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Gli inventori di parole

Non solo i letterati, ci sono termini nati dalla mente di artisti, astronomi e scienziati
Giuseppe Antonelli, “Corriere della Sera”, 25 febbario 2016

L’invenzione delle parole ha in sé qualcosa di magico. «Io conosco un signore che inventa parole nuove», comincia una filastrocca di Gianni Rodari. Tra le altre, quel signore aveva inventato lo spennello, «per disfare un quadro se non è bello»; lo stemporale e la stempesta, «che fanno tornare subito il sole» e «molte altre parole di grande utilità in campagna ed in città».
Solo in pochissimi casi, però, è possibile indicare con certezza il creatore delle parole del nostro vocabolario. Uno di questi è quando ci troviamo in presenza di una precisa rivendicazione. Cicerone, ad esempio, dichiara di aver inventato l’aggettivo morale (latino moralis) per rendere il greco ethikòs (poi diventato l’italiano etico): con l’intento, scrive lui stesso, di arricchire la lingua latina.
Rimanendo nel campo dell’italiano, uno che si vantava di aver usato ben quarantamila parole diverse era D’Annunzio. Tra queste, anche alcune coniate da lui come — da pioniere dell’aviazione — velivolo. «La parola è leggera, fluida, rapida… pur essendo classica, esprime con mirabile proprietà l’essenza e il movimento del congegno novissimo» (se lo diceva da solo). A riconoscergli la paternità della ben più fortunata tramezzino è Alfredo Panzini, che nel Dizionario moderno del 1935 spiega alla voce sandwich: «indica due fettine di pane con entro alcuna fine vivanda. D’Annunzio propose “tramezzino”» (qualche anno prima Marinetti, l’inventore del futurismo, aveva proposto traidue; ma, per restare in tema alimentare, non tutte le ciambelle riescono col buco).
Il «miglior fabbro» del nostro parlar materno resta comunque Dante Alighieri. Secondo i calcoli fatti da Tullio De Mauro, più di un quinto delle parole usate ancora oggi nell’italiano di tutti i giorni risulta attestato per la prima volta nelle sue opere, e in particolare nella Commedia non a caso detta Divina. Tra i vocaboli creati o diffusi da Dante ci sono parole come accidioso, squadernare, inurbarsi, trasmutare o anche bolgia (ciascuna delle dieci fosse dell’ottavo cerchio dell’inferno, poi passata a significare «caos»), tetragono nel senso di «persona forte» e contrappasso, che Dante riprende dal latino di San Tommaso.
Contrattacco è invece una delle tante parole che dal lessico militare (assedio, barriera, difesa, incursione) passano nel Novecento a quello calcistico. Ma, come racconta Gian Paolo Ormezzano nel suo Tutto il calcio parola per parola, per Gianni Brera «dire contrattacco era troppo facile»: e allora ecco il contropiede. La parola non era del tutto nuova, visto che negli anni Quaranta «tira di contropiede» era l’equivalente di quello che oggi i telecronisti rendono con «tira con il piede non suo» (e di chi altri, verrebbe da chiedersi). Brera però la usa con un nuovo significato, mettendo a frutto la sua straordinaria capacità di invenzione e reinvenzione verbale: il libero, il centrocampista, la melina, l’incanto del prestipedatore e il culto della dea eupalla. L’era pseudo-tecnica della palla inattiva era di là da venire, e avrebbe portato con sé anche la ripartenza: il nuovo modo di chiamare il contropiede che pare si debba ad Arrigo Sacchi.
L’invenzione delle parole, d’altra parte, non è un’esclusiva dei letterati. La caricatura era parola cara ad Annibale Carracci e alla sua bottega, in cui si usava fare «ritrattini carichi». Cannocchiale risulta usato per la prima volta dal matematico e astronomo Giuseppe Biancani in riferimento all’invenzione di Galilei. Per la sua invenzione, invece, Alessandro Volta scelse da sé il nome pila (anche se in un primo momento aveva pensato a colonna). Un grande divulgatore, se non proprio creatore, di parole nuove è stato Cesare Lombroso, che ha contribuito a diffondere nella nostra lingua centinaia di neologismi; tra i tanti: alcoolista, claustrofobia, raptus, cleptomane, i famigerati criminaloide e mattoide, ma anche parole come tatuare o analfabetismo.
Innumerevoli sono, peraltro, le coniazioni effimere: quelle che Vittorio Coletti definisce in un suo saggio «parole senza fortuna» o «parole mancate», frutto dell’ossessione verbipara (il vocabolo è proprio di Coletti) che porta molti scrittori, giornalisti, politici a partorire incessantemente parole nuove. Ciò che i pubblicitari fanno spesso per mestiere, creando da decenni parole macedonia come aperimio, digestimola, trissetante. O giocando sulla formazione degli aggettivi. Di una macchina che ebbe grande successo negli anni Ottanta si diceva che era sciccosa, scattosa, comodosa, risparmiosa (con malizia tutt’altro che infantile, nella pubblicità di un gelato si diceva invece che era morsoso, succhioso, leccoso).

Come Fenoglio, il coraggio di svelare parole sconosciute
Gian Luigi Beccaria, “La Stampa”, 25 febbraio 2016

Amiamo tutti la libertà delle nuove coniazioni. Oggidì ne siamo sommersi, tra politichese, burocratese, e globalese, e tante magari ci disturbano (poi ci facciamo presto il callo) per la loro non dico bruttezza, ma violenta novità, anche quando si presentano con faccia italiana: gratta gratta ci sta sotto spesso una parola inglese. A meno che non scatti l’inventiva e il gusto di usare una parola nostra, a riaffermarla con altrettanto nostrani prefissi o suffissi. In questo caso la parola nuova ci piace.
Possiamo riandare alle neoformazioni dei grandi scrittori, da Gadda a quel po’ di Dante che si leggeva a scuola, quando forgiava a piacere denominali (alleluliare), verbi parasintetici e derivazioni prefissali (appulcrare, indiarsi, ingigliare), ardite voci formate coi possessivi (immiare, inluiare, intuare), coi numerali (intrearsi, incinquarsi, immillarsi) o con avverbi (indovarsi, insusarsi). Ricordo la prima volta che lessi «Il Partigiano Johnny» e l’ardimento di Fenoglio nell’usare il suffisso -oso per le sue inedite, bellissime neoformazioni: la solitudine incubosa, il sudoroso smaniare, il fiume annegoso, il giorno fremitoso, gli spari bambagiosi, la tenebra bloccosa, l’erba guazzosa, l’oscurità macignosa, la brividosa paura, il fango trappoloso, il terreno radicoso, il verde rovoso, le fortezzose mura, l’asfalto guazzoso, l’allea brezzosa, gli sguardi rampognosi, la malaugurosa ora del vespero, il sapore arancioso, il posto freddo e correntoso, e via seguitando. Che meraviglia!
Nessuno di questi aggettivi ha avuto corso. Ma importa poco. Ora invece importa che una parola abbia successo. Non è questo il problema importante per Matteo. Conta il guizzo inventivo e momentaneo di quel ragazzo, per il quale scrivere resterà certamente, anche in futuro, ricerca e conquista, come lo è stato pure per i grandi scrittori. Conta che al piccolo Matteo non manchi l’immaginazione e il coraggio. Certamente, nonostante i consensi, la sua proposta non attecchirà. Che importa. Così come non importa se tanti neologismi che ogni giorno ci forniscono i giornali, il giorno dopo siano già morti. Matteo ha dalla sua ora i social, che contano più della benedizione della Crusca.

