Basta con la scuola che insegna a tutti le stesse cose

Alessandro Giammei, “Pagina 99”, 19 maggio 2017
Negli istituti irlandesi si alternano Amleto, Macbeth e Re Lear, Emma e Cime tempestose. In quelli tedeschi Il diario di Anna Frank e Profumo di Suskind. Negli Stati Uniti Il buio oltre la siepe, ma non solo. Quasi ovunque si leggono romanzi recenti. Perché l’eccezione italiana?

I promessi sposi  è il romanzo preferito del papa.  Lo ha dichiarato quasi subito ai  giornalisti italiani, e qualcuno  ha pensato si trattasse di una  forma di seduzione facilona, di quelle che fanno urlare il nome  della squadra locale all’inizio di  ogni tappa nelle campagne  elettorali dei telefilm americani.  L’italianità, invece, c’entra  poco, come d’altronde la cristianissima  provvidenza che  domina nelle fitte annotazioni  delle edizioni scolastiche: al papa  piace proprio la storia. Con  disarmante opportunità la consiglia  agli innamorati, alle giovani  coppie, a quelli che, come  si dice, si mettono insieme. Ai  promessi sposi insomma, che  così difficilmente oggi riescono  a trovare il coraggio (e i soldi)  per sposarsi sul serio. Se Borges  e Singleton ci hanno spiegato,  dalle Americhe, che Dante è  l’autore di una storia d’amore on the road, Bergoglio ci ricorda  che Manzoni ha scritto, sostanzialmente,  di fidanzati. Del resto,  pur figlio di migranti piemontesi,  le superiori le ha fatte  in Argentina (perito chimico,  dice Wikipedia), fuori dalle  utopie uniformanti dei nostrani  programmi liceali, cronologici  in tutto tranne che nelle letture  ineludibili.
• Manzoni fuori dalla Storia 
Da noi, nelle aule in cui i ragazzini li leggono a turno ad alta voce, Manzoni e Dante si somministrano infatti fuori dalla Storia e con poco interesse per le storie, come se certi libri fossero lunghissime parole magiche da pronunciare assolutamente in coro prima di raggiungere la maturità. Si leggono in codice, un po’ estranei al proprio stesso testo, come il menzognero giuramento d’Ippocrate alle lauree di Medicina e il latino da sciorinare anche allo scientifico, che “non serve” eppure trasforma: la chiave è la stessa per tutti, l’interpretazione si riceve e si tramanda, come una comunione. Di tutto ciò, più o meno, la scuola dell’obbligo ha convinto i miei nonni, i miei genitori e me, ma non il papa. E tuttavia l’incerta lettura collettiva, incespicando sull’accento di “Carneade” e “stradicciola”, continua tutt’ora anche in posti come il liceo Marconi a New York, il Galilei a Istanbul e l’Amaldi a Barcellona.
• La lista di Ted 
È forse a causa di questa ecumenica e un po’ svogliata esperienza identitaria, anti-classista e intergenerazionale come i rituali della scuola di Harry Potter, che tutti gli italiani con cui ne ho parlato hanno immediatamente creduto alla conturbante ma sostanzialmente sbagliata lista di libri obbligatori nazionali che Daryl Chen e Laura McClure hanno messo insieme qualche mese fa: un post su ideas.ted.com in cui si tenta di elencare i classici più assegnati nelle scuole di ventotto Paesi. Si parte dal Corano in Afghanistan e si chiude con Il racconto di Kieu, un poema epico vietnamita dell’Ottocento in cui, tra le altre cose, la Kieu del titolo non riesce a sposarsi col suo promesso (e la provvidenza non la aiuta granché). In mezzo ci siamo noi, con quel rassicurante ramo del lago di Como al suo posto sotto la ‘I’ di Italy. Da pessimi fidanzati con buon orecchio per gli endecasillabi nascosti nell’Addio ai monti, siamo forse naturalmente portati ad abbracciare l’idea che altrove si consumino analoghe devozioni totemiche per accedere alla slabbrata ma forse ancora fiera schiatta dei cittadini istruiti (o almeno diplomati). E dunque, appurato che altri familiari capolavori nativi campeggiano in effetti alla voce più logica nell’elenco sul sito (Il buio oltre la siepe sotto Stati Uniti per dire, o Guerra e pace in Russia, o Cent’anni di solitudine in Colombia) potremmo rischiosamente metterci a discutere i casi meno automatici. La Germania, ad esempio, che compare con il Diario di Anna Frank, o l’Irlanda, a cui è attribuita l’entusiasmante biografia di un giovanissimo esploratore antartico firmata dal giornalista britannico Micheal Smith nel 2010: Ice Man. Per noialtri, così intimamente legati alla lingua che ha preceduto e al mito di quell’unificazione stessa, trovare un libro scritto in olandese giusto settant’anni fa sui banchi dei ragazzi tedeschi è certo una sorpresa: nemmeno leggere Primo Levi al ginnasio, un’ora alla settimana, reggerebbe il confronto – e Primo Levi si legge appena, a brani, a ridosso della fine dell’ultimo anno scolastico. Assurdo poi pensare ai millennials irlandesi alla prese, da neanche sette anni, con un avventuroso romanzo di stile rasoterra solo perché il protagonista (non l’ambientazione, non la lingua, non l’autore) è, come loro, irlandese. Cosa si leggeva prima? Joyce? E davvero Micheal Smith ha sostituito Joyce come Anna Frank sembra sostituire Goethe? Siamo forse destinati a liberarci di Manzoni, prima o poi? Da secchione quale sono (a me pure piace un sacco I promessi sposi, ma non tanto per la storia di fidanzati) sono andato a guardarmi i dati raccolti da Matthias Schmidt sulle letture scolastiche tedesche del secondo Novecento, scoprendo che il buon Goethe – nominato solo per l’Austria nella lista di Chen e McLure – resiste in realtà al primo e al terzo posto della classifica. È vero però che Anna Frank tallona il Faust al secondo posto, e che ha superato il Werther staccando ampiamente Schiller, Brecht, e la saga dei Nibelunghi. Il politologo tedesco Stefan Eich (classe 1983) mi ha spiegato che la generazione del ’68 in Germania ha rivoluzionato il curriculum liceale, allontanandosi dal Romanticismo e dal culto della lingua nazionale: nel suo Gymnasium si leggevano integralmente, accanto ai classici ottocenteschi, non solo il Diario di Anna Frank, ma anche L’onda di Strasser (1981), Profumo di Suskind (1985) e vari capolavori in traduzione. L’antinazismo laggiù è una cosa seria, diffusa con criterio, e sarebbe impensabile insegnare Dante, per esempio, senza informare gli studenti sugli abusi che il fascismo ha inflitto al suo pensiero e alla sua stessa immagine.
• Irlanda a rotazione 
Per quanto riguarda l’Irlanda, invece, la lista è proprio fuori strada, e la verità si avvicina semmai alla nostra idea di liceo, ma con meno monoteismo. Barry McCrea, che di mestiere dirige l’istituto di Irish Studies all’università di Notre Dame, mi ha illustrato l’intrigante intreccio generazionale che il ministero irlandese va stringendo da quasi un secolo, spiegandomi che Michael Smith è forse assegnato per le vacanze ma certo non attraversato in classe né in programma per l’esame finale. Come da noi l’anno di nascita corrisponde per molti a un preciso autore da tradurre alla maturità o a un’unica funzione da disegnare tra gli assi cartesiani, in Irlanda si alternano cicli shakesperiani uniformi in tutta la nazione: un anno Amleto, un anno Macbeth, un anno Re Lear, e una simile rotazione avviene anche per romanzi fondamentali come Emma e Cime tempestose. Ma il vero libro nazionale è stato a lungo l’autobiografia in lingua irlandese della mitica Peig Sayers (altro che Ice Man) e la letteratura in Irlanda è un pilastro fondamentale dell’istruzione a tutti i gradi. Quando ho chiesto ai miei studenti americani chi fosse il loro Manzoni ho ricevuto almeno dieci risposte diverse, e nessuno ha menzionato Harper Lee (che pure è davvero studiatissima, statisticamente, nei licei degli Stati Uniti). Ripetendo l’esperimento con colleghi diplomatisi in Egitto, in Canada, in Argentina, in India, le alternative ai ventotto titoli univoci della lista del Ted si sono moltiplicate, e in realtà su Reddit (dove il post è stato in prima pagina qualche mese fa) lettori finlandesi, cinesi e australiani avevano già smentito la supremazia di Aleksis Kivi, della regola confuciana e di Il domani che verrà di Marsden.
• Italia: un primato Ocse 
Insomma, il nostro egemonico Manzoni è un caso raro e speciale, per nulla scontato, e gioca probabilmente la sua parte nel primato che l’Ocse ci ha recentemente accordato: abbiamo la scuola più inclusiva del mondo, forse anche perché ci ostiniamo a insegnare a tutti, più o meno, le stesse cose allo stesso modo. Per migliorare un po’ magari varrebbe la pena dare retta al papa, e pensare più spesso, da ragazzini, alla prossimità dei giovanotti lombardi che l’istruzione ci infligge come misteri da accettare senz’altro. Forse Manzoni, ora che Micheal Moore lo sta ritraducendo in inglese per lettori non-studenti, ci tornerà indietro alienato e presente, meno cerimonioso, come l’amichevole Dante della recente edizione Loescher di Bob Hollander, restituita alle scuole italiane da Simone Marchesi. Al papa, forse, farà piacere.

*Alessandro Giammei è ricercatore in Italianistica all’università di Princeton (Usa)

AFGHANISTAN
• Corano (650)
Per i musulmani il Corano è il testo sacro e, così come viene letto oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio. In alcuni Paesi la sua lettura è anche un modo per apprendere l’arabo.

AUSTRIA
Faust (1787)
Johann Wolfgang Goethe non ha bisogno di presentazioni. E forse neanche la storia di Faust, alchimista sapientissimo pronto a vendere l’anima al diavolo per poter accedere ai segreti più arcani del mondo.

RUSSIA
Guerra e pace (1865-1869) Maestro dell’epica moderna, Lev Tolstoj narra la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, durante la campagna napoleonica in Russia (1812), costruendo un vivido affresco della nobiltà russa.

FINLANDIA
I sette fratelli (1870) La testardaggine della Finlandia rurale, raccontata in tono moralistico da Aleksis Kivi, il primo autore finlandese a scrivere nella sua lingua. Alcuni considerano i sette fratelli del titolo rozze caricature degli ideali nazionalistici del tempo.

FILIPPINE
Noli me tangere (1887) Jose Rizal, eroe della rivoluzione filippina, racconta la vita all’epoca della dominazione spagnola. E lo fa attraverso il personaggio di un giovane tornato nella sua terra natale dopo sette anni di studi in Europa.

BULGARIA
Sotto il gioco (1894) Ivan Vazov è considerato il padre della letteratura bulgara. Questo suo romanzo descrive l’insurrezione dell’aprile del 1976 contro i turchi-ottomani nella prospettiva degli abitanti di un piccolo villaggio.

INDIA
La mia vita per la libertà (1925-1929) L’autobiografia del profeta della non-violenza. Le pagine che il Mahatma Gandhi scriveva settimanalmente sul suo giornale, raccontando la sua visione del mondo e l’impegno politico e spirituale.

EGITTO
Il libro dei giorni (1935) Autobiografia scritta in terza persona dell’intellettuale Taha Hussein (1889-1973). Cieco dall’età di tre anni, fu così caparbio da iscriversi all’università e arrivò a ricoprire la carica di ministro dell’istruzione.

BOSNIA, SERBIA
•Il ponte sulla Drina (1945) Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, evoca le vicende dei Balcani – dall’inizio del XVI secolo fino alla prima guerra mondiale – attraverso la storia del ponte sul confine tra la Bosnia e la Serbia.

GERMANIA
Il diario di Anna Frank (1947) Il celebre “diario” che tenne un’adolescente ebrea che si nascondeva con la sua famiglia in una soffitta di Amsterdam durante l’occupazione nazista. L’originale è in olandese.

BRASILE
Morte e vita Severina (1955) Poeta e diplomatico brasiliano, João Cabral de Melo Neto in questo poema in versi descrive il difficile viaggio di un uomo che lascia le povere e aride regioni del Brasile nordorientale in cerca di una vita migliore.

GHANA, NIGERIA
Il crollo (1958) Nella Nigeria orientale, agli inizi del Novecento, un leader igbo campione di lotta riscatta il rispetto sociale che la sua famiglia non gli ha garantito. Soccomberà però ai missionari inglesi.

STATI UNITI
Il buio oltre la siepe (1960) Nel romanzo di Harper Lee l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro”, accusato di violenza carnale in una cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti.

COLOMBIA
Cent ‘anni di solitudine (1967) Il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez utilizza il suo inconfondibile realismo magico per raccontare il Novecento a Macondo, un paesino inventato dove si intrecciano le vicende di cinque generazioni.

ALBANIA
La città di pietra (1971) Lo sguardo di un bambino per raccontare Agirocastro, la città natale dell’autore Ismail Kadare, durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, l’insofferenza del popolo albanese rispetto ogni forma di istituzione politica indotta.

CANADA
Guerre (1977) Basato sulle lettere dal fronte dello zio dell’autore Timothy Irving Frederick Findley, il romanzo narra la storia di un giovane ufficiale canadese spedito a combattere la Grande Guerra.

AUSTRALIA
Il domani che verrà (1993) John Marsden scrive di un gruppo di adolescenti che cerca di sfuggire alla noia della provincia facendo una gita. Al ritorno scopriranno che l’Australia è occupata da forze militari sconosciute e i civili imprigionati.

IRLANDA
L’eroe della frontiera di ghiaccio ( 2003) La storia di un ragazzo irlandese nato in un villaggio di contadini, che arruolato in Marina trascorre quasi nove anni in Antartide, prendendo parte alle spedizioni condotte dai due più celebri esploratori dell’epoca.

INDONESIA
La scuola ai confini del mondo (2005) Una scuola di dieci allievi e una maestra quindicenne ai confini dell’arcipelago indonesiano che lotta per rimanere aperta. La storia è tratta dai ricordi dell’infanzia dello scrittore, Andrea Hirata.

PAKISTAN
Il fondamentalista riluttante (2007) Un giovane pachistano ammesso a Princeton diventa un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo. Finché arriva l’undici settembre a scuotere le sue certezze. E a trasformarlo.

Liberiamo gli studenti dai Promessi sposi 147 anni di Manzoni obbligatorio.
È arrivato il momento di cambiare la noia di leggere Manzoni a quindici anni
I Promessi sposi sono testo obbligatorio dal 1870.
Ora docenti come Giunta e Gardini, e scrittori come Camilleri, Terranova e Trevi chiedono di cambiare.
Per salvare le prossime generazioni di lettori

Marco Filoni, “Pagina 99”, 22 maggio 2017

Facciamo un esperimento. Provate a immaginare una sensazione, un’immagine che vi torna alla mente dei Promessi sposi. D’accordo, a tutti più o meno risuona il famoso incipit Quel ramo del Lago di Como… Ma provate a far emergere dai vostri ricordi qualcosa che più che a mezzogiorno “volge” alle vostre emozioni. Siate sinceri: pensate a un misto di noia e fastidio? Bene, la cosa non deve preoccuparvi. Fatti salvi gli studiosi, rientrate nella quasi totalità della popolazione italiana che, a scuola, ha letto le pagine dei Promessi sposi. Lo chiamano “effetto-Manzoni” e, secondo molti, sarebbe alla base di una successiva ripulsa verso la letteratura di molti giovani. C’è però una considerazione che forse è arrivato il momento di fare. Ovvero: quanto questo romanzo ottocentesco (la prima versione è del 1827, la sua edizione definitiva uscì fra il 1840 e il 1842) è davvero costitutivo del carattere nazionale dell’Italia? La domanda non suoni peregrina. Se la sono posta allo scoccar d’ogni decennio funzionari ministeriali, scrittori e insegnanti dal 1870 in poi – alternando elogi delle pagine manzoniane a severi giudizi sulla loro utilità, proponendo alternative (le Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo nel 1922, fra gli altri) e netti rifiuti (come Giosuè Carducci «perché dalla lingua dei Promessi sposi a certa broda di fagioli non c’è traghetto e dall’ammagliamento logico dello stile e discorso manzoniani alle sfilacciature di calza sfatta di cotesti piccoli bracaloni c’è di mezzo un abisso di ridicolo»). In queste pagine pubblichiamo una lista dei libri che sono le letture obbligatorie in differenti Paesi del mondo (compilata da Daryl Chen e Laura McClure per il sito dei Ted Talks, anche se come spiega Giammei nell’articolo nelle prossime pagine è un elenco in parte carente). Perché sapere cosa un Paese fa leggere ai suoi giovani ci dice qualcosa di quel Paese. Prendiamo la Germania, dove si legge Il diario di Anna Frank (scritto in olandese, non in tedesco). Per non dire dei molti Paesi che fanno leggere romanzi scritti negli ultimi decenni: per esempio il Pakistan che propone Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (2007).

• Cos’è oggi un classico? Verrebbe da chiedersi, con Italo Calvino, cos’è oggi un classico…E nel rispondere a questa domanda ci vorrebbe forse un po’ di coraggio per superare un certo familismo culturale che investe la nostra società: i nostri padri vogliono che studiamo le stesse cose che hanno studiato loro, così come noi vogliamo che i nostri figli studino quello su cui siamo incappati noi stessi. Una sorta di immobilismo che ritroviamo esplicitato nelle così dette riforme della scuola italiana, alla cui crisi si accompagna una mancanza di coraggio (ricordate don Abbondio?) forse insita nel nostro patrimonio culturale. Quindi è lecito chiedersi se I promessi sposi dica ancora qualcosa di significativo agli studenti o se sia arrivato il momento di pensionarlo. «Per me va sostituito», dice a pagina99 Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana all’università di Trento: «Nessun dubbio sul valore dell’opera, che raccoglie al meglio le varie tipologie dei caratteri nazionali, ma al secondo anno gli studenti non sono ancora preparati a questa lettura, che andrebbe fatta alla fine del liceo. Dovremmo far leggere loro opere che li seducano, facili nella lingua, in grado di divertirli e insegnare loro ad amare la lettura. Direi Brancati, Calvino, Sciascia. O Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, La vita agra di Bianciardi, La coscienza di Zeno di Svevo: tutte opere che parlano anche al lettore debole. Questo non significa che Manzoni, come Dante, debba esser buttato al macero: va letto antologicamente, con brani scelti».
• Ferroni si oppone
Giulio Ferroni, grande storico della letteratura e critico, è uno dei pochi (tra quelli che abbiamo consultato) a difendere Manzoni: «Certo, parliamo di un’opera difficile, anche per la complessità del linguaggio (formidabile). Ma se vogliamo riconoscere l’identità italiana in tutte le sue contraddizioni è nelle pagine di Manzoni che dobbiamo guardare. La scuola deve educare, non può limitarsi ad assecondare ciò che i ragazzi vorrebbero consumare». Lo scrittore Andrea Camilleri ha una personale storia con Manzoni: nel 2000 un liceo di Ispica, in provincia di Ragusa, scelse di sostituire i Promessi sposi con il suo Il birraio di Preston. In quell’occasione Camilleri scrisse una lettera aperta al “collega” Don Lisander (così i milanesi chiamavano Manzoni), nella quale lo scrittore siciliano si scusava, ribadiva la grandezza dell’opera aggiungendo però che lui se ne era accorto tardi, e non a scuola: «Se devo essere sincero, a me, dopo che al liceo m’ebbero fatto studiare alcuni capitoli del tuo romanzetto (il diminutivo è del tuo amico Giusti), passò del tutto la voglia di leggerti oltre (non passò, grazie a Dio, la voglia di incontrare altri autori)». Oggi Camilleri ricorda quella storia: «La colpa è degli insegnanti, che non sanno agguantare il valore di quelle pagine. Ti vanno a beccare chissà perché solo il concetto di severità del Manzoni: del resto noi in Italia amiamo la letteratura tanto penitenziale quanto penitenziaria. Una noia mortale». Sul fatto che sia un’opera splendida ed esemplare Camilleri non ha dubbi. Ma che fare per farlo amare dai giovani? «Si potrebbe fare una selezione antologica e accanto mettere la lettura di un contemporaneo. Penso al Barone rampante di Italo Calvino: con lui seduci gli studenti. E questo accostamento svelerebbe il lavoro svolto dalle parole di periferia che arrivano al centro della lingua». All’affiancamento pensano anche altri studiosi: per esempio Nadia Terranova, che oltre agli amati Promessi sposi farebbe leggere un’opera molto recente, Via Gemito di Domenico Starnone: «La renderei lettura obbligatoria, perché è capostipite di una letteratura, prodotta dal 2000, che trasforma l’esperienza familiare in romanzo. Starnone racconta l’Italia di oggi, il Meridione, la generazione di donne e uomini che oggi hanno 60, 70 anni». Anche Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana a Oxford, ritiene che Manzoni tocchi tutte la forme dell’esperienza e della referenzialità. «Ai Promessi sposi affiancherei una lettura obbligatoria più moderna: per esempio La tregua di Primo Levi».
• Stendhal, Puskin, Melville
Scrittore e critico letterario, Emanuele Trevi ha pubblicato antologie scolastiche e curato molte edizioni di classici della letteratura italiana. Dice: «Credo che l’impianto umanistico della scuola debba esser ripensato e, con esso, anche Manzoni. La sua lingua è molto distante da noi, e poi il peso dell’educazione linguistica deve esser sottratta alla letteratura: quest’ultima non è un asino su cui caricare educazione civica, educazione linguistica e quant’altro».Ecco perché Trevi guarda anche oltre i confini nazionali, rompendo un tabù: «Io farei leggere La certosa di Parma di Stendhal, oppure Eugenio Onegin di Puskin, o anche antologie con testi di Melville e altri». Insomma, forse un ripensamento s’ha da fare. Ma come spesso accade nel nostro Paese solo provare a proporre un cambiamento scatena gli strali di un invincibile immobilismo, che anche Camilleri individua: «È il tema dello “Stato-padre”che non vuole che i figli si distacchino dalla tradizione». Una società che pensa all’educazione delle nuove generazioni deve avere il coraggio di riformare le proprie letture. Coraggio di ripensare all’educazione rendendola attenta alla realtà sociale ed economica, capace di educare e non solo di istruire. E se per farlo occorrerà sostituire o affiancare ai Promessi sposi anche un classico del Novecento, che sia Calvino o Sciascia, Ginzburg o Primo Levi, poco importa. Altrimenti rischiamo di far avverare la profezia del poeta Umberto Saba: «Può essere – e perché no? – che i Promessi sposi vivano più a lungo di tutti gli altri romanzi ottocenteschi. Ma di quale vita? Artisticamente disinfettati al massimo, e preservati, fino agli ultimi limiti dell’ingegno umano, dai vermi della corruzione; questo sì, sono. Ma la cosa che è conservata! Nell’ipotesi più benigna un attacco di agorafobia».

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“Non omnis moriar”: cosa resta di noi (1)

Iliade, VI, vv. 344-358 (Elena ad Ettore):

Così disse, non gli rispose Ettore dall’elmo splendente. A lui si rivolse allora Elena con dolci parole:

«Cognato mio – di me che sono una cagna odiosa, tremenda – come vorrei che il giorno in cui mia madre mi diede alla luce una tempesta di vento mi avesse portato lontano, sulla cima di una montagna o fra le onde del mare sonoro e le onde mi avessero trascinato via prima che tutto questo accadesse… Ma poiché gli dei ordirono tali sciagure, avrei voluto essere sposa di un uomo migliore, che sapesse cosa sono il biasimo e il disprezzo degli uomini. Ma costui non ha l’animo fermo, non lo avrà mai; e penso che ne raccoglierà i frutti. Vieni qui ora, cognato, e siedi su questo seggio; molti sono gli affanni che ti opprimono il cuore, per causa mia e per la follia di Alessandro: a noi Zeus diede un triste destino, ma per questo saremo cantati in futuro, dagli uomini che verranno». (Trad. M.G. Ciani)

Pindaro, Pitiche VI, 10 ss.:

Ho innalzato un tesoro di inni nella valle di Apollo, splendida di ricchezze, che né la pioggia tempestosa, esercito spietato di tuonanti nubi che su di esso si abbatta, né il vento che lo colpisca con frammenti di ogni genere, potranno trascinare nei recessi del mare.

Simonide (V a.C.): Threnos commemorativo per i caduti alle Termopili contro i Persiani:

Di coloro che morirono alle Termopili la sorte è gloriosa, bello il destino, e un altare è la tomba; al posto dei gemiti il ricordo, e il compianto è lode. Una tale veste funebre la ruggine non oscurerà, o il tempo che tutto doma. Questo sacro recinto d’eroi scelse ad abitare con sé la gloria della Grecia. Testimone è Leonida, il re di Sparta, che un grande ornamento di valore ha lasciato, e una fama perenne.

Orazio, Carmina, III, 30

Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens,
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo\ e più alto della regale maestà delle piramidi\, che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso\ potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.\ Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me\ eviterà la morte; per sempre\ io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri\ finché il pontefice salirà in Campidoglio\ con la processione silenziosa delle vergini.\ Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto\ e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti\ da umili origini fatto potente, per primo\ ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.\ Assumiti questo traguardo\ conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,\ Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Ovidio, Metamorfosi, XV, vv. 871-879

Iamque opus exegi quod nec Iovis ira nec ignis
Nec poterit ferrum nec edax abolere vetustas.
Cum volet, illa dies, quae nil nisi corporis huius
Ius habet, incerti spatium mihi finiat aevi;
Parte tamen meliore mei super alta perennis
Astra ferar nomenque erit indelebile nostrum;
Quaque patet domitis Romana potentia terris.
Ore legar populi perque omnia saecula fama,
Siquid habent veri vatum praesagia, vivam.

E adesso, pongo termine a un’opera, che né l’ira di Giove, né il ferro, né la vetustà che distrugge, potranno annientare. Quando vorrà, quel giorno, che nessun potere ha se non su questo corpo, ponga per me termine alla durata di una precaria esistenza: tuttavia, con la parte migliore di me, eterno sarò trasportato al di sopra delle sublimi stelle e il mio nome sarà incancellabile. Per dove la potenza di Roma sulle terre assoggettate si estende, le genti reciteranno i miei versi; e, se un poco di vero serbano i responsi dei poeti, per la mia Fama sarò vivo attraverso i secoli tutti. [trad. di Enrico Oddone]

Ovidio, Tristia IV, 10, 125-132

Nam tulerint magnos cum saecula nostra poetas,         
     non fuit ingenio fama maligna meo,
cumque ego praeponam multos mihi, non minor illis
     dicor et in toto plurimus orbe legor.
si quid habent igitur vatum praesagia veri,
     protinus ut moriar, non ero, terra, tuus.                    
sive favore tuli, sive hanc ego carmine famam,
     iure tibi grates, candide lector, ago.

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Lucano, Pharsalia, IX 980 ss.:

O sacer et magnus vatum labor! omnia fato
Eripis et populis donas mortalibus aevum.
Invidia sacrae, Caesar, ne tangere famae;
Nam, si quid Latiis fas est promittere Musis,
Quantum Zmyrnaei durabunt vatis honores,
Venturi me teque legent; Pharsalia nostra
Vivet, et a nullo tenebris damnabimur aevo.

O sacra e grande fatica dei poeti, che tutto sottrai alla morte e doni vita perenne alle genti mortali! Non provare invidia per questa gloria sacra, o Cesare. Se qualcosa possono promettere le Muse del Lazio, me e te leggeranno i posteri, finché durerà la gloria del vate
di Smirne: la nostra Farsaglia vivrà e da nessuna epoca saremo condannati alle tenebre.(Traduzione L. Griffa)

W. SHAKESPEARE, SONNET 15

When I consider every thing that grows
Holds in perfection but a little moment,
That this huge stage presenteth nought but shows
Whereon the stars in secret influence comment;

When I perceive that men as plants increase,
Cheered and cheque’d even by the self-same sky,
Vaunt in their youthful sap, at height decrease,
And wear their brave state out of memory;

Then the conceit of this inconstant stay
Sets you most rich in youth before my sight,
Where wasteful Time debateth with Decay,
To change your day of youth to sullied night;

And all in war with Time for love of you,
As he takes from you, I engraft you new.

Sonetto 15
Quando considero che tutto ciò che cresce
resta perfetto solo per un breve momento;
che questo immenso palcoscenico offre solo illusioni,
su cui le stelle esercitano la loro segreta regia;

quando vedo che gli uomini crescono come le piante,
sostenuti e ostacolati sempre dallo stesso cielo:
si vantano della loro giovinezza e questa è già sfiorita,
e non rimane che il ricordo della vigoria giovanile;

allora il pensiero di questo stato incostante
mi fa immaginare te, così ricco di giovinezza,,
mentre il tempo distruttore si adopera
per trasformare il tuo giorno di oggi nella notte di domani.

e dichiarando guerra al tempo per amore tuo,
quello che egli ti toglie, io ti creo di nuovo.

W. SHAKESPEARE, SONNET 55

Not marble, not the gilded monuments
Of princes, shall outlive this powerful rhyme;
But you shall shine more bright in these contents
Than unswept stone, besmeared with sluttish time.

When wasteful war shall statues overturn,
And broils root out the work of masonry,
Nor Mars’s sword nor war’s quick fire shall burn
The living record of yourb memory.

‘Gainst death and all-oblivious enmity
Shall you pace forth: your praise shall still find room
Even in the eyes of all posterity
That wear this world out to the ending doom.

So, till the judgment that yourself arise,
You live in this, and dwell in lovers’ eyes.

Né marmo, né aurei monumenti di principi
sopravviveranno a questi possenti versi;
tu brillerai più luminoso in queste rime
che in polverosa pietra consunta dal lordo tempo.

Quando la distruttiva guerra travolgerà le statue
e ogni opera d’arte sarà rasa al suolo da sommosse,
né la spada di Marte, né il suo divampante fuoco
cancelleranno il ricordo eterno della tua memoria.

Contro la morte ed ogni forza ostile dell’oblio
tu vivrai ancora: la tua gloria troverà sempre asilo
proprio negli occhi di ogni età futura
che trascinerà questo mondo alla condanna estrema.

Così, sino al giudizio che ti farà risorgere,
vivrai in questi versi e dimorerai in occhi amanti.

Ugo Foscolo, Ode all’amica risanata (vv.91-96)
[…] del nativo / aer sacro, su l’itala / grave cetra derivo / per te le corde eolie, / e avrai divina i voti / fra gl’inni miei delle insubri nepoti.

U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 279-295

[…]  Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

S. Freud, Caducità (1915), vol. 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989

[…] Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla
durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o
della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.

E. MONTALE, da Mediterraneo, in Ossi di seppia, 1925

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormoni eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Bertolt Brecht (1898-1956), Contro la seduzione, da Libro di devozioni domestiche (1927)

Non lasciatevi sedurre!
Non c’è nessun ritorno.
Il giorno sta alle porte;
potete già sentire vento di notte
non verrà più nessun mattino.
Non lasciatevi ingannare!
Che è poca la vita.
Bevetela a rapide sorsate!
Non vi sarà bastata
quando dovrete abbandonarla.
Non lasciatevi consolare!
Non avete molto tempo!
Lasciate il marciume a chi è redento!
La vita è il bene più grande:
dopo, non sarà più vostra.
Non lasciatevi sedurre
da fatica e logoramento.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non viene niente dopo.

PER APPROFONDIRE:

E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, Firenze 1992

Pearl Jam, Immortality, 1994

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Hidden Ambition, Street Art in Mostar

… Ambition, pale of cheek,
And ever watchful with fatigued eye.

John Keats, Ode all’Indolenza, III, vv. 6-7

PAOLA EMILIA CICERONE, Malati di ambizione. Che cosa spinge l’uomo al successo? La genetica ora Io ha scoperto. E detta le regole per conquistare il mondo

“L’Espresso”, 16 ottobre 2006

La mia unica ambizione, sosteneva lo scrittore Charles Bukowsky, è quella di non essere nessuno. Un punto di vista interessante, ma poco condiviso da una società che premia, almeno temporaneamente, il successo e la capacità di arrivare in vetta, costi quel che costi. E la pressione è tale che non poteva che nascere una scienza, dell’ambizione. Per definire quella che per l’umorista americano Jerome K. Jerome era semplicemente “vanità passata di grado”. E individuarne l’origine. Giacché, e su questo gli antropologi concordano, l’ambizione è un tratto evolutivo della nostra specie e, come afferma Edward Lowe della Soka University of America, “in qualunque modo una cultura definisca e valuti lo stato sociale, in ogni comunità ci sono persone che lo perseguono aggressivamente e altre no”.

Cosa ci fa appartenere all’uno o all’altro gruppo umano? Ambiziosi si nasce o si diventa? Esiste un gene dell’ambizione, nasciamo programmati per sfidare il mondo o si tratta di un piacere che scopriamo strada facendo? Uno studio americano realizzato alla Washington University di Saint Louis nel Missouri mostra che gli studenti più dotati di persistenza, ossia della capacità, strettamente connessa all’ambizione, di impegnarsi fino al raggiungimento di un obiettivo, hanno un’attivazione particolarmente spiccata di una specifica zona del cervello, detta area limbica, strettamente collegata all’elaborazione delle emozioni. I ricercatori hanno arruolato un gruppo di studenti e gli hanno sottoposto un questionario appositamente designato non ad attivare l’intelligenza, la cultura o altre attitudini, ma proprio il livello di determinazione dei soggetti. Poi hanno fotografato i cervelli degli studenti in azione e hanno visto, appunto, che ad attivarsi era una specifica area cerebrale. È impossibile dire se a guidare i comportamenti ambiziosi e ad accendere l’area cerebrale siano le differenze del cervello presenti sin dalla nascita o quelle poi generate dal complesso interagire di geni e ambiente. “Dagli studi sui gemelli realizzati negli Stati Uniti, ma anche in Australia, sappiamo che l’ambizione è ereditaria al 50 per cento circa”, afferma uno dei responsabili dello studio, lo psichiatra Robert Cloninger, autore di ‘Sentirsi Bene. La scienza del benessere’ (CIC Edizioni Internazionali 2006): “Insomma, che metà dell’ambizione di una persona deriva dal suo patrimonio genetico, e il rimanente dalle sue esperienze di vita”.

La persistenza però non è tutto: “L’ambizione può essere scissa in almeno tre elementi”, sostiene Dean Simonton, psicologo dell’Università della California, Davis: “Oltre alla capacità di tener testa agli ostacoli e resistere alla delusione, c’è la volontà di raggiungere uno status socio-economico migliore dell’attuale, e un elevato livello di energia finalizzata al raggiungimento di tale obiettivo”. A questo si aggiunge un certo grado di fiducia in se stessi, che tuttavia non è assolutamente indispensabile, così come non lo è l’intelligenza: “A meno che l’obiettivo non sia quello di vincere un premio Nobel”, scherza Simonton: “L’intelligenza può aiutare a realizzare determinate ambizioni, ma non è una componente essenziale dell’ambizione. A volte è solo questione di trovare lo stimolo giusto”. Così può accadere che due individui evidentemente determinati e ambiziosi come Steve Jobs e Steve Wozniak, i fondatori della Apple, abbiano preso strade così diverse pur partendo dallo stesso punto. Oggi, chi più si ricorda del genio Wozniak che a 34 anni si è ritrovato multimiliardario e ha mollato tutto? Mentre il collega Jobs non manca di stupire di anno in anno con continue e ambiziosissime iniziative (dalla riforma della Disney all’ i-Pod fino alla Pixar). È palese che nel cervello dei due ci sono cose diverse. Solo genetica?

Risponde Gian Vittorio Caprara, ordinario di Psicologia della Personalità dell’Università di Roma La Sapienza: “Ad avere origini genetiche è l’energia, la spinta al successo, insomma il materiale grezzo che ci serve a definire gli obiettivi”. E anche la capacità di reggere le sfide, “di gestire bene le situazioni stressanti in cui dall’ambiente arrivano richieste impegnative”, aggiunge Antonella Delle Fave, docente di Psicologia generale all’Università degli studi di Milano.

“L’ambizione ha un ruolo preciso nell’evoluzione, perché contribuisce alla sopravvivenza del più forte, alla propagazione dei geni più efficienti”, spiega Simonton. Anche tra gli animali infatti ci sono leader nati: tra i lupi, i maschi alfa si riconoscono fin dalla cucciolata per la curiosità con la quale esplorano l’ambiente e si battono per il cibo e l’attenzione della mamma, e restano così fino a 10-11 anni, quando muoiono lasciando dietro di sé una numerosa discendenza, mentre i gregari si riproducono meno di frequente e di solito non arrivano ai quattro anni.

Allo stesso modo nelle famiglie umane ci sono vincenti e falliti, e persone che sembrano apparentemente inattaccabili dal fuoco dell’ambizione. Cosa determina il loro destino? E fino a che punto è possibile costruire un vincente? Gli psicologi ritengono che l’ambiente ideale sia quello che pone obiettivi ambiziosi ma realistici, valorizzando i successi senza drammatizzare le sconfitte: “Le persone imparano a impegnarsi per raggiungere un obiettivo se si convincono che il loro sforzo sarà premiato: può essere d’aiuto porsi delle mete non troppo difficili da raggiungere, in modo da acquisire fiducia in se stessi”, osserva Cloninger.

“In una cultura codina l’ambizione può essere valutata negativamente mentre, al contrario, un eccesso di avventurismo vitalistico può portare a esaltarla in modo acritico”, spiega Caprara: “In Italia corriamo il rischio opposto, che si affermi tra le nuove generazioni una cultura della rassegnazione rafforzata da una complicità familiare e sociale”. A dimostrare quanto conti l’ambiente sociale soccorre una ricerca di Marcelo Suarez-Orozco della New York University che ha studiato il comportamento degli ispanici immigrati. Le 400 famiglie da lui esaminate provenivano da piccoli villaggi rurali dell’Asia, dell’America Latina e dei Caraibi in cui è del tutto assente il clima competitivo di New York. Eppure, sbarcati negli Usa, gli immigrati hanno cambiato radicalmente il loro atteggiamento: i bimbi a scuola vanno meglio dei loro compagni americani e anche gli adulti lottano con una determinazione del tutto inedita alle loro latitudini. “Un secolo fa,” ha commentato Orozco, “per acquisire lo status della classe media americana, gli immigrati avevano bisogno di due o tre passaggi generazionali. Adesso basta una generazione”.

Perché chi cresce in una famiglia benestante può ereditare utili strumenti, oppure un atteggiamento di aristocratica indolenza, mentre un’origine modesta può essere la spinta per far meglio o generare una sensazione di impotenza inerte. Secondo gli antropologi, la maggior parte delle persone ambiziose appartiene alla classe media, a famiglie che hanno già raggiunto qualche obiettivo, ma non sono certe di poterlo mantenere: è in questo ambiente che si fa sentire più forte quella che l’antropologo Edward Lowe definisce ‘ansia da status’.

Ed è qui che cominciano i guai: cosa succede quando l’ambizione, spesso sotto la spinta di pressioni sociali, si trasforma in frustrazione? “Una società in cui la maggior parte delle ragazze desidera fare la velina, e non senza qualche motivazione valida, è inevitabilmente destinata a generare frustrazioni”, spiega Caprara: “Il fallimento e la delusione nascono quando l’ambizione è sbilanciata rispetto alle potenzialità. Per questo può essere utile scoraggiare le ambizioni mal riposte, o quanto meno allargare la gamma delle opzioni possibili, per evitare che le sfide proposte dall’ambiente si trasformino in trappole”.

Infatti, a correre i rischi maggiori è proprio chi non si accontenta. “Chi non è gratificato dall’obiettivo in sé ma dallo sforzo per raggiungerlo e continua a porsi traguardi sempre più impegnativi, è a rischio”, spiega Maria Grazia Cassitto, psicologa presso il dipartimento di Medicina del Lavoro del Policlinico Mangiagalli Regina Elena di Milano: ” Più vulnerabile alle cardiopatie, a causa della continua attivazione che non lascia margini di recupero”. Più in generale, tutti gli ambiziosi devono convivere con una certa dose di stress, ma i loro successi contribuiscono a proteggerli. “A essere nocivo è soprattutto il senso di impotenza di chi si sente in trappola, incastrato senza possibilità di progredire”, prosegue Cassitto: “Senza dimenticare le vittime dell’ambizione altrui, ossia quanti subiscono l’aggressività di arrivisti senza scrupoli, che può tradursi in un indebolimento delle difese immunitarie oltre che in disturbi emozionali, neurovegetativi e stress correlati”.

Dominare stressa. Anche tra i lupi e gli scimpanzè i maschi dominanti hanno problemi di ansia e soffrono di ulcere e attacchi di cuore. Forse per questo, sia tra gli animali che tra gli umani, ci sono molti individui che finiscono con l’adattarsi serenamente a svolgere un ruolo da comprimari. Ma anche questo è un problema, il famoso ‘potere che logora chi non ce l’ha’ di andreottiana memoria. Quindi: i genitori che pensano di proteggere i figli creando ambienti ovattati e non chiedendo loro di impegnarsi nel mondo, si ricordino che, come conclude Caprara, “un’ambizione commisurata all’ambiente e alle proprie capacità è una carica positiva ricca di potenzialità e di soddisfazioni”.

Anzi, oggi gli psicologi sono convinti che il potere logora solo chi non ce l’ha. Le vittime dello stress non sono tanto i manager, gratificati dagli stessi impegni che dovrebbero stressarli, ma i subalterni perennemente in balia di decisioni e volontà altrui. È la status sindrome denunciata dall’epidemiologo inglese Michael Marmot, che descrive il benessere come “un rapporto equilibrato tra sforzi e gratificazioni”. La faccenda sta assumendo proporzioni tali che se n’è parlato al 28 congresso mondiale di Medicina del lavoro, da poco concluso a Milano: “Si sta verificando un aumento di patologie croniche stress correlate legate all’attuale ordinamento socio-economico”, spiega Robert Karasek dell’Università del Massachusetts: “È come se la mancanza di controllo sulla propria vita si traducesse in un’alterazione dei sistemi di autoregolazione del nostro organismo”.

Ambiziosi, intelligenti e affermati. Ma a volte infelici, “Corriere della Sera”, 13 marzo 2012

P. Kimpton, Readers recommend: songs about ambition. Hopes, dreams and plans … can they be hardened into action? Whether they stay as fantasy or become reality, suggest songs that capture what we want to become, “The Guardian”, 23 aprile 2015

 

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“Ognuno sta solo…”

U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare)

La solitudine è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare in noi stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri, con le persone che ci sono vicine, e con i compiti che la vita ci consegna. Certo, ci si può sentire, ed essere soli, non solo nel deserto ma anche in una grande folla. L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quali si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi. C’è, cosí, un isolamento imposto, e non voluto, doloroso e nostalgico, un isolamento sociale, e c’è un isolamento che si sceglie sulla scia della propria indifferenza e del proprio egoismo, della propria aridità di cuore. […]

In un mondo collegato costantemente con tutto e con tutti, in un mondo in cui tutto si crea e nulla si distrugge, come è possibile recuperare la solitudine che è premessa a ogni riflessione critica e a ogni esperienza creatrice? La solitudine è una esperienza interiore che non si chiude in se stessa, nelle barriere del proprio io, e che è aperta alla vita esteriore, alle sollecitazioni e alle influenze, che sgorgano dal mondo-ambiente con le loro luci e le loro ombre. Ma la solitudine è oggi sempre piú difficile da salvare, e da vivere, perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci dànno il tempo di pensare a noi stessi, di scendere lungo il cammino che porta verso l’interno, e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni della immaginazione.
Cose, queste, possibili solo quando la solitudine rinasca in noi, e ci consenta di ritrovare le sorgenti dei pensieri e delle emozioni che rendono una vita degna di essere vissuta, e aperta alla comunicazione verbale e non-verbale con gli altri.

E. Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi, 2015

Sculptures imbedded in the building that was featured on Led Zeppelin’s ‘Physical Graffiti’ album, St. Mark’s Avenue, East Village, New York

Francesco Petrarca, Canzoniere, 35

 Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co•llui.

F. Petrarca, Canzoniere, 176

Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi,
onde vanno a gran rischio uomini et arme,
vo securo io, ché non pò spaventarme
altri che ’l sol ch’à d’amor vivo i raggi;

et vo cantando (o penser’ miei non saggi!)
lei che ’l ciel non poria lontana farme,
ch’i’ l’ò negli occhi, et veder seco parme
donne et donzelle, et son abeti et faggi.

Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
mormorando fuggir per l’erba verde.

Raro un silentio, un solitario horrore
d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
se non che dal mio sol troppo si perde.

V. Alfieri (1749-1803), Rime, 173

Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra’ figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com’io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.

Non ch’io gli uomini aborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:

ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.

Ryuichi Sakamoto, Solitude, Tony Takitani, 2004

G. LEOPARDI, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, Operette morali, 1827

Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo e l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ tarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime.

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G. PASCOLI, SOLITUDINE, in Myricae, 1891

 I

Da questo greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio d’un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un’eco di pensiero
lunga, né so se gioia o se martoro;
e passa l’ombra dello stormo nero,
e passa l’ombra dello sciame d’oro.

II

Sono città che parlano tra loro,
città nell’aria cerula lontane;
tumultuanti d’un vocìo sonoro,
di rote ferree e querule campane.

Là genti vanno irrequïete e stanche,
cui falla il tempo, cui l’amore avanza
per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco, ed anche
quel polverìo di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere…

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

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Fabrizio De André, in Ed avevamo gli occhi troppo belli (2001) da Anime salve, 1996

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico […].
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

P. P. Pasolini, «Senza di te tornavo, come ebbro», in Raccolte minori e inedite, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Billie Holiday, Solitude, 1956

In my solitude
You haunt me
With dreadful ease
Of days gone by
In my solitude
You taunt me
With memories
That never die…

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, 2008

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci” […] In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano numeri gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale , che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati e stretti uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.”

Pink Floyd, Nobody home, 1979

Armando TornoPiccolo elogio della solitudine nella stagione dei social network, “Corriere della Sera”, 23 luglio 2012

La popolazione della Terra ha superato i sette miliardi e la solitudine è in aumento. Ci si sente soli anche quando si è prigionieri del traffico o mentre si passeggia in una via affollatissima di una metropoli. I social network hanno moltiplicato i contatti tra le persone, ma non sostituiscono la presenza umana. Si avverte l’isolamento se manca lo sguardo, un gesto, l’odore dell’altro. O se non si è capiti. O per altri milioni di motivi che tendono sempre a crescere.

Gli esempi? Sono numerosissimi. E l’estate, tra spiagge affollate e sentieri perduti, li mette in evidenza. Ieri sulla prima pagina online del New York Times Cara Buckley raccontava la domenica di luglio di una persona nella Grande Mela: la passa isolata, ora dopo ora, lontana da tutto. E sul Guardian di sabato scorso Marion McGilvary rifletteva sulla sua solitudine, anche se temporanea, pur avendo quattro figli. Una strana condizione, ma il telefono non squilla, la casa è vuota, nessuno ti attende. Comunque, basta aprire il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, pubblicato in 21 volumi dalla Utet, per accorgersi che nella storia del nostro idioma i termini «solitario» o «solitudine» hanno avuto più fortuna che non «solidarietà». Anche l’editoria nostrana, che rappresenta un mercatino rispetto ai numeri inglesi, tra testi originali e traduzioni offre circa trecentocinquanta titoli con la parola «solitudine». Ce n’è di ogni genere. Un’affollata solitudine, per esempio, indica nella Bur le «poesie eteronime» di Fernando Pessoa; Eugenio Borgna, invece, ha titolato un suo recente saggio La solitudine dell’anima (Feltrinelli), proprio per ricordare che essa è «una condizione ineliminabile della vita». Ma si trova anche, a seconda dei bisogni, qualcosa sulla solitudine del manager, delle madri, del cittadino globale, del maratoneta, dei numeri primi e dei numeri uno, della ragione, del morente, dell’America latina, della destra, dell’Occidente, di Elena (quella che ha causato la rovina di Troia), della tecnologica, dell’animale, del satiro (è in un titolo di Ennio Flaiano, ora edito da Adelphi). Non possiamo fornirvi l’elenco completo, ma non è esagerato scrivere che la solitudine gode di credito. O, se si volessero utilizzare le parole dei direttori commerciali, che «tira».

Il periodo estivo, dicevamo, mette in luce meglio di altri le solitudini. Il caldo, chissà perché, oltre a stanare quelle vecchie induce taluni a crearne di nuove. Le fa confondere con il riposo. Sovente però diventano disperazione. Il tempo libero delle ferie, insomma, le chiama a raccolta. E questo anche se non stiamo parlando di un fenomeno stagionale.

Nicola Abbagnano ci confidò il giorno in cui riabbracciava Ludovico Geymonat, dopo anni di reciproco silenzio, che alcune solitudini si scelgono e altre invece ce le troviamo addosso. Si può, per esempio, condurre una vita casta per motivi religiosi o perché è preferibile ai guai che prima o poi causa l’amore; in tal caso ci rifugiamo in una solitudine sessuale, utile per evitare quei tormentoni di coppia che sono la parte più cupa dell’esistenza. Sant’Agostino che fu un maestro di solitudine, così come molti filosofi, la riteneva indispensabile per avviare un rapporto con Dio. Ma non è esagerato credere che anche il motto degli antichi Stoici, «vivi nascosto», nacque per motivi spirituali più che sociali. I seguaci di Epicuro, invece, sceglievano un’«autarchia» per essere più liberi. Il sommo Michel de Montaigne sommò l’una e l’altra. Fece della solitudine un capolavoro: si ritirò nella torre del suo castello a scrivere gli Essais, in compagnia dei soli classici. Ogni giorno si allenava a sorridere del mondo e degli uomini, a non credere a quanto veniva strillato. Si limitò a ricordare la vanità di tante fatiche, l’inutilità di troppi progetti. Una frase gliela prendiamo in prestito per rammentare quanto sia attuale la sua filosofia: «Quando gli uomini si riuniscono le loro teste si restringono».
I credenti trovano grandi solitudini nella Bibbia: Mosè, per esempio, è solo per incontrare Dio sul Sinai; Gesù si prepara alla vita pubblica con quaranta giorni nel deserto, anzi sovente si ritira a pregare in luoghi isolati. I monaci parlarono ben presto dell’habitare secum, dell’abitare con se stessi; o anche di «cella interiore», luogo di intimità con l’Altissimo che portiamo con noi. Giacomo Leopardi inserisce fra gli Idilli il componimento poetico La vita solitaria, una delle tante testimonianze che riflettono la sua vita isolata. E Friedrich Nietzsche? Altro campione del genere che cercava di socializzare il meno possibile, lasciando frammenti come questo: «Lontano dal mercato e dalla gloria nacquero da che è mondo gli inventori dei nuovi valori». Beethoven diventò sordo: il suo udito costrinse la musica ad abbandonarlo.

Le solitudini più fascinose? Sono forse state quelle degli anacoreti della Tebaide. Credevano, celati nelle loro grotte, nell’austerità della vita eterna. Per questo, sentendo venir meno le forze, cominciavano a ridere e proseguivano per giorni, sospirando e sghignazzando. Volevano esaurire, prima del grande passo, le scorte di comicità a disposizione della carne.

Andrew Bird, Imitosis, 2007

...We were all basically alone
And despite what all his studies had shown
What was mistaken for closeness
Was just a case of mitosis
And why do some show no mercy
While others are painfully shy
And tell me, doctor, can you quantify
‘Cause he just wants to know the reason
The reason why…

Lettori e scrittori sono uniti dal bisogno di solitudine, dalla ricerca di essenzialità in un’epoca sempre piú evanescente: dalla spinta a cercare dentro di sé, tramite la carta stampata, una via d’uscita dall’isolamento.

J. FRANZEN, Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003

Pink Floyd, Goodbye cruel world, The wall, 1979

In progress…

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“Affliggete quel manifesto”: gli strafalcioni in italiano degli studenti universitari

C. ZUNINO, “la Repubblica”, 9 aprile 2017

La perla delle perle in un mare di perle è “collimare”. Massimo Arcangeli, già preside della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Cagliari, oggi componente del collegio di dottorato in Storia linguistica italiana dell’Università La Sapienza di Roma, si è fermato. E, pur abituato a raccogliere verbi sconnessi, ha sorriso. Anche lui. Collimare, per un liceo linguistico di Siena, è «la strada tra collina e mare». Alla richiesta di dare un significato della parola offerta, altri liceali hanno regalato queste variazioni sul tema: “collimare” è la domanda «che collina è quella?» oppure «sono le colline in mare» (qui siamo a Siracusa, la ricerca ha riguardato nove regioni). Sempre in Sicilia: «Da tre anni sto in un collimare», «la mia villa si trova in un collimare».

Questi passaggi si trovano nelle risposte raccolte nelle ultime due settimane tra mille studenti di scuole medie e superiori (più dell’ottanta per cento delle quali licei) per il Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia, che si è aperto venerdì a Siena e si chiude oggi. Uno studio meno recente (2011-2012), ma ancora più preoccupante perché compiuto tra i 196 universitari sardi dell’allora preside Arcangeli (141 femmine e 55 maschi), ci dice che il 95 per cento delle matricole non conosce il significato di “ondivago”, l’88 per cento di “coacervo”, l’81 per cento non sa che cosa voglia dire “abulico”, tre su quattro non si orientano su “nugolo”. E poi si arriva a “collimare”, exemplum dello stato della lingua italiana tra i nostri studenti. Al primo anno di università è diventato quattro volte “compensare” («dobbiamo collimare le nostre lacune»), quattro volte “riempire” («collimare un vuoto»), tre volte “colmare”. In sei casi “adepto” è diventato “addetto” («lui è l’adepto alla manutenzione»), una volta “adeguo” («mi adepto a ogni situazione »), in quattro risposte “alunno”. “Esimere” tra gli universitari di Cagliari può essere “dare” («vorrei esimere le mie dimissioni »), “fedifrago” diventa “cannibale”. “Indigente” tutto fuorché povero: affidabile, disabile, esigente, esuberante, inadempiente, indisposto, insistente, irresponsabile. Ecco, «l’afflizione dei nuovi manifesti».

Nell’introduzione al Festival, il professor Arcangeli ha ricordato come nel 1863 su 21.777.334 cittadini italiani censiti, solo 3.884.245 fossero quelli che sapevano leggere e scrivere, un analfabetismo che sfiorava il 95 per cento in Basilicata. Allora un pastore lucano finiva fucilato «perché non riusciva a spiegare in italiano che le scarpe che aveva ai piedi non erano state rubate». Fra i pastorelli meridionali di Fine Ottocento e i nativi digitali di oggi la distanza è incolmabile, «eppure l’analfabetismo è tornato a incombere in nuove, insidiose forme funzionali». È l’incapacità di saper leggere e affrontare un testo in modo critico ed efficace, saperlo adattare alle diverse situazioni. Nei lavori di troppi ragazzi oggi si vedono sviluppi elementari delle trame, accenti fuori posto («loro mi rispettano come io lì rispetto a loro»); concrezioni («non lo mai apprezzato»), “che” polivalenti («ci sono compagni che ho un bellissimo rapporto »), errori di sintassi («io spero che non ci saranno più questi gruppi e che diventasse una classe come tutte le altre»).

Dice Arcangeli: «Oggi il numero di chi scrive in modalità digitale è incomparabilmente elevato, ma si registra l’insufficienza di una qualità che proceda di pari passo con la quantità, di una lingua, una logica e una cultura che s’impegnino per andare oltre la superficie e si ancorino a una qualunque terra». L’analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli preoccupanti e sta riaffiorando quello strumentale: la totale incapacità di leggere, scrivere e far di calcolo. «Molti dei nostri giovani non riescono a sottrarsi alle insidie dei loop, delle riprese ingenue del già detto, non sanno procedere ordinatamente e non riescono a riprendere il filo del discorso dal punto in cui lo hanno interrotto. Il futuro? La prepotenza visiva dei nostri tempi potrebbe vaporizzare le qualità necessarie per affrontare una pagina scritta. Potremmo essere traghettati nell’instabilità permanente delle lingue, un ritorno a condizioni premoderne, l’analfabetismo dell’Europa medievale».

Altri interventi:

S. BARTEZZAGHI, Abulico è il modo in cui usiamo le parole, “La Repubblica”, 9 aprile 2017

R. SIMONE, Analfabeti dalla A alla Z, “L’Espresso”, 9 aprile 2017

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Caffè, bevanda dei Lumi

                                                                                     London coffeehouse, 1668

TOM STANDAGE, Così twittavano. I Caffè, social network al tempo di Newton“La Repubblica”, 12 luglio 2013
I social network oggi vengono additati come nemici della produttività. Secondo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo: e tutto a causa di queste «armi di distrazione di massa». Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’ informazione, che esercitava un’ attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’ epoca.
Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi. I caffè erano usati anche come uffici postali: i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori.
Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro. Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’ espressione «lì nel caffè». Le pagine di Pepys danno un’ idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a «una lunga e accesissima discussione fra due dottori», dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente.
Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, «il gentiluomo, il manovale, l’ aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali». Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford. «Perché l’ apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’ Università?», chiedeva. «Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo». Contemporaneamente, a Cambridge, Roger North, un avvocato, lamentava la «smisurata perdita di tempo originata da una semplice novità. Perché chi è in grado di applicarsi seriamente a un argomento con la testa piena del baccano dei caffè?». Questi posti erano «la rovina di tanti giovani gentiluomini e mercanti seri e di belle speranze», secondo un pamphlet pubblicato nel 1673 e intitolato Ecco la spiegazione del grande problema dell’ Inghilterra. Tutto questo riporta alla mente i duri moniti lanciati da tanti commentatori moderni. Un comune motivo di preoccupazione, allora come oggi, è il fatto che le nuove piattaforme di condivisione dell’ informazione possano rappresentare un pericolo in particolare per i giovani.
Ma qual era l’ impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’ innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’ industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni. Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna. I caffè erano piattaforme per l’ innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’ impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’ incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s. Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere. Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, mai loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno.
Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking. Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. Sono conversazioni interamente virtuali, ma che offrono potenzialità enormi di produrre cambiamenti reali. Certi capi deridono l’ uso di questi strumenti durante il lavoro dicendo che non si tratta di social network, ma di social NOTwork, ma altre aziende, più lungimiranti, stanno adottando i «social network d’ impresa» (sostanzialmente versioni aziendali di Facebook) per incoraggiare la collaborazione, scoprire talenti e competenze nascosti fra i dipendenti e ridurre l’uso dell’ e-mail. Uno studio pubblicato nel 2012 dalla società di consulenza McKinsey & Company ha scoperto che l’ utilizzo dei social network all’interno delle aziende ha incrementato del 20-25 per cento la produttività dei «lavoratori della conoscenza». L’uso dei social media nell’istruzione, peraltro, è sostenuto da studi che dimostrano che gli studenti imparano più efficacemente quando interagiscono con altri studenti. L’OpenWorm, un rivoluzionario progetto di biologia computazionale, è partito da un singolo tweet e ora coinvolge collaboratori di tutto il mondo che si incontrano attraverso Google Hangouts.
Chi sa quali altre innovazioni stanno fermentando nel caffè globale di Internet? C’è sempre un periodo di aggiustamento quando compare una nuova tecnologia. Durante questa fase di transizione, che può richiedere anni, le tecnologie sono spesso oggetto di critiche perché sconvolgono il modo tradizionale di fare le cose. Ma la lezione dei caffè ci insegna che le moderne paure sui pericoli dei social network sono esagerate. In realtà questo tipo di comunicazione ha una lunga storia: l’ uso dei pamphlet da parte di Martin Lutero durante la Riforma getta nuova luce sul ruolo dei social media nella Primavera Araba, per esempio, e ci sono paralleli fra le maldicenze in versi che circolavano nella Francia prerivoluzionaria e l’ uso del microblogging nella Cina moderna. Per affrontare le problematiche sollevate dalle nuove tecnologie, è al passato che dobbiamo guardare.
© 2013 The New York Times, Distributed by the New York Times Syndacate. Tom Standage è direttore digitale dell’ Economist e l’ autore del libro di prossima pubblicazione Writing on the Wall: Social Media – The First 2000 Years. Traduzione di Fabio Galimberti 
 
J. S. Bach, Cantata del caffè, 1732

“Il caffè rallegra l’animo, risveglia la mente, in alcuni è diuretico, in molti allontana il sonno, ed è particolarmente utile alle persone che fanno poco moto, e che coltivano le scienze. Alcuni giunsero perfino a paragonarlo al famoso nepente tanto celebrato da Omero”.
E. FRANÇOIS, Il caffè, in H.-G. HAUPT (a cura di), Luoghi quotidiani nella storia d’Europa, Laterza, Roma-Bari 1993
In una descrizione della città di Vienna pubblicata nel 1786, Johann Pezzl, acuto osservatore e scrittore satirico, annotava: «Come si sa, oggi i caffè sono una delle cose di cui una grande città non può assolutamente fare a meno». È un’osservazione che ognuno di noi potrebbe far propria: non è forse il caffè, come luogo e come istituzione, una delle componenti più familiari e più caratteristiche della vita urbana e della civiltà europea? Eppure questo caffè, che a noi sembra così intimamente legato alla realtà urbana europea, quasi ne fosse un indispensabile elemento costitutivo, ha origini che non sono né antiche né europee. Presente fin dal Medioevo nelle città musulmane del bacino mediterraneo e del Medio Oriente, il caffè – come bevanda e come luogo – è uno di quei tanti elementi che l’Europa ha mutuato dall’Oriente, senza dei quali non sarebbe potuta diventare se stessa. Contrariamente alla leggenda eroica secondo la quale il primo caffè in Europa (accompagnato dai primi croissants) sarebbe stato aperto da Georg Franz Koltschitzky nel 1683 a Vienna, dopo il fallimento dell’assedio dei turchi alla città; sembra sia stata Venezia – in quanto principale porto commerciale nei traffici con il mondo musulmano – la prima città europea a dotarsi di un caffè, probabilmente intorno al 1647. Merce d’importazione, il caffè si impone progressivamente negli altri grandi porti europei (a Londra nel 1652, a Marsiglia nel 1654, ad Amburgo nel 1677), e di là si diffonde nelle maggiori città dell’interno. […] Nella seconda metà del XVIII secolo, infine, i caffè conoscono un vero decollo, si moltiplicano e conquistano praticamente tutte le città: Vienna, che già nel 1737 contava 37 caffè, ne ha più di 80 nel 1790; alla stessa data, Monaco ne ha 18 e Amburgo 15, mentre Parigi ne avrebbe contato più di 800 alla vigilia della Rivoluzione! Arrivata in ritardo, Berlino resta invece alla retroguardia: il primo caffè vi viene aperto solo nel 1721, e nel 1780 la capitale della Prussia non ne ha che 12. […]
Diversi sono i motivi che spiegano il formidabile successo dei caffè nell’Europa del XVIII secolo: in primo luogo la diversificazione crescente del loro ruolo all’interno della società urbana; poi la loro funzione di luogo d’innovazione culturale e sociale; e infine, il formarsi di una specifica cultura del caffè, che fa passare in secondo piano la consumazione vera e propria, allargata peraltro a bevande diverse: «I caffè – nota giustamente Pezzl – hanno ampliato considerevolmente la propria offerta rispetto agli inizi. Vi si beve non soltanto caffè, ma anche tè, cioccolata, punch, limonata, latte di mandorla, rosolio, gelati ecc., tutte cose che fino a un paio di secoli fa in Germania non si conoscevano neanche di nome. Vi si può studiare, giocare, chiacchierare tra amici, parlare di politica, schiacciare un pisolino, trattare affari, mercanteggiare, fare pubblicità, tramare intrighi e complotti, organizzare gite, leggere riviste e quotidiani ecc.».
La prima funzione del caffè è, in effetti, di essere un luogo di libertà e di liberi incontri, un «luogo nuovo per la vita di società in pubblico», che rende possibile all’allora nascente società borghese relazioni piacevoli e scambi al di fuori dei legami usuali del ceto, della corporazione, della casa o della famiglia. In linea di principio il locale era aperto a tutti, chiunque vi poteva entrare a bere il caffè e l’unica vera limitazione era posta dalle possibilità di sostenere la spesa, anche se, nei fatti, la frequentazione del caffè era molto selettiva: essenzialmente borghese (al punto che i caffè diventano uno dei luoghi d’elezione dove le nuove élite si incontrano e formano la loro coscienza comune), essa era anche esclusivamente maschile. Questo luogo di libertà e di incontro, la cui importanza nella genesi della società borghese non sarà mai sottolineata abbastanza, è anche un luogo di libera discussione, dove la conversazione può svolgersi in una situazione sostanzialmente aperta, e dove, come nei salons ma senza le costrizioni di questi ultimi, si conversa per amore della conversazione e lo scambio discorsivo diventa l’attività principale. Così un anonimo descrive l’atmosfera dei caffè viennesi attorno al 1780: «Nei caffè si parla alternativamente, anzi spesso contemporaneamente, di questioni pubbliche e di faccende private, di argomenti di finanza e letteratura, di affari e di diritto, delle scienze e delle arti; insomma, l’oggetto delle conversazioni spazia continuamente fra temi politici, letterari, economici, giuridici e morali, a seconda dell’occasione». Ma oltre che luogo di incontro e di libera discussione, il caffè è anche un luogo di scambio di informazioni, dove la lettura dei giornali e dei periodici è importante quanto la conversazione, e a questa strettamente legata in quanto le fornisce spesso gli argomenti. A partire dalla metà del XVIII secolo, per i caffè delle grandi città è un punto d’onore offrire alla loro clientela una vasta scelta di giornali, tanto da diventare un forte motivo pubblicitario. Così, un caffè viennese cerca di conquistare i favori dei clienti col seguente annuncio: «Si rende noto agli amanti della lettura che a partire dal 26 gennaio 1783 nel caffè sito al Mercato Nuovo nel cosiddetto Ospedale, oltre ai quotidiani come Wiener Zeitung e […] The London Chronicle, sarà possibile leggere liberamente le seguenti riviste [segue un lungo elenco di testate di carattere culturale, n.d.r.] e varie altre pubblicazioni utili e dilettevoli».

Pietro Seguace di Pietro Longhi, La bottega del caffè, 1750-1770 c.a, Olio su tela,  Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari.

Carlo Goldoni, La bottega del caffè, 1750

M. BELPOLITI, La bevanda dal fascino discreto che rivoluzionò l’Europa, “La Repubblica”, 8 giugno 2016

«Il caffè agisce sul diaframma e sui plessi dello stomaco, da cui raggiunge il cervello attraverso irradiazioni impercettibili che sfuggono a ogni analisi; nondimeno si può presumere che sia il fluido nervoso a fungere da conduttore dell’elettricità sprigionata dal caffè, o meglio trovata e messa in azione dentro di noi». Così scrive Balzac nel suo “Trattato degli eccitanti moderni” (1839). Lo scrittore ne fa un uso smodato come analgesico, per tenersi sveglio, come aiuto per l’immaginazione. Di fatto è un tossicodipendente, e hanno ragione due studiosi della caffeina, Bennett A. Weinberg e Bonnie K. Bealer, nel dire che l’alcaloide contenuto nel caffè è senza dubbio la droga più popolare del mondo, supera di larga misura nicotina e alcol. Eppure fino al 1650 era praticamente sconosciuta in Europa, mentre cinquanta anni dopo si consumava in 3.000 locali di Londra, che ne è stata la capitale insieme a Parigi per quasi un secolo. Come ha fatto a diffondersi e a diventare la bevanda preferita del secolo dei Lumi, e oltre? «Ogni volta che beviamo una tazza di caffè, prendiamo parte a uno dei più grandi misteri della storia della cultura», scrivono i due studiosi.
L’arbusto del caffè cresceva allo stato selvatico su tutti i rilievi dell’Africa, Madagascar, Sierra Leone, Congo, nell’altopiano etiope, e probabilmente in Arabia. C’è anche un mito, quello di Kaldi, il pastore etiope con le sue capre danzanti che mangiano le bacche, e un monaco che se ne interessa e capisce.
Di sicuro i religiosi hanno contribuito in varia forma alla “scoperta” del caffè e alla sua diffusione. Uno dei primi trattati a stampa dedicati al caffè (1671) è opera di un frate maronita, Antonio Fusto Naironi, professore di lingue orientali a Roma, che ha diffuso il mito di Kaldi. Di sicuro sono stati gli arabi a trasformarlo in una bevanda. Pare che Maometto fosse stato curato con il caffè da una sonnolenza perniciosa. Certo all’inizio quella bevanda calda, nera e amara non attirava molto, sebbene già nel Cinquecento si beveva a Costantinopoli dove esistevano locali che la preparavano.
La vicenda dell’arrivo del caffè in Europa è davvero straordinaria, sebbene se ne conoscano solo alcuni passaggi e non tutti bene. Qualche anno fa un giovane californiano, Stewart Lee Allen, è andato in giro per il mondo per vedere secoli dopo i posti dove è nato e dove si è diffuso, a partire dalla materia prima accumulata nel porto di al-Makkha, Mocha, nello Yemen. L’ha raccontato in un libro curioso, La tazzina del diavolo. Tuttavia la parte davvero interessante, al netto di leggende e storie strane, che pure ci sono, è quello dell’arrivo in Europa della bevanda. Anche la parola è un esempio di questa complessa storia. L’inglese coffee viene dal francese café, che come l’italiano caffè proviene dal turco kahveh, che a sua volta deriva dall’arabo qahwa. Dunque nel 1650 in Europa si sa del caffè, qualcuno l’ha pure bevuto nei viaggi in Oriente, ma è sconosciuto ai più; se ne parla come di un medicinale.
Nel 1700 è già nelle mani della aristocrazia. Vi arriva come una moda, alla medesima maniera con cui si diffondono le cineserie e i moretti che tenevano compagnia ai nobili. Secondo Wolfgang Schivelbusch, quel che conta nel mondo nobiliare non è il caffè quale bevanda, ma le forme con cui lo si gusta, le occasioni, l’eleganza e lo stile. La storia della porcellana s’intreccia con quella del liquido nero e del suo successore, il tè. La sostanza ce la mette invece la borghesia, che ne apprezza le qualità fondamentali. Schivelbusch scrive: la borghesia saluta nel caffè il mezzo più efficace per far passare le sbornie.
Siamo nel punto di passaggio riguardo gli alcolici, la birra in particolare; è il transito dal mondo tardo medievale – il Medioevo è durato molto a lungo nella mentalità, oltre che nelle forme di vita – a quello moderno. Lo definisce ora la Riforma protestante, che compie il primo passo per regolare il rapporto tra l’uomo e l’alcol. Lutero si scaglia contro il demone dell’ebbrezza. E qui arriva il caffè. Ma non basta. Ci vuole anche una “base materiale”. Si tratta della nuova disciplina del lavoro, insomma il nascente capitalismo. La caffeina presente nel caffè è ben superiore a quella che è contenuta nella cioccolata. Con una boutade Schivelbusch dice che senza il caffè non ci sarebbe stata la matematica degli arabi, la loro capacità di astrazione. Possibile.
Di certo questo liquido nero è la bevanda per eccellenza della borghesia moderna. L’uomo nel Medioevo compie lavori fisici, il borghese evolve invece verso un lavoro di concetto: sta seduto. I due studiosi della caffeina stabiliscono un interessante rapporto tra il caffè e l’orologio. Se è vero che gli europei sono dediti alla caffeina per rispettare i nuovi ritmi di lavoro, è anche vero che nello stesso periodo si raffina l’orologio meccanico; intorno al 1660 la lancetta dei minuti diventa sempre più precisa e comune in Inghilterra.
Ma non c’è solo il lavoro in senso lato, che richiede sempre meno dosi di birra, vino, gin. C’è anche il caffè inteso come luogo in cui si beve. Nel 1687, o forse 1688, Edward Lloyd apre la sua caffetteria in Tower Street a Londra. Lo frequentano agenti assicuratori; da lì nascerà la famosa compagnia di assicurazioni. Il caffè è il luogo dove si trattano gli affari, ma dove si discute anche di politica e letteratura, allora intrecciate; si creano e leggono i giornali. I redattori usano il caffè come spazio di lavoro, antenato del coworking. Caffè e giornalismo crescono insieme. La borghesia oppone questo luogo pubblico, aperto a tutti, ai salotti aristocratici, dove invece si entra a invito. La democrazia è figlia dei caffè. Sono Inghilterra e Francia a promuovere tutto questo, la Germania e l’Italia seguono a distanza. Prima che da bevanda sorbita negli spazi pubblici diventi invece un genere di consumo privato, passano almeno cinquant’anni. Il caffè si privatizza: lo si usa ora a colazione e a fine pasto, come documentano incisioni e quadri. Diventa un genere famigliare, là dove invece il caffè era prevalentemente un luogo maschile. Il caffè del mattino sostituisce la zuppa di birra del passato, quella delle classi contadine e operaie. Qualcuno ha sostenuto che prima del caffè la prosa narrativa inglese fosse laconica e monolettica. Frasi brevi e una sola voce narrante; dopo si trasforma in una prosa dialogica. Potere della caffeina.
Poi di colpo decade. Dura poco più di un secolo. Lo scalzerà il tè. Diminuiscono i caffè, e almeno in Inghilterra il tè ne prende il posto. Questione di prezzi: il tè costa meno, si lavora più facilmente e ne serve meno per bere. Poi c’è l’onnipresente Compagnia delle Indie a dettar legge. Ma questa è un’altra storia. Intanto il moderno capitalismo è nato e il caffè ha dato il suo fondamentale contributo. Non è poco.
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‘Merica: letteratura italiana e migrazione.

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Dried Fruit Seller, New York, Little Italy, 1920 c.a

“A partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’A­merica, l’Europa è diventata in modo prevalente il punto di partenza di grandi (e pacifici) flussi di emigrazione soprattutto verso il Nuovo Mondo, prodotti per un verso dal tentativo di sfuggire a persecuzioni, violenze e regimi oppressivi e per l’altro dalla volontà di garantirsi migliori condizioni di vita e di lavoro. Tali flussi, accanto a consistenti spostamenti di uomini all’interno della stessa Europa, hanno conosciuto uno stra­ordina­rio incremento tra Otto e Novecento, quando le Americhe e specialmente gli USA divennero terre di grandi opportunità. Ma sono andati poi lentamente esaurendosi tra le due guerre mondiali, in parte per le perdite demografiche provocate dai due conflitti e in parte per le politiche restrittive che i paesi di destinazione hanno poco per volta opposto all’arrivo di nuovi migranti. Un solo dato, relativo al nostro Paese, può dare la misura della consistenza di questi flussi. Si calcola infatti che tra il 1876 e il 1915 circa 7,5 milioni di italiani siano emigrati nelle Americhe, dapprima specialmente in Argentina e in Brasile e poi soprattutto negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese tra il 1896 e il 1905 entrarono in media 130.000 italiani all’anno, che divennero 300.000 nel 1905 e 376.000 nel 1913. E come accade oggi nel Mediterraneo, anche allora i viaggi transoceanici dei migranti si svolsero in condizioni disperate: con la mediazione di spregiudicati avventurieri, su imbarcazioni quasi sempre inadeguate – «i vascelli della morte» – stipate oltre misura di uomini, donne e bambini, spesso ricettacoli di gravissime epidemie e talora destinate a drammatici naufragi”.

in F. TUCCARI, La crisi migratoria in Europahttp://aulalettere.scuola.zanichelli.it

EDMONDO DE AMICIS, Sull’oceano, Milano 1889

“Nel marzo 1884 lo scrittore e giornalista Edmondo de Amicis decise di imbarcarsi su un piroscafo che trasportava in Argentina, oltre ai passeggeri che viaggiavano per affari o per diletto, anche circa 1500 nostri connazionali emigranti. Il suo scopo era quello di documentare, con un’approfondita inchiesta giornalistica, un fenomeno che stava assumendo dimensioni sempre più imponenti, e che a cavallo dei due secoli avrebbe inciso profondamente sulle sorti del nostro paese. Da questo viaggio nacque, cinque anni più tardi, un romanzo intitolato Sull’oceano”. LEGGI TUTTO…

Angelo Tommasi, La partenza degli emigranti italiani per l’America, 1896, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

emigranti

Immigrati italiani in Mulberry Street, Little Italy, Manhattan, New York. Inizio Novecento

Giovanni Pascoli, Italy, 1904

XI

Ha tessuto e filato, anche ha zappato,
anche ha vangato, anche ha portato, oh! tanto
che adesso stenta a riavere il fiato!

O dolce Molly, tu le porti accanto
Doll nel lettino lucido, e tu resti
con loro… Tanto faticato e pianto!

pianto in vedere i figli o senza vesti
o senza scarpe o senza pane! pianto
poi di nascosto, per non far più mesti

i figli che… diceano addio, col canto.

XII

Addio, dunque! Ed anch’essa Italy, vede,
Italy piange. Hanno un po’ più fardello
che le rondini, e meno hanno di fede.

Si muove con un muglio alto il vascello.
Essi, in disparte, con lo sguardo vano,
mangiano qua e là pane e coltello.

E alcun li tende, il pane da una mano,
l’altro dall’altra, torbido ed anelo,
al patrio lido, sempre più lontano

e più celeste, fin che si fa cielo.

XIII

Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,
cielo deserto. O patria delle stelle!
O sola patria agli orfani del mondo!

Vanno serrando i denti e le mascelle,
serrando dentro il cuore una minaccia
ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia,
indifferenti al tacito diniego;
e cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia

no, dietro mormorare odono: Dego!

A proposito del poemetto Italy, cfr. il saggio di F. Bruni, in  http://www.italica.rai.it/principali/lingua/bruni/schede/italy.htm

“Nel 1904, traendo spunto da un episodio veramente accaduto nella famiglia di un piccolo agricoltore suo amico, Pascoli scrisse questo lungo poemetto (450 versi divisi in due canti, di terzine dantesche organizzate in strofe), che ha per sottotitolo Sacro all’Italia raminga, e dunque chiama in causa immediatamente il fenomeno dell’emigrazione, guardato con sgomento come perdita d’identità e fattore di estraneità reciproca fra chi è partito e i parenti rimasti in patria a conservare arcaiche abitudini di vita: tale estraneità è fittamente rappresentata nella prima parte del testo dall’incomprensione linguistica fra gli “americanizzati” che hanno quasi disimparato l’italiano e la famiglia in Lucchesia, che non conosce l’inglese. Inoltre, a complicare ulteriormente la trama dei piani linguistici, polarizzata sulla distanza fra italiano e inglese, intervengono da un lato i termini e i modi di dire dialettali e dall’altro le battute nel linguaggio misto italo-americano.
Protagoniste della poesia sono la piccola Maria-Molly, malata di tisi, riportata in Italia dal lontano Ohio per trovare aria buona e cure, e la nonna, che le si affeziona fino a morire, simbolicamente, in sua vece: il progressivo avvicinamento sentimentale fra le due, non intaccato dalle difficoltà di comunicazione, culmina alla fine del primo canto in una forma di comprensione superiore, intuitiva, in una sorta di reintegrazione reciproca.
Nel secondo canto, dopo che il lungo tempo piovoso ha ceduto a una primavera splendente e al ritorno delle rondini (intimamente assimilate a Molly), si annuncia la tosse fatale della nonna; a questo punto la narrazione subisce una battuta d’arresto, e lascia spazio a un inserto affidato alla voce del poeta, dai toni ora sgomenti, ora vaticinanti e visionari, in cui i mali dell’emigrazione sono introdotti attraverso l’equazione fra l’immagine della madre che vuole tutti i suoi figli nel nido e quella della patria (“antica madre”) che deve fare altrettanto: così l’Italia richiamerà tutte le sue genti dalle terre lontane dove lavorano in schiavitù, dalle miniere, dai ponti delle navi, “in una sfolgorante alba che viene” (II, 180). Questa presa di posizione ben s’inquadra nelle convinzioni politico-sociali di Pascoli in quegli anni, riassumibili nella teoria del “socialismo patriottico” e influenzate fortemente dall’acceso nazionalismo di Enrico Corradini: Pascoli, che dichiarava di sentirsi “profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe”, sposta sostanzialmente i termini dell’analisi marxista dai rapporti di forza fra le classi sociali alla lotta fra le nazioni. E poiché l’Italia è il proletario tra i popoli, la nazione povera che ha fatto sempre arricchire gli altri (il nido da cui le rondini si allontanano perché “non c’è più cibo”, II, 80), non le si disdice un riscatto attraverso le conquiste coloniali, che renda finalmente giustizia al “popolo più faticante e industrioso e parco del mondo” e metta fine alle miserie dell’emigrazione.
Scrive Giuseppe Nava nel suo commento a Italy che il socialismo patriottico “rappresenta un tentativo di rimozione delle paure piccolo-borghesi d’uno sconvolgimento radicale della società e insieme una risposta all’esigenza della piccola borghesia intellettuale di tornare a ricoprire un ruolo dirigente, negatole dallo sviluppo del capitalismo. Non a caso l’emigrazione è sentita dal Pascoli anche e soprattutto dal punto di vista linguistico, come perdita della lingua materna” (Nava 1971, 134): ma la possibile conciliazione fra l’ottica dell’antica civiltà contadina e quella della moderna civiltà industriale è affidata, nel poemetto, proprio alla funzione unificante dello scrittore, capace di assumere entrambi i punti di vista, nell’utopia di una nazione industrializzata ma al tempo stesso articolata in una comunità di piccoli produttori.
Nei confronti dell’imbastardimento linguistico degli emigranti Italy mostra una sorta di attrazione-repulsione, con punte di sperimentalismo ardito, che si espongono soprattutto in sede di rima, fin dall’inizio del canto primo (febbraio : Ohio), con un compiacimento abbastanza trasparente (si veda la Nota a “Italy” che l’autore ha posposto al testo per agevolare la comprensione del “povero inglese” dei suoi personaggi).”

Luigi Pirandello, L’altro figlio, 1923

Da quattordici anni erano partiti anche a lei per l’America due figliuoli; le avevano promesso di ritornare dopo quattro o cinque anni; ma avevano fatto fortuna laggiú, specialmente uno, il maggiore, e si erano dimenticati della vecchia mamma. Ogni qual volta una nuova comitiva di emigranti partiva da Farnia, ella si recava da Ninfarosa, perché le scrivesse una lettera, che qualcuno dei partenti doveva per carità consegnare nelle mani dell’uno o dell’altro di quei figliuoli. Poi seguiva per un lungo tratto dello stradone polveroso la comitiva, che si recava, sovraccarica di sacchi e di fagotti, alla stazione ferroviaria della prossima città, fra le madri, le spose e le sorelle che piangevano, disperate; e, camminando, guardava affitto affitto gli occhi di questo o di quel giovane emigrante che simulava una romorosa allegria per soffocare la commozione e stordire i parenti che lo accompagnavano.

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C. Pavese, La luna e i falò, Einaudi, 

In California […] ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver attraversato tanto mondo, per veder della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso. Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame […]. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque. […] Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era la luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. […] Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che […] mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo? […] Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa. Ne avevo abbastanza. […] Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandava com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America, quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame. In Paese non sarei stato mai altro che un servitore […] e allora tanto valeva provare, levarmi la voglia […] ripassare anche il mare. Ma non è facile imbarcarsi, disse Nuto. Hai avuto coraggio. Non era stato coraggio, gli dissi, ero scappato. Tanto valeva raccontargliela.

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L. Sciascia, La zia d’America, da Gli zii di Sicilia, 1958

L. Sciascia, Il lungo viaggio, da Il  mare color del vino, 1973

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A. Baricco, Novecento, 1994

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava
aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva.
Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato,
muratore, brava persona… prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi… gli ha preso un po’ la mano, ha fatto l’America…
Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.

PER APPROFONDIRE

Marzia PessolanoNemico e/è straniero. Proposte didattiche per un percorso letterario, GRISELDAONLINE

http://rcslibri.corriere.it/rizzoli/stella/link/link.spm?refresh_ce-cp

 

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Walt Whitman

Mi contraddico?
Molto bene, allora, mi contraddico,
Sono largo, contengo moltitudini.

Sempre un intreccio di identità, sempre distinguere,
sempre una generazione di vita.

Poesia di Walt Whitman, un americano

Foglie d’erba è la grande epica americana, cantico democratico di Whitman e forse il più insurrezionale di tutta la letteratura degli Stati Uniti. L’esplicita sessualità e schietto elogio dei sensi, lo stile particolare del suo barbaric yawp, come Whitman lo chiamava, lo sdegno apparente verso la poesia di maniera: chi mai nella letteratura americana poteva aver preparato un pubblico in grado di apprezzare questi caratteri? Per il lettore d’oggi è impossibile separarlo da quella cultura americana che ancora cerca di capacitarsi della sua stessa ampiezza, col suo riconoscere altre e altre voci ancora e il loro significato, una cultura che in breve ancora si ribella contro ogni dogmatica restrizione della propria storia.

Lewis Fried

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When I heard the learn’d astronomer, in Foglie d’erba, 1891

Quando udii il dotto astronomo,
quando le prove e le cifre mi vennero incolonnate dinanzi,
quando mi mostrarono le carte e i diagrammi, da addizionare, dividere, calcolare,
quando seduto nell’anfiteatro udii l’astronomo parlare, e venir a lungo applaudito,

come improvvisamente, inesplicabilmente mi sentii stanco, disgustato,
finché, alzatomi, fuori scivolando me ne uscii tutto solo,
nella mistica umida aria notturna e, di tratto in tratto,
alzavo gli occhi a contemplare in silenzio le stelle.


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Song of Myself

[…] Stop this day and night with me and you shall possess the origin of all poems,
You shall possess the good of the earth and sun…. there are millions of suns left,
You shall no longer take things at second or third hand…. nor look through the eyes of the dead…. nor feed on the spectres in books,
You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from yourself.[…]

http://www.youtube.com/watch?v=j64SctPKmqk

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Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”

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“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”

Fahrenheit 451, film diretto da François Truffaut e con Oskar Werner, 1966

“La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica.”

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Se questa è cultura umanistica

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Tomaso Montanari, “La Repubblica”, 23 gennaio 2017

Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività». Per la redazione di questo testo, la ministra senza laurea né maturità Valeria Fedeli si è avvalsa della collaborazione dell’ex ministro, ex rettore, professore emerito e plurilaureato ad honorem Luigi Berlinguer: e il risultato dimostra che il punto critico non è il possesso di un titolo di studio.

Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.

Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da «creativi» prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole.

Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. «Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento! ». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a diventare più umani: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti. E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro.

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». Formare gli italiani del futuro al marketing del «Made in Italy»; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling, o per smontare le bufale che galleggiano in Internet; annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza: tutto questo significa scommettere proprio sull’inconsapevolezza, sulla modalità predefinita, sulla corsa sfrenata al successo. La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno?

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