Archivi tag: Tema del viaggio

Naufragio senza spettatore

E. Nolde, Mare in tempesta, 1940

«È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grande travaglio di altri; non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto, bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune».
Lucrezio, De rerum natura, Libro II 1-4, trad. di L. Canali, Bur Rizzoli

Edoardo Albinati, Naufragio senza spettatore, “Il Sole 24 Ore Domenica”, 30 Giugno 2019

Da Lucrezio a noi. Albinati riflette sul millenario tema del naufragio e di chi vi assiste: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, arrivando fino a chi nega lo sbarco agli scampati

Sulla terra si fonda l’esistenza, in mare la si comprende. Innumerevoli sono le immagini connesse al naufragio, a chi lo vive in persona, a chi vi assiste (come nella famosa quanto enigmatica massima lucreziana nel secondo libro del De Rerum Natura), a chi lo vede rappresentato.
Del resto, è il naufragio stesso una rappresentazione, perfettamente conclusa in sé: non un emblema dunque o un’allegoria di qualcos’altro, bensì l’essenza e l’esperienza primaria della catastrofe. Forse paragonabile, per chi vi si trova sciaguratamente coinvolto, soltanto al terremoto: vale a dire quell’evento che scuote le fondamenta del proprio stare al mondo, scatenando e rivelando del naturale l’aspetto, per così dire, sovrannaturale e mostruoso.
Eppure il terremoto è un evento eccezionale, o quantomeno raro: il mare in tempesta, invece, uno spettacolo ordinario. Se osservato da terra, genera meditazioni più o meno sagge; se vissuto in mezzo alle muraglie d’acqua, rende manifesta come nessun’altra situazione l’imminenza della morte, o piuttosto, la sua immanenza, il suo incessante incombere su di noi.
Ma non è nemmeno quello della morte il termine più prossimo a quest’immagine. Ve n’è se possibile uno ancora più impressionante, il limine posto all’altro capo della vicenda di ogni essere umano: non la sua fine dunque, bensì il suo inizio. La nascita stessa, il venire alla luce, essere gettati sulla terra, è a tutti gli effetti un naufragio. Il naufragio iniziatico alla vita. Uno shock che ammutolisce o fa gridare aiuto. Scrive sempre Lucrezio mettendo a confronto i corpi indifesi del neonato e quelli del naufrago: «così il bambino, che la natura ha buttato sulle spiagge di luce, espellendolo con dolorose fitte dal grembo materno, proprio come un naufrago sballottato dalle onde furiose giace ignudo, incapace di parlare e bisognoso di soccorso».
Noi tutti dunque siamo naufraghi proprio in quanto venuti al mondo. E l’intero percorso dell’esistenza può essere paragonato a un viaggio per mare. Il medesimo parallelismo funziona invertendone i termini: ogni volta che ci si avventura in mare, è come se ci si avviasse a ricapitolare la precaria interezza della vita, rischiarandola proprio mentre la si mette a rischio. La luce speciale che solo i naviganti conoscono, sia col cielo sereno sia tra i lampi della tempesta, ne illumina la rotta, il passaggio, la strettoia (Francesco Petrarca ne ha descritto i pericoli, con abbondanza di dettagli marineschi, nel sonetto Passa la nave mia, che sarebbe riduttivo interpretare solo come una virtuosistica variazione sul tema dell’amante smarrito nella tempesta dei sentimenti).
Un ulteriore aspetto paradossale del viaggio per mare è che, il più delle volte, è proprio nei pressi del suo termine, quando sembra ormai prossimo a concludersi, a un soffio dalla salvezza, che esso rischia di fallire, e precipita nella sciagura i suoi protagonisti. Nulla vi è di più pericoloso che incontrare quella terraferma che si agognava di raggiungere. Il massimo dell’orrore per i naviganti è la vista della temibile scogliera che torreggia sulla nave, sempre più vicina. Le onde potranno ucciderli annegandoli o scagliandoli contro le rocce a cui intendevano aggrapparsi. Il possibile approdo si tramuta in una maledizione.
Nella versione della nostra attualità politica, il porto che potrebbe accogliere e salvare i naufraghi si rivela illusorio. Avvistare terra non è un sollievo bensì un miraggio. Alla nave con gli scampati viene negato lo sbarco. Si ritrova a galleggiare a poche miglia dalla riva, ancora tra i marosi, in una strana sospensione o rinvio del destino. Il viaggio si allunga e il rischio si riattiva. Chi stava annegando non scenderà a terra, comunque. Rispetto all’inferno dell’affogamento, ecco il purgatorio o forse il limbo del respingimento. Quelli che non sono periti tra le onde, semplicemente, cesseranno di esistere. Sia dal punto fisico sia da quello giuridico. Anche in acque cosiddette territoriali (espressione ossimorica più di ogni altra) il mare rimane “terra di nessuno”. Inabitabile, dunque. La speranza, tema di mille racconti e mille dipinti (esiste un genere pittorico a sé, frequentato dagli artisti sia per il virtuosismo tecnico che permette, sia per la densità di riferimenti simbolici), si spegne giusto a un passo dal traguardo: tenendo conto del fatto che quella via mare era solo l’ultima tappa di un viaggio cominciato, spesso, migliaia di chilometri più indietro, e mesi o addirittura anni prima, proprio come nelle narrazioni antiche degli esodi, delle ritirate e delle peregrinazioni: di eserciti, di interi popoli sconfitti o fuggiaschi, individui perseguitati, eroi condannati a compiere imprese impossibili all’altro capo del mondo.
Una maledizione mitica pesa su chi si avventura in mare come se lo stesse violando, come se il navigare stesso sia blasfemo e delittuoso, contaminante. Tracce di questo interdetto arcaico sono disseminate un po’ ovunque, dall’Iliade alle Argonautiche all’Aminta di Tasso, e oggi riaffiora, in una versione degradata e strumentale, nei discorsi di chi predica che ognuno se stia «a casa sua», e tutti rimangano «al paese loro», che là vi siano guerra o persecuzioni o siccità o carestia (o la mancanza stessa di una casa…) non importa, purché costoro non si mettano in viaggio, come dice Esiodo, «nell’assillo di una vita migliore». La speranza di una «vita migliore» (o semplicemente, di “una vita”, cioè, di conservarsi vivi) viene considerata alla stregua di una smania incomprensibile. Chi si spinge in mare, in effetti, sarà difficile fermarlo, sbarrargli la strada: nel mare non vi sono confini visibili e non si possono erigere muri e srotolare filo spinato. Se verso i popoli che abitano regioni anche lontane, ma di cui possono varcare i confini via terra, si nutrono, eventualmente, diffidenza e paura (eppure li si sente in qualche misura simili, magari pericolosamente simili…), chi invece abita al di là del mare e osa impunemente attraversarlo è visto come totalmente alieno, un mostro, la cui sfrontata pretesa di spingersi verso le nostre rive (che all’improvviso, facendo ricorso a un lessico da tempo dismesso, tornano ad essere “sacre”) non solo va respinta, va punita.
Dunque, affondare le navi degli intrusi prima che queste affondino da sole? Siccome non è lecito, e sarebbe troppo scandaloso (eppure qualcuno è arrivato seriamente a proporlo!), ecco farsi avanti una nuova modalità, quella, potremmo dire, dell’indifferenza attiva, della cecità programmata. Come se si cancellassero dallo schemino con cui si gioca alla battaglia navale, le navi in pericolo spariscono dai radar, si smaterializzano. Finisce la loro problematicità, poiché «la cosa non ci riguarda» o «riguarda altri». Venuto meno lo sguardo, viene meno anche il suo oggetto.
E dunque il «naufragio con spettatore», che ha fatto discutere per secoli i filosofi, si può semplicemente mutare in un «naufragio senza spettatore», un evento a cui è sufficiente non assistere affinché esso cessi di essere, e dunque di generare interrogativi: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, se «lo spettacolo dell’altrui rovina» debba farci provare un sentimento confortante, oppure rabbia, o pietà, se il soccorso sia un obbligo, un’opzione, una frastornante seccatura, se alla agitazione delle acque corrisponda un’agitazione dello spirito di chi ha i piedi all’asciutto. Si vuole chiudere in questo modo, alla maniera di un bilancio aziendale stilato in fretta e furia, con corredo di numeri e statistiche, un tragitto di pensiero millenario.