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Johnny come Enea: l’epica del Partigiano

Il critico Gabriele Pedullà individua nel poema di Virgilio il riferimento ideale di Fenoglio
Massimo Novelli, “La Repubblica”,  26 agosto 2015

Non è una novità che la storia de Il partigiano Johnny , il capolavoro incompiuto di Beppe Fenoglio (1922-1963) pubblicato per la prima volta nel 1968 da Einaudi grazie a Lorenzo Mondo, fu ispirata da modelli epici. Le vicissitudini del protagonista nella Resistenza sulle colline delle Langhe, un giovane albese innamorato dell’Inghilterra e della libertà, sono state spesso accostate a quelle di Ulisse, tanto che il libro dello scrittore piemontese venne definito una sorta di Odissea della guerra partigiana. Ma soltanto adesso, con l’uscita de Il libro di Johnny , epicamente ricostruito da capo a fondo, smontato e rimontato dal critico Gabriele Pedullà, si può individuare il vero riferimento ideale, letterario e soprattutto etico di Fenoglio: l’Eneide di Virgilio. Johnny, dunque, rifulge nel testo fenogliano, di cui esistono tre versioni, come Enea, che per il poeta Giorgio Caproni è il «simbolo di tutta l’umanità moderna ». Virgilio, del resto, per T. S. Eliot è il «classico di tutta l’Europa ». Diverse pagine del capolavoro di Fenoglio riportano a Virgilio. Basterebbe rammentare un momento del libro: quando Johnny cammina solo nel vento delle Langhe con la sua lupa, in inverno e nel pieno dello sbandamento partigiano, rifiutandosi di abbandonare le armi fino alla primavera. Pedullà mette in luce, a ragione, le analogie con Enea, che, come una quercia robusta nelle bore delle Alpi, resiste con virile fermezza alle suppliche di Didone.
L’intuizione sulle analogie fra Johnny e l’Eneide è una felice operazione critica e filologica, e colloca definitivamente Fenoglio e il suo gran romanzo, anche nella incompiutezza, ai posti più alti della letteratura e della ricerca letteraria del Novecento, nel solco della classicità. Naturalmente il lavoro di Pedullà non si esaurisce nella fonte epica, nel rintracciare la classicità dell’opera fenogliana. La sua è una nuova e appassionante riproposizione del Partigiano Johnny fedele agli intenti dello scrittore. Fenoglio, infatti, concepì l’umana avventura del suo eroe in testi differenti, però destinati a raccontare infine, se la morte non lo avesse stroncato a poco più di quarant’anni, un’unica storia, una sola Eneide. Lo fece in Primavera di bellezza, pubblicato nel ’59 da Garzanti, che era l’inizio delle vicende del giovane albese, fino al settembre 1943; e poi in quello che ne era il seguito: il testo che Lorenzo Mondo, pubblicandolo per la prima volta, volle chiamare Il partigiano Johnny.
Ora Il libro di Johnny ricostruito, e restituito innanzitutto a Fenoglio, ricuce e fonde il romanzo edito da Garzanti con il romanzo non finito, optando per un finale (il primo adottato dal romanziere) in cui Johnny non muore al combattimento di Valdivilla, come accade nella versione del ’68, ma sopravvive. L’Eneide della guerra partigiana, e dei fatti che determinarono dopo l’armistizio la scelta resistenziale di Johnny- Fenoglio, può finalmente essere consegnata ai lettori nel segno, come scrive Pedullà, di una «vicenda esemplare», di una lezione civile e morale, di biografia «che si fa mito senza smettere di essere storia».

Leggi un estratto del saggio: CLICCA QUI.

