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Galileo Galilei

galileo-galilei

…a chi vuol una cosa ritrovare,
bisogna adoperar la fantasia
e giocar d’invenzione, e ’ndovinare.

Galileo Galilei, Capitolo contro il portar la toga

Portale Galileo, a cura del Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze.

La biografia di Galilei. Per il formato PDF stampabile clicca QUI.

Così si costuma e conviene nelle scienze le quali alle conclusioni naturali applicano le dimostrazioni matematiche, come si vede ne i perspettivi, negli astronomi […] li quali con sensate esperienze confermano i principii loro.

Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze

Gli strumenti scientifici di Galilei: il cannocchiale (o perspicillum). Il video.

Multimedia: videoapprofondimenti sulla vita, gli strumenti e le conoscenze scientifiche di Galileo.

Scienza e fede: documenti ed approfondimenti. CLICCA QUI.

Andrea Domenico Remps (1620-1699), Lo Scarabattolo (armadio delle cianfrusaglie), seconda metà XVII sec.

Maurizio Ferraris, Se umanesimo, calcoli e web vanno a braccetto, “La Repubblica”, 18 novembre 2017

Non è più il tempo del puro specialismo, non ci sono più territori separati: assistiamo così a una rivoluzione

Ci sono molte ragioni per ricordare Galilei (anzi, Galileo: singolarmente, viene spesso chiamato per nome, come se chiamassimo Newton “Isacco”), e che non riguardano soltanto le sue scoperte. La prima è ovviamente la vicenda biografica dell’abiura, e la sua ricaduta letteraria, il Galileo (appunto, se almeno ci atteniamo alle traduzioni italiane) di Brecht. La seconda è il fatto che, insieme al suo allievo Torricelli, è citato da Kant nella Critica della ragion pura come campione della scienza moderna. La terza è che viene citato non solo nella storia della scienza, ma nella letteratura italiana, e a due titoli: come eroe di Foscolo, di Leopardi, di Nievo, di Ungaretti e di Calvino, e come autore accolto nei classici della nostra lingua. Senza dimenticare che nella seconda metà del Novecento, molto tempo dopo che gli esperimenti di Galilei sul moto del pendolo erano stati consegnati alla storia della scienza, trovarono una nuova vita in sede di fenomenologia della percezione per opera di un grande psicologo come Paolo Bozzi. Queste molte ragioni (e non sono nemmeno tutte: c’è anche il Galilei musico, il Galilei tecnologo, il Galilei critico d’arte) sembrano disegnare il ritratto di un “ uomo leonardesco”, ossia, in parole povere, di un pezzo da museo. Una volta, ai tempi di Galilei, si faceva scienza come lui. Ora, per fortuna, non più: essere scienziati significa essere specialisti, e nello specialismo rientra soprattutto l’antitesi tra scienza e umanesimo. Al punto che quando un chimico come Primo Levi o un ingegnere come Carlo Emilio Gadda si mettono a scrivere romanzi si ha la sensazione di avere a che fare con delle bizzarrie, quasi con delle deviazioni rispetto all’ordine naturale delle cose. Ma siamo sicuri che sia così? In effetti, non solo la scienza non è più quella del puro specialismo, ma nemmeno le discipline umanistiche sono più quelle di una volta: nobili cose vetuste. E, soprattutto, la scienza e l’umanesimo non sono più due territori separati, visto che condividono lo stesso spazio, il web e le tecnologie a esso correlate. Assistiamo così a una rivoluzione per cui “l’uomo leonardesco” e lo scienziato galileiano non sono più semplicemente cose del passato. La scienza deve rendersi comprensibile, perché la società è sempre meno disposta a deleghe in bianco agli esperti: dunque deve saper comunicare, persuadere, discutere fuori dallo specialismo, ossia avvicinarsi a quell’unione tra scienza e umanesimo che vigeva ai tempi di Galilei. D’altra parte, l’umanesimo – nel momento in cui la più grande produzione industriale dell’Occidente è il documento: libri, scritti, messaggi, immagini – non è più semplicemente l’Arcadia, ma è un elemento cruciale per la tecnologia e l’economia.
Insomma, molta acqua è passata sotto i ponti non solo da quando Galilei misurava la frequenza del moto pendolare con le frequenze del suo polso, ma anche da quando essere scienziato significava sapere tutto su pochissimo. Il risultato di queste trasformazioni, in larga parte silenziose, e di cui non abbiamo ancora preso le misure, è enorme. Basti pensare che mentre trent’anni fa una mostra su Galileo ci avrebbe mostrato il passato della scienza, quella di oggi ce ne indica piuttosto il futuro.
* Docente di Filosofia Teoretica all’università di Torino

Donato Creti (1671-1749) Luna e Giove, 1711. Roma, Pinacoteca Vaticana

Raffaella De Santis, L’altro Galileo, scienza e arte, “La Repubblica”, 18 novembre 2017
A Padova si inaugura oggi una mostra sul padre del metodo sperimentale: l’inventore, il letterato ma anche l’uomo che ha cambiato la visione dell’universo
Dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso, passammo dagli astrologi agli astronomiC’è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell’esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all’osservazione scientifica. A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann (“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”, Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell’arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l’ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L’ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».
Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.
La mostra è un percorso concettuale ed estetico dal cielo prima di Galileo al cielo dopo Galileo, dai testi astrologici di Igino e Sacrobosco ai disegni astronomici di Leonardo, dall’Origine della via Lattea di Rubens, in cui la galassia alla quale appartiene il sistema solare è ancora mitologicamente avvinta al seno di Era, agli acquerelli e agli schizzi dello stesso Galilei. È esposto per la prima volta anche il ritratto dello scienziato dipinto da Santi di Tito. Dopo aver puntato un cannocchiale sulla superficie lunare è difficile dipingere il satellite come si faceva prima. Con il passare del tempo pittori come Gaetano Previati (La danza delle ore), Pellizza Da Volpedo (Il sole nascente) o Giacomo Balla (Mercurio passa davanti al sole) tentano di rendere con le immagini quello che aveva studiato Galileo. «Anche la scomposizione della luce attraverso la tecnica pittorica divisionista ha alle spalle l’osservazione scientifica galileiana», spiega Villa, professore di storia dell’arte a Bergamo e curatore negli anni di grandi mostre, tra le quali quelle su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano.
La mostra però non si ferma alle suggestioni del passato, ma spinge il gioco delle corrispondenze fino ai tempi più recenti, ai fumetti di Tintìn (Objectif Lune e On a marché sur la lune) o al cortometraggio protofantascientifico del 1902 di Georges Mèliès intitolato Il viaggio nella Luna (Le voyage dans la Lune), ispirato a Jules Verne, a H.G.Wells e alle incisioni con cui Gustavo Dorè nel 1868 aveva illustrato Le avventure del barone di Munchausen. Per arrivare infine al film Hugo Cabret di Martin Scorsese, in cui compare come personaggio lo stesso Méliès. E poi ci sono le opere di artisti contemporanei, da quelle spaziali di Anish Kapoor e Thomas Ruff fino all’americano Trevor Plagen, che fotografa scie luminose di rifiuti cosmici e ai video del tedesco Michael Najjar, tra cui Spacewalk, in cui un astronauta nuota nello spazio.
«Dopo Galileo anche lo spazio diventa sempre più prossimo, a portata di mano e noi ci scopriamo una piccola parte dell’universo. Oggi non siamo più noi ad osservare il cosmo, ma è il cosmo che osserva noi», dice Weppelmann, studioso ed esperto di arte italiana, che ha seguito da vicino la curatela della parte contemporanea della mostra. Non c’è da stupirsi. Dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969, Italo Calvino, che considerava Galileo il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, scrisse: “Il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in modo nuovo tante cose”. Parole che potrebbero fare da epigrafe alla mostra padovana.

Anish Kapoor, Full Moon (2014), stainless steel, 180 x 180 x 27.5 cm.

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La nascita imperfetta delle cose

Lunedì 30 maggio 2016, ore 11.15, Centro Culturale “ Da Vinci”, San Donà di Piave: seminario di Fisica con il Prof. Guido Tonelli, fisico delle particelle, coordinatore emerito di CMS, CERN.

RAIScuola: Nautilus – Il CERN e le frontiere delle fisicaCos’è il bosone di Higgs? La scoperta raccontata da uno dei suoi testimoni oculari, Guido Tonelli.