Questo testo di Edoardo Albinati sarà pubblicato, insieme ad altri dedicati al «Naufragio con spettatore», sul numero di luglio della rivista di cultura psicoanalitica «Psiche», diretta da Maurizio Balsamo ed edita da Il Mulino.

1 Commento

Archiviato in Attualità culturale, Temi letterari

Grand Tour

“Il Grand Tour ha una identità sovranazionale che riluce soprattutto negli spiriti più alti che vivono questa esperienza e tale carattere cosmopolita è un dato costitutivo fin dalle origini. L’Italia è per tutti costoro un’immagine femminile, è la “Mater Tellus” cantata da Lucrezio e la nutrice di un’esperienza spirituale e sensitiva unica: per questi motivi alla terra di Dante, Petrarca, Machiavelli, di Michelangelo e Raffaello, di Vivaldi e Farinelli, di Galileo e Aldovrandi è riservato un posto del tutto particolare nel Tour. L’Italia è a un tempo Parnaso, Campi Elisi e terra delle Esperidi. Due sono le coordinate che conviene seguire per darsi conto di questo viaggio iniziatico alla fonte del sapere e della bellezza. Ogni europeo rivive il mito di Ulisse, compone una sua Odissea che diviene Diary, Journal o Tagebuch. La sconfinata produzione letteraria è una testimonianza, memoria di un’avventura irripetibile che si ricorderà per tutta la vita e che si fa più vera e reale nel momento in cui viene narrata”.

da IL GRAND TOUR E IL FASCINO DELL’ITALIA, di Cesare De Seta, in TreccaniScuola

PER APPROFONDIRE: La nascita, i luoghi, i tempi, i protagonisti del Grand Tour, a c. della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. CLICCA QUI.

The Grand Tour. Art and Travel 1740-1914, a c. dell’Indiana University Art Museum (in lingua inglese)

GrandTourEuropa700rid40

enter image description here

Gli itinerari del Grand Tour dei nobili inglesi del Settecento. Fonte: Indiana University.

 

Roman Ruins

Charles–Louis Clérisseau, Rovine dell’antica Roma, c.a 1760, IU Art Museum

 

“Mi decisi a intraprendere un così lungo e solitario cammino, alla ricerca di quel punto centrale verso cui mi attirava un’esigenza irresistibile […]. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo […] le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vada, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo. […] “Ma, confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’una e l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”.  Roma, ottobre 1786, in J.W. Goethe, Viaggio in Italia

Costadura Grand Tour_03

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Settecento, Temi letterari

“Into the wild”

into1

Valentina Pigmei, DI NUOVO SELVAGGI: IL FASCINO ESTREMO DELL’ESSENZIALE, “Pagina 99” e “Minima & Moralia”

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.
Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chi lo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.
“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.
Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tesson sa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo. LEGGI TUTTO…

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Leggere

Il turista matematico – 2014

Riprende il viaggio intorno al mondo di Piergiorgio Odifreddi alla ricerca dei segreti della matematica.

Cambogia: dove i numeri sono angeli, “La Repubblica”, 26 luglio 2014

NELL’AUTUNNO del 1901 la nave “Formidabile”, che riportava Pierre Loti in Francia dalla Cina, tradisce il suo nome: ha bisogno di riparazioni, ed è costretta a uno sfibrante ancoraggio a Saigon. Il marinaio scrittore freme, e decide di fare una gita: o meglio, un pellegrinaggio. Va su una barca a vapore fino a Phnom Penh, attraversa con una chiatta il lago del Tonle Sap, e su un carro trainato da bufali arriva finalmente dopo cinque giorni a Siem Reap. Visita per due giorni le rovine di Angkor, e in altri cinque giorni torna a Saigon. Racconterà poi undici anni dopo le sue due settimane cambogiane, descrivendosi come Un pellegrino ad Angkor ( Occidente-Oriente, 2012).
L’articolo indeterminativo è appropriato, perché Loti non è stato l’unico a recarsi ad Angkor con un atteggiamento che si potrebbe definire “spirituale”: molti altri seguirono le sue orme nel primo Novecento, arrivando in auto da Saigon o Bangkok su strade aperte nella giungla indocinese. Il poeta Paul Claudel, ad esempio, che ricorderà il Bayon come «uno degli angoli più maledetti e malefici che abbia mai conosciuto», anche se poi rievocherà la sua esperienza cambogiana nel saggio Il poeta e il vaso d’incenso (Edizioni ETS, 2003).
Ma già nel 1296 Chou Ta-kuan, ambasciatore della Cina imperiale, era arrivato ad Angkor e ne aveva descritte le meraviglie nelle Memorie sui costumi di Cambogia. A partire dal Cinquecento occasionali visitatori avevano poi raccontato le sorti della città in rovina, abbandonata nel 1431 sotto la spinta delle conquiste thai, e avvolta dalla giungla in un abbraccio mortale. Al 1614 risale una precisa descrizione dei monumenti, dovuta al portoghese Diego do Couto, e al 1623 la più antica planimetria del tempio di Angkor Wat, effettuata da un anonimo pellegrino giapponese. Gli esploratori che arrivarono in Cambogia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, con il colonialismo francese, non scoprirono dunque rovine dimenticate: semplicemente, le fecero conoscere a un’Europa largamente ignara della loro esistenza. Primi fra tutti, i racconti del Viaggio nei regni del Siam, di Cambogia e del Laos del naturalista Henri Mouhot, pubblicato postumo nel 1862, e le fotografie di John Thompson, inserite nel 1867 in una Storia dell’architettura universale . Lentamente Angkor entrò nell’immaginario occidentale, fino a diventare una vera mania commerciale. Nel 1878, i disegni belli e fantasiosi dell’ Album pittoresco dell’architetto Louis Delaporte furono esibiti, insieme a varie opere d’arte khmer, all’Esposizione Universale di Parigi. Mezzo secolo dopo, parti del grande tempio di Angkor Wat furono riprodotte a grandezza naturale alle Esposizioni Coloniali di Marsiglia del 1922 e di Parigi del 1931. E ai nostri giorni i monumenti sono finiti come sfondo in vari film: da Lord Jim nel 1965, a Tomb Raider nel 2001.
Oggi i pellegrini sacri e riverenti alla Pierre Loti sono stati rimpiazzati da turisti profani e irriverenti. Basta poco, però, per evitare almeno in parte le orde di coloro che ad Angkor, come in qualunque altro luogo, ci vanno al solo scopo di poter dire di esserci andati. Basta, ad esempio, inforcare una bicicletta e andare alle rovine lungo le disselciate strade che le congiungono a Siem Reap, fermandosi a curiosare nelle scuole o nei templi. O a visitare il memoriale alle vittime dei khmer rossi, costituito da un macabro cumulo di teschi e una galleria di crudi dipinti naif, che ricordano l’ossario risorgimentale di Solferino e gli ex-voto alla madonna di Pompei.
Come per le vestigia di altri imperi, anche quelle cambogiane sono state saccheggiate ed esiliate in luoghi improbabili. Le famose statue del Buddha, di cui il re del Siam si appropriò al momento della conquista della Cambogia settentrionale nel 1431,vennero dapprima trasferite ad Ayutthaya e poi a Mandalay, dove tuttora si trovano. E le statue e i bassorilievi rubati da ladri di tombe quali lo scrittore André Malraux, in seguito paradossalmente diventato ministro della Cultura francese, oggi fanno bella mostra di sé in quei centri di ricettazione universale che sono i grandi musei mondiali. Ma ciò che rimane in loco costituisce comunque una delle meraviglie del mondo, e i suoi gioielli della corona sono il sacro tempio di Angkor Wat, il profano tumulo del Bayon e il memoriale naturale del Ta-Prohm.
Il primo è sicuramente l’attrazione simbolo del paese, tanto da essere rappresentato in effige sulla bandiera e sulle banconote cambogiane, e in un gigantesco modello in scala nel palazzo reale di Bangkok. Fu costruito verso il 1100 come un enorme mandala a rettangoli concentrici, ciascun perimetro dei quali corrisponde a un’ascesa di livello fisico e spirituale. E il passaggio da un livello all’altro rappresenta simbolicamente la salita al mitico monte Meru dalle cinque vette, che gli indù e i buddisti considerano il centro del mondo.
Le gallerie che circondano i vari livelli e il tempio centrale a cinque torri, sono punteggiate di cappelle votive delle due religioni e ricoperte di bassorilievi, rappresentanti scene tratte dal Mahabharata e dal Ramayana . Il più famoso è quello spettacolare, lungo cinquanta metri, della frullatura del mare di latte, in cui 108 angeli (deva) e demoni (asura) tirano da parti opposte, per 1000 anni, un serpente gigante ( naga) avvolto attorno a un monte usato come frusta, e producono infine il nettare dell’immortalità. Nel processo si formano le creature che popolano il mare, in un evidente analogo mitologico della nascita della vita dal brodo primordiale.
108 è il numero magico degli indù e dei buddisti, perché attraverso le sue cifre rappresenta l’unione dell’unità (1), del nulla (0) e del tutto infinito (8). Oltre che nella rappresentazione della frollatura lo si ritrova anche nei grani dei rosari, e nei 54 angeli e 54 demoni che costeggiano i ponti di accesso alla seconda meraviglia di Angkor: il Bayon, centro simbolico e planimetrico della vecchia capitale Angkor Thom.
L’edificio è un ottimo esempio di architettura frattale, in cui la struttura dell’intero si riflette nella struttura delle parti, suggerendo un regresso all’infinito. Ciascuna delle 54 torri del complesso presenta, sui quattro lati, un’immagine del re Jayavarman VII, che lo costruì verso il 1200. E le 216 immagini osservano i pellegrini e i turisti da tutti i lati, senza concedere tregua né agli uni, né agli altri. Questo non impedisce al matematico di osservare, in alcune cappelle, il fallico lingam di Shiva in versione a tre stadi: a sezione quadrata in basso, ottagonale al centro e circolare in alto. Simbolicamente, le tre parti rappresentano la trinità (trimurti) di Brahma, Vishnu e Shiva. Matematicamente, ricordano invece l’approssimazione indiana di 3,11 al valore di pi greco, ottenuta notando che se si tagliano gli angoli di un quadrato si ottiene un ottagono non regolare quasi equivalente al cerchio inscritto, appunto. L’ultimo gioiello di Angkor è il TaProhm, forse il sito più romantico dell’intero complesso. La Scuola Francese dell’Estremo Oriente, che durante il periodo coloniale intraprese il restauro dei monumenti divorati dalla giungla, decise infatti di non abbattere gli alberi di Ceiba pentandra e di Ficus religiosa che avevano stritolato all’esterno e squassato all’interno i monumenti, creando una singolare specie ibrida tra il vegetale e l’architettonico. Passeggiare tra i giganteschi tronchi che hanno avvolto gli edifici nel loro abbraccio mortale, competendo in grandiosità e potenza con gli architetti del passato, non solo ricorda ai turisti la caducità delle costruzioni umane, ma offre loro un’immagine di come i pellegrini avevano visto le rovine, stringendo per un attimo gli uni e gli altri in un abbraccio vitale.

Il Monte Athos e il calendario che ha perduto tredici giorni, 5 agosto 2014

NELLA Macedonia greca, sull’estremo orientale della penisola Calcidica, si trova un promontorio lungo una cinquantina di chilometri e largo una decina, che termina nell’altura di duemila metri del Sacro Monte Athos. L’intemperante tratto del mare Egeo che lo circonda lo protegge dagli intrusi: nel 492 a. C. vi perse trecento navi, e nel 483 a. C. Serse preferì evitarlo con una spettacolare manovra, scavando per tre anni un canale che permise alla sua flotta lo scavalcamento della penisola.

Benché Athos sia il nome di uno dei giganti che parteciparono alla ribellione contro gli dèi dell’Olimpo, il contrappasso vuole che il territorio dell’omonimo Monte sia oggi la sede di uno straordinario luogo dedito all’adorazione delle divinità del Golgota. La mitologia mediorientale racconta di una tappa effettuata dalla Madonna in compagnia di Giovanni, durante una loro gita dalla Palestina a Cipro, per visitare Lazzaro: la madre di Gesù, colpita dalla bellezza del luogo, espresse il desiderio che le venisse dedicato e una voce dal cielo sancì la creazione dell’odierno Giardino della Vergine. A sua volta, la storia vi registra chiese fiorite ai tempi di Costantino, distrutte sotto Giuliano l’Apostata, e rispuntate in seguito all’esodo dei monaci fuggiti dall’Egitto per la conquista musulmana. Nel 963 Atanasio l’Atonita fondò la Grande Lavra, il più importante dei venti monasteri che oggi punteggiano la zona. Si tratta di vere e proprie cittadelle medievali, circondate da mura e alberganti chiese e alloggi per monaci e pellegrini. Nei tempi andati i monaci assommavano a molte migliaia, ma oggi sono ridotti a circa duemila: quasi tutti greci ortodossi. LEGGI TUTTO…

Gli articoli dell’estate 2013: CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Scienza

On the road

Jack Kerouac, Sulla strada [1951], 1957:

But then they danced down  the streets like dingledodies, and I shambled after as I’ve been doing all my life after people who interest me, because the only people for me are the mad ones, the ones who are mad to live, mad to talk, mad to be saved, desirous of everything at the same time, the ones who never yawn or say a commonplace thing, but burn, burn, burn like fabulous yellow roman candles exploding like spiders across the stars and in the middle you see the blue centerlight pop and everybody goes ‘Awww!’ What did they call such young people in Goethe’s Germany?

“A quel tempo danzavano per le strade come pazzi, e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Come li chiamavano, questi ragazzi, nella Germania di Goethe?”

Presentazione dell’autore e dell’opera: VIDEO della serie Cult book. Approfondimento (PDF): CLICCA QUI.

Jack Kerouac, Readings from On the Road

Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti presentano Sulla strada. Il VIDEO

Fernanda Pivano intervista J. Kerouac. CLICCA QUI.

La versione originale di “On the road”

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento

Terre e luoghi leggendari

“In questo filmato realizzato da Elisabetta Sgarbi, regista e direttore editoriale della Bompiani, Umberto Eco presenta il suo ultimo libro, Storia delle terre e dei luoghi leggendari (Bompiani), un vero e proprio atlante dei luoghi fantastici e immaginari. Si tratta di un saggio in cui Umberto Eco esplora e racconta i mondi fantastici nati dalla fantasia di scrittori ed artisti: centinaia di mondi che, nel corso dei secoli, sono stati inventati dall’uomo partendo dai poemi di Omero e arrivando alla fantascienza dei nostri giorni”. CLICCA QUI.

La presentazione del libro

“Storia delle terre e dei luoghi leggendari è un saggio in cui Umberto Eco esplora e racconta i mondi fantastici nati   dalla fantasia di scrittori ed artisti. Sono centinaia i mondi che, nel corso dei secoli, sono stati inventati dall’uomo. Partendo dai poemi di Omero e arrivando alla fantascienza dei nostri giorni, Umberto Eco racconta questi favolosi mondi, ricchi di mistero e magia, sui quali sono stati proiettati tutti i desideri e i sogni, ma anche gli incubi e le paure, che non riuscivano a trovare un loro spazio nel mondo del reale. In questo volume Umberto Eco sfoglia le pagine dei grandi classici della letteratura, alla ricerca dei significati nascosti in quei mondi immaginari. Così da Ventimila leghe sotto i mari ad Alice nel paese delle meraviglie, dal Milione di Marco Polo ai fantasy di Tolkien, il lettore viene accompagnato in un viaggio di scoperta di tutti quei luoghi che gli scrittori di ogni epoca hanno lasciato in eredità. Terre in cui ognuno può ritrovare qualcosa di sé stesso, popolate da mostri, fantasmi ed eroi, attraversate da magia e da passioni e che non sono limitati nello spazio e nel tempo dai vincoli cui è costretto ciò che è reale”. 

Intervista a Umberto Eco (Che tempo che fa, 5 ottobre 2013). CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale

Il turista matematico

Il viaggio intorno al mondo di Piergiorgio Odifreddi alla ricerca dei segreti della matematica

1. Così Talete scoprì il teorema della piramide,  “La Repubblica”,  6 agosto 2013

2. Il computer di Iside, “La Repubblica”,  7 agosto 2013

3. In viaggio con Darwin. La mappa segreta dell’evoluzione“La Repubblica”,  15 agosto 2013

4. Le zattere di pietra. Benvenuti alla  Hawai, le isole naviganti, “La Repubblica”,  20 agosto 2013

5. L’isola dimezzata.  Islanda, nel cuore della faglia dove ribolle l’Inferno di Dante,  “La Repubblica”,  22 agosto 2013

Lascia un commento

Archiviato in Scienza

Tempo di viaggi

I più grandi viaggi della storia e della letteratura, da Magellano a Kerouac: mappe interattive. CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Storia, Visual Data

Ai confini dell’uomo. Viaggio nella letteratura concentrazionaria

Ma misi me per l’alto mare aperto

(Dante Alighieri, Commedia, Inf. XXVI 100)

1. Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945)

Nel corso della seconda guerra mondiale, il 1943 segna un periodo critico per le potenze dell’Asse: è l’anno della disfatta nazista a Stalingrado e della sconfitta delle forze italo-tedesche nella campagna del Nordafrica. In Italia, ai conflitti politico-militari intestini si aggiunge, a luglio, lo sbarco dei primi reparti angloamericani sulle coste della Sicilia. Dopo la deposizione e l’arresto di Benito Mussolini, il nuovo governo guidato su incarico del re da Pietro Badoglio avvia le trattative per l’armistizio con gli alleati, siglato a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico cinque giorni dopo. Così, da metà settembre 1943 l’Italia si presenta divisa in due parti: le regioni meridionali e le isole sotto il controllo degli alleati e del Regno d’Italia; le regioni centrali e settentrionali occupate militarmente dai nazisti e sottoposte all’amministrazione del nuovo governo collaborazionista fascista (la futura Repubblica Sociale Italiana), guidato da Mussolini per volontà di Adolf Hitler.
Tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, quasi ottocentomila persone vengono deportate dall’Italia centro-settentrionale in territorio tedesco [1]. Di queste, molte sono membri delle Forze armate italiane, abbandonate alla diffidenza dell’ex-alleato nazista dopo l’8 settembre 1943. Fra i settecentomila ufficiali e soldati italiani catturati dalla Wehrmacht nei giorni successivi alla resa dell’Italia, infatti, solo cinquantamila accettano di arruolarsi nelle nuove formazioni filotedesche; i restanti, circa seicentocinquantamila, vengono internati in appositi campi di prigionia allestiti in Germania e Polonia e subordinati all’autorità del Comando Supremo delle Forze armate naziste [2]. Altri centomila uomini e donne, arrestati nei rastrellamenti che gli apparati armati nazisti e repubblicani effettuano nelle retrovie del fronte o durante le azioni antipartigiane, sono deportati in Germania e impiegati in campi di detenzione e lavoro coatto per sostenere l’industria bellica nazista. Infine, circa quarantamila persone vengono deportate con motivazioni politiche o razziali nei campi di concentramento e di sterminio dipendenti dalle SS: sulla loro esperienza e sulla sua narrazione si sofferma questo elaborato.

LEGGI TUTTO…

Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in PRIMO LEVI

Testimone esemplare dell’esperienza concentrazionaria, così come dell’analogia fra il Lager e l’inferno dantesco portata al suo più alto livello, è considerato – in Italia e non solo – Primo Levi (1919-1987). Diplomato al Liceo D’Azeglio di Torino e laureato in chimica, dopo l’8 settembre 1943 si unisce, in Valle d’Aosta, a un gruppo di partigiani di Giustizia e Libertà. La sua esperienza nella Resistenza termina prima della fine dell’anno, quando la Milizia fascista lo cattura nel corso di un rastrellamento e, viste le sue origini ebree, lo interna nel campo di Fossoli. Da lì, il 22 febbraio 1944 inizia il viaggio verso Auschwitz, dove Levi resterà (nel Lager annesso alla fabbrica di Monowitz) fino alla liberazione del campo nel gennaio 1945. Subito dopo il lungo viaggio di ritorno attraverso l’Europa (che racconterà ne La tregua, 1963), consegna le sue memorie dell’anno trascorso ad Auschwitz a un’opera che travalica i confini di genere fra testimonianza e romanzo: Se questo è un uomo, pubblicato dapprima nel 1946 presso le edizioni De Silva di Franco Antonicelli e poi, con alcune varianti, dalla casa editrice Einaudi (che inizialmente l’aveva rifiutato), a partire dal 1958.
«Grave testimone di un’esperienza al limite estremo del tragico e dell’assurdo» [38], Primo Levi comincia la sua carriera di autore letterario dando forma scritta al suo ricordo, percepito «come bisogno e come obbligo» [39]. Il periodo di lavoro febbrile in cui si getta – contestualmente alla sua nuova attività di chimico presso una fabbrica di vernici di Avigliana – segue gli innumerevoli racconti orali fatti al ritorno, che sottendono le redazioni scritte tanto di Se questo è un uomo quanto de La tregua. Il modello letterario del bisogno vitale di narrazione provato già durante la detenzione in Lager è, per Levi (appassionato frequentatore di libri di viaggio, da Marco Polo a Conrad), il racconto necessario e ostinato del Vecchio Marinaio, unico superstite del soprannaturale viaggio per mare descritto nella famosa Ballata del poeta inglese Samuel Taylor Coleridge. Il riferimento a The Rime of the Ancient Mariner si fa ancora più evidente nelle opere successive dello scrittore torinese: i vv. 582-585 («Since then, at an uncertain hour,/ that agony returns:/ and till my ghastly tale is told/ this heart within me burns.») sono posti in epigrafe a I sommersi e i salvati (1986), e in una lettera a Kurt H. Wolff recentemente rinvenuta si legge l’intenzione di Levi di proporre il v. 118 («Upon a painted Ocean») come titolo della traduzione in lingua inglese de La tregua, racconto della sua personale odissea che in un primo periodo pensa di intitolare Vento alto [40].
Indubbiamente, però, il grande e principale riferimento per Se questo è un uomo è il Dante dell’Inferno. L’intera Commedia è un racconto presentato come cammino, e «la storia del viaggiatore che tende a una meta sospirata è la figura europea dell’uomo per eccellenza […], che Dante assume all’interno della tradizione cristiana – e biblica – per cui la vita dell’uomo sulla terra non è altro che un pellegrinaggio verso la patria, che è Dio» [41]. Ma, se in Dante il percorso dell’homo viator – nonostante l’apparente descensiodella prima cantica – è appunto orientato verso l’Alto, in Se questo è un uomo l’analogia fra il viaggio verso l’abisso del Lager e la discesa nell’inferno dantesco è privata da Primo Levi di ogni implicazione religiosa e teleologica. Come si vedrà, nella prima opera di Levi l’idea di sprofondamento (umano e morale) è dominante, anche se un tentativo di risalita può essere individuato estendendo la lettura a La Tregua e a Se non ora, quando? (1982), libri che insieme a Se questo è un uomo testimoniano mirabilmente la concezione leviana (derivata principalmente da modelli omerici, biblici e danteschi) di viaggio «come vasta avventura esistenziale» e «come itinerario paradigmatico dell’esistenza» [42].
Diversamente da quanto accade in molte testimonianze sulla deportazione nazista, per le quali «si tratta per lo più di uno stereotipo» [43], il riferimento alla discesa nell’inferno di Dante in Se questo è un uomo è l’esito del fondamentale parallelismo stabilito da Levi fra attività scrittoria e scienza [44]. Così, il procedimento analogico leviano da un lato attinge alla formazione scientifica dell’autore per riportare un fenomeno ignoto (il Lager) ad uno noto (l’inferno), dall’altro ricorre alla sua educazione umanistica per chiarire l’immagine (tratta dall’Inferno dantesco) da assegnare a quest’ultimo.

Sin dal primo capitolo (Il viaggio), il convoglio diretto ad Auschwitz è presentato, con una potente climax, come «in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il ‘fondo’» [45]. Sull’autocarro che dalla stazione li porta al Lager, un moderno «caronte», «invece di gridare “Guai a voi, anime prave”», deruba «cortesemente» dei loro ultimi averi Levi e quanti sono sopravvissuti alla selezione, «tanto dopo non ci servono più» [46]. Proprio la sensazione di «giacere sul fondo» [47] segna l’ingresso nel campo e apre il secondo capitolo (Sul fondo, appunto), che si pone assieme al penultimo (L’ultimo) ai limiti estremi di uno schema concentrico circondato dal filo spinato [48], entro il quale si compie il processo di annientamento inflitto dall’uomo al suo simile. All’interno del doppio confine tracciato dalla recinzione del Lager, oltre il cancello sul quale campeggiano «le tre parole della derisione» [49], Levi e gli altri vengono rapidamente privati dei vestiti, dei capelli, persino del nome, a cui viene sostituito il numero di ingresso (che solo ad Auschwitz – e solo per i non tedeschi – è anche tatuato sull’avambraccio dei detenuti).

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, non è pensabile [50].

Molti ancora sono i riferimenti alla narrazione della prima parte del viaggio di Dante in questo moderno paesaggio infero, che Primo Levi descrive con il suo caratteristico gusto per una brevitas pregnante: «tutto è niente quaggiù, se non la fame dentro, e il freddo e la pioggia intorno» [51]. Il processo di inserimento nella «follia geometrica» [52] che regola la vita del Lager avviene «in chiave grottesca e sarcastica» [53], come in un’anticipazione delle tinte anche farsesche che Levi utilizzerà per definire l’immagine di Auschwitz, dove bene e male, giusto e ingiusto si confondono e si snaturano, e dove il motto dell’illuminismo kantiano è rovesciato nel «non cercar di capire» [54]. Mentre la struttura dell’Inferno dantesco è saldamente ancorata sulla razionalità dell’ordinamento dei peccatori e della corrispondenza della pena al peccato, nell’inferno capovolto del Lager non esiste e non deve essere cercata alcuna giustificazione: «Hier ist kein warum», impara ben presto Levi [55].

Sempre dalla prima cantica della Commedia Primo Levi ricava, oltre alle coordinate topografiche del luogo infernale e all’andatura prosopografica del libro modellata sull’esempio del realismo dantesco [56], una delle immagini principali di Se questo è un uomo: quella dei «sommersi», in vece dei quali egli parla e scrive [57]. Così si apre, infatti, il canto XX dell’Inferno: «Di nova pena mi conven far versi/ e dar matera al ventesimo canto/ de la prima canzon, ch’è di sommersi», cioè di coloro che sono immersi nel profondo della terra e del male, privati per sempre della luce divina. A questo participio, che già nei versi danteschi ha valore insieme fisico e morale, si rifà Levi per esprimere la condizione dei «musulmani»,

i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero [58].

Anche i «salvati», contrapposti ai «sommersi» ma a loro accostati da Levi nel titolo del nono capitolo di Se questo è un uomo (titolo che l’autore avrebbe voluto estendere all’intera opera, e che poi troverà posto sulla copertina del suo ultimo libro, I sommersi e i salvati), devono il loro nome a Dante («spiriti umani non eran salvati», Inf. IV 63); ma, se nella Commedia la salvazione si carica di un valore fortemente religioso, nel Lager descritto da Levi la sopravvivenza segue strade all’apparenza prive di senso, il cui racconto frequentemente indulge a un’aspra ironia. 
A un tempo narrazione e riflessione, Se questo è un uomo è un’opera «tanto più testimoniale quanto più letteraria» [59], nel tentativo coerente di dare una forma ordinata e razionale alla complessità caotica dell’inferno concentrazionario e del mondo che l’ha reso possibile e permesso. Nelle parole di Primo Levi, questo tentativo – che, come si è visto, passa anche attraverso un attento riferimento a precedenti letterari illustri (Dante in testa) e si riflette, nella lingua e nello stile, in una compresenza di classicismo e sperimentalismo – assume un valore estetico ed eminentemente morale, mettendo alla prova, di fronte all’estremo, i confini stessi dell’umano.

Giovanni Miglianti, contributo pubblicato su Griseldaonline, gennaio 2013

Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945) / Treni di uomini. Il viaggio di deportazione come soglia e simbolo / Dire Auschwitz. L’inferno in terra / Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in Primo Levi / L’eterno presente. Cammini senza meta e viaggi letterari / Dopo Auschwitz. Considerazioni sul viaggio verso l’estremo.

Lascia un commento

Archiviato in Storia

Herman Melville

Moby Dick or the Whale
Call me Ishmael. Some years ago – never mind how long precisely – having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen, and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off-then, I account it high time to get to sea as soon as I can.
Moby Dick o la balena
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovviginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

(Traduzione: Cesare Pavese)

 

Moby Dick (Moby-Dick or The Whale), conosciuto anche come La balena, è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore statunitense Herman Melville. È stato tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese nel 1932.

PROTAGONISTI

Il narratore, Ismaele.
…as for me, I am tormented with an everlasting itch for things remote. I love to sail forbidden seas, and land on barbarous coasts…

Queequeg, il nobile selvaggio: Better sleep with a sober cannibal than a drunken Christian.

Il capitano Achab«roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile».

” Ma ti sembro vecchio, davvero così tanto, tanto vecchio, Starbuck? Mi sento mortalmente stanco, prostrato e ricurvo, come fossi Adamo che vacilla sotto il cumulo dei secoli dai tempi del Paradiso. Dio! Dio! Dio! Spaccami il cuore! Sfondami il cervello! Inganno! Amaro inganno dei miei capelli grigi dov’è la gioia che per anni avrei dovuto vivere per portarvi, e sembrare e sentirmi così spaventosamente vecchio? Stammi accanto, stammi vicino, Starbuck, lasciami guardare negli occhi di un uomo; è meglio che guardare il mare, o il cielo; è meglio che guardare Dio.”

La nave Pequod, «un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici».

Starbuck,  il primo ufficiale del “Pequod”:

” Oh Starbuck, è dolce, dolce il vento, dolce a vedersi il cielo. In un giorno così, clemente proprio come questo, ho colpito la mia prima balena, giovane ramponiere diciottenne! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di caccia ininterrotta, quarant’anni di privazione, di pericolo, e di tempesta! Quarant’anni in questo mare senza pietà! per quarant’anni Ahab ha lasciato la docile terra, per quarant’anni ha combattuto questa guerra sugli orrori dell’abisso!”

Moby Dick, la balena.

It was the whiteness of the whale that above all things appalled me.

Il capitano del Pequod non è solo il più faustiano degli eroi ottocenteschi, ma è in effetti più faustiano dello stesso Faust. «I lack the low enjoying power», mi manca la bassa capacità di godere, mormora Ahab al tramonto […]. Eccole, le parole che Faust dovrebbe dire, e invece non pronuncia mai:

Che cos’è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, contro tutti gli affetti e i desideri umani? […] E Ahab, Ahab? Sono io, Signore, che sollevo questo braccio, o chi è? (Moby Dick, 132).

Ingannatore ultraterreno, tiranno imperscrutabile.., È il diavolo, anche qui: però dentro Ahab, non fuori di lui…

Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino, Einaudi, 1994

PER APPROFONDIRE

Orson Welles legge Moby Dick. CLICCA QUI.

Alessandro Baricco legge Moby Dick. Il VIDEO.

Per approfondire: CLICCA QUI.

La nuova traduzione di Ottavio Fatica: Einaudi, 2015

TRE SCENE DA MOBY DICK tradotte e commentate da Alessandro Baricco, Feltrinelli, 2009

 Moby Dick in musica

Led Zeppelin, Moby Dick, da Led Zeppelin II, 1969

Laurie Anderson, Songs and Stories from Moby Dick (1998 – 2001), McFarlin Auditorium, Southern Methodist University, Dallas, TX

Al cinema

Moby Dick. La balena bianca, regia di John Huston, 1956. Sceneggiatura di Ray Bradbury.

Luigi Sanpietro, La sensibilità della balena, “Domenica – Il Sole 24 ore”, 28 luglio 2019

Herman Melville. Lo scrittore nacque duecento anni fa. Ma il suo capolavoro, «Moby Dick», ne ha fatto un autore del Novecento. Non piacque ai contemporanei per l’inaudita potenza e per la complessa impalcatura metafisica

Era nato duecento anni fa, il 1° agosto 1819, ma il suo capolavoro, Moby Dick, ne ha fatto un autore del Novecento. Le ragioni per cui non piacque ai contemporanei, che pure consideravano Melville un eccellente scrittore di libri di viaggio, stanno probabilmente nella sua complessa impalcatura metafisica.

E poiché quel che un giorno pare astruso, il giorno seguente risulta illuminante, grazie a quei mutamenti della sensibilità estetica e morale che gli storiografi tedeschi dell’800 hanno definito una volta per tutte come Zeitgeist o “spirito del tempo”; ecco che, dopo un periodo di oblio, Moby Dick fu riproposto negli anni ’20 – cent’anni fa – all’attenzione dei lettori per le sue qualità artistiche.

Il che stava a indicare una apprensione delle cose in sintonia con una sofferta visione agnostica o addirittura gnostica («il mondo è stato creato da una divinità avversa all’uomo») che si andava allora affermando e che la complessità e ambiguità proprie del linguaggio dell’arte moderna parevano confermare.

Deriso da critici e pubblico quando uscì, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, rispettivamente nel 1851 e 1852, Moby Dick è oggi collocato ai vertici della letteratura mondiale. Ma prima che D. H. Lawrence, Carl Van Doren e Lewis Mumford – sono questi i suoi paladini – lo rilanciassero; Melville, che era morto nel 1891, era scaduto a scrittore di secondo piano. Tant’è vero che tutte le sue opere erano ormai fuori stampa dal 1876.

Bisogna però dire che Moby Dick avrebbe ricevuto il plauso di Nathaniel Hawthorne, dalla cui opera Melville aveva peraltro già preso spunto per sostenere entusiasticamente – in un saggio apparso, nel 1850, su “Literary World” – che era giunta l’ora, per gli scrittori americani, di entrare in competizione con Shakespeare e i suoi pari. E in quello stesso anno aveva iniziato la stesura di una temeraria avventura della mente – senza patria e senza confini – alla spasmodica ricerca del significato ultimo delle cose. La ragione dell’esistenza del male.

In una lettera del maggio/giugno 1851 allo stesso Hawthorne, oltre a lamentare la fretta con la quale era costretto a scrivere («i dollari sono la mia dannazione») e oltre a trascurare il fatto che i libri con i quali aveva esordito lo avevano reso celebre – se non ricco – dalla sera alla mattina, Melville aggiungeva: «Ciò che mi sento più spinto a scrivere, quello viene bandito: non rende. Eppure, nell’insieme, non riesco a scrivere nell’altro modo. Così alla fine il risultato è un garbuglio, e tutti i miei libri sono delle rappezzature».

Paventava l’idea di passare ai posteri «come l’uomo che è vissuto tra i cannibali». Il grande successo di un libro di iniziazione alla vita come Redburn («una povera cosa che ho scritto per comprarmi un po’ di tabacco») e il fallimento di Mardi (1849) – un viaggio allegorico, andata-e-ritorno, a un immaginario arcipelago del Pacifico – orientarono la sua mente verso la creazione di un ibrido di inaudita potenza e straordinario vigore poetico. Un libro concepito come un documento sulla baleneria ed esemplato sulle anatomie del ’600, che diventa una sorta di tavola periodica sulla quale sono registrati i vari modi in cui la realtà può essere percepita da occhi e spiriti diversi.

Punto di riferimento per ogni personaggio è la balena, in realtà un capodoglio, la cui insolita bianchezza – ovvero assenza di connotazioni etiche – simboleggia l’inaccettabile indifferenza della natura nei confronti dell’uomo. Al centro, una figura titanica con un nome biblico, Ahab – colui che nel Primo Libro dei Re (21: 26) «commise molti abomini, seguendo gli idoli» –, il quale insegue e persegue ai quattro angoli dell’oceano quella che crede essere la incarnazione del male, per vendicare l’oltraggio subito tempo addietro, quando, aggredito, l’enorme animale aveva reagito staccandogli una gamba. La storia dell’ossessivo inseguimento che finisce in catastrofe, è raccontato in prima persona dall’unico sopravvissuto, Ishmael, che nella Genesi è il figlio ripudiato di Abramo e che in Moby Dick riassume in sé la voce di tutti gli orfani, i diseredati e gli esuli della terra. La condizione creaturale di tutti gli uomini e le donne di questo mondo.

Agli occhi dei modernisti, Moby Dick apparve come un’opera che, al pari della Commedia e dell’Amleto, di Re Lear e dei Fratelli Karamazov, esplorasse lo spazio tra il cielo e la terra, scendendo agli inferi. In un articolo apparso su “The New Republic” (1928), Lewis Mumford contrapponeva infatti più volte la parola “Life” (scritta con la maiuscola) a “merely living”, per indicare le vette a cui l’immaginazione di Melville aveva portato la propria opera rispetto ai pur grandi scrittori della sua epoca – e citava i vittoriani: da Dickens a Thackeray – astretti nella rappresentazione realistica di una quotidianità (mangiare, dormire, arricchirsi, accoppiarsi e morire) che non si chiedeva, né tantomeno rivelava mai, né lo scopo né il significato della umana esistenza.

Il coraggio di cui Melville aveva dato prova rovistando sotto la superficie delle apparenze attrasse l’attenzione di una generazione animata da “passione e compassione” – come si diceva a quei tempi – per la quale che l’opera d’arte fosse formalmente bella era del tutto secondario (e anche difficilmente definibile) rispetto al fatto che fosse espressiva, ovvero penetrante e incisiva, e collocasse ogni cosa sul piano ontologico per delineare in trasparenza – ex pede Herculem – la portata simbolica delle cose visibili.

Dal momento della riscoperta, tutti i libri di Melville – poesie comprese – e non solo Moby Dick, sono diventati oggetto di una riflessione critica sistematica – sottile e talora fin troppo scaltra – che, oltre a imporlo, giustamente, come un classico, lo ha talora indicato come un autore di singolare stravaganza intellettuale. Come se la sua dimestichezza con alcuni autori del Rinascimento oggi ormai poco famigliari – da Robert Burton a John Bunyan e da Thomas Browne (sopra tutti) alla Versione Autorizzata di re Giacomo, che era peraltro solo una delle sei traduzioni delle Scritture che Melville teneva sul tavolo, fosse il risultato di una scelta esoterica invece che parte del normale bagaglio di letture di uno scrittore della sua generazione in America.

Melville non anticipò il modernismo perché nessuno scrittore anticipa mai il futuro – ciò che non c’è –; ma certamente, come succede sempre alle opere di molto spessore, il suo Moby Dick è potuto sembrare profetico perché parla nella lingua eterna delle grandi verità e delle nostre angosciate domande sul valore della nostra esistenza. Il pentagramma in cui il tempo stesso – la storia – implode nell’assoluto e dal silenzio ci si aspetta che una voce ci venga in soccorso.

IN THE HEART OF THE SEA, regia di Ron Howard. Dicembre 2015. Il trailer:

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento