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Giorno della Memoria: 27 gennaio 2017

Quando viene la conoscenza, viene anche a poco a poco il ricordo. 
Conoscenza e ricordo sono una sola e medesima cosa.
Saul Friedlander, A poco a poco il ricordo, Einaudi, Torino 1990
 Per non dimenticare, VIDEO a cura di ZETTEL- RAI Filosofia.
Hans Sahl [1902-1993], Gli  ultimi [1973], da  Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Noi portiamo in giro lo schedario
con le cartelle segnaletiche dei nostri amici
appeso al collo come la cassetta degli ambulanti.
Istituti di ricerca fanno domanda
per ottenere degli scomparsi gli scontrini della tintoria,
musei custodiscono le parole della nostra agonia
come reliquie sottovetro.
Noi, che sprecammo il nostro tempo
per motivi comprensibili,
siamo diventati i rigattieri dell’incomprensibile.
Il nostro destino è un monumento sotto tutela.
Il nostro cliente migliore
è la cattiva coscienza della posterità.
Prendete, servitevi.
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Il dibattito: come ricordare?
Non siamo noi i superstiti, i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato integrale. […]
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno come nessuno è tornato mai a raccontare la propria morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Susanna Nirenstein, Auschwitz non è un museo, ”La Repubblica”,  24 gennaio 2014
“E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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Marco Paolini legge Primo Levi, La tregua: Hurbineck.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba
del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.
Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente.
Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».
Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992

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Marco Paolini, Ausmerzen, Torino, Einaudi, 2012: il video.

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno oppressi.
Alla fine della Belle Époque, meno di cento anni fa, i dottori dell’Eugenetica prendono due strade: per gli inglesi si tratta di to eradicate illness, sradicare la malattia; per i tedeschi diventa ausmerzen, sopprimere i deboli.
Forse è utile rileggere il passaggio di Primo Levi sul Doktor Pannwitz:
[…] quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.  (P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Einaudi, Torino 2005).
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepí in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere».
Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.
Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui. Certe persone sembravano incapaci di pensare parole intere, altre facevano rumori. Immaginavo il suono del loro cervello. Era un gioco, ma faceva paura.
Certe volte era un rantolo, altre volte un ronzio come la radio fuori frequenza. Leggendo Levi ho sentito il rumore del cervello del Doktor Pannwitz. Suonava, era senza parole ma suonava come un telefono fisso, suonava a vuoto.
Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria.
Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano piú perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare. […]

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla“Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

Qualche giorno prima, in una lettera al maggiore dei suoi cinque figli, Hoess scriveva:

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi era presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.

Prima ancora, durante gli interrogatori preliminari seguiti alla sua cattura, aveva detto:

“Quando mi trovai nelle SS, educato alla disciplina di quella organizzazione, credevo che quanto mi veniva ordinato dal suo capo e da Hitler fosse giusto; secondo me sarebbe stato disonore e debolezza il cercare in qualsiasi maniera di evitare l’adempimento delle loro commissioni e dei loro ordini, e con tale punto di vista persistetti in ogni luogo a cui fui destinato, e adempii con fervore a tutte le commissioni, anche quando nello svolgimento del mio lavoro nei campi di concentramento vidi fatti veramente inumani…”.

Il male compiuto non per malvagità ma solo per dovere, per senso di appartenenza – il male legalizzato –  diventa una pratica da sbrigare, per la quale i coinvolgimenti emotivi sono tanto più inesistenti quanto più burocratico e organizzato ne è l’adempimento. E’ la banalità del male di cui parla Hanna Arendt: quando cioè l’eccezionalità dell’agire criminoso diventa mostruosa quotidianità, assuefazione e mancanza di consapevolezza, e la distinzione fra virtù e vizio – categorie che vorremmo credere assolute – si trova a dipendere solo da contingenze di luogo e circostanza. E’ così che Hoess poteva riferirsi alle operazioni di sterminio condotte nel campo come “commissioni“; essere a un tempo il padre che prima di morire scrive al figlio una lettera eticamente esemplare e il funzionario che nelle sue memorie ricorda come l’introduzione dello ziklon B26 fu per lui un sollievo: “aveva su di me un effetto tranquillante; infatti si dovevano al più presto sterminare in massa gli ebrei, e né io né Eichmann sapevamo in che modo dovevamo agireOra avevamo trovato il mezzo”.

Ciò che è raccapricciante nel male istituzionalizzato  è che non solo deresponsabilizza i carnefici, ma induce le vittime a collaborare.

Eichmann e i suoi uomini comunicavano ai consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per riempire i convogli,e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro. Poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. […] [Eichmann] naturalmente non si aspettava che gli ebrei condividessero il generale entusiasmo per la loro distruzione, ma si aspettava qualcosa di più che la loro condiscendenza: si aspettava – e la ebbe in misura eccezionale – la loro collaborazione. Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale a Berlino […] fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte. […] La verità vera è che […] ovunque c’erano ebrei c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra” (Arendt, La banalità del male).

Ma se la distinzione fra bene e male viene a dipendere da contingenze di luogo e circostanza, è chiaro che a posteriori il giudizio morale che se ne può esprimere dipende altresì da luoghi e circostanze contingenti. Per dirla in altri termini: la storia viene scritta dai vincitori. Lo sapeva Goebbels quando nel 1943 afferma che essi sarebbero passati alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali. E lo sapeva Eichmann, che al processo si dichiara “non colpevole, nel senso dell’accusa” in quanto accusato di crimini che erano tali solo retrospettivamente, avendo egli agito all’epoca dei fatti in conformità alla legge vigente nello stato di cui era suddito, lamentando che i poteri forti avevano abusato della sua obbedienza:

Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna“. Come osservò il suo difensore, egli “aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde“. (Arendt, op cit).