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Un romanzo, una canzone: “Over the rainbow”

Over the Rainbow (anche nota con il titolo Somewhere Over the Rainbow) è una canzone scritta da Harold Arlen con testi di E.Y. Harburg. La versione originale è cantata da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939. LEGGI TUTTO…

Aldo Grasso, Fenoglio: il mago di Oz ai tempi della Resistenza.”Una questione privata”: amore e lotta partigiana al ritmo della canzone di Judy Garland, “Corriere della Sera”, 6 ottobre 2003

«Ma un giorno, erano soli, Fulvia caricò il fonografo con le sue mani e mise Over the Rainbow, “Avanti, balla con me”. Lui aveva detto, forse aveva gridato di no. “Devi imparare , assolutamente. Con me, per me. Avanti”. “Non voglio imparare… con te”. Ma già lo teneva, lo spostava nello spazio libero e spostandolo ballava. “No!” protestò lui, ma era così sconvolto che non riusciva nemmeno a tentare di divincolarsi. “E soprattutto non con quella canzone!” Ma lei non lo lasciava e lui dovette badare a non inciampare e rovinarle addosso».
Una questione privata (pubblicata postuma da Garzanti nel 1963 con altri racconti sotto il titolo Un giorno di fuoco) è una bellissima storia d’amore, una delle più intense della narrativa del Novecento. Come tutte le grandi storie d’amore è di una semplicità disarmante: nel corso della lotta partigiana, Milton, studente universitario di Alba, è perdutamente innamorato di Fulvia, una ricca ragazza sfollata nelle Langhe per sfuggire ai bombardamenti di Torino. Timido, impacciato nei modi, convinto di non essere bello, la pelle spessa e pallidissima, Milton la corteggia scrivendole lettere appassionate, traducendo per lei brani e versi dall’inglese, coinvolgendola in discorsi «seri». Lei è attratta da quel ragazzo così diverso dagli altri e ha gioco facile nel simboleggiargli l’altrove: la città, la modernità dei costumi, persino l’America. La loro canzone è Over the Rainbow, interpretata da Judy Garland e tratta dal Mago di Oz (1939). Ed è proprio questa hit – il film di Victor Fleming sarebbe uscito in Italia solo dopo la guerra – a ribaltare i piani, a disgregare lentamente il manto di retorica sulla Resistenza, a esaltare un’avventura esistenziale.

Chi era Fulvia?

Massimo Novelli, L’altra FulviaLa Repubblica,  10 ottobre 2013

«Doveva essere il 1960, tutt’al più il 1961, quando mia mamma Gigliola andò ad Alba a trovare i nonni. Era sposata, noi figli eravamo già nati. Nella città delle Langhe, proprio davanti al portone della loro casa, in via Roma 14, incontrò Beppe Fenoglio. Si salutarono. Poi lui le disse: “Gigliola, ho scritto un romanzo ispirandomi a te, tu sei la protagonista di un romanzo che ho scritto”». A raccontare è Corrado Franco, regista cinematografico, figlio di Gigliola Carusi Franco, poetessa, giornalista, autrice di teatro e insegnante, morta a 88 anni a Torino nel febbraio scorso, lo stesso mese in cui, nel 1963, morì Fenoglio. Scomparsa la madre, della quale ha pubblicato i versi nel 2011 facendosi editore in proprio per quel solo libro, Non sono poesie, e venuto meno il suo desiderio di non divulgare i “segreti” che la legavano allo scrittore, Corrado rompe il riserbo. Adesso li può svelare.
Gigliola era la Fulvia di Una questione privata. L’altra Fulvia almeno, perché nel personaggio del libro si è identificata anche la signora Benedetta “Mimma” Ferrero, che vive a Roma da molto tempo. Nel romanzo, uscito postumo nel 1963, è narrata la storia dell’amore del partigiano Milton, lo stesso Fenoglio, per una ragazza chiamata Fulvia. Ma, al centro della vicenda, c’è soprattutto l’ossessione che lacera Milton, il dubbio che lo tormenta: Fulvia e Giorgio Clerici, il suo migliore amico, si sono amati e lo hanno tradito?
Gigliola Carusi Franco non si limitò, spiega il figlio, «a rievocare a me e a mio fratello Antonello, che fa il filosofo, l’innamoramento del giovane Fenoglio per lei. Fece il nome del vero Giorgio Clerici, mai reso noto fino a oggi. Si chiamava Ugo Rabino». Era uno dei giovanotti più affascinanti di Alba, giocava a pallacanestro come Fulvia e Giorgio Clerici nel libro, e come, nella realtà, vi giocava Gigliola. Per qualche tempo, oltretutto, fu partigiano come Fenoglio nella II Divisione Langhe degli autonomi. Gigliola aggiunse un terzo “segreto”. Disse ai figli, pregandoli però di non parlarne con nessuno finché lei fosse stata in vita, che fra lei e Rabino c’era stato davvero un flirt, un “filarino”. Ricorda Franco: «Quando lesse che la signora Benedetta Ferrero s’era identificata in Fulvia, senza tuttavia rivelare l’identità di Giorgio Clerici, mia madre sorrise e mi disse in tono perentorio: “Io sono Fulvia. Sono la sola che conosce la verità. Fulvia e Giorgio Clerici ebberouna relazione? La mia risposta è sì. Neanche Beppe lo sapeva” ».
La madre di Corrado Franco era bella. Rammenta lui: «Era bellissima come le sorelle. Era figlia di Lorenzo Carusi, il primario dell’ospedale San Lazzaro di Alba, un uomo che ha aiutato tanta gente durante l’occupazione tedesca. Aveva conosciuto Fenoglio, più vecchio di due anni, al liceo classico Govone. Mi ha sempre detto che Beppe era stato innamorato di lei e che, per un certo periodo, si erano frequentati, anche se fra loro non c’era stato neppure un bacio».
Eppure, per anni, si è creduto che la bella Fulvia fosse Benedetta Ferrero. La signora, d’altronde, lo ha detto in diverse occasioni. Precisa Corrado Franco: «Non dubito, nel modo più assoluto, che non sia in buona fede. Penso che Fenoglio, come spesso succede agli scrittori, si sia ispirato a entrambe. Resta il fatto che ci sono diverse caratteristiche biografiche del personaggio di Fulvia che corrispondono a mia madre; altre, invece, sembrano appartenere di più a Benedetta». In ogni caso, continua, «mia mamma ascoltava dischi americani con Beppe, e la loro canzone, come nel romanzo, era Over the Rainbow. Lei e Fenoglio facevano lunghe passeggiate in collina e sulla circonvallazione; mia mamma fumava, come Fulvia, ed era come lei una gran divoratrice di libri. Andava a casa di Beppe e lui andava a casa sua. C’è un’ulteriore affinità che li lega. Il giovane Fenoglio, negli anni Quaranta, scrisse La voce nella tempesta, una riduzione teatrale daCime tempestose di Emily Brontë. Ebbene: mia madre preparò una tesi di laurea in quel periodo, in seguito accantonata, su quel romanzo».
Gigliola ha voluto parlare dei suoi “segreti” innocenti in una poesia, composta verosimilmente tra il 2000 e il 2008, e ritrovata dai figli dopo la morte. È dedicata a Fenoglio, si tratta di un dialogo con lui in cui si intrecciano fatti veri, che sono parecchi, e finzione, che è poca. Comincia ricordando quando lui l’aspettava «sotto al portone / alle 6 tutte le sere andavamo a fare la circonvallazione. (…) Tutta Alba diceva che era bruttino / ma io lo trovavo bellissimo. / Mi faceva leggere / ciò che aveva scritto ». Non nasconde, a un certo punto, la loro “questione privata”. È quando scrive: «Lui nel libro l’aveva / ribattezzato Giorgio; ma io / sapevo che era Ugo Rabino ». Fenoglio le chiede: «Non hai nulla da dirmi in proposito? / Mi guardava come se volesse bucarmi l’anima. / “Era vero. Io risposi (non avrei voluto dirglielo). / Tu eri sparito, aggiunsi, senza dirmi nulla. / Ugo era bellissimo, assomigliava ad Errol Flynn. / Andavano ad amoreggiare in uno stallatico, cioè dove / i contadini delle Langhe venivano in Alba lasciando i loro carri». Ricordi e forse rimpianti, nostalgie, di una donna non comune, che non ha mai approfittato in alcun modo di quel legame in vita e in letteratura con Beppe Fenoglio.

I dolori di un giovane partigiano.Amore e guerra visti da Fenoglio
Roberto Galaverni, “Corriere della Sera”,  10 aprile 2015
Un romanzo denso di asprezze, in cui s’intrecciano impegno e sentimenti. Tra le sue fonti d’ispirazione spicca «Cime tempestose» di Emily Brontë

Da quasi trent’anni, quando l’ho incontrata tra le letture non ufficiali dei miei studi universitari e me ne sono innamorato per sempre, ho consigliato con entusiasmo Una questione privata di Beppe Fenoglio a ormai innumerevoli amici o conoscenti. In pratica senza eccezioni, il libro ha suscitato infallibilmente altrettanta sorpresa e entusiasmo. Racconto lungo o romanzo breve che sia, Una questione privata sembra davvero possedere qualcosa d’irresistibile, di magico, vorrei dire. Il fatto è che questo romanzo, d’ora in poi lo chiamerò così, che a mio parere è forse il più bello tra quanti scritti sulla Resistenza (è la grandezza di un altro libro di Fenoglio, Il partigiano Johnny , a rendermi incerto), è in verità un romanzo d’amore, sull’amore. E un amore folle, assurdo, spericolato, cieco, senza mezze misure: quello del giovane e anglofilo partigiano Milton per Fulvia, una ragazza di Torino sfollata ad Alba per evitare i bombardamenti. Un amore che vuole, meglio ancora, che deve vivere — vivere contro la guerra, contro l’orrore, contro le smentite della realtà — per tenere alla lettera tra i vivi un uomo, un ragazzo, che senza di esso quella realtà non potrebbe più attraversarla, quella vita non riuscirebbe più a viverla. Niente di meno. Come resistergli, dunque?
Il fatto è che questo romanzo della Resistenza è per certi versi un romanzo contro la Resistenza. L’assolutezza e la radicalità della questione privata mettono da parte, come ponendola tra parentesi, la questione pubblica e civile, cioè l’impegno nella lotta contro i fascisti. La ricerca della realtà del suo amore per Fulvia, su cui improvvisamente Milton vede gravare qualcosa di più che un oscuro presentimento, è insomma indifferibile, e non ammette, come di fatto non ammetterà, alcuna dilazione o sviamento. Per Milton, ancor più che nella guerra, è infatti qui, nel suo amore, e sottolineo suo, che ne va della vita. Per farsene un’idea bisognerà allora guardare lontano, lì dove Fenoglio aveva appunto guardato: alla letteratura inglese, dunque, e così all’intensità senza ritorno di certi drammi shakespeariani o dei romanzi di Thomas Hardy, come Tess dei D’Urbervilles e Juda l’oscuro , ma anche, più di tutto, del primo dei suoi riferimenti, Cime tempestose di Emily Brontë.
Forse solo Fenoglio poteva permettersi di scrivere una storia così. Scritta all’inizio degli anni Sessanta e pubblicata postuma nel 1963, subito dopo la morte dello scrittore (che era nato ad Alba nel 1922), Una questione privata rappresenta infatti il coronamento di una forsennata impresa di scrittura dedicata al tema della Resistenza e del partigiano, un lavoro che Fenoglio tra un fortissimo senso di realtà e sogni e ideali almeno altrettanto forti, la fatica della scrittura, i progetti naufragati, le delusioni editoriali e soprattutto le mille e mille e mille sigarette, aveva condotto come in trance , o piuttosto come in apnea, a partire almeno dalla fine della guerra. Malgrado tutti e malgrado tutto. Come qualcuno che sempre e ancora resiste; come uno scrittore-partigiano, appunto. E partigiano Fenoglio lo era stato e non dell’ultima ora.
E ancora partigiana o comunque di resistenza è tutta quanta la sua opera, anche quella parte legata non alla guerra, ma alla civiltà contadina delle Langhe, dove di guerra e di resistenza per la vita sempre e comunque si tratta. Dunque non c’erano dubbi per lui riguardo alla legittimità della propria operazione. Sapeva come pochi chi e quale fosse il nemico (lo ricordo per inciso, ma, proprio come Pavese, anche Fenoglio già alla fine degli anni Quaranta parla della Resistenza come guerra civile) e, di conseguenza, quale indubitabilmente fosse, come si dice nel Partigiano Johnny , la parte giusta («the right side», in inglese nel testo).
Eppure Una questione privata è intriso fino al midollo della Resistenza, con una violenza, una durezza, una ferocia, un buio, che è difficile riscontrare altrove e che solo il prodigioso senso del ritmo della narrazione, in sintonia col passo di Milton che cammina e cammina sulle colline, permette di attraversare. Fenoglio stesso aveva parlato della sua volontà di collocare la ricerca amorosa «nel fitto» della guerra civile. E infatti questione privata e questione pubblica risultano qui più che strettamente intrecciate, illuminandosi per contrasto e come per reciproca dismisura. Calvino, che aveva qualcosa da farsi perdonare da Fenoglio dal punto di vista editoriale, nel dare giustamente credito all’eccezionalità di Una questione privata , lo paragonò ai romanzi amorosi e cavallereschi come l’ Orlando furioso . Ma non è così. Si tratta infatti di un romanzo che va alla radice, che cerca sì, ma per trovare qualcosa d’essenziale e d’irrinunciabile; di un romanzo salvifico. Il romanzo, dunque, della Resistenza storica, ma anche, e sempre, della resistenza (stavolta con la minuscola) esistenziale e metafisica, della resistenza come modo di essere, della resistenza come vita.

