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“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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Il cuore mangiato o il pasto amoroso

Bernardino Mei, Ghismunda con il cuore di Guiscardo, olio su tela, 1650-1659, Pinacoteca Nazionale di Siena

La tradizione romanza

Floriana Calitti, Boccaccio e lo straordinario successo del tema del “cuore mangiato”, in “Altritaliani.net”, 22 gennaio 2014

“La leggenda che narra del cuore dell’amante fatto mangiare dal marito alla moglie colpevole di averlo tradito, moglie che poi si uccide disperata, sembra avere delle origini orientali. In realtà, il motivo del pasto amoroso, ricco di implicazioni magiche e religiose, richiama un rito cannibalico ma anche eucaristico, ed è noto in diverse culture.
Ha, ad esempio, una presenza nelle Metamorfosi di Ovidio dove Tereo sposa Procne ma si innamora della sorella Filomela e allora la sposa tradita gli farà mangiare il loro figlio Iti per vendicarsi, oppure nel culmine del teatro tragico di Seneca quando nel Tieste il protagonista sarà costretto dal fratello Atreo a cibarsi alla lauta mensa imbandita, a sua insaputa, della carne dei suoi tre figli;
e poi ancora, nelle fonti celtiche, ormai da tempo accertate, e nella sua prima attestazione letteraria, già nel Tristan di Thomas [1170 c.a], dove Isotta canta un Lai Guirun (Lamento di Guiron) che ha lo stesso tragico argomento:

«En sa chambre se set un jor / e fait un lai pitus d’amur, / coment dan Guirun fu surpris, / pur l’amur de la dame ocis / qu’il sur tute rien ama, / e coment li cuns puis dona / le cuer Guirun a sa moiller / per engin un joir a mangier, e la dolur que la dame out, / quant la mort de sun ami sout. / La reine chante dulcement, / la voiz acorde a l’estrument; / les mainz sunt beles, li lais buens, / dulce la voiz, bas li tons»

Era un giorno sola, nella
stanza, Isotta e sottovoce
ripeteva un canto triste:
come fu sorpreso un giorno
per amore di una donna
Guiron che fu messo a morte.
E l’amava più di ogni altra
cosa al mondo: ed il suo cuore
gli fu tolto e venne offerto
come cibo alla sua amata
dal marito, un conte, un giorno.
E la donna disperata
della morte dell’amante
venne a conoscenza. Isotta
canta dolcemente,
piano, piano, a bassa voce.

La vicenda di Guirun è evocata nella altrettanto infelice storia di Tristano e Isotta perché rappresentativa dell’amore perfetto: il marito geloso uccide l’amante ma, in realtà, il destino, per un ribaltamento paradossale, fa sì che, proprio con il rituale del “pasto” amoroso, evidentemente anche ad alta “densità” erotica, il cuore dell’amato possa ricongiungersi per sempre all’amata, anche dopo la morte”.

“Cupido scaglia due frecce verso una coppia di cuori”, miniatura tratta dalle ‘Orationes’ (1510), Bibliothèque municipale, Clermont-Ferrand. Credit FOLIA Magazine

J. LE GOFF, Il cuore, corpo del delirio, in  Il corpo nel medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2005

Dal XIII al XV secolo, l’ideologia del cuore dilaga e prolifera, sostenuta da un immaginario che talvolta rasenta il delirio. Alla fine del XII secolo, il teologo Alano di Lilla esalta già «il cuore sole del corpo».
Ciò è illustrato precipuamente dal tema del cuore mangiato, che si insinua nella letteratura francese del Duecento. Dal Lai d’Ignauré [inizi XIII sec.], amante di dodici dame, che i dodici mariti traditi uccidono dopo averlo castrato ed avergli strappato il cuore, poi dato in pasto (assieme al fallo) alle dodici spose infedeli, al Roman du chatelain de Couci et de la dame de Fayel, in cui ancora una volta una donna soggiace a un orrido pasto, costretta a mangiare il cuore del proprio amante, le narrazioni erotiche e cortesi sono testimonianza di tale ossessiva presenza”.

Jakemes [fine XIII secolo, Francia del Nord], Roman du Châtelain de Coucy

Per Dio, sire, questo m’addolora;/ e poi che cosi è,/ vi giuro/ che più non mangerò/ ne metterò altro boccone/ sopra questa gentile vivanda/ Ora la mia vita è troppo dura/ da sopportare, più non voglio vivere./ Morte, liberami dalla vita! (JAKEMES, v. 8104-8112)

Verso la metà del XIII secolo (1240-70), il tema del cuore mangiato compare nella biografia di un trovatore, Guilhelm de Cabestaing.

Vida di Guilliem de Cabestaing

«E un giorno Raimon de Castel Rossillon incontrò Guillem che passava senza grande scorta e lo uccise; e gli trasse il cuore dal petto; e lo fece portare a uno scudiero al castello; e lo fece arrostire e ben condire col pepe, e lo fece servire da mangiare a sua moglie. E quando la donna lo ebbe mangiato, il cuore di Guillem de Cabestaing, Raimon le disse di che cosa si trattava. Ed ella, quando lo seppe, perse la vista e l’udito. E quando rinvenne disse: «Signore, mi avete dato un così buon cibo che non ne mangerò mai altro». E quando egli udì quello che aveva detto, corse alla sua spada e volle colpirla sulla testa; ma ella corse al balcone e si lasciò cadere di sotto, e morì. E la notizia si diffuse per tutto il Rossillon e per tutta la Catalogna che Guillem de Cabestaing e la donna erano morti così malamente e che Raimon de Castel Rossillon aveva dato da mangiare alla donna il cuore di Guillem. Molto grande ne fu la tristezza per tutte le contrade; e la denuncia giunse davanti al re d’Aragona, che era signore di Raimon de Castel Rossillon e di Guillem de Cabestaing. E si recò a Perpignan, nel Rossillon, e fece chiamare davanti a sé Raimon de Castel Rossillon; e quando fu giunto, lo fece prendere e gli tolse tutti i suoi castelli e li fece distruggere; e gli tolse tutto quello che aveva, e lo fece chiudere in prigione. E poi fece prendere Guillem de Cabestaing e la donna, e li fece portare a Perpignan e seppellire in una tomba davanti alla porta della chiesa; e fece incidere sulla tomba il modo in cui erano stati uccisi; e ordinò per tutta la contea del Rossillon che tutti i cavalieri e le dame venissero ogni anno a celebrarne l’anniversario. E Raimon de Castel Rossillon morì nella prigione del re.»

Iniziale miniata: A'(more). Un amante inginocchiato presenta un libro a una dama, identificata nel testo con  Mirabel Zucharia. Sul margine destro un cuore in fiamme è bagnato dalla pioggia. Italia settentrionale Italy (Milano?), c.a metà del XV sec. CREDIT British Library

La vicenda di Guillem de Cabestaing nella versione di Stendhal, Dell’amore, 1822

Tradurrò un aneddoto dai manoscritti provenzali; il fatto che leggeremo ebbe luogo verso l’anno 1180, e la storia fu scritta verso il 1250. L’aneddoto è sicuramente molto conosciuto: tutta la sfumatura dei costumi è sicuramente nello stile. Supplico che mi si permetta di tradurre parola per parola e senza cercare affatto l’eleganza del linguaggio attuale.
«Monsignor Raimondo di Rossiglione fu così come voi sapete un valente barone, ed ebbe come moglie madonna Margherita, la più bella donna che si conoscesse in quel tempo, e la più dotata di ogni bella qualità, di ogni valore. e di ogni cortesia. Successe così che Guglielmo di Cabstaing, che era figlio di un povero cavaliere del castello di Cabstaing, venne alla corte di Monsignor Raimondo di Rossiglione, si presentò a lui e gli chiese se era contento che egli fosse valletto della sua corte. Monsignor Raimondo, che lo vide bello e avvenente, gli disse che era il benvenuto, e che restasse nella sua corte. Così Guglielmo restò con lui e seppe condursi così gentilmente che lo amavano piccoli e grandi; e seppe distinguersi tanto che Monsignor Raimondo volle che fosse donzello di madonna Margherita, sua moglie; e così fu fatto. Si sforzò dunque Guglielmo di valere ancora di più e nelle parole e nei fatti. Ma così come ha costume di succedere in amore, accadde che amore volle prendere madonna Margherita e infiammare il suo pensiero. Tanto le piaceva il modo di fare di Guglielmo, e il suo dire, e il suo sembiante, ch’ella non poté tenersi un giorno dal dirgli: “Allora dimmi, Guglielmo, se una donna facesse mostra di amarti, oseresti tu amarla?” Guglielmo che se ne era accorto le rispose molto francamente: “Sì, lo farei, Signora, se soltanto ciò che essa mostra fosse vero.” “Per San Giovanni!” disse la dama, “hai risposto bene da uomo di valore; ma ora voglio metterti alla prova se in fatto di sembianti tu sarai capace di sapere e conoscere quali sono veritieri e quali no.”
«Quando Guglielmo ebbe inteso queste parole, rispose: “Signora, che sia come a voi piacerà.”
«Cominciò a farsi pensoso, e Amore subito gli fece guerra; e i pensieri che Amore manda ai suoi gli entrarono nel profondo del cuore, e da lì in avanti fu dei serventi d’Amore e cominciò a trovare delle piccole strofe attraenti e gaie, e delle canzoni a ballo, e delle canzoni di canto scherzoso, con le quali era molto gradito, e più a colei per la quale egli cantava. Ora, Amore che accorda ai suoi servi la loro ricompensa quando gli piace, volle dare a Guglielmo il premio del suo; ed eccolo che comincia a prendere la dama con sì forti pensieri e riflessioni d’amore che né giorno né notte essa poteva riposare, pensando al valore e alla prodezza che in Guglielmo si era così copiosamente istillata e messa.
«Successe un giorno che la dama prese a parte Guglielmo e gli disse: “Guglielmo, dimmi dunque, ti sei alfine accorto se ciò di cui fo mostra è vero o menzognero?” Guglielmo risponde: “Madonna, che Dio mi aiuti, dal momento in cui sono stato il vostro cavalier servente, non ha potuto entrarmi nel cuore nessun pensiero se non che voi siete la migliore che mai nacque e la più veritiera e nelle parole e nei sembianti. Questo io credo e crederò tutta la vita.” E la dama rispose:
«”Guglielmo, io vi dico che se Dio mi aiuta voi non sarete mai da me ingannato, e i vostri pensieri non saranno vani né perduti.” E stese le braccia e lo baciò dolcemente nella camera dove tutti e due erano seduti, e cominciarono il loro amore; e non passò molto tempo che i maldicenti, che Dio li abbia in collera, si misero a parlare e a chiacchierare del loro amore, a proposito delle canzoni che Guglielmo faceva, dicendo che aveva riposto il suo amore in madonna Margherita, e tanto dissero a casaccio che la cosa giunse alle orecchie di Monsignor Raimondo. Allora egli provò grande pena e gravissima tristezza, prima perché doveva perdere il suo compagno scudiero che amava molto, e più ancora per la vergogna della sua moglie.
«Successe un giorno che Guglielmo se ne era andato alla caccia allo sparviero con uno scudiero soltanto; e Monsignor Raimondo fece chiedere dov’era; un valletto gli rispose che era andato allo sparviero e così come sapeva la cosa, aggiunse che era in tale posto. Immediatamente Raimondo prende delle armi nascoste e si fa portare il suo cavallo, e se ne va da solo verso il luogo dove Guglielmo era andato: e tanto cavalcò che lo trovò. Quando Guglielmo lo vide arrivare se ne meravigliò molto, e subito ebbe pensieri sinistri, e gli si fece incontro e gli disse: “Signore, siate il benvenuto. Come mai siete così solo?” Monsignor Raimondo rispose: “Guglielmo vi sto cercando per divertirmi con voi. Non avete preso nulla?” “Non ho preso nulla, Signore, perché non ho trovato nulla; e chi poco trova non può prendere, come dice il proverbio.” “Lasciamo ormai questa conversazione,” disse Monsignor Raimondo, “e, per la fedeltà che mi dovete, ditemi la verità su tutte le cose che vi vorrei domandare.” “Per Dio ! Signore,” disse Guglielmo, “se è cosa da dire ve la dirò.” “Io non voglio qui sottilità alcuna,” disse Monsignor Raimondo, “e voi mi risponderete interamente su tutto ciò che vi domanderò.” “Signore, su quanto vi piacerà interrogarmi,” disse Guglielmo, “su altrettanto vi dirò la verità.” E Monsignor Raimondo domanda: “Guglielmo, se Dio e la santa fede ha per voi valore, avete voi un’amante per cui cantare e per la quale amor vi stringe?” Guglielmo risponde: “Signore, come farei a cantare se non mi urgesse Amore? Sappiate la verità, Monsignore, che Amore mi ha tutto in suo potere.” Raimondo risponde: “Voglio ben crederlo, altrimenti non potreste così ben cantare; ma voglio sapere per piacere chi è la vostra dama.” “Ah! Signore, in nome di Dio,” disse Guglielmo, “vedete ciò che mi chiedete. Voi sapete troppo bene che non si deve nominare la propria dama, e che Bernard de Ventadour dice:

In una cosa la ragion mi serve,
Che mai uom m’ha chiesto la mia gioia,
Ch ‘io non gli abbia mentito volentieri.
Poiché non mi sembra buona cosa,
Bensì follia e atto di bambino
Che chiunque sia ben trattato in amore
Ne voglia aprire il cuore altro uomo,
A men ch ‘ei possa servirlo ed aiutarlo.

«Monsignor Raimondo risponde: “Io vi do la mia fede che vi servirò secondo il mio potere.” Raimondo ne disse tante che Guglielmo gli rispose:
«”Signore, bisogna che voi sappiate che amo la sorella di madonna Margherita, vostra moglie, e penso averne in cambio dell’amore. Ora che lo sapete, vi prego di venire in mio aiuto o almeno di non procurarmi danno.” “Prendete la mia mano e la fede,” fece Raimondo, “giacché vi giuro e vi do il mio impegno che impiegherò per voi tutto il mio potere.” E allora gli assicurò fedeltà e quando gliela ebbe assicurata, Raimondo gli disse: “Voglio che andiamo al suo castello, giacché è qui vicino.” “E io ve ne prego,” fece Guglielmo, “in nome di Dio.” E così presero la strada verso il castello di Liet. E, quando furono al castello furono ben accolti da En Roberto di Tarascona, che era il marito di madonna Agnese, sorella di madonna Margherita, e dalla stessa Agnese. E Monsignor Raimondo prese madonna Agnese per la mano, la portò nella camera, e si sedettero sul letto. E Monsignor Raimondo disse: “Ora ditemi, cognata, per la fedeltà che mi dovete, amate voi d’amore?” ed ella disse: “Sì, Signore.” “E chi?” fece egli. “Oh! questo non ve lo dico,” rispose lei; “che discorsi mi fate mai?”
«Alla fine tanto la pregò, ch’ella disse che amava Guglielmo di Cabstaing. Ella lo disse perché vedeva Guglielmo triste e pensoso, e sapeva bene come egli amasse sua sorella; e così temeva che Raimondo avesse cattivi pensieri su Guglielmo. Una tale risposta causò una grande gioia a Raimondo. Agnese raccontò tutto a suo marito, e il marito le rispose ch’essa aveva fatto bene, e le dette parola che aveva la libertà di fare o di dire tutto ciò che poteva salvare Guglielmo. Agnese non venne meno a questo impegno. Chiamò Guglielmo da solo nella sua camera, e vi restò con lui così a lungo che Raimondo pensò che egli doveva aver avuto da lei piacere d’amore ; e tutto ciò gli piaceva, e cominciò a pensare che quello che gli avevano detto di lui non era vero e che parlavano a vanvera. Agnese e Guglielmo uscirono dalla camera, la cena fu preparata e si cenò con grande allegria. Dopo cena Agnese fece preparare il letto dei due vicino alla porta della sua camera e finsero così bene, la dama e Guglielmo, che Raimondo credette che dormisse con lei.
«L’indomani pranzarono al castello con grande allegria, e dopo cena partirono con tutti gli onori di un nobile congedo e tornarono a Rossiglione. E non appena Raimondo lo poté, si separò da Guglielmo e se ne venne presso sua moglie, e le raccontò quello che aveva visto di Guglielmo e di sua sorella, della qual cosa ebbe gran tristezza sua moglie per tutta la notte. L’indomani ella fece chiamare Guglielmo, e lo ricevette male, e lo chiamò falso amico e traditore. Guglielmo le chiese grazia, come uomo che non aveva colpa alcuna dl ciò di cui lei lo accusava, e le raccontò parola per parola tutto ciò che era successo. E la donna mandò a chiamare la sorella, e seppe da lei che Guglielmo non aveva torto. E per questo ella gli disse e comandò che componesse una canzone con la quale mostrasse che non amava alcuna donna tranne lei, e allora fece la canzone che dice:

Il dolce pensiero
Ch ‘amor spesso m’ispira.

«E quando Raimondo di Rossiglione udì la canzone che Guglielmo aveva fatto per sua moglie, lo fece venire abbastanza lontano dal castello per parlargli e gli tagliò la testa, che mise in un carniere, gli trasse il cuore dal corpo e lo mise con la testa. Se ne andò al castello, fece arrostire il cuore e portarlo a tavola a sua moglie, e glielo fece mangiare senza che lei lo sapesse. Quando essa lo ebbe mangiato, Raimondo si alzò e disse a sua moglie che ciò che essa aveva appena mangiato era il cuore del Signor Guglielmo di Cabstaing, e le mostrò la testa e le chiese se il cuore era stato buono da mangiare. Ed ella intese ciò che egli diceva e vide e riconobbe la testa del Signor Guglielmo. Essa rispose e disse che il cuore era stato così buono e saporito, che mai altro mangiare o altro bere non gli toglierebbe dalla bocca il gusto che il cuore del Signor Guglielmo vi aveva lasciato. E Raimondo le corse sopra con una spada. Ella cominciò a fuggire, si gettò giù da un balcone e si ruppe la testa.
«Questo fu saputo in tutta la Catalogna e in tutte le terre del re d’Aragona. Il re Alfonso e tutti i baroni di quelle contrade provarono grande dolore e grande tristezza per la morte del Signor Guglielmo e per la donna che Raimondo aveva così laidamente messo a morte. Gli fecero la guerra a ferro e a fuoco. Il re Alfonso d’Aragona, dopo aver espugnato il castello di Raimondo, fece porre Guglielmo e la sua dama in un monumento davanti alla porta della chiesa di un borgo chiamato Perpignac. Tutti i perfetti amanti, tutte le perfette amanti pregarono Dio per le loro anime. Il re d’Aragona prese Raimondo, lo fece morire in prigione e dette i suoi beni ai parenti di Guglielmo e ai parenti della donna che morì per lui.»

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Dettaglio della miniatura tratta dal manoscritto “L’ Epistola di Othéa”: in cui uomini e donne porgono i propri cuori a Venere, dea dell’amore”, Harley MS 4431, c. 100r, XV secolo, British Library, Londra. CREDIT FOLIA Magazine

“La vicenda del cuore del poeta (cioè della sua parte più intima, tradizionale sede della passione amorosa, ma anche della poesia, che da esso “spira”) offerto in pasto alla donna amata non fa altro che condurre all’estremo questi concetti, ratificandoli in una dimensione quasi sacralizzata e agiografica (l’eucarestia del cuore) e proponendosi dunque quasi come una sorta di exemplum paradigmatico e simbolico non solo dell’ideale di amore cortese, ma al tempo stesso anche dell’attività lirica che in quell’ideologia si riconosceva”. L. TERRUSI, Ancora sul “cuore mangiato”: riflessioni su Decameron IV 9, con una postilla doniana. La parola del testo, Pisa, Fabrizio Serra, nº1, anno II, p. 49-62, 1998

L’offerta del cuore da parte dell’amante, Musee de Cluny, Paris, XV sec.

Una variante tematica: mangiare il cuore per avere coraggio

Master of the Vitae Imperatorum, Illumination from Suetonius, Life of Caesar, 1433, Princeton University Library MS Kane 44.

Sordello da Goito (1200 c.a – 1269), Planh in morte di Blacatz

Il trovatore invita i signori e i sovrani del suo tempo a cibarsi del cuore del defunto Blacatz per acquisirne il coraggio e il valore.

Piangere voglio il nobile Blacatz in questa semplice melodia,
con cuore triste e afflitto, e ne ho ben ragione,
perché in lui ho perduto signore e buon amico
e perché tutti i migliori costumi
con la sua morte sono perduti;
tanto mortale è il danno, che io non ho speranza
che vi sia ricompensa, se non in tale guisa:
che gli si tragga il cuore e che lo mangino i baroni
che senza cuore vivono, e così ne avranno in abbondanza. […]

Il cuore mangiato nella letteratura italiana

Dante, Vita Nuova, Cap. III

Evelyn Maude Blanche Paul (1883 – 1963), illustrazione per la Vita Nova, cap. III, 1916

E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: “Ego dominus tuus”.
Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare.
E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: “Vide cor tuum”.
E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente.
Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato.
E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l’ora ne la quale m’era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte.
Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun’alma presa.

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

Vide Cor Meum è una canzone composta da Patrick Cassidy e ispirata alla Vita Nuova di Dante Alighieri, in particolare al sonetto A ciascun’alma presa e gentil core. Prodotta da Patrick Cassidy e Hans Zimmer, è stata eseguita dalla Libera/Lyndhurst Orchestra, diretta da Gavin Greenaway. Le voci sono di Danielle de Niese e Bruno Lazzaretti, che interpretano rispettivamente Beatrice e Dante.
La canzone apparve per la prima volta nel film Hannibal (dir. Ridley Scott, 2001), mentre Hannibal Lecter e l’ispettore Pazzi assistono ad uno spettacolo d’opera lirica all’aperto a Firenze.

È stata usata in seguito nella colonna sonora del film dello stesso regista Ridley Scott Le crociate – Kingdom of Heaven (2005), nel corso della scena dei funerali del re Baldovino IV [FONTE WIKIPEDIA, con tagli e adattamenti].

Il cuore mangiato nella novellistica italiana

Novellino (fine XIII sec.), Novella di messer Ruberto

«Ariminimonte si è in Borgogna; et havvi un sire che si chiama messer Ruberto; et è contado grande. La contessa Antica e sue camariere sì aveano un portiere milenso, et era molto grande della persona, et avea nome Baligante. L’una delle cameriere cominciò a giacere co·llui, poi il manifestò a l’altra, e così andoe infino alla contessa. Sentendo la contessa ch’elli era a gran misura, giacque con lui.
Il sire lo spiò; fecelo amazzare, e del cuore fe’ fare una torta e presentolla alla contessa; et ella e le sue camariere ne mangiarono.
Dopo il mangiare venne il sire a doneiare e domandò: «Chente fu la torta?».
Tutte rispuosero: «Buona».
Allora rispuose il sire: «Ciò non è maraviglia, ché Baligante vi piacea vivo, quando v’è piaciuto alla morte».
La contessa, quand’ella intese il fatto, ella e le donne e le camariere si vergognaro e videro bene ch’elle aveano perduto l’onore del mondo. Arrendérsi monache e fecero un monistero che si chiama il monistero delle nonane d’Ariminimonte.
La casa crebbe assai, e divenne molto ricca; e questo si conta, in novella ch’è vera, che v’è questo costume: che quando elli vi passasse alcuno gentile uomo con molti arnesi, et elle il faceano invitare ad ostello e facea·lli grandissimo onore. La badessa e le suore li veniano incontro in su lo donneare: «quella monaca ch’è più isguardata, quella lo serva et acompagnilo a tavola et a letto». La mattina sì si levava e trovavali l’acqua e la tovaglia; e, quando era lavato, et ella li aparecchiava un ago voto et un filo di seta, e convenia che, s’elli si voleva affibbiare da mano, ch’elli medesimo mettesse lo filo nella cruna dell’ago; e se alle tre volte ch’egli avisasse no ’l vi mettesse, sì li toglieano le donne tutto suo arnese e non li rendeano neente; e se metteva il filo, alle tre, nell’ago, sì li rendeano gli arnesi suoi e donavangli di belli gioelli.»

Giovanni Boccaccio, Decameron, IV, Tancredi e Ghismunda

Tancredi uccide l’amante della figlia e le fa avere il cuore in una coppa d’oro, dalla quale lei beve acqua avvelenata e muore.

LEGGI LA NOVELLA QUI.

Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola e imposegli che, quando gliele desse, dicesse: – Il tuo padre ti manda questo, per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava. –

Giovanni Boccaccio, Decameron, IV, 9: Guardastagno e Rossiglione

Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita.

LEGGI LA NOVELLA QUI.

“… a Dio non piaccia che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada!…”

La tradizione popolare

Nella sua variante specifica di “cuore dell’amante dato in pasto alla moglie adultera dal marito”, il tema del cuore mangiato è diffusissimo nel folklore mondiale (è il motivo Q 478 1 del repertorio Thompson) e godrà di una vasta fortuna medievale e moderna (fino a Stendhal e oltre), dal Lai Guirun citato nel Tristan di Thomas alla vida di Guilhem de Cabestanh, dal lai Ignaure al Das Herze di Konrad von Würzburg, dal Roman du Castelain de Couci alla storia di Ariminimonte, da Boccaccio (Decameron, IV, 9) a Dante (Vita Nuova, III) dai Sermones parati de tempore et de sanctis alla ballata popolare danese Hertig Frojdenbe.
Di cuori mangiati sono piene le fiabe (nella versione a noi più nota di Biancaneve l’aspetto cannibalesco è misteriosamente scomparso); cito per tutte una fiaba irlandese raccolta nella celebre antologia Celtic Fairy Tales di Joseph Jacobs, dove si dice che la regina Silver-Tree, interrogando una trota magica che viveva in una sorgente su chi fosse la più bella del regno, si sentì rispondere che la più bella era la di lei figlia, vale a dire Gold-Tree: l’unica possibilità per tornare a diventare la più bella, le disse la trota, sarebbe stata di “get the heart of GoldTree, her daughter, to eat”. Francesco Benozzo, Etnofilologia del cuore: una piccola storia, dal Paleolitico a oggi, in Corpo e cuore, a c. di P. Caraffi, Emil, 2012

Fabrizio de André, Ballata dell’amore cieco, 1966

Il motivo del cuore mangiato si ritrova in molte tradizioni popolari. La ballata scozzese Lady Diamond (diffusa nel nord Europa con diverse varianti onomastiche –  Daisy, Dysmal, Dysie…) sembra derivare dalla novella boccacciana di Tancredi e Ghismunda (tradotta in inglese nel 1566): racconta la vicenda di un re che fa uccidere il giovane amante della figlia, un umile sguattero di cucina (a kitchen boy). Il re manda poi a Lady Diamond una coppa d’oro contenente il cuore dell’amato. La giovane, che aspetta un figlio, dopo aver pianto ogni sua lacrima sul cuore dell’amante, muore di dolore.

PER APPROFONDIRE, cfr. Francis James Child (1825-1896), The English and Scottish Popular Ballads, Volume 5, 1882–98

Tannahill Weavers, Lady Dysie, da Passage, 1983

 

Oltre il medioevo

Stendhal, Le Rouge et le Noir, 1830, cap. 21 (gli angosciosi pensieri di Madame de Rênal):

«Ella tornava dal villaggio. Era stata a Vergy ad ascoltare la messa. Secondo una tradizione, che sarebbe stata molto incerta agli occhi di un freddo razionalista, ma alla quale la signora de Rênal prestava fede, l’attuale chiesetta sarebbe stata un tempo la cappella del signore di Vergy. Quel pensiero l’aveva ossessionata per tutto il tempo che aveva contato di passare in preghiera. La signora de Rênal immaginava continuamente suo marito che uccideva Julien, come per caso, durante una partita di caccia, e che poi, alla sera, le faceva mangiare il suo cuore.»

STEPHEN CRANE (1871–1900), In the Desert [1895]

In the desert

I saw a creature, naked, bestial,
Who, squatting upon the ground,
Held his heart in his hands,
And ate of it.
I said, “Is it good, friend?”
“It is bitter—bitter,” he answered;
“But I like it
“Because it is bitter,
“And because it is my heart.”
Francesco de Gregori, Cardiologia, da Calypsos, 2006
Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: mai, senza paura mai.

Poesia Visiva progettato dal FabLab InnovationGym e realizzato con taglio laser e cartoncino

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PER APPROFONDIRE

M. DI MAIO, Le coeur mangé : Histoire d’un thème littéraire du Moyen Age au XIXe siècle, PU Paris-Sorbonne, 2005 

Jean-Jacques Vincensini, Figure de l’imaginaire et figure du discours. Le motif du “Coeur Mangé” dans la narration médiévale, in Le “cuer” au Moyen age, Presses universitaires de Provence, 1991

William Hogarth, Sigismunda mourning over the Heart of Guiscardo, 1759, Tate Gallery, London


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“Ognuno sta solo…”

U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare)

La solitudine è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare in noi stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri, con le persone che ci sono vicine, e con i compiti che la vita ci consegna. Certo, ci si può sentire, ed essere soli, non solo nel deserto ma anche in una grande folla. L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quali si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi. C’è, cosí, un isolamento imposto, e non voluto, doloroso e nostalgico, un isolamento sociale, e c’è un isolamento che si sceglie sulla scia della propria indifferenza e del proprio egoismo, della propria aridità di cuore. […]

In un mondo collegato costantemente con tutto e con tutti, in un mondo in cui tutto si crea e nulla si distrugge, come è possibile recuperare la solitudine che è premessa a ogni riflessione critica e a ogni esperienza creatrice? La solitudine è una esperienza interiore che non si chiude in se stessa, nelle barriere del proprio io, e che è aperta alla vita esteriore, alle sollecitazioni e alle influenze, che sgorgano dal mondo-ambiente con le loro luci e le loro ombre. Ma la solitudine è oggi sempre piú difficile da salvare, e da vivere, perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci dànno il tempo di pensare a noi stessi, di scendere lungo il cammino che porta verso l’interno, e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni della immaginazione.
Cose, queste, possibili solo quando la solitudine rinasca in noi, e ci consenta di ritrovare le sorgenti dei pensieri e delle emozioni che rendono una vita degna di essere vissuta, e aperta alla comunicazione verbale e non-verbale con gli altri.

E. Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi, 2015

Sculptures imbedded in the building that was featured on Led Zeppelin’s ‘Physical Graffiti’ album, St. Mark’s Avenue, East Village, New York

Francesco Petrarca, Canzoniere, 35

 Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co•llui.

F. Petrarca, Canzoniere, 176

Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi,
onde vanno a gran rischio uomini et arme,
vo securo io, ché non pò spaventarme
altri che ’l sol ch’à d’amor vivo i raggi;

et vo cantando (o penser’ miei non saggi!)
lei che ’l ciel non poria lontana farme,
ch’i’ l’ò negli occhi, et veder seco parme
donne et donzelle, et son abeti et faggi.

Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
mormorando fuggir per l’erba verde.

Raro un silentio, un solitario horrore
d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
se non che dal mio sol troppo si perde.

V. Alfieri (1749-1803), Rime, 173

Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra’ figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com’io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.

Non ch’io gli uomini aborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:

ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.

Ryuichi Sakamoto, Solitude, Tony Takitani, 2004

G. LEOPARDI, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, Operette morali, 1827

Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo e l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ tarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime.

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G. PASCOLI, SOLITUDINE, in Myricae, 1891

 I

Da questo greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio d’un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un’eco di pensiero
lunga, né so se gioia o se martoro;
e passa l’ombra dello stormo nero,
e passa l’ombra dello sciame d’oro.

II

Sono città che parlano tra loro,
città nell’aria cerula lontane;
tumultuanti d’un vocìo sonoro,
di rote ferree e querule campane.

Là genti vanno irrequïete e stanche,
cui falla il tempo, cui l’amore avanza
per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco, ed anche
quel polverìo di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere…

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

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Fabrizio De André, in Ed avevamo gli occhi troppo belli (2001) da Anime salve, 1996

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico […].
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

P. P. Pasolini, «Senza di te tornavo, come ebbro», in Raccolte minori e inedite, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Billie Holiday, Solitude, 1956

In my solitude
You haunt me
With dreadful ease
Of days gone by
In my solitude
You taunt me
With memories
That never die…

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, 2008

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci” […] In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano numeri gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale , che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati e stretti uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.”

Pink Floyd, Nobody home, 1979

Armando TornoPiccolo elogio della solitudine nella stagione dei social network, “Corriere della Sera”, 23 luglio 2012

La popolazione della Terra ha superato i sette miliardi e la solitudine è in aumento. Ci si sente soli anche quando si è prigionieri del traffico o mentre si passeggia in una via affollatissima di una metropoli. I social network hanno moltiplicato i contatti tra le persone, ma non sostituiscono la presenza umana. Si avverte l’isolamento se manca lo sguardo, un gesto, l’odore dell’altro. O se non si è capiti. O per altri milioni di motivi che tendono sempre a crescere.

Gli esempi? Sono numerosissimi. E l’estate, tra spiagge affollate e sentieri perduti, li mette in evidenza. Ieri sulla prima pagina online del New York Times Cara Buckley raccontava la domenica di luglio di una persona nella Grande Mela: la passa isolata, ora dopo ora, lontana da tutto. E sul Guardian di sabato scorso Marion McGilvary rifletteva sulla sua solitudine, anche se temporanea, pur avendo quattro figli. Una strana condizione, ma il telefono non squilla, la casa è vuota, nessuno ti attende. Comunque, basta aprire il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, pubblicato in 21 volumi dalla Utet, per accorgersi che nella storia del nostro idioma i termini «solitario» o «solitudine» hanno avuto più fortuna che non «solidarietà». Anche l’editoria nostrana, che rappresenta un mercatino rispetto ai numeri inglesi, tra testi originali e traduzioni offre circa trecentocinquanta titoli con la parola «solitudine». Ce n’è di ogni genere. Un’affollata solitudine, per esempio, indica nella Bur le «poesie eteronime» di Fernando Pessoa; Eugenio Borgna, invece, ha titolato un suo recente saggio La solitudine dell’anima (Feltrinelli), proprio per ricordare che essa è «una condizione ineliminabile della vita». Ma si trova anche, a seconda dei bisogni, qualcosa sulla solitudine del manager, delle madri, del cittadino globale, del maratoneta, dei numeri primi e dei numeri uno, della ragione, del morente, dell’America latina, della destra, dell’Occidente, di Elena (quella che ha causato la rovina di Troia), della tecnologica, dell’animale, del satiro (è in un titolo di Ennio Flaiano, ora edito da Adelphi). Non possiamo fornirvi l’elenco completo, ma non è esagerato scrivere che la solitudine gode di credito. O, se si volessero utilizzare le parole dei direttori commerciali, che «tira».

Il periodo estivo, dicevamo, mette in luce meglio di altri le solitudini. Il caldo, chissà perché, oltre a stanare quelle vecchie induce taluni a crearne di nuove. Le fa confondere con il riposo. Sovente però diventano disperazione. Il tempo libero delle ferie, insomma, le chiama a raccolta. E questo anche se non stiamo parlando di un fenomeno stagionale.

Nicola Abbagnano ci confidò il giorno in cui riabbracciava Ludovico Geymonat, dopo anni di reciproco silenzio, che alcune solitudini si scelgono e altre invece ce le troviamo addosso. Si può, per esempio, condurre una vita casta per motivi religiosi o perché è preferibile ai guai che prima o poi causa l’amore; in tal caso ci rifugiamo in una solitudine sessuale, utile per evitare quei tormentoni di coppia che sono la parte più cupa dell’esistenza. Sant’Agostino che fu un maestro di solitudine, così come molti filosofi, la riteneva indispensabile per avviare un rapporto con Dio. Ma non è esagerato credere che anche il motto degli antichi Stoici, «vivi nascosto», nacque per motivi spirituali più che sociali. I seguaci di Epicuro, invece, sceglievano un’«autarchia» per essere più liberi. Il sommo Michel de Montaigne sommò l’una e l’altra. Fece della solitudine un capolavoro: si ritirò nella torre del suo castello a scrivere gli Essais, in compagnia dei soli classici. Ogni giorno si allenava a sorridere del mondo e degli uomini, a non credere a quanto veniva strillato. Si limitò a ricordare la vanità di tante fatiche, l’inutilità di troppi progetti. Una frase gliela prendiamo in prestito per rammentare quanto sia attuale la sua filosofia: «Quando gli uomini si riuniscono le loro teste si restringono».
I credenti trovano grandi solitudini nella Bibbia: Mosè, per esempio, è solo per incontrare Dio sul Sinai; Gesù si prepara alla vita pubblica con quaranta giorni nel deserto, anzi sovente si ritira a pregare in luoghi isolati. I monaci parlarono ben presto dell’habitare secum, dell’abitare con se stessi; o anche di «cella interiore», luogo di intimità con l’Altissimo che portiamo con noi. Giacomo Leopardi inserisce fra gli Idilli il componimento poetico La vita solitaria, una delle tante testimonianze che riflettono la sua vita isolata. E Friedrich Nietzsche? Altro campione del genere che cercava di socializzare il meno possibile, lasciando frammenti come questo: «Lontano dal mercato e dalla gloria nacquero da che è mondo gli inventori dei nuovi valori». Beethoven diventò sordo: il suo udito costrinse la musica ad abbandonarlo.

Le solitudini più fascinose? Sono forse state quelle degli anacoreti della Tebaide. Credevano, celati nelle loro grotte, nell’austerità della vita eterna. Per questo, sentendo venir meno le forze, cominciavano a ridere e proseguivano per giorni, sospirando e sghignazzando. Volevano esaurire, prima del grande passo, le scorte di comicità a disposizione della carne.

Andrew Bird, Imitosis, 2007

...We were all basically alone
And despite what all his studies had shown
What was mistaken for closeness
Was just a case of mitosis
And why do some show no mercy
While others are painfully shy
And tell me, doctor, can you quantify
‘Cause he just wants to know the reason
The reason why…

Lettori e scrittori sono uniti dal bisogno di solitudine, dalla ricerca di essenzialità in un’epoca sempre piú evanescente: dalla spinta a cercare dentro di sé, tramite la carta stampata, una via d’uscita dall’isolamento.

J. FRANZEN, Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003

Pink Floyd, Goodbye cruel world, The wall, 1979

In progress…

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“Piove”

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                                                 Yves Klein, Pluie Bleue, 1961

MARCO BELPOLITI, Alla fine siamo tutti Rain Man, “La Repubblica”, 3 novembre 2016 

Un saggio storico indaga il potere psicologico e letterario della pioggia

Cosa c’è peggio della pioggia? Rende tristi, abbacchiati, malinconici. Deprime. Non è necessario essere meteoropatici per subirne l’influsso, basta molto meno. Sembra che il fenomeno sia in aumento. I medici sostengono che sempre più persone si rivolgono a loro per via dell’aumento di ansia e depressione nel corso di fenomeni atmosferici: piogge insistenti, temporali, nebbia, turbolenze ventose. Gli psichiatri sostengono che ne soffrono i neurolabili, persone che patiscono disturbi al sistema neurovegetativo; e data la vita convulsa e stressante che conduciamo, significa: quasi tutti. Tuttavia non è proprio una questione recente. L’io meteorologico, come lo chiama Alain Corbin, sarebbe nato ufficialmente verso il XVII secolo, o almeno da quel momento se ne registra la presenza e diffusione. Dalla fine del Seicento si è intensificata la sensibilità individuale ai fenomeni meteorologici, e si è anche affinata la retorica per descriverne gli effetti. Corbin è uno storico francese che da molti decenni si è consacrato allo studio della “sensibilità”. Ha scritto un bellissimo libro sugli odori nell’immaginario sociale, ha studiato l’invenzione del mare, il paesaggio sonoro e il silenzio, gli influssi di pioggia, vento e sole sugli uomini. Questo signore ottantenne pubblica ora in italiano un breve libretto dal suggestivo titolo Breve storia della pioggia (Edb) dove ricostruisce alcune tappe di questa meteoropatia, e non solo.

I francesi devono essere degli appassionati della pioggia; esiste un Dictionnaire de la Pluie (Seuil 2007) e nel 2012 al Museo del Quai Branly, erede del Museé de l’Homme, si è tenuta una mostra etnografica dedicata ai modi con cui proteggersi dalla pioggia, rituali compresi; un altro studioso, K. Becker, ha poi curato un tomo su pioggia e bel tempo nella letteratura francese (Hermann 2012). Ma anche nel mondo anglosassone la cosa sembra interessare; è uscito di recente un libro di Cynthia Barnett, Rain: A Natural and Cultural History (Crow 2015).
Naturalmente la pioggia non è solo un elemento negativo; ha anche una propria positività, tanto che nelle culture cosiddette primitive è legata a fertilità e fecondità. Nell’antichità era la siccità a essere temuta; forse per questo l’uomo meteoropatico sorge solo con il pensiero moderno in un mondo che va pian piano dimenticando le siccità del passato grazie alle tecnologie di accumulo e conservazione dell’acqua, e soprattutto perché con l’Illuminismo nasce l’individuo con tutti i suoi portati di singolarità, con idiosincrasie, manie e superstizioni personali. Non che non ci fossero prima, ma ora, spiega Corbin, vengono registrate, nero su bianco. Nel 1784, pochi anni prima della Rivoluzione, Bernardin de Saint-Pierre parla della pioggia nei suoi Etudes sur la nature, dove, insieme alla malinconia indotta dalla pioggia annota anche il piacere del “maltempo”. Sì, esiste anche questo. Chi non ha provato il gusto di rimboccarsi le coperte, di accucciarsi sotto le coltri mentre la pioggia batte insistentemente sui vetri della camera da letto in una notte buia e tempestosa? Per gioire basta che non si pensi che «la pioggia non avrà mai fine ». Non abbandonarsi a pensieri calamitosi — il Diluvio — il che, per chi vive in zone a rischio, non è sempre facile.

Per assaporare la pioggia bisogna che «l’anima viaggi e il corpo si riposi». Così si dorme bene. C’è dunque l’ampia schiera degli amanti della pioggia. A capitanarli Henry David Thoreau. La cultura americana cambia tutto. In Walden scrive: «Se va bene per l’erba, va bene anche per me». Walt Witman le consacra una celebre poesia: The Voice of the rain: «E tu chi sei? Chiesi alla pioggia che scendeva dolce». Nel Vecchio mondo dominano invece i meteoropatici. Il filosofo Maine de Biran nel suo Journal scrive: «Sento l’influenza del cambiamento; percepisco un malessere ». Lo spleen è figlio di questo modo di sentire. La sensibilità non è solo un fatto neurovegetativo, conta anche la cultura, oltre naturalmente il clima in cui si vive. I pensieri sono effetto del tempo: del sole, della pioggia, del vento. Ci sono pensieri ventosi e pensieri piovosi, oltre naturalmente a quelli solari. Nietzsche l’ha detto bene. Naturalmente esistono persone che provano malinconia più di altre. Uno dei versi memorabili della nostra letteratura suona così: «Piove. È mercoledì. Sono a Cesena». L’ha scritto un poeta crepuscolare, Marino Moretti.
Corbin ci ricorda che esiste la cinestesia, ovvero la sensibilità organica, che è il risultato delle sensazioni interne che suscita negli individui il sentimento generale della propria esistenza, indipendentemente dal ruolo specifico dei sensi. Ragione per cui non è facile essere allegri quando piove. Ma ci sono anche qui eccezioni. Che la pioggia abbia un valore diverso per i maschi e per le femmine? Se è vero che la pioggia si lega alle lacrime, topos che troviamo nelle lettere di Madame Sévigné, la medesima signora racconta come la pioggia perturbi i codici e autorizzi alla trasgressione nei comportamenti: completamente infradiciata prova qualcosa che Corbin definisce «festa sensuale ». Nel romanticismo francese prevale piuttosto la tristezza, la malinconia, il grigiore. Come in Verlaine, o ancora in Gide, e siamo già nel XX secolo. Scrive: «Ancora tre giorni di pioggia. Mi duole il capo, la volontà è inquieta e l’umore instabile». Questo è l’individuo isolato. Però la pioggia può anche fondare una comunità di sentimenti, quale esperienza condivisa. Corbin lo spiega con vari esempi, ma subito dopo il suo pensiero corre alla guerra, alle trincee, alla pioggia e al fango.
Nella Breve storia della pioggia manca una storia del parapioggia, ovvero dell’ombrello. In verità qualche cenno c’è. Nel XIX secolo l’ombrello era talmente in voga che era diventata un’industria. Anche se l’hanno inventato i cinesi, come molte cose che usiamo, e che continuano a venderci, c’è persino un santo, San Medardo, protettore degli ombrellai. Al Nord dell’Europa, in Germania, Olanda, Svezia, l’ombrello non lo usano quasi. Abituati alla pioggia battente, sottile e fitta, non ci fanno neppure caso. Tuttavia, a parte questa che a noi mediterranei ombrellomuniti pare una baldanza insensata, soffrono anche loro di tristezze e sbalzi d’umore. La pioggia non perdona.

L’acqua che cade dal cielo «fa viaggiare l’anima», ma rende impraticabili i percorsi dei cavalieri erranti, complica le guerre, fa ritardare gli amori; invocata in tempi di siccità, la pioggia provoca anche la paura dell’eccesso, delle alluvioni e dei diluvi. Stendhal la detesta, Baudelaire ne fa una componente dello spleen, i diaristi la intrecciano con le lacrime, i sovrani e i capi di Stato ne fanno un uso politico, rinunciando all’ombrello nelle cerimonie ufficiali per condividere con il popolo anche le avversità atmosferiche.
È solo alla fine del Settecento che la sensibilità individuale ai fenomeni meteorologici si intensifica; lo sforzo di guardare in alto per cogliere i segni della collera divina o dell’intervento diabolico, associato alle pratiche dell’invocazione religiosa, viene vanificato nel secolo successivo dalla «secolarizzazione del cielo» e poi dalle previsioni meteo. Una lunga storia che Alain Corbin riassume nel libro, con l’avvertenza, sulla scia di Roland Barthes, che «niente è più ideologico del tempo che fa».
Sommario
Introduzione. I. Sotto la pioggia. II. Il Poema della Terra. III. Il Diluvio e l’umore. IV. Un angolo di ombrello. V. Politica del maltempo. VI. Luigi Filippo senza mantello. VII. In tempo di guerra. VIII. Siccità e grandine. IX. Dalle invocazioni alle previsioni. Note.
Note sull’autore
Alain Corbin, pioniere della storia delle sensibilità, ha insegnato all’Università Paris I – Panthéon-Sorbonne. Studioso di storia sociale e di storia delle rappresentazioni è autore di numerose pubblicazioni tradotte in italiano, tra cui L’invenzione del tempo libero (Laterza 1996), Storia sociale degli odori (Mondadori 2006), Storia del cristianesimo (Mondadori 2007).

W. Whitman, THE VOICE OF THE RAIN [1865], in Leaves of grass, 1891-2

And who art thou? said I to the soft-falling shower,
Which, strange to tell, gave me an answer, as here translated:
I am the Poem of Earth, said the voice of the rain,
Eternal I rise impalpable out of the land and the bottomless sea,
Upward to heaven, whence, vaguely form’d, altogether changed,
and yet the same,
I descend to lave the drouths, atomies, dust-layers of the globe,
And all that in them without me were seeds only, latent, unborn;
And forever, by day and night, I give back life to my own
origin, and make pure and beautify it;
(For song, issuing from its birth-place, after fulfilment, wandering,
Reck’d or unreck’d. duly with love returns.)

Una selezione del “Telegraph”: 30 great songs about rain
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                                  J. Miro, La pluie matinale au clair de lune, 1958

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Primavera d’amore

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Il topos del ritorno della primavera nella letteratura classica. CLICCA QUI per approfondire.

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La tradizione romanza

Guglielmo d’Aquitania (XI-XII sec.)

I. Per la dolcezza della nuova stagione i boschi mettono le foglie e gli uccelli cantano, ciascuno nella sua lingua, secondo la melodia del nuovo canto: dunque è bene che ognuno si volga a ciò che più desidera. II. Dal luogo che più mi piace non mi arriva né messaggero né messaggio, sicché il mio cuore non dorme né ride, e io non oso farmi avanti finché non sono sicuro che il patto è così come lo voglio. III. Il nostro amore è come il ramo del biancospino che intirizzisce sull’albero, la notte, nella pioggia e nel gelo, fino all’indomani, quando il sole si diffonde attraverso il verde fogliame sul ramoscello. IV. Ancora mi ricordo di un mattino quando ponemmo fine alla nostra guerra con un patto, e lei mi offrì un dono così grande: il suo amore fedele e il suo anello.Ancora mi lasci Dio vivere tanto che io possa mettere le mie mani sotto il suo mantello. V. Io infatti non bado al latino ostile di quanti cercano di separarmi dal mio Buon Vicino; perché io so come vanno le parole, quando si recita una breve formula: che alcuni si vanno vantando dell’amore, e noi ne abbiamo il pezzo e il coltello.

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Bernart de Ventadorn, CANZONE DI PRIMAVERA

Quando erba nuova e nuova foglia nasce
e sbocciano i fiori sul ramo,
e l’usignolo acuta e limpida
leva la voce e dà principio al canto,
gioia ho di lui, ed ho gioia dei fiori,
e gioia di me, e più gran gioia di madonna:
da ogni parte son circondato e stretto di gioia,
ma quella è gioia che tutte l’altre avanza….

G. Cavalcanti, Fresca rosa novella…

Fresca rosa novella,
piacente primavera,
per prata e per rivera
gaiamente cantando,
vostro fin presio mando – a la verdura.

Lo vostro presio fino
in gio’ si rinovelli
da grandi e da zitelli
per ciascuno camino;
e cantin[n]e gli auselli
ciascuno in suo latino
da sera e da matino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
po’ che lo tempo vène,
sì come si convene,
vostr’altezza presiata:
ché siete angelicata – crïatura.

Angelica sembranza
in voi, donna, riposa:
Dio, quanto aventurosa
fue la mia disïanza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa e avanza
natura e costumanza,
ben è mirabil cosa.
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come sète;
tanto adorna parete,
ch’eo non saccio contare;
e chi poria pensare – oltra natura?

Oltra natura umana
vostra fina piasenza
fece Dio, per essenza
che voi foste sovrana:
per che vostra parvenza
ver’ me non sia luntana;
or non mi sia villana
la dolce provedenza!
E se vi pare oltraggio
ch’ ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato:
ché solo Amor mi sforza,
contra cui non val forza – né misura.

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F. PETRARCA, Rerum vulgarium fragmenta, CCCX

Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.

Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.

Ma per me, lasso, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;

et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ’n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.

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Geoffrey Chaucer, The Prologue to The Canterbury Tales

“Whan that Aprille with his shoures soote / The droghte of Marche hath perced to the roote…”

Quando aprile con le dolci pioggette ha penetrata fino alle radici l’arsura di marzo e adacquata ogni vena dell’umore dalla cui virtù s’ingenerano i fiori: quando zefiro pure col molle suo soffio ingemma i teneri germogli in ogni bosco e brughiera, e il giovane sole ha percorso il suo mezzo tragitto in Ariete e fan melodia gli uccelletti che dormon la notte con occhi socchiusi, tanto li punge in cuore natura, allor brama la gente d’andar pellegrina e i palmieri di cercare strani lidi e santuari lontani in (ama per contrade diverse, e specialmente dai margini estremi d’ogni contea d’Inghilterra s’avviano verso Canterbury per visitare il santo martire benedetto che li soccorse durante le loro infermità.

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W. Shakespeare, Sonetto 98 (trad. di Alessandro Serpieri)

From you have I been absent in the spring,
When proud pied April, dressed in all his trim,
Hath put a spirit of youth in every thing,
That heavy Saturn laughed and leapt with him.
Yet nor the lays of birds, nor the sweet smell
Of different flowers in odour and in hue,
Could make me any summer’s story tell,
Or from their proud lap pluck them where they grew:
Nor did I wonder at the lily’s white,
Nor praise the deep vermilion in the rose;
They were but sweet, but figures of delight,
Drawn after you, you pattern of all those.
Yet seemed it winter still, and you away,
As with your shadow I with these did play.

Anche in primavera fui da te lontano
quando il leggiadro Aprile, tutto vestito a festa,
suscitava in ogni cosa un tale brio di gioventù
che rideva anche Saturno e con lui danzava.
Ma, né i canti degli uccelli, né il profumo dolce
dei differenti fiori sia in fragranza che colore,
potevano indurmi a pensare una gioiosa storia
o a coglierli dal grembo ove floridi crescevano:
e neppur mi affascinava il candor dei gigli
né potei apprezzare il rosso acceso delle rose;
non eran che profumi e deliziose forme
raffiguranti te, tu lor unico modello.
Ma per me era sempre inverno e lontan da te,
mi dilettai con loro come con l’ombra tua

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V. CARDARELLI, Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.

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Antonio Machado, da Soledades, 1899-1907, LXXXV, La primavera besaba

La primavera besaba
suavemente la arboleda,
y el verde nuevo brotaba
como una verde humareda.
Las nubes iban pasando
sobre el campo juvenil…
Yo vi en las hojas temblando
las frescas lluvias de abril.
Bajo ese almendro florido,
todo cargado de flor
– recordé -, yo he maldecido
mi juventud sin amor.
Hoy, en mitad de la vida,
me he parado a meditar…
¡Juventud nunca vivida,
quién te volviera a soñar!

La primavera baciava

La primavera baciava
soavemente l’albereta,
e il verde nuovo spuntava
come verde fumata.
Le nuvole passavano
sulla terra giovanile!…
Vidi tremar sulle foglie
le fresche piogge d’aprile.
Sotto il mandorlo fiorito,
tutto carico di fiori,
– ricordai -, ho maledetto
la mia gioventù senz’amore.
Oggi, a metà della vita,
son fermo a meditare…
Gioventù non mai vissuta,
oh, tornassi a sognarti!

(traduzione di Oreste Macrì)

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La poesia della vanità

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La grande letteratura della caducità si contrappone all’effimero di oggi
Da Góngora a Leopardi, gli scrittori che hanno cantato la fugacità delle cose destinate a passare e morire. Tra desiderio e dolore, nostalgia e disincanto. Lontano dal fatuo cinismo della conversazione mondana

Claudio Magris, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2016

C’ è un abisso fra vanesio e vano. Lo dicono pure le definizioni antitetiche che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dà della voce Vanità. «Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti; reali o presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione; eccessiva stima di sé, del proprio valore, della propria origine o estrazione; vanagloria, immodestia, presunzione; superba e sprezzante ostentazione della propria autorità». Credo che, a queste parole, sfilino davanti gli occhi della mente di ognuno di noi volti di gente famosa o di conoscenze solo personali, vip o presunti vip d’ogni genere, interi clan della politica, dei salotti, delle assemblee e, forse più rozzi e impudenti di tutti, della cosiddetta cultura e della letteratura. Ovviamente questa sfilata di pretenziose vacuità si interpone, in ognuno di noi, tra il nostro volto e lo specchio, risparmiandoci e impedendoci di vedere la nostra supponente vacuità.
Ma c’è, nella stessa pagina del Dizionario, un’altra definizione di Vanità: «Precarietà, transitorietà, labilità, caducità, durata effimera, passeggera di ciò che è destinato a perire, della vita stessa». Questa, più che Vanità, è Vanitas e ha poco a che fare con la spocchiosa presunzione; non è l’ostentazione di alcun pregio esclusivo, perché è una condizione universalmente umana ed è il sentimento della stessa. È il senso di uguaglianza di tutti gli esseri umani, soggetti al comune destino di appassire, sfiorire e svanire e di vedere appassire, sfiorire e svanire ciò che desiderano, che amano, in cui credono e che vorrebbero far loro per sempre. Boccaccio parla dello «splendore balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla Vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo sùbito reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla». Petrarca, accennando alla donna amata ormai vecchia, evoca «de’ vostri occhi il lume spento; / e i cape’ d’oro fin farsi d’argento».
Ma è soprattutto il Barocco a sentire — e ad amare, col senso di amare invano — le cose fugaci votate a passare e a morire. Protagonista e motore della Vanitas, per Marino è il tempo: «Un lampo è la beltà, l’etate è un’ombra, / né sa fermar l’irreparabil fuga [—]. Amor non men di lui veloci ha i vanni, / fugge co’ l fior del volto il fior degli anni». La donna è rosa che sfiorisce, il sole è vissuto e ammirato quando cala: «Così riluce il sol più dolcemente — dice un sonetto di Fabio Leonida — e meglio si vagheggia, allor che scende, / passato ‘l mezzo dì verso Occidente». La Vanitas non è solo malinconia e stanchezza, ma è anche e forse soprattutto intensità di desiderio, tanto più appassionato quanto più consapevole della caducità del proprio oggetto e di se stesso. «Così trapassa al trapassar d’un giorno — canta l’uccello dalle piume variopinte nella Gerusalemme liberata — della vita mortale e il fiore e il verde; / né, perché faccia indietro april ritorno / si rinfiora ella mai, né si rinverde. / Cogliam la rosa in sul mattino adorno / di questo dì, che tosto il seren perde; / cogliam d’amor la rosa; amiamo or quando / esser si puote riamati amando».
Questo senso della Vanitas pervade la letteratura barocca di tutta Europa; per fare solo un esempio si pensi a Góngora. «Mientras por competir con tu cabello / oro bruñido al sol relumbra en vano…, mentre per emulare i tuoi capelli / oro brunito al sole splende invano» e la poesia si conclude: «Godi collo, capelli, labbro e fronte, / prima che quanto fu / in età dorata / oro, giglio, garofano, cristallo, / non soltanto in argento o viola tronca / si muti, ma tu e tutto unitamente / in terra, fumo, polvere, ombra, niente – en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada». C’è pure un pathos della Vanitas, «labirinto» — diceva Foscolo, contestandolo — in cui dobbiamo necessariamente perderci». La Vanitas può tuttavia non solo ispirare struggente amore per le cose amate ed effimere, ma diventar essa stessa oggetto e sostanza d’amore, come accadrà soprattutto nel Decadentismo. Amare non tanto qualcuno o qualcosa, ma l’amore stesso, l’amore vano; forse pure la parola, la musica melodiosa della parola «vano» — il «desir vano» di Ariosto, melodia delle sirene del cuore.
Un grande esempio di questa poesia della Vanitas è Pascoli. Egli ama le nuvole vane forse solo perché sono vane, il suo desiderio va alla loro lieve inconsistenza, alla loro rapida caducità. Nello stupendo Ultimo viaggio dei Poemi conviviali Odisseo, giunto all’isola Eea, l’Isola di Circe, si addentra tra i boschi e le macchie, seguendo il suono della cetra di Femio, l’aedo, ma trova quest’ultimo disteso su un mucchio di foglie secche, morto. È il vento che fa suonare la cetra appesa ai rami di un albero, «così mesto il canto / n’era e così lontano e così vano». È la più grande celebrazione poetica di ciò che è vano e appare l’essenza stessa della poesia, oggetto di un amore indicibile, che non solo non si può raggiungere ma che è amore solo perché è potenziale, non ancora detto, non oggettivato: «L’amore che dormìa nel cuore, / e che destato solo allor ti muore». Si ama solo finché non si ama qualcosa o qualcuno di determinato, finché si ama la Vanitas, il desiderio. Un’eco che risuona in tanti poeti successivi, sino ai giorni nostri.
Ben altra è la Vanità di cui canta il più grande dei suoi poeti e uno dei più grandi poeti in senso assoluto, Leopardi. La leopardiana «infinita Vanità del tutto» non è il morbido o struggente fascino del fumo in cui dilegua ogni cosa e ogni sentimento. È l’asciutta, oggettiva, altissima poesia di una ferma constatazione del nulla. «Delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi l’essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Sia o no tutto questo effetto del «brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera», si tratta della più alta espressione dell’universale diventar nulla in tutte le cose.
Molto è stato scritto sul pessimismo leopardiano; pochi anni fa in un incisivo, assai notevole libro di Andrea Rigoni, Leopardi diviene la chiave che introduce al tema generale e variegato della Vanità, cui il libro esplicitamente si intitola, Vanità. La prospettiva di Rigoni è vasta e include numerosi autori; se c’è la sublime Vanità di Leopardi, c’è la Vanità superficiale e facile di chi reagisce all’inconsistenza del mondo e della vita identificandosi con essa, facendone un vezzo o un distintivo di raffinata intelligenza, votandosi alla futilità con falsa civetteria, autoconvincendosi di snobbare e disprezzare la mondanità cui smania di avere accesso, fingendo con se stesso di ridacchiare delle élites in cui in realtà brama di far parte, credendosi il Narratore della Recherche affascinato dai Guermantes ma incapace, a differenza dal narratore proustiano, di capire che i Guermantes sono sin dall’inizio, già da sempre, i Verdurin.
Nel sentimento e nella rappresentazione leopardiana della Vanità del tutto si avverte, asciutto e classicamente dominato, il profondo dolore per questa Vanità, l’impossibile desiderio — percepito come vano ma non perciò meno doloroso — che la vita sia diversa. L’altissima poesia leopardiana della Vanità del tutto non ammette né struggimenti per la Vanitas né civetterie salottiere. «Vaghe stelle dell’Orsa io non credea…». Esattamente l’opposto del pessimismo compiaciuto e soddisfatto, e dunque filisteo, di un Cioran, pienamente a suo agio nella proclamazione del nulla e abile nel mascherare la gratificante banalità in una maschera di Vanità che, proprio presentandosi volutamente e anzi esibendosi volutamente come tale, suggerisca e faccia supporre dolorose profondità dissimulate nel fatuo cinismo della conversazione mondana.

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Da mi basia mille…

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CATULLUS, Liber, Carmen 5

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Leonard Cohen, A thousand kisses deep, da Ten new songs, 2001

And maybe I had miles to drive
And promises to keep
You ditch it all to stay alive
A thousand kisses deep
And sometimes when the night is slow
The wretched and the meek
We gather up our hearts and go
A thousand kisses deep…

CATULLUS, Liber, Carmen 7

Quaeris, quot mihi basiationes
tuae, Lesbia, sint satis superque.
Quam magnus numerus Libyssae harenae
lasarpiciferis iacet Cyrenis
oraclum Iovis inter aestuosi
et Batti veteris sacrum sepuclrum;
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores:
tam te basia multa basiare
vesano satis et super Catullo est,
quae nec pernumerare curiosi
possint nec mala fascinare lingua.

v. 4; il «silfio», lasarpicium, era una pianta fortemente odorosa, che produceva un succo resinoso ed era usata in cucina e in medicina, vedi Plinio, Storia della natura, XIX), fino all’oracolo «del torrido Giove» (v. 5, Iovis… aestuosi, cioè il tempio del dio egiziano Ammone, identificato con Zeus-Giove, che si trovava nell’oasi di Siwah, al confine tra Libia ed Egitto) e alla tomba di Batto, collocata nella piazza di Cirene, di cui Batto era ritenuto il mitico fondatore (v. 6). Proprio quest’ultimo richiamo rende scoperto l’omaggio di Catullo a Callimaco, che era originario di Cirene e soprattutto si vantava di discendere da Batto (tale peraltro era anche il nome di suo padre): Catullo stesso in altri due carmi ricorda il poeta greco con il solo appellativo di «Battíade»  [Cipriani, Letteratura latina].

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Eva Cantarella, Dammi mille baci. Vere donne e veri uomini nell’antica Roma, Feltrinelli,  2009. Anteprima del libro: CLICCA QUI. DDAMMI MILLE BACI :

“Dammi mille baci,” chiede il poeta Catullo alla sua amatissima Lesbia, “e poi cento, e poi ancora altri mille…”: una delle poesie più celebri della letteratura latina. Una storia d’amore, quella tra Catullo e Lesbia, piena di passione, che – dopo uno, due, tre, forse mille tradimenti – si trasforma in disperazione e disprezzo. Una storia che fa pensare a un rapporto vissuto secondo i canoni più tradizionali, per non dire più scontati, dell’amore romantico.
Ma sarebbe sbagliato dedurre da questi versi che i romani fossero romantici. Se Catullo lo fu, in alcuni momenti della sua vita, e certamente in alcune poesie, lo fu a modo suo. O meglio, lo fu nel modo in cui poteva esserlo un romano: come parentesi – non importa quanto lunga, pur sempre una parentesi – all’interno di un rapporto vissuto, di regola, all’insegna di una sessualità prepotente, arrogante, per non dire, come vedremo, addirittura predatoria. E non solo nei confronti del sesso femminile, ma anche quando l’oggetto del desiderio non era, come accadeva spesso, una donna, bensì un ragazzo.
Lesbia, infatti, non è la sola persona amata cui il poeta veronese chiede mille baci. Con toni non meno romantici, ne chiede ben più di mille – e riesce a strapparne quanto meno uno – al giovane, bellissimo e dolce Giuvenzio, di cui fu per un certo periodo innamorato. Salvo poi, come nel caso di Lesbia, rimanere deluso, amareggiato dai suoi tradimenti, e minacciare i rivali di vendette, anche sessuali, tutt’altro che romantiche.
Nel dare inizio alla nostra ricognizione sull’amore a Roma, vediamo dunque di ricostruire queste due storie.

“Tu chiedi Lesbia del tuo baciarmi” 

La donna cantata da Catullo come Lesbia si chiamava, in realtà, Clodia. Sorella di Clodio, ex tribuno e capo di una banda che sosteneva con la violenza la politica dei popolari, e in particolare di Cesare, Clodia era molto bella. I suoi occhi erano così splendenti da meritarle l’appellativo di boopis, “grandi occhi” (letteralmente “occhi di giovenca”, che i greci consideravano un complimento), il soprannome della moglie di Zeus: l’equivalente greco di Giove, la cui moglie, a Roma, si chiamava Giunone.
Sposata a Quinto Cecilio Metello Celere, nel 61 a.C., a trentatré anni, Clodia incontra Catullo, di circa dieci anni più giovane. Nasce una passione che il poeta vive con tutta l’intensità della sua gioventù, a dare un’idea della quale niente di meglio del celebre, già citato carme dei mille baci.

Vita e amore a noi due Lesbia mia
e ogni acida censura di vecchi gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
ma questa nostra luce fuggitiva
una volta abbattuta, dormiremo
una totale notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
e ancora baci cento baci mille baci. 

A volte, è Lesbia a chiederli, a voler sapere da Catullo quanti basteranno a saziarlo:
Tu chiedi Lesbia del tuo baciarmi
la misura io fissi che mi colmi.
I granelli di sabbia d’Africa…
o le stelle che guardano infinite
nelle tacite notti i disperati
abbracci umani. Tu baciami
tanto che gli occhi avidi
delle lingue smaniose
di farci incanti non contino i tuoi baci:
Catullo avrà calmati i suoi deliri.

Ma alla passione si alternano freddezze, abbandoni, distacchi che a volte sembrano definitivi:

Oh pazzo, basta! Povero Catullo,
quel che è perduto è perduto.
I tuoi giorni di paradiso li hai avuti,
quando il tuo amore ti diceva vieni
tu ti precipitavi.
Così amata da te è stata lei
come nessuna da nessuno mai…
Ora non vuole più.
Debole cuore, non devi volere più
neanche tu. 

I proponimenti, però, non vengono mantenuti. Pur consapevole di quelli che definisce i crimini di Lesbia, Catullo continua ad amarla:

Per tua colpa mia Lesbia il mio cuore 
per frenesia di te così abbrutito 
così incupito si è che più non posso, 
fossi tu la migliore delle donne, 
perfettamente adorarti. 
Ma qualunque tu crimine compiessi 
seguiterei ad amarti. 
Non sappiamo in quale sequenza, si susseguono riconciliazioni, giuramenti, speranze. Quel che è certo è che Lesbia, chissà quante volte, dopo aver abbandonato Catullo torna da lui. Catullo la perdona, ma ormai il suo è un amore avvelenato:

Odio e amo.
Come sia non so dire,
ma tu mi vedi qui crocifisso
al mio odio ed amore. 

E dalla sua croce lancia contro l’infedele le invettive più terribili:

Si goda a lungo i suoi trecento amanti…
E non creda che io come altre volte
a lei ritorni più che mai suo…
È morto in me l’amore
.

…CONTINUA LA LETTURA DEL SAGGIO.  CLICCA QUI

Tutti i carmina del Liber catulliano in lingua latina e in traduzione italiana.

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… e ancora baci: R. FERRUCCI, Le cinque pagine memorabili della storia della letteratura: baci, “Corriere della Sera – La lettura”,  4  dicembre 2011

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793. Marmo bianco

Louise Labé (1520 ? – 1566 ?), Baise m’encore, 1555

Baise m’encor, rebaise moy et baise :
Donne m’en un de tes plus savoureus,
Donne m’en un de tes plus amoureus :
Je t’en rendray quatre plus chaus que braise.

Las, te pleins tu ? ça que ce mal j’apaise,
En t’en donnant dix autres doucereus.
Ainsi meslans nos baisers tant heureus
Jouissons nous l’un de I’autre à notre aise.

Lors double vie à chacun en suivra.
Chacun en soy et son ami vivra.
Permets m’Amour penser quelque folie :

Tousjours suis mal, vivant discrettement,
Et ne me puis donner contentement,
Si hors de moy ne fay quelque saillie.

Baciami ancora, ribaciami e bacia:
dammene uno dei più saporosi,
dammene uno dei più amorosi,
te ne renderò quattro più ardenti che brace.
Ahimè, ti lamenti? Ma è un male che allevio,
donandotene altri dieci di quelli dolcissimi.
Così, intrecciando i tenerissimi baci,
l’un dell’altro l’altro in pien’agio godiamo.
Allora per entrambi seguirà raddoppiata la vita.
Ed ognuno nell’altro più che in se stesso vivrà.
Permettimi, Amore, qualche follia pensare:
quando rinchiudermi in me stessa è il male
nessuna gioia donare mi è concessa,
se fuor di me non mi posso liberare.
(Trad. Francesca Santucci)

Costantin Brancusi, Il bacio, 1907. Pietra, 28 cm. Muzeul de Arta

George Gordon Byron, To Ellen, 1807

Oh! might I kiss those eyes of fire,
A million scarce would quench desire:
Still would I steep my lips in bliss,
And dwell an age on every kiss;
Nor then my soul should sated be,
Still would I kiss and cling to thee:
Nought should my kiss from thine dissever;
Still would we kiss, and kiss for ever,
E’en though the numbers did exceed
The yellow harvest’s countless seed.
To part would be a vain endeavor:
Could I desist? — ah! never — never!

Oh potessi io baciare questi occhi di fuoco,
un milione a stento la brama colmerebbe.
Le mie labbra nell’ebbrezza immergerei,
che, ad ogni bacio, durerebbe un secolo.
Né l’anima mia sarebbe sazia;
ancora ti vorrei baciare, stringermi a te
e mai da te dovrebbero staccarsi i miei baci,
ma sempre baci e nuovi baci tra di noi;
e se il numero dovesse superare
persino gli infiniti grani delle bionde messi
e contarli fosse un desiderio vano,
potrei forse desistere? –ah! mai – mai.

Giovanni Prini, Gli amanti, 1909-1913, marmo

Fernando Pessoa, Como se cada beijo [Ricardo Reis, 1888-1935]

Como se cada beijo
Fora de despedida,
Minha Cloe, beijemo-nos, amando.
Talvez que já nos toque
No ombro a mão, que chama
À barca que não vem senão vazia;
E que no mesmo feixe
Ata o que mútuos fomos
E a alheia soma universal da vida.

Come se ogni bacio
fosse d’addio,
mia Cloe, baciamoci amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla la mano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l’uno per l’altra fummo
all’altrui somma universale della vita.

Nuovo Cinema Paradiso, regia di Giuseppe Tornatore, 1988

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Desinas ineptire: quando finisce un amore

CATULLUS, Liber, VIII. Ad se ipsum

MISER Catulle, desinas ineptire,
et quod uides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum uentitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu uolebas nec puella nolebat,
fulsere uere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non uult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser uiue,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit inuitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, uae te, quae tibi manet uita?
quis nunc te adibit? cui uideberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

CATULLUS, Liber, XI. ad Furium et Aurelium

FVRI et Aureli comites Catulli,
siue in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,
siue in Hyrcanos Arabesue molles,
seu Sagas sagittiferosue Parthos,
siue quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,
siue trans altas gradietur Alpes,
Caesaris uisens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ulti-
mosque Britannos,
omnia haec, quaecumque feret uoluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.
Cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.

LXXVI. Ad deos

SIQVA recordanti benefacta priora uoluptas
est homini, cum se cogitat esse pium,
nec sanctam uiolasse fidem, nec foedere nullo
diuum ad fallendos numine abusum homines,
multa parata manent in longa aetate, Catulle,
ex hoc ingrato gaudia amore tibi.
Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
aut facere, haec a te dictaque factaque sunt.
Omnia quae ingratae perierunt credita menti.
Quare iam te cur amplius excrucies?
Quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis,
et dis inuitis desinis esse miser?
Difficile est longum subito deponere amorem,
difficile est, uerum hoc qua lubet efficias:
una salus haec est. hoc est tibi peruincendum,
hoc facias, siue id non pote siue pote.
O di, si uestrum est misereri, aut si quibus umquam
extremam iam ipsa in morte tulistis opem,
me miserum aspicite et, si uitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica uelit:
ipse ualere opto et taetrum hunc deponere morbum.
o di, reddite mi hoc pro pietate mea.

Propertius, Elegiae, II, 5

Hoc verum est, tota te ferri, Cynthia, Roma,
et non ignota vivere nequitia?
haec merui sperare? dabis mihi, perfida, poenas;
et nobis aliquo, Cynthia, ventus erit.
inveniam tamen e multis fallacibus unam,
quae fieri nostro carmine nota velit,
nec mihi tam duris insultet moribus et te
vellicet: heu sero flebis amata diu.
nunc est ira recens, nunc est discedere tempus:
si dolor afuerit, crede, redibit amor. […]

What obtains? Your name has become a watchword. All Rome
is telling Cynthia jokes with dirty punchlines.
What have I done to deserve such a vile thing? Your betrayal
will cost you. I’ll be revenged. I’ll sail away
to a safe haven and find myself some girl
who’ll appreciate me and is eager to be immortal
in these verses of mine. And she will be better tempered, too,
and won’t kick me around the way you do,
and then you’ll know how it feels to be jilted, jealous, a joke.
It’s what you deserve for taking my love for granted. 10
And this is the time to do it: I must leave when my anger is hot. […]

Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolìo
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita io abbia mai levato al cielo.

Per essere un borderline
ho fatto miracoli
di eleganza e d’ironia
ma ugualmente
è venuto il giorno
in cui per la tua vita
son diventato un mostro

Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato.

Passaci tu però
così impazzisci.

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007

Vladimir Majakovskij,  Lilicka

(Al posto di una lettera)

Il fumo del tabacco ha mangiato l’aria.
La stanza é un capitolo dell’inferno di Krucènych.
Accanto a questa finestra
per la prima volta,
in estasi, carezzai le tue mani.
Oggi ti vedo seduta,
il cuore in un’armatura di ferro.
Ancora un giorno,
e mi scaccerai,
coprendomi forse di ingiurie.
Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,
nella manica a lungo tenterà di infilarsi.
Balzerò fuori,
lancerò per strada il mio corpo.
Selvaggio,
diventerò pazzo,
trafitto dalla disperazione.
Non si deve giungere a questo:
cara,
buona,
diciamoci adesso addio.
Nonostante questo,
il mio amore,
pesante come un macigno,
resta appeso al tuo collo,
dovunque tu fugga.
Lasciami in un estremo grido urlare
l’amarezza di offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
andrà
a stendersi in gelide acque.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è mare,
e a questo amore neanche col pianto darai una tregua.
Se anela il riposo lo stanco elefante
regalmente si sdraierà sulla rena infocata.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se l’amata avesse in tal modo torturato il poeta,
egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,
ma per me
non c’è un solo suono di festa
oltre al suono del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non berrò del veleno,
non oserò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama d’alcun coltello.
Domani scorderai
che ti avevo fatto regina,
che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,
e lo sfrenato carnevale dei futili giorni
disperderà le pagine dei miei libri…
Le foglie secche delle mie parole
potranno mai fermarti
per un sospiro?
……………………………………………………………
Lascia almeno
ch’io copra con un’ultima tenerezza
il tuo passo che si allontana.

Pietrogrado, 26 maggio 1916

Pink Floyd, Pigs on the wing, da Animals, 1977

If you didn’t care
What happened to me
And I didn’t care for you

Cesare Pavese, I mattini passano chiari…, in Verrà la morte…, 1951

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

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La rappresentazione del demoniaco

Giotto, Giudizio Universale, Cappella degli Scrovegni, Padova (1303-1306)

Giotto, Giudizio Universale, Cappella degli Scrovegni, Padova (1303-1306)

 Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. [Guglielmo di Baskerville, in Umberto Eco, Il nome della rosa, 1980]

Come mai sei caduto dal cielo,
Lucifero, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?
Eppure tu pensavi:
Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!       Isaia, 14,12 –21

U. ECO, Storia della bruttezza, Bompiani, 2007

Al centro dell’inferno sta Lucifero, o Satana che dir si voglia. Ma Satana, il diavolo, il demonio, sono presenti anche prima. Vari tipi di demoni, come esseri intermedi che talora sono benevoli talora malvagi e, quando malvagi, di aspetto mostruoso (ma anche nell’Apocalisse gli “angeli” sono sia adiuvanti di Dio che adiuvanti del demonio), esistevano in varie culture: in Egitto il mostro Ammut, ibrido di coccodrillo, leopardo e ippopotamo, divora i colpevoli nell’oltretomba; vi sono esseri dalle fattezze belluine nella cultura mesopotamica; in varie forme di religione dualista vi è un Principio del Male che si oppone al Principio del Bene. C’è il diavolo come Al-Saitan nella cultura islamica, descritto con attributi animaleschi, così come vi sono demoni tentatori, i gul, che assumono l’aspetto di donne bellissime. Quanto alla cultura ebraica, che direttamente influenza quella cristiana, il diavolo nel Genesi tenta Eva in forma di serpente e nella tradizione, interpretando alcuni testi biblici che sembrano riferirsi ad altro, come Isaia e Ezechiele, era presente all’inizio del mondo come Angelo Ribelle, precipitato da Dio nell’inferno.
Sempre nella Bibbia troviamo la menzione di Lilith, mostro femminile di origini babilonesi, che nella tradizione ebraica diventa demone femminile con viso di donna, lunghi capelli e ali, e che nella tradizione cabalistica (Alfabeto di Ben-Sira, VIII-IX secolo) è stata ritenuta la prima moglie di Adamo, poi trasformatasi in demonio.
Ma si potrebbe aggiungere il Demone Meridiano del Salmo 91, che all’inizio appare come angelo sterminatore ma nella tradizione monastica diverrà poi il tentatore della carne, e i numerosi accenni a Satana in vari passi, dove appare via via come il Calunniatore, l’Oppositore, colui che chiede di mettere alla prova Giobbe, l’Asmodeo in Tobia. La Sapienza (2.24) dirà : “Dio creò l’uomo per l’immortalità, e lo fece a sua immagine e somiglianza, ma per l’invidia del diavolo entrò nel mondo della morte”.
Nei Vangeli il diavolo non viene mai descritto, se non per gli effetti che provoca ma, oltre a tentare Gesù, viene cacciato varie volte dal corpo degli indemoniati, viene citato da Gesù e viene variamente definito come il Maligno, il Nemico, Belzebù, il Bugiardo, il Principe di questo mondo.
Pare ovvio, anche per motivi tradizionali, che il diavolo debba essere brutto. Come tale esso già viene evocato da San Pietro (“fratelli siate sobri e vigilate, perché il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente, vi circonda cercando chi divorare”), viene descritto in forme animali nelle vite degli eremiti e via via invade, in un crescendo di bruttezza, la letteratura patristica e medievale, specie quella di carattere devozionale.99

J. B. Russell, Il diavolo nel medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1982

La paura del diavolo e del peccato è quella che ha più ossessionato gli uomini del Medioevo, a giudicare dall’insistenza con cui questo tema si presenta nella letteratura e nell’arte. Il diavolo, dal latino diabolus («calunniatore»), ha un ruolo importante nel Nuovo Testamento, dove rappresenta il principio del male. Associato al mondo materiale, il regno di Satana è in continua lotta con il regno di Dio, sino alla fine del mondo, quando sarà definitivamente sconfitto. La missione salvifica di Cristo si giustifica proprio nei termini di una contrapposizione al potere di Satana, che si configura come l’Anticristo.
Sarà questa poi la base della demonizzazione degli ebrei, degli eretici, degli infedeli. Nell’Apocalisse troviamo anche i primi caratteri della raffigurazione diabolica: il diavolo è un mostro, con sette teste e dieci corna. L’immagine poi si semplifica, ma resta l’attributo delle corna, insegna del potere o anche allusione agli animali cornuti pagani, simbolo della fertilità. La bestia è nera, come le tenebre degli abissi, o rossa, come il fuoco o il sangue. Mancano ancora le ali, segno del dominio dell’aria. È difficile tracciare uno sviluppo dell’iconografia del diavolo, perché in essa confluiscono tradizioni diverse e contrastanti: quella ascetico-monastica, quella folklorica, quella filosofica e quella didattico-religiosa.
Il diavolo assume aspetti molteplici, conformemente alla sua capacità di trasformarsi, di mascherarsi, di usare tutti gli strumenti dell’inganno per perseguire i suoi fini di perdizione. Egli mostra essenzialmente due volti, quello del tentatore e quello del torturatore infernale. Nel primo caso prende la forma di serpente o sembianze umane, soprattutto femminili, ma anche di uomo pio e colto, di viandante, di contadino, ecc. In questa veste stipula patti con i peccatori: il motivo del patto con il diavolo, alla base del moderno personaggio di Faust, circola ampiamente nel Medioevo e influenzerà direttamente la caccia alle streghe. Nel secondo caso il diavolo assume l’aspetto terrificante documentato nei testi di Bonvesin de la Riva, di Giacomino da Verona, di Dante, nei capitelli e negli affreschi delle chiese (si vedano le impressionanti rappresentazioni dell’Inferno – XIII e XIV secolo – nel Battistero di Firenze e nel Cimitero monumentale di Pisa).
Prima del Mille tuttavia il diavolo, per lo più un uomo o un diavolicchio, specie di folletto o di spirito maligno, non è un essere spregevole. Solo dopo l’XI secolo diventa un essere mostruoso, un ibrido tra l’uomo e la bestia, fornito di corna, di coda e di ali: il suo aspetto assumerà, dopo la crisi e la peste del Trecento, caratteri sempre più grotteschi, come dimostra la pittura di J. Bosch e di P. Bruegel.
È un testo dell’XI secolo, La visione di Tundale, con l’immagine mostruosa del diavolo, che divora le anime e le espelle sul ghiaccio, a influenzare le successive rappresentazioni letterarie e artistiche di Lucifero. Anche quando nei secoli XII, XIII e XIV la letteratura laica in volgare (dai poemi epici alle novelle di Boccaccio e Chaucer) relega il diavolo a un ruolo marginale o a pura metafora dei vizi umani, il demonio non allenta la sua presa sull’immaginario della gente. A ciò contribuiscono la letteratura religiosa e l’arte figurativa, dove la figura di Lucifero trionfa nelle visioni infernali dell’oltretomba. Proiezione delle angosce legate al senso di colpa e alla paura del peccato e della morte, il diavolo, aspetto rimosso e perturbante della società mercantile, appare ora soprattutto come torturatore. Ce lo mostrano all’opera Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva, con gli attributi tradizionali di un’iconografia rivolta a suscitare terrore per distogliere dal peccato. I diavoli sono esseri deformi e terribili, neri, cornuti e puzzolenti, lanciano fiamme dagli occhi, soffiano fuoco dalla bocca, dalle narici e dalle orecchie, hanno zampe d’orso, orecchie di porci, artigli, coda di serpente.
Creatura mostruosa, segno di sregolatezza e di bestialità, del sovvertimento delle leggi di natura, il diavolo è un essere vorace che abbranca, ingoia e talora riespelle le vittime. Questa immagine è evocata dal lupo mangiatore di uomini del folklore e della fiaba europea (dal lupo di Gubbio dei Fioretti di S. Francesco a Cappuccetto rosso), dal mito del licantropo, del vampiro, agli uomini-tigre della tradizione asiatica: è un’immagine forte che impressiona tenacemente l’immaginario medievale e influenza anche la Commedia di Dante.

Priamo della Quercia, Inferno,c. XXXIV, c. 1444-1450)

Il Lucifero dantesco, confitto nell’Inferno, con le sue tre bocche maciulla tre celebri traditori (Giuda, Bruto e Cassio), ma le sei pesanti ali di pipistrello, simbolo di tenebre e di cecità, flagellano invano l’aria gelata, impotenti a volare. Questo Lucifero è più ripugnante che terrificante. In linea con la tradizione scolastica, che nega un’esistenza autonoma al male – giacché il male dipende in ultima analisi dal bene, essendo Dio creatore dell’intero universo – Satana è pura materia, il suo corpo, irsuto e ferino, è un verme, un mostro, la negazione della verità e dello spirito: perciò, simbolo del nulla, Lucifero divora le sue prede umane piangendo lacrime di rabbia impotente.

Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (Inferno), Firenze, Battistero di San Giovanni, 1260-1270

Da Dante a Tasso

La rappresentazione del diavolo nella letteratura italiana è, fino a Tasso, essenzialmente comica e grottesca. Dante fissa questa fisionomia del diabolico nei canti XXI – XXII dell’Inferno, quando ci viene presentatala bolgia dei barattieri, condannati a bollire sotto una spessa coltre di pece, e guardati a vista da una schiera di diavoli dai nomi pittoreschi: Barbariccia, Cagnazzo, Libicocco, Alichino, Farfarello. Scarmiglione, Malacoda, Calcabrina, Graffiacane, Ciriatto…
I diavoli danteschi sono creature irriverenti quanto minacciose, attaccabrighe e volgari: pernacchie e flatulenze sono le loro modalità di comunicazione: «[…] avea ciascun la lingua stretta l coi denti, verso lor duca [verso la loro guida], per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta» (XXI, vv. 137-139). Essi sono ancora vicini all’origine folclorica della maschera demoniaca, nata dall’incrocio del diavolo (il «tentatore») biblico-evangelico con gli spiriti del sottoterra pagano, folletti maligni e dispettosi, sorta di giullari della demonologia popolare (si noti che Alichino è probabilmente il francese Hallequin, protagonista della caccia infernale, da cui deriva anche la maschera comica di Arlecchino). Anche Satana stesso,  «‘lo ‘mperador del doloroso regno», è presentato nell’ultimo canto dell’Inferno come una creatura immane e spaventosa, sì, ma più che altro grottesca e di ripugnante bruttezza: le ali «di Vispistrello», le tre facce di diverso colore, il pianto e «la bava sanguinosa» di cui è coperto, il resto del corpo bestialmente «velluto», descrivono un mostro disumano, assorto nella sua immensa pena, che non si accorge nemmeno dei due straordinari visitatori.

Lorenzo Lotto, L’arcangelo Michele caccia Lucifero, Loreto, Museo della Santa Casa, Palazzo Apostolico, 1550 circa

L. Sergiacomo – C. Cea – G. Ruozzi,  Satana eroico, da I volti della letteratura, Paravia

La narrazione eroica della Gerusalemme liberata
Tasso non poteva ignorare la potente iconografia dantesca di Satana e del demoniaco quando introdusse nella Gerusalemme liberata il concilio infernale, all’inizio del canto IV del poema. Ma lo stile della Gerusalemme liberata non è comico, come quello della Commedia, bensì sublime, come si addice alla narrazione eroica. Tasso eleva quindi il suo Satana, figurativamente e stilisticamente, al livello eroico del suo racconto.
Il re degli inferi perde ogni connotato folklorico e trae sia la sua fisionomia sia la maestà eroica del suo atteggiamento e del suo discorso da fonti classiche: non a caso perde il suo appellativo o nome cristiano per venire designato come Plutone.
Il diavolo di Tasso è dunque piuttosto il solenne Hades o Plutone, il re degli Inferi fratello di Zeus e Poseidone: divinità tenebrosa, terribile, mantiene la dignità e la maestà dei grandi dei dell’Olimpo:

Orrida maestà nel fero aspetto
terrore accresce, e più superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende,
gl’involve il mento e su l’irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s’apre la bocca d’atro sangue immonda.

T. TASSO, Gerusalemme Liberata, canto IV, ott. 6

Questo diavolo classicizzato, trasformato in cupo principe delle tenebre avrà fortuna: da Tasso al Romanticismo, il diavolo perderà il carattere clownesco che aveva avuto nel Medioevo, per diventare un personaggio serissimo, almeno tanto quanto il suo antagonista paradisiaco.
Questo nuovo Satana è dotato anche di una sua retorica e di una sua ideologia. Il discorso che Tasso gli fa recitare, infatti, è una vera e propria contro-Bibbia, un racconto della salvezza rovesciato, visto dal basso, dalla parte dei perdenti.

Gerusalemme Liberata, canto IV, ott. 9-17: il concilio infernale e il discorso di Satana.

9 – Tartarei numi, di seder più degni
là sovra il sole, ond’è l’origin vostra,
che meco già da i più felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l’alta impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle.

10 Ed in vece del dì sereno e puro,
de l’aureo sol, de gli stellati giri,
n’ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
né vuol ch’al primo onor per noi s’aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!
quest’è quel che più inaspra i miei martìri)
ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato,
l’uom vile e di vil fango in terra nato.

11 Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne più danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e porre osò ne’ regni nostri il piede,
e trarne l’alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel sì ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l’insegne ivi spiegar del vinto Inferno.

12 Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l’ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trovò, né quando,
ch’egli cessasse da l’usate imprese?
Non più déssi a l’antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete omai com’egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?

13 Noi trarrem neghittosi i giorni e l’ore,
né degna cura fia che ‘l cor n’accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che ‘l suo onore,
che ‘l nome suo più si dilati e stenda?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?

14 Che sian gl’idoli nostri a terra sparsi?
ch’i nostri altari il mondo a lui converta?
ch’a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano gl’incensi, ed auro e mirra offerta?
ch’ove a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l’arti nostre aperta?
che di tant’alme il solito tributo
ne manchi, e in vòto regno alberghi Pluto?

15 Ah non fia ver, ché non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero,
quando di ferro e d’alte fiamme cinti
pugnammo già contra il celeste impero.
Fummo, io no ‘l nego, in quel conflitto vinti,
pur non mancò virtute al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase a noi d’invitto ardir la gloria.

16 Ma perché più v’indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che ‘l lor poter più si rinforze;
pria che tutt’arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s’ammorze;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s’adopri ed or l’inganno.

17 Sia destin ciò ch’io voglio: altri disperso
se ‘n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d’amor lascive immerso
idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra ‘l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e ‘n sé diviso:
pèra il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui distrutto. –

Satana è un monarca che ha perso – ingiustamente perso – ma non ha rinunciato alla rivincita e non si è arreso all’iniquità della fortuna. La ribellione degli angeli al Creatore viene rivendicata come un’ «alta impresa» condotta contro, sembrerebbe, un nemico troppo suscettibile («altrui sospetti», «feri sdegni»: così la caratterizzazione dell’antagonista divino); il risultato della guerra viene presentato come una prevaricazione anche ideologica («noi siam giudicate alme rubelle»: è proprio vero che la storia la scrivono i vincitori. . .); la creazione dell’uomo è vista come un capriccio inspiegabile («ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato, / l’uom vile e di vil fango in terra nato»); il sacrificio di Cristo, culminato nella discesa agli Inferi, è giudicato una macchinazione, una manovra aggressiva contro quanto rimaneva dei regni infernali; la crociata è letta in termini puramente militari, come una guerra di aggressione contro Satana stesso e la sua regalità. E la partita è sempre aperta: «[. . .] non sono anco estinti / gli spirti in voi di quel valor primiero, / quando di ferro e d’alte fiamme cinti / pugnammo già contra il celeste impero. / Fummo, io no ’l nego, in quel conflitto vinti, / pur non mancò virtute al gran pensiero».

Si noti la comparsa, nel discorso di Satana, di una parola ormai pericolosa dell’ideologia politica cinquecentesca, virtute, qui usata esattamente nell’accezione con cui la usa Machiavelli («valor», animosità). Siamo dunque di fronte a un Satana politico, a un vero e proprio leader del male, sconfitto, ma che nella sconfitta assume una sua eroica grandezza. Fra l’altro, non Sl può fare a meno di cogliere la somiglianza di questo carattere tragicamente votato a perdere con uno dei piu grandiosi eroi del poema, Solimano, come Satana esule dal suo regno e come Satana in cerca di una impossibile vendetta.

La chiusa del discorso di Satana chiarisce, infine, la sua funzione a|l’interno della Gerusalemme liberata. Il demonio si qualifica come il vero antagonista della crociata cristiana, che si definisce come una guerra non tanto fra cristiani e pagani, ma, direttamente, tra Cielo e Inferno. Le raccomandazioni di Satana scandiscono imperiosamente la trama del poema, si che in ciascuna di esse possiamo riconoscere episodi ben precisi della Gerusalemme; «altri disperso / se ‘n vada errando»: questo è Rinaldo, esule dal campo, e ritornato per un po’ cavaliere errante; «altri rimanga ucciso»: più che a uccisioni generiche, si potrà anche qui pensare a un episodio specifico, per esempio a quello in cui rimane ucciso Gernando sotto il ferro di Rinaldo; le «cure d’amor lascive» rimandano a giardino di Armida e agli incantati amori di Rinaldo; sino alla previsione dell’ammutinamento e della siccità, che mettono a dura prova la tenuta del campo («pèra il campo e ruini») e del suo capitano.

Il fascino delle pulsioni demoniache
D’altronde, in tutti questi episodi, certo negativi e distruttivi per il buon esito della guerra santa, si riconoscono pulsioni e ideali che per quanto di radice demoniaca non per questo perdono il loro fascino. L’erranza cavalleresca di Rinaldo, tornato cavaliere avventuroso e sciolto dalla gerarchia militare che in guerra lo legava a Goffredo, ci riporta al libero esercizio delle armi cortesi, che è quanto dire alla libertà romanzesca del mondo di Ariosto: vagabondaggi, inchieste, gesta fantastiche, amori, contro alla dura disciplina del campo cristiano che sta assediando Gerusalemme, La stessa uccisione di Gernando dipende dall’individualismo irriducibile di questa cavalleria tradizionale, romanzesca ed errabonda, insofferente di gerarchie e di tribunali militari. E non parliamo di Armida, che è il primo «disturbo» inviato da Satana nel campo cristiano: essa incarna la fascinazione del sesso che sbaraglia le difese dei crociati, e che finisce con l’opporre allo squallido paesaggio che circonda la Città Santa la natura incantata e lussureggiante del giardino
della maga, in cui si consumano i suoi rituali amorosi. Tutto ciò è male, naturalmente; è tentazione, sviamento, lusinga dei sensi, sopravvivenza di un’etica cortese-cavalleresca che Tasso crede fermamente vada superata in nome di un’altra cavalleria, più severa e direttamente regolata dalle esigenze‘ morali di un mondo cattolicamente riformato. Satana è dunque destinato a perdere, alla fine; la sua contro-crociata dura il tempo che Dio decide che possa durare, prima dell’intervento risolutivo dell’Altissimo che, al canto XIII, ott. 73, pone  fine alle «prove» affrontate dal campo cristiano: «Abbia sin qui sue dure e perigliose / avversità sofferte il campo amato, / e contra lui con armi ed arti ascose / siasi l’inferno e siasi il mondo armato./ Or cominci novello ordin di cose, / e gli si volga prospero e beato». Ma ciò non toglie che nel poema si dispieghi ampiamente il fascino del male, e che il racconto si nutra profondamente dei suoi veleni. Con Tasso, Satana e il demoniaco acquistano non soltanto una diversa fisionomia stilistica e caratteriale, ma anche un ben più solido peso ideologico:  diavolo si identifica con la proposta complessiva di una diversa lettura del mondo, della storia, dei suoi valori, della religione stessa. Siamo sulla strada che, attraverso Milton, porterà a Goethe e alla leggenda di Faust.

William Blake, Illustrations to Milton’s “Paradise Lost”, The Butts Set,  “Satan Arousing the Rebel Angels”

“Is this the region, this the soil, this the clime”,
Said then the lost archangel, “this the seat
That we must change for heaven, this mournful gloom
For the celestial light? Be it so, since he
Who now is sovereign can dispote and bid
What shall be right: farthest from him is best
Whom reason hath equalled force hath made supreme
Above his equals. Farewell happy fields
Where joy for ever dwells! Hail horrors! Hail
Infernal world! And thou profoundest hell
Receice thy new possessor: one is changed by place or time.
The mind is its own place, and itself
Can make a heaven of hell, a hell of heaven.
What matter where, if I be still the same,
And what I should be, all but less than he
Whom thunder hath made greater? Here at least
We shall be free; th’ Almighty hath not built
Here for his envy, will not drive us hence:
Here we may reign secure, and in my choice
To reign is worth ambition though in hell:
Better to reign in hell, than serve in heaven.
But wherefore let we then our faithful friends,
the associates and co-partners of our loss,
lie thus astonished on th’ oblivious pool,
and call them not to share with us thei part
in this unhappy mansion, or once more
with rallied arms to try what may be yet
regained in heaven, or what more lost in hell?”

“E’ questa la regione, è questo il suolo, il clima”
disse allora l’Arcangelo perduto, questa è la sede
che ci tocca avere in cambio del cielo, questa triste oscurità
invece della luce celestiale? sia pure così, se colui
che ora è sovrano può dire e disporre
che cosa sia giusto; tanto meglio quanto più lontano
da colui che la ragione ha fatto uguale,
la forza reso supremo sui suoi uguali. Addio, campi felici
dove la gioia abita eterna! Salve orrori, salve
mondo infernale, e tu, profondissimo inferno,
accogli il nuovo possessore: uno la cui mente
non può mutare secondo tempi e luoghi.
La mente è luogo a se stessa, e in se stessa
Può fare dell’inferno un cielo, del cielo un inferno.
Che cosa importa dove, se sono sempre lo stesso,
e che altro dovrei essere, tutto meno che inferiore a colui
che il tuono ha reso più grande? Qui almeno
saremo liberi; l’Onnipotente non ha creato
questo luogo per invidiarcelo, e non ci caccerà di qui:
qui potremo regnare sicuri, e per mia scelta
regnare è degno di ambizione, anche se all’inferno:
meglio regnare all’inferno che servire in cielo.
Ma poiché lasciamo noi i nostri fedeli amici,
gli associati e partecipi della nostra sconfitta,
a giacere così attoniti sugli stagni dell’oblio,
e non li chiamiamo ad avere con noi la loro parte
in questa felice dimora, o a tentare ancora una volta
con armi riunite, quel che può essere ancora
riconquistato in cielo, o più ancora perduto nell’inferno?” J. MILTON, Paradise Lost, I, vv. 243 sgg.

Io credo che se il diavolo non esiste, e quindi è stato creato dall’uomo, questi lo ha creato a sua immagine e somiglianza.
Ivan Karamazov, in Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Parte seconda, Libro quinto, Pro e contra, cap. IV

David Gilmour, Rattle that lock, 2015

… So long sin, au revoir chaos
If there’s a heaven, it can wait
So long sin, au revoir chaos
If there’s a heaven
Rattle that lock
Rattle that lock, lose those chains
Rattle that lock
Rattle that lock, lose those chains
And all the other travellers
Become phantoms to our eyes
Furies and the revellers
The Fallen angels in disguise…

F. CARDINI, Il diavolo. Dalla bibbia a internet, storia di un temibile seduttore, “La Repubblica – Diario”, 24 luglio 2004

Anzitutto, si dovrebbe sfatare un luogo comune: non è stato certo il medioevo il periodo della nostra storia più ossessionato dal demonio. Il luminoso Rinascimento è stato il tempo nel quale demonologia e demonomania hanno impazzato alla grande: non a caso, roghi, streghe e inquisitori (e anche dotti trattati di demonologia e modesti prontuari su come convocare i diavoli per soddisfare i propri capricci amorosi o farsi aiutare a trovare tesori) hanno avuto la loro età d’oro fra XVI e XVII secolo. Poi si dovrebbe parlare dei molti revivals demonolatrici fra Settecento, Ottocento romantico e Novecento materialista ed esoterico.
Il medioevo è semmai il periodo nel quale il diavolo è stato preso più sul serio: e trattato – lo si voglia o no- in modo più razionale e ragionevole. Anche con molto rispetto, come certamente merita.
La Bibbia ebraica aveva trasmesso al mondo latino, celtico, germanico, slavo, illirico, baltico, un patrimonio di conoscenze e di credenze che era estraneo a quelle genti, in un modo o nell’altro tutte politeistiche e abituate pertanto a relativizzare lo stesso concetto di Male, a venerare dèi buoni e divinità terribili e pericolose. Vi erano, nei vari paganesimi antichi, entità demoniche, le quali venivano situate in un mondo semidivino, abitavano le forze del cosmo e della natura e c’erano infinite tecniche rituali per tenerle a bada.
La Bibbia proponeva viceversa un’entità complessa: il serpente tentatore dell’Eden, lo spirito giudicante e accusatore che era anche ministro di Dio (lo shatan del Libro di Giobbe), il serafino – spirito angelico altissimo – ribelle a Dio, il Dragone Rosso dell’Apocalisse. Fu lunga e paziente opera dei teologi medievali, a cominciare da Agostino, quella tesa a far convergere tutte queste figure e queste caratteristiche in un’unica immagine, quella di un disperato antagonista di Dio che eternamente desidera il male dell’uomo perché ne invidia la libertà e la possibilità di redimersi; un diavolo che a sua volta è a capo d’infinite coorti di demoni minori, le stelle cadute dell‘Apocalisse, ma che al tempo stesso assume talvolta l’immagine degli dèi falsi e bugiardi dell’antichità o dei loro piccoli, mostruosi accoliti.
In questo modo il diavolo che tenta Gesù nel deserto, e che i Padri della Chiesa immaginavano come uno spirito dalle sembianze grosso modo umane (magari leggermente scuro in volto, come i nomadi del deserto egiziano), si carica sempre più di attributi orridi o grotteschi, ereditati dalle varie ricche demonologie pagane: i due elementi esteriormente tipici dell’immaginario diabolico nel medioevo sono una belva, il rettile, e una figura umano-ferina, il capro erede del Pan dei greci. La gente del medioevo aveva paura del diavolo: sapeva che egli poteva rubargli l’anima e la vita eterna. Non aveva granché paura della morte: cominciò ad averne sempre più a partire dal trecento, e non solo perché le grandi epidemie l’avevano resa più presente e tremenda, ma anche perché gli uomini avevano cominciato a vivere meglio e ad amare di più la vita.

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, particolare, 1513

L’avvocato del diavolo (The Devil’s Advocate), 1997

Rolling Stones, Sympathy for the Devil, 1968

Work in progress…

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“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani”

G. Leopardi, Pensieri, LXVIII, 1831 – 1835, pubbl. postumi nel 1845:

La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.

Massimo Recalcati, Elogio della noia, “La Repubblica”, 15 novembre 2015

Occupati tra social, mail e smartphone non abbiamo più tempo per quella che era detta accidia. Che però in realtà è il desiderio di un mondo diverso
La connessione continua e il Nuovo ricercato a ogni costo producono sempre insoddisfazione Invece l’atteggiamento espresso da uno sbadiglio si può associare all’attesa e alla rivolta. Vuol dire spostare avanti il limite e liberarsi da un ambiente ristretto e soffocante

I pomeriggi assolati dove non c’era «neanche un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta», hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all’esperienza assoluta dell’assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi di noia: l’imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell’esistenza iperattiva, in permanente “mobilitazione totale”. Li ricordiamo ancora i ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro teppismo sciagurato non denunciava forse l’impossibilità di sostare nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare passaggi all’atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica, l’abbrutimento del consumo delle droghe, l’abuso compulsivo degli oggetti tecnologici, l’incentivazione di sensazioni sempre più inebrianti e assordanti hanno spazzato via l’immagine pastorale dell’oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna solamente il vuoto d’essere di chi si sente tagliato fuori dalla corsa all’affermazione della propria vita, ma anche chi in questa corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine sublimi, descrive come l’ombra melanconica dello sguardo di Nerone che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l’euforia del Nuovo ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo della grande giostra dell’Occidente ritroviamo lo spettro della noia non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato? Può la noia non essere solo l’esperienza soggettiva di qualcosa che si è semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o come nell’ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso, ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome di “accidia”: è il peccato della caduta del desiderio e del suo sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del mondo. L’annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna esperienza “religiosa” del mondo perché niente lo colpisce, lo entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non riserva più alcuna sorpresa. L’annoiato sa che non ci sarà più niente capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c’è più spazio per la meraviglia nei confronti dell’apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione non ci insegna forse anche qualcos’altro? La noia è il “desiderio dell’Altrove”, ha affermato una volta Lacan associandola stranamente alla rivolta, alla preghiera e all’attesa. Perché? Cosa hanno in comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la necessità della vita umana di allargare sempre l’orizzonte del proprio mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L’annoiato è a prima vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto, soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte. L’annoiato è esausto del mondo così com’è, è sfinito dalla presenza oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l’arrivo dell’Altro che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia pregando e invocando l’Altro.
La noia mostra che questo mondo, il mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la maestra, non ne invocasse l’esistenza di un altro. Lo sguardo del bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove. Dove? Fuori, via da lì, all’aperto, verso un altro mondo, Altrove; verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile. Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.

Heinrich Vogeler, Sensucht, 1908,

Valerio Magrelli, Una nobile tradizione di malinconia umor nero e spleen,  “La Repubblica”, 15 novembre 2015

Dal mondo greco a quello medievale da Leopardi a Cioran sono tanti gli autori che si sono ispirati a questo malessere

Per dire quanto vasto sia il mare della noia, nel 1916 Eugenio D’Ors compose una Oceanografia del tedio. Così facendo, lo scrittore catalano toccava un argomento millenario, relativo a uno stato d’animo chiamato nei classici greci akedia, nei latini taedium, nel medioevo acedia e nel Quattro-Cinquecento melanconia. Il termine noia, però, deriva dal latino in odio, “avere in odio”, formula che, dal provenzale enoja, darà vita addirittura a una forma poetica: l’enueg. Cominciamo da qui.
Al contrario del plazer, che elencava cose gradevoli, questa composizione era usata solo per lamentarsi. Così Girardo Patecchio poteva esclamare: «Noioso son, e canto de noio », tema ripreso da Shakespeare: «Stanco di tutto questo, quiete mortale invoco». Per non parlare dell’antichità (quando il disgusto di sé veniva scrutato da Lucrezio, Seneca, Marco Aurelio), la noia, dunque, fu innalzata a genere letterario sin dal XIII secolo. Altro che malattia dei moderni… Dietro l’attuale idea di depressione, si cela un concetto che investe la medicina, l’etica, l’estetica e la religione. Ciò che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde insomma una genealogia millenaria.
Intesa come effetto della “bile nera”, la noia, in tutte le sue possibili accezioni, seguiva una tradizione che, dal medico greco Galeno alla scienza araba, approdò al neoplatonismo fiorentino, finché, nel Rinascimento, divenne il contrassegno del Genio, associandosi ai nomi di Michelangelo, Dürer e Pontormo. Un paio di secoli dopo, anche grazie a Kant, alla stessa famiglia si uniranno Nerval e Coleridge, figure incomprensibili fuori del cerchio magico di quell’umor nero che Baudelaire ribattezzò con l’inglese spleen.
Ciò detto, bisogna ammettere che sarà Pascal a compiere il transito finale dalla nobile malinconia alla prosaica noia. Ci voleva un filosofo, cristiano e matematico, per affermare: «Niente per l’uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un’occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto».
Appunto per sottrarsi a tale tormento, la società ha inventato i divertimenti, che Pascal intende secondo l’etimo de- vertere, ossia fuggire dagli affanni, volgere lo sguardo altrove. Da qui la folgorante affermazione (peraltro ispirata a Lucrezio) secondo cui «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera».
Arriviamo così al quadrilatero composto da Leopardi, Schopenauer, Kierkegaard e Nietzsche. Scrive il nostro poeta: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». Del pari, il filosofo tedesco osserva: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno».
Kierkegaard, invece, fa emergere piuttosto la nozione di angoscia, non senza che lo scrittore indichi però in Nerone, un uomo annoiato, in cerca di distrazioni, che si divertì provando a bruciare Roma… Quanto a Nietzsche, anche senza citare un tema cruciale come quello dell’Eterno Ritorno, basti ripetere: «Contro la noia, anche gli dei lottano invano».
Arriviamo così al pensatore del Novecento che più si concentrò su tale sentimento. Per Heidegger, la “noia autentica“, interpretata come totalità dell’esistere e momento rivelativo dell’esistenza, giunge a rappresentare uno degli stati d’animo fondamentali, «che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa».
Fermiamoci qui, nel mistero di una simile nebbia. E quando Paul Valéry commenta amaro: «Non sappiamo più come mettere a frutto la noia», affidiamoci a Cioran, il quale, vedendo nella noia una «condizione superiore» della conoscenza, sosteneva che l’uomo, ben lungi dal doversi sentire condannato alla noia, proprio da essa può, viceversa, cercare d’essere tratto in salvo.

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/03/tutti-pazzi-per-la-noia.html

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