Fisica, amore mio: interesse e curiosità l’hanno resa popolare e i libri dei “moderni esploratori” capaci di comunicare scoperte e obiettivi, diventano spesso veri e propri best seller. Del resto la fisica cerca di rispondere a domande semplici quanto profonde: quelle che facevamo da bambini, sulle origini del mondo e sui misteri dell’esistenza: che cosa c’è in cielo, che cosa sono le stelle? Com’è nato e, soprattutto, come finirà l’universo.
Racconta tutto, e con passione, Guido Tonelli, uno dei protagonisti di questa nuova primavera scientifica e professore di fisica all’Università di Pisa, nel suoLa nascita imperfetta delle cose (Rizzoli), in cui svela i segreti dell’universo e prevede che la nuova fisica cambierà il mondo. Tonelli è uno dei padri della scoperta del “bosone di Higgs” al Cern di Ginevra. “Il bosone non è una particella come le altre – spiega – gioca un ruolo speciale nella costituzione del mondo materiale che ci circonda”.
Ed è importante perché “da quando ha occupato ogni angolo del nostro universo ha rotto quella perfetta simmetria che caratterizzava i primi istanti di vita della creatura appena nata e da lì, da quella sottile imperfezione, è nato il tutto”.
Quanto all’eterno quesito dal dove veniamo e dove andiamo, Tonelli si dice sicuro che molto ormai conosciamo. E se, per la fine dell’Universo, ci sono due possibilità  molto diverse tra loro, che lui cita scientificamente ipotizzando o “un lento precipitare nel buio e nel freddo” oppure “una pirotecnica uscita di scena nel calore più infernale”, ben più difficoltoso è ricostruire la nascita di ogni cosa, il “sogno segreto di ogni fisico”. Ma, in proposito, si dice ottimista: grazie alla scoperta del bosone di Higgs, potremo capire quale ruolo ha giocato nei primi istanti, mentre le onde gravitazionali, emesse durante il bing bang potrebbero raccontare il resto. “La sfida è aperta”, assicura Tonelli anche se ” non so quanto tempo ci vorrà per vincerla.”
La fisica è diventata popolare, può davvero rispondere alle grandi domande su noi e sul mondo che ci circonda?
La bellezza del nostro mestiere è proprio questa. La fisica cerca risposte a domande che sono dentro ciascuno di noi. Sono le domande che ci facciamo tutti quando siamo bambini. Quelle stesse che mi ha rivolto la mia nipotina, Elena, una sera d’estate, quando aveva quattro anni e guardavamo insieme un cielo pieno di stelle: “Cosa sono tutte queste lucine e da dove vengono?”. Sono domande che, da adulti, travolti dalle incombenze della vita quotidiana, mettiamo da parte. Ma rimangono lì, nella parte più nascosta del nostro animo, perché sono le stesse che si è fatta l’umanità fin dalle epoche più lontane. Gli interrogativi da cui sono nati i primi tentativi di costruire una visione del mondo. Quelli che hanno dato origine, oltre che alla scienza, alla filosofia, alla religione, all’arte. Mi capita spesso di rivedere questa luce riaccendersi negli occhi dei miei interlocutori, quando scoprono che la fisica non è quella disciplina fredda e distante che molti paventano. Allora si comincia a capire l’ emozione di esplorare un territorio completamente sconosciuto e il tuffo al cuore che si prova quando si ha la fortuna di scoprire una nuova particella che da decenni era sfuggita a tutte le ricerche. Eccoci qua, una pattuglia di moderni esploratori, spinti dalla stessa innata curiosità che ha portato un manipolo di strane scimmie ad abbandonare la gola di Olduvai per cercare cosa c’era dietro quelle colline, oltre la savana. La fisica parla di tutto questo, e parla a tutti noi.
Lei è uno dei padri della scoperta del Bosone di Higgs, può spiegarne in breve l’importanza?
Il bosone di Higgs non è una particella come le altre. Gioca un ruolo speciale nella costituzione del mondo materiale che ci circonda. Da quando ha occupato ogni angolo del nostro universo ha rotto quella perfetta simmetria che caratterizzava i primi istanti di vita della creatura appena nata e da lì, da quella sottile imperfezione, è nato il tutto. Le particelle elementari che, prive di massa, correvano caoticamente alla velocità della luce, si sono differenziate sotto l’azione del campo di Higgs, alcune hanno acquistato una massa, altre ne sono rimaste prive; gli elettroni, sono diventati molto leggeri, e si sono aggregati negli atomi a formare la materia, altre particelle sono diventate pesanti e instabili e sono sparite ben presto dalla materia ordinaria. Lì, in quel preciso istante, quando è appena passato un centesimo di miliardesimo di secondo dal big-bang, è successo qualcosa che ha già segnato il destino di tutto nei miliardi di anni a venire. È una scoperta quindi destinata a rivoluzionare la nostra visione del mondo, le cui conseguenze saranno più chiare, forse, fra qualche decennio.
Lei è impegnato in una grande avventura. Crede davvero che ci sarà un giorno nel quale potremo sapere come andrà a finire la storia dell’universo?
Sappiamo già molto sul destino del nostro universo. In breve ci sono due possibilità. Sappiamo che una forma ancora sconosciuta di energia sta spingendo tutto lontano da tutto a velocità crescente. Se non avverranno fatti nuovi, il nostro universo diventerà sempre più freddo e sempre più buio fino a quando non ci sarà più energia a sufficienza per sostenere forme di vita simili a quelle che conosciamo. Se nel frattempo non ci saremo estinti per causa nostra, o per una qualche catastrofe cosmica, non resta che prepararci a questo epilogo triste, che trovo piuttosto deprimente. L’altra alternativa è molto più spettacolare. Il vuoto elettrodebole, questa sottilissima impalcatura con cui il bosone di Higgs sorregge e tiene in ordine il nostro universo materiale, potrebbe rompersi di colpo. Un’immane catastrofe in una galassia lontana potrebbe lacerare il campo di Higgs. Il crollo locale si propagherebbe ovunque e l’ universo intero precipiterebbe verso un nuovo equilibrio. Ritornerebbe a quella perfetta simmetria delle origini, ma tutto si dissolverebbe in una bolla di pura energia. Due alternative quindi molto diverse fra loro: un lento precipitare nel buio e nel freddo o una pirotecnica uscita di scena nel calore più infernale. Conosciamo meno invece dei primissimi istanti di vita. Come è nato tutto questo? Che cosa ha scatenato quella crescita esponenziale che ha trasformato una minuscola fluttuazione del vuoto in un universo materiale gigantesco? Ricostruire in tutti dettagli quei primissimi istanti di vita è il sogno segreto di ogni fisico. La novità è che oggi abbiamo a disposizione due strumenti nuovi: il bosone di Higgs e le onde gravitazionali. Il primo ci aiuterà a studiare quei meccanismi cruciali a partire dall’ infinitamente piccolo. Producendo centinaia di milioni di bosoni di Higgs capiremo prima o poi se è stato lui a giocare un ruolo cruciale nella crescita spaventosa dei primi istanti. Con l’altro esploreremo l’infinitamente grande alla ricerca dei debolissimi segnali prodotti dalle onde gravitazionali primordiali, quelle emesse durante il big-bang. Chi riuscisse a registrarli potrebbe ascoltare, per la prima volta, il racconto della nostra nascita e ricostruirla in tutti quei dettagli che ancora ci sfuggono. La sfida è aperta e non so quanto tempo ci vorrà per vincerla. Ma sono certo che a farlo sarà una nuova generazione di scienziati, ragazzi e ragazze con la mente agile e curiosa, che inventeranno nuove teorie e nuovi strumenti per verificarle. A loro il mio libro è dedicato.
Guido Tonelli, La nascita imperfetta delle cose, Rizzoli, 2016
Prima del Big Bang: interpretazione teatrale di Marco Paolini del racconto Tutto in un punto, tratto dalle Cosmicomiche di Italo Calvino.

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Ascoltare il brusio dell’universo

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                 Emil Nolde, Cielo stellato

Antonio Scurati, “La Stampa”,  12 febbraio 2016

Fermatevi un istante. Silenziate quel cavolo di smartphone e mettetevi ad ascoltare. Usciamo dalle caverne e scopriamo la meraviglia.
Anche qui, nel fondo delle nostre metropoli assordate dai crolli di Borsa, dai proclami di politici garruli e dai romanzi d’appendice, perfino qui, sotto il sordo tran tran della vita tardo-moderna, quando la città dorme e gli uomini piangono, ci si può sintonizzare sulla frequenza di una stella morente, si può udire il brusio dell’universo. Arriva anche qui la musica delle sfere celesti.
Oggi, infatti, a cento anni esatti dal giorno in cui il genio di Albert Einstein ne dedusse la necessità per via teorica attraverso un calcolo matematico, e dopo numerose prove indirette, l’esistenza delle onde gravitazionali è stata provata. Quella sorta d’invisibile e inaudito tessuto cosmico che lega tra loro i corpi celesti nelle loro universali gravitazioni, che lega i destini della materia e dell’anti-materia, le sorti delle masse cieche inter-stellari, che stringe un nesso indissolubile tra il tempo e lo spazio, quel tessuto sottilissimo e ubiquo, più simile a un tappeto sonoro che a un substrato materiale, è stato per la prima volta ascoltato.
Da oggi, grazie a strumenti giganteschi e avveniristici che portano antichi e leggiadri epiteti e nomi di donna – Virgo, Lisa – potremo percepire il «sonoro» dell’universo, udire gli inauditi messaggi inviatici dai moti di massa in galassie remote. Oggi siamo ancora e di nuovo all’incrocio delle risonanze, oggi inizia una nuova era di ascolto dell’universo.
Percepisco un diverso tipo di brusio. Più acuto, più consueto, più metallico. Suona più o meno così: «Capirai che me ne frega a me! Io ci ho la bolletta da pagare e il reflusso gastrico». E subito il meraviglioso mormorio dell’universo notturno svanisce soffocato dalla diuturna querimonia terrestre, dal raglio d’asino del cantante a San Remo e dalla nota di basso continuo dei lamenti per la fine del mese. A chi può importare davvero che il tempo non sia una grandezza assoluta, che l’evento spazio-temporale si curvi come un foglio di gomma sotto il peso della materia, aggravata anche dalla minuscola macchia di sangue dei nostri corpi affannati, a chi può davvero importare del comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra, di buchi neri che si scontrano nel centro inimmaginabile della nostra galassia, a chi frega dello «orizzonte degli eventi», di quella zona di confine oltre la quale non ci sono più né lo spazio né il tempo? A noi che non abbiamo più né santi né eroi – nemmeno il progresso – quale sorpresa potrebbe riservare ancora l’universo?
«Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere … Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai». Attraverso questo memorabile incipit del suo miglior romanzo [L’informazione, 1995], Martin Amis ci introduce a quel mondo in cui gli uomini non alzano mai la testa verso il cielo – accanto a sé hanno solo donne che li fraintendono per l’ennesima volta prima di tornare a dormire, niente dietro e niente davanti, se non la scadenza del mutuo mensile – in cui gli eventi non accadono mai eppure schiantano perché non hanno orizzonte. E’ il nostro mondo, non c’è che dire, quello in cui lo spazio e il tempo non si curvano nemmeno a martellate e se per caso provi qualche volta a mettere la testa fuori dal guscio ti senti subito uno smarrito idiota del cosmo.
Eppure, a ben guardare, il grande romanziere e la grande scienza si accordano. Lo strano bipede che nel fondo delle città, a notte, piange nel sonno ripetendosi «niente, non è niente» entra a modo suo in risonanza con l’universo. E’ lo stesso animale che in un giorno glorioso riuscirà a captare le onde gravitazionali. Si estinguerebbe presto se non provasse ancora a cercare il proprio posto nel cosmo.

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Dubium sapientiae initium

Sì, rimetteremo tutto, tutto in dubbio. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscrive remo più, a meno che posdomani lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E dunque, prepariamoci ora ad osservare il sole con l’inflessibile determinazione di dimostrare che la terra è immobile! E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione, se davvero è la terra che gira! (Ammiccando)
Ma se tutte le altre ipotesi, all’infuori di questa, ci si dovessero squagliare fra le dita, allora nessuna pietà per coloro che, senza aver cercato, vorranno parlare! Andrea, togli il panno dal cannocchiale e volgilo verso il sole!
B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino, 1963

L’uomo di scienza deve continuamente tentare di dubitare delle proprie verità. Queste sono verità della conoscenza, solo nella misura in cui resistono ad ogni possibile dubbio. Vivono quindi in un conflitto permanente con lo scetticismo. Tale conflitto si chiama prova. […] Oggi l’uomo sa che quelle figure del mondo che immaginava in passato non sono la realtà. A forza di sbagliare, sta delimitando l’area del possibile esito. Da ciò l’importanza di non dimenticare gli errori e questo è storia. […] In confronto ad un romanzo, la scienza sembra la realtà stessa. Ma in paragone alla realtà autentica si avverte ciò che la scienza ha di romanzo, di fantasia, di costruzione mentale, di edificio immaginario.
José Ortega y Gasset, Intorno a Galileo, 1933

Se non si potesse, o volesse, guardare in nuove direzioni, se non si avessero dubbi, o non si riconoscesse il valore dell’ignoranza, non sarebbe possibile avere idee nuove. Non ci sarebbe nulla che valga la pena di verificare, perché sapremmo già cos’è vero e cos’è falso. Quindi ciò che oggi chiamiamo «saperi scientifici» sono un corpo di affermazioni a diversi livelli di incertezza. Alcune sono estremamente incerte, altre quasi sicure, nessuna certa del tutto. Noi scienziati ci siamo abituati, sappiamo che è possibile vivere senza sapere le riposte. Mi sento dire: «Come fai a vivere senza sapere?». Non capisco cosa intendano. Io vivo sempre senza risposte. È facile. Quello che voglio sapere è come si arriva alla conoscenza.

Richard P. Feynman, Il senso delle cose, Adelphi, Milano, 1999 [conferenza tenuta da Richard Feynman presso l’Università di Washington, aprile 1963. LEGGI un estratto QUI]

“La vita quotidiana e il linguaggio d’ogni giorno tendono con tenacia a offrirci una illusione rassicurante e filosoficamente confortevole: l’illusione secondo la quale il mondo delle cose ha una struttura unica che si ripete sempre, sia che si vada verso l’infinitamente grande (verso le stelle, le galassie e le zone più remote del cosmo), sia che si vada verso l’infinitamente piccolo (e cioè verso le molecole, gli atomi, i nuclei e le particelle elementari).
Si tratta di una illusione che ha una lunghissima storia e che è una potente fonte di errori. È merito della prima rivoluzione scientifica, legata a nomi di studiosi quali Copernico, Galilei e Newton, l’aver dimostrato che il mondo delle cose è conoscibile con le armi della razionalità: ma è merito soprattutto della seconda rivoluzione scientifica, avviatasi sul finire del Settecento, l’aver scoperto, gradualmente e tra le numerosi contraddizioni, che il mondo delle cose e delle teorie è molto più complesso di quanto non apparisse agli scienziati del Rinascimento. […]
La lezione galileiana ha dato frutti in ogni campo del sapere, dimostrando che è possibile, con la forza della ragione, penetrare il mondo. Ma proprio penetrando il mondo, al di là di ciò che ci dicono i sensi e di ciò che ci narrano le fiabe e le superstizioni, abbiamo trovato un universo di oggetti e di leggi che mettono in crisi la stessa immagine galileiana del libro della natura. Non si tratta infatti di un libro che si possa sfogliare pagina dopo pagina, seguendo l’idea che ogni pagina passata rappresenti una conoscenza sicura e definitiva. Al contrario, ogni pagina nuova che si affronta ci obbliga a rileggere le pagine precedenti, a reinterpretarne il senso, a modificarne il significato. In altre parole: la realtà in cui viviamo e di cui facciamo parte non si lascia conoscere per accumulazione di certezze, e la scienza non viene costruita come le case: le leggi scientifiche non sono mattoni con cui edificare l’edificio del sapere. La scienza è, invece, un processo storico: ogni nuovo fatto getta una luce diversa su quelli che lo hanno preceduto e dei quali credevamo di avere dato una spiegazione definitiva.”
E. Bellone, in Le leggi della termodinamica dal Boyle a Boltzmann, Loescher, 1978

Bertolt Brecht (Augusta 1898 – Berlino 1956), Lode del dubbio

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’armata salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie
un libro redatto da Iddio in persona,
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo
che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.
Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri dl navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

(Trad. Franco Fortini)

PER APPROFONDIRE:

A proposito di zetetica, o arte del dubbio: https://illuminationschool.wordpress.com/2015/02/22/larte-del-dubbio/

La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome dell’azione.

 W. Shakespeare, Amleto, III, I, vv. 87-91, 135

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L’immagine pop che salva la scienza

MASSIMIANO BUCCHI, “La Repubblica”, 1 agosto 2015

L’aveva intuito già Alice nel Paese delle Meraviglie, che nella versione Disney sognava un mondo con “libri fatti solo di figure”. Ma certo fa effetto sentirlo ribadire da uno dei più importanti gruppi editoriali internazionali di pubblicazioni scientifiche. «A picture is worth a thousand words, un’immagine vale mille parole», così Elsevier ammonisce oggi gli scienziati che aspirano a pubblicare sulle proprie riviste. Questa centralità della dimensione visuale si esprime anche in ambito divulgativo, dove immagini di grande impatto e fascino sono fondamentali per catturare l’attenzione e promuovere la condivisione di dati e risultati, soprattutto nell’epoca della comunicazione digitale.

Proprio per sostenere questa sfida contemporanea il Mit ha lanciato nelle scorse settimane un corso online dedicato alla realizzazione di immagini tecnico- scientifiche, “Making Science and Engineering Pictures: A Practical Guide to Presenting Your Work“. L’ideatrice del corso è Felice Frankel, forse la più nota e apprezzata fotografa in ambito scientifico a livello internazionale. A lungo fotografa di paesaggi (ma biologa di formazione), la Frankel scoprì la sua vocazione quasi per caso all’inizio degli anni Novanta. Un chimico, George Whitesides, le mostrò i propri esperimenti sulle proprietà dei materiali nelle nanodimensioni. Utilizzando molecole idrorepellenti, Whitesides aveva ottenuto dei triangoli contenenti una goccia d’acqua. Guardando una foto in bianco e nero, Felice chiese se si potessero fare a scacchiera, colorando l’acqua: il risultato fu una foto in cui le gocce “riflettevano la luce con sfumature lilla e gialle”. L’art director della rivista Science, molto colpito dalla foto, propose di metterla in copertina, ma ne chiese una versione “con colori puri, non ambigui”. Insomma che sembrasse più “scientifica” e “meno artistica”. «Whitesides fu subito d’accordo » ricorda la Frankel, «cosa non farebbe uno scienziato per avere la copertina di Science? Ma per me fu una grande lezione: dovevo mirare alla chiarezza ». Fu la prima di una lunga serie di copertine e di una brillante carriera, anzi di una missione: aiutare il mondo della ricerca a comunicare in modo efficace oggetti e risultati complessi. Le sue foto più celebri sono state esposte in centinaia di gallerie e sui parigini Champs-Elysèes, ma non chiamatela artista: creare un’immagine che colpisca e possa competere per l’attenzione con milioni di altre immagini è altrettanto importante, per lei, quanto fare un uso “responsabile” delle immagini, restando fedeli all’oggetto rappresentato.

Giacché l’immagine può contribuire al successo e alla diffusione di un risultato scientifico, ma può divenire talmente celebre da sovrapporsi allo stesso risultato e perfino contribuire ad alimentare equivoci e travisamenti clamorosi.

Nel 1896, l’articolo senza figure “Su una nuova specie di raggi” era probabilmente destinato ad interessare una limitata cerchia di fisici. Finché all’autore non venne in mente di inviare personalmente ad alcuni di loro qualche foto. Il direttore di un quotidiano viennese sobbalzò vedendone una sulla scrivania del figlio. Il giorno dopo, le ossa della mano della moglie dello scienziato tedesco Wilhelm Konrad Röntgen fotografate ai raggi X con tanto di fede nuziale al dito spiccavano macabre in prima pagina, e da lì rimbalzarono rapidamente sui giornali di tutto il mondo, proiettando la scoperta e il suo autore verso la celebrità mondiale.

Il celebre disegno della doppia elica che accompagna il brevissimo articolo del 1953 di Watson e Crick sulla struttura del Dna è un esempio di come una visualizzazione realizzata rapidamente e con mezzi elementari sia divenuta una convenzione visuale consolidata e un’icona che si sovrappone allo stesso oggetto scientifico. Realizzata dalla moglie di Crick (Odile Speed, disegnatrice di abiti e pittrice di nudi) a partire da uno schizzo del marito, benché presentata cautamente come “puramente diagrammatica” essa è infatti ormai la “doppia elica” e questa è “il Dna” per l’immaginario collettivo.

Immagini scientifiche altrettanto celebri e classiche sono invece decisamente fuorvianti. Una l’abbiamo vista tutti almeno una volta su un poster, una maglietta, una pubblicità: è la cosiddetta “Marcia del progresso” che mette in fila indiana i passaggi salienti dell’evoluzione umana travisando completamente la visione darwiniana. Fu realizzata nel 1965 per un testo divulgativo le cui precisazioni si sono perse man mano che l’immagine stessa è divenuta, come si usa dire oggi, “virale”.

Studi recenti evidenziano anche come la disponibilità di immagini abbia reso rilevanti per l’opinione pubblica certi allarmi ambientali, e come la mancanza di immagini ne abbia reso “invisibili” altri potenzialmente non meno gravi. Così, nel 1979, una delle più gravi perdite di materiale radioattivo della storia, nella riserva Navajo di Church Rock, New Mexico, rimase sostanzialmente ignota al grande pubblico in assenza di immagini efficaci per documentarla. Viceversa, un documentario come Una scomoda verità (2006), incentrato sulla testimonianza dell’ex vicepresidente statunitense Al Gore, è ricco di immagini capaci di visualizzare con immediatezza la minaccia del cambiamento climatico.

Insomma, se c’è una sfida per gli scienziati a valorizzare visivamente il proprio lavoro, non meno rilevante è la sfida che coinvolge tutti noi, che rischiamo di scambiare l’immediatezza della dimensione visuale, la sua capacità di travalicare confini linguistici e steccati disciplinari, per l’immediata comprensione dei suoi contenuti. Per fortuna il corso online del Mit è aperto a tutti.

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La scienza è un percorso narrativo

E la letteratura si ciba di scoperte
Fritjof Capra, Massimo Inguscio e Telmo Pievani spiegano il legame tra discipline
Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 18 giugno 2015

Ne scrisse con rara chiarezza Giorgio de Santillana nel suo volume epocale, Il mulino di Amleto (Adelphi): non c’è mito antico dietro il quale non si nasconda un’interpretazione della natura, si tratti dei viaggi di Gilgamesh negli inferi o, per restare in un ambito più familiare, della caduta di Lucifero (astronomicamente individuabile come Venere, la sua caduta rappresenterebbe l’inclinazione dell’eclittica). Gran parte delle teogonie arcaiche è densa di miti che alludono ad eventi cosmologici, astronomici, climatici, geologici delle origini del tempo umano: il mito, la leggenda, il racconto illustravano la scienza dell’epoca, la «teoria del mondo» di migliaia di anni fa.
Il legame tra la letteratura — poesia, narrativa, favola, racconto orale — e la scienza è dunque sempre stato molto forte: uno dei più bei poemi dell’antichità, in epoca storica, è il De rerum natura di Lucrezio, in cui poesia e scienza si accordano «cantando» il sapere sugli elementi della natura, in modo perfetto e straordinariamente moderno, che un fisico atomico contemporaneo può leggere incantato.
«Io mi occupo di atomi — ci racconta Massimo Inguscio, ordinario di Fisica della materia all’Università di Firenze, cofondatore del Lens, presidente dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica e accademico dei Lincei —, seguo il loro movimento e cerco di «fermarli», per dirla con semplicità. E mi ritrovo completamente in ciò che Lucrezio nel De rerum natura diceva della struttura della materia 2.000 anni fa. Un grande poeta intuisce molto della natura del mondo, e il rapporto tra poesia, letteratura e scienza è e deve essere splendido, un arricchimento totale».
A proposito di grande scrittura scientifica, anche il fisico Fritjof Capra, docente a Berkeley, autore di Il Tao della fisica e del saggio La scienza della vita ci risponde raccontandoci le meraviglie delle letture scientifiche: «La qualità letteraria della scrittura scientifica — spiega Capra — diventa rilevante quando lo scienziato riesce a rivolgersi ai lettori al di là della propria disciplina particolare. Più fluente è la scrittura, più accattivante la narrazione, e più efficacia avrà nel trasmettere idee astratte a un vasto pubblico. Un famoso esempio storico è il Dialogo sui massimi sistemi di Galileo, del 1632, che è stato considerato un capolavoro letterario, scritto in italiano e non in latino come era consuetudine per i libri accademici dell’epoca». E aggiunge, sul piano personale: «Nel mio modo di scrivere poi ho sicuramente beneficiato del fatto che mia madre era una poetessa e drammaturga, e che sono cresciuto in una famiglia di letterati».
Ma come si scrive un buon libro di scienza? Risponde Capra: «Due questioni sono importanti. Per spiegare concetti scientifici al pubblico, bisogna mostrare la loro evoluzione all’interno di un particolare contesto storico, e le loro relazioni con i concetti e le idee in altri campi (filosofia, arte, ecc.). Questo non è facile, perché richiede un approccio multidisciplinare, anche quando si scrive di una scienza particolare. Io stesso ho seguito questo approccio in molti libri, come ne Il Tao della fisica ».
Gli esempi di chi è riuscito a raccontare felicemente le proprie o altrui scoperte scientifiche sono numerosi: Galileo, Darwin, ma anche Newton, e tra i contemporanei Hawking, lo stesso Capra, Oliver Sacks, Singh, e molti altri. La scienza è bella da leggere, e la letteratura è spesso ispirata dalla scienza, aggiunge Telmo Pievani, docente di Filosofia delle Scienze biologiche e titolare dell’insegnamento di Antropologia all’Università di Padova, nonché esperto di teoria dell’evoluzione. «Anch’io mi ritrovo con Calvino (che citava la Ortese) — spiega il filosofo — nel definire lo scienziato Galileo, che ha fondato la scienza moderna, come il più grande scrittore italiano. Galileo s’inventa i dialoghi, crea personaggi, la sua rivoluzione scientifica la mette in scena. E poi c’è Charles Darwin, che raccoglie prove della sua grande teoria e decide di raccontarla non come un saggio specialistico, ma come una narrazione, e così crea quel romanzo della natura che è L’origine delle specie. Ma è vero anche il contrario: leggiamo Leopardi o Swift, leggiamo il Frankenstein di Mary Shelley, e troviamo la scienza: la letteratura alta, la grande letteratura (oltre a quella di genere) si ciba di temi scientifici».
Ma c’è anche un altro elemento da tenere presente. Ed è un elemento formale importante, che deriva da una caratteristica della scienza contemporanea. «La scienza oggi — osserva a tal proposito Pievani — studia la letteratura per imparare a spiegare se stessa. Lo vediamo nei libri a carattere divulgativo: è importante per uno scienziato la resa letteraria e narrativa della scrittura scientifica». Il motivo non sta tanto nel fatto che un saggio ben scritto — come qualsiasi libro meritevole — può ottenere successo presso il pubblico, ma sta in un’altra questione che tocca la natura della scienza contemporanea.
«Le scienze — conclude il filosofo ed evoluzionista — sono diventate discipline storiche, cioè dotate di una dimensione storica per rendere la quale occorre utilizzare la tecnica narrativa. La stessa scoperta scientifica non può essere raccontata come un puro e semplice fatto (ad esempio, il risultato x è il prodotto dell’esperimento y), perché la scienza medesima è un processo. E un processo è narrativo. Quindi diventa naturale che alimenti la letteratura: è già una storia, una vicenda, di per sé».

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100 anni di relatività!

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Carlo  Rovelli, Albert Einstein. Il genio che ci ha insegnato il coraggio di cambiare idea. A sessant’anni dalla morte, la grande eredità dello scienziato è nel metodo. E negli errori,  “La Repubblica”,  11 aprile 2015

NON c’è dubbio che Albert Einstein — di cui ricordiamo i sessant’anni dalla morte, e i cent’anni dalla sua teoria della relatività generale — sia stato il più grande scienziato del XX secolo, l’uomo che ha visto più a fondo nella natura, ha intuito più cose che si sono rivelate vere. Questo significa che quello che lui pensava va preso per buono? Che non sbagliava? Tutt’altro. Anzi: pochi scienziati hanno accumulato errori quanto Einstein. Pochi scienziati hanno cambiato idea tante volte quanto lui. Non parlo degli errori della vita quotidiana, opinabili, e comunque affari suoi. Parlo di veri errori scientifici. Idee sbagliate, predizioni sbagliate, equazioni sbagliate, affermazioni su cui lui stesso è tornato indietro, oppure più tardi smentite dai fatti. Qualche esempio. Oggi sappiamo che l’Universo è in espansione. Il fisico belga Lemaître lo aveva capito proprio usando la teoria della relatività e lo aveva comunicato ad Einstein. Einstein aveva risposto che l’idea era una sciocchezza. Per poi doversi rimangiare l’affermazione quando negli anni Trenta l’espansione dell’universo è stata osservata. Oggi sappiamo che esistono i buchi neri. Ce ne sono a milioni solo nella nostra galassia e la loro esistenza è una delle clamorose conseguenze della teoria di Einstein. Ma Einstein non l’aveva capito, e sull’argomento ha scritto lavori sbagliati, sostenendo che cose simili non possono esistere. Anche sull’altra grande conseguenza della sua teoria, l’esistenza delle onde gravitazionali, Einstein si è sbagliato. Ha sostenuto che queste onde non esistono, sbagliando l’interpretazione della sua stessa teoria. Prima di scrivere l’equazione giusta della teoria della relatività generale, il suo grande trionfo, Einstein ha pubblicato una fitta serie di articoli, tutti sbagliati, ciascuno con un’equazione diversa. È arrivato addirittura a pubblicare un lavoro dettagliato e complesso per dimostrare che la teoria non deve avere la simmetria… mentre sarà proprio la simmetria a caratterizzare la teoria buona. Per tutti gli anni finali della sua vita, poi, Einstein si ostina a voler scrivere una teoria unificata di gravità ed elettromagnetismo, senza capire che, come si vedrà poco dopo, l’elettromagnetismo è solo una componente di qualcosa di più ampio (la teoria elettro-debole) e quindi il progetto di unificarlo con la gravità senza considerare il resto è viziato alla base. Poi ci sono le perentorie affermazioni che ha disseminato, cambiando idea poco dopo. Nella sua prima versione della teoria della relatività ristretta, la nozione di spaziotempo, cioè l’idea che esista un continuo di quattro dimensioni che comprende sia lo spazio che il tempo, non c’è ancora. L’idea dello “spaziotempo” non è di Einstein, è dovuta a Minkowski, che ha riscritto la teoria di Einstein usando questa idea. Quando Einstein ne viene a conoscenza, dichiara che si tratta di una inutile e sciocca complicazione “da matematici”. Per poi cambiare opinione poco dopo e usare proprio la nozione di spaziotempo come base della sua teoria successiva: la relatività generale. Sul ruolo della matematica in fisica, Einstein cambia ripetutamente idea, sostenendo varie cose in contraddizione l’una con l’altra nel corso della sua vita. Anche nelle grandi discussioni sulla meccanica quantistica Einstein ha cambiato idea ripetutamente. All’inizio sostiene che la meccanica quantistica è contraddittoria. Poi accetta l’idea che non lo sia, e si limita a insistere che deve essere incompleta, non descrivere tutta la natura. Sulla sua teoria, la relatività generale, a lungo è stato convinto che le equazioni non potessero avere soluzioni in assenza di materia, e quindi il campo gravitazionale dipendesse dalla materia, per poi cambiare idea e descrivere il campo gravitazionale come un’entità reale automa, che esiste di per sé. Forse il caso più straordinario è uno strabiliante lavoro scritto nel 1917, in cui Einstein fonda la cosmologia moderna, comprende che l’universo può essere una tre-sfera, e introduce la costante cosmologica, la cui esistenza è stata verificata oggi, a un secolo di distanza. In questo lavoro Einstein riesce a sommare un clamoroso errore di fisica — l’idea, sbagliata, che l’universo non possa cambiare nel tempo — e un clamoroso errore di matematica: non si accorge che la soluzione matematica delle equa- zioni che studia è instabile, e quindi non può descrivere l’universo reale. L’articolo è al tempo stesso un insieme strepitoso di idee nuove, rivoluzionarie e corrette, e un insieme clamoroso di errori. Questa lunga serie di cambiamenti di opinione e di errori toglie qualcosa alla nostra ammirazione per Albert Einstein? No. Al contrario. Ci insegna, credo, qualcosa sull’intelligenza: l’intelligenza non è intestardirsi sulle proprie opinioni. È essere pronti a cambiarle. Essere pronti a esplorare le idee, accettando il rischio di sbagliare. Per capire il mondo bisogna avere il coraggio di provare le idee, e riadattarle continuamente, per farle funzionare al meglio. La forza della scienza è proprio qui: la capacità di produrre idee nuove e di riuscire a chiarire quando un’idea è sbagliata. “Quelli che non sbagliano mai” (ne conosciamo tanti) sono quelli che restano intrappolati in vecchi errori. Einstein che sbaglia più di tutti e Einstein che capisce a fondo la natura più di chiunque altro non sono in contraddizione, sono due aspetti complementari e necessari della stessa profonda intelligenza: l’audacia del pensiero, il coraggio di rischiare, il non fidarsi delle idee ricevute, neanche delle proprie. Avere il coraggio di sbagliare, e soprattutto aver il coraggio di cambiare idea, non una volta ma ripetutamente, per poter trovare. Per poter, «provando e riprovando», come diceva Galileo, arrivare a capire. Penso che il grande Einstein, se avesse saputo che per ricordarlo elenchiamo i suoi errori, avrebbe fatto uno di quegli straordinari sorrisi sornioni di cui era capace, e ne sarebbe stato contento. L’importante non è aver ragione. È camminare lungo la strada per arrivare a capire.

EINSTEIN  e il NOBEL (1921)

Massimiano Bucchi, La diffidenza dell’Accademia e quel Nobel vinto a metà

«EINSTEIN non dovrà mai ricevere il premio Nobel, neanche se ce lo chiedesse il mondo intero!». Così, nel 1921, Allvar Gullstrand, membro di spicco dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia, chiuse perentoriamente una delle tante discussioni sull’opportunità di assegnare il premio Nobel per la fisica ad Albert Einstein. Da tempo il nome di Einstein veniva suggerito, quasi ogni anno, per il prestigioso riconoscimento. Ma per molti degli accademici chiamati a scegliere, la teoria della relatività era difficile da comprendere; Gullstrand la liquidò come mera speculazione, più metafisica che fisica. Forse sull’esitazione del Comitato Nobel pesò, almeno in parte, l’ostilità verso Einstein e la relatività sviluppatasi in alcuni settori scientifici e politici tedeschi. Di sicuro l’austero ambiente accademico svedese era imbarazzato, e forse perfino infastidito, dal crescente clamore mediatico intorno alla figura di Einstein. Da quel giorno del novembre 1919 in cui i maggiori quotidiani internazionali, tra cui il New York Times , avevano parlato in prima pagina di “trionfo” e la “rivoluzione”, dando notizia di risultati sperimentali in linea con la sua teoria, Einstein si era trasformato in una celebrità mondiale, inseguita ovunque dai media per un commento o una foto. Nel 1921, le proposte di assegnazione del Nobel ad Einstein erano ormai divenute una valanga. Qualcuno all’Accademia provò a far notare che ormai «Einstein era più famoso dello stesso premio Nobel», ma ancora una volta non ci fu nulla da fare: si preferì non assegnare il premio. Nel 1922 un’altra bocciatura per la relatività, ma un nuovo membro del Comitato, Carl Wilhelm Oseen, riuscì a proporre e fare accettare una soluzione inattesa: premiare Einstein «per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». Così furono assegnati due premi per la fisica: uno a Niels Bohr per l’anno in corso, il 1922; l’altro a Einstein, appunto, ma “retrodatato” al 1921, l’anno della mancata assegnazione. Tuttavia la relatività scottava ancora per l’Accademia, al punto che perfino sul diploma ufficiale, unico caso in tutta la storia del premio, si volle specificare: «Indipendentemente dal valore che (dopo eventuale conferma) possa essere attribuito alla teoria della relatività». Si raccomandò anche a Einstein di non menzionare la relatività nel suo discorso a Stoccolma. Raccomandazione inutile, perché lo scienziato ebbe la notizia quando si trovava su un piroscafo diretto in Giappone. Ricevette il premio l’estate successiva a Göteborg. In prima fila ad ascoltarlo, uno spettatore «desideroso di imparare qualcosa sulla relatività »: Re Gustavo V di Svezia. Oltre che specchio dei complessi rapporti tra scienza e politica tra le due guerre, la tribolata assegnazione del Nobel a Einstein è anche un esempio di quanto sia talvolta difficile, anche per gli scienziati, accettare e valutare idee nuove.
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Carlo Rovelli, Einstein. Infinitamente grande.
Si celebra il centenario della sua più bella scoperta: la relatività generale.
Ma è solo una delle sue cinque idee che hanno rivoluzionato la fisica, 
“Domenica – Il Sole 24 Ore”, 12 aprile 2015
Il 2015 è il centenario della più importante e più bella fra le scoperte di Albert Einstein (di cui ricorre, il 18 aprile, anche il sessantennale della morte): la teoria della relatività generale. E il mondo celebra, già da alcuni mesi, il maggiore scienziato degli ultimi tre secoli.
Non è facile riassumere quanto Einstein ha compreso sulla Natura, perché non si tratta di un solo risultato, ma di un insieme vasto e articolato di scoperte.  Voglio tuttavia cercare di farlo, per provare a orientare il lettore in apertura di questo anno in cui di Einstein si parlerà molto.  Io direi che le principali scoperte di Albert Einstein sono cinque.  Queste non esauriscano tutto quello che lo scienziato ha fatto, tutt’altro, ma ciascuna di esse ha cambiato la nostra visione del mondo in profondità e ciascuna rappresenta una colonna portante della nostra attuale comprensione della Natura.
Provo a illustrarle una alla volta, per poi discuterne la coerenza.  Il primo risultato di Einstein è la dimostrazione finale che la materia ha una struttura granulare: il mondo è fatto di atomi.  L’idea è ovviamente antica, risale a Leucippo e Democrito, ed è stata ampiamente utilizzata dalla chimica prima di Einstein.  Ma fino ad Einstein l’esistenza reale degli atomi restava un’ipotesi messa in dubbio da molti.  In un articolo di straordinaria bellezza tecnica, scritto a venticinque anni, Einstein parte da un fenomeno fisico, il movimento tremolante dei granelli di polvere immersi nell’acqua, e calcola le dimensioni degli atomi a partire dall’entità del tremolio, mostrando in maniera definitiva che questo tremolio è l’effetto degli urti sul granello delle singole molecole d’acqua.
Ventiquattro secoli dopo Democrito, ogni dubbio sulla reale esistenza degli atomi viene a cadere. L’idea su cui il lavoro è basata, legare la velocità a cui vediamo il granello muoversi nell’acqua all’entità del tremolio, è tutt’ora alla base di gran parte della moderna fisica statistica. Il secondo grande risultato di Einstein (quello per il quale ha ricevuto il Nobel), contemporaneo al primo e chiaramente legato ad esso, è la scoperta dei fotoni, cioè del fatto che anche la luce è fatta di granelli, di “atomi di luce”.  Anche in questo caso Einstein parte da un effetto fisico, l’effetto fotoelettrico: quando la luce cade su certi metalli produce una piccola corrente. Analizzando il dettaglio in cui questo avviene, Einstein deduce che la luce è fatta di “palline di luce”.  L’importanza di questa scoperta è stata capitale per la fisica moderna, perché si tratta del passo chiave verso la meccanica quantistica, la teoria che oggi descrive la relazione fra gli aspetti corpuscolari e ondulatori della realtà, e che è la base della fisica atomica, nucleare, della materia condensata, e di gran parte della tecnologia recente, come i computer. Il terzo grande passo di Einstein è stato l’inizio dello studio della struttura a larga scala dell’universo visibile. L’articolo scritto nel 1917 in cui apre questo campo di ricerca (all’inizio dell’articolo c’è una frase da capogiro: «Studiamo la natura a una scala grande rispetto alla distanza media fra le galassie») è il lavoro che fonda la cosmologia moderna, oggi uno dei settori della scienza più vivaci e in rapida crescita.
Il quarto risultato è il più grande, quello che stiamo celebrando quest’anno: la teoria della relatività generale.  La teoria spiega l’origine della forza di gravità di Newton, e al tempo stesso ne corregge le previsioni.  La forza fra masse distanti immaginata da Newton è spiegata come un effetto dell’incurvarsi dello spazio e del tempo.  Spazio e tempo sono come un foglio di gomma che si può piegare e tirare, e questo piegarsi è il motivo per cui cadono gli oggetti sulla terra, per cui la luna orbita intorno alla terra e i pianeti attorno al sole.
Le conseguenze della teoria sono molte, sbalorditive, e sono poi state tutte verificate negli anni seguenti: l’esistenza dei buchi neri, il rallentamento del tempo vicino ad una massa (se vivete in montagna invecchiate un pelino più in fretta che se vivete al mare), l’esistenza di onde di spazio, il fatto che l’universo che vediamo sia emerso da una grande esplosione iniziale, solo per fare qualche esempio.
Ho lasciato per ultima, al quinto posto, la teoria della relatività speciale, che è la teoria di Einstein più conosciuta dal pubblico. Per risolvere un apparente conflitto fra meccanica e teoria elettromagnetica, Einstein comprende che il tempo passa più lento quando si viaggia veloci e che è meglio pensare il mondo come uno “spaziotempo” unitario di quattro dimensioni, anziché considerare separati lo spazio (tridimensionale) e il tempo.  Ho lasciato per ultima questa scoperta non perché non sia importante – la teoria della relatività ristretta è oggi il linguaggio di base della relatività generale e di tutta la fisica delle particelle: è l’abbiccì di ogni fisico teorico -, ma solo per sottolineare il fatto che Einstein ha fatto ben più che questo.
Questo insieme di risultati lascia senza parole per vastità e profondità. All’inizio del ventesimo secolo, Albert Einstein ha intuito che il mondo è assai più complesso di come aveva mostrato la fisica classica, e ha aperto la porta su una realtà più ricca, sconcertante ma bella, e, una volta compresa, sostanzialmente più semplice di quanto credessimo.  In un certo senso, ha rimesso la scienza in cammino, dopo che il grande successo di Newton e poi Maxwell ci aveva fatto sedere sugli allori e credere, erroneamente, di essere arrivati vicino alla fine.
Ma il fascino di Albert Einstein va anche al di là della sua grandezza scientifica.  Le sue idee politiche, cosmopolite e intensamente pacifiste, il suo disprezzo per il valore della “patria”, i suoi conflitti interiori quando, per fermare Hitler, ha deciso di scrivere a Roosevelt di fare la bomba aprendo il secolo delle guerre nucleari, il suo amore per la musica e per la filosofia, il suo fanciullesco ma radicale ribellismo, che da ragazzo lo ha portato a detestare e abbandonare la scuola, e da adolescente a perdere tempo bighellonando per le strade di Pavia, e poi per tutta la vita vestire e pettinarsi fuori da ogni consuetudine, il suo ateismo sornione e divertito, pieno di scanzonate citazioni su Dio che più tardi molti si affanneranno ingenuamente a voler prendere sul serio, la sua amicizia con Charlie Chaplin, la serenità con la quale ha affrontato la morte, rifiutando di essere curato quando ha saputo di essere malato seriamente («Voglio andare quando decido io.  È di cattivo gusto prolungare artificialmente la vita. Ho fatto la mia parte, è tempo di andare».)… tutto questo fa di Albert Einstein, per molti di noi, un riferimento, un mito, un compagno di pensieri, un maestro vero, un dolce amico.
A. Einstein e C. Chaplin

A. Einstein e C. Chaplin, 1931

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L’arte del dubbio

Rembrandt, Filosofo in meditazione, 1632, Louvre, Parigi

È un metodo “trasversale” antico quanto la filosofia
Che ora riscopriamo per difenderci da dogmi false notizie e propaganda

Roberto Esposito, “La Repubblica”,  22 febbraio 2015

In principio fu Socrate, poi toccò a Sant’Agostino e ancora a Cartesio, alla modernità e a Kant
Eppure ci voleva l’era della confusione digitale e dell’overdose continua di informazioni per farci capire che solo l’assenza di certezze può aiutarci a restare liberi

NEL cercare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Le grandi guide del popolo, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio». A pronunciare tali parole non è un filosofo neoscettico, ma papa Francesco nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica . In molti hanno visto in esse, più che una semplice apertura all’esigenza di rinnovare il linguaggio della Chiesa, la testimonianza del ruolo crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società. In questo senso il grande successo che sta riscontrando in Francia, anche a livello di partecipazione ai corsi universitari, la “zetetica” — come Henri Broch ha definito l’arte del dubbio nei confronti di settarismi, faziosità, dogmi ammantati di pretese scientifiche — non può sorprendere: viviamo immersi un un’epoca in cui ci arriva continuamente una massa enorme di informazioni. E così il controllo sulla autenticità, sulla buona fede, sulla correttezza o sulla logica interna di qualsiasi messaggio, dal tweet di un personaggio noto a un documento ufficiale di un’istituzione, diventa un’attività cruciale, un meccanismo di sopravvivenza: l’unico esercizio possibile per non restare impigliati nelle miriadi di reti della propaganda presenti su internet così come nei prodotti culturali più tradizionali, nella politica così come nelle discipline accademiche, nei video degli estremisti islamici così come nelle verità di regime di ogni luogo e tempo.
È chiaro che, in questo contesto, l’arte del dubbio cambia pelle. Da perno di sistemi di pensiero illuministi o liberal di vario spessore, diventa adesso quello che in fondo è sempre stata: un metodo di conoscenza, un approccio da applicare in maniera trasversale in qualsiasi campo della nostra vita. Una guida indispensabile in un mondo globalizzato, spezzettato, confuso eppure sempre a rischio di finire intrappolato nelle spire del pensiero unico di turno.
Per queste sue caratteristiche, il rilievo filosofico del dubbio naturalmente è antico — può essere fatto risalire alla classica formula socratica del “sapere di non sapere”. Teorizzato dal Pirrone già nel III secolo avanti Cristo, ha trovato una prima formulazione cristiana, condizionata alla verità divina, con sant’Agostino. Successivamente Descartes lo ha posto alla base della conoscenza: pur dubitando di tutto, non si potrà mai dubitare di essere, proprio perciò, un soggetto pensante. Se Pascal e Hume hanno diversamente sottoposto l’idea di certezza assoluta a una critica corrosiva, è stato Kant ad assumere a oggetto di dubbio la ragione stessa, individuandone possibilità e limiti. Tutta la discussione novecentesca sulla relazione indissolubile tra dubbio e certezza — sostenuta da Wittgenstein, ma anche, diversamente, da Popper, Kuhn, Lakatos — ha insistito sulla necessaria falsificabilità dei paradigmi scientifici.
D’altra parte se Kierkegaard scrive in Aut Aut che il dubbio appartiene al movimento interno del pensiero, nel suo Zibaldone Leopardi afferma che «piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio». Su questa linea di ragionamento, che desume la necessità di dubitare dal carattere finito e incompiuto del nostro sapere, Vladimir Jankélévitch, in Da qualche parte nell’incompiuto ( Einaudi, a cura di Enrica Lisciani Petrini), sostiene che, contro le false certezze, va tenuto fermo «il dubbio rispetto alle verità e a se stessi». E tuttavia fin qui non siamo ancora pervenuti al cuore del problema. Perché qualcosa che appartiene alla storia dell’intera tradizione filosofica torna oggi a interpellarci con particolare urgenza? Cosa rende la richiesta all’arte del dubbio così pressante?
Già alla fine degli anni Settanta un volume collettivo curato da Aldo Gargani, con il titolo Crisi della ragione ( Einaudi), monopolizzò il dibattito filosofico in concomitanza con il successo internazionale del libro sul postmoderno di Jean-François Lyotard (Feltrinelli). Ciò che in quegli anni pareva incrinarsi era un intero regime di senso che per un lungo periodo aveva costituito al contempo la struttura indubitabile del reale e un modello normativo di comportamento. A venire meno era il primato del passato sul presente — l’idea che tutto ciò che avveniva fosse predeterminato da quanto lo precedeva secondo un nesso diretto tra cause ed effetti. Quando invece ai codici razionali si accompagnano sempre elementi imprevedibili di tipo intuitivo, emotivo o pragmatico, spesso portati a configgere con essi.
Ma una scossa ancora più destabilizzante si è verificata negli ultimi anni, quando, con il nuovo disordine globale, tutti i riferimenti che fino a qualche tempo fa hanno guidato i nostri comportamenti sembrano essere venuti meno. Da qui nasce la spinta a una ricerca ininterrotta, capace di sfidare dogmi e luoghi comuni. Il termine stesso di zetetica rimanda al verbo greco che significa “cercare”. Alla sua base vi è un bisogno urgente di spirito critico, una diffidenza crescente rispetto alla continua manipolazione che media spregiudicati o asserviti, sondaggi con esiti preconfezionati, dispositivi di propaganda ci rovesciano quotidianamente addosso.
Gli attentati di Parigi, rivolti espressamente contro la libertà di pensiero e di scrittura, hanno rinforzato ulteriormente questa esigenza, come dimostra la pronta scalata delle opere di Voltaire nella zona alta delle classifiche di vendita. Già preparata dal successo di instancabili partigiani del dubbio come Montaigne e Diderot, il ritorno, non solo da parte dei francesi, a Voltaire rilancia la tradizione dei lumi contro l’accecamento prodotto dal fanatismo. Tale impulso zetetico, d’altra parte, si innesta in un orizzonte filosofico già orientato in direzione laica e libertaria. Esso rimanda a filoni culturali diversi, che hanno trovato un primo punto di aggregazione nel “New Atheism” americano — teorizzato da filosofi e saggisti come Richard Dawkins, Daniel Dennet, Sam Harris e Christopher Hitchens. Ciò che li collega in uno stesso punto di vista non è la polemica contro particolari religioni, ma contro qualsiasi tipo di presupposto dogmatico che vincoli la ricerca scientifica e anche i comportamenti pratici. Si tratta di una interpretazione radicale del darwinismo, che sottrae il fenomeno della vita al rimando a qualcosa che ne trascenda lo sviluppo specifico.
A questa corrente — che dall’America si è diffusa in Germania, in Francia, in Italia — si affiancano altri filoni libertari ispirati in vario modo alla tradizione illuministica. Il neo-materialismo individualista di Michel Onfray, autore di un discusso Trattato di ateologia (tradotto in Italia da Fazi), è stato oggetto di un ampio dibattito e anche di forti critiche. Portando agli esiti estremi la dottrina della tolleranza che ha i suoi padri in Locke e nello stesso Voltaire, la sua prospettiva è caratterizzata da una critica preventiva di qualsiasi nozione che non sia passata al vaglio dell’analisi razionale. L’altra scuola di pensiero che, forse con maggiore consapevolezza teoretica, rompe con ogni forma di trascendenza è quella che guarda da un lato al pensiero di Spinoza e dall’altro alla genealogia di Nietzsche. Ciò spiega la forte ripresa di interesse per un autore come Gilles Deleuze, del quale DeriveApprodi ha appena edito il film-intervista, a cura di Claire Parnet, dal titolo Abecedario. Forse prevedendo la svolta in atto, Michel Foucault aveva una volta pronosticato «che un giorno il secolo sarà deleuziano». Prudentemente non aveva specificato di quale secolo parlava.

“La scienza non posa su un solido strato di roccia. l’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude, ma non in una base naturale o “data”; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura.”
Karl Popper, La logica della scoperta scientifica, 1934

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Matematica come narrazione
La buona dimostrazione di un teorema ha molto in comune con la migliore letteratura.
E chi assiste a essa proverà la stessa sensazione dell’autore

È come la soluzione armonica di un brano musicale. O la rivelazione del colpevole in un giallo

di Marcus Du Sautoy, “La Repubblica”, 1 febbraio 2015

Dopo il grande Fermat, la sfida per generazioni di studiosi è stata quella di trovare un sentiero che portasse da un territorio conosciuto a una terra nuova e misteriosa. Come la storia delle avventure di Frodo nel “Signore degli anelli”. Affermare la fondatezza di una tesi è una descrizione del viaggio dalla Contea a Mordor
I MATEMATICI sono cantastorie. I nostri personaggi sono i numeri e le geometrie. Le nostre storie sono le dimostrazioni che creiamo intorno a questi personaggi. Molte persone pensano che fare matematica consista nel documentare tutte le affermazioni esatte su numeri e geometria: l’irrazionalità della radice quadra di due, la formula per trovare il volume della sfera, un elenco dei gruppi semplici finiti. Secondo uno dei miei eroi matematici, Henri Poincaré, fare matematica è qualcosa di ben diverso: «Creare consiste precisamente nel non realizzare combinazioni inutili. La creazione è discernimento, scelta. […] Le combinazioni sterili non si affacciano nemmeno nella mente del creatore».
La matematica, proprio come la letteratura, consiste nel fare scelte. E allora, quali sono i criteri di uno degli articoli di matematica inclusi nelle riviste di settore che affollano la nostra biblioteca matematica? Perché l’ultimo teorema di Fermat è considerato come una delle grandi opere matematiche del secolo scorso, mentre un altro calcolo numerico altrettanto complicato è considerato banale e privo di interesse? Dopo tutto, che cosa c’è di così interessante nel sapere che un’equazione come xn+ yn= zn non ha nessuna soluzione intera quando n> 2 ?
Secondo me, è la natura della dimostrazione del teorema di Fermat che innalza questa affermazione esatta sui numeri al rango di qualcosa che merita un posto nel pantheon della matematica. E le caratteristiche di una buona dimostrazione matematica hanno molto in comune con la migliore narrativa.
La mia congettura, se dovessi trasformarla in un’equazione matematica, è che: dimostrazione = narrazione. Una dimostrazione è come il libro di viaggio del matematico. Fermat ha scrutato fuori dalla sua finestra matematica e ha visto in lontananza questa vetta matematica, l’affermazione che le sue equazioni non hanno soluzioni intere. La sfida per le generazioni di matematici successivi è stata trovare un sentiero che portasse dal territorio conosciuto, già esplorato dai matematici, a questa terra nuova e misteriosa. Come la storia delle avventure di Frodo nel Signore degli anelli, una dimostrazione è una descrizione del viaggio dalla Contea a Mordor.
All’interno dei confini della Contea, della terra conosciuta, ci sono gli assiomi della matematica, le verità conclamate sui numeri, insieme a quei teoremi che sono già stati dimostrati. È questo il contesto da cui dare inizio alla ricerca. Il viaggio che parte da questo territorio noto è vincolato dalle regole della deduzione matematica, come le mosse consentite per un pezzo degli scacchi, che stabiliscono i passi che si è autorizzati a fare attraverso questo mondo. Certe volte si finisce in quella che sembra un’impasse e bisogna fare quel tipico passo laterale, spostandosi di fianco o magari anche all’indietro per trovare un modo per girarci intorno. A volte bisogna aspettare che vengano creati nuovi personaggi matematici, come i numeri immaginari o il calcolo, per poter continuare il viaggio.
La dimostrazione è la storia del tragitto e la mappa che segna le coordinate del viaggio: il giornale di bordo del matematico.
Una dimostrazione riuscita è come una serie di cartelli stradali che consentono a tutti i matematici successivi di fare lo stesso viaggio. I lettori della dimostrazione proveranno la stessa, eccitante sensazione dell’autore nello scoprire che quel sentiero consente di arrivare a quella vetta lontana. Nella maggior parte dei casi una dimostrazione non cercherà di mettere tutti i puntini sulle I e tutte le stanghette sulle T, proprio come una storia non presenta ogni dettaglio della vita di un personaggio. È una descrizione del viaggio, e non necessariamente la ricostruzione di ogni singolo passo. Le argomentazioni che i matematici forniscono come elementi di prova sono pensate per accendere la fantasia del lettore. Il matematico Godfrey Harold Hardy le descrisse così: «Sciocchezze, ghirigori retorici pensati per influenzare la psicologia, immagini sulla lavagna durante la lezione, congegni per stimolare l’immaginazione degli allievi».
La gioia di leggere e creare matematica viene da quell’entusiasmante momento di rivelazione che proviamo quando tutti i tasselli sembrano andare al loro posto risolvendo il mistero matematico. È come il momento della soluzione armonica in un pezzo musicale o la rivelazione del colpevole in un romanzo giallo.
L’elemento sorpresa è una qualità chiave di una dimostrazione matematica accattivante. Sentite cosa dice il matematico Michael Atiyah a proposito delle caratteristiche della matematica che piace a lui: «Mi piace rimanere sorpreso. L’argomentazione che segue un percorso codificato, con pochi elementi nuovi, è noiosa e insulsa. Mi piace l’elemento inaspettato, un punto di vista nuovo, un collegamento con altre aree, una pestata di piede».
Quando creo una nuova opera matematica le scelte che faccio sono motivate dal desiderio di portare per mano i miei lettori in un viaggio matematico interessante, pieno di curve, svolte e sorprese. Voglio stimolare il pubblico con la sfida di capire perché due personaggi matematici apparentemente scollegati abbiano qualcosa a che fare l’uno con l’altro. E poi, man mano che la dimostrazione prende corpo, ci si rende gradualmente conto, o si capisce all’improvviso, che queste due idee in realtà sono lo stesso identico personaggio.
Questa capacità di trovare collegamenti inaspettati è una delle ragioni per cui amo parlare di uno dei miei contributi al canone matematico. Alcuni anni fa scoprii un nuovo oggetto simmetrico, nei cui contorni si celavano le complessità di soluzioni delle curve ellittiche, uno dei grandi problemi irrisolti della matematica. La dimostrazione che ricamo durante un seminario o nell’articolo che ho scritto per una rivista di settore dimostra come fare per collegare queste due aree apparentemente diversissime del mondo matematico. Scoprire nuovi oggetti simmetrici non è difficile. Il mio computer potrebbe sfornare a getto continuo nuovi esempi di oggetti simmetrici mai presi in considerazione prima. L’arte del matematico sta nel selezionare quelli che raccontano una storia sorprendente. Come diceva Poincaré, è questo il ruolo del matematico: fare scelte.

Questo articolo è un estratto del discorso di Marcus du Sautoy per il lancio del programma Humanities and Science, diretto dal Centro di ricerca in scienze umanistiche dell’Università di Oxford il 2-0 gennaio. www.torch.ox.ac.uk
Traduzione di Fabio Galimberti

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2015: anno internazionale della luce

Il 2015 è l’anno della luce. Lo ha decretato l’Onu

Arthur Duff, Luce. Solo il buio la definisce davvero: senza contrasto non può esistere,”Corriere della Sera – La Lettura”, 4 gennaio 2015

Sembra paradossale, immerso come sono nella luce del sole e ipnotizzato dalla luce bianca dello schermo del computer, la semplicità con cui riesco a visualizzare il buio. Non è per nulla un buio intimidatorio o carico di significati simbolici. È più un’immagine di buio da definire, contenuto compresso, traballante, appannato. Da qui, inizio a riflettere su come la luce possa abitare questa immagine mentale e come possa ottenere una definizione. Ha bisogno di un confine, una soglia, un oggetto. La luce cerca una forma su cui riflettere o dalla quale essere assorbita. In questo caso, è interamente luce potenziale e intrinseca, limitata dai confini fisiologici del mio cervello; la mia immaginazione. Più di cinquant’anni fa l’artista tedesco Otto Piene, scomparso nel 2014, scriveva: «È strano che l’oscurità abbia una parte così preponderante nella sfera dell’arte contemporanea, specialmente se consideriamo che l’uomo trascorre la più importante parte della sua vita, quella in cui è sveglio, alla luce». ( n. 2 «Azimuth», 1960).
Piene, in quel momento, era immerso in un dialogo fra una nuova relazione con l’oggetto e il processo che porta alla sua creazione, in contrasto con convenzioni datate sulla concezione della pittura, della scultura e soprattutto dello spazio dell’arte. Per lui il buio era il vecchio, da «perforare con la luce, rendere trasparente per togliere il terrore da esso». Usava il buio come mezzo per far apparire più luminosa la luce; il nero del buio era l’espressione dell’invisibile, degli eventi tragici e della perdita di direzione.
Ammetto che come artista sono onestamente invidioso dell’ottimismo visionario di Otto Piene all’inizio degli anni Sessanta, dove la luce poteva prendere uno slancio metaforico limpido e romantico. Luce/buio, direzione/spaesamento, visibile/invisibile, eccetera. Credo che la perdita del visibile non sia necessariamente una perdita di significato. Il buio è sia un punto di partenza che un punto di arrivo. Sempre presente, ci avvolge e ci contiene. Il mio cervello non vedrà mai la luce (lo spero almeno), la percepirà solo indirettamente; come elaborazione d’informazioni, il momento di percezione è causato da un fotone, che innescherà una serie di processi, il mio sistema visivo li convertirà ed elaborerà in attività cerebrale, da comprendere ed elaborare ancora. La soglia tra l’oggetto fisico «esterno» e la sua percezione «interna» diventa una questione critica, da scoprire su vari livelli e in vari momenti. Si manifesta nel mio lavoro nella relazione tra la fonte di proiezione (uso una tecnologia di proiezione laser che emette un fascio luminoso scaturito da un solo punto) e gli spazi ampi che occupa la luce proiettata, oppure nella relazione tra la natura fisica in cui si manifesta il fenomeno luminoso e lo spazio cognitivo in cui viene elaborato.
Il mio lavoro tende a operare sulla dinamica del quadro di riferimento, più che su una cosa in sé. Mi permette di lavorare su un rapporto di scala infinitamente vario e diventa quasi irrilevante su quale livello io scelga di intervenire: in fondo, l’ambito della nostra esistenza, su una scala galattica (per non dire universale), è tremendamente esiguo. È la luce come materia a ovviare a un problema di scala. Viaggia all’infinito e non ha tempo. Un materiale perfetto per fare scultura.
Come esseri umani si potrebbe dire che ci siamo evoluti per conservarne l’impressione, per ricordarne l’immagine. Quindi è la scelta dello spazio sul quale intervenire, come produttori di cose e di immagini, che rimane per noi il vero campo di azione dell’arte. Uno spazio, infatti, non rimane mai determinabile come esterno all’apparato percettivo: il buio, nel mio caso, non lo permette. Una fascia luminosa precisa, proiettata in assenza di luce su un oggetto, crea un contrasto che amplifica il nero percepito che circonda la presenza luminosa. Il buio diventa quindi più presente. E il nero più nero.
Il nero inizia dunque ad assumere delle caratteristiche di cosa , esattamente come può iniziare a essere definito come spazio reale . Reale perché inizia a descrivere uno spazio fisico esterno che coabita lo spazio cognitivo. E questo non avviene attraverso un processo illusorio: parliamo comunque di momenti in cui il buio e la luce si manifestano in termini concreti. Sebbene la luce possa essere descritta come un’onda, infatti, ha anche le proprietà tipiche di una particella.
Considero il mio lavoro più inerente al buio che alla luce e uso la luce con l’intento di avere un effetto sul buio dal quale è circondata: anche su quel buio intrinseco, interno, fisiologico, lontano. È uno spazio, questo, dove si transita tra il fenomenico e il concreto, l’illusorio e il reale, tra la parte e il tutto. Qui cerco quel buio fluido, in costante conversione tra nero esterno e nero percepito. L’uso della luce permette di accrescere il nero del buio e ne aumenta la presenza, facendolo diventare quasi corpo. Di questa sostanza voglio scoprire le scansioni interne, tentando di non inciampare in un misticismo retorico e facendo di tutto per limitarmi alla superficie, lavorando per creare uno spazio della scultura dove, all’emergere solido della luce, la totalità del buio prenda forma.
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Massimo Inguscio, Aver stabilito la sua velocità ha mutato l’idea di misura. Onda e corpuscolo: una natura duale termometro delle stelle

Per la scienza la luce è conoscenza: viviamo in un mondo di luce, «vediamo» ciò che ci circonda e grazie alla luce proveniente da galassie lontane conosciamo l’universo. La stessa «comprensione» della natura della luce è andata di pari passo con lo sviluppo della scienza. Cominciamo con la sua velocità: intuita come finita da Galileo nei Discorsi del 1632, misurata con tecniche sempre più raffinate nel corso dei secoli, è la massima possibile secondo la relatività ristretta di Einstein, tra l’altro un limite invalicabile alla velocità di trasmissione dell’informazione. Quasi quarant’anni fa la determinazione «esatta» della velocità della luce ha reso obsoleto il metro come «campione indipendente» di lunghezza riportandolo alla misura del tempo, circa tre miliardesimi di secondo, impiegato dalla luce per percorrerlo.
La velocità finita ci ha permesso di misurare la distanza Terra-Luna con precisione quasi millimetrica e ci fa «vedere» in ritardo costituenti lontani nell’universo. Questo permette una sorta di viaggio a ritroso nel tempo che ci aiuta a comprendere se i nostri atomi e molecole sono esattamente gli stessi da miliardi di anni.
Ma cosa è la luce? Newton la descriveva fatta di corpuscoli di colori diversi, ma ci sono fenomeni come i colori cangianti delle bolle di sapone che si spiegano solo con una teoria ondulatoria. Si tratta di oscillazioni di campi elettrici e magnetici che si ottengono a partire dalle equazioni di Maxwell, elegantissime come tutte quelle che descrivono le leggi fondamentali della Fisica.
Onda o corpuscolo?
Si usa sentir parlare di dualismo, in effetti si tratta di due aspetti diversi che si manifestano a seconda dei fenomeni che si osservano: la realtà fisica è quella che ci risulta dagli esperimenti. La soluzione è nel fotone, il «pacchetto d’onda» introdotto con lo sviluppo della meccanica quantistica. Un fascio di luce più o meno intenso è costituito da tante o poche «ondine» elettromagnetiche oscillanti (i vostri occhi ne stanno intercettando milioni di miliardi ogni secondo) e il colore dipende da quanto rapide sono appunto le oscillazioni. In un fotone «blu» la frequenza è più alta che in un fotone «rosso», un po’ come succede per un suono acuto rispetto a uno basso.
Attenzione però, la luce si propaga anche nel vuoto e attraversando spazi siderali la luce è uno speciale termometro per le stelle: il «bianco» è dato da una distribuzione continua che dipende solo dalla temperatura. È la stessa legge universale ricavata da misure precise in laboratorio la cui interpretazione portò Planck a formulare la teoria dei quanti. La luce è visibile ai nostri occhi se le oscillazioni elettromagnetiche avvengono con una frequenza un po’ meno di un milione di miliardi al secondo, ma abbiamo sviluppato rivelatori per onde «invisibili» come quella «fossile» che oscilla un milione di volte più lentamente e investendoci da ogni parte dell’universo ci parla di un residuo, a più di 270 gradi sotto zero, risalente al mondo poco dopo il Big Bang.
Dall’universo all’infinitamente piccolo… La luce ci ha insegnato come sono fatti gli atomi portando alla scoperta di teorie sempre più raffinate, a partire dalla meccanica quantistica. La necessità di spiegare come certa emissione di luce da semplici atomi di idrogeno fosse composta da due «colori» vicinissimi portò Dirac a combinare relatività e meccanica quantistica e a prevedere l’esistenza dell’antimateria. Oggi siamo in grado di vedere i fotoni emessi dagli atomi uno a uno e di usarli come messaggeri di informazione quantistica a prova di hacker. Il conteggio dei fotoni permette di misurare molto precisamente l’intensità luminosa dei led con i quali possiamo sintetizzare nuova luce bianca con un’efficienza energetica decine di volte maggiore della lampadina a incandescenza: una rivoluzione tecnologica a servizio dell’umanità — un quarto del consumo mondiale di elettricità va in illuminazione — premiata con il Nobel per la Fisica 2014.
Alla curiosità di capire come la luce interagisce con gli atomi è legata la scoperta del laser, l’invenzione un po’ a sorpresa che più di ogni altra ha creato innovazione tecnologica nel secolo scorso. Il laser è una forma di luce purissima, con una frequenza e un colore perfettamente definiti. Oggi la possibilità di contare il milione di miliardi di volte che la luce gialla di un fascio laser oscilla in un secondo consente di utilizzare gli atomi per realizzare orologi di una precisione mai raggiunta, orologi che su tutta l’età dell’universo sbaglierebbero di un solo secondo.
Qui la luce è protagonista assoluta: controlla il moto degli atomi fin quasi a fermarli, li intrappola, li interroga. Questi orologi, fatti con atomi e luce, sono molto sensibili alla gravità che imbriglia lo scorrere del tempo, come previsto dalla relatività, questa volta quella generale, di Einstein: un orologio in montagna va «avanti» rispetto a uno in pianura.
È sempre la luce, infrarossa questa volta, che viaggia in fibra ottica dall’Istituto nazionale di ricerca metrologica di Torino al Frejus per confrontare due orologi ottici: la sfida è quella di misurare col «tempo» le impercettibili variazioni di gravità dovute alle deformazioni e ai movimenti della crosta terrestre. Di più, una rete di luce ultraprecisa in fibra viene ora tessuta tra gli orologi atomici degli istituti di metrologia europei. Sarà un osservatorio sensibilissimo, esteso nello spazio e con precisione tale nella misura del tempo che potrebbe aiutarci persino a svelare l’enigma della materia oscura, riservandoci chissà quali sorprese.

Piero Stefani, Dalla Genesi alla tradizione francescana. È la prima creatura anzi s’identifica con Dio al pari dell’amore

San Francesco compose il Cantico di frate Sole quando aveva gli occhi cauterizzati e fasciati. Fu dunque nel buio più impenetrabile che il santo pronunciò le parole volte a lodare il Signore per il Sole, l’astro grazie al quale Egli ci illumina. Francesco lo loda per quanto benefica altri. Basterebbe ciò a indicare l’altezza di un’anima. Il Cantico si riferisce a fonti di luci visibili, senza fare alcun cenno a realtà invisibili. In un tempo in cui la corrente ereticale dei catari scorgeva nella materia il sigillo del demiurgo cattivo, Francesco celebra la bontà del Dio invisibile partendo dal mondo materiale.
Nel Cantico la spiritualità della luce è tutta legata al mondo osservato con gli occhi. In quel testo le realtà materiali non sono colte come il primo gradino di una scala che ci porta alla sfera dei beni spirituali. La lode celebra piuttosto la volontà dell’Altissimo di preoccuparsi delle sue creature. Il Sole è simbolo del Signore perché è attraverso di esso che Dio si prende cura di noi: «Et allumini noi per lui». Gesù l’aveva detto nel «Discorso della montagna»: il Padre fa sorgere il suo Sole sui cattivi e sui buoni ( Matteo 5,45). La luce solare illumina e riscalda tutti senza eccezione.
Nelle sue prime righe il libro della Genesi parla di tenebre estese sull’abisso. L’oscurità è però sconfitta dalla prima parola uscita dalla bocca di Dio. Essa ci è tuttora familiare nella sua formulazione latina: «Fiat lux» ( Genesi 1, 3). La parola invisibile crea la luce. La precedenza della parola ci comunica che la luce è creatura di Dio. Nessun linguaggio verbale umano riesce a trasmettere appieno quest’ idea. La musica, forse, è in grado di fare un po’ di più: l’accordo in maggiore che squarcia il «preludio del caos» nella Creazione di Franz Joseph Haydn è luminoso. Tuttavia neppure da quel suono sorge la luce.
Si tratta di pura luce, priva di fonti luminose. Il Sole, la Luna e le stelle, definite semplicemente lumi ( me’orot ), saranno create solo il quarto giorno ( Genesi 1, 14-19): la luce, da primaria, diviene secondaria. Tra i biblisti, nell’epoca della secolarizzazione, si amava dire che il Sole, da divinità (si pensi all’Egitto), è stato trasformato in lampada. Non si tratta soltanto di desacralizzare. Il Sole è presentato come creatura di Dio perché dona luce e calore agli altri. Al quarto giorno siamo così arrivati al punto in cui il Cantico di Francesco inizia: «Et allumini noi per lui».
«Yehi ’or», «fiat lux»; era inevitabile che questa luce primordiale che precede ogni sorgente luminosa suscitasse tra gli ebrei e i cristiani una serie quasi infinita di speculazioni mistiche. Ritenere la luce la prima fra le creature comporta che tutte le altre dipendano da essa. Nella prima metà del XIII secolo il francescano Roberto Grossatesta non si limitò alla lode scritta dal fondatore del suo ordine. Per il filosofo inglese la luce è la forma prima di ogni materia creata. La speculazione metafisica, quando affronta il tema della luce, fa risuonare in lui anche corde poetiche: «La prima parola del Signore creò la natura della luce e disperse le tenebre, e dissolse la tristezza e rese immediatamente ogni specie lieta e gioiosa. La luce è bella di per sé». Per Grossatesta la luce causa nelle creature un senso di felicità.
Si può fare un passo ulteriore. Nella «civiltà del commento» la domanda del perché Dio abbia iniziato la sua opera creativa con la luce trova una risposta: «Perciò Dio, che è luce, giustamente ha cominciato l’opera dei sei giorni dalla luce stessa, di cui tanto grande è la dignità» (Grossatesta). Dalla creatura si passa così al Creatore. Dio è luce incorporea. Il termine, associato più di ogni altro al vedere, viene ora riconsegnato al mondo invisibile. Ci si inabissa addirittura, con Dante Alighieri, oltre al «ciel ch’è pura luce /luce intellettual piena d’amore» ( Paradiso XXX, 39-40). Si giunge infatti nel seno stesso di Dio uno e trino.
Nella prima lettera di Giovanni si legge che «Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna» (1,5). Questa pura luce senza contrasti attesta la radicale diversità divina rispetto alle realtà create, nell’ambito delle quali la luce deve risplendere sempre tra le tenebre ( Giovanni 1,5). Quando nel Credo si parla del Figlio lo si definisce «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». La luce, come l’amore, per sua intima natura, si espande. Ciò vale anche all’interno della vita di Dio. Un inno vespertino della liturgia cattolica esclama: «O lux, beata Trinitas et principalis Unitas» — O luce, Trinità beata e Originaria Unità. Se alla parola lux sostituissimo il termine amore, il significato non muterebbe. La prima lettera di Giovanni afferma non solo che Dio è luce, ma che Egli è anche amore ( 1 Gv 4,8).
La luce non la si vede, essa fa vedere. È soprattutto per il suo essere rivolta verso l’altro da sé che la luce, nella vita spirituale, è associata all’amore. Ciò vale anche per il Sole che il Padre fa sorgere sui cattivi e sui buoni. È pressoché certo che oggi quella radiosa materialità voluta dal Signore sia spiritualmente più eloquente delle speculazioni dirette all’inaccessibile vita intradivina. Il Sole non sa che ci sta illuminando, tuttavia chi lo guarda con gli occhi spirituali di frate Francesco loda Dio per il suo illuminarci attraverso l’astro che dell’Altissimo «porta significatione».

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