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“Le parole sono importanti”

Carlo Ossola, Le parole, segno di cittadinanza, “Il sole 24 ore”, 8 febbraio 2017

Ha suscitato molti commenti la lettera aperta di 600 docenti sulla insufficiente abilità di scrittura di molti studenti universitari; parimenti le statistiche Ocse, sulle capacità di lettura di coloro che iniziano il ciclo superiore degli studi a 15 anni, pongono l’Italia a un punteggio piuttosto basso (485 punti rispetto ai 527 del Canada; media raggiunta per altro dalle nostre studentesse, non dagli studenti). Già solo questo dato dovrebbe indurre a fornire migliori esiti di carriera al mondo femminile. I rimedi proposti vertono quasi tutti sull’incremento delle competenze linguistiche, e il Ministro della PI promette che riporterà i giornali nelle scuole.
Ebbene non serve una lingua che ricalchi il mondo, ma che aiuti a “vivere insieme”: si veda per esempio il bel libro di A. Bentolila, “La parola contro la barbarie” (Vita e Pensiero 2007).
Ancor meno serve soltanto cablare le scuole: perché cosa sono le autostrade informatiche se sopra non vi passano contenuti nutritivi, TIR pieni di suppellettili per il futuro, ma solo il rumore amplificato della rete?
La “parola” in greco classico è muthos: parola, discorso, racconto, conversazione; ma anche pensiero, disegno, consiglio; e infine: fama e leggenda e mito. Insomma è un percorso di civiltà, versione memorabile di mondi possibili, e anche di fantastici e sognati.
Perciò da piccoli abbiamo studiato (tali i titoli delle nostra antologie di scuola) «miti ed eroi», parole e azioni memorabili, di Achille e di Ettore, di Enea e di Orlando, di Armida e di Clorinda, di don Chisciotte e di Gulliver.
La lingua serve se è alveo di altri mondi, non ripa piena di detriti, di sacchetti di plastica vuoti e inquinanti di presente consunto. Per questo Italo Calvino, alla richiesta di proporre «tre chiavi, tre talismani per il 2000», rispose – nel 1980- : «imparare delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi. […] Secondo: puntare sulle cose difficili, eseguite alla perfezione, le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. E combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposta da tutte le parti. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno». Certo precisione viene da praecidere: tagliare tutt’intorno il non pertinente, lavoro – minuto e spesso doloroso – della coscienza del limite.
Contro la favola dell’illimite, del virtuale, dell’onnipresente; precisione artigianale della parola “giusta”, che si adatta alla cosa, alla persona che la pronuncia e a quella cui è rivolta: sunt certi denique fines… dell’oraziano est modus in rebus; misura senza la quale non c’è né giustezza delle parole né giustizia tra gli uomini. Mancano le parole perché si astrae dalle cose, perché esse ci sono sottratte: è il regno diafano di un mondo muto.
Saggio fu cominciare dall’alfabetiere: dalle “parole e le cose”, diceva Michel Foucault; ogni parola individui una cosa, perché le parole ci consegnano il reale, presente, e richiamano gli oggetti passati o proiettano quelli futuri.
Un lessico di 600 parole, quello che i linguisti sono disposti persino ad accettare, è un lessico di poveri, ai limiti dell’indigenza; un mondo di lingue tagliate e di possesso sottratto; oggi hanno nome solo le cose largamente vendibili, in rete o nell’ipermercato: siamo in un’immensa corsia di poche cose senza gusto, senza, sapore, senza colore, senza nome.
L’alfabetiere delle cose è, in realtà, un alfabetiere di cittadinanza. Mi è capitato, di recente, di cercare – a lungo – delle «grive» o «frisse» (alimento povero: fegato, polmone, frattaglie, grasso di gola, tritati, impastati ed avvolti nell’omento); alimento di ampia diffusione europea: crépinettes in Francia, atriau in Svizzera, e – con varianti – gli sheftalia ciprioti e i faggot inglesi); comunque sempre un impasto a base di fegato avvolto nell’omento. Quasi introvabile, perché è caduto in disuso l’omento; ma trovato – dopo una trentina di telefonate – il macellaio abruzzese che sa che cosa sia l’omento, è rinata, di parola in parola, e di griva in griva, una storia di minima moralia, di sapienza e di mestiere, di memoria e di libertà: la vera cittadinanza.
E non solo quella dell’oggi: perché a voler risalire ai latini, l’omento era pure sacra offerta agli dei, come ci ricorda Giovenale nelle Satire: «Chi fia di noi che nelle età future / in pia carta ravvolto incenso appresti / Sull’ardenti are tue, fegato di vitello / o candido di porco omento?» […Ponimus et sectum vituli jecur, albaque porci / Omenta?].
O sommo Giove, che invii le piogge e i fulmini, averte, allontana per favore la banda larga del nulla, e ridacci gli alfabetieri e le grive.
Rinasceranno parole, mestieri, economia e dignità.

