più ferocemente rappresentata: Sans voir!

Il risultato di siffatta perizia pedagogica nei confronti d’un soggetto d’eccezione, e per di più livré aux répugnances, è poi estremamente brillante: contro l’implacabile mediocrità degli educatori offrirà scampo e rifugio la fresca latrina: il terribile ragazzo si ricorda:

… entêté
à se renfermer dans la fraîcheur des latrines.

Ma, sopra tutto, il sogno di una fuggente tempesta:

… couché sur des pièces de toile
ècrue, et pressentant violemment la voile.

Per tornare a Bateau ivre, questi haleurs, che tirano come giumenti la nave sognante, sono bersagliati dagli striduli pellirosse del Salgari (diciamo Salgari tanto per intenderci) – le cui grida giungono al fanciullo solitario come la prima voce della libertà, fantasioso presentimento transoceanico. Il ragazzo si allontana quindi dagli équipages cioè da tutte le confraternite della realtà. Non può arrendersi a questa realtà, a nessuna sua forma: ed essa finisce per lasciarlo descendre (sic) où je voulais.

L’analisi della trasposizione simbolica in Bateau ivre, mi condusse a un esame interessante, ma troppo lungo per essere qui compendiato. Basti un accenno.LEGGI TUTTO…

Carjat_Arthur_Rimbaud_1872_Color

Grafica e poesia: Julian Peters disegna Arthur Rimbaud, Le Bateau Ivre.

Scrivere poesie dopo Rimbaud è stato solo possibile ignorandolo, avendo dentro il suo sangue, come si fa col padre.
Alfonso Gatto

Con lui la poesia scopre la dimensione del soprannaturale e non riuscirà più a sopportare i ceppi pesanti della realtà. Quell’uomo era un angelo sciagurato, troppo lungimirante per accettare il cursus honorum dei poeti, troppo fragile per rinunciare alle uniche melodie di cui il cuore umano possa appagarsi.
Tutto avvenne ai bordi dell’Ignoto: costeggiamenti, derive, naufragi. Perfino un continente e una lingua apparvero ben poca cosa a uno che voleva cambiare la sostanza del mondo con i suoi versi. Ogni tanto, anche nel poeta più disciplinato, riaffiora la tentazione romantica. È davvero un diaframma sottile, quello che divide la parola con le sue norme dal Caos.
Paolo Lanaro

read_rimbaud

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia

Arthur Rimbaud

rimbaud photo comparaison

Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online: CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

 I poeti di sette anni.

premiere_comun

La prima comunione, 1866

Le bateau ivre. Lettura di J. L. Tintignant: CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzief: CLICCA QUI.

Vittorio Giacopini spiega le origini e le implicazioni del Battello ebbro. CLICCA QUI.

C. E. Gadda, I viaggi, la morte. Da Da Le voyage di Charles Baudelaire
a Bateau ivre di Arthur Rimbaud. Il saggio fu  pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1927.

Bateau ivre  […] segue nel complesso lo schema di una ricapitolazione autobiografica. Catarsi non è la morte fisica, invocata come società esercente la più bella linea di navigazione – sì il riconoscimento della propria stanchezza e nullità morale dentro i termini d’una sopravvivenza fisiologica. In ciò sembra raggiunto il fondo più cupo dell’irreale – ad opera proprio di chi verso questo irreale tendeva come verso la luminosa bellezza del mondo, ad opera di chi avrebbe voluto trasfondere il suo empito di vita in un sogno fantasmagorico, appartandosi infinitamente da tutte le realtà veristiche e dal loro odore troppo vero di basse cuisine.

In tutta la composizione è percepibile, dietro la trama caotica del sogno – lo sgomento della dissoluzione che lo accompagna: questo fin nella tonalità della strofe e del verso, che è quasi sempre o tetra o accorata, anche ove più la luce risfolgori, che si svolge con un presentimento di pausa il quale raffigura musicalmente l’abisso.

L’allevamento e la costrizione educativa (sic!), i primi impacci procurati dagli haleurs, cioè dai bardotti che traggono la nave lungo le piatte alzaie, vengono a un tratto a cessare:

Je ne me sentis plus guidé…

I fleuves impassibles sono il monotono scorrere della vita borghese, la banale educazione borghese, la insopportabile santità della famiglia: circondano di grigiore l’adolescenza del poeta affidata ad «institutori» troppo impreparati al loro compito, inetti comunque a seguire e a confortare nel tragico suo sviluppo un’anima di eccezione. Si veda, a questo riguardo, Les poètes de sept ans che anticipa l’esegesi di Bateau ivre. Rimbaud ricorda con certo sarcasmo sua madre:

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière, sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.

La sciocca inanità dei metodi educativi correnti, praticati a un tanto il chilo, vuoti d’un amore sollecito e vigile, non potrebbe essere più ferocemente rappresentata: Sans voir!

Il risultato di siffatta perizia pedagogica nei confronti d’un soggetto d’eccezione, e per di più livré aux répugnances, è poiestremamente brillante: contro l’implacabile mediocrità degli educatori offrirà scampo e rifugio la fresca latrina: il terribile ragazzo si ricorda:

… entêté
à se renfermer dans la fraîcheur des latrines.

Ma, sopra tutto, il sogno di una fuggente tempesta:

… couché sur des pièces de toile
ècrue, et pressentant violemment la voile.

Per tornare a Bateau ivre, questi haleurs, che tirano come giumenti la nave sognante, sono bersagliati dagli striduli pellirosse del Salgari (diciamo Salgari tanto per intenderci) – le cui grida giungono al fanciullo solitario come la prima voce della libertà, fantasioso presentimento transoceanico. Il ragazzo si allontana quindi dagli équipages cioè da tutte le confraternite della realtà. Non può arrendersi a questa realtà, a nessuna sua forma: ed essa finisce per lasciarlo descendre (sic) où je voulais.

L’analisi della trasposizione simbolica in Bateau ivre, mi condusse a un esame interessante, ma troppo lungo per essere qui compendiato. Basti un accenno. LEGGI TUTTO…

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Grafica e poesia: Julian Peters disegna Arthur Rimbaud, Le Bateau Ivre.

Rimbaud visto dai poeti

Paul Verlaine, Dédicaces [1889], LXII – A Arthur Rimbaud

Mortel, ange ET démon, autant dire Rimbaud,
Tu mérites la prime place en ce mien livre,

Bien que tel sot grimaud t’ait traité de ribaud
Imberbe et de monstre en herbe et de potache ivre.

Les spirales d’encens et les accords de luth
Signalent ton entrée au temple de mémoire
Et ton nom radieux chantera dans la gloire,
Parce que tu m’aimas ainsi qu’il le fallut.

Les femmes te verront, grand jeune très fort,
Très beau d’une beauté paysanne et rusée,
Très désirable d’une indolence qu’osée!

L’histoire t’a sculpté triomphant de la mort
Et jusqu’aux purs excès jouissant de la vie,
Tes pieds blancs posés sur la tête de l’Envie.

Mortale, angelo E démone, vale a dire Rimbaud,
tu meriti il primo posto in questo mio libro,

benché uno sciocco imbrattacarte t’abbia trattato da debosciato
imberbe e mostro in erba e studente ubriaco.

Le spirali d’incenso e gli accordi di liuto
segnalano il tuo ingresso nel tempio della memoria
e il tuo nome radioso canterà nella gloria,
perché mi hai amato come bisognava.

Le donne ti vedranno gran giovanotto forte,
bellissimo d’una bellezza contadina ed astuta,
molto desiderabile, di un’indolenza audace!

La storia ti ha scolpito trionfante sulla morte
e fino ai puri eccessi amante della vita,
poggiati i bianchi piedi sulla testa dell’Invidia!

W. H. Auden, Rimbaud, in Opere poetiche, traduzione di Aurora Ciliberti, Roma, Lerici, 1969

The nights, the railway-arches, the bad sky,
His horrible companions did not know it;
But in that child the rhetorician’s lie
Burst like a pipe: the cold had made a poet.

Drinks bought him by his weak and lyric friend
His five wits systematically deranged,
To all accustomed nonsense put an end;
Till he from lyre and weakness was estranged.

Verse was a special illness of the ear;
Integrity was not enough; that seemed
The hell of childhood: he must try again.

Now, galloping through Africa, he dreamed
Of a new self, a son, an engineer,
His truth acceptable to lying men.