Questo comporta, fra l’altro, che la norma implicita nella massima di Santayana sia ben più aleatoria di quanto non sembri a prima vista: quale Storia, viene da chiedersi, stiamo ricordando? Pensiamo alla rappresentazione storica che avremmo oggi di quel periodo se a vincere fossero stati i nazisti: l’accusa di avere scatenato il conflitto sarebbe toccata agli Alleati, e quella di genocidio agli Stati Uniti per le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Olocausto, poi,  sarebbe una leggenda metropolitana sostenuta da pochi, guardati con disprezzo e irrisione, come con disprezzo e irrisione guardiamo oggi alle assurdità dei negazionisti…
Bene fece Eisenhower, con profetica previdenza, a insistere affinché venisse documentato tutto il documentabile, poiché l’orrore era tale che temeva sarebbe arrivato un giorno in cui “qualche idiota” si sarebbe alzato a dire che tutto questo non era mai successo.

Il Memorial di Auschwitz ammonisce: “ricordiamoci che questo è stato” (e che nessun idiota alzi il dito a sostenere che ciò non accadde). Ma ciò che è stato lo fu già prima, e dopo è accaduto di nuovo. L’elenco dei massacri e delle pulizie etniche, anche limitandoci a guardare il solo XX secolo, è talmente nutrito che ci si chiede come abbiano potuto essere perpetrati nel breve spazio di 100 anni. A poco valgono, si direbbe allora, le ammonizioni, perché è fragile la memoria dell’uomo. Così fragile che le stesse vittime si trasformano a loro volta in aguzzini e carnefici: appena due anni dopo la chiusura di Auschwitz e degli altri lager, Israele inizia – e tutt’oggi persegue – la stessa pulizia etnica contro un altro popolo, quello palestinese, colpevole anch’esso, come lo fu quello ebreo, di esistere nel luogo sbagliato.

Forse, fra tutte le domande che Auschwitz solleva, questa è la più angosciosa.  Se persino la vittima è incapace di imparare dalla propria sofferenza, quali speranze abbiamo? A cosa serve ricordare la Storia, se ci si ostina a piangere solo i propri morti e si è incapaci di fare del dolore di ognuno il proprio dolore? Edmund Burke disse che tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente. Si potrebbe aggiungere che per non fare niente basta credere che il solo male che importa è quello che viene fatto a noi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Fonte Per la Storia – Pearson

Anne Frank: l’unico video fino ad ora conosciuto che la riprenda. E’ affacciata alla sua casa di Amsterdam e osserva un piccolo corteo nuziale.

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25 aprile 1945-2016

Quando l’ingiustizia diventa legge,
la resistenza diventa dovere.

Bertold Brecht

“Andai io di persona a ricevere l’ottava armata alleata quando si decisero a entrare a Padova. Ero in pattuglia tra il Santo e il Bassanello, un po’ prima di mezzanotte. Ai posti di blocco avvenivano scene curiose. Le parole d’ordine erano tutte diverse, a rigore avremmo dovuto spararci tra noi ogni trenta metri; solo l’euforia generica impedì, credo, una strage universale interna. Dicono che l’euforia promuove gli spari; ma è certo che non promuove la mira.
Avevo passato l’ultimo posto di blocco con la mia pattuglia (c’era anche la Simonetta col mitra), e si camminava nel buio pesto della periferia oscurata, un lungo stradone fra le case, che porta fuori Padova, verso sud. Non c’era nessuno nella strada, naturalmente; si sapeva che gli alleati erano vicini, ma reparti tedeschi continuavano a passare nei dintorni, alcuni arrendevoli, altri compatti e feroci. Ecco dunque come finisce una guerra. Prima parte un esercito, poi ne arriva un altro; ma questa non è veramente la fine. La guerra finisce negli animi della gente, in uno un po’ prima, nell’altro un po’ dopo; è per questo che ci sono ancora queste sparatorie insensate.
Da in fondo allo stradone cominciava ad arrivarci uno strepito di grossi motori; era una cosa compatta, intensa.
“Sono inglesi,” dissi alla Simonetta per buon augurio; e mi domandavo quante probabilità c’erano che fosse invece l’ultima colonna tedesca. Decisi meno del trenta per cento.
“Sei sicuro?” disse lei.
“Sicurissimo,” le dissi, e lei mormorò: “Sembra un sogno”.
Sembrava infatti letteralmente un sogno. In fondo erano solo due anni che li aspettavamo, ma pareva una cosa lunga lunga. Io ho una certa esperienza di cose che pare non vogliano più finire, e a un certo punto si crede che non finiranno più, e poi quando finiscono tutto a un tratto, pare ancora impossibile, e si ha fortemente l’impressione di sognare.
Camminavamo in mezzo alla strada, andando incontro all’ottava armata, almeno al settanta per cento. Il rumore diventava sempre più grande, e noi in mezzo alla strada buia sempre più piccoli. S’incominciavano a distinguere confusa-mente i volumi scuri dei carri armati: erano enormi. Quando. fummo a cinquanta metri feci fermare la pattuglia; avevamo due pile, e ci mettemmo a fare segnalazioni. Poi andai avanti un altro po’ con la Simonetta.
Com’è strana la vita, sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. Con queste loro gobbe, con questi orli di grandi borchie ribattute, questi sferragliamenti, queste canne, vogliono quello che vogliamo noi. L’Europa è tutta piena di questi nostri enormi alleati; che figura da nulla dobbiamo fare noialtri visti da sopra uno di quei carri! Branchi di straccioni; bande. Banditi. Certo siamo ancora la cosa più decente che è restata in Italia; non lo hanno sempre pensato gli stranieri che questo è un paese di banditi?
Il primo carro si fermò; sopra c’era un ufficiale con un soldato. Avrei voluto dirgli qualcosa di storico.
“Non siete mica tedeschi, eh?” dissi.
“Not really,” disse l’ufficiale.
“Benvenuti,” dissi. “La città è già nostra.”
“Possiamo montare?” disse quell’irresponsabile della Simonetta. Ma ormai la pattuglia non occorreva più; la colonna si sentiva accumularsi dietro al primo carro per centinaia e centinaia di metri; il rombo dei motori era magnifico. Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi.
“E chi sareste voialtri?” disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: “Fucking bandits”, ma subito mi venne in mente che c’era un risvolto irriguardoso nei con-fronti della Simonetta, e arrossii nel buio. L’ufficiale gridò: “I beg your pardon?” e io gridai: “Ho detto che siamo i Volontari della Libertà”.
“Libertà?” gridò l’ufficiale, e io glielo confermai, e poi aggiunsi: “E adesso canto una canzone che vi riguarda, se non le dispiace”.
“Sing away,” disse lui, e io attaccai:
Sono passati gli anni 
sono passati i mesi 
sono passati i giorni 
e ze rivà i inglesi.
La Simonetta si mise ad accompagnarmi al ritornello. Io sono stonato, lei invece no. Il fracasso confondeva tutto.
La nostra patria è il mondo intèr… 
solo pensiero — salvar l’umanità!
“Cosa dicono le parole?” disse l’ufficiale.
“Che finisce la guerra,” dissi, e poi aggiunsi: “E che ci interessa molto la salvezza dell’umanità.”
“You a poet?” disse l’ufficiale.
Io gli circondai l’orecchio con le mani, e gridai dentro:
“Just a fucking bandit.”
Così accompagnammo a Padova l’ottava armata, e poi io e la Simonetta andammo a dormire, e loro li lasciammo lì in una piazza.”
Il film di Daniele  Lucchetti, 1998

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Et quae sentias dicere licet…: libri e libertà

Legimus, cum Aruleno Rustico Paetus Thrasea, Herennio Senecioni Priscus Helvidius laudati essent, capitale fuisse, neque in ipsos modo auctores, sed in libros quoque eorum saevitum, delegato triumviris ministerio ut monumenta clarissimorum ingeniorum in comitio ac foro urerentur. Scilicet illo igne vocem populi Romani et libertatem senatus et conscientiam generis umani aboleri arbitrabantur, expulsis insuper sapientiae professoribus atque omni bona arte in exilium acta, ne quid usquam honestum occurreret. Dedimus profecto grande patientiae documentum; et sicut vetus aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in servitute, adempto per inquisitiones etiam loquendi audiendique commercio. Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.  TACITO, De vita et moribus Iulii Agricolae, 2

Abbiamo letto che, essendo stati lodati (quando furono lodati) da Aruleno Rustico Peto Trasea, da Erennio Senecione Prisco Elvidio, (questo fatto) fu punito con la morte, e (abbiamo letto che) non si infierì solo sulla persona degli scrittori, ma anche sui loro libri, perché fu dato ai triunviri l’incarico di bruciare nella zona del comizio, all’interno del foro, gli scritti di quei chiarissimi ingegni. Evidentemente credevano di cancellare con quelle fiamme (da quel fuoco pensavano che venissero eliminate) la voce del popolo romano e la libertà del senato e la coscienza del genere umano, dopo che per giunta erano stati espulsi i filosofi (i maestri di filosofia) ed era stata bandita ogni nobile attività, per evitare che in qualche luogo si presentasse alcunché di onesto. Abbiamo dato certamente una grande prova di sopportazione; e come l’età antica vide quale fosse il limite estremo nella libertà, così noi (abbiamo visto quale fosse il limite estremo) nella servitù, essendoci stata tolta, attraverso il sistema della delazione, anche la possibilità reciproca di parlare e di ascoltare. Anche la memoria avremmo perduto insieme con la voce, se fosse in nostra facoltà il dimenticare quanto il tacere.

I know that books don’t burn well.
Heinrich Böll

Anna Foa, Nei roghi dei libri brucia anche l’anima di un popolo


On 10 May 1933, on the Opernplatz in Berlin, just off Unter den Linden, German student associations staged an elaborate book burning ritual, the result of several weeks’ planning. Bolstered by uniformed brown shirts of the SA and marching bands, great ranks of students fi led into the square in a torchlight parade. A carefully constructed timber scaffold full of books was set alight, as uniformed representatives stepped forward and proclaimed their socalled Feuersprüche (‘fi re incantations’ or ‘fi re oaths’), little planned speeches in which they attacked the books they held responsible for the collapse of Germany. The impresario for the night was the propaganda minister – and erstwhile novelist – Joseph Goebbels. In lightly falling rain he spoke of his hope that from the ashes of the pacifi st, defeatist and un-German books that had been burned, the phoenix of the new Reich would rise. That night, and over the next week, similar events were held in university cities across Germany, most of which explicitly followed the model of Berlin by including marching parades, torches and speeches. These fires have since become synonymous with the barbarity of the Nazi regime, but such an understanding was by no means automatic, and the international response to the events tended to be
perplexed, even bemused. Through studying the tone of many of these reports, this chapter assays the initial reactions to the German bookfi res, and returns them to their historical context.
Matthew Fishburn, Burning Books, Macmillan, 2008

BERLIN, OPERNPLATZ, 10 maggio 1933: il VIDEO.

Isaac Babel – L’armata a Cavallo
Michail Bakunin – Dio e lo stato
August Bebel – La donna e il socialismo
Walter Benjamin
Ernst Bloch – Tracce
Albert Einstein . – La teoria della relatività
Ernest Hemingway – Addio alle armi
Bertold Brecht – tutte le opere prima del 33
Max Brod – L’ultima esperienza di Tycho Brahe
Sigmund Freud – L’interpretazione dei sogni e tutti i lavori pubblicati
Andre Gide – Viaggio in Congo
George Grosz
Franz Kafka, Durante la costruzione della muraglia cinese
Hans Kelsen
Siegfreid Kracauer
Vladimir Ilic Lenin – L’estremismo, malattia infantile del comunismo
Alexander Lernet-Holenia, Ero Jack Mortimer
Theodor Lessing – L’odio di sé ebraico
Karl Liebknecht
Karl Kraus – Gli ultimi giorni dell’umanità
John Dos Passos
Jack London – Martin Eden, Il tallone di ferro, Il vagabondo delle stelle
Gyorgy Lukacs – Storia e coscienza di classe, Studi sulla dialettica marxista
Andre Malraux
Heinrich Mann, Novelle
Klaus Mann, La pia danza
Thomas Mann, Della Repubblica tedesca
Karl Marx
Gustav Meyrink (Gustav Meyer) – Il Golem,
Ferenc Molnár – Liliom
Robert Musil
Pietro Nenni – Sei anni di guerra civile in Italia
Francesco Saverio Nitti – Bolscevismo, Fascismo e Democrazia
Leo Perutz
Erwin Piscator – Il teatro politico
Marcel Proust
Wilhelm Reich – Psicologia di massa del fascismo
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Joseph Roth, Giobbe, Ebrei Erranti
Nelly Sachs
Arthur Schnitzler, Verso la libertà
Bruno Schultz
Ignazio Silone, Fonte Amara
Georg Simmel – Kant e Goethe
Rudolf Steiner
Bruno Taven, Il governo
Frank Wedekind, Lo spirito della terra
H.G. Wells – Breve storia del mondo,
Emile Zola
Upton Sinclair
Maksim Gor’kij – La spia, Storia di un uomo inutile
Jaroslav Hašek – Il buon soldato Sc’vèik.
Stefan Zweig, La lotta col demone (Hölderlin, Kleist, Nietzsche)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico
i libri di contenuto malefico, e per ogni dove
i buoi furono costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta
(uno di quelli al bando, uno dei migliori)
scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti,
che i suoi libri erano stati dimenticati.
Corse al suo scrittoio, alato d’ira,
e scrisse ai potenti una lettera:
«Bruciatemi», vergò di getto, «bruciatemi!
Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori!
Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri?
E ora voi mi trattate come fossi un mentitore!
Vi comando: bruciatemi!»

Non nego affatto che sia d’importanza vitale per la Chiesa e lo Stato tener d’occhio come i libri, al pari degli uomini, si comportino; e perciò confinarli, imprigionarli e render loro la più severa giustizia come a malfattori. I libri infatti non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie.
John Milton, Areopagitica (1644)

“Borges mi raccontò una volta che durante una manifestazione popolare organizzata dal governo peronista negli anni Cinquanta contro l’opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano: “Scarpe sì, libri no”. Il più ragionevole slogan “Scarpe sì, libri sì” non convinceva nessuno. La realtà – la dura necessaria realtà – era vista in irrimediabile conflitto con l’evasivo mondo dei sogni rappresentato dai libri.
Con questa scusa, e sempre con successo, il potere incoraggia l’artificiosa dicotomia fra la vita e la lettura. I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi”.
Alberto Manguel, Una storia della lettura. Milano, Mondadori, 1997

…sicché i Koniás di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualche cosa che vale, si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori.
Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa,  Einaudi, 1991
Immagine correlata

ALTRI ROGHI: CLICCA QUI.

NOTA ALLE IMMAGINI:

Gli straordinari libri alati sono opere di  Anselm Kiefer (Buch mit Flügeln – Book with Wings), 1992-94

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La storia è una maionese impazzita

Ogni testimonianza oggi è verità rivelata.
Il passato è ridotto a un serial televisivo o a un trekking in alta montagna.

Sergio Luzzatto,  “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 30 novembre 2014

Le cose sonoandate in fretta. O comunque più in fretta di come io avrei mai immaginato. Nel volgere di una generazione – quella che separa me dai miei figli – la maionese della storia è impazzita. E non perché la mia fosse una generazione chissà quanto presa dal passato, mentre la generazione dei miei figli sarebbe chissà quanto ignorante o indifferente. Non si tratta di questo. Nelle scuole e nelle università, oggi come allora si incontrano ragazzi appassionati di storia. Ragazzi che vincono la tentazione, così naturale per la loro età, di vivere in un eterno presente o in un futuro anteriore, e che scelgono di guardare anche indietro: ragazzi che per aggiustare la loro visuale sull’oggi cercano una profondità di campo estesa allo ieri o all’altroieri. Sono una piccola minoranza, ovviamente. Ma erano una piccola minoranza anche quelli di trent’anni fa.
La maionese della storia non è impazzita a livello di domanda, è impazzita a livello di offerta. E la responsabilità di questo non può ricadere, evidentemente, sulla generazione dei quindicenni o dei ventenni di oggi. A esserne responsabile, semmai, è la generazione dei loro padri. Cioè la mia. Quella del famoso «riflusso» seguito al famoso «impegno» degli anni Settanta. Quella di adolescenti che dopo avere perso (senza troppi rimpianti) l’ultimo autobus della rivoluzione, scoprivano l’insostenibile leggerezza del compiere vent’anni durante gli anni Ottanta. Nell’Italia spensierata della Milano da bere, ma anche nell’Europa acuminata della Lady di Ferro.  E nell’Occidente che si disponeva a prendere per buona, dopo la caduta del muro di Berlino, la bufala all’americana sulla «fine della storia». È stata la mia generazione, quella di chi ha adesso cinquant’anni o giù di lì, la prima del secondo Novecento ad avere sorriso della grave massima di Cicerone, historia magistra vitae. Salvo trovarsi a dover misurare, ora, le estreme ricadute di quel sorriso di condiscendenza.
Per carità, evitiamo di farci incantare dalla retorica ciceroniana del De Oratore, che nella citazione completa del passo suona così: «historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (e nella traduzione di Wikipedia: «La storia è veramente testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità»). Lasciamo stare Cicerone. Ma teniamo aperta la citazione dal De Oratore, sulla schermata di Google, abbastanza per notare come la maionese della storia sia impazzita, da una ventina d’anni a questa parte, proprio nella misura in cui i diversi elementi della definizione ciceroniana sono stati mischiati e rimischiati senza criterio, come in un cocktail dell’assurdo. Niente Bellini o Rossini, niente Margarita o Bloody Mary: al cinema come in libreria, sui media come sul web, nell’attuale offerta pubblica di historia gli ingredienti e i valori della ricetta di Cicerone – testimonianza e verità, vita e memoria, magistero e messaggio – sembrano usciti dallo shaker di un barista ubriaco.
Che si tratti di un kolossal hollywoodiano o di un documentario di History Channel, di un romanzo storico francese o del saggio di un divulgatore italiano, delle pagine culturali di un quotidiano o del sito di un museo civico, non c’è oggi testimonianza che non venga contrabbandata come verità; non c’è messaggio che non venga spacciato per magistero; non c’è memoria che non venga confusa con la storia. Il passato bussa spesso alla porta del nostro mercato culturale, che sia sotto la forma di un film sui gladiatori o sotto quella di un serial sui Borgia, che sia come proposta di un trekking lungo le trincee della Prima guerra mondiale o come organizzazione di una gita scolastica ai forni crematori di Auschwitz. Il passato bussa, attira, e perfino fa cassa. Ma è un passato – paradossalmente – dimentico di storia, se per storia si intende qualcosa di più che le quinte di una coreografia o le sorprese di una sceneggiatura, che il brivido di un’emozione o la vertigine di uno spaesamento.
Intellettuali avvertiti avevano segnalato per tempo il rischio di un corto circuito “post-ideologico” fra ricerca e immaginazione, interpretazione e scrittura, non fiction e faction. Fin dal 1979 uno dei maggiori storici inglesi si era interrogato sui possibili effetti distorsivi di un «ritorno alla narrazione», dopo che per decenni la storiografia internazionale si era soprattutto affidata alla modellistica delle scienze sociali. Nel 1998, una studiosa francese della Shoah ragionava dell’avvento di un’«èra del testimone» in cui l’assunzione del punto di vista di un singolo personaggio della storia – la testimonianza, per l’appunto – aveva ormai assunto il carattere, prima ancora che di una necessità interiore, di un imperativo sociale. Oggi, la contaminazione dei generi intorno all’uso pubblico della storia è talmente diffusa che quasi nessuno, là fuori, sembra più intenzionato a porsi il problema.
Raro, per non dire eccezionale, è il caso del collettivo italiano di scrittura Wu Ming, che ha accompagnato e accompagna la propria attività letteraria – quasi tutti romanzi o racconti storici – con una riflessione insistita quanto acuta sulle forme e sulle implicazioni di una «New Italian Epic». Nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia come all’estero, la maionese della storia impazza senza fare notizia. E senza che i critici letterari provino davvero a distinguere, se non l’olio dall’uovo, il grano dal loglio: l’impressionante cultura storica (oltreché l’invidiabile qualità stilistica) di un Javier Cercas o di un Emmanuel Carrère o di un Jonathan Littell, dalla finta confidenza con la materia dell’uno o dell’altro narratore travestito nei panni di un buono o di un cattivo del passato, partigiano polacco o gerarca nazista, alchimista del Rinascimento o terrorista delle Brigate rosse.
Gli storici di mestiere, per parte loro, esitano fra due strade. I più reagiscono all’invasione di campo di cuochi maldestri e baristi ubriachi trincerandosi nel ridotto dell’accademia. Scrivono libri illeggibili per chiunque non sia un loro collega d’università o un loro studente coatto. E li pubblicano con quanto resta loro a disposizione di fondi pubblici, il libero mercato editoriale non essendo più in grado di assorbire monografie destinate a poche decine di lettori. Ma così facendo, gli storici di mestiere allargano il fossato tra il sapere e il trasmettere, oltreché il fossato tra lo scrivere e il farsi leggere. Sempre più vengono percepiti dalla nuova generazione – quella dei loro studenti, che può coincidere con quella dei loro figli – come i patetici ufficiali di una Fortezza Bastiani (se soltanto i ragazzi di oggi leggessero Buzzati) arroccati a difendere il deserto dalla minaccia di un nemico inesistente. Un piccolo numero di storici professionisti, invece, reagiscono all’invasione di campo invadendo a loro volta il campo altrui, le cucine dei cuochi come i banchi dei baristi. Quasi fossero sospinti da un rigurgito marxiano di ostilità verso la divisione sociale del lavoro, abbandonano i luoghi e accantonano i ferri del loro mestiere – sale manoscritti delle biblioteche, buste degli archivi – per impugnare mixer e brandire shaker: si improvvisano artefici di intingoli e cocktails basati sulla contaminazione tra storia e letteratura. Senza rendersi conto che il talento narrativo è come il coraggio di don Abbondio, chi non ce l’ha mica se lo può dare. E senza sospettare che le loro divagazioni extra-storiografiche possono finire per gettare un’ombra, al limite, sul profilo stesso della loro produzione di storici.
È di altro che oggi si avverte il bisogno. Di un sapere storico saldamente ancorato alle regole del mestiere, eppure impaziente di uscire dalle secche di una comunicazione del passato tutta interna alla disciplina, riservata agli addetti. C’è bisogno oggi, da parte degli storici, di una rinnovata assunzione di responsabilità civile. Perché la domanda di historia che variamente emerge dal mondo della scuola, dal mercato dell’intrattenimento, dagli intrecci del web, non merita né di essere stroncata come imperdonabilmente superficiale né di essere vellicata con imperdonabile superficialità. A quella domanda di storia – quand’anche ristretta per vocazioni studentesche, confusa nei criteri culturali, caotica dentro l’orizzontalità della rete – merita di rispondere con un sovrappiù di investimento sulla qualità dell’offerta.
In effetti, l’intero problema dell’uso pubblico della storia rimanda a qualcosa di urgentemente contemporaneo, e di intrinsecamente politico: la grande questione dei common goods. Perché anche la storia – intesa sia quale scienza di un passato condiviso, sia quale tecnica di una memoria collettiva – deve essere oggi ripensata e tutelata quale «bene comune». Ma per valere da bene comune, la storia deve essere sottratta a chi vuole farne un bene indifferenziato: uno story-telling altrettanto spendibile alla fiera della creatività letteraria quanto nell’arena della propaganda politica. La storia è un bene troppo prezioso per essere lasciato in pasto a praticoni più o meno abili nella contaminazione dei generi e a liquidatori più o meno seduttivi di ogni cultura dei «professoroni».

Questo testo costituisce la premessa del libro di Sergio Luzzatto, Storia comune. Nuovi interventi, manifestolibri, Roma, pagg. 228

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Come nasce una guerra?

FranzAssassinationLoop

Alessandro Barbero, Quasi quasi ti faccio una guerra, “La Stampa”,  28 agosto 2014

Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland. I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante

Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare…»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.

Paul KrugmanQuei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti, “La Repubblica”, 28 agosto 2014

È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service

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L’Italia e Napoleone

Giuseppe Pietro Bagetti, “Napoleone entra a Milano”, 15 maggio 1796

STENDHAL (Henri-Marie Beyle), LA CERTOSA DI PARMA (1838)

Capitolo I MILANO NEL 1796

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. I miracoli di coraggio e di genialità di cui l’Italia fu testimone, in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato. Appena otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi li consideravano nient’altro che una banda di briganti, abituati a scappare regolarmente davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale: questo almeno era quanto continuava a ripetergli tre volte la settimana un certo giornaletto non più grande di un palmo, stampato su carta grigiastra. Nel medio evo i lombardi repubblicani avevano dato prova di un coraggio non inferiore a quello dei francesi, e si erano meritati la distruzione della loro città ad opera degli imperatori tedeschi. Una volta diventati fedeli sudditi, la loro grande occupazione fu di stampare sonetti su fazzolettini di taffetà rosa quando si sposava qualche ragazza nobile o ricca. Quanto a lei, la ragazza, due o tre anni dopo quel memorabile giorno si prendeva un cavalier servente: e certe volte il nome dei cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, aveva un posto d’onore nel contratto di matrimonio. Tra quei costumi effeminati e le emozioni profonde suscitate dall’arrivo imprevisto dell’esercito francese, c’era senza dubbio un abisso. La vita cambiò, le passioni si risvegliarono. Il 15 maggio 1796 tutto un popolo si rese conto di quanto fosse straordinariamente ridicolo, e in certi casi odioso, tutto ciò che aveva rispettato fino a quel giorno. La partenza dell’ultimo reggimento austriaco segnò la fine delle vecchie idee. Rischiare la vita diventò di moda. Si capì che per poter di nuovo essere felici, dopo secoli di torpide sensazioni degradanti, bisognava amare la patria d’un amore concreto e cercar di fare qualcosa di eroico. Il chiuso dispotismo di Carlo V e poi di Filippo II li avevano sprofondati nel buio: buttarono giù le loro statue e furono di colpo inondati dalla luce. Da una cinquantina d’anni, mentre in Francia esplodevano l’Enciclopedia e le idee di Voltaire, i preti continuavano a ripetere ai buoni milanesi che non valeva proprio la pena di imparare a leggere o altre cose del genere, che ci si poteva assicurare un bel posto in paradiso pagando regolarmente le decime e raccontando per bene al parroco tutti i propri peccatucci. Per avvilire fino in fondo quel popolo che in passato aveva dimostrato tale energia e tanta capacità di ragionare, l’Austria gli aveva venduto a buon mercato il privilegio di non dover fornire reclute al suo esercito. Nel 1796 l’esercito milanese era composto di ventiquattro poveracci vestiti di rosso, i quali presidiavano la città in collaborazione con quattro splendidi reggimenti di granatieri ungheresi. C’era una grande libertà di costumi, ma la passione era cosa rara. D’altra parte, oltre alla noia di dover raccontare tutto al prevosto, se non volevano rischiare di finir male anche in questo mondo, i buoni milanesi dovevano sottomettersi a certe piccole imposizioni monarchiche decisamente fastidiose. All’arciduca, per esempio, che risiedeva in Milano e governava in nome dell’Imperatore suo cugino, era venuta la vantaggiosa idea di darsi al commercio del grano. Divieto quindi ai contadini di vendere il loro grano prima che Sua Altezza avesse riempito i suoi depositi. STENDHAL,certosa_di_parma_1cap Il video: Philippe Daverio, Passepartout, Napoleone in Italia. CLICCA QUI.

 Napoleone e Venezia

Venezia, Piazza san Marco, Ala Napoleonica

“Il 2 dicembre 1805 la terza coalizione antinapoleonica fu definitivamente sconfitta dalle truppe francesi nella battaglia di Austerlitz.  Poco tempo dopo, il giorno 26 dello stesso mese, Napoleone e l’imperatore Francesco I d’Austria firmarono la Pace di Presburgo: rientrando nell’orbita francese, Venezia e il Veneto diventarono parte integrante del Regno d’Italia. Sotto la potestà del vicerè Eugenio di Beauharnais, Venezia si apprestava così ad affrontare uno dei periodi chiave della propria storia politica e urbana: contraltare dinamico dell’immobilismo austriaco degli anni precedenti, l’arrivo dei francesi scosse nel profondo il clima di torpore che avvolgeva la città. Per la prima volta dalla caduta della Serenissima, Venezia si accingeva a confrontarsi con il resto dell’Italia e dell’Europa e a far dialogare la propria peculiare struttura con la razionalità operativa delle nuove istituzioni. Con la sua posizione invidiabile – e militarmente utile – e con l’enorme carico di storia e di arte che possedeva, la città lagunare divenne, infatti, uno dei fulcri sui quali si impostò l’attività riformatrice francese. Assunta al ruolo di moderno centro europeo, l’antica città lagunare non sarebbe riuscita ad evitare di confrontarsi con il cambiamento, nonostante fosse, per sua stessa natura, assolutamente unica nel suo genere”. Emma Filipponi, Venezia e l’urbanistica napoleonica: confisca e riuso degli edifici ecclesiastici tra il 1805 e il 1807, 11 novembre 2013, in http://www.engramma.it. LEGGI TUTTO…

Giuseppe Borsato, “Visita di Napoleone a Venezia nel 1807”, 65 x 90 cm; 1807; Versailles, Châteaux de Versailles et de Trianon

Napoleone a Venezia: cronaca di un amore mai nato. CLICCA QUI per approfondire. … e  i cavalli di san Marco… Dal sito della Basilica: “Nel dicembre del 1797, per la prima volta dopo oltre cinque secoli, i quattro cavalli abbandonano la facciata di San Marco per volere di Napoleone che li fa trasferire a Parigi. La quadriga, destinata a decorare il coronamento dell’arco trionfale del Carrousel, subisce varie aggiunte. Con la caduta di Napoleone, Antonio Canova viene incaricato del recupero e del trasporto in Italia delle opere trafugate. Il 13 dicembre 1815, alla presenza di Francesco I d’Austria, nuovo sovrano di Venezia, i cavalli vengono restituiti alla facciata di San Marco. La preziosa quadriga in bronzo dorato, l’unica pervenuta dall’antichità, ha però subito notevoli danni, quindi prima della ricollocazione viene portata in Arsenale per essere restaurata. Altri interventi saranno necessari negli anni successivi, ed ancora la quadriga per due volte viene calata dall’arcone marciano per trovare riparo in un rifugio sicuro nel corso delle due ultime guerre mondiali”.

I Francesi, entrati a Venezia nel 1797, rimuovono i cavalli di S. Marco e ne predispongono il trasporto in Francia, Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

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La battaglia di Lepanto

«Non appena in Occidente si sparse la voce della prossima uscita della flotta turca, papa Pio V decise che quella era l’occasione buona per realizzare un progetto che sognava da tempo: l’unione delle potenze cristiane per affrontare gli infedeli in mare con forze schiaccianti, e mettere fine una volta per tutte alla minaccia che gravava sulla Cristianità. Quando divenne sempre più evidente che la tempesta era destinata a scaricarsi su Cipro, il vecchio inquisitore divenuto pontefice, persecutore accanito di ebrei ed eretici, volle affrettare i tempi.»
È la primavera del 1570. Un anno e mezzo dopo, il 7 ottobre 1571, l’Europa cristiana infligge ai turchi una sconfitta catastrofica. Ma la vera vittoria cattolica non si celebra sul campo di battaglia né si misura in terre conquistate. L’importanza di Lepanto è nel suo enorme impatto emotivo quando, in un profluvio di instant books, relazioni, memorie, orazioni, poesie e incisioni, la sua fama travolge ogni angolo d’Europa.

«quel giorno, così fortunato per la cristianità perché tutte le  nazioni e il mondo intero si liberarono dall’errore […] di credere che i turchi sul mare fossero invincibili; quel giorno […] che fu annientata la orgogliosa superbia ottomana».

M. de Cervantes, Don Chisciotte,  I, cap. XLI,  Dove lo schiavo continua il racconto della sua avventura

Per approfondire: A. Barbero, Lepanto, La battaglia dei tre imperi, Laterza, 2012

Lepanto, Monumento a Cervantes

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Tempo di viaggi

I più grandi viaggi della storia e della letteratura, da Magellano a Kerouac: mappe interattive. CLICCA QUI.

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Il 10 maggio 1933: il “rogo nazista di Berlino”

“80 anni fa gli studenti tedeschi bruciarono 25.000 volumi di libri “non tedeschi”, e già da qualche giorno abbiamo chiesto ai nostri ascoltatori quale libro adottare per ricordare quanto successo, perché «là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini», come scrisse Heinrich Heine, anch’egli fra i bruciati”. LEGGI TUTTO…

Paco Ignacio Taibo II, Così le parole finirono al rogo come le streghe, “La Repubblica”, 7 maggio 2015

BRUCIANO. Duecentotrentadue gradi Celsius, la temperatura alla quale la carta si incenerisce, si consuma nel fuoco, e la cenere si volatilizza nella notte. La data rimarrà fissata nella memoria: 10 maggio 1933. Originariamente progettate per essere celebrate simultaneamente in ventisei città, alcune delle cerimonie furono impedite dalla pioggia, ma a Berlino, a Monaco, ad Amburgo, a Francoforte, i libri bruciarono.
Alla fine di gennaio i nazisti avevano preso il potere e s’era conclusa l’esperienza della Repubblica di Weimar, un mese più tardi bruciava il Reichstag e iniziava la caccia ai socialisti e ai comunisti, agli anarchici e ai sindacalisti. Per le cerimonie dei roghi dei libri si mise in moto il rituale. Tutti i parafernali del nazismo: bande musicali, fiaccolate, carri di buoi pieni di volumi, convocati per il grande atto purificatore della giovinezza contro l’intellettualismo ebraico: un grande rogo pubblico di libri. Le foto mostreranno membri delle Sa, poliziotti, studenti sorridenti, felici, intenti a radunare libri da gettare nei falò. La festa della barbarie.
A Berlino, nella Opernplatz, non brucia la carta, bruciano le parole. Bruciano i libri con le poesie di Bertolt Brecht, ma soprattutto bruciano i versi, le magnifiche parole: Non lasciatevi sedurre, non esiste alcun ritorno. Il giorno è alle porte, c’è già il vento della notte. Non verrà un altro domani. Non lasciatevi convincere che la vita è poco.
Interviene il ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels, pura energia maligna, elegante, sottile, istrionico. La sua voce cresce negli altoparlanti, raschia un po’: «Uomini e donne di Germania, l’era dell’intellettualismo ebraico sta giungendo alla fine. Da queste ceneri rinascerà la fenice di una nuova era. Oh, secolo! Oh, scienza! È un piacere essere vivo! ». Di quale scienza parla? Della scienza primitiva di bruciare nei roghi?
Bruciano le meravigliose geometrie dorate e umane di Gustav Klimt. Bruciano i brillanti testi di Sigmund Freud sull’isteria e i sogni. Chi bruciava i suoi libri avrebbe finito per bruciare sei milioni di ebrei come lui. Bruciano nei falò i testi di Einstein, i racconti di Sholem Asch, i testi del ceco Max Brod, i romanzi dei fratelli Mann, persino la relativamente innocente Vicky Baum viene incenerita. Si bruciano i geniali romanzi sociali di Jack London, Theodore Dreiser, John Dos Passos, forse in quel momento il miglior scrittore del primo scorcio di ventesimo secolo. In cima alla lista c’era il capolavoro di Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale . Bruciano i romanzi storici di León Feuchtwanger, bruciano i grandi romanzi antimilitaristi di Barbusse, Il fuoco, persino l’Hemingway di Al di là del fiume e tra gli alberi. Imperdonabile, il pacifismo, per i boia del fuoco. Bruciano le riproduzioni delle fantasmagorie di Marc Chagall e i quadri di Paul Klee. Bruciano, è chiaro, le riproduzioni del neorealismo terribile e drastico di George Grosz e Otto Dix.
Bruciano i libri del futuro premio Nobel Anna Seghers. Nel falò si immolano i libri di Heinrich Heine. Senza rendersene conto, Goebbels e i suoi ragazzi avevano creato la lista fondamentale della cultura della metà del ventesimo secolo, stavano costruendo le raccomandazioni che avremmo seguito da adolescenti ansiosi pochi decenni più tardi: i libri, i quadri, gli articoli di filosofi e scienziati, le poesie. I nazisti non si rendevano conto che la temperatura alla quale brucia un libro non è solo la temperatura del fuoco sulla carta, è anche quella del fuoco dello sguardo sulla parola. Racconto questa storia per ricordare. Per non dimenticare. E l’ultima cosa che voglio ricordare è che il primo libro pubblicato in Germania dopo la sconfitta del nazismo fu Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque.
(Traduzione di Giovanni Dozzini)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri:

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico
i libri di contenuto malefico, e per ogni dove
i buoi furono costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta
(uno di quelli al bando, uno dei migliori)
scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti,
che i suoi libri erano stati dimenticati.
Corse al suo scrittoio, alato d’ira,
e scrisse ai potenti una lettera:
«Bruciatemi», vergò di getto, «bruciatemi!
Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori!
Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri?
E ora voi mi trattate come fossi un mentitore!
Vi comando: bruciatemi!»

Anna Foa, Nei roghi dei libri brucia anche l’anima di un popolo

La cultura tedesca bruciò nella notte del 10 maggio 1933. Hitler era diventato cancelliere il 30 gennaio di quell’anno, nel marzo l’incendio del Reichstag aveva aperto la strada ad arresti e repressioni di ogni genere. Erano state da poco varate le prime leggi antiebraiche, e da pochi giorni erano stati sciolti tutti i partiti di opposizione. Il 10 maggio organizzati dalle associazioni studentesche naziste sotto l’accorta regia del ministro della propaganda nazista Goebbels, oltre cinquantamila libri furono pubblicamente arsi in piazza, a Berlino e in molte altre città tedesche. Erano le opere degli scrittori ebrei e di quelli, pur non ebrei, influenzati dalla cultura ebraica, le opere degli intellettuali della Repubblica di Weimar, di giornalisti, scienziati.

Erano i libri che i nazisti definivano ‘ non tedeschi’. E data l’indubbia egemonia della cultura tedesca in quegli anni, era la cultura europea tutta che bruciava in quei roghi, un’Europa impotente a difendere le opere dei suoi scrittori dei suoi filosofi, dei suoi scienziati come poi sarebbe stata a lungo impotente a difendere i suoi cittadini. La liturgia della cerimonia fu accurata, come tutte le ritualità inventate dal nazismo per affascinare e trarre a sé le masse. Nelle foto del tempo, sono i roghi stessi a dominare la scena, e la violenza dell’atto.
Ma qualche descrizione ci mostra la folla, ottusa e istupidita, che leva il braccio nel saluto nazista, canta gli inni, mangia salsicce, inneggia agli studenti in divisa bruna che ad ogni libro gettato nel rogo ne proclamano la condanna a gran voce: « Contro la sopravvalutazione dei bassi istinti a detrimento dello spirito e in nome della nobiltà dell’anima umana, io consegno alle fiamme gli scritti di Sigmund Freud » , e via di questo passo, con Einstein e Marx, Werfel, Thomas ed Heinrich Mann, Stefan e Arnold Zweig, Schnitzler e Musil, Heine e Brecht, Remarque e Feutchwanger, Benjamin e Liebermann, per non citare che i più famosi. Arnold Zweig ci racconta delle carrette che trasportavano i libri, delle cataste ordinate prussianamente, della pioggia che minacciava di spegnere le fiamme. Egli decise quella notte di emigrare e scelse la Palestina. Non erano molti gli scrittori presenti tra la folla al rogo dei loro libri. Molti erano già emigrati in quei brevi mesi che avevano seguito l’avvento del nazismo. La sorte degli intellettuali austriaci doveva attendere l’Anschluss del 1938 per diventare drammatica. Allora, i nazisti austriaci avrebbero devastato lo studio del vecchio Freud, che sarebbe stato lasciato libero di emigrare solo dopo essere stato riscattato a peso d’oro dalla principessa Marie Bonaparte, sua allieva.
A Berlino, invece, non ci furono dilazioni. Max Liebermann, il grande pittore impressionista, presidente dell’Accademia prussiana di Belle arti, morì prima di essere arrestato, ma la sua vedova si suicidò per sottrarsi all’arresto. Theodor Wolff, Hannah Arendt, Walter Benjamin e molti altri fuggirono a Parigi o negli Stati Uniti. Parigi diventò il centro dell’emigrazione degli intellettuali ebrei tedeschi, fino a quando l’invasione nazista non impose anche lì la sua legge di morte.
Benjamin si suicidò alla frontiera con la Spagna, alla soglia della salvezza.
Molti altri si tolsero la vita, in Germania o nell’emigrazione, come ricorda in un suo scritto americano Hannah Arendt. Il cuore della cultura europea, Berlino, aveva perduto la sua anima, ma il trasferimento di quest’anima in altre terre, in altri mondi, fu tutt’altro che indolore. Gli ebrei tedeschi si sentivano profondamente tedeschi, e fino a quando Hitler non impose loro di essere soltanto ebrei si sentivano più tedeschi che ebrei. La nostalgia, oltre al dolore e allo spaesamento, fu devastante. Ma oltre agli ebrei, c’erano gli intellettuali non ebrei accusati di essere ‘ decadenti’, degenerati.
A tutti costoro, primo fra tutti Thomas Mann, il regime nazista tolse la cittadinanza.
Così gli autori dei libri bruciati il 10 maggio 1933 condivisero la sorte, o almeno il dolore, di quell’esecuzione.
Realizzando una profezia, fatta nel 1817, in occasione di un altro rogo fatto da studenti tedeschi, da un altro degli autori bruciati sul rogo, Heinrich Heine: « Là, dove si bruciano i libri, si finisce col bruciare anche gli uomini » . Heine era morto molto prima di tutto questo, esule a Parigi nel 1848, quando l’amore della nazione era ancora difesa della volontà di essere liberi e non desiderio di sopraffazione. Con il rogo delle sue opere, Hitler saldava il presente al rifiuto del passato glorioso della grande cultura tedesca, tagliava tutti i ponti con la storia tedesca. Come diceva Goebbels nella notte del rogo: « Fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato. È un’impresa forte, grande e simbolica, un’impresa che proverà al mondo intero che le basi intellettuali della repubblica di Novembre si sono sgretolate, ma anche che dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito ».
“Avvenire”, 9 agosto 2009

 

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