Archivi del mese: gennaio 2015

Esami di Stato 2015

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LICEO SCIENTIFICO – INDIRIZZO ORDINARIO 

COMMISSARIO INTERNO:  ITALIANO

COMMISSARI ESTERNI: MATEMATICA & FISICA, FILOSOFIA & STORIA,  LINGUA E CULTURA STRANIERA .

LICEO SCIENTIFICO – OPZIONE SCIENZE APPLICATE

COMMISSARIO INTERNO:  ITALIANO

COMMISSARI ESTERNI: MATEMATICA & FISICA, INFORMATICA,  LINGUA E CULTURA STRANIERA.

Tutte le materie e informazioni a questo link.

Tutti i commissari d’esame a questo link.

  • Prima prova scritta (ITALIANO): 17 giugno 2015
  • Seconda prova scritta (MATEMATICA): 18 giugno 2015
  • Terza prova scritta:  22 giugno 2015

Come sono ripartiti i  punteggi:

  • Credito scolastico: 25 punti
  • 1° prova scritta: 15 punti
  • 2° prova scritta: 15 punti
  • 3° prova scritta: 15 punti
  • Colloquio: 30 punti (la sufficienza equivale a 20 punti)
  • Totale: 100 punti
  • Bonus* da 1 a 5 punti (attribuito a  coloro che riportano almeno 15 punti di Credito e 70 punti nelle prove d’esame)

Criteri per l’attribuzione della lode. Occorre essere in possesso di tutti e tre requisiti:

  1. Punteggio massimo nelle tre prove scritte (45 punti), nel colloquio (30 punti) e di credito (25 punti) senza fruire del Bonus  a disposizione della commissione.
  2. La lode potrà essere assegnata solo ad alunni che ABBIANO RIPORTATO NEGLI SCRUTINI FINALI DELLA TERZULTIMA,  PENULTIMA E ULTIMA CLASSE VOTI UGUALI O SUPERIORI A  8 (otto / 10), COMPRESA LA CONDOTTA.
  3. Deliberazioni per l’attribuzione dei massimi punteggi delle prove d’esame e del credito dell’ultimo anno assunte all’unanimità.

TABELLA PER IL CALCOLO DEL CREDITO SCOLASTICO

M = Media dei voti

1 anno       2 anno     3 anno

M = 6                     3-4         3-4             4-5
6 < M = < 7         4-5         4-5             5-6
7 < M = < 8         5-6         5-6              6-7
8 < M = < 10       6-8         6-8             7-9

Le prove d’esame: archivio generale.

Le prove di italiano (dal 1999 al 2011). CLICCA QUI.  La prova di italiano 2011/2012.

Prepararsi all’esame di stato: i suggerimenti a cura del gruppo editoriale Pearson. CLICCA QUI.

Il SAGGIO BREVE: Video tutorial ZANICHELLI. CLICCA QUI.

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L’onda – Die Welle

L’onda, regia di Denis Gansel, Germania, 2007. Scheda AGIS Scuola. CLICCA QUI. Il film si ispira all’omonimo romanzo di Todd Strasser, a sua volta basato sull’esperimento sociale denominato La Terza Onda (The Third Wave), avvenuto nel 1967  alla Cubberley High School di Palo Alto, California.

Mentre le antiche certezze spariscono, la potenza delle folle è la sola che veda crescere di continuo il suo prestigio.L’età che inizia sarà veramente l’era delle folle. Non più di un secolo fa, la politica tradizionale degli Stati e la rivalità fra i sovrani costituivano i principali motori degli avvenimenti. L’opinione delle folle, nella maggioranza dei casi, non contava affatto. Oggi, invece, la voce delle folle è
divenuta preponderante. Detta ordini ai re. Tanto quanto sono poco inclini al ragionamento, le folle si dimostrano adattissime all’azione. Ciò che più colpisce di una folla è che gli individui che la compongono – indipendentemente dal tipo di vita, dalle occupazioni, dal temperamento o dall’intelligenza – acquistano una sorta di anima collettiva.
Tale anima li fa sentire, pensare e agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – penserebbe e agirebbe.
I diversi impulsi ai quali le folle obbediscono potranno essere generosi o crudeli, eroici o vili, ma saranno sempre tanto imperiosi che persino l’istinto di conservazione si annullerà davanti a essi.
GUSTAVE LE BON, La psicologia delle folle, 1895

Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei – quelli fascisti come quelli comunisti – reclutarono i loro sostenitori proprio tra questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che, in maggioranza, essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda.
HANNA ARENDT, Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1967

Hitler aveva scritto: “I discorsi aprono il cuore del popolo come colpi di maglio”. E i suoi erano caratterizzati infatti da ritmi bellicosi, aggressivi, e comportavano un timbro di voce di grande effetto. Il pubblico assorbiva i suoi discorsi emotivamente, di essi avvertiva solo la combattività e la fede, senza afferrare il suo contenuto concreto o senza soffermarsi a riflettere sul suo significato. La folla “viveva” il discorso più che analizzarne il contenuto e per questo era difficile che si potesse porre in una posizione di distacco critico. Hitler sentì molto l’influenza dell’opera di Gustave Le Bon, soprattutto della regola per la quale il capo deve essere parte integrante di una fede posseduta in comune e per questo fece di se stesso un simbolo vivente.
G.L. MOSSE, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975

Le crisi globali squassano le relazioni di identità e di potere degli individui. In queste catastrofi ciascuno perde almeno una parte dei punti di riferimento cui ancorava i propri interessi concreti e il proprio posto nella società. E deve perciò reinventare un’identità positiva, vincoli di solidarietà da cui sentirsi protetto, valori che si adeguino alle sue aspettative. Ma prima ancora, deve darsi una spiegazione della crisi: perché mi trovo in una condizione così penosa? Qual è stato il nostro errore? Di chi è la colpa? Quale che sia il suo gruppo di appartenenza, questo “ciascuno” galleggia in un universo sconfinato in cui le poche certezze tramandate sono aggredite dall’incessante offerta di opinioni, credi, saperi e stili di vita. Mai le sue possibilità di scelta sono state così ampie: ma smisurate sono anche le possibilità di fallimento ed egli è spaventosamente solo al cospetto della libertà.
Nel mondo contemporaneo ogni sua scelta diventa scommessa personale, azzardo, rischio. All’angoscia da sradicamento dell’uomo moderno il secolo delle catastrofi, il Novecento, ha risposto con una copiosa offerta di maestose identità collettive. Si chiamino Razza, Nazione, Proletariato e, da ultimo, Civiltà, queste identità collettive tendono tutte a riprodurre in scala ingigantita il piccolo universo pre-moderno, il tepore della comunità chiusa, la protezione del villaggio, insomma quel mondo agevole e compatto, con un incontestato dio unico, ben piantato nel cielo e nella società, in cui l’uomo poteva orizzontarsi facilmente.
GUIDO RAMPOLDI, L’innocenza del Male, Laterza, Roma-Bari 2004

Education for death: W. Disney propaganda cartoon, 1943. CLICCA QUI.

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Laudatores temporis acti

Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. [1522] Perchè? Perchè il solo presente ha la sua vera forma nella concezione umana; è la sola immagine del vero: e tutto il vero è brutto. G. Leopardi, Zibaldone, 18 Agosto 1821

Gabriele Romagnoli, L’inutile fatica di migliorare il passato invece del futuro, “Repubblica”, 19 gennaio 2015