Maurizio Nannucci, What to say what not to say, 1992

Paolo Foschini, C’è differenza tra realtà e verità. Il potere sconfinato delle parole, “Corriere della Sera”, 26 novembre 2015

Forse certe volte ci vorrebbe davvero una sberla. Come quella di Nanni Moretti, ricordate?, alla giornalista del film Palombella rossa che diceva «e tutto il resto», «trend negativo», «alle prime armi» e così via: «Ma come parlaaaa? Le parole sono importantiiii!», le urlava lui al rallentatore. E beccati un’altra sberla che te la meriti. Perché «chi parla male pensa male».
Naturalmente non è che ci voleva Ecce Bombo, l’aveva già detto una fila di gente, da Aristotele in giù. Eppure ce lo dimentichiamo sempre. Così, anche senza la violenza dello schiaffo, ma con la stessa risoluta fermezza e una raffica di esempi a sostenerla, Gianrico Carofiglio torna a ricordarci la grande verità per cui «non è possibile pensare con chiarezza — dice citando tra i mille altri il filosofo John Searle — se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza». Il che è più semplice a dirsi che no, certo. E qui sta l’utilità di questo che è un po’ un saggio teorico e un po’ un manuale d’istruzioni, con dentro non meno rigore che ironia, pubblicato da Laterza e diviso in due parti che corrispondono alle due metà del suo titolo: Con parole precise per inquadrare il tema; e Breviario di scrittura civile per applicare l’analisi all’ambito che più di tutti ne invoca da sempre l’urgenza. Perché il Potere può anche governare i corpi col bastone, ma le teste, da sempre, le comanda con le parole. Dai verbali dei processi per stregoneria al lessico diabolico della burocrazia, dalla sintassi delle leggi agli slogan della piazza. E quindi «occuparsi del linguaggio pubblico non è un lusso da intellettuali — scrive Carofiglio — ma un dovere cruciale dell’etica civile».
Magistrato, scrittore, parlamentare, Carofiglio è il primo a riconoscere che proprio la parola è il denominatore comune dei suoi tre mestieri. Come lo è degli esseri umani, peraltro, visto che tutti viviamo «raccontando». Semplicemente perché «è impossibile non farlo e perché la nostra capacità di affrontare il mondo e la vita è funzione della nostra capacità di raccontarli». Ma per farlo bene ci vogliono quelle che T.S. Eliot chiamava le «parole giuste». Che devono rispondere a sei criteri precisi di «correttezza, realtà, verità, pertinenza, esattezza, precisione», dove è opportuno ricordare che realtà e verità non sono affatto sinonimi, essendo possibilissimo scrivere cose realistiche ma false, come la bugia di un racconto scadente, oppure del tutto surreali ma profondamente vere, come l’uomo-scarafaggio di Kafka.
Ovviamente la letteratura, proprio nel senso di leggere tanti libri, è un bel modo per sperimentarlo e per esercitarsi. Come le parole-materia di Simenon, la cui poesia per dire che piove stava proprio nel dire «piove», non «il cielo piange». Così come, al contrario, proprio perché la metafora è il mistero più alto del nostro linguaggio, il suo uso è tanto difficile quanto efficace o fuorviante, a seconda dei casi. Specie in politica, dove basta mettere a confronto la potenza del «Yes, we can» di Obama con la fiacchezza dell’imitazione veltroniana «Si può fare»: roba da Frankenstein Junior , in effetti, rispetto all’immagine finora insuperata nel linguaggio politico italiano degli ultimi vent’anni, che ovviamente resta la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi.
Con un avvertimento per smascherare le tre ragioni che stanno dietro il parlare oscuro: pigrizia, narcisismo, esercizio del potere. Più un consiglio sulla premessa fondamentale del parlar chiaro: e cioè avere una cosa da dire.

Alighiero Boetti, Una parola al vento, due parole al vento, tre parole al vento, 1993

Stefano Bartezzaghi, Ecco le parole di cui occorre parlare, “La Repubblica”, 16 novembre 2015

Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, quelle che si dichiarano le proprie preferite non sono parole, bensì cose.
Nei referendum sulla parola più amata, vince quasi sempre “amore” — che, si sa, è soprattutto una cosa meravigliosa; e, al contrario, viene odiata “odio”, che sarà anche una brutta cosa ma come parola in sé non è niente male.
Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): # leparolevalgono. Qual è la parola che ti ha cambiato la vita? Pochi (tirando a indovinare) avranno votato “sebbene”. Molti, tra cui Luciana Littizzetto, hanno invece indicato “resilienza”, una parola che oggi ha infatti una sua moda, come l’ha avuta in passato “serendipità”. Sia l’una sia l’altra sono tra le 264 Parole di giornata elencate e discusse nell’omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). “Resilienza” vi è definita come «Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità»; “Serendipità” come «Il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro». Ma cosa sono le “parole di giornata”?
Dei due autori del libro il primo, Lombardi Vallauri, insegna linguistica a Roma Tre; il secondo, Moretti, non ha fatto studi specifici ma tiene il blog “Una parola al giorno”. A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po’ diverse di quelle che piacciono agli altri.
Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, addomesticare, affettato, alesare… transeunte, trasecolare, travet, trinariciuto, umbratile, vapido, velleità, vellicare, venusto, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche (e c’è anche “aulico”), gergali. Un altro elenco, preso in mezzo al libro: «pingue, pistolotto, pletora, porno, posticcio, princisbecco, procace, procrastinare, proditorio, prolegomeni, prosopopea, prosseneta, psittacismo, pusillanime, putiferio». Per ognuna di queste gli autori provvedono la divisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento, a proposito della storia del vocabolo, con le sue eventuali curiosità, e i modi d’impiego.
Dando consigli a un aspirante scrittore, Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. Chi sa, o sente, che nel verbo “scatenare” ci sono catene che saltano imprimerà ai propri usi del verbo un’energia maggiore. L’etimo diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso: un suggerimento di grande sapienza retorica. Necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente.
Dietro a ogni elogio del “parlare semplice” c’è l’idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me e te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Un copywriter, uno spin- doctor, un titolista che proponessero di usare parole come “transeunte” in una comunicazione qualsiasi sarebbero considerati pazzi (e giustamente, si intende). Ma ecco che, da anni oramai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno (come “nequizia” o “venusto”) o che usiamo ma senza saper più da dove vengano, ovvero quale metafora sia morta sotto il loro uso corrente.
La “remora” è un pesce che attraverso una ventosa si attacca alla nave per farsi trasportare e che si riteneva fosse addirittura in grado di rallentarne la navigazione (il nome viene da “mora”, indugio, ritardo). “Buggerare” deriva da “bulgarus”, bulgaro, perché molti bulgari seguivano l’eresia patarina, accusata di propugnare la sodomia. Quindi “buggerare” significava, né più né meno, metterlo in quel posto: oggi pochi immaginano l’origine oscena del verbo che è la stessa di “fregare”, peraltro.
Sulla stessa analogia fra inganno e costrizione a un atto sessuale oscilla anche il significato di “infinocchiare”, che deriverebbe dall’usanza degli osti disonesti di offrire del finocchio prima di mescere vino di cattiva qualità: il sapore invadente del finocchio avrebbe coperto quello disgustoso del vino.

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Perché si scrive?

Perché si scrive? La risposta di Primo Levi, da L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1998

Perché si scrive?
Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto cosí, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?
1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, cosi puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare.
Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.
2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.
4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi «sa» come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: cosi ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.
6) Per liberarsi da un’angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene cosi, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla cosi com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge: altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.
7) Per diventare famosi. Credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato cosi incerto.
8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.
9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria o di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per «tener viva la firma ». Badi a quello, che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

The Beatles, Paperback writer, 1966

Paperback writer, paperback writer.
Dear Sir or Madam, will you read my book?
It took me years to write, will you take a look?
It’s based on a novel by a man named Lear,
And I need a job,
So I want to be a paperback writer,
Paperback writer.

 

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Quel rito di passaggio chiamato calligrafia

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Dalle elementari alla Silicon Valley perché scrivere a mano aiuta a crescere
Venerdì e sabato si svolge all’Archivio di Stato di Milano il convegno “ La scrittura a mano ha un futuro?”

Marco Belpoliti, “La Repubblica”, 23 novembre 2016

Dal 1985 nelle scuole italiane non c’è più l’obbligo di addestrare nella calligrafia gli allievi delle elementari. La pratica è stata abolita. La conseguenza immediata è il prevalere delle “brutte scritture”, spesso illeggibili, al limite dell’agrafia; capita che gli insegnanti chiedano agli alunni che scrivono male di redigere temi, riassunti, o altri esercizi, in maiuscoletto. L’Italia non ha mai amato la calligrafia, nonostante la sua antica tradizione di scrittura elegante, che si lega alla vocazione tipografica e al lettering della nostra
cultura visiva. La Riforma Gentile nel 1923 aveva sostituito la parola “calligrafia” con l’espressione “bella scrittura” e sebbene la presenza di manuali per insegnarla nelle scuole dell’obbligo, come il famoso Marcucci (La Bella scrittura nelle scuole elementari), questa pratica fu svalutata a vantaggio delle attività dello Spirito.
Eppure lo scrivere a mano e in modo chiaro ed elegante è ancora molto importante. Nella mitica Silicon Valley i figli dei dipendenti delle industrie iper-tecnologiche (Google, Apple, Yahoo, Hewel Packard) frequentano scuole come la Waldorf, dove ogni attrezzatura elettronica è bandita; al tablet e alla lavagna elettronica — la celebre Lim, panacea di tutti i mali — vengono preferite attività manuali come scrivere a mano, lavorare a maglia, intarsiare il legno, che secondo i docenti favoriscono maggiormente le capacità di problem solving, di sintesi e soprattutto di coordinamento psico- motorio, come ricorda Antonella Poce nel saggio compreso in I bambini e la scrittura, curato da Benedetto Vertecchi (Franco Angeli). Sebbene oggi la scuola elementare latiti nell’ambito calligrafico, la pratica è di moda e, come molte cose espulse dalla porta, rientra dalla finestra.
Lo testimonia il convegno che si sta per aprire a Milano, «La scrittura a mano ha un futuro»  (25-26 novembre, Archivio di Stato, via Senato 10), curato dalla Associazione Calligrafica Italiana, oltre ai numerosi corsi frequentati da adulti e da bambini in tutta Italia. Monica Dengo, calligrafa, è una delle persone che più hanno promosso questo ritorno all’attività manuale. Nella prefazione al suo volume Scrittura corsiva. Un nuovo modello per la scuola primaria un type designer islandese, Gunnlaugur S. E. Briem, riferisce di una ricerca condotta negli Stati Uniti con bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Divisi in due gruppi, è stato insegnato loro a scrivere usando la tastiera oppure a mano. Il gruppo di chi aveva appreso l’alfabeto a mano mostrava una maggior memoria rispetto all’orientamento delle lettere e distinguevano perfettamente la “p” dalla “q”; sottoposti a risonanza magnetica, manifestavano un’attività cerebrale simile a quella di un adulto; inoltre leggevano più rapidamente, dal momento che riconoscevano in anticipo le lettere, le “vedevano” rispetto ai bambini istruiti con il computer.
Certo, scrivere a mano non è affatto una cosa semplice. Narciso Silvestrini, studioso di teoria del colore e di geometria, ci ricorda che per poter scrivere con abilità occorre che il bambino possieda una raffinatezza nel movimento del braccio e della mano; tra l’omero e il pollice ci sono ben 29 ossa, che devono essere coordinate; questo avviene solo a partire dal quinto anno d’età, quando le abilità motorie cominciano ad accrescersi. La prima cosa che i bambini fanno con la matita è disegnare, mentre scrivere, oltre che un processo di apprendimento, necessità di un’ulteriore capacità motoria, come andare in bicicletta.
La scrittura diventa un fatto naturale, un abito psicofisico quasi spontaneo solo più tardi, come ha scritto Giorgio R. Cardona in Antropologia della scrittura (Utet), e si scrive così come si parla e come si gesticola. La scrittura a mano combina insieme vari aspetti complessi: quello linguistico (la lettera come simbolo che si rapporta con il suono), quello grafico (le lettere hanno una loro precisa forma), quello psicologico (la lettera è anche un modo di percepire ed esprimere se stessi). In un libro uscito qualche anno fa, molto utile per chi insegna a scrivere a mano, Scrivere meglio (Stampa Alternativa & Graffiti), Francesco Ascoli e Giovanni de Faccio mettono bene in mostra una cosa: ogni scrittura a mano corrisponde ad una personalità, l’evidenzia e l’esprime, in particolare la scrittura corsiva. Monica Dengo sostiene che la scrittura corsiva è la forma più evoluta, quella che permette il passaggio dal flusso dei pensieri al foglio; istituisce infatti un rapporto di continuità tra corpo, gesto e segno. Roland Barthes lo spiega bene in Variazioni sulla scrittura (Einaudi) del 1973: «Il rapporto con la scrittura è il rapporto con il corpo». Ci sono tante scritture quanti sono i corpi, e anche storicamente tante scritture quanti sono i supporti su cui gli uomini hanno scritto; inoltre, come ricorda il semiologo, scrivere non è solo un’attività tecnica, ma anche una pratica corporea di godimento. Spesso ci si dimentica di questo fondamentale aspetto. Barthes ribadisce come il tradizionale addestramento alla scrittura, partendo dal tracciare le aste prima delle lettere, fosse una pratica rigida che allontanava il godimento. Non a caso Maria Montessori suggeriva di iniziare con le forme rotonde. Nell’Ottocento l’insegnamento della scrittura era collegato a una sorta di ortopedia sociale: corpo eretto, posizione frontale, braccia appoggiate al tavolo, occhi disposti a eguale distanza dal foglio. La scrittura ha perciò a che fare con l’etica, scrive Barthes, com’è evidente in questa postura.
Perché a Silicon Valley insegnano pratiche lente come la calligrafia? Perché così si armonizzano meglio attività manuali e attività intellettuali. La rapidità della scrittura con la tastiera, priva di quella fisicità che avevano nel passato le macchine meccaniche, sviluppa una rapidità mentale quale valore, piuttosto che come un esito effettivo. Andare sempre più veloci, è il totem contemporaneo. E non c’è solo questo. Per arrivare a scrivere bene e chiaro, si è costretti a sperimentare, ha sostenuto Silvestrini, il vasto mondo delle forme grafiche, quello segnato da scarabocchi, graffi, sgorbi, quel caos scrittorio fondamentale nella formazione di ogni individuo, bambino o adulto che sia: tremolio, atarassia, pause, corea. È il vasto oceano dell’agitazione e del turbamento, il pelago che s’attraversa crescendo. Se non si scrive più a mano si smarrisce un altro dei fondamentali riti di passaggio, e svanisce insieme la memoria di quante emozioni e sconcerti comporti l’atto dello scrivere nel lento processo del diventare adulti.

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Penna batte tastiera. Gli appunti intelligenti

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Matteo Persivale, “Corriere della Sera”, 18 giugno 2016

Ludwig Wittgenstein proibiva ai suoi studenti del Trinity College di Cambridge di prendere appunti durante le lezioni perché, diceva, chi prende appunti si concentra su quel che sta scrivendo, non su quel che sta ascoltando (le lezioni del filosofo austriaco peraltro erano talmente complesse e dense che Wittgenstein, alla fine, andava al cinema da solo, in prima fila, per immergersi completamente nelle immagini che scorrevano sullo schermo: basta sfogliare il suo Tractatus Logicus-Philosophicus per sentirsi solidali con i suoi studenti senza quaderno per gli appunti).
Ora però tutto quel che credevamo di sapere sul modo di prendere appunti finisce capovolto. Due anni fa erano stati gli psicologi americani P.A. Mueller (Princeton) e D.M. Oppenheimer (Ucla) che nello studio «The pen is mightier than the keyboard: Advantages of longhand over laptop note taking» (Psychological Science), «La penna è più forte della tastiera: vantaggi degli appunti scritti a mano libera sugli appunti presi al computer», avevano rilevato come ci siano prove che gli appunti presi a mano durante una lezione accademica siano superiori — ci facciano imparare di più — rispetto a appunti presi trascrivendo parola per parola al computer quel che si sta ascoltando. Mueller e Oppenheimer ipotizzavano che prendere appunti scrivendo a mano comporti un’analisi più approfondita di quel che si sta ascoltando, con un miglior apprendimento e una miglior assimilazione dei dati. Ora due scienziati norvegesi, Audrey van der Meer e F.R. van der Weel del laboratorio di Neuroscienze dello Sviluppo del dipartimento di Psicologia dell’università Ntnu di Trondheim hanno confermato le conclusioni dello studio americano con dei dati elettro-fisiologici.
Spiegano: «Abbiamo trovato prove elettro-fisiologiche dirette che supportano quello studio. Abbiamo trovato che nel momento in cui si usa la penna elettronica di un tablet, invece della tastiera di un computer, per prendere appunti, le aree cerebrali coinvolte, parietali/occipitali, mostravano attività desincronizzata (Erd), e la letteratura esistente suggerisce che queste siano le premesse ottimali per l’apprendimento. Durante l’uso della tastiera del computer invece abbiamo rilevato attività sincronizzata (Ers) nelle regioni centrali e frontali. Questa attività viene spesso associata a processi cognitivi complessi e alla creazione di idee».
Parlare con Van der Meer e van der Weel significa trovarsi archiviare tanti retaggi del passato: «Gli studenti, per esempio, di facoltà come Medicina e Ingegneria che per decenni hanno fatto maratone di studio sottraendo tempo al sonno, e addirittura c’era chi negli anni ‘50 e ‘60, quando erano ancora legali, faceva uso di anfetamine sotto esame? Controproducente perché impariamo dormendo, il cervello è proprio durante il sonno che assimila».
Pensano anche che la tastiera da computer come noi la conosciamo sia in difficoltà. Più della penna: «L’ipotesi che la tastiera sia in procinto di diventare obsoleta è realistica: non useremo più le mani, ma gli occhi, ci sono diverse tecnologie allo studio che potrebbero portarci in questa direzione. È chiaro che ha avuto vita così lunga perché è versatile, semplice da imparare, rapida. Però, come abbiamo visto nel nostro studio, non è un buon strumento per prendere appunti, il nostro cervello “preferisce”, per così dire, la scrittura a penna con una singola mano. Che è, neurologicamente, un gesto più simile al disegnare di quanto lo sia scrivere a macchina».
Il nostro cervello, spiegano i due scienziati norvegesi, «ama specializzarsi: noi studiamo il modo in cui il cervello comunica con se stesso: comunica tramite oscillazioni, in modo sincronizzato e de-sincronizzato: l’attività de-sincronizzata ha numerosi effetti benefici sul nostro apprendimento». L’aspetto un po’ paradossale di questo studio — che la scienza indichi come la parola scritta, su carta, abbia ancora un senso in quest’era digitale — non sfugge agli autori: è chiaro che il futuro della scrittura a mano, non sappiamo quanto prossimo, sia quello della penna digitale e del display. Ma carta e penna hanno avuto una vita così lunga per un motivo chiaro: si sposano molto bene con l’attività dinamica del nostro cervello».

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Contrordine in classe: “Attenti al tablet crea nuovi analfabeti”

Lo studio di Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani: difficoltà a scrivere in chi usa troppi strumenti hi-tech
“Il copia e incolla riduce la consapevolezza ortografica e le capacità argomentative”
Salvo Intravaia, “La Repubblica”,  7 gennaio 2016

L’uso massiccio di pc e internet a scuola non assicura miglioramenti nelle performance degli alunni. Ma addirittura ne determinerebbe un calo negli apprendimenti. Benedetto Vertecchi, noto pedagogista italiano, riapre la diatriba tra coloro che considerano tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) nelle aule scolastiche un toccasana contro gli scarsi risultati e i tanti docenti che continuano a credere nell’insegnamento alla vecchia maniera, con tabelline e poesie imparate e memoria. L’ultimo scritto del docente umbro ha un titolo emblematico: Alfabeto a rischio.
E fa un passo avanti rispetto alla ricerca – Nulla dies sine linea – condotta un paio di anni fa. Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre, sostiene che l’uso delle tecnologie determina «una caduta nella capacità di scrivere» non solo in senso meccanico, con grafie sempre più incomprensibili o strani mix di stili e caratteri nelle stesse parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo. Ma problemi anche nell’apprendimento. «Una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio». In pratica, «l’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni»: gli alunni delle scuole elementari hanno sempre più difficoltà a usare le forbici e a livello ortografico sono spesso un disastro. «L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa ».
Ma per Vertecchi l’effetto più pericoloso è la caduta della memoria. «La tecnologia abitua i bambini a pensare che c’è sempre una risposta all’esterno», e non nella loro testa.
Tra qualche giorno – dal 22 gennaio al 22 febbraio – partiranno le iscrizioni al prossimo anno scolastico e per accaparrarsi iscritti, nei loro giri di promozione nelle scuole medie, i docenti delle superiori pubblicizzano l’armamentario tecnologico in possesso del proprio istituto. Il non plus ultra è rappresentato dal tablet in dotazione a tutti i docenti della scuola per aggiornare il registro elettronico e collegarsi ad internet, e le classi tappezzate di Lim. Ma adesso comincia a farsi strada l’idea che tutta questa tecnologia all’interno delle aule scolastiche possa anche essere deleteria.
Del resto, che l’uso ossessivo dalla più giovane età di smartphone e console produrrebbe solo problemi, e non solo a carico della scrittura, non è un’idea del solo Vertecchi. Manfred Spitzer, che nel 2013 ha scritto il saggio Demenza digitale, ha posto in rilievo i danni mentali che conseguono da un uso dissennato di strumenti tecnologici. Perfino l’Ocse ha di recente ammesso che «nonostante i notevoli investimenti in computer, connessioni internet e software per uso didattico, non ci sono prove solide che un maggiore uso del computer tra gli studenti porti a punteggi migliori in matematica e lettura» nei test Pisa. In uno degli ultimi approfondimenti – Students, Computers and Learning. Making the connection – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico mette in evidenza una realtà piuttosto inquietante: i quindicenni che mostrano le migliori performance in lettura e matematica sono quelli che utilizzano le tecnologie a scuola meno della media dei loro compagni. Per questo «in alcune scuole svizzere e statunitensi – conclude Vertecchi – l’uso delle tecnologie è inibito fino ad una certa età o fortemente limitato».

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Memoria minuitur nisi exerceas

SOCRATE: Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d’Egitto c’era uno degli antichi dèi di quel luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l’Egitto era Thamus e abitava nella grande città dell’Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l’utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciscun’arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso.
Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».
E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora, essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.
Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con loro, perché sono diventati conoscitori di opinioni invece che sapienti.
PLATONE, Fedro, 274 c – 275 b, trad. it. G. Reale

A. ERCOLANI, Memoria e memorizzazione: dalle parole agli oggetti, Aulalettere Zanichelli, 2015

Umberto Eco, “Caro nipote, studia a memoria”, “L’Espresso“, 3 gennaio 2014
Claudio Lagomarsini, INTERNET, LA MEMORIA, IL MITO DI THEUTH. (RISPOSTA A UMBERTO ECO DA UN NIPOTE POTENZIALE), minima&moralia

Danilo di Diodoro, Oggi siamo tutti un po’ smemorati. Non chiedere troppo alla tua memoria,
“Corriere della Sera – Salute”, 15 febbraio 2015

La memoria di cui sono dotati gli esseri umani, in un mondo in cui ci sarebbero sempre più cose da ricordare, tende ad apparire ogni giorno meno adeguata. Sono tanti i ricordi e le informazioni che possono mancare all’appello nel momento in cui servirebbero: il nome di una persona già incontrata, il numero dell’ennesimo PIN, la password di quel sito internet al quale ci si era iscritti alcuni mesi prima, e così via. Quando le dimenticanze iniziano a ripetersi, subentra la preoccupazione, specie quando si avanza con l’età. Sarà normale una memoria tanto lacunosa?
Certo è che la quantità di informazioni da tenere a mente è aumentata a dismisura negli ultimi decenni, specialmente per chi è impegnato in attività professionali molto “esigenti” sotto questo profilo. Così, oltre ai veri disturbi della memoria, più o meno correlati al possibile sviluppo di demenze, gli specialisti stanno iniziando a individuare condizioni in cui la caratteristica fondamentale è l’insoddisfazione personale per le proprie prestazioni mnemoniche. È come se chi vive nel complesso mondo contemporaneo stesse prendendo coscienza della differenza tra una memoria ideale, capace di ricordare tutto quello che servirebbe, e la memoria reale, che non riesce invece a stare al passo.
Una di queste condizioni di memoria normale, ma percepita come insufficiente, è il cosiddetto disturbo funzionale della memoria . È uno stato nel quale ci si lamenta già da alcuni mesi delle prestazioni della memoria a fronte di un ambiente che richiederebbe di ricordare molte cose diverse. Non c’è nessuna specifica causa, né fisica né mentale. «È un disturbo più comune tra le persone che si collocano su un piano elevato dal punto di vista degli studi effettuati e dell’appartenenza professionale e socio-economica — spiegano gli autori di una ricerca in merito, guidati da Blackburn del Department of Neuroscience dell’University of Sheffield (Gran Bretagna) —. Persone che hanno un atteggiamento perfezionistico nei confronti delle prestazioni mnemoniche sono più a rischio di sviluppare una risposta di disadattamento a mancanze o errori di memoria, ma anche alle variazioni normali a cui questa funzione va incontro in seguito a cambiamenti dell’umore, allo stress, all’avanzare dell’età».
Il fenomeno può avere un carattere di automantenimento. Infatti, chi nota anche piccole difficoltà nella propria abilità di ricordare, aumenta il livello di attenzione nei confronti delle prestazioni cognitive, generando la sensazione che ci sia qualcosa che non va. «In poche parole — dicono i ricercatori — si sviluppa un vero sintomo cognitivo in seguito a un cattivo abbinamento tra una domanda di memoria molto esigente, ad esempio per motivi professionali o per la necessità di lavorare in multitasking, e le risorse mnemoniche disponibili». E più la condizione di stress si prolunga, più la memoria, spremuta, tende a funzionare male, così che la condizione diventa disturbante.
Un’altra condizione di memoria insoddisfacente, ma non necessariamente patologica, è il cosiddetto mild cognitive impairment (“deterioramento cognitivo lieve”). Si tratta di uno stato sulla cui natura, e soprattutto sulla cui evoluzione, ci sono molte perplessità anche tra gli esperti. Chi ne soffre manifesta una reale riduzione delle capacità cognitive, soprattutto quelle mnemoniche, ma il funzionamento della vita quotidiana è preservato. Può essere dovuta all’età, o essere la conseguenza di uno stato depressivo prolungato, di un cronico abuso di alcol. A questa variabilità di cause corrispondono sintomi sfumati e incostanti, e un’incertezza sull’evoluzione. «L’intenzione originaria di questa diagnosi era di consentire l’individuazione di persone ad alto rischio di Alzheimer o di altre condizioni neurodegenerative che possono portare alla demenza — spiegano i ricercatori —. Ma è un obiettivo che non si può considerare raggiunto». Infatti, in molti casi il deterioramento cognitivo lieve è una condizione transitoria, che consente un pieno recupero, come accade quando si supera uno stato depressivo protratto. Quindi, non ha nulla a che vedere con nessuna forma di demenza né presente né futura. «Eppure tra i non specialisti e la gente comune c’è la convinzione che qualunque grado di deterioramento cognitivo lieve indichi persone che procederanno inesorabilmente verso una forma di demenza» aggiungono gli autori dello studio. E una ricerca realizzata tra i neurologi americani ha dimostrato che perfino il 20% di loro aveva tale erronea convinzione.
Queste condizioni, un po’ a metà strada fra lo stato normale e quello patologico, indicano che tra di essi non vi è una netta separazione. Si può avere una perdita di alcune funzioni cognitive del tutto transitoria, o stabile ma che non procederà mai oltre, mentre solo pochi casi diventeranno vera demenza. La ricerca è impegnata a individuare il più precocemente possibile proprio quegli specifici casi.

Benvenuto, Montag!»
«Ma io non appartengo al vostro mondo» disse finalmente Montag, lentamente. «Io sono stato solo un idiota per tutta la mia vita!»
«Oh, siamo avvezzi a cose del genere. Tutti noi abbiamo commesso la specie giusta di errori, diversamente non saremmo qui. Quando eravamo singoli, separati individui, non avevamo altro che una gran rabbia in corpo. Io presi a pugni un milite del fuoco, venuto a bruciare la mia biblioteca, anni fa. Da allora, sono un fuorilegge. Vuoi dunque essere dei nostri, Montag?»
«Sì.»
«Che cosa hai da offrire?»
«Nulla. Credevo di avere parte dell’Ecclesiaste e forse un po’ dell’Apocalisse da dare, ma ormai non ho nemmeno più questi.»
«Il Libro dell’Ecclesiaste sarebbe una cosa magnifica. Dove lo avevi?»
«Qui» e Montag si toccò la fronte.
«Ah» sorrise Granger, annuendo.
«Che cosa c’è di male? Non è giusto, forse?» disse Montag.
«Più che giusto: perfetto!» Granger si volse al Reverendo: «Abbiamo un Libro dell’Ecclesiaste?»
Uno solo. Presso un certo Harris, a Youngs town.»
«Montag», e Granger strinse forte la spalla di Montag. «Sii prudente.
Abbi cura della tua salute. Se dovesse succedere qualcosa a Harris, “tu” sei il Libro dell’Ecclesiaste. Vedi come sei diventato importante da un minuto a questa parte?»
«Ma non me lo ricordo più!»
«No, niente mai si perde veramente. E poi conosciamo qualche sistema per liberarti dei tuoi disturbi di trasmissione.»
«Ma ho già tanto cercato di ricordare!»
«Non sforzarti oltre. Ti ritornerà in mente, quando ne avremo bisogno.
Tutti noi abbiamo la memoria fotografica, ma sprechiamo l’intera esistenza a imparare a rimuovere le cose che in questa nostra memoria si contengono. Il nostro Simmons, qui, ha lavorato per vent’anni sul problema ed ora abbiamo il metodo mediante il quale ricordare tutto quanto s’è letto una volta. Ti piacerebbe, uno di questi giorni, Montag, leggere la “Repubblica” di Platone?»
«Ma certo!»
«Sono io la “Repubblica” di Platone. Vuoi leggere Marc’Aurelio? Il professor Simmons è Marc’Aurelio.»
«Molto lieto» disse Simmons.
«Piacere» disse Montag.
«Voglio presentarti Gionata Swift, autore di quel malvagio libro politico, “I Viaggi di Gulliver”! E quest’altro è Carlo Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein, e questo al mio fianco è il signor Albert Schweitzer, un pensatore di gran cuore, davvero! Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, il Mahatma Gandhi, Gautama Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson, Lincoln, se permetti. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni.»
Tutti intorno risero sommessamente.
«Impossibile» disse Montag.
«Oh, possibilissimo, anzi!» rispose Granger con un sorriso. «Perché anche noi siamo dei bruciatori di libri. Leggevamo i libri e poi li bruciavamo, per paura che ce li trovassero in casa. I microfilm non servivano, eravamo sempre in viaggio, non volevamo dover sotterrare il film in attesa di ritornare. Sempre il rischio di essere scoperti!
Meglio tenersi tutto quanto in testa, dove nessuno può venire a vedere o sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi di storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Paine, Machiavelli o Gesù Cristo, ecco tutto”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953

Edoardo Boncinelli, Ogni notte riplasmiamo i ricordi da trattenere, “Corriere della Sera – La Lettura”, 18 gennaio 2015

La memoria è una facoltà straordinaria, forse la più fantastica che possediamo, al pari del linguaggio e della coscienza, ma ne sappiamo assai poco. Sappiamo che i nostri ricordi vengono acquisiti attraverso un organo specifico, l’ippocampo, e poi, se tutto va bene, fissati in qualche parte della corteccia cerebrale (ma ignoriamo dove). Anzi, non sappiamo nemmeno come sono scritti i ricordi, cioè conservati in maniera stabile o quasi stabile. Uno dei grandi compiti che i neuroscienziati dovranno affrontare nel prossimo futuro è proprio quello di determinare dove e come sono scritti i nostri ricordi, che prenderanno probabilmente la forma di tracce mentali custodite in un certo numero di cellule nervose, o forse un po’ in tutte.
Quello che abbiamo appreso di recente, però, è che queste tracce nervose non rimangono lì inerti e fisse, ma vengono sistemate e riorganizzate di continuo. Tale fatto può stupire perché il modo che a noi sembrerebbe migliore per conservare intatti i ricordi è quello di non toccarli proprio. Ma non è così. Per conservarli nella maniera più efficace sembra necessario modellarli e rimodellarli in continuazione, diciamo a intervalli regolari, anche perché di ricordi se ne accumulano sempre di nuovi e occorre «spostare» i vecchi per lasciar posto ai nuovi senza perdere né questi né quelli. Che cosa ciò voglia dire è perfino difficile da immaginare, ma le osservazioni sperimentali ci dicono che è così e che il processo in questione non si arresta mai.
Da ragazzo ho imparato per esempio il teorema di Pitagora e me lo ricordo, anche se passo lunghi periodi di tempo senza farne uso, senza rinfrescarne il ricordo. Ma nel frattempo ho imparato tante altre cose, tante altre nozioni e memorie di eventi che mi sono accaduti. È concepibile quindi che l’immagine interiore del teorema di Pitagora che avevo allora sia diversa da quella che ho oggi e che entrambe siano diverse da quella che potevo avere quando mi sono laureato, tanto per dirne una. Ho imparato per esempio nel frattempo che non tutta la geometria è euclidea, pertinente cioè a uno spazio privo di curvatura. Esistono le geometrie non euclidee, a curvatura positiva o negativa, e per quelle il teorema di Pitagora prende forme ben diverse. Anche se non faccio il matematico e non so dire che forma prenda, ho acquisito comunque una nuova consapevolezza e per me il significato del teorema non può essere stato sempre lo stesso nel tempo. Per non parlare di cose che ho appreso di recente, come l’espansione dell’universo o l’esistenza della materia oscura.
Se i ricordi fossero taccuini conservati in un armadio o anche solo file elettronici conservati nella memoria di un hardware, con il passare degli anni l’armadio o la memoria dell’hardware dovrebbero essere sempre più grandi e a un certo momento raggiungere limiti invalicabili, tuttavia sappiamo che non è così. Posso sempre acquisire nuove nozioni o il ricordo di nuovi fatti senza per questo perdere il teorema di Pitagora né il ricordo della mia cresima.
Non riesco proprio a immaginare come questo sia possibile, ma arrivo a capire come il lavoro implicato in quest’opera sia titanico e allo stesso tempo della massima precisione. Un po’ accade tutte le notti. Il sonno è necessario — senza si muore — ed è necessario in particolare per l’acquisizione e la conservazione dei ricordi. Durante la notte il nostro cervello riesamina tutto quello che abbiamo imparato o percepito durante il giorno, vengono eliminati probabilmente un sacco di dettagli «inutili» — ma che cosa è inutile in biologia? — e quello che resta viene preparato per l’immagazzinamento. Per ottenere questo occorrerà fare un po’ di posto per il nuovo senza perdere il vecchio e, soprattutto, senza perdere le connessioni, logiche e meno logiche, fra le varie nozioni e i vari vissuti. Questo misteriosissimo lavorìo crea nuovi ricordi e conserva i vecchi, ma soprattutto trasforma le percezioni di ogni tipo in ricordi veri e propri. È concepibile che ciascuno abbia un po’ il suo stile. Noi siamo i nostri ricordi e in primo luogo il tipo di criterio utilizzato per far prendere forma di ricordo alle nostre percezioni.

Giulio Camillo Delminio, Disegno per il Teatro di memoria (1550)

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To be continued…

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