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Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”

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“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”

Fahrenheit 451, film diretto da François Truffaut e con Oskar Werner, 1966

“La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica.”

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“Chi è questa che vèn…”

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Theophile Steinlen, “Une Femme Qui Passe”, 1897

Quae est ista quae progreditur quasi aurora consurgens pulchra ut luna electa ut sol terribilis ut acies ordinata… Canticum Canticorum, 6, 9

George G. Byron, She Walks in Beauty, 1813

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that’s best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes;
Thus mellowed to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impaired the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o’er her face;
Where thoughts serenely sweet express,
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o’er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!

Quando lei passa

Quando lei passa nella sua bellezza
Come la notte in un cielo stellato
Tutto il meglio del buio e della luce
Bagna la sua persona ed i suoi occhi
Che sono così dolci a quella tenera
Luce negata al fulgore del giorno.

Soltanto un’ombra in più o un raggio in meno
Sciuperebbero in parte la grazia
Che ondeggia sulle sue trecce corvine
O tenuamente illumina il suo volto
Che si rivela preziosa dimora
Dei suoi sereni e soavi pensieri.

Sulla sua guancia, sulla sua fronte,
Così tenere e quiete ma espressive,
I colori, il sorriso seducente,
Confidano di giorni tesi al bene,
Della sua mente che con tutto è in pace
E del suo cuore che amando è innocente!

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                                     Banksy(?), She walks in beauty , London

Eleonora Lucchetti, Se il poeta spia una donna che cammina,  “La repubblica”, 15 settembre 2001

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Aglauridi e Ore (a sinistra la figura detta Gradiva), rilievo in marmo da un originale greco del IV secolo a.C., Roma, Musei Vaticani

Le donne sono mobili per natura, dicono i poeti. E se voi uomini vi girate a guardarle mentre camminano, se non riuscite a trattenervi e dite loro qualche frase carina mentre vi passano accanto leggere come piume, sappiate che partecipate a un mistero legato alla bellezza che risale alla notte dei tempi. Lo spiega molto bene il libro di una studiosa della letteratura italiana che collabora con la Johns Hopkins University di Baltimora, Rossana Fenu Barbera: La donna che cammina. Incanto e mito della seduzione del passo femminile nella poesia italiana del primo Novecento (Longo editore, pagg. 160). Questo saggio ricorda quanto sia stretto il rapporto fra emozione e movimento (come suggerisce la coppia di termini inglesi motion/emotion), e quanta parte abbia avuto nella letteratura e nell’arte il passo femminile. Attraverso inquantificabili stratificazioni culturali, dall’antichità al Medioevo e al Rinascimento (si pensi al passo femminile salvifico nello stilnovo o alla Primavera che incede di Botticelli), il topos della donna che cammina si è trasmesso nei secoli fino a depositarsi nell’inconscio collettivo dei poeti moderni, che lo hanno declinato in mille modi. L’ ingresso della donna amata nella vita del poeta Camillo Sbarbaro avviene «con passo di danza» (Ora che sei venuta). In Saba il passaggio fugace di una donna sconosciuta provoca un terremoto interiore (L’incontro). Per Mario Luzi il passo femminile assume valenze metafisiche e indica il cammino da compiere: «il tuo passo luceva silenzioso» (Periodo). La figura della «passante» può avere una forte carica simbolica e astratta, come in Une femme qui passe di Dino Campana («Andava. La vita s’ apriva/ Agli occhi profondi e sereni?/ Andava lasciando un mistero/ Di sogni avverati ch’ è folle sognare per noi/ Solenne ed assorto il ritmo del passo/ Scendeva il suo sogno/ Solenne ritmico assorto/ Passò), oppure produrre un concretissimo scatenamento dei sensi, come accade nell’inimitabile Livorno di Giorgio Caproni («Livorno, quando lei passava,/ d’aria e di barche odorava»). I verbi usati per indicare il movimento sono diversi: passare, andare, venire, scendere, salire, ritrarsi, avanzare, dondolarsi, ondulare, ancheggiare. E diverso è anche, in ogni poesia, il modo in cui il ritmo poetico si accorda col ritmo dei passi della donna. L’ autrice del libro, però, propone un’unica interpretazione per tutte queste deambulazioni: la donna che cammina è una proiezione dell’ anima dell’io poetante che la vede e anche una meditazione sulla poesia stessa, che un tempo era misurata in «piedi» e in studi recenti, come Il viaggio testuale di Maria Corti, viene concepita proprio come un «cammino». Se questa donna poesia anima ha «camminato» fino ad oggi dal Libano del biblico Cantico dei Cantici attraverso la Firenze duecentesca di Cavalcanti («Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,/ che fa tremar di chiaritate l’aere…»), una ragione profonda ci sarà. E ci deve essere anche un perché se questa figura vitale, nei testi poetici della prima metà del Novecento, diventa, per la prima volta, libera di dirigere anche il suo sguardo elemento seduttivo spesso legato all’incedere dove vuole: è una creatura indipendente e, forse, finalmente consapevole del potere che esercita. Resta da verificare se questa immagine metastorica dell’anima permane nella poesia italiana degli ultimi anni e anche, come suggerisce la stessa Fenu Barbera, cosa accade quando a scrivere versi non sono gli uomini ma proprio l’ altra metà del cielo. In realtà, la donna che cammina sembra affascinare sia il genio sia l’uomo della strada, e pertanto sarebbe interessante fare un censimento molto più ampio sulla penetrazione di questa figura archetipo nell’immaginario collettivo. Del resto il protagonista del celebre romanzo di Wilhelm Jensen Gradiva, una fantasia pompeiana, estasiato di fronte a una giovane donna ritratta in un bassorilievo antico nell’«estrema levità dell’incedere», si pone le stesse domande che rivolse a se stessa Lady Duff Gordon, in arte Lucile, organizzatrice della prima sfilata di moda londinese, di fronte alle indossatrici che ancheggiavano in passerella: chi sono queste creature misteriose che camminano e da dove vengono?

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Edward Hopper, Woman walking, 1906, Whitney Museum, New York

Dino Campana (1885 -1932), Une femme qui passe, 1920 circa, in  Altre poesie 

Andava. La vita s’apriva
Agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi
Solenne ed assorto il ritmo del passo
Scandeva il suo sogno
Solenne ritmico assorto
Passò. Di tra il chiasso
Di carri balzanti e tonanti serena è sparita
Il cuore or la segue per una via infinita
Per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

CAMILLO SBARBARO (1988-1967),  Io che come un sonnambulo cammino, in Pianissimo, 1914

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinnanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini accanto lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore  me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un capello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore ponto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

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Alberto Giacometti (1901– 1966), “Femme qui marche”, 1932, Peggy Guggenheim Collection, New York

Vittorio Sereni (1913-1983), In me il tuo ricordo è un fruscìo,  in Frontiera (1941)

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

GIORGIO CAPRONI (1912-1990), L’uscita mattutina, in Il seme del piangere, 1950 -1958

Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.

L’ora era di mattina
presto ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!

Tutto Cors’Amadeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.

Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.

Giorgio Caproni, Quando passava

Livorno, quando lei passava,
d’aria e di barche odorava.
Che voglia di lavorare
nasceva, al suo ancheggiare!

Sull’uscio dello Sbolci,
un giovane dagli occhi rossi
restava col bicchiere
in mano, smesso di bere.

Giorgio Caproni, La gente se l’additava

Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta
e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com’era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:
che sembri scritta per gioco
e lo sei piangendo: e con fuoco.

Cesare Pavese, Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu – ferma e chiara.

28 marzo ’50

Audrey Hepburn in Rome:

Audrey Hepburn in Rome

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16 giugno 1904 – 2016: Happy Bloomsday

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Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.

Miss Dunne picchiettò sulla tastiera:
– 16 giugno 1904.

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…  chiedo con gli occhi di chiedermi ancora sí e lui chiede se voglio sí dire sí mio Fiore di Montagna e io gli ho messo le braccia al collo sí e l’ho tirato a me per fargli sentire il mio seno profumato sí e il suo cuore batteva all’impazzata e sí ho detto sí voglio Sí.

J. Joyce, Ulisse, trad. di G. Celati

In Irlanda e nel mondo il 16 giugno si celebra il Bloomsday, in onore dello scrittore James Joyce. Il nome della festa deriva da Leopold Bloom, protagonista del capolavoro di Joyce Ulysses, mentre la data è significativa tanto nella vita dello scrittore quanto nel romanzo. Il 16 giugno 1904, infatti, Joyce ebbe il suo primo appuntamento con Nora Barnacle, poi divenuta sua moglie, e in seguito scelse questa data per ambientare l’avventura di un’ordinaria giornata dublinese di Leopold Bloom, “moderno Ulisse”, di sua moglie Molly e di Stephen Dedalus.
Il 16 giugno 1924 Joyce scrisse nel suo diario: “Today 16 of June 1924 twenty years after. Will anybody remember this date?”. L’appuntamento è festeggiato più di un secolo dopo da milioni di persone in tutto il mondo.

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Cosa non è inferno

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

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About T.S. Eliot

“Tradition … cannot be inherited… It involves, in the first place, the historical sense […] and the historical sense involves a perception, not only of the pastness of the past, but of its presence; the historical sense compels a man to write not merely with his own generation in his bones, but with a feeling that the whole of the literature of Europe from Homer and within it the whole of the literature of his own country has a simultaneous existence and composes a simultaneous order. This historical sense, which is a sense of the timeless as well as of the temporal and of the timeless and of the temporal together, is what makes a writer traditional.”

“There is a great deal, in the writing of poetry, that must be conscious and deliberate. In fact, the bad poet is usually unconscious where he ought to be conscious, and conscious where he ought to be unconscious. Both errors tend to make him ‘personal’. Poetry is not a turning loose of emotion, but an escape from emotion; it is not the expression of personality, but an escape from personality. But, of course, only those who have personality and emotions know what it is to want to escape from these things.”

“The only way of expressing emotion in the form of art is by finding an ‘objective correlative’; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked.”

T. S. ELIOT, Tradition and the Individual Talent, 1919

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T.S. Eliot, Tradizione e talento individuale, poi in Il bosco sacro, 1920

Bisogna in ogni caso insistere sul fatto che il poeta deve sviluppare o acquisire la coscienza del passato e continuare a svilupparla per tutta la sua carriera. Ciò facendo, il poeta procede a una continua rinuncia al proprio essere presente, in cambio di qualcosa di più prezioso. La carriera di un artista è un continuo autosacrificio, una continua estinzione della personalità.
Resta da definire questo processo di spersonalizzazione e il suo rapporto con la coscienza di appartenere a una tradizione. In questo processo di spersonalizzazione si può dire che l’arte si avvicina alla condizione della scienza. Vi inviterò perciò a considerare questo esempio suggestivo: la reazione cioè che si verifica quando si introduce un pezzetto di sottile filo di platino in un ambiente contenente ossigeno e biossido di zolfo. […] L’esempio era quello del catalizzatore. Quando i due gas che ho menzionato vengono mescolati alla presenza di un filamento di platino, essi formano dell’acido solforico. La combinazione si verifica solo in presenza del platino, e ciononostante nell’acido che si è formato non c’è traccia di platino, né il filamento risulta toccato dal processo; è rimasto inerte, neutrale, immutato. La mente del poeta è il filo di platino. Essa può agire parzialmente o esclusivamente sull’esperienza personale di quell’uomo, eppure, quanto più perfetto è l’artista, tanto più rigorosamente separati resteranno in lui l’uomo che soffre e la mente che crea, tanto più perfettamente la mente assimilerà e trasmuterà le passioni che sono il suo materiale. [… ]

T. S. Eliot, Amleto e i suoi problemi [1919], poi in Il bosco sacro, 1920
“Il solo modo di esprimere emozioni in forma d’arte è di scoprire un «correlativo oggettivo»; in altri termini una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare; tali che quando i fatti esterni, che devono terminare in esperienza sensibile, siano dati, venga immediatamente evocata l’emozione”.

ELIOT legge The Waste Land, 1922

THE HOLLOW MEN, 1925

A penny for the Old Guy

I

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats’ feet over broken glass
In our dry cellar

Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;

Those who have crossed
With direct eyes, to death’s other Kingdom
Remember us – if at all – not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.

II

Eyes I dare not meet in dreams
In death’s dream kingdom
These do not appear:
There, the eyes are
Sunlight on a broken column
There, is a tree swinging
And voices are
In the wind’s singing
More distant and more solemn
Than a fading star.

Let me be no nearer
In death’s dream kingdom
Let me also wear
Such deliberate disguises
Rat’s coat, crowskin, crossed staves
In a field
Behaving as the wind behaves
No nearer –

Not that final meeting
In the twilight kingdom

III

This is the dead land
This is cactus land
Here the stone images
Are raised, here they receive
The supplication of a dead man’s hand
Under the twinkle of a fading star.

Is it like this
In death’s other kingdom
Waking alone
At the hour when we are
Trembling with tenderness
Lips that would kiss
Form prayers to broken stone.

IV

The eyes are not here
There are no eyes here
In this valley of dying stars
In this hollow valley
This broken jaw of our lost kingdoms
In this last of meeting places
We grope together
And avoid speech
Gathered on this beach of the tumid river

Sightless, unless
The eyes reappear
As the perpetual star
Multifoliate rose
Of death’s twilight kingdom
The hope only
Of empty men.

V

Here we go round the prickly pear
Prickly pear prickly pear
Here we go round the prickly pear
At five o’clock in the morning.
Between the idea
And the reality
Between the motion
And the act
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
Between the conception
And the creation
Between the emotion
And the response
Falls the Shadow
Life is very long
Between the desire
And the spasm
Between the potency
And the existence
Between the essence
And the descent
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
For Thine is
Life is
For Thine is the

This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.

GLI UOMINI VUOTI
– Un centesimo per il vecchio Guy

Noi siamo gli uomini vuoti
Noi siamo gli uomini impagliati
Che si appoggiano l’uno sull’altro
Le teste imbottite di paglia. Ohimè!
Le nostre voci aride, quando
Sussurriamo insieme
Sono quiete e senza significato
Come vento nell’erba asciutta
O le zampe dei topi sopra il vetro rotto
Nelle nostra arida cantina

Sagoma senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto senza movimento;

Quelli che hanno attraversato
Con occhi diretti, l’altro regno di morte
Ci ricordano –almeno – non come perdute
Anime violente, ma soltanto
Come uomini vuoti
Gli uomini impagliati.

II

Occhi che non oso incontrare nei sogni
Nel regno di sogno della morte
Questi non appaiono.
Lì gli occhi sono
Luce del sole su una colonna infranta
Lì, vi è un albero che oscilla
E vi sono voci
Che cantano nel vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si dilegua.

Fa che io non sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Fa che io indossi
Travestimenti scelti come un
Cappotto di topo, pelle di corvo, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino.

Non quell’incontro finale
Nel regno del crepuscolo

III

Questa é la terra morta
Questa è la terra del cactus
Qui immagini di pietra
Sono erette, qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si dilegua.
E’ così
Nell’altro regno di morte
Ci si risveglia da soli
Nell’ora in cui stiamo
Tremando di tenerezza
Labbra che vorrebbero baciare
Pregano la pietra infranta.

IV

Gli occhi non sono qui
Qui non ci sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella rotta dei nostri perduti regni
In questo ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Ed evitiamo di parlare
Riuniti in questa spiaggia del tumido fiume

Senza vista, se non per
Occhi che riappaiono
Come la stella perpetua
Rosa dalle molte foglie
Del crepuscolare regno della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti

V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

Tra l’idea
E la realtà
Tra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno

Tra il concetto
E la creazione
Tra l’emozione
E la risposta
Cade l’ombra.

La vita é molto lunga.

Tra il desiderio
E lo spasmo
Tra la potenza
E l’esistenza
Tra l’essenza
E la discesa
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è

Questo è il modo in cui finisce il mondo
Questo è il modo in cui finisce il mondo
Questo è il modo in cui finisce il mondo
Non con uno scoppio ma con un piagnucolio.

Marlon Brando in “Apocalypse now redux” recita The hollow men (versione integrale )

ALBERTO ARBASINO, Che bello Eliot se lo riscrive Ezra Pound, “La Repubblica”, 17 maggio 2016

L’avventurosa storia di “The Waste Land” leggendario poema tagliato e ricucito

Mezzo secolo dopo la pubblicazione, “The Waste Land” di T. S. Eliot rimane “il” poema leggendario del nostro Novecento, e delle sue varie disillusioni. Ma ugualmente leggendaria appare la storia del suo manoscritto. Si è sempre saputo che il giovane Eliot, autore molto più strapieno di citazioni, e dunque «proliferante a caotico», prossimo a qualche forma di depressione o esaurimento nervoso, lo affidò al «miglior fabbro», Ezra Pound che definendosi, piuttosto, «levatrice», ancora a Venezia alla fine degli anni Sessanta, ne sforbiciò e corresse interi brani. Così “The Waste Land” resta dedicato a Pound.