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Beppe Fenoglio

“C’era di mezzo la più lunga notte della sua vita. Ma domani avrebbe saputo. Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere. Avrebbe rinunciato a tutto per quella verità, tra quella verità e l’intelligenza del creato avrebbe optato per la prima.”
Beppe Fenoglio, da “Una questione privata” cap. XIII

 

Il documentario di Guido Chiesa sulla vita e l’opera di Beppe Fenoglio:

“Fenoglio morì il 18 febbraio 1963; due mesi dopo usciva da Garzanti Un giorno di Fuoco. Nel settembre dello stesso anno si aveva la seconda edizione; nell’aprile 1965 l’opera apparve con il titolo mutato: Una questione privata. […], come è indubbio oramai che Una questione privata è incompiuta [(l’abbiamo pubblicata – avverte l’introduzione – per interessamento e cura degli “amici”)], altrettanto fuori discussione è l’altezza di poesia con essa raggiunta da Fenoglio.
Una questione privata è il titolo che Fenoglio usava, parlandone con la moglie, per illustrare la storia di Milton, che è una storia a sé, senza interferenze con altre dell’epopea partigiana con cui Fenoglio continuava idealmente a convivere senza staccarsene mai del tutto
[…] il “classico” Fenoglio ci ha dato, con la storia di Fulvia e di Milton, uno degli amori più disperatamente romantici della nostra narrativa, una storia classicamente raccontata per maturità di stile, ma di una passione contenuta in cerchi sempre più stretti intorno a un’immagine di donna, che è insieme affermazione di vita e desiderio di assoluto; la storia di un’ossessione che finisce col farsi destino, ostinata e patetica e struggente, come la poesia solo può esserlo.
L’alternarsi delle vicende reali con quelle solo rievocate e sognate è l’elemento determinante della straordinaria liricità e drammaticità insieme della storia di Milton: ed è anche la chiave per capirne il senