Archivi del mese: giugno 2013

Alessandro Baricco, Saper perdere

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Ecco come dobbiamo rivalutare i fallimenti e trasformarli in momenti di vera felicità.

Baricco: vi spiego perché alla fine le sconfitte aiutano a vincere, “La Repubblica”, 29 giugno 2013
Mi scuso, ma partirei da una constatazione personale: se devo guardare alla mia vita, io non sono mai stato tanto bene come quando ho perso. Vorrei chiarire, peraltro, che sono un tipo orrendamente competitivo, mi secca perdere anche a pari e dispari, non mi diverto se non c’è un traguardo visionario da raggiungere, odio la parola “pareggio”, mi riesce più facile qualsiasi cosa se davanti ho un avversario da schiacciare, e in generale mi sveglio al mattino con il discutibile scopo di vincere qualcosa. Insomma, sono uno di quei nevrotici che invece di godersi la vita risultano inclini a interpretarla come un duello. E qui sta il fatto curioso: adoro la sconfitta. Diciamo che la adoro con cautela, senza autolesionismo, e con saggissima misura: la adoro fino a un passo prima di farmi del male, ecco. Ma certo la conosco come un’esperienza a suo modo deliziosa, e sorprendentemente vitale. Non vorrei spingermi troppo in là, ma se cerco di ricordare momenti di cristallina felicità, spesso li riconosco associati a momenti di sconfitta. Non subito, non quando la sconfitta accade: lì ho ben presente lo smarrimento, la percezione un po’ appannata del mondo circostante, la provvisoria perdita di controllo di molte facoltà estremamente utili. Lì è uno shock e basta. Ma per qualche minuto, qualche ora — magari giorni. Poi subentra quell’altro stato d’animo, di delizia pura, di leggerezza incondizionata e di libertà quasi infantile. Una volta mi è accaduto di salire sul palcoscenico di un teatro, al termine della Prima di un mio testo, e di provare la fisica sensazione della sconfitta nel boato di fischi che mi ha seppellito. Non la ricordo come una sensazione propriamente gradevole: non ricordo cosa ho fatto, né come ho trovato la via per tornare dietro le quinte. Ma molto distintamente ricordo una passeggiata un paio di giorni dopo, nel tempo vuoto di una giornata da sconfitto (nessuno ti cerca, in quelle situazioni…), me ne camminavo con una leggerezza che non conoscevo da anni, vedendo dettagli che da tempo immemorabile non notavo, immerso in una felicità che solo posso descrivere come una totale assenza di ansia, di urgenza e di rimorsi. Un giorno celeste. D’altra parte, se posso continuare con annotazioni autobiografiche, mi rendo conto di aver scritto, nei miei libri, soprattutto storie di perdenti, e questo vorrà pur dire qualcosa. Se devo essere più preciso, molti miei personaggi non sono, semplicemente, dei perdenti: sono tipi a cui interessa il duello ma non il risultato, la liturgia e non il miracolo, il cammino e non la meta. Quanto più sono tipi straordinari (e lo sono quasi sempre), tanto più sembrano disinteressati a trarre profitto dalla propria straordinarietà. Gli piace giocare la partita, ma hanno un’impercettibile ritrosia a vincerla. Evidentemente è il tipo di eroe che mi va di raccontare: geni che scompaiono per finire a pulire cessi da qualche parte, pianisti eccezionali che non scendono mai da una nave, architetti visionari che non approdano a nulla. Perfino nelle storie d’amore — che, com’è noto, sono duelli — i miei personaggi sembrano spesso metter tutto il loro talento nel coniare forme adorabili per amarsi senza riuscire a farlo. Ricordo distintamente di aver iniziato un libro, che poi sarebbe stato quello che mi ha portato al successo, con questo intento preciso: riuscire a scrivere un’immane storia d’amore in cui i due non scambiavano nemmeno una parola. Insomma, non ne farei una poetica consapevole, ma certo anche nei miei libri si ritrova la stessa aporia che ho dovuto imparare a riconoscere nella mia vita. La descriverei così: quanto più grande è la passione per la competizione, tanto più è irresistibile l’istinto a interpretare la vittoria come qualcosa di inelegante, banale, e alla fine poco produttivo. Sono un tipo strano. Ma neanche poi tanto, ho scoperto, il giorno in cui mi è finito in mano un bellissimo saggio di Wolfgang Schivelbusch. Si intitolava La cultura dei vinti. La tesi — a cui devo infinita simpatia e gratitudine — era la seguente: se si sta un attimo attenti alla Storia, quello che si impara è che spesso, all’indomani di grandi scontri militari, a risultare più vitali, forti e veloci a rimettersi in moto sono i popoli sconfitti. Nel dettaglio, il libro studia tre casi: il Sud degli Stati Uniti dopo la Guerra di Secessione, la Francia dopo Sedan e la Germania dopo la sconfitta nella Prima Guerra mondiale. Ma più ancora che quei tre casi (se ne potrebbero trovare altri, peraltro, che dimostrerebbero il contrario), mi affascinò l’intelligenza con cui Schivelbusch entrava in certi schemi mentali, o paesaggi sentimentali, tipici degli sconfitti: trovandovi il germe di una forza, e perfino di una felicità, che i vincitori si sono sempre sognati. Giuro che era piuttosto convincente. Tra le tante argomentazioni, una me la ricordo distintamente, perché dimostra come questa illogica predisposizione dell’umano a sguazzare nella sconfitta abbia radici antichissime, e nobili. Era un’osservazione che in realtà non aveva nulla di nuovo, per me: ma, con una certa cecità, non mi ero mai reso conto della sua portata simbolica. La circostanza, curiosa, è questa: se vogliamo tornare alla madre di tutte le guerre, la guerra di Troia, ecco quel che successe: i vincitori tornarono dalla guerra andando incontro a disgrazie di ogni tipo (in fondo quello a cui andò meglio fu Odisseo, che se la cavò con un ritorno un tantino complicato). In compenso, e per ragioni che francamente appaiono incomprensibili, i troiani compaiono in almeno tre miti di fondazione dall’indubbia importanza: di Enea e del suo ruolo nella fondazione della romanità si vociferava già prima di Virgilio; secondo una popolare leggenda del VI secolo, la Francia deve la sua fondazione a Francio, uno dei figli di Priamo; infine, secondo l’autorevole testimonianza di Goffredo di Monmouth, l’Inghilterra deve la sua nascita a Bruto, uno dei nipoti di Enea. Si tratta di miti di fondazione, come ho detto: ma non è curioso che tre potenze mondiali come quelle si siano andate a cercare gli antenati nella stirpe che più di tutte impersona l’esperienza della sconfitta, della disfatta, del disastro? Insomma, è una cosa che viene da lontano. E probabilmente è una cosa assai più complessa di quanto qualche bonaria annotazione autobiografica possa suggerire.

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Come è nato l’universo?

I video animati prodotti da TED Ed Animations in collaborazione   con il CERN di Ginevra. CLICCA QUI

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Prima prova 2013

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MARCO LODOLI, Quei temi troppo belli per gli esami di maturità, “La Repubblica”, 20 giugno 2013

UNA vera prova di maturità, un vero confronto con le paure e le speranze di una giovinezza che sta per lasciare il porto quasi sicuro della scuola e avventurarsi nel mare aperto e tempestoso della vita adulta: così mi suonano queste tracce su cui i nostri diciottenni hanno dovuto ragionare. Di sicuro sono serviti i testi scolastici, la preparazione di migliaia di ore passate in un banco, le lezioni appassionanti o un po’ noiose degli insegnanti, ma stavolta mi sembra che ai candidati sia stato chiesto uno scatto di personalità, la dimostrazione di non essere stati assenti o distratti mentre il mondo, in questi anni, in questi mesi, produceva i suoi problemi e le sue contraddittorie soluzioni. Bisogna aver studiato, ma bisogna anche aver letto i giornali, le riviste, aver navigato sui siti di informazione, aver discusso e litigato con gli amici, aver sentito crescere una nuova consapevolezza. Bisogna aver sentito che la giovinezza è pronta a caricarsi di qualche responsabilità, che è finita la lunga epoca della spensieratezza totale.
La letteratura ci spiega che la vita è un viaggio, e che è necessario essere pronti per affrontarlo con gli strumenti e i sentimenti migliori: Claudio Magris, grande conoscitore della letteratura mitteleuropea, invita a comprendere che ogni scrittore è anche un pellegrino, che ogni libro importante è un’avventura conoscitiva, un viaggio verso l’ignoto. La vita non è un villaggio- vacanze, un posto dove tutto è già preordinato per organizzare al meglio la distrazione: è un percorso accidentato, con molte salite e molti imprevisti. Omero, Dante, Cervantes, Melville, Collodi, tanti grandissimi scrittori hanno raccontato questa avventura esistenziale, ognuno a modo suo ha rinnovato la meravigliosa metafora del viaggio fuori e dentro di sé. Insomma, la letteratura non è un giardinetto fiorito, ma un percorso che sale e abbraccia sempre più mondo, un invito a partire, a seguire la propria prua.
Ma anche il tema sul rapporto tra l’individuo e la società di massa mi appare ben pensato. Ogni ragazzo percepisce il rischio dell’annichilimento dei propri talenti, dello scioglimento della propria unicità nell’indistinto di un gregge protettivo e infelice. È uno degli argomenti che più viene dibattuto nell’adolescenza, perché la paura della solitudine è pareggiata dal timore di non essere niente, solo un numero in una statistica, solo un corpo che vaga in un centro commerciale. La pressione del consumismo, delle mode, dell’impersonalità è avvertita a volte come una protezione e a volte come una minaccia, comunque come una questione decisiva con cui confrontarsi.
E naturalmente anche il tema del mercato e della democrazia tocca nervi scoperti: ogni ragazzo ormai sa che l’economia neoliberista lo scaraventerà prestissimo in mezzo a una spaventosa compravendita di qualità. Sa che anche la democrazia china il capo davanti all’onnipotenza del mercato, che gli Stati sembrano subire quelle regole feroci. C’è molto da ragionare sul rapporto difficile tra libertà e produzione, tra speranze individuali e brutalità finanziarie, tra vita e performance. Però, ripeto, bisogna aver letto qualcosa in più rispetto alle belle antologie scolastiche, bisogna dimostrare di aver tenuto gli occhi aperti e la mente attenta alle trasformazioni veloci degli ultimi anni. Non è scontato che in classe si sia affrontata l’impetuosa crescita delle economie emergenti e il declino altrettanto rapido delle nostre economie europee, basate fino a ieri sulla difesa dei diritti dei lavoratori e oggi costrette a rivedere crudelmente tutti i propri principi.
Insomma, tanti argomenti di bruciante attualità, tante proposte stimolanti. Speriamo che i nostri ragazzi in quest’ultimo periodo abbiano non solo studiato a fondo i programmi, ma abbiano anche allungato lo sguardo fuori dalle finestre della scuola, su un paesaggio che rassicura poco, in tumultuosa metamorfosi, nel quale già da domani dovranno cominciare a camminare.

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COMMENTO DELLA PRIMA TRACCIA

PAOLO DI STEFANO, Un invito a rovesciare i luoghi comuni,  “Corriere della Sera”, 20 giugno 2013

Bella scelta, in un tempo in cui la geografia prevale nettamente sulla storia, il viaggiare (fisico) è all’ordine del giorno, facilitato dalla tecnologia, dalla globalizzazione e dai voli low cost. 

Lo stile della pagina è estremamente piano. In fondo rispecchia in superficie la profondità dell’argomento: la paratassi prevalente demarca piccole e grandi frontiere (una virgola, un punto e virgola, i due punti, un punto, un trattino) tra una frase e l’altra, ma insieme le unisce, come fossero confini geografici. I segni interpuntivi sono solchi e insieme nessi. Gli infiniti (“oltrepassare frontiere; anche amarle… saperle flessibili…”) e lo stile nominale aumentano la semplicità del dettato e insieme la sua secchezza inquieta. L’ultimo periodo è il più complesso, con diversi gerundi che si inseguono in modo circolare, come circolare è il movimento del pensiero (il perdersi per ritrovarsi). L’immagine più eloquente è quella della frontiera come corpo umano: il senso della sua caducità. La frontiera è per definizione un’entità dialettica: separa e unisce, ostacola e permette il passaggio, distingue e assimila. Il viaggio capovolge il rapporto tra il noto e l’ignoto (molto bello il passo su Marisa Madieri). Il testo di Magris, nel suo andamento così confidenziale, invita a rovesciare i preconcetti, i pregiudizi e i luoghi comuni: ciò che sembrava familiare diventa misterioso e viceversa, ciò che sulle prime ci appariva diverso ci assomiglia. Il viaggio come conoscenza avvicina ciò che sembrava lontano e allontana (dallo sguardo) quel che era troppo vicino per potersene fare un’idea esatta.

Benevolenza per se stessi e piacere del mondo potrebbero anche coincidere: in una sorta di armonia tra interno e esterno, tra un sé ritrovato nel viaggio e il mondo. Rendersi permeabili agli altri per trovarne la disponibilità. Sottolineerei i verbi “mescolarsi” e “transitare”, che potenziano l’idea del viaggio come offerta di sé e conoscenza. Già in «Danubio» si mette in gioco l’idea di viaggio quale momento insostituibile di incrocio tra geografia e storia, tra armonie e disarmonie del tempo e dello spazio, tra individuo e collettività. Da notare come, anche qui, la storia ritrovi, nel suo contatto con gli spazi (dunque nel viaggio), una dimensione estremamente familiare e ravvicinata. Un’utile occasione di riflessione per una cultura, come la nostra, che tende a trascurare la diacronia a vantaggio di un eterno e fluido presente senza fine.

TIPOLOGIA B. 1. ARGOMENTO ARTISTICO-LETTERARIO

Marilyn trasfigurata, i Calciatori e il quiz Quando l’arte si misura con i media, di  VINCENZO TRIONE*

Finalmente, verrebbe da dire. Una traccia attuale, che invita a riflettere su un ampio territorio dell’arte contemporanea, impegnato, sin dai primi anni Sessanta, a individuare connessioni – spesso problematiche e conflittuali – tra avanguardia e comunicazione di massa, tra ricerca sperimentale e media, tra momento elitario e collettività, tra individuo e società. In particolare, si chiede agli studenti di interrogarsi sulle analogie e sulle differenze che collegano personalità ed esperienze piuttosto diverse. Uno dei protagonisti del realismo post-cubista: Renato Guttuso. Il padre della Pop Art statunitense: Andy Warhol. E – a sorpresa – un leggendario programma televisivo, «Lascia o raddoppia?», trasmesso dalla Fiera di Milano e condotto da Mike Bongiorno (dal 1955 al 1959).

Innanzitutto, occorre muovere dal tema che accomuna Guttuso e Warhol: ed è proprio il dialogo con i media. Pur con accenti differenti, entrambi sono, per richiamarci a una categoria cara a Umberto Eco, «integrati»: offrono risposte ottimistiche, assecondando le domande e le pressioni della loro età. Nelle loro opere, acquisiscono vari motivi del presente: li assumono nelle maglie del loro linguaggio, e li riscattano da ogni impersonalità. Intendono il loro lavoro come uno strumento atto a ridefinire completamente il ruolo e la funzione delle arti nella società. Vogliono stabilire un confronto tra sensibilità poetica e cronaca. Convinti che non esistano più verità assolute da esprimere, vivono la loro epoca in tutte le sue contraddizioni. Si propongono come «mediatori». Operano, cioè, «con» e «come» i media: mettono in contatto elementi diversi, costruendo reti di relazioni e di opportunità, in un fecondo dialogo aperto con il loro ambiente e con il loro tempo. Essi, per riferirci a una suggestione dell’Italo Calvino de Le città invisibili, accettano l’inferno, diventandone parte, «fino al punto di non vederlo più».

Guttuso 'Calciatori', 1965Guttuso ‘Calciatori’, 1965

Si pensi al Guttuso che ritrae un’azione calcistica, in Calciatori del 1965. Un soggetto spesso frequentato dai pittori: da Boccioni a de Stael. Evidenti i riferimenti alla Danza di Matisse. Una sinfonia di maglie. Una partita. Ma anche un catalogo di gesti e di prodezze atletiche. Un poema sportivo, fatto di frammenti. Un’epica moderna, in cui i corpi vengono trasformati in masse di colori. Un mosaico, dove le anatomie tendono a sfigurarsi.

E si pensi a Warhol, la cui Marilyn del 1967 rielabora uno scatto di Gene Korman, sul set di Niagara. Vi appare la diva, solenne e, insieme, maliziosa: i capelli biondi, la bocca carnosa e rossa, l’abito scollato, gli orecchini luccicanti. Il corpo sembra sporgersi leggermente in avanti, verso l’obiettivo. Warhol utilizza quella fotografia, e la modifica.

Andy Warhol, 'Marilyn', 1967Andy Warhol, ‘Marilyn’, 1967

Da rettangolare la rende quadrangolare. Cambia l’inquadratura: con un gesto freddo e asettico, si concentra solo sul viso. Elimina il décolté: cancella ogni distrazione erotica. Congela il glamour in uno stereotipo. Omette ciò che, nella realtà, occupa spazio e trasuda odore, sudore. Trasforma, come ha scritto John Updike, Marilyn in una «maschera tinta e ritinta, nel vistoso e triste teschio che rimane quando è vista senza desiderio». Evoca la morte, che corrode il trucco. Si porta oltre il bianco e il nero. Sperimenta una sorta di technicolor molto carico, utilizzando colori accesi e contrastati: una scelta che, come confesserà lo stesso artista, deriva dalla scoperta degli effetti di un televisore fuori sintonia. Infine, replica la medesima icona in quattro frames, in diverse variazioni cromatiche. Ma dov’è Marilyn? Non c’è più la star, non c’è più il mito. Warhol oscilla tra due piani: da un lato, vuole celebrare il fascino; dall’altro lato, rinvia continuamente a una dimensione tragica. Dipinge il viso dell’attrice come se fosse quello di una santa, su uno sfondo luminosissimo, addirittura abbacinante. Sulle orme di antiche suggestioni bizantine, ci presenta, secondo Arthur Danto, «santa Marilyn dei Dolori».

La traccia proposta dal Ministero ha il merito di suggerire un percorso tra linguaggi poco contigui. Indica una strada che conduce da uno degli ultimi corifei della pittura e della tradizione come Guttuso al profeta del superamento della manualità, in vista di una disinibita «riproducibilità tecnica» a oltranza, come Warhol. Il quale è stato anche tra i primi ad aver colto il ruolo omologante e pervasivo della televisione. Quel potere che, in Italia, raggiunge la sua vetta proprio con «Lascia o raddoppia?». Un quiz show di stampo americano, che riesce a entrare nelle case degli italiani, costringendoli a casa per una sera ogni settimana. Un programma che, al di là della sua innegabile dimensione «popolare», accoglie molte presenze culturali. Tra gli autori, vanta personalità come Eco e Leydi. Tra i concorrenti, musicisti come John Cage e storici dell’arte come Filiberto Menna. Dunque, non una semplice trasmissione. Ma un luogo che affascina tanti intellettuali: li spinge a ragionare sull’importanza «civile»dei media. Secondo alcuni, addirittura uno spazio con straordinarie potenzialità estetiche.

Di queste potenzialità si era fatto lucido e visionario interprete uno tra i nostri artisti più sofisticati e, insieme, più segretamente «mediatici»: Lucio Fontana. Autore, nel 1952, di un anticipatore Manifesto del movimento spaziale per la televisione. Originale riflessione sul rapporto tra arte e società. Vi si sostiene, tra l’altro: «Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio, viso sotto un duplice aspetto: il primo, quello degli spazi, una volta considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noti e sondati, e quindi da noi usati come materia plastica; il secondo, quello degli spazi ancora ignoti nel cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come divinazione. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti».

In fondo, è proprio qui la profezia di un’arte che, lungi dal contrapporsi alla società o dall’adeguarsi ai suoi riti effimeri, sappia diventarne parte. Fino a determinare una (possibile) estetizzazione dei media.

Università Iulm, vicepreside facoltà di arti, turismo e mercati

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.2 -AMBITO SOCIO ECONOMICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.3 – AMBITO STORICO-POLITICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.4 – AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO

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Prepararsi alla prima prova d’esame

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Non si azzardano previsioni, ma qualche buona lettura di “saggi brevi d’autore” – aggiornati nei contenuti ed ineccepibili nella forma – può aiutare ad affrontare meglio la prova di mercoledì.

Qualche proposta:

SCIENZA

Carlo Rovelli, La filosofia che chiarisce la fisica, “Il Sole 24 Ore – Domenica”,  16 giugno 2013

«E pur si muove!». Così, narra la leggenda, mormorava Galilei, mentre in pubblico dichiarava di rinunciare all’idea che la Terra si muovesse. Parole intense. Ma forse non tanto perché esprimono la determinazione dello scienziato che non vuole farsi dettare la verità; quanto piuttosto perché sembrano tradire quasi una lotta interiore. La lotta fra l’evidenza palese dell’immobilità della Terra intorno a noi e lo sconcertante sospetto che quest’immobilità sia illusoria, e stiamo roteando nel cosmo. Credo che ancora oggi ciascuno di noi, se per un attimo guarda intorno a sé le case o le colline e fa mente locale alla velocità con cui tutto ciò sta facendo capriole nello spazio (40 chilometri al secondo), non possa non risentire questa vertigine, e mormorare un po’ stupito «e pur si muove…». La scienza ci porta a queste scoperte contro-intuitive, che indicano i limiti del nostro senso comune; ma se il moto della Terra, chiarito nel 1600, è oggi integrato nel nostro sapere, altrettanto non si può dire delle sconcertanti scoperte sulla natura del tempo che hanno segnato il Ventesimo secolo. LEGGI TUTTO…

SOCIETA’

M. Faggioli, I beni culturali e la fiera ignoranza, PEM, TRECCANI MAGAZINE, 13 giugno 2013 

Gli italiani sono giustamente preoccupati del futuro dei “beni culturali” (una dizione fortunatamente vaga) che fanno del Belpaese uno dei paesi più visitati al mondo. La preoccupazione non è solo relativa al fatto che alla tutela e alla promozione di questi beni sono legate le fortune economiche dell’Italia, ma anche alla percezione che l’Italia ha di sé, come “paese” ancor prima che come “nazione” o “stato”. In questo senso, le politiche che un governo italiano adotta verso i beni culturali sono ormai diventate la cartina di tornasole di quale tipo di governo esso intende essere – oppure, quale tipo di governo esso può essere, alla luce di determinate condizioni politiche e di bilancio.

LEGGI TUTTO…

LETTERATURA

Francesco Piccolo, Perché Gatsby non sarà mai un grande film“Corriere – La Lettura”, 2 giugno 2013
Si può essere fedeli o infedeli, non importa. Il passaggio di una storia dalla letteratura al cinema è una questione di sottrazione. È come se il mondo della letteratura avesse più strumenti del mondo del cinema, ed è per questo motivo che poi il passaggio viene rubricato come «riduzione». Insomma, il cinema è la letteratura meno la letteratura. La qual cosa non è per forza una deminutio: dipende da quello che levi — o devi levare.
Il romanzo che si trasforma in film è un’operazione irresistibile, delicata, alle volte felice e alle volte impossibile. Ci sono dei romanzi che sembrano essere stati scritti pensando alla trasposizione cinematografica (perfino Alberto Moravia veniva accusato di tale furbizia), e altri che sembrano del tutto restii. Come Il grande Gatsby. Che non potrà mai davvero funzionare, anche se la pirotecnia di Luhrmann prova ad aggirare l’ostacolo: perché Fitzgerald lega la sua scrittura al racconto della superficialità, riuscendo in modo inimitabile a raccontare quella profondità — o meglio, la malinconia, il dolore inafferrabile — che c’è sotto la superficialità dei suoi personaggi. In questo, è l’amico americano di Marcel Proust,ma in una versione contemporanea e dannata. LEGGI TUTTO…

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Classi Terze: avviso importante

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Gli alunni delle classi terze che abbiano ricevuto la lettera di aiuto in ITALIANO e/o LATINO dovranno svolgere le attività estive riportate nei documenti reperibili su www. illuminations.tk (area riservata, classi terze, italiano, letteratura OPPURE classi terze, latino).

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Why not? «Dimostra il teorema e vinci 1 milione »

The Beal Conjecture and PrizeLEGGI TUTTO…

 

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Per la classe V B

Finalmente! Su http://www.illuminations.tk  (Area riservata, classi quinte-italiano-paradiso) è a disposizione il file “Le 23 domande”.

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Per le classi III BS e III F

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Sono a disposizione nell’area riservata di http://www.illuminations.tk  (classe terza, italiano, letteratura) le attività di lettura e scrittura per l’estate 2013.

Buona estate a tutti.

P.S.: nella sezione Letture di di http://www.illuminations.tk ogni settimana sarà proposta una lettura. Se avete qualche richiesta, fatemi sapere.

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… le stelle a riveder…

Per riassumere e concludere un anno di Inferno:

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I want to… Per la V B, “last but not least”.

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David Nicholls, Le domande di Brian, 2003
“Voglio essere in grado di ascoltare suonate per pianoforte e sapere chi le sta suonando. Voglio andare a concerti di musica classica e sapere quando si dovrebbe applaudire. Voglio poter capire il jazz moderno senza che mi sembri tutto un terribile sbaglio, e voglio sapere di preciso chi sono i Velvet Underground. Voglio essere completamente impegnato nel Mondo delle Idee, voglio comprendere i sistemi economici complessi e cosa ci vede la gente in Bob Dylan. Voglio possedere ideali politici radicali ma umani. Voglio essere bene informato e voglio tenere dibattiti appassionati ma ragionati attorno a tavoli da cucina in legno, dicendo cose come “specifica i tuoi termini!” e “le tue premesse sono palesemente speciose!” per scoprire all’improvviso che è sorto il sole e abbiamo passato l’intera notte a parlare. Voglio usare parole come “eponimo” e “solipsistico” e “utilitarista” con sicurezza. Voglio imparare ad apprezzare vini pregiati, e liquori esotici, e buoni whisky di malto,  e imparare come berli senza fare la figura dell’idiota,  e mangiare cibi strani ed esotici, uova di piviere e aragosta alla termidoro, cose che suonano a malapena commestibili o che non riesco a pronunciare. Voglio fare l’amore con donne bellissime, sofisticate e intimidatorie, alla luce del giorno o addirittura con la luce accesa, e lucido, e senza paura, e voglio parlare bene molte lingue, e magari anche una lingua morta o due, e portarmi sempre dietro un taccuino rilegato in pelle su cui scrivo pensieri incisivi, osservazioni e l’occasionale verso poetico. Ma soprattutto voglio leggere libri; libri spessi come mattoni, libri rilegati in pelle con carta incredibilmente sottile e quei nastrini viola per tenere il segno; libri economici di poesia, impolverati, di seconda mano, libri incredibilmente costosi di saggi incomprensibili importati da università straniere.
      A un certo punto, mi piacerebbe avere un’idea originale. E mi piacerebbe piacere, o addirittura essere amato, ma aspetterò e vedrò. E per quanto riguarda il lavoro, non so ancora bene cosa voglio, ma qualcosa che non disprezzi e che non mi faccia star male, e che non mi faccia preoccupare tutto il tempo per i soldi. E tutte queste sono cose che l’istruzione universitaria mi darà.”
Starter For Ten, by David Nicholls
I want to be able to listen to recordings of piano sonatas and know who’s playing.
I want to go to classical concerts and know when you’re meant to clap.
I want to be able to ‘get’ modern jazz without it all sounding like this terrible mistake, and I want to know who the Velvet Underground are exactly.
I want to be fully engaged in the World of Ideas, I want to understand complex economics, and what people see in Bob Dylan.
I want to possess radical but humane and well-informed political ideals, and I want to hold passionate but reasoned debates round wooden kitchen tables, saying things like “define your terms!” and “your premise is patently specious!” and then suddenly to discover that the sun’s come up and we’ve been talking all night.
I want to use words like “eponymous” and “solipsistic” and “utilitarian” with confidence.
I want to learn to appreciate fine wines, and exotic liquers, and fine single malts, and learn how to drink them without turning into a complete div, and to eat strange and exotic foods, plovers’ eggs and lobster thermidor, things that sound barely edible, or that I can’t pronounce…
Most of all I want to read books; books thick as brick, leather-bound books with incredibly thin paper and those purple ribbons to mark where you left off; cheap, dusty, second-hand books of collected verse, incredibly expensive, imported books of incomprehensible essays from foreign universities.
At some point I’d like to have an original idea…
And all of these are the things that a university education’s going to give me.”
E’ stato un plazer

Bertolt Brecht, Piaceri 

Il primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili

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