IL DECLINISMO è un’ideologia diffusa, una delle ultime. Contrariamente a quel che pensano i suoi detrattori, pur avendo a che fare con la nostalgia e la presbiopia, non è una malattia senile: può colpire a qualunque stadio della vita, giacché anche un trentenne può convincersi che l’età dell’oro sia già trascorsa, il grande avvenire dietro le spalle, oggi sia peggiore di ieri e non meglio di domani. Non si tratta di pessimismo: quello richiede argomenti, analisi, proiezioni. È piuttosto una sensazione che si consolida attraverso un borbottio di massa, priva di logica al punto da generare l’affermazione: stavamo meglio quando stavamo peggio. Un’illusione, neppure ottica, proveniente da un’occhiata distratta nel retrovisore: guarda che cosa ci lasciamo oltre la curva. Che cosa? Mah, da qua non si vede più, e comunque era splendido. Più che di sfiducia nel futuro, si tratta di fiducia ex post nel passato: per dare un senso a quel che è stato, giustificare un percorso, una speranza sfiorita. C’è chi rivaluta storicamente la lira (moneta con cui facevamo i pezzenti in tutta Europa), chi rimpiange la coppa dei campioni (sbagliavi la prima con l’Anderlecht ed eri fuori) e perfino chi, alla vigilia della battaglia per il Quirinale, invoca i soavi democristiani (ma te lo ricordi bene Cossiga?).
Quando vivevo al Cairo e ne constatavo quotidianamente l’inarrestabile decadenza, capitava di parlare con qualcuno del luogo che scuoteva la testa: «Eh, avresti dovuto vederla vent’anni fa». Poi dicevi a un altro: «Certo che oggi la città è malmessa, ma vent’anni fa doveva essere diversa…». E quello: «Vent’anni fa era così, identica. Trent’anni fa sì che era un’altra storia!». Di lì ancora indietro, a balzi di decenni, fino a una gloria supposta, le cui testimonianze non risiedevano in memoria alcuna, ma in papiri tarlati dal tempo.
Nel testo della canzone Sunscreen (in origine un discorso per una cerimonia di laurea) si sostiene: «Accetta alcune verità indiscutibili: i prezzi aumenteranno, i politici faranno i donnaioli, anche tu invecchierai. E quando accadrà ti convincerai che quand’eri giovane i prezzi fossero ragionevoli, i politici integerrimi e i giovani rispettassero i vecchi». Il declinismo non è altro che un ritornello, la strofa centrale di un tormentone estivo, di quelli che ripetono all’infinito una serie di luoghi comuni divenuti incontestabili per pigrizia mentale condivisa: il primo amore è indimenticabile, la gioventù è la parte più felice della vita e non ci sono più gli attori di una volta. Il tempo che passa offende il nostro corpo costringendoci a tagliandi, riparazioni, sostituzioni. Anche la nostra mente riallinea, reinterpreta, resetta. Il malessere individuale diventa universale. Allo stato del fegato si fa corrispondere quello dell’Occidente: vent’anni fa bevevamo allegramente e la libertà non era minacciata. Davvero? Beh, no: vent’anni fa era uguale, ma trent’anni fa, allora sì che era diverso. I prezzi non sono mai stati bassi, i politici (con rare eccezioni) mai integerrimi, c’è sempre stato qualcuno che voleva prendersi la libertà altrui, in nome e per conto di qualche idea più o meno bizzarra o profana e al varco del tempo sono sempre state in agguato cirrosi e altri inconvenienti. Eppure tre quarti di noi sono declinisti ortodossi: sicuri che ci sia stato un meglio. È una forma di resa, totale e deleteria. Un’anestesia generalizzata a cui sono stati sottoposti per ipnosi, battage propagandistico, cattive letture. È davvero tremendo smettere di darsi da fare per migliorare il futuro e impegnarsi per migliorare il passato.

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Stéphane Mallarmé

Mallarmé “merita di morire alle soglie del nostro secolo: perché lo annuncia”. Jean-Paul Sartre

Édouard Manet, Ritratto di Stéphane Mallarmé, 1876

Brezza marina [1865]
La carne è triste, ahimè ! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Sento che gli uccelli sono ebbri
Di essere tra l’oscura schiuma ed i cieli!
Niente, né gli antichi giardini riflessi dagli occhi
Tratterrà questo cuore che nel mare si immerge
O notti! né la luce deserta della mia lampada
Sul foglio vuoto che il candore difende,
E né la giovane donna che allatta il suo bambino.
Partirò! Vascello che fai dondolare l’alberatura
Leva l’ancora verso un luogo esotico!
Una Noia, tradita da speranze crudeli,
Crede ancora all’addio supremo dei fazzoletti!
E, forse, gli alberi, che attirano i temporali
Sono quelli che un vento inclina sui naufraghi
Sperduti, senza alberi, senza alberi, né piccole isole verdi!
Ma ascolta, o cuore mio, il canto dei marinai!

“La Distruzione fu la mia Beatrice” (S.M.)

Frontespizio di Édouard Manet per il poema “L’après-midi d’un faune di Stéphane Mallarmé”, 1876

Le Faune

Ces nymphes, je les veux perpétuer.

Si clair,

Leur incarnat léger, qu’il voltige dans l’air
Assoupi de sommeils touffus.

Aimai-je un rêve?

Mon doute, amas de nuit ancienne, s’achève
En maint rameau subtil, qui, demeuré le vrais
Bois mêmes, prouve, hélas!, que bien seul je m’offrais
Pou triomphe la faute idéale de roses.

Réfléchissons…

LEGGI TUTTO…

C. Debussy, Prélude à l’après-midi d’un faune (1892-94)

E. Munch, , Stèphane Mallarmé, 1896, litografia

Nominare un oggetto è sopprimere tre quarti del godimento della poesia che è costituita dalla felicità di indovinare a poco a poco. Suggerire: ecco il sogno. o. È l’uso perfetto di questo mistero che costituisce il simbolo, evocare a poco a poco un oggetto […] Istituire una relazione tra le immagini esatte, così che se ne distacchi un terzo aspetto fusibile e chiaro, presentato alla divinazione […] lo dico: un fiore! e fuori dall’oblio ove la mia voce relega un qualche profilo, in quanto qualcosa di diverso dai calici appresi, musicalmente si leva, idea stessa e soave, l’assente da tutti i fasci di fiori […]” Una tecnica dell’oscurità, un evocare attraverso gli spazi bianchi, il non dire, la poetica dell’assenza: solo così il Libro totale può rivelare infine”! merletti immutabili della Bellezza”.
Stéphane Mallarmé, Divagazioni

“La natura non è soltanto ciò che è visibile agli occhi. Essa è anche l’insieme delle immagini interiori della mente. Immagini al di là dell’occhio”.
Edvard Munch, 1907-1908

Matisse, Le guignon, 1930-1932, da Stéphane Mallarmé, Poésies,Losanna, Albert Skira, 1932. Engraving, 33 x 24.8 cm.

Henri Matisse, Le cygne, da Stéphane Mallarmé

 Un coup de dés jamais n’abolira le hasard (Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, 1897)

Cerith Wyn Evan, ‘… après Stéphane Mallarmé’, 2008

 

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Arthur Rimbaud

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Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online: CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

 I poeti di sette anni.

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La prima comunione, 1866

Le bateau ivre. Lettura di J. L. Tintignant: CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzief: CLICCA QUI.

Vittorio Giacopini spiega le origini e le implicazioni del Battello ebbro. CLICCA QUI.

C. E. Gadda, I viaggi, la morte. Da Da Le voyage di Charles Baudelaire
a Bateau ivre di Arthur Rimbaud. Il saggio fu  pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1927.

Bateau ivre  […] segue nel complesso lo schema di una ricapitolazione autobiografica. Catarsi non è la morte fisica, invocata come società esercente la più bella linea di navigazione – sì il riconoscimento della propria stanchezza e nullità morale dentro i termini d’una sopravvivenza fisiologica. In ciò sembra raggiunto il fondo più cupo dell’irreale – ad opera proprio di chi verso questo irreale tendeva come verso la luminosa bellezza del mondo, ad opera di chi avrebbe voluto trasfondere il suo empito di vita in un sogno fantasmagorico, appartandosi infinitamente da tutte le realtà veristiche e dal loro odore troppo vero di basse cuisine.

In tutta la composizione è percepibile, dietro la trama caotica del sogno – lo sgomento della dissoluzione che lo accompagna: questo fin nella tonalità della strofe e del verso, che è quasi sempre o tetra o accorata, anche ove più la luce risfolgori, che si svolge con un presentimento di pausa il quale raffigura musicalmente l’abisso.

L’allevamento e la costrizione educativa (sic!), i primi impacci procurati dagli haleurs, cioè dai bardotti che traggono la nave lungo le piatte alzaie, vengono a un tratto a cessare:

Je ne me sentis plus guidé…

I fleuves impassibles sono il monotono scorrere della vita borghese, la banale educazione borghese, la insopportabile santità della famiglia: circondano di grigiore l’adolescenza del poeta affidata ad «institutori» troppo impreparati al loro compito, inetti comunque a seguire e a confortare nel tragico suo sviluppo un’anima di eccezione. Si veda, a questo riguardo, Les poètes de sept ans che anticipa l’esegesi di Bateau ivre. Rimbaud ricorda con certo sarcasmo sua madre:

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière, sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.

La sciocca inanità dei metodi educativi correnti, praticati a un tanto il chilo, vuoti d’un amore sollecito e vigile, non potrebbe essere più ferocemente rappresentata: Sans voir!

Il risultato di siffatta perizia pedagogica nei confronti d’un soggetto d’eccezione, e per di più livré aux répugnances, è poiestremamente brillante: contro l’implacabile mediocrità degli educatori offrirà scampo e rifugio la fresca latrina: il terribile ragazzo si ricorda:

… entêté
à se renfermer dans la fraîcheur des latrines.

Ma, sopra tutto, il sogno di una fuggente tempesta:

… couché sur des pièces de toile
ècrue, et pressentant violemment la voile.

Per tornare a Bateau ivre, questi haleurs, che tirano come giumenti la nave sognante, sono bersagliati dagli striduli pellirosse del Salgari (diciamo Salgari tanto per intenderci) – le cui grida giungono al fanciullo solitario come la prima voce della libertà, fantasioso presentimento transoceanico. Il ragazzo si allontana quindi dagli équipages cioè da tutte le confraternite della realtà. Non può arrendersi a questa realtà, a nessuna sua forma: ed essa finisce per lasciarlo descendre (sic) où je voulais.

L’analisi della trasposizione simbolica in Bateau ivre, mi condusse a un esame interessante, ma troppo lungo per essere qui compendiato. Basti un accenno. LEGGI TUTTO…

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Alberto Giacometti, Arthur Rimbaud, 1962

Grafica e poesia: Julian Peters disegna Arthur Rimbaud, Le Bateau Ivre.

Rimbaud visto dai poeti

Paul Verlaine, Dédicaces [1889], LXII – A Arthur Rimbaud

Mortel, ange ET démon, autant dire Rimbaud,
Tu mérites la prime place en ce mien livre,

Bien que tel sot grimaud t’ait traité de ribaud
Imberbe et de monstre en herbe et de potache ivre.

Les spirales d’encens et les accords de luth
Signalent ton entrée au temple de mémoire
Et ton nom radieux chantera dans la gloire,
Parce que tu m’aimas ainsi qu’il le fallut.

Les femmes te verront, grand jeune très fort,
Très beau d’une beauté paysanne et rusée,
Très désirable d’une indolence qu’osée!

L’histoire t’a sculpté triomphant de la mort
Et jusqu’aux purs excès jouissant de la vie,
Tes pieds blancs posés sur la tête de l’Envie.

Mortale, angelo E démone, vale a dire Rimbaud,
tu meriti il primo posto in questo mio libro,

benché uno sciocco imbrattacarte t’abbia trattato da debosciato
imberbe e mostro in erba e studente ubriaco.

Le spirali d’incenso e gli accordi di liuto
segnalano il tuo ingresso nel tempio della memoria
e il tuo nome radioso canterà nella gloria,
perché mi hai amato come bisognava.

Le donne ti vedranno gran giovanotto forte,
bellissimo d’una bellezza contadina ed astuta,
molto desiderabile, di un’indolenza audace!

La storia ti ha scolpito trionfante sulla morte
e fino ai puri eccessi amante della vita,
poggiati i bianchi piedi sulla testa dell’Invidia!

W. H. Auden, Rimbaud, in Opere poetiche, traduzione di Aurora Ciliberti, Roma, Lerici, 1969

The nights, the railway-arches, the bad sky,
His horrible companions did not know it;
But in that child the rhetorician’s lie
Burst like a pipe: the cold had made a poet.

Drinks bought him by his weak and lyric friend
His five wits systematically deranged,
To all accustomed nonsense put an end;
Till he from lyre and weakness was estranged.

Verse was a special illness of the ear;
Integrity was not enough; that seemed
The hell of childhood: he must try again.

Now, galloping through Africa, he dreamed
Of a new self, a son, an engineer,
His truth acceptable to lying men.

Rimbaud

Le notti, gli archi della ferrovia, il cielo malvagio,
i suoi orribili compagni non lo sapevano;
ma in quel bambino la menzogna del retore
scoppiò come una canna: il freddo aveva fatto un poeta.

Il bere l’avvicinò al suo debole e lirico amico
le sue cinque facoltà sistematicamente sconvolte,
a tutto l’abituale nonsenso pose fine;
finché alla lira e alla debolezza divenne estraneo.

Il verso era una particolare malattia dell’orecchio;
l’integrità non bastava; questa sembrava
l’inferno dell’infanzia: doveva ritentare.

Allora, galoppando per l’Africa, sognò
un nuovo se stesso, un figlio, un ingegnere,
la sua verità accettabile per gli uomini bugiardi.

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L’Africa colorata dove Rimbaud fuggiva dal suo Inferno
Harar, gioiello musulmano nell’Etiopia cristiana Qui il giovane poeta francese deluso da Parigi trova pace e un’atmosfera da “Mille e una notte”
di Enrico Remmert, “La Stampa”, 26  febbraio 2015

«La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria marina brucerà i miei polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno». Così scriveva il diciannovenne Arthur Rimbaud in «Una stagione all’inferno», deluso da Parigi e ferito – letteralmente – dal suo mentore e amante Paul Verlaine. È il 1873 e «l’uomo dalle suole di vento», come lo chiamava proprio Verlaine, volta le spalle alla poesia e inizia la sua fuga. In pochi anni va e viene tra Charleville e il mondo: è in Inghilterra, insegna francese a Stoccarda e fa lo scaricatore al porto di Livorno, si imbarca per Giava con le milizie coloniali olandesi, diserta e torna in Europa, poi è al seguito di un circo ad Amburgo, a Copenaghen, a Stoccolma, ogni ritorno a casa è solo la rincorsa per una nuova partenza.

Il giovane poeta
E infatti, nell’ottobre 1878, appena ventiquattrenne, Rimbaud si rimette in viaggio: Cipro, Egitto, Sudan e Yemen, dove comincia a lavorare nel commercio del caffè. Sembra che tutto quello da cui Rimbaud scappa scappi irrimediabilmente insieme a lui ma alla fine si lascia catturare da una città – Harar, nella parte orientale dell’altopiano etiopico – che raggiunge nel 1880. Per alcuni è il primo uomo bianco ad arrivare fin qui, ma non è vero: il grande esploratore inglese Richard F. Burton ci era già entrato nel 1854, travestito da mercante arabo, e ne aveva scritto un dettagliato resoconto in First Footsteps in East Africa. Di sicuro Rimbaud ad Harar è lo straniero più famoso (tanto che i bianchi qui vengono ancora chiamati farangi, storpiando la parola français): in questa città, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, pur alternandola ad Aden di cui però deplorava il clima infernale.

Eloge du voyage - Sur les traces d'Arthur Rimbaud de Sébastien de Courtois

Gioiello musulmano
Harar è un gioiello musulmano al centro dell’Etiopia cristiana e ricorda più una città araba che una africana: ospita uno dei più grandi mercati del paese e dal 1875 è sotto il dominio dell’Egitto. Nel 1883 Rimbaud si trasferisce stabilmente qui, responsabile di un’agenzia commerciale: si specializza in caffè, perfeziona l’arabo e impara le lingue locali. Nel 1885 entra nel traffico di armi e organizza da Aden una spedizione di fucili destinati a ras Menelik II. L’affare sarà faticosissimo e pagato la metà del pattuito ma essere entrato nelle grazie di Menelik sarà fondamentale: nel 1887 il ras annette Harar alla sua corona. Menelik rispetta gli abitanti: non tocca le 82 piccole moschee della città, i santuari, le tombe, né tocca la splendida cinta fortificata alta cinque metri e costruita nel XVI secolo (tutta questa bellezza è giunta intatta fino a noi).
In questo favorevole contesto, nel 1888, Rimbaud apre ad Harar una sua agenzia e tratta le merci più diverse, dal caffè alle pelli, dall’oro ai fucili, il tutto sotto la protezione del governatore, quel ras Maconnèn che qualche anno dopo sconfiggerà gli italiani sull’Amba Alagi e sarà figura chiave ad Adua nel 1896 (probabilmente in entrambe le battaglie i fucili di Rimbaud spareranno). Nel ’91 il poeta è costretto a rientrare in Francia per il tumore al ginocchio che lo porterà alla morte, il 10 novembre, appena trentasettenne.
Passato e presente
Oggi i vicoli di Harar, quarta città santa dell’Islam e patrimonio Unesco, regalano una strana impressione: quella di camminare dentro «Le mille e una notte». Un mondo a parte profumato di incenso e caffè tostato a mano e fatto di centinaia di vicoli stretti e tortuosi, mercati brulicanti, muli carichi di spezie, donne dai veli sgargianti, capre e dromedari: se non ci fossero le antenne tv tutto sembrerebbe una cristallizzazione del tempo. Nel cuore della città sorge la casa museo dove si dice che il poeta abbia vissuto: ospita fotografie d’epoca, una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno. Per molti è stata la casa di un ricco mercante indiano e Rimbaud non ci ha mai messo piede, ma non importa: il mistero intorno ai luoghi esatti appassiona ancor di più turisti e studiosi. Fuori dalle mura svettano gli edifici razionalisti costruiti durante l’occupazione italiana, i copti mostrano fieri il crocifisso sul petto, la gente si stravacca sui marciapiedi a masticare chat, la foglia euforizzante che è il passatempo nazionale.


I custodi delle iene
Ogni notte Harar rivela poi una tradizione unica al mondo: appena fuori dalla cinta i «custodi delle iene» danno da mangiare pezzi di carne agli animali con le loro stesse mani. Il rituale è diventato un’attrazione che lascia a bocca aperta. E, come fosse un genius loci, torna in mente Arthur Rimbaud: «Tu resterai iena…».


Nella casa di Arthur Rimbaud ad Harar, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, responsabile di un’agenzia commerciale:: la casa ospita fotografie d’epoca una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno

PER APPROFONDIRE:

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/05/04/ubique-naufragium-est/

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/search/label/Rimbaud

 Work in progress…

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Mourir de rire

“In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire”.  G. Leopardi, Zibaldone, 4391

Armando Torno, La satira, le religioni e il lato sacro del profano. Perché in principio era il ridere, il ridere era presso Dio, “Il Sole 24 ore”,  8 gennaio 2015

È possibile ancora ridere trattando temi religiosi? Dopo l’attentato di ieri a Parigi, al settimanale satirico Charlie Hebdo con morti e feriti come in un’azione di guerra, la risposta diventa difficile. O meglio, è ritornato il tempo delle incomprensioni e quanto è lecito per taluni diventa un crimine per altri. La violenza, che mai è stata cacciata dalla storia, gioca la sua parte ancora una volta. Eppure nella Bibbia non è vietato il sorriso, anzi sovente è incoraggiato. Come possiamo immaginare gli innamorati del Cantico dei Cantici, che si inseguono in tutto il piccolo libricino del Primo Testamento, senza pensare ai loro risolini?
Gesù è descritto sovente dai Vangeli in ambiti conviviali: nessuno potrà sostenere che vi partecipasse tenendo il broncio, anche se la questione del “riso di Cristo” è stata argomento di dibattito dei teologi medievali. Lo stesso profeta dell’Islam, Muhammad, o Maometto come si usa dire a causa di una tradizione medievale, manifesta nella letteratura islamica un senso dell’umorismo. Basterà ricordare un passo da Vite e Detti di Maometto (Meridiani Mondadori 2014) per rendersene conto: «Una vecchietta si avvicina a Muhammad e gli chiede se mai troverà posto in Paradiso: “No”, risponde il Profeta con tono aspro, “nel Cielo di Allah non entrano le vecchie”. La donna resta raggelata dalla risposta, ma Muhammad sorride, le porge una rosa e sussurra: ”Quando sarai in Paradiso, tornerai a essere la fanciulla bella e sana che fosti ”».
Poter sorridere di talune questioni religiose non significa irriderle o farsene beffa: è semplicemente concedersi uno spazio di libertà per esercitare una delle facoltà donate all’uomo dal Creatore. Henri Bergson, che ben aveva studiato l’argomento in un libro edito nel 1901 e tuttora fondamentale, Il riso. Saggio sul significato del comico, stabilì che la differenza tra l’uomo e la bestia risiede nella capacità di ridere. Intuizione che porterà taluni esponenti della psicologia delle folle, come Gustave Le Bon, a credere che si diventa criminali quando si smarrisce il senso dell’umorismo. La qual cosa è successa all’Inquisizione o alle dittature, allorché giunsero al punto di non riuscire più a sopportare anche lievi forme di ironia. D’altra parte, ne Il nome della rosa di Umberto Eco il venerabile Jorge è disposto a uccidere pur di non far conoscere il secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta del comico, convinto nella sua intransigenza che il riso può distruggere il dogma. I morti e i feriti del Charlie Hebdo ricordano che le lancette dell’orologio della ragione umana sono tornate indietro di alcuni secoli.
Sovente si ride di talune interpretazioni di altri uomini e non certo di Dio: i fondamentalismi, quasi sempre, dimenticano di distinguere i due aspetti. Ci confidava Gianantonio Borgonovo, esegeta biblico e arciprete del Duomo di Milano: «Una religione che pensa di agire in nome di Dio è falsa per sua natura, perché è Dio che muove all’azione l’uomo. Un Dio che uccide l’altro non può essere il vero Dio ma è una creazione della nostra mente. Dio fa vivere, non vuole la morte dell’altro». Prova ne è che l’episodio di Isacco (in ebraico codesto nome significa “Dio sorrida” o “Dio sorride”), nel capitolo 22 della Genesi: il Signore mette alla prova Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio ma poi un angelo lo ferma. Dio non vuole la morte del giovane ma desidera che egli continui a vivere; insomma, il primo libro della Bibbia evidenzia che non ci sono giustificazioni per uccidere in nome dell’Altissimo. E Paolo nella Lettera ai Filippesi scrive quasi a conclusione dell’argomento in questione: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (4,4).
Tra l’altro, la critica occidentale alle istituzioni religiose o a talune condotte dei loro rappresentanti, da almeno tre secoli a questa parte, si è coniugata attraverso ogni mezzo di comunicazione con il liberalismo e la democrazia. Le osservazioni potevano essere o no condivise, ma si è almeno imparato che esse non si risolvono con la violenza. La Chiesa è più credibile (e ha maggior forza morale) da quando l’Inquisizione ha smesso di accendere roghi. Si potrà non condividere l’attacco che Voltaire fa al Corano nel Dizionario filosofico, ma se ne bruciassimo le copie faremmo un favore al celebre illuminista. E così va detto delle dure parole scritte da Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione sul medesimo argomento. L’Islam fu criticato da personaggi quali George Bernard Shaw o Rabindranath Tagore, da politici come Theodore Roosevelt o Winston Churchill o dal padre della patria turco Mustafa Kemal Atatürk (tra l’altro, depenalizzò le bevande alcoliche), da pensatori notissimi quali Bertrand Russell o Carl Gustav Jung. La miglior risposta che ad essi è possibile dare passa dalle argomentazioni, non certo ricorrendo a censure e violenza.

 

Marco Belpoliti, Pensiero critico per andare contro gli estremismi, “La Stampa”, 9 gennaio 2015

Alla fine degli Anni Ottanta Salman Rushdie, scrittore angloindiano, riceve la fatwa, una condanna a morte, per via del suo romanzo «I versi satanici». La decreta Khomeini, leader religioso iraniano, per il trattamento irriguardoso nel romanzo riservato a suo dire al profeta Maometto. Rushdie, che nel libro ha fornito del capo spirituale e politico dell’Iran un ritratto ben poco lusinghiero, è costretto a nascondersi per due decenni protetto dai servizi segreti britannici. Quasi ventisei anni dopo un altro scrittore, il francese Michel Houellebecq, pubblica alla vigilia del sanguinoso massacro di Rue Nicolas Appert, un romanzo, «Sottomissione» (Bompiani), in cui descrive uno scenario completamente opposto. Non ci sono più due attori indiani che precipitano dal cielo, dopo un attentato terroristico all’aereo su cui volavano, bensì un raffinato intellettuale parigino che discetta di simbolismo e autori cattolici, e si dedica al sesso. Decide di convertirsi, ovvero di arrendersi all’Islam trionfante. Nella distopia architettata da Houellebecq la Francia è ora dominata dal partito della Fratellanza islamica, che ha vinto le elezioni, e il suo leader, Mohammed Ben Abbes, ha avuto i voti degli avversari del Front National ed ha istituito una repubblica islamica. Nella provocazione, intelligente e letterariamente accattivante dello scrittore francese, tutto si è rovesciato. Come si sa il suo romanzo ha anticipato di un giorno o poco più la vicenda dell’assalto al giornale satirico. Si tratta di qualcosa che con Jung si può chiamare «sincronicità»; qui la coincidenza tra l’immaginazione dell’arte e i fatti della vita. Il romanzo, pur non parlando di attentati a giornalisti e disegnatori, ha indicato uno dei temi che si celano dentro le ultime vicende che stanno insanguinando il Pianeta: l’eccesso. Da qualche tempo il fanatismo ha fatto ritorno sulla scena. Fanatico è uno che è ispirato, che è posseduto da una divinità o da un demone, che è colto da entusiasmi e compie atti eccessivi, fuori luogo. L’eccesso domina oggi molti campi. Uno psicoanalista inglese di grande talento, Adam Philipps, ha tenuto qualche anno fa alla Bbc cinque conversazioni sul tema dell’eccesso, in cui ha spiegato come abbracci diverse esperienze umane, dall’anoressia ai kamikaze, dal giocatore compulsivo al bambino che reclama attenzioni. Segna soprattutto i principali conflitti politici e religiosi oggi in atto, ed anche eccessive sono le sproporzioni economiche tra singoli individui, classi sociali e nazioni; ma anche sesso e violenza ne mostrano sempre nuove facce. Discorso difficile quello sull’eccesso, che Houellebecq condensa nel suo romanzo, perché, come dice Philipps, «niente è più eccessivo dei discorsi sull’eccesso». Quello che colpisce nella coincidenza di romanzo e attentato è questa comune radice, che in un caso, nello scrittore, assume le forme della distopia politico-sociale, e nell’assalto dei terroristi quella della ben più terribile e reale della strage di vite umane. L’eccesso è la libertà di uscire, dice Phillips. Da cosa? Dalle regole, prima di tutto, dalle giuste misure stabilite attraverso patti più o meno scritti in ogni società. L’eccesso è contagioso e permette di essere eccessivi a propria volta. Ogni eccesso rivela i desideri e le convinzioni che vi si occultano in modo più o meno palese. Il protagonista del romanzo di Houellebecq rinuncia a ciò che è il valore per eccellenza della cultura dei Lumi, la libertà, per sottomettersi – questo il significato della parola Islam – a un regime religioso in forte contrasto con il suo passato d’intellettuale. Compie un eccesso, così come eccessivo è in fondo tutto il suo estetismo e la sua sessualità di maschio occidentale dedito al godimento. Pasolini ha ben descritto nel suo nerissimo «Salò Sade» l’arbitrio che si cela nella libertà. Nell’eccesso della nuova fede cui si converte, il protagonista trova ragioni per suo sadomasochismo. Cosa ha in comune questo personaggio di carta con i giovani che armati di mitragliatori hanno fatto strage nella sede di Charlie Hebdo? Nulla, se non l’eccesso che connota oggi la realtà contemporanea e ne fa senza dubbio un’età dell’estremismo. La convinzione di Hoellebecq è che l’Occidente sia perso, che non abbia più futuro e la depressione sia il nostro unico destino. Allora perché resistere? Perché tutto ciò non risolve il problema dell’eccesso, quello degli altri, come il nostro. «Ogni nostro eccesso è il segno di una privazione ignota», conclude Philipps. Davanti all’attacco assassino alla rivista satirica francese non è tanto la bandiera della libertà che bisogna issare, bensì il vessillo del nostro pensiero critico, che non deve indietreggiare nell’indagare anche quanto di oscuro c’è in noi. Solo così l’eccesso non l’avrà vinta.

A. Melloni, I filosofi del dialogo, “Corriere della Sera”, 8 gennaio 2015

La cultura europea è profondamente segnata dagli orrori di cui si è resa responsabile: si è abbandonata alla violenza religiosa, all’interno e fra le Chiese; ha inventato una macchina di sfruttamento bestiale basata sullo schiavismo e sul colonialismo; ha costruito l’inferno totalitario e il genocidio come soluzione «finale», che non ha avuto pietà di nessuno. Ma quella stessa cultura ha sviluppato idee che costituiscono un anticorpo agli orrori. Non un antidoto, giacché quel veleno — lo dimostra l’islamofobia contro la quale i berlinesi in questi giorni si sono schierati come un muro, davanti alla porta di Brandeburgo oscurata per marcare il lutto della ragione — può sempre tornare: ma un anticorpo che combatte l’orrore, fatto di concezione dei diritti, di aspirazioni democratiche, di una visione pluralistica dell’uomo e della società, di una teologia.
Quell’anticorpo di cui sono privi coloro che, ingannando se stessi, si credono titolati a uccidere in nome di un Dio di cui bestemmiano il nome di Clemente e Misericordioso; coloro che fanno coraggio alla propria codardia con quel grido «Dio è grande», che è il grido dei redenti e non degli assassini di inermi.
Di questi assassini se ne sono visti in giro parecchi, in Europa: quelli che sparavano in testa ai bambini ebrei di Tolosa, che mitragliavano i visitatori del museo ebraico di Bruxelles e che ieri sono andati a sparare alla cosa più ebraica che ci sia — il gusto dissacrante dell’ironia.
Può darsi che questi macellai abbiano studiato in un’Europa che insegna poco e male le due radici della propria convivenza. Le misure antiterrorismo possono difendere, finché riescono, capi di Stato, autorità religiose, obiettivi «sensibili». Ma l’unica cosa che può proteggere una società è la confluenza di due movimenti.
Uno viene dalla teologia medievale. Nel 1141-1142, Pietro Abelardo scrive il suo ultimo Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, nel quale l’arbitro è un filosofo, secondo alcuni lettori portatore di un aristotelismo islamico: e davanti all’ebreo che vanta il dono della legge e la pazienza del popolo scelto da Dio, davanti al cristiano che vanta la capacità della morale cristiana di portare l’uomo ai limiti della sua perfettibilità, deduce che — in sostanza — è «una cosa buona, quella che porta vantaggio a uno, senza andare necessariamente contro l’utile o la dignità di un altro» e, viceversa, si deve chiamare male quello che si oppone necessariamente al vantaggio o al decoro di un altro».
L’altra radice viene dalla filosofia illuminista. Gotthold Ephraim Lessing scrive il dramma Nathan il saggio nel 1779.
Il protagonista racconta al Saladino la famosa parabola dei tre anelli, già nota al Boccaccio: il padre, che non vuole «sopportare la tirannia di un solo anello in casa sua», consegna ai tre figli tre anelli identici, pegno del suo amore e promessa di virtù in chi li porta.
Davanti a quest’idea — l’idea cioè che sia identica la verità di ciascuno dei tre grandi monoteismi abramitici — il Saladino reagisce, osservando che le differenze fra le manifestazioni di fede sono vistose. Ma, come spiega Nathan: posso io credere ai miei padri meno che tu ai tuoi? O viceversa? Posso forse pretendere che tu, per non contraddire i miei padri, accusi i tuoi di menzogna? O viceversa?
Parole, si dirà: irrilevanti per chi oggi dà la caccia agli stragisti di Parigi o per chi deve pensare rapidissimamente e con una qualche esperienza a come liquidare le decine di giovani che, espatriati per essere formati come tagliagole, sono pronti a tornare avendo perso anima, fede e cervello.
Ma se non ci si appella a queste parole, se non si torna a pensare che la cultura è questa, perderemo il nostro anticorpo civile: diventeremo senza accorgercene i teorici di una discriminazione religiosa che ci perderà, i pantofolai sostenitori di una crociata di cui pagheranno altri il prezzo.
E prima o poi anche nelle nostre orecchie, come in quelle di una quota piccola ma sanguinaria di musulmani, tornerà a farsi sentire il diabolico sussurro che dice «Dio lo vuole», e con la sua seduzione ruba le anime alla redenzione, perverte la fede di un Abramo sempre più sconsolato nel vedere i suoi nipoti ridotti così, a manovalanza della morte, a fattorini della paura.

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08/01/2015 · 04:28

2015: anno internazionale della luce

Il 2015 è l’anno della luce. Lo ha decretato l’Onu

Arthur Duff, Luce. Solo il buio la definisce davvero: senza contrasto non può esistere,”Corriere della Sera – La Lettura”, 4 gennaio 2015

Sembra paradossale, immerso come sono nella luce del sole e ipnotizzato dalla luce bianca dello schermo del computer, la semplicità con cui riesco a visualizzare il buio. Non è per nulla un buio intimidatorio o carico di significati simbolici. È più un’immagine di buio da definire, contenuto compresso, traballante, appannato. Da qui, inizio a riflettere su come la luce possa abitare questa immagine mentale e come possa ottenere una definizione. Ha bisogno di un confine, una soglia, un oggetto. La luce cerca una forma su cui riflettere o dalla quale essere assorbita. In questo caso, è interamente luce potenziale e intrinseca, limitata dai confini fisiologici del mio cervello; la mia immaginazione. Più di cinquant’anni fa l’artista tedesco Otto Piene, scomparso nel 2014, scriveva: «È strano che l’oscurità abbia una parte così preponderante nella sfera dell’arte contemporanea, specialmente se consideriamo che l’uomo trascorre la più importante parte della sua vita, quella in cui è sveglio, alla luce». ( n. 2 «Azimuth», 1960).
Piene, in quel momento, era immerso in un dialogo fra una nuova relazione con l’oggetto e il processo che porta alla sua creazione, in contrasto con convenzioni datate sulla concezione della pittura, della scultura e soprattutto dello spazio dell’arte. Per lui il buio era il vecchio, da «perforare con la luce, rendere trasparente per togliere il terrore da esso». Usava il buio come mezzo per far apparire più luminosa la luce; il nero del buio era l’espressione dell’invisibile, degli eventi tragici e della perdita di direzione.
Ammetto che come artista sono onestamente invidioso dell’ottimismo visionario di Otto Piene all’inizio degli anni Sessanta, dove la luce poteva prendere uno slancio metaforico limpido e romantico. Luce/buio, direzione/spaesamento, visibile/invisibile, eccetera. Credo che la perdita del visibile non sia necessariamente una perdita di significato. Il buio è sia un punto di partenza che un punto di arrivo. Sempre presente, ci avvolge e ci contiene. Il mio cervello non vedrà mai la luce (lo spero almeno), la percepirà solo indirettamente; come elaborazione d’informazioni, il momento di percezione è causato da un fotone, che innescherà una serie di processi, il mio sistema visivo li convertirà ed elaborerà in attività cerebrale, da comprendere ed elaborare ancora. La soglia tra l’oggetto fisico «esterno» e la sua percezione «interna» diventa una questione critica, da scoprire su vari livelli e in vari momenti. Si manifesta nel mio lavoro nella relazione tra la fonte di proiezione (uso una tecnologia di proiezione laser che emette un fascio luminoso scaturito da un solo punto) e gli spazi ampi che occupa la luce proiettata, oppure nella relazione tra la natura fisica in cui si manifesta il fenomeno luminoso e lo spazio cognitivo in cui viene elaborato.
Il mio lavoro tende a operare sulla dinamica del quadro di riferimento, più che su una cosa in sé. Mi permette di lavorare su un rapporto di scala infinitamente vario e diventa quasi irrilevante su quale livello io scelga di intervenire: in fondo, l’ambito della nostra esistenza, su una scala galattica (per non dire universale), è tremendamente esiguo. È la luce come materia a ovviare a un problema di scala. Viaggia all’infinito e non ha tempo. Un materiale perfetto per fare scultura.
Come esseri umani si potrebbe dire che ci siamo evoluti per conservarne l’impressione, per ricordarne l’immagine. Quindi è la scelta dello spazio sul quale intervenire, come produttori di cose e di immagini, che rimane per noi il vero campo di azione dell’arte. Uno spazio, infatti, non rimane mai determinabile come esterno all’apparato percettivo: il buio, nel mio caso, non lo permette. Una fascia luminosa precisa, proiettata in assenza di luce su un oggetto, crea un contrasto che amplifica il nero percepito che circonda la presenza luminosa. Il buio diventa quindi più presente. E il nero più nero.
Il nero inizia dunque ad assumere delle caratteristiche di cosa , esattamente come può iniziare a essere definito come spazio reale . Reale perché inizia a descrivere uno spazio fisico esterno che coabita lo spazio cognitivo. E questo non avviene attraverso un processo illusorio: parliamo comunque di momenti in cui il buio e la luce si manifestano in termini concreti. Sebbene la luce possa essere descritta come un’onda, infatti, ha anche le proprietà tipiche di una particella.
Considero il mio lavoro più inerente al buio che alla luce e uso la luce con l’intento di avere un effetto sul buio dal quale è circondata: anche su quel buio intrinseco, interno, fisiologico, lontano. È uno spazio, questo, dove si transita tra il fenomenico e il concreto, l’illusorio e il reale, tra la parte e il tutto. Qui cerco quel buio fluido, in costante conversione tra nero esterno e nero percepito. L’uso della luce permette di accrescere il nero del buio e ne aumenta la presenza, facendolo diventare quasi corpo. Di questa sostanza voglio scoprire le scansioni interne, tentando di non inciampare in un misticismo retorico e facendo di tutto per limitarmi alla superficie, lavorando per creare uno spazio della scultura dove, all’emergere solido della luce, la totalità del buio prenda forma.
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Massimo Inguscio, Aver stabilito la sua velocità ha mutato l’idea di misura. Onda e corpuscolo: una natura duale termometro delle stelle

Per la scienza la luce è conoscenza: viviamo in un mondo di luce, «vediamo» ciò che ci circonda e grazie alla luce proveniente da galassie lontane conosciamo l’universo. La stessa «comprensione» della natura della luce è andata di pari passo con lo sviluppo della scienza. Cominciamo con la sua velocità: intuita come finita da Galileo nei Discorsi del 1632, misurata con tecniche sempre più raffinate nel corso dei secoli, è la massima possibile secondo la relatività ristretta di Einstein, tra l’altro un limite invalicabile alla velocità di trasmissione dell’informazione. Quasi quarant’anni fa la determinazione «esatta» della velocità della luce ha reso obsoleto il metro come «campione indipendente» di lunghezza riportandolo alla misura del tempo, circa tre miliardesimi di secondo, impiegato dalla luce per percorrerlo.
La velocità finita ci ha permesso di misurare la distanza Terra-Luna con precisione quasi millimetrica e ci fa «vedere» in ritardo costituenti lontani nell’universo. Questo permette una sorta di viaggio a ritroso nel tempo che ci aiuta a comprendere se i nostri atomi e molecole sono esattamente gli stessi da miliardi di anni.
Ma cosa è la luce? Newton la descriveva fatta di corpuscoli di colori diversi, ma ci sono fenomeni come i colori cangianti delle bolle di sapone che si spiegano solo con una teoria ondulatoria. Si tratta di oscillazioni di campi elettrici e magnetici che si ottengono a partire dalle equazioni di Maxwell, elegantissime come tutte quelle che descrivono le leggi fondamentali della Fisica.
Onda o corpuscolo?
Si usa sentir parlare di dualismo, in effetti si tratta di due aspetti diversi che si manifestano a seconda dei fenomeni che si osservano: la realtà fisica è quella che ci risulta dagli esperimenti. La soluzione è nel fotone, il «pacchetto d’onda» introdotto con lo sviluppo della meccanica quantistica. Un fascio di luce più o meno intenso è costituito da tante o poche «ondine» elettromagnetiche oscillanti (i vostri occhi ne stanno intercettando milioni di miliardi ogni secondo) e il colore dipende da quanto rapide sono appunto le oscillazioni. In un fotone «blu» la frequenza è più alta che in un fotone «rosso», un po’ come succede per un suono acuto rispetto a uno basso.
Attenzione però, la luce si propaga anche nel vuoto e attraversando spazi siderali la luce è uno speciale termometro per le stelle: il «bianco» è dato da una distribuzione continua che dipende solo dalla temperatura. È la stessa legge universale ricavata da misure precise in laboratorio la cui interpretazione portò Planck a formulare la teoria dei quanti. La luce è visibile ai nostri occhi se le oscillazioni elettromagnetiche avvengono con una frequenza un po’ meno di un milione di miliardi al secondo, ma abbiamo sviluppato rivelatori per onde «invisibili» come quella «fossile» che oscilla un milione di volte più lentamente e investendoci da ogni parte dell’universo ci parla di un residuo, a più di 270 gradi sotto zero, risalente al mondo poco dopo il Big Bang.
Dall’universo all’infinitamente piccolo… La luce ci ha insegnato come sono fatti gli atomi portando alla scoperta di teorie sempre più raffinate, a partire dalla meccanica quantistica. La necessità di spiegare come certa emissione di luce da semplici atomi di idrogeno fosse composta da due «colori» vicinissimi portò Dirac a combinare relatività e meccanica quantistica e a prevedere l’esistenza dell’antimateria. Oggi siamo in grado di vedere i fotoni emessi dagli atomi uno a uno e di usarli come messaggeri di informazione quantistica a prova di hacker. Il conteggio dei fotoni permette di misurare molto precisamente l’intensità luminosa dei led con i quali possiamo sintetizzare nuova luce bianca con un’efficienza energetica decine di volte maggiore della lampadina a incandescenza: una rivoluzione tecnologica a servizio dell’umanità — un quarto del consumo mondiale di elettricità va in illuminazione — premiata con il Nobel per la Fisica 2014.
Alla curiosità di capire come la luce interagisce con gli atomi è legata la scoperta del laser, l’invenzione un po’ a sorpresa che più di ogni altra ha creato innovazione tecnologica nel secolo scorso. Il laser è una forma di luce purissima, con una frequenza e un colore perfettamente definiti. Oggi la possibilità di contare il milione di miliardi di volte che la luce gialla di un fascio laser oscilla in un secondo consente di utilizzare gli atomi per realizzare orologi di una precisione mai raggiunta, orologi che su tutta l’età dell’universo sbaglierebbero di un solo secondo.
Qui la luce è protagonista assoluta: controlla il moto degli atomi fin quasi a fermarli, li intrappola, li interroga. Questi orologi, fatti con atomi e luce, sono molto sensibili alla gravità che imbriglia lo scorrere del tempo, come previsto dalla relatività, questa volta quella generale, di Einstein: un orologio in montagna va «avanti» rispetto a uno in pianura.
È sempre la luce, infrarossa questa volta, che viaggia in fibra ottica dall’Istituto nazionale di ricerca metrologica di Torino al Frejus per confrontare due orologi ottici: la sfida è quella di misurare col «tempo» le impercettibili variazioni di gravità dovute alle deformazioni e ai movimenti della crosta terrestre. Di più, una rete di luce ultraprecisa in fibra viene ora tessuta tra gli orologi atomici degli istituti di metrologia europei. Sarà un osservatorio sensibilissimo, esteso nello spazio e con precisione tale nella misura del tempo che potrebbe aiutarci persino a svelare l’enigma della materia oscura, riservandoci chissà quali sorprese.

Piero Stefani, Dalla Genesi alla tradizione francescana. È la prima creatura anzi s’identifica con Dio al pari dell’amore

San Francesco compose il Cantico di frate Sole quando aveva gli occhi cauterizzati e fasciati. Fu dunque nel buio più impenetrabile che il santo pronunciò le parole volte a lodare il Signore per il Sole, l’astro grazie al quale Egli ci illumina. Francesco lo loda per quanto benefica altri. Basterebbe ciò a indicare l’altezza di un’anima. Il Cantico si riferisce a fonti di luci visibili, senza fare alcun cenno a realtà invisibili. In un tempo in cui la corrente ereticale dei catari scorgeva nella materia il sigillo del demiurgo cattivo, Francesco celebra la bontà del Dio invisibile partendo dal mondo materiale.
Nel Cantico la spiritualità della luce è tutta legata al mondo osservato con gli occhi. In quel testo le realtà materiali non sono colte come il primo gradino di una scala che ci porta alla sfera dei beni spirituali. La lode celebra piuttosto la volontà dell’Altissimo di preoccuparsi delle sue creature. Il Sole è simbolo del Signore perché è attraverso di esso che Dio si prende cura di noi: «Et allumini noi per lui». Gesù l’aveva detto nel «Discorso della montagna»: il Padre fa sorgere il suo Sole sui cattivi e sui buoni ( Matteo 5,45). La luce solare illumina e riscalda tutti senza eccezione.
Nelle sue prime righe il libro della Genesi parla di tenebre estese sull’abisso. L’oscurità è però sconfitta dalla prima parola uscita dalla bocca di Dio. Essa ci è tuttora familiare nella sua formulazione latina: «Fiat lux» ( Genesi 1, 3). La parola invisibile crea la luce. La precedenza della parola ci comunica che la luce è creatura di Dio. Nessun linguaggio verbale umano riesce a trasmettere appieno quest’ idea. La musica, forse, è in grado di fare un po’ di più: l’accordo in maggiore che squarcia il «preludio del caos» nella Creazione di Franz Joseph Haydn è luminoso. Tuttavia neppure da quel suono sorge la luce.
Si tratta di pura luce, priva di fonti luminose. Il Sole, la Luna e le stelle, definite semplicemente lumi ( me’orot ), saranno create solo il quarto giorno ( Genesi 1, 14-19): la luce, da primaria, diviene secondaria. Tra i biblisti, nell’epoca della secolarizzazione, si amava dire che il Sole, da divinità (si pensi all’Egitto), è stato trasformato in lampada. Non si tratta soltanto di desacralizzare. Il Sole è presentato come creatura di Dio perché dona luce e calore agli altri. Al quarto giorno siamo così arrivati al punto in cui il Cantico di Francesco inizia: «Et allumini noi per lui».
«Yehi ’or», «fiat lux»; era inevitabile che questa luce primordiale che precede ogni sorgente luminosa suscitasse tra gli ebrei e i cristiani una serie quasi infinita di speculazioni mistiche. Ritenere la luce la prima fra le creature comporta che tutte le altre dipendano da essa. Nella prima metà del XIII secolo il francescano Roberto Grossatesta non si limitò alla lode scritta dal fondatore del suo ordine. Per il filosofo inglese la luce è la forma prima di ogni materia creata. La speculazione metafisica, quando affronta il tema della luce, fa risuonare in lui anche corde poetiche: «La prima parola del Signore creò la natura della luce e disperse le tenebre, e dissolse la tristezza e rese immediatamente ogni specie lieta e gioiosa. La luce è bella di per sé». Per Grossatesta la luce causa nelle creature un senso di felicità.
Si può fare un passo ulteriore. Nella «civiltà del commento» la domanda del perché Dio abbia iniziato la sua opera creativa con la luce trova una risposta: «Perciò Dio, che è luce, giustamente ha cominciato l’opera dei sei giorni dalla luce stessa, di cui tanto grande è la dignità» (Grossatesta). Dalla creatura si passa così al Creatore. Dio è luce incorporea. Il termine, associato più di ogni altro al vedere, viene ora riconsegnato al mondo invisibile. Ci si inabissa addirittura, con Dante Alighieri, oltre al «ciel ch’è pura luce /luce intellettual piena d’amore» ( Paradiso XXX, 39-40). Si giunge infatti nel seno stesso di Dio uno e trino.
Nella prima lettera di Giovanni si legge che «Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna» (1,5). Questa pura luce senza contrasti attesta la radicale diversità divina rispetto alle realtà create, nell’ambito delle quali la luce deve risplendere sempre tra le tenebre ( Giovanni 1,5). Quando nel Credo si parla del Figlio lo si definisce «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». La luce, come l’amore, per sua intima natura, si espande. Ciò vale anche all’interno della vita di Dio. Un inno vespertino della liturgia cattolica esclama: «O lux, beata Trinitas et principalis Unitas» — O luce, Trinità beata e Originaria Unità. Se alla parola lux sostituissimo il termine amore, il significato non muterebbe. La prima lettera di Giovanni afferma non solo che Dio è luce, ma che Egli è anche amore ( 1 Gv 4,8).
La luce non la si vede, essa fa vedere. È soprattutto per il suo essere rivolta verso l’altro da sé che la luce, nella vita spirituale, è associata all’amore. Ciò vale anche per il Sole che il Padre fa sorgere sui cattivi e sui buoni. È pressoché certo che oggi quella radiosa materialità voluta dal Signore sia spiritualmente più eloquente delle speculazioni dirette all’inaccessibile vita intradivina. Il Sole non sa che ci sta illuminando, tuttavia chi lo guarda con gli occhi spirituali di frate Francesco loda Dio per il suo illuminarci attraverso l’astro che dell’Altissimo «porta significatione».

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Sinestesie in versi

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Sinestesia (gr. synàisthesis = percezione simultanea): consiste nell’associazione di due parolepertinenti a due diverse sfere sensoriali (del tipo «parole calde», «colori squillanti», «paura nera», «prezzi salati»). Es. «Io venni in luogo d’ogni luce muto» (Dante, Inferno, v. 28), dove luce si riferisce a una sensazione visiva, mentre muto rinvia a una sensazione uditiva; «fredde luci / parlano» (Montale, Ossi di seppia, Riviere, vv. 39-40), dove fredde appartiene al campo delle sensazioni termiche, luci a quello delle sensazioni visive, parlano a quello delle sensazioni acustiche. La sinestesia è soprattutto cara a Pascoli: «soffi di lampi» (Myricae, L’assiuolo, v. 5); «l’odorino amaro» (Myricae, Novembre, v. 3); «la terra ansante» (Myricae, Il lampo, v. 2); «all’urlo nero / della madre» (Quasimodo, Giorno dopo giorno, Alle fronde dei salici, vv. 5-6).
G. TELLINI, Letteratura italiana.  Un metodo di studio: La fabbrica del testo, Firenze, Le Monnier.

“In Corrispondenze,  Baudelaire aveva affermato che nel mondo della natura «i profumi, i colori e i suoni si rispondono», cioè che esistono rapporti segreti, analogie profonde tra dimensioni diverse della realtà. Rimbaud si spinge più lontano: non si limita, infatti, a sostenere che esistono delle corrispondenze tra i fenomeni naturali, ma, dando per acquisita questa idea, istituisce esplicite corrispondenze tra fenomeni naturali e altri eminentemente culturali, come i segni grafici e la loro resa fonica. A livello retorico, ciò si traduce nel predominio della sinestesia, cioè della figura che associa in una sola immagine o definizione elementi tratti da campi sensoriali differenti: sinestetica è la mossa fondamentale sulla quale è costruito l’intero sonetto, basata sull’associazione di una vocale (nello stesso tempo un suono e una forma grafica, che stimolano l’udito e la vista) a un colore e poi a una serie di immagini che mescolano esperienze e percezioni diverse. Ma sinestetico in senso più generale è l’occhio di Rimbaud, un occhio che associa, confonde, sintetizza”.   Mario Santagata  

"A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu", installazione plastica e sonora di Eric Langer, Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis,  2012 - 2013

“A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu”, installazione plastica e sonora di Eric Langer,
Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis, 2012 – 2013

“Io che ho conosciuto Rimbaud, so che se ne strafotteva che A fosse rossa o verde. La vedeva così e basta”.                                                                                                                                                                                                                  PAUL VERLAINE

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A. RIMBAUD, Delires, II. Alchimie du verb, Une saison en enfer, 1873
J’inventai la couleur des voyelles ! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. –  Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.

Ho inventato il colore delle vocali! –

A nero
E bianco
I rosso
O blu
U verde. –

Regolai la forma e il movimento di ogni consonante e, con ritmi istintivi, mi pregiai di inventare un verbo poetico accessibile, ogni giorno, a un senso diverso. Mi riservavo la traduzione. All’inizio fu uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile.

Fissavo vertigini.

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In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. È chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.”
W. Kandinskij, Lo spirituale nell’arte [1911], a cura di E. Pontiggia, Milano, 1989

Matteo Metta, E il colore si fece musica, «Avvenire», 8 aprile 2007
Si chiama «sinestesia» e non è altro che l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse, come associare le parole ad un gusto, i suoni alle pennellate dei pittori. Un fenomeno una volta cantato dai poeti e che oggi interessa i neuroscienziati
«I profumi verdi» di Baudelaire e «l’urlo nero» di Quasimodo, «il pigolio di stelle» di Ungaretti e «il chiacchiericcio liquido» di Montale, senza dimenticare «la falce cieca» di Verlaine. Tra le figure retoriche che maggiormente si ricordano, anche quando gli anni del liceo sono passati da tempo, c’è sicuramente la sinestesia: l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse. Quello che forse a scuola non ci hanno detto, è che la sinestesia non solo è materia cara ai simbolisti francesi e agli ermetici italiani, ma anche a neuroscienziati e psicologi della percezione. Perché in alcune persone, o meglio nel loro cervello, i cinque sensi non restano separati ma si confondono continuamente creando intrecci di sensazioni davvero bizzarri, chiamati appunto sinestesie o fenomeni di sinestesi.
Che poi tra questi soggetti – uno su duemila – siano annoverati anche Rimbaud, che, come ci fa sapere nella poesia Vocali, vedeva alcune lettere colorate («A nera, E bianca, I rossa, U verde, O azzurra»), oppure Baudelaire che in Corrispondenze dichiara apertis verbis che «i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi», questo è solo frutto della maggiore incidenza probabilistica che favorisce i creativi.
Gli esperti dell’Università californiana di San Diego, in base a calcoli fatti in quattro anni di ricerche, hanno appunto stimato, che otto sinesteti su dieci sono artisti. Fino al 2000, le ricerche sulla sinestesia erano piuttosto limitate, oggi invece gli istituti scientifici che se ne occupano sono sparsi in tutto il mondo, ognuno con una propria specializzazione.
A Edimburgo, Julia Simmer ha dedicato numerosi studi alla sinestesia lessico-gustativa, scoprendo che è abbastanza comune la tendenza ad associare le parole a un gusto. Per esempio il sapore di menta i sinesteti lo sentono non solo quando viene pronunciata la parola corrispondente (in inglese mince), ma anche una parola di suono simile (come prince, principe). Particolare curioso: l’associazione funziona anche con le immagini. Una donna vedendo la foto di un grammofono, pur non ricordando come l’oggetto si chiamasse, ha comunque sentito il gusto di cioccolato, che è quello che normalmente le evoca la parola grammofono.
A Zurigo, il neuroscienziato Lutz Jäncke studia le contaminazioni tra musica e sapore (sinestesia melo-gustativa). Dei musicisti di cui si è servito, la più dotata è risultata Elizabeth Sulston. Sin da bambina non solo era capace di vedere colori mentre ascoltava musica, ma quando ha cominciato a suonare il piano si è accorta di sentire dei sapori ben distinti in bocca: una terza minore per lei è salata, mentre una sesta minore sa di crema. Depistata ad arte, ha manifestato una sorta di cortocircuito sensoriale con la conseguente difficoltà a riconoscere gli intervalli giusti alla velocità consueta. Quindi non stava bluffando. Allo stesso modo il ricercatore Phil Merikle, dell’Università di Waterloo in Ontario (Canada), ha dimostrato come i sinesteti che fanno corrispondere i numeri ai colori riescono a fare calcoli aritmetici molto più velocemente quando trovano già associato il numero al colore che hanno in mente.
Il professor Jamie Ward dell’University College di Londra si è addirittura ispirato a Kandinsky e al suo desiderio di «creare quadri che si potessero ascoltare e musiche che si potessero vedere». L’incrocio percettivo cromo-uditivo è difatti il più comune tra i sinesteti. In un esperimento, la musica suonata dalla New London Orchestra doveva essere descritta con disegni.
Sorprendentemente le immagini evocate dai sinesteti erano molto simili tra loro, a differenza di quelle rappresentate dalle persone “normali”. Che i suoni si possano trasformare in pennellate di colore e viceversa, è anche il principio alla base degli studi condotti dal Cnr di Roma, nell’ambito del progetto europeo HELP, che hanno portato, finalmente tra tanta teoria, a un’applicazione pratica: la messa a punto di una tecnologia che potesse pe rmettere ai non vedenti di percepire i colori di un’opera d’arte attraverso la musica.
Dopo essere stata sperimentata sulla «Dama con licorno» di Raffaello, alla Galleria Borghese, la prima istallazione permanente è stata recentemente realizzata a Pompei, nella Casa dei Vettii, per rendere sinesteticamente percepibile ai non vedenti uno degli affreschi meglio conservati della città vesuviana: «Ercole che strozza i serpenti». A una sorta di bassorilievo bianco che riproduce tridimensionalmente il soggetto dell’affresco, traducendolo in maniera tattile, è associata una musica che riproduce “scientificamente” i colori per mezzo di un algoritmo. Quest’ultimo fa corrispondere le tre variabili del colore (tonalità, luminosità e intensità) alle tre variabili del suono (timbro, altezza, intensità). E la complessa gamma cromatica diventa magicamente sinfonia musicale.

PER APPROFONDIRE: 

Quando i colori si incontrano sulla tela, a cura di Didatticarte

Fabiola Mele, Chromapoems. Se le poesie potessero esprimersi a colori

P. Paissa, La sinestesia. Storia e analisi del concetto, 1995

S. Baron-Cohen, J.E. Harrison (Eds.), Synaesthesia. Classic and contemporary readings, Blackwell, London, 1997

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Buon 2015 da Illuminationschool

Villa_di_livia,_affreschi_di_giardino,_parete_lunga_occidentale,_abete

E. MONTALE, Il primo gennaio, da Satura, 1971

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

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