Ma non si era mai visto il manoscritto. Né si era mai potuto controllare la misura delle correzioni di Pound. Parecchie questioni hanno dunque assillato per decenni gli studiosi e i fans. Perché si era affidato alle cure di Pound? Su che strutture e passaggi si basava la prima versione? E dove è finito il manoscritto originale?
Un intervistatore interrogò in proposito Eliot stesso.
Rispose il poeta: «Pound mi ha tagliato varie poesie. Era un critico mirabile, non cercava di trasformarvi in una sua imitazione. Cercava di vedere cosa tentavate di fare voi».
Che tagli ha fatto? «Intere sezioni. Ce n’era una lunga su un naufragio. Non so cosa c’entrava col resto, ma era abbastanza ispirata dal canto di Ulisse nell’Inferno. Un’altra era un’imitazione del Ricciolo rapito di Pope…».
Pound disse: «È inutile cercare di rifare qualcosa che altri hanno già fatto nel migliore dei modi. Fate qualcosa di diverso. Però i tagli non hanno mutato la struttura intellettuale del poema. Credo fosse altrettanto privo di struttura nella versione più lunga. Soltanto in maniera più futile».
E il manoscritto? « Non chiedetelo a me, è un mistero irrisolto. Io lo vendetti a John Quinn, e gli diedi anche un album di poesie inedite, perché era stato gentile con me in diversi affari. Morì, e i miei scritti non riapparvero all’asta dei suoi averi ».
***
John Quinn era un ricco avvocato bibliofilo newyorkese che possedeva quasi tutti i manoscritti di Joseph Conrad e anche un grosso pezzo dell’Ulysses di Joyce. Aiutò Eliot a pubblicare The Waste Land sulla rivista artistica The Dial, nel 1922. E quindi, a vincere l’annuale premio di duemila dollari bandito dalla rivista stessa. (Toccato l’anno prima a Sherwood Anderson).
Però Quinn morì due anni dopo. Le sue carte non disperse all’asta andarono a sua sorella. E solo trent’anni più tardi la figlia di questa scoperse il manoscritto dimenticato di The Waste Land.
Nel 1958 lo vendette per diciottomila dollari alla Public Library di New York. Ma per qualche albagìa dei bibliotecari l’atto fu talmente privato che non lo vennero a sapere né Eliot né Pound. E la vedova di Eliot ne fu informata soltanto dieci anni dopo.
Allora decise di curarne la pubblicazione in facsimile, immediatamente salutata come evento capitale nella storia letteraria del Novecento.
Il giovane Eliot somiglia a Gérard Philipe, nelle fotografie. I suoi parenti erano facoltosi e severi notabili del Massachusetts trapiantati a St Louis per fabbricare mattoni, ma con vacanze estive sulla costa del New England. I suoi studi a Harvard furono per lo più filosofici (con tesi su «conoscenza ed esperienza secondo F. H. Bradley»). Il suo amico migliore fu Jean Verdenal, conosciuto alla Sorbona durante il primo viaggio a Parigi, nel 1910, e «morto per acqua» a Gallipoli nel ’17.
Ma l’influenza decisiva e confessata fu soprattutto Laforgue, con la disinvoltura delle banalità colloquiali, e il rifiuto d’ogni indiscrezione sui sentimenti. Finalmente Pound, nel ’14, in un fitto giro di presentazioni, lo infila nella Londra letteraria cominciando dall’avanguardia vorticista, e arrivando presto al composto chic del pre-Bloomsbury.
Lei era più spiritosa e intelligente del marito, elegantissima, esageratamente isterica, sempre in crisi del tipo tormentoso. Perché si sposarono di nascosto? Avevano ventisei anni, neanche un soldo, e la famiglia Eliot non perdonò mai. E perché T. S. buttò via la carriera accademica a cui si era studiosamente preparato per nove anni? Questo matrimonio doloroso, che ne durò un ventina, rimane un insolubile mistero, un dramma continuo,un enigma irrisolto.
T. S. E. insegnava in diverse scuole e collegi. (Peccato non averlo saputo in tempo). Entrò alla Lloyds Bank l’anno dopo, con l’incarico di controllare i vari debiti prebellici tedeschi e francesi. In seguito, pubblicò per anni (a seicento sterline l’anno) il bollettino degli estratti della stampa estera, in un seminterrato col naso al livello del marciapiede, però passando le sere con Virginia Woolf o Edmund Gosse, con Katherine Mansfield e Osbert Sitwell, e i weekends della celebre Lady Ottoline Norrell, altra “relazione” dell’instancabile Russell. Ma oltre alle poesie per le riviste The Egoist scriveva ancora parecchi articoli su temi filosofici. Vivienne andava a ballare, e diventò presto – così dicono – pazza.
T. S. la lasciò così: partendo nel ’32 per Harvard, a tenere un corso, marito e moglie salirono su un taxi per la stazione, seguiti da un altro taxi con due cognati e il bagaglio. Lei aveva molto insistito per seguirlo in America. Lui aveva sempre detto di no. Per strada, T. S. si accorge che Vivienne aveva chiuso nel bagno i suoi appunti, e manda indietro i parenti a sfondare la porta per recuperarli. Poi tutti insieme fino a Southampton, con abbracci sulla nave. Non appena in America, Eliot incaricò un avvocato di liquidare Vivienne, e non la vide mai più, se non a una sua conferenza, dove lei si presentò con un cartello «ecco la moglie abbandonata».
È curioso che lo stesso comportamento venisse ripetuto molti anni dopo, in circostanze formalmente analoghe. Eliot aveva un successo crescente: Lady Rothermere, moglie di un «magnate della stampa », aveva finanziato la sua rivista Criterion, che fu rilevata da Geoffrey Faber nel ’25, organizzando la nuova casa editrice di cui Eliot diventò dirigente; ma il celebre poeta viveva in bizzarre case. Prima, un cottage campestre presso una famiglia amica con tanti bambini. Poi, il pensionato di un ex-vescovo militare con tanti gatti. Quindi, si trasferì per cinque o sei anni nella chiesa di St. Stephen presso il vicario che gli era amico. Durante la guerra, in villa, nel Surrey, ospite di una ricca signora amica del signor Simpson, marito della duchessa di Windsor. E infine, per dodici anni, abitò a Cheyne Walk, la stradina più deliziosa di Chelsea, in casa di John Hayward, un bibliofilo poliomielitico e spiritosissimo.
Qui pagava una piccola retta, ma avevano il salotto in comune. E di qui, Eliot si allontanò una mattina del 1957, per andare a sposarsi di nuovo. Senza dir niente a John Hayward, né tornare indietro. Come avrà fatto con i bagagli, con le valigie? Solo la governante francese intuì qualcosa, sentendosi dire «Adieu Madame». «Mais, Monsieur, pourquoi m’avez- vous dit adieu?». Eliot batté i tacchi, e lasciò la casa.
Sentenzia Cyril Connolly: «I versi del naufragio guadagnano enormemente venendo isolati. Anche sui molti suggerimenti verbali e piccole cancellature di Pound si può emettere un solo verdetto: sono quasi tutti miglioramenti». Concorda Wilson: «Fra Pound ed Eliot sono riusciti a concentrare un’intensità di immagini e di sentimenti che non si riscontra affatto nella prima versione, dove non appare in evidenza nessuna brillantezza del lavoro compiuto».
Le conclusioni sembrano concordi. Le parti tagliate risultano scadenti, a un livello praticamente vergognoso, per un poeta come Eliot. Edmund Wilson si dichiara «sbalordito dalla loro mediocrità». E le geniali correzioni di Pound (sempre Wilson: «eseguite con gusto infallibile») figurano incredibilmente frettolose, come buttate là in pochi minuti…
Riserbo e reticenza giovano alle belle arti come all’arte politica. Tanto più quando alla tirchieria si somma il mistero. Benissimo ha dunque fatto T. S. Eliot, saggio topone, dopo un’intera esistenza impeccabilmente oscura, a scoraggiare per disposizione testamentaria qualunque tentativo di biografia “ufficiale”, vietando la consultazione delle carte in custodia alla vedova. Ma poco dunque incoraggiata, «per riempire un vuoto», l’attività degli abusivi, e la tentazione del “caso”.
Forse, rimembranza della sua giovinezza studentesca, intorno a Harvard? O invece, pericolosamente simile a troppe analoghe situazioni nell’Ulysses di Joyce? Fu interamente omesso da Eliot medesimo. In quanto alla parodia di Pope, si tratta della mattinata di una dama Fresca che fa toilette, ma questa toilette l’hanno fatta meglio Pope e Joyce e magari Swift, avverte Pound. Con insofferenza, davanti a versi come «lasciando la ribollente bevanda a raffreddarsi – Fresca scivola morbidamente al seggio dei bisogni»…
Un esame ravvicinato può fornire sorprese. A cominciare dal titolo. Originariamente era «Egli rifà la polizia con voci differenti», tratto da una frase nel Nostro comune amico di Charles Dickens, dove si accenna a un personaggio che legge il giornale in modo così divertente, perché imita i poliziotti con voci diverse. Eliot tentava un collage di diversi “parlati” anglo-irlandesi-americani in un episodio-conversazione iniziale tra un pub e un bordello.
Le correzioni di Pound sono continue: via tre vocaboli banali di qui! Sostituirne due troppo ricercati di là! … In quanto al naufragio, il taglio quasi totale dell’episodio marino lascia soltanto gli otto versi di «Morte per acqua», sezione infatti così breve che Eliot avrebbe preferito eliminare anche il pezzettino superstite.
Però Pound suggerì di tenerlo, così come consigliò di lasciare intatte le parti finali, cioè le migliori («di qui in avanti, va bene») mentre estromise tutte le brevi poesie semischerzose che Eliot aveva collocato qua e là come intermezzi, e che poi recupererà fra i componimenti occasionali. E qui, Cyril Connolly: «I versi del naufragio guadagnano enormemente, venendo isolati. Sono quasi tutti miglioramenti ».
Allora aveva ragione Pound, di rinviare il tutto a Eliot, con un biglietto anglo-italiano: «Complimenti, brutta troia. Adesso mi sento devastato da sette gelosie».

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25 aprile 1945-2016

Quando l’ingiustizia diventa legge,
la resistenza diventa dovere.

Bertold Brecht

“Andai io di persona a ricevere l’ottava armata alleata quando si decisero a entrare a Padova. Ero in pattuglia tra il Santo e il Bassanello, un po’ prima di mezzanotte. Ai posti di blocco avvenivano scene curiose. Le parole d’ordine erano tutte diverse, a rigore avremmo dovuto spararci tra noi ogni trenta metri; solo l’euforia generica impedì, credo, una strage universale interna. Dicono che l’euforia promuove gli spari; ma è certo che non promuove la mira.
Avevo passato l’ultimo posto di blocco con la mia pattuglia (c’era anche la Simonetta col mitra), e si camminava nel buio pesto della periferia oscurata, un lungo stradone fra le case, che porta fuori Padova, verso sud. Non c’era nessuno nella strada, naturalmente; si sapeva che gli alleati erano vicini, ma reparti tedeschi continuavano a passare nei dintorni, alcuni arrendevoli, altri compatti e feroci. Ecco dunque come finisce una guerra. Prima parte un esercito, poi ne arriva un altro; ma questa non è veramente la fine. La guerra finisce negli animi della gente, in uno un po’ prima, nell’altro un po’ dopo; è per questo che ci sono ancora queste sparatorie insensate.
Da in fondo allo stradone cominciava ad arrivarci uno strepito di grossi motori; era una cosa compatta, intensa.
“Sono inglesi,” dissi alla Simonetta per buon augurio; e mi domandavo quante probabilità c’erano che fosse invece l’ultima colonna tedesca. Decisi meno del trenta per cento.
“Sei sicuro?” disse lei.
“Sicurissimo,” le dissi, e lei mormorò: “Sembra un sogno”.
Sembrava infatti letteralmente un sogno. In fondo erano solo due anni che li aspettavamo, ma pareva una cosa lunga lunga. Io ho una certa esperienza di cose che pare non vogliano più finire, e a un certo punto si crede che non finiranno più, e poi quando finiscono tutto a un tratto, pare ancora impossibile, e si ha fortemente l’impressione di sognare.
Camminavamo in mezzo alla strada, andando incontro all’ottava armata, almeno al settanta per cento. Il rumore diventava sempre più grande, e noi in mezzo alla strada buia sempre più piccoli. S’incominciavano a distinguere confusa-mente i volumi scuri dei carri armati: erano enormi. Quando. fummo a cinquanta metri feci fermare la pattuglia; avevamo due pile, e ci mettemmo a fare segnalazioni. Poi andai avanti un altro po’ con la Simonetta.
Com’è strana la vita, sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. Con queste loro gobbe, con questi orli di grandi borchie ribattute, questi sferragliamenti, queste canne, vogliono quello che vogliamo noi. L’Europa è tutta piena di questi nostri enormi alleati; che figura da nulla dobbiamo fare noialtri visti da sopra uno di quei carri! Branchi di straccioni; bande. Banditi. Certo siamo ancora la cosa più decente che è restata in Italia; non lo hanno sempre pensato gli stranieri che questo è un paese di banditi?
Il primo carro si fermò; sopra c’era un ufficiale con un soldato. Avrei voluto dirgli qualcosa di storico.
“Non siete mica tedeschi, eh?” dissi.
“Not really,” disse l’ufficiale.
“Benvenuti,” dissi. “La città è già nostra.”
“Possiamo montare?” disse quell’irresponsabile della Simonetta. Ma ormai la pattuglia non occorreva più; la colonna si sentiva accumularsi dietro al primo carro per centinaia e centinaia di metri; il rombo dei motori era magnifico. Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi.
“E chi sareste voialtri?” disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: “Fucking bandits”, ma subito mi venne in mente che c’era un risvolto irriguardoso nei con-fronti della Simonetta, e arrossii nel buio. L’ufficiale gridò: “I beg your pardon?” e io gridai: “Ho detto che siamo i Volontari della Libertà”.
“Libertà?” gridò l’ufficiale, e io glielo confermai, e poi aggiunsi: “E adesso canto una canzone che vi riguarda, se non le dispiace”.
“Sing away,” disse lui, e io attaccai:
Sono passati gli anni 
sono passati i mesi 
sono passati i giorni 
e ze rivà i inglesi.
La Simonetta si mise ad accompagnarmi al ritornello. Io sono stonato, lei invece no. Il fracasso confondeva tutto.
La nostra patria è il mondo intèr… 
solo pensiero — salvar l’umanità!
“Cosa dicono le parole?” disse l’ufficiale.
“Che finisce la guerra,” dissi, e poi aggiunsi: “E che ci interessa molto la salvezza dell’umanità.”
“You a poet?” disse l’ufficiale.
Io gli circondai l’orecchio con le mani, e gridai dentro:
“Just a fucking bandit.”
Così accompagnammo a Padova l’ottava armata, e poi io e la Simonetta andammo a dormire, e loro li lasciammo lì in una piazza.”
Il film di Daniele  Lucchetti, 1998

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Umberto Eco: 1932-2016

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

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La lingua di Dante nata a tavolino

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Più di un poeta: diede un’unica voce agli italiani e, attraverso quella, un’identità nazionale
Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 27 dicembre 2015

Non sono soltanto motivi di ovvia cronologia a porre Dante Alighieri (1265-1321) al principio di un’organica storia della letteratura italiana. Nell’anno del 750° anniversario della nascita, pare necessario ricordare che Dante non è stato solamente in senso stretto il primo grande poeta italiano: il valore storico della sua figura si affianca a quello linguistico, decisamente irripetibile, e a quello simbolico, che è stato non meno importante, specie in particolari momenti di svolta che il Paese ha conosciuto. Insomma, l’Alighieri ha fatto così tanto per la nostra letteratura, ma anche per la nostra identità culturale, che il primo posto gli spetterebbe in ogni caso di diritto: e infatti proprio con il volume dedicato al grande fiorentino si apre la collana di Storia della letteratura italiana che accompagnerà nelle prossime settimane in edicola il «Corriere della Sera».
Ce ne parla Enrico Malato, grande studioso e specialista dantesco che ha ideato il progetto complessivo di questa Storia, monumentale opera critica originariamente composta per Salerno editore e ora proposta in una collana divisa per monografie che parte appunto con Dante e via via presenta personalità e temperie di tutta la nostra storia letteraria, fino ai Pascoli e ai Carducci dell’altroieri e ai Gadda e Calvino di ieri.
«Intanto va detto che questa Storia della letteratura italiana — spiega Malato — nasce come un affresco complessivo che propone tutto il tessuto culturale dei diversi momenti storici. È un’opera realizzata secondo un castelletto ben preciso: ogni curatore ha avuto una scaletta rigorosissima alla quale si è dovuto attenere, in un progetto concepito quindi unitariamente. Per ciascun autore o momento letterario, infatti, prima di tutto bisogna illuminare il contesto storico. Poi occorre definire il profilo biografico della personalità analizzata, quindi focalizzare l’analisi sulle diverse opere. In questo modo si dà conto della civiltà letteraria, perché io preferisco parlare di civiltà che di cultura letteraria, che è il tratto davvero identificante del nostro Paese».
Al poeta fiorentino della Commedia è dedicato il primo volume, curato appunto da Enrico Malato: qui si illustra il quadro complessivo dell’epoca, si analizzano la vita e l’opera nel suo complesso, si illustrano gli elementi fondamentali del contesto, ed emerge l’importanza della figura dantesca. Bisogna pensare che la grande attenzione riversata in questi anni sulla Commedia, con le letture, i reading e le maratone nei teatri, nelle piazze e in televisione, mettono in luce soprattutto il nostro legame emotivo con il grande poema, la bellezza della sua poesia, il suo peso teologico e filosofico, l’immaginazione senza limiti, la perfezione dello schema. Ma c’è altro per cui amare il sommo poeta.
«La cosa geniale di Dante — chiarisce Malato — è che lui ha l’intuizione della lingua italiana che verrà. Era una scommessa e l’ha vinta, e ha visto molto lontano. Bisogna pensare che all’epoca già si scriveva in volgare, ma soltanto le piccole cose, le novellette, qualche poesia. Il volgare non pareva una lingua in grado di concepire grandi opere del sapere. La costruisce lui. Costruisce la lingua italiana praticamente a tavolino, inventandola passo per passo, e tra l’altro coniando centinaia e centinaia di neologismi». Ne fa una lingua, insomma, e una lingua capace in sostanza di ogni complessità: del tono basso, degli argomenti medi della vita quotidiana, così come della poesia più sublime e delle altezze vertiginose del pensiero più alto. La crea e la plasma.
«Ma in più — aggiunge il curatore — la rende anche unica in Europa. Perché? Bisogna pensare a tutte le altre lingue europee: nelle aree che poi saranno l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, il volgare che diventa lingua nazionale lo fa in tutt’altro modo, e cioè attraverso l’imposizione, sotto la pressione di una conquista militare o strategica, e quando nel Cinquecento le lingue nazionali subiranno una grande trasformazione, noi saremo già trecento anni avanti! La lingua italiana è l’unica plasmata sostanzialmente a tavolino, e imposta non per la pressione militare o la conquista, o per il prevalere di una dinastia sull’altra, di un volgare sull’altro, ma perché il prestigio e la fortuna dell’opera dantesca erano veramente enormi. Dante vide giusto, con consapevolezza, per il futuro: nel De vulgari eloquentia Dante parla già (in latino) di una “casa degli italiani”, in un’epoca in cui sul territorio del nostro Paese c’erano 300 staterelli e stati, alcuni grandi come regioni, altri piccoli come città. Lui capisce che c’è una comunità di sentimento».
Ecco perché costruire una storia della letteratura italiana significa dare una definizione della nostra identità culturale, prosegue Malato: «La lingua è il nostro tratto identificativo, e la dobbiamo a Dante».
Poi la storia della letteratura continua, e le vicende della civiltà italiana sono un caleidoscopio di scoperte. «Pensiamo a Petrarca. Se Dante ha scritto il grande poema, e nonostante i molti imitatori resta inimitabile, anche Petrarca ha avuto un’importanza grandissima nella nostra letteratura: ha avuto dietro al suo Canzoniere uno sciame di almeno 300 anni tra imitatori e influenze sulla poesia. E il Quattrocento? È l’epoca in cui torna in auge quale lingua culturale il latino, lingua dell’Umanesimo ma anche, in parte, lingua della scienza. E così via. I curatori dei singoli volumi di questa storia della letteratura sono tutti massimi specialisti di ciascun autore, e offrono in modo molto aperto e molto ampio una visione complessiva dell’epoca considerata. In modo da spiegare che cosa noi siamo oggi, da dove sorge la nostra identità».
Un’identità fortemente incarnata però proprio nella figura d’apertura, nel primo poeta italiano, come conclude il docente: «Proprio quest’anno abbiamo celebrato il 750° anniversario della nascita di Dante. Ma ci fu un momento in cui queste celebrazioni ebbero un potente significato simbolico: l’Unità d’Italia si compì nel 1860-61 ma, quando nel 1865 si celebrò l’anniversario della nascita del poeta, Trieste, Trento, Verona e altre città erano ancora in mano agli austriaci. E così partecipare in quelle città alle grandi celebrazioni dantesche significava celebrare l’Italia. E perfino oggi, non è finita qui: l’Alighieri è tuttora uno dei poeti più studiati al mondo, la cosa incredibile è che a 750 anni dalla nascita, ancora escono su di lui e le sue opere circa 1.000-1.500 libri all’anno, io stesso sto lavorando a un saggio in cui, ancora, qualcosa di nuovo sul poeta viene scoperto».

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Aurelio Picca, Tante parole come tanti fiumi dove naufragar ci è dolce
In principio sta il monte del Purgatorio che galleggia in un mare immenso Poi le invenzioni: la vitalità di Boccaccio, il cinema di Manzoni, il futuro di Leopardi. E noi

È scolastico sapere che le Civiltà sono nate lungo i grandi e piccoli fiumi (l’Egizia il Nilo; Romana il Tevere). Come forse è altrettanto facile intuire che le lingue le quali rendono possibile le letterature sono anch’esse fiumi che vanno al mare, cioè all’Opera. Siccome l’Italia è nata da cento lingue (come i popoli che l’hanno abitata), la nostra letteratura è, e resterà, il grembo di tutte le letterature occidentali. È inutile riandare al latino e alla sua frantumazione, così come è pleonastico ripercorrere le tappe dei volgari e della loro secolare incubazione e sviluppo. Si è sempre, con troppa leggerezza, bollato la mancanza di una tradizione romanzesca per ragioni storiche e sociali rispetto alla letteratura francese o inglese. Invece «lo spezzettamento» dello Stivale, con i suoi tanti volgari da convergere a Firenze, è stata la fortuna dei nostri scrittori e dunque della nostra letteratura.
Intanto va ricordato che Francesco d’Assisi è il primo poeta. Storto quanto un pezzo di legno e con una lingua (volgare umbro) altrettanto storta, in possesso di una manciata di vocaboli ancora deformati come ossa artritiche, inventa la creaturalità che irradia molta della letteratura a venire: da Dante a Petrarca, da Pascoli a d’Annunzio (basti La sera fiesolana), a Ungaretti. Di Dante non vedo Farinata degli Uberti e Costanza d’Altavilla, bensì godo del monte del Purgatorio galleggiare su un mare immenso; in su un cielo zaffiro e nell’acqua l’Arcangelo Nocchiero che a velocità «digitale» giunge ammantato di luce. Il Purgatorio, di preghiera e pazienza, è materia dell’oggi. Anche se il meccanicismo aristotelico non rimanda al libero arbitrio ma alla ineluttabilità del destino umano. Francesco Petrarca non è stato il cortigiano come asseriva il De Sanctis: che dava vantaggio ai moderni, al «realismo», a una letteratura «morale» (comunque imprescindibile la sua Storia della letteratura). Petrarca, con il Canzoniere, ha raggiunto una purezza perfino proibita al Manzoni che ne I promessi sposi accumula e salda lingue e trame diverse (altro che passaggio dal lombardo al fiorentino!). Petrarca fu la corona di alloro tradotto nel mondo e venerato; Alessandro Manzoni scrive per il cinema (notare come presenta Fra’ Cristoforo, l’Innominato…), per i pedanti (la sterminata notarilità delle «grida»), per i filologi, per i linguisti e per noi poveri lettori. Eppure Le tragedie , con il loro retrogusto giansenista, zavorrano appunto alla tragedia le illusioni della storia, concedendoci tombe monumentali.
Boccaccio è figlio bastardo di Firenze. Forse privato dell’esperienza napoletana non avrebbe scritto il Decameron, che invoglia la poesia alla vitalità e alla giovinezza del narrare, in un talamo di sensi, mentre a Firenze impazza la peste, cioè la tragedia. Ariosto e Tasso inventano i due grandi poemi moderni. L’ Orlando furioso è «inconscio puro» al servizio di incubi, voli astrali e pittori. La Gerusalemme liberata è «inconscio d’oro» (ambedue prima di Freud; in Tasso l’oro è Gerusalemme: l’unico inconscio collettivo dell’umanità). Machiavelli scrive Il Principe con sveltezza e cinismo. È padrone della corazza di Cesare e della lingua del vulgo. Il Principe è la favola del gioco del potere. Guicciardini pare soccombere a tanta abilità, invece grazie all’essere uno scrittore autentico sa pensare ai dettagli del corpo di un popolo, come un antico clinico romano. Se il «povero» Parini, nato in una casa popolare, l’incorruttibile estensore de Il giorno, è il gigante morale dei giovani che verranno (Leopardi, Foscolo), Vittorio Alfieri sarà il gigante eroico di quella generazione illuministico-romantica. In Vita scritta da esso si assommano le ragioni del suo titanismo o superlativo, giacché «Esso» sta per il Sé junghiano, e «Vita» per la vita che si stacca dal protagonista per assumere i connotati di tutte le vite. In questa tensione centrifuga, all’interno dell’autobiografia, scocca l’attrazione titanica per Colui che scrisse il primo romanzo italiano. Nella borghesia che scalpita infastidita dall’orticaria delle «regole» troneggia Carlo Goldoni. Il suo teatro è la commedia, punto. Vi rumoreggia la strada. Del resto è un veneziano non un siciliano come Luigi Pirandello che studia e si forma in Germania. Infatti Pirandello trucca la sua opera di commedia per farla esplodere in dramma e follia. Che paradosso: Pirandello, isolano di Sicilia, ha struttura nordica, mentre Italo Svevo, triestino, legge Verga e La coscienza di Zeno gli viene comico: brogliaccio per la neo-avanguardia. Senilità è il romanzo che chiude ogni boheme, è un film di residuati umorali: un triste, indimenticabile amore in grigio, odor di naftalina, color di perle tarlate.
Leopardi nello Zibaldone ripropone le molte lingue e i molti pensieri della nostra letteratura. E quando gioca con i settenari, i novenari, gli endecasillabi è un piacere per l’orecchio. Le Operette morali sono una vetta da poema futuro, spalancato al futuro. Foscolo scrisse il primo romanzo italiano scritto da un ragazzino (l’Ortis, no?). Eccetera. Cari insegnanti, fatelo imparare a memoria ai vostri studenti. Verga ha inciso novelle fulminanti, poi Eva, Tigre reale… E una massa di cordame intrecciato che fa de I Malavoglia una furia della natura (Gli si deve baciare la mano da morto). Senza Carducci, quercia antica e «parnassiana» (vedasi Pianto antico) non avremmo avuto Pascoli e d’Annunzio. Il primo: primo poeta del Novecento che, con Myricae, inventa il nuovo Canzoniere; d’Annunzio già con il suo corpo e i suoi mille gesti ripropone le lingue in nostro possesso. Fenoglio è fedele alla lingua; Calvino la tradisce per una neutra: questo è il suo successo.
Montale è Ossi di seppia (rimandiamo agli ultimi studi montaliani di Andrea Gareffi), un nonno gelido. Ungaretti è l’ Allegria di un nonno felice. Gadda è un concentrato di morbosità. Non è vero che la sua è una partitura complessa. Mentre Levi è Auschwitz: la memoria più semplice e complicata da capire quando gli uomini si fanno mostri.

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Antologia viennese

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“Ogni viennese è un monumento, ogni berlinese un mezzo di trasporto. A Vienna le strade sono lastricate con la cultura. Nelle altre città sono lastricate con l’asfalto […]. Qui da noi non facciamo che sbattere la testa sulle meraviglie dell’autenticità, in questo luogo creato una volta per sempre. E’ un’ingiustizia parlar male di Vienna sempre per i suoi difetti, quando anche nei suoi pregi val la pena di parlare male […] Perché il mondo viennese non è stato creato dallo spirito ma dal manzo bollito. Questa solidità che valuta al chilo, manda in rovina tutta quella fantasia che avrebbe potuto creare un qualche mondo.” Karl Kraus (1874-1936),  Sprüche und Widersprüche [Detti e contraddetti, 1909], Adelphi, 1992

Johann Strauss II (1825-1899), Kaiser-Walzer op.437, Wiener Philharmoniker, direttore Claudio Abbado

CLAUDIO MAGRIS, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna [1963], Torino, Einaudi, 2009 

Sul bel Danubio blu

Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: «Rigorosamente parlando, l’imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss» . L’ultima fase della civiltà absburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea. La vecchiezza dell’imperatore monotono e puntuale riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l’altro, la monarchia danubiana. «Mir bleibt doch nichts erspart» [«Proprio nulla mi è risparmiato»]: la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche riassume il passivo dramma della finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina.
L’operetta è l’idillio di questa sera dell’impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria, come Schnitzler e Hofmannsthal. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell’impero s’ingigantiscono, l’evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss, il Nervendämon, è la più tipica voce dell’età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell’alienazione godereccia e musicale del suddito absburgico. La musica, l’arte piú apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. «L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica» , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

«Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. […] Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forse più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città.»

Planimetria di Vienna, fine XIX secolo

Robert Musil (1880-1942), L’uomo senza qualità [1930 -1942], Einaudi, Torino, 1970

Là, in Cacania – quella nazione incompresa e ormai scomparsa che in tante cose fu un modello non ab-bastanza apprezzato — c’era anche velocità, ma non troppa. Se trovandosi all’estero si pensava al paese, ecco fluttuava davanti agli occhi il ricordo di quelle strade bianche, larghe e comode del tempo delle marce a piedi e delle diligenze a cavalli, che si snodavano in tutte le direzioni come canali di un ordine stabilito, come nastri di quel tra-liccio chiaro usato per le uniformi, e cingevano le province col braccio cartaceo dell’amministrazione. E quali contrade! C’eran mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato fra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso. Non si avevano ambizioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole «colonia» e «oltremare» giungevano all’orecchio come cose lontane e non sperimentate. Si faceva lusso; ma non così raffinato come in Francia. Si face-va sport; ma non così accanito come in Inghilterra. Si spendevano somme enormi per l’esercito; ma solo quanto bastava per rimanere la penultima delle grandi potenze. Anche la capitale era un po’ più piccola di tutte le altre metropoli del mondo, ma un po’ più grande di quel che non fossero di solito le grandi città. E il paese era amministrato — con oculatezza, discrezione e abilità a smussare cautamente ogni punta — dalla migliore burocrazia d’Europa, alla quale si poteva rimproverare un solo difetto: per essa genio e spirito d’iniziativa nelle persone non autorizzate a ciò da alti natali o da incarico governativo erano impertinenza e presunzione. A nessuno del resto piace farsi dettar legge da chi non vi è autorizzato! E poi in Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.
In verità, quante cose curiose ci sarebbero da dire sul tramontato impero di Cacania! Per esempio, esso era imperial-regio, ed era imperiale e regio; uno dei due segni «i.r.» oppure «i. e r.» era impresso su ogni cosa e su ogni persona, tutta-via occorreva una scienza segreta e occulta per poter distinguere con sicurezza quali istituzioni e individui fossero da considerarsi imperial-regi e quali imperiali e regi.
Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria, termine a cui il paese aveva abdicato con solenne giuramento statale ma che conservava in tutte le questioni sentimentali, a prova che i sentimenti sono importanti quanto il diritto costituzionale e che i decreti non sono la cosa più seria del mondo. Secondo la costituzione era uno stato liberale, ma aveva un governo clericale. Il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel paese. Da-vanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, non tutti però erano cittadini. C’era un Parlamento, il quale faceva un uso così eccessivo della propria libertà che lo si teneva quasi sempre chiuso; ma c’era anche un paragrafo per gli stati di emergenza che serviva a far senza del Parlamento, e ogni volta che tutti si rallegravano per il ritorno dell’assolutismo la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Di tali vicende ne capitavano molte in Cacania, e fra le altre vi furono anche quei conflitti nazionali che attirarono giustamente la curiosità dell’Europa e oggi son presentati in modo del tutto falso. Furono così violenti che per cagion loro la macchina dello stato s’inceppava e s’arrestava parecchie volte all’anno, ma nei periodi intermedi e nel-le pause di governo l’armonia era mirabile e tutti facevan vista di nulla. E infatti non c’era stato nulla di reale. Soltanto l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi ci trova tutti unanimi, nello stato di Cacania aveva precorso i tempi e s’era perfezionato in un raffinatissimo cerimoniale, che avrebbe potuto ancora avere grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato troncato anzitempo da una catastrofe.
Infatti non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di profonda protervia. Si agiva in quel paese – e talvolta fino ai supremi gradi della passione e alle sue conseguenze – sempre diversamente da quel che si pensava, oppure si pensava in un modo e si agiva in un altro. […] Così era accaduto in Cacania, per quel che può apparir visibile agli occhi di tutti, e in questo la Cacania era lo stato più progredito del mondo, benché il mondo non lo sapesse ancora; era lo stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto, come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta. «E capitato che…» si diceva in Cacania, mentre l’altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri. Sì; benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni; e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.

Notti viennesi

J. Roth, La cripta dei Cappuccini [Die Kapuzinergruft, 1938], Milano, Adelphi, 1988

Le notti di Vienna erano piene di rughe e avvizzite. Sere frettolose e quasi intimorite, bisognava cercare di afferrarle prima che si accingessero a scomparire e iole raggiungevo di preferenza nei parchi, nel Volksgarten o al Prater, e il loro ultimo, più dolce residuo in un certo caffè ove usavano insinuarsi,  morbide e lievi come un profumo.

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Stephan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco d’irritazione e di disprezzo, perché invece di essere «attivi» e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra. «Vivere e lasciar vivere» era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all’occasione, in buona pace e persino i movimenti politici e sociali erano privi di quell’animosità crudele che è penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima guerra mondiale. Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la birra o il caffè e dandosi del tu. Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne borgomastro di Vienna, nulla si mutò nei rapporti privati e io personalmente debbo dichiarare di non aver mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio, né nella scuola né all’università né nella mia vita letteraria. L’odio da paese a paese, da popolo a popolo, da tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo e nazione da nazione. Il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata – cosa oggi appena concepibile legittima e sottintesa; la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale.

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Hugo von Hofmannsthal,  L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928, Marietti, Casale Monferrato 1983

E neppure posso definire in altro modo che assai congruente, molto giusto, il fatto che le teorie del dottor Freud si siano fatte strada nel mondo a partire da qui – proprio come le melodie leggere, un po’ banali, ma duttili e accattivanti, delle operette, con cui esse hanno così poco in comune. Vienna è la città della musica europea: essa è la porta Orientis anche per quel misterioso Oriente che è il regno dell’inconscio. Le interpretazioni e le ipotesi del dottor Freud sono le escursioni di un consapevole spirito del tempo verso i lidi di quel regno.

Berggasse 19, Wien: lo studio di Sigmund Freud

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Nel ’16, una sera di dicembre, Sigmund Freud, professore straordinario all’Università di Vienna, tiene la sua ventunesima lezione nell’aula della clinica psichiatrica.
Diceva all’inizio della guerra: «Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco» ; ma ha visto cadere le illusioni, e gli è rimasta l’ansia per i figli, Martin ed Ernst, entrambi combattenti, uno a sud, l’altro a nord, sottotenente l’uno, cadetto l’altro, mentre un terzo, Oliver, l’ingegnere, è occupato nei Carpazi a scavare gallerie, a costruire strade e ricoveri per i soldati. Nella sua lezione di questa sera Herr Professor Freud disserta di libido e perversioni, ma racconta anche un piccolo incidente avvenuto durante questa guerra a un cultore della psicoanalisi : «Era costui un medico, aggregato a un reparto tedesco in Polonia, e aveva attirato l’attenzione dei suoi colleghi per l’inaspettato ascendente che aveva sui pazienti. Quando lo interrogavano, ammetteva che talvolta adottava con profitto proprio i metodi della psicoanalisi; e quando lo invitarono, accettò volentieri di esporre ai superiori e ai suoi colleghi la nuova dottrina. Così ogni sera tutti gli ufficiali del corpo sanitario si riunivano per essere iniziati ai misteri della scienza chiamata psicoanalisi. Per qualche tempo tutto andò liscio, ma quando il nostro medico illustrò il complesso di Edipo all’uditorio, si levò un ufficiale superiore a protestare: non poteva credere a una tale ignominia, non poteva tollerare che simili sconcezze venissero applicate a valorosi soldati, a bravi padri di famiglia che davano la vita per la patria; e ordinò che quello svergognato, quella canaglia sospendesse subito le sue prediche intrise di lordure. Così fu fatto, e lo psicoanalista chiese ed ottenne il trasferimento a un altro reparto. «Se mi è lecito» dice con un sorriso Sigmund Freud «esprimere un parere personale, questo mi sembra un pessimo presagio, se la vittoria delle armi germaniche dipende da una tale concezione e organizzazione della scienza; né la scienza germanica potrà prosperare con simili premesse».
Nel ’17, in estate, è ucciso sul fronte italiano suo nipote Hermann Graf, anni 20: era figlio di Rosa, la sorella prediletta, e si era arruolato volontario. Poi, nel ’18, mancano notizie di Martin Freud per molte settimane. Ucciso o disperso? Si saprà che l’hanno catturato gli italiani, con tutto il suo reparto, e resterà per mesi in Italia, all’ospedale.
Solo nel ’19, in agosto, il prigioniero sarà liberato e tornerà a Vienna, nella casa paterna di Berggasse. Sigmund Freud, mentre l’Austria è prostrata e affamata, dirà: «I lunghi anni della guerra sono stati uno scherzo, solamente uno scherzo, in confronto alla miseria di questi mesi e certo anche dei prossimi».

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H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Roma, Editori Riuniti, 1981

Il fenomeno della copertura della miseria con una vernice di ricchezza si presentò a Vienna, specie durante la sua ultima spettrale fioritura, con maggiore chiarezza che in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altro momento. Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch. Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell’epoca.

Johann Strauss Sr., Op. 228, La marcia di Radetsky [ 1848], esecuzione Vienna Philharmonic,  Neujahrs Konzert, 1987. Dirige Herbert von Karajan. CLICCA QUI.

Finis Austriae, ovvero quando tutto finì

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Prologo

Nell’aprile del ’12, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità ».
Nel gennaio del ’13, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Mi sento addosso, tutti questi giorni, una pena, un’ansia, in questa Austria confusa, vagamente atterrita, in questa Austria, figliastra della storia, così strana e diversa, così piena di affanni e di tormenti, così sola nel mondo – come siamo soli noi».
Nel ’14, l’11 di giugno, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Quando tutto si annuvola e si oscura dentro di me, non trovo più la forza di liberarmi e resto nelle tenebre per settimane intere. Spesso, poi, anche quando mi credo più sereno, sono preso da un’ansia che mi stringe tenacemente – ed è ansia per l’Austria, per l’avvenire, per i nostri figli».
È il giugno del ’14. A Vienna si fanno al ministero della Guerra i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso, nonostante minacce e avvertimenti, che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre che le truppe imperial-regie tengono quest’anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario sarà questo: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo.

Merry-Go-Round (Donne viennesi, 1923), regia di Rupert Julian e Erich Von Stroheim

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Un tema letterario: il bosco.

R. Magritte, La cascade, 1961: « I found myself writing that the mind is seen in the forest as well as distant from it. I believe that this portrays what Lecomte’s text suggested when distinguishing two kinds of foliage (that of the interior painting). However, these spatial differences are united and refer to the mind rather than measurements. The differences of spatial natures thus become a spiritual possibility, a poetic power rather than a task of the mathematical mind. »

Nell’immaginario comune, ai diversi livelli della formazione culturale e della competenza letteraria, attorno all’immagine del bosco si coagula una serie di connotati e suggestioni tutto sommato simili e comuni, che spaziano fra un’idea positiva, quella di contesto ambientale rigoglioso, brulicante di vita e incontaminato, gradevole e riposante, e un’idea negativa, di luogo oscuro e misterioso, di entità impenetrabile, inquietante, ostile. Il minimo comun denominatore di queste due visioni polari è rappresentato dalla percezione che l’intrico spontaneo e naturale delle formazioni boschive è l’esatto contrario della realtà organizzata dello spazio costruito e urbanizzato, dettato dalla ragione e dunque da essa perfettamente decodificabile e dominabile. Questa opposizione concettuale fra bosco e spazio umanizzato si sviluppa, nelle due direzioni che abbiamo detto, in funzione del giudizio, esplicito o implicitamente presupposto, sulla civiltà urbana: ora in quanto metafora della ferinità selvaggia o del labirintico smarrimento interiore, sia esso esistenziale, affettivo o spirituale, nel caso in cui il contesto urbano sia avvertito positivamente nella sua identità di spazio civilizzato, fondato su norme e consuetudini condivise ed efficacemente regolato dal principio razionale; ora, al contrario, come alternativa desiderabile e ambita, di marca utopistica, se l’esperienza urbana è sinonimo di malessere e disagio diffuso.
All’origine delle due visioni del bosco sta, evidentemente, la duplice concezione, caratteristica del pensiero occidentale, della natura “benigna” o, al contrario, “matrigna”. Nell’ambito della nostra tradizione letteraria, andando per linee molto generali e semplificando, si può affermare che al modello della natura matrigna è riconducibile il topos del bosco come luogo dello smarrimento e dell’ignoto, universo rovesciato, metafora dell’assenza di regole o norme comuni e dell’arbitrio assimilabile allo stato ferino (vengono subito in mente la selva della Divina commedia, la foresta incantata dell’Orlando furioso o il fantastico mondo arboreo di Cosimo nel Barone rampante; ma anche il bosco della tradizione fiabesca, narratologicamente individuato come lo spazio estraneo e potenzialmente ostile in cui si compie l’allontanamento dell’eroe da casa). Al contrario, il modello positivo è alla base dell’idealizzazione letteraria della natura, intesa come spazio armonioso e incontaminato, cui si accompagna spesso la reinterpretazione in chiave benevola e antropomorfica del mondo animale (si pensi all’archetipo dell’Eden biblico).
La duplice valenza simbolica e letteraria del bosco nell’immaginario e nell’arte occidentali, dal Medioevo all’età contemporanea, costituisce l’esito di un processo di stratificazione di significati e concezioni affini e convergenti, ma di matrice diversa, cui hanno contribuito culture orientali, mediterranee ed europee continentali di epoche differenti.

Fausto Montana, Il bosco e la polis: dallo spazio fisico e simbolico al motivo letterario, in www.loescher.it/mediaclassica/greco/lessico/bosco.pdf

Hector e Gawain si incontrano nella foresta, miniatura. Francia del Nord, (Saint-Omer o Tournai), c. 1316, MS 10294, f. 29v

Hector e Gawain si incontrano nella foresta, miniatura. Francia del Nord, (Saint-Omer o Tournai), c. 1316, MS 10294, f. 29v. FONTE British Library

“Quando il giovane Tristano, sfuggito ai mercanti-pirati norvegesi approdò al litorale della Cornovaglia, “con gran sforzo salí fino alla cresta della scogliera e vide che, al di la di una landa ondulata e deserta si stendeva una foresta senza fine». Ma da questa foresta venne fuori un gruppo di cacciatori e il fanciullo si uni a loro. «Allora si misero a camminare conversando, finché scoprirono un ricco castello. Era circondato da praterie, da frutteti, da sorgenti vive, da peschiere e da terre arate».
Il paese di re Marco non è una terra leggendaria immaginata da un troviero. È la realtà fisica dell’Occidente medievale. Un grande manto di foreste e di lande attraversato da radure coltivate, più o meno fertili: questo è il volto della Cristianità, simile a una negativa dell’Oriente musulmano, mondo di oasi in mezzo ai deserti. Qui il bosco è raro, là abbonda, qui gli alberi significano civiltà, là barbarie. La religione, nata in Oriente al riparo delle palme, si fa luce in Occidente a detrimento degli alberi, rifugio dei geni pagani, che monaci, santi, missionari abbattono senza pietà.
Qualunque progresso nell’Occidente medievale è scasso di terre, lotta e vittoria su sterpi, arbusti oppure, se occorre e se l’attrezzatura tecnica e il coraggio lo permettono, sugli alberi di alto fusto, la foresta vergine, la gaste forêt di Perceval, la selva oscura di Dante. Ma la realtà palpitante è un insieme di spazi piu o meno vasti, cellule economiche, sociali, culturali. Per lungo tempo l’occidente medievale è rimasto un agglomerato, una giustapposizione di domini signorili di castelli e di città sorti in mezzo a distese incolte e disabitate. D’altronde il deserto è allora la foresta. La si rifugiano gli adepti volontari o involontari della fuga mandi: eremiti, innamorati, cavalieri erranti, briganti, fuorilegge. Tali san Bruno e i suoi compagni nel deserto della Grande Chartreuse o san Roberto di Molesmes e i suoi discepoli nel deserto di Citeaux; tali Tristano e Isotta nella foresta del Morois (“Noi ritorniamo alla foresta, che ci protegge e ci salva. Vieni Isotta, mia dolce amica!… Entrarono nelle alte erbe e nelle brughiere, gli alberi rinchiusero su loro i rami, essi scomparvero in mezzo alle fronde”); così, precursore e forse modello di Robin Hood, l’avventuriero Eustachio il Monaco, all’inizio del XIII secolo, si rifugia nei boschi del Boulonnais. Mondo del rifugio, la foresta ha le sue attrattive. Per il cavaliere è il mondo della caccia e dell’avventura. Perceval vi scopre “le più belle cose che esistono” e un signore consiglia a Alcassino, malato di amore per Nicoletta: “Montate a cavallo e andate lungo questa foresta per distrarvi, vedrete le erbe e i fior, sentirete cantare gli uccelli. Per caso sentirete delle belle parole che vi faranno stare meglio”.


Per i contadini e per tutto un piccolo popolo laborioso, la foresta è fonte di guadagno. Là vanno a pascolare i greggi la soprattutto si ingrassano in autunno i suini, ricchezza del povero contadino che, dopo averlo impinguato di ghiande ammazza il porco, promessa di sostentamento, se non di cuccagna, per l’inverno. La si abbatte il legno, indispensabile a un’economia per lungo tempo povera di pietra, di ferro, di carbon fossile. Case, utensili, focolari, forni, officine esistono e lavorano solo grazie al legno o al carbone di legna. Là si colgono i frutti selvatici che sono per l’alimentazione primitiva del rustico un nutrimento di integrazione essenziale e, in tempo di carestia, la principale possibilità di sopravvivenza. Là si raccolgono la scorza delle querce per la concia, le ceneri dei cespugli per la lavanderia o la tintoria, e soprattutto i prodotti resinosi per le torce e i ceri, e il miele degli sciami selvatici, tanto ricercato da un mondo per tanto tempo privo di zucchero.


All’inizio del XII secolo il cronista francescano Gallus Anonymus, stabilitosi in Polonia, enunciando i vantaggi di questa contrada, cita, subito dopo la salubrità dell’aria e la fertilità del suolo, Silva melliflua, l’abbondanza di foreste ricche di miele. Cosi tutto un popolo di pastori, di taglialegna, di carbonai (Eustachio il Monaco, il «bandito forestale», compie travestito da carbonaio una delle sue azioni di brigantaggio piú riuscite), di cercatori di miele, vive della foresta e ne fa vivere gli altri. Questo piccolo popolo fa anche volentieri il cacciatore di frodo, ma la selvaggina è innanzi tutto il prodotto della caccia riservata ai signori. Le guardie forestali sorvegliano ovunque i contadini ladruncoli. I sovrani sono i più grandi proprietari forestali del loro regno e cercano con tutte le forze di restar tali. Anzi, i baroni inglesi, dopo essersi rivoltati, impongono nel 1215 a Giovanni Senzaterra, accanto alla Magna Charta politica, una speciale “Carta della foresta”. Quando nel 1332 Filippo VI di Francia fa compilare un inventaro di diritti e risorse, con i quali vuole costruire una dote per la regina Giovanna di Borgogna, fa redigere a parte un “estimo delle foreste”, le cui rendite rappresentano il terzo dell’insieme dei redditi di questo demanio regio.
Ma la foresta è anche piena di minacce, di pericoli immaginari o reali. E’ l’orizzonte inquietante del mondo medievale. Essa lo accerchia, lo isola lo stringe. Fra le signorie, fra i paesi, rappresenta una frontiera, il no man’s land per eccellenza; della sua opacità temibile sorgono d’improvviso lupi affamati, briganti, cavalieri, predoni.
In Slesia, all’inizio del XIII secolo, due fratelli tengono per anni la foresta di Sadlno, da dove escono ogni tanto per esigere il riscatti dai poveri contadini dei paraggi, e impediscono al duca Enrico il Barbuto di stabilirvi un solo villaggio. Il sinodo di Santiago de Compostela dovrà stabilire, nel 1114, un canone per organizzare la caccia ai lupi. Ogni sabato, salvo la vigilia di Pasqua e della Pentecoste, preti,cavalieri, paesani che non lavorano sono mobilitati  per la distruzione dei lupi erranti e per mettere le tagliole. Una multa colpisce quelli che si rifiutano. Questi lupi famelici sono trasformati facilmente in mostri dall’immaginazione medievale, che attinge ad un folclore ancestrale. In quante agiografie incontriamo il miracolo del lupo ammansito dal santo, come Francesco di Assisi, che soggioga la crudele bestia di Gubbio! Da tutti i boschi sbucano gli uomini-lupi, i lupi mannari, nei quali la selvatichezza medievale confonde la bestia con l’uomo semibarbaro.


Talvolta la foresta nasconde mostri ancor più sanguinari, ereditati nel Medioevo dal paganesimo: tali la tarasque provenzale domata da santa Marta. Cosí le foreste diventano, attraverso questi terrori troppo reali, un universo di leggende meravigliose e spaventose. La foresta delle Ardenne dal cinghiale mostruoso è il rifugio dei “quattro figli di Aimone”, dove sant’Uberto da cacciatore diventa eremita, san Tibaldo di Provins, da cavaliere eremita e carbonaio; la foresta di Broceliandia, in Armorica, è teatro degli incantesimi di Merlino e Viviana; nella foresta di Oberon Huon de Bordeaux soccombe alle stregonerie del nano; nella foresta di Odenwald  Sigfrido termina la sua caccia tragica sotto i colpi di Hagen; nella foresta di Le Mans erra penosamente Berta dai grandi piedi e lo sventurato re di Francia Carlo VI diventerà pazzo”.
Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale. Strutture spaziali e temporali (X-XIII secolo), 1964 (Ed. italiana Einaudi, 1981)


Nel folklore e nelle fiabe il bosco buio e misterioso è spesso il luogo dell’avventura e delle prove, lo spazio entro cui ci si smarrisce impauriti e si va coraggiosamente alla ricerca di se stessi. L’ombra della foresta assume tonalità diverse a seconda dello stato d’animo di chi l’attraversa: il bosco può apparire un locus horridus […] oppure dischiudere una natura accogliente e intatta, un ideale locus amoenus. […] Nella sua duplicità, l’esperienza del bosco corrisponde a un teatro interiore dove prendono corpo gli impulsi profondi della psiche.
E. Raimondi, Leggere come io l’intendo, 2. L’umanesimo e il rinascimento, Bruno Mondadori, 2009

Lungo le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti, dai quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina. Nella luce crepuscolare quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l’uno verso l’altro. Un silenzio minaccioso incombeva sul paesaggio, privo di qualsiasi segno di vita o di movimento, e desolato e freddo al punto da non poter ispirare che un solo sentimento: quello della più triste malinconia. E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio trapelasse una specie di riso, un riso ben più spaventoso di qualsiasi malinconia o tristezza, un riso tragico, come quello di una sfinge, un riso agghiacciante più della brina e che rammentava l’incombere minaccioso dell’ineluttabile. Era la saggezza potente e impenetrabile dell’eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord.
JACK LONDON, Zanna bianca, 1906

I went to the woods because I wished to live deliberately, to front only the essential facts of life, and see if I could not learn what it had to teach, and not, when I came to die, discover that I had not lived. I did not wish to live what was not life, living is so dear; nor did I wish to practise resignation, unless it was quite necessary. I wanted to live deep and suck out all the marrow of life, to live so sturdily and Spartan-like as to put to rout all that was not life, to cut a broad swath and shave close, to drive life into a corner, and reduce it to its lowest terms, and, if it proved to be mean, why then to get the whole and genuine meanness of it, and publish its meanness to the world; or if it were sublime, to know it by experience, and be able to give a true account of it in my next excursion.

Henry David Thoreau, Walden, 1854,  Chapter 2, “Where I Lived, and What I Lived For”

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, Milano, BUR Grandi Romanzi – Rizzoli, 2012

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Io non so se sia vero quello che si legge nei libri, che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra. Ai tempi miei di luoghi così fitti d’alberi c’era solo il golfo d’Ombrosa da un capo all’altro e la sua valle fin sulle creste dei monti; e per questo i nostri posti erano nominati dappertutto.
Ora, già non si riconoscono più, queste contrade. S’è cominciato quando vennero i Francesi, a tagliar boschi come fossero prati che si falciano tutti gli anni e poi ricrescono. Non sono ricresciuti. Pareva una cosa della guerra, di Napoleone, di quei tempi: invece non si smise più. I dossi sono nudi che a guardarli, noi che li conoscevamo da prima, fa impressione.
Allora, dovunque s’andasse, avevamo sempre rami e fronde tra noi e il cielo. L’unica zona di vegetazione più bassa erano i limoneti, ma anche là in mezzo si levavano contorti gli alberi di fico, che più a monte ingombravano tutto il cielo degli orti, con le cupole del pesante loro fogliame, e se non erano fichi erano ciliegi dalle brune fronde, o più teneri cotogni, peschi, mandorli, giovani peri, prodighi susini, e poi sorbi, carrubi, quando non era un gelso o un noce annoso. Finiti gli orti, cominciava l’oliveto, grigio-argento, una nuvola che sbiocca a mezza costa. In fondo c’era il paese accatastato, tra il porto in basso e in su la rocca; ed anche lì, tra i tetti, un continuo spuntare di chiome di piante: lecci, platani, anche roveri, una vegetazione più disinteressata e altera che prendeva sfogo – un ordinato sfogo – nella zona dove i nobili avevano costruito le ville e cinto di cancelli i loro parchi.
Sopra gli olivi cominciava il bosco. I pini dovevano un tempo aver regnato su tutta la plaga, perché ancora s’infiltravano in lame e ciuffi di bosco giù per i versanti fino sulla spiaggia del mare, e così i larici. Le roveri erano più frequenti e fitte di quel che oggi non sembri, perché furono la prima e più pregiata vittima della scure. Più in su i pini cedevano ai castagni, il bosco saliva la montagna, e non se ne vedevano confini. Questo era l’universo di linfa entro il quale noi vivevamo, abitanti d’Ombrosa, senza quasi accorgercene.
Il primo che vi fermò il pensiero fu Cosimo. Capì che, le piante essendo così fitte, poteva passando da un ramo all’altro spostarsi di parecchie miglia, senza bisogno di scendere mai. Alle volte, un tratto di terra spoglia l’obbligava a lunghissimi giri, ma lui presto s’impratichì di tutti gli itinerari obbligati e misurava le distanze non più secondo i nostri estimi, ma sempre con in mente il tracciato contorto che doveva seguire lui sui rami. E dove neanche con un salto si raggiungeva il ramo più vicino, prese a usare degli accorgimenti; ma questo lo dirò più in là; ora siamo ancora all’alba in cui svegliandosi si trovò in cima a un elce, tra lo schiamazzo degli storni, madido di rugiada fredda, intirizzito, le ossa rotte, il formicolio alle gambe ed alle braccia, e felice si diede a esplorare il nuovo mondo.

Italo Calvino, Il barone rampante, Einaudi 1957

nascimbene calvino

E fronde cupe cupo nel fondo
del bosco, dell’unico bosco,
del bosco eterno mi fanno mi vivono
mi stormiscono in mille
diversi cupi cori.

ANDREA ZANZOTTO, Sylva, da IX Ecloghe, 1962

                                    Paul Klee, Deep in the forest

PER APPROFONDIRE

Marco Paci, L’uomo e la foresta, Meltemi 2002

Marco Paci, Le foreste della mente,  Altravista 2001

La Cultura del bosco: un percorso di sintesi. CLICCA QUI

R.P. Harrison, Foreste. L’ombra della civiltà, Milano, Garzanti, 1992

G. Baffetti, Foresta, in Luoghi della letteratura italiana, a cura di G.M Anselmi e G. Ruozzi, Milano, Bruno Mondadori, 2003.

FILMOGRAFIA (in progress)

 The revenant, 2015

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