Rimbaud

Le notti, gli archi della ferrovia, il cielo malvagio,
i suoi orribili compagni non lo sapevano;
ma in quel bambino la menzogna del retore
scoppiò come una canna: il freddo aveva fatto un poeta.

Il bere l’avvicinò al suo debole e lirico amico
le sue cinque facoltà sistematicamente sconvolte,
a tutto l’abituale nonsenso pose fine;
finché alla lira e alla debolezza divenne estraneo.

Il verso era una particolare malattia dell’orecchio;
l’integrità non bastava; questa sembrava
l’inferno dell’infanzia: doveva ritentare.

Allora, galoppando per l’Africa, sognò
un nuovo se stesso, un figlio, un ingegnere,
la sua verità accettabile per gli uomini bugiardi.

rimbaud_graffiti_by_maywan481-d7sjhlr
L’Africa colorata dove Rimbaud fuggiva dal suo Inferno
Harar, gioiello musulmano nell’Etiopia cristiana Qui il giovane poeta francese deluso da Parigi trova pace e un’atmosfera da “Mille e una notte”
di Enrico Remmert, “La Stampa”, 26  febbraio 2015

«La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria marina brucerà i miei polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno». Così scriveva il diciannovenne Arthur Rimbaud in «Una stagione all’inferno», deluso da Parigi e ferito – letteralmente – dal suo mentore e amante Paul Verlaine. È il 1873 e «l’uomo dalle suole di vento», come lo chiamava proprio Verlaine, volta le spalle alla poesia e inizia la sua fuga. In pochi anni va e viene tra Charleville e il mondo: è in Inghilterra, insegna francese a Stoccarda e fa lo scaricatore al porto di Livorno, si imbarca per Giava con le milizie coloniali olandesi, diserta e torna in Europa, poi è al seguito di un circo ad Amburgo, a Copenaghen, a Stoccolma, ogni ritorno a casa è solo la rincorsa per una nuova partenza.

Il giovane poeta
E infatti, nell’ottobre 1878, appena ventiquattrenne, Rimbaud si rimette in viaggio: Cipro, Egitto, Sudan e Yemen, dove comincia a lavorare nel commercio del caffè. Sembra che tutto quello da cui Rimbaud scappa scappi irrimediabilmente insieme a lui ma alla fine si lascia catturare da una città – Harar, nella parte orientale dell’altopiano etiopico – che raggiunge nel 1880. Per alcuni è il primo uomo bianco ad arrivare fin qui, ma non è vero: il grande esploratore inglese Richard F. Burton ci era già entrato nel 1854, travestito da mercante arabo, e ne aveva scritto un dettagliato resoconto in First Footsteps in East Africa. Di sicuro Rimbaud ad Harar è lo straniero più famoso (tanto che i bianchi qui vengono ancora chiamati farangi, storpiando la parola français): in questa città, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, pur alternandola ad Aden di cui però deplorava il clima infernale.

Eloge du voyage - Sur les traces d'Arthur Rimbaud de Sébastien de Courtois

Gioiello musulmano
Harar è un gioiello musulmano al centro dell’Etiopia cristiana e ricorda più una città araba che una africana: ospita uno dei più grandi mercati del paese e dal 1875 è sotto il dominio dell’Egitto. Nel 1883 Rimbaud si trasferisce stabilmente qui, responsabile di un’agenzia commerciale: si specializza in caffè, perfeziona l’arabo e impara le lingue locali. Nel 1885 entra nel traffico di armi e organizza da Aden una spedizione di fucili destinati a ras Menelik II. L’affare sarà faticosissimo e pagato la metà del pattuito ma essere entrato nelle grazie di Menelik sarà fondamentale: nel 1887 il ras annette Harar alla sua corona. Menelik rispetta gli abitanti: non tocca le 82 piccole moschee della città, i santuari, le tombe, né tocca la splendida cinta fortificata alta cinque metri e costruita nel XVI secolo (tutta questa bellezza è giunta intatta fino a noi).
In questo favorevole contesto, nel 1888, Rimbaud apre ad Harar una sua agenzia e tratta le merci più diverse, dal caffè alle pelli, dall’oro ai fucili, il tutto sotto la protezione del governatore, quel ras Maconnèn che qualche anno dopo sconfiggerà gli italiani sull’Amba Alagi e sarà figura chiave ad Adua nel 1896 (probabilmente in entrambe le battaglie i fucili di Rimbaud spareranno). Nel ’91 il poeta è costretto a rientrare in Francia per il tumore al ginocchio che lo porterà alla morte, il 10 novembre, appena trentasettenne.
Passato e presente
Oggi i vicoli di Harar, quarta città santa dell’Islam e patrimonio Unesco, regalano una strana impressione: quella di camminare dentro «Le mille e una notte». Un mondo a parte profumato di incenso e caffè tostato a mano e fatto di centinaia di vicoli stretti e tortuosi, mercati brulicanti, muli carichi di spezie, donne dai veli sgargianti, capre e dromedari: se non ci fossero le antenne tv tutto sembrerebbe una cristallizzazione del tempo. Nel cuore della città sorge la casa museo dove si dice che il poeta abbia vissuto: ospita fotografie d’epoca, una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno. Per molti è stata la casa di un ricco mercante indiano e Rimbaud non ci ha mai messo piede, ma non importa: il mistero intorno ai luoghi esatti appassiona ancor di più turisti e studiosi. Fuori dalle mura svettano gli edifici razionalisti costruiti durante l’occupazione italiana, i copti mostrano fieri il crocifisso sul petto, la gente si stravacca sui marciapiedi a masticare chat, la foglia euforizzante che è il passatempo nazionale.


I custodi delle iene
Ogni notte Harar rivela poi una tradizione unica al mondo: appena fuori dalla cinta i «custodi delle iene» danno da mangiare pezzi di carne agli animali con le loro stesse mani. Il rituale è diventato un’attrazione che lascia a bocca aperta. E, come fosse un genius loci, torna in mente Arthur Rimbaud: «Tu resterai iena…».


Nella casa di Arthur Rimbaud ad Harar, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, responsabile di un’agenzia commerciale:: la casa ospita fotografie d’epoca una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno

PER APPROFONDIRE:

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/05/04/ubique-naufragium-est/

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/search/label/Rimbaud

 Work in progress…

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia

Sinestesie in versi

DSC_0251

Sinestesia (gr. synàisthesis = percezione simultanea): consiste nell’associazione di due parolepertinenti a due diverse sfere sensoriali (del tipo «parole calde», «colori squillanti», «paura nera», «prezzi salati»). Es. «Io venni in luogo d’ogni luce muto» (Dante, Inferno, v. 28), dove luce si riferisce a una sensazione visiva, mentre muto rinvia a una sensazione uditiva; «fredde luci / parlano» (Montale, Ossi di seppia, Riviere, vv. 39-40), dove fredde appartiene al campo delle sensazioni termiche, luci a quello delle sensazioni visive, parlano a quello delle sensazioni acustiche. La sinestesia è soprattutto cara a Pascoli: «soffi di lampi» (Myricae, L’assiuolo, v. 5); «l’odorino amaro» (Myricae, Novembre, v. 3); «la terra ansante» (Myricae, Il lampo, v. 2); «all’urlo nero / della madre» (Quasimodo, Giorno dopo giorno, Alle fronde dei salici, vv. 5-6).
G. TELLINI, Letteratura italiana.  Un metodo di studio: La fabbrica del testo, Firenze, Le Monnier.

“In Corrispondenze,  Baudelaire aveva affermato che nel mondo della natura «i profumi, i colori e i suoni si rispondono», cioè che esistono rapporti segreti, analogie profonde tra dimensioni diverse della realtà. Rimbaud si spinge più lontano: non si limita, infatti, a sostenere che esistono delle corrispondenze tra i fenomeni naturali, ma, dando per acquisita questa idea, istituisce esplicite corrispondenze tra fenomeni naturali e altri eminentemente culturali, come i segni grafici e la loro resa fonica. A livello retorico, ciò si traduce nel predominio della sinestesia, cioè della figura che associa in una sola immagine o definizione elementi tratti da campi sensoriali differenti: sinestetica è la mossa fondamentale sulla quale è costruito l’intero sonetto, basata sull’associazione di una vocale (nello stesso tempo un suono e una forma grafica, che stimolano l’udito e la vista) a un colore e poi a una serie di immagini che mescolano esperienze e percezioni diverse. Ma sinestetico in senso più generale è l’occhio di Rimbaud, un occhio che associa, confonde, sintetizza”.   Mario Santagata  

"A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu", installazione plastica e sonora di Eric Langer, Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis,  2012 - 2013

“A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu”, installazione plastica e sonora di Eric Langer,
Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis, 2012 – 2013

“Io che ho conosciuto Rimbaud, so che se ne strafotteva che A fosse rossa o verde. La vedeva così e basta”.                                                                                                                                                                                                                  PAUL VERLAINE

Vocali_bleu

A. RIMBAUD, Delires, II. Alchimie du verb, Une saison en enfer, 1873
J’inventai la couleur des voyelles ! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. –  Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.

Ho inventato il colore delle vocali! –

A nero
E bianco
I rosso
O blu
U verde. –

Regolai la forma e il movimento di ogni consonante e, con ritmi istintivi, mi pregiai di inventare un verbo poetico accessibile, ogni giorno, a un senso diverso. Mi riservavo la traduzione. All’inizio fu uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile.

Fissavo vertigini.

rimbaud_street_art

In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. È chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.”
W. Kandinskij, Lo spirituale nell’arte [1911], a cura di E. Pontiggia, Milano, 1989

Matteo Metta, E il colore si fece musica, «Avvenire», 8 aprile 2007
Si chiama «sinestesia» e non è altro che l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse, come associare le parole ad un gusto, i suoni alle pennellate dei pittori. Un fenomeno una volta cantato dai poeti e che oggi interessa i neuroscienziati
«I profumi verdi» di Baudelaire e «l’urlo nero» di Quasimodo, «il pigolio di stelle» di Ungaretti e «il chiacchiericcio liquido» di Montale, senza dimenticare «la falce cieca» di Verlaine. Tra le figure retoriche che maggiormente si ricordano, anche quando gli anni del liceo sono passati da tempo, c’è sicuramente la sinestesia: l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse. Quello che forse a scuola non ci hanno detto, è che la sinestesia non solo è materia cara ai simbolisti francesi e agli ermetici italiani, ma anche a neuroscienziati e psicologi della percezione. Perché in alcune persone, o meglio nel loro cervello, i cinque sensi non restano separati ma si confondono continuamente creando intrecci di sensazioni davvero bizzarri, chiamati appunto sinestesie o fenomeni di sinestesi.
Che poi tra questi soggetti – uno su duemila – siano annoverati anche Rimbaud, che, come ci fa sapere nella poesia Vocali, vedeva alcune lettere colorate («A nera, E bianca, I rossa, U verde, O azzurra»), oppure Baudelaire che in Corrispondenze dichiara apertis verbis che «i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi», questo è solo frutto della maggiore incidenza probabilistica che favorisce i creativi.
Gli esperti dell’Università californiana di San Diego, in base a calcoli fatti in quattro anni di ricerche, hanno appunto stimato, che otto sinesteti su dieci sono artisti. Fino al 2000, le ricerche sulla sinestesia erano piuttosto limitate, oggi invece gli istituti scientifici che se ne occupano sono sparsi in tutto il mondo, ognuno con una propria specializzazione.
A Edimburgo, Julia Simmer ha dedicato numerosi studi alla sinestesia lessico-gustativa, scoprendo che è abbastanza comune la tendenza ad associare le parole a un gusto. Per esempio il sapore di menta i sinesteti lo sentono non solo quando viene pronunciata la parola corrispondente (in inglese mince), ma anche una parola di suono simile (come prince, principe). Particolare curioso: l’associazione funziona anche con le immagini. Una donna vedendo la foto di un grammofono, pur non ricordando come l’oggetto si chiamasse, ha comunque sentito il gusto di cioccolato, che è quello che normalmente le evoca la parola grammofono.
A Zurigo, il neuroscienziato Lutz Jäncke studia le contaminazioni tra musica e sapore (sinestesia melo-gustativa). Dei musicisti di cui si è servito, la più dotata è risultata Elizabeth Sulston. Sin da bambina non solo era capace di vedere colori mentre ascoltava musica, ma quando ha cominciato a suonare il piano si è accorta di sentire dei sapori ben distinti in bocca: una terza minore per lei è salata, mentre una sesta minore sa di crema. Depistata ad arte, ha manifestato una sorta di cortocircuito sensoriale con la conseguente difficoltà a riconoscere gli intervalli giusti alla velocità consueta. Quindi non stava bluffando. Allo stesso modo il ricercatore Phil Merikle, dell’Università di Waterloo in Ontario (Canada), ha dimostrato come i sinesteti che fanno corrispondere i numeri ai colori riescono a fare calcoli aritmetici molto più velocemente quando trovano già associato il numero al colore che hanno in mente.
Il professor Jamie Ward dell’University College di Londra si è addirittura ispirato a Kandinsky e al suo desiderio di «creare quadri che si potessero ascoltare e musiche che si potessero vedere». L’incrocio percettivo cromo-uditivo è difatti il più comune tra i sinesteti. In un esperimento, la musica suonata dalla New London Orchestra doveva essere descritta con disegni.
Sorprendentemente le immagini evocate dai sinesteti erano molto simili tra loro, a differenza di quelle rappresentate dalle persone “normali”. Che i suoni si possano trasformare in pennellate di colore e viceversa, è anche il principio alla base degli studi condotti dal Cnr di Roma, nell’ambito del progetto europeo HELP, che hanno portato, finalmente tra tanta teoria, a un’applicazione pratica: la messa a punto di una tecnologia che potesse pe rmettere ai non vedenti di percepire i colori di un’opera d’arte attraverso la musica.
Dopo essere stata sperimentata sulla «Dama con licorno» di Raffaello, alla Galleria Borghese, la prima istallazione permanente è stata recentemente realizzata a Pompei, nella Casa dei Vettii, per rendere sinesteticamente percepibile ai non vedenti uno degli affreschi meglio conservati della città vesuviana: «Ercole che strozza i serpenti». A una sorta di bassorilievo bianco che riproduce tridimensionalmente il soggetto dell’affresco, traducendolo in maniera tattile, è associata una musica che riproduce “scientificamente” i colori per mezzo di un algoritmo. Quest’ultimo fa corrispondere le tre variabili del colore (tonalità, luminosità e intensità) alle tre variabili del suono (timbro, altezza, intensità). E la complessa gamma cromatica diventa magicamente sinfonia musicale.

PER APPROFONDIRE: 

Quando i colori si incontrano sulla tela, a cura di Didatticarte

Fabiola Mele, Chromapoems. Se le poesie potessero esprimersi a colori

P. Paissa, La sinestesia. Storia e analisi del concetto, 1995

S. Baron-Cohen, J.E. Harrison (Eds.), Synaesthesia. Classic and contemporary readings, Blackwell, London, 1997

kandinsky38_blue

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia, Temi letterari

Rimbaud, Voyelles

Lascia un commento

26/03/2014 · 00:00

Baudelaire & Rimbaud

fleurs_du_mal_big

« Ma questo libro il cui titolo Fleurs du Mal dice tutto,  è rivestito, lo vedrete, di una bellezza sinistra e fredda;  è stato fatto con furore e pazienza.  Del resto, la prova del suo valore positivo sta in tutto il male che se ne dice.  Il libro manda in bestia la gente.  D’altronde, spaventato io stesso dall’orrore che avrei ispirato,  ne ho ridotto un terzo sulle bozze.» 

Ch. Baudelaire, Lettera alla madre , Parigi, 9 luglio 1857

[Testo  integrale dell’opera su http://www.illuminations.tk]

Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online. CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

Le bateau ivre: lettura di J. L. Tintignant . CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzieff. CLICCA QUI.

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia, QUINTA B

Arthur Rimbaud, Illuminations

 “Je suis le savant au fauteuil sombre. Les branches et la pluie se jettent à la croisée de la bibliothèque”.

“Sono il sapiente dalla poltrona scura. Pioggia e fronde si buttano alla finestra della biblioteca”.

“I am the scholar of the dark armchair. Branches and rain hurl themselves at the windows of my library”. 

Le Illuminazioni, Infanzia

Da Après le Déluge a Genie, tutti i testi delle “Illuminazioni” di Arthur Rimbaud:

in lingua francese:

http://abardel.free.fr/tout_rimbaud/les_illuminations.htm

In traduzione italiana:

http://www.arthurrimbaud.it/illum1.html

… e in lingua inglese:

http://www.mag4.net/Rimbaud/poesies/IlluminationsE.html

“JE NE M’OCCUPE PLUS DE ÇA”  [I AM NOT CONCERNED WITH THAT ANYMORE…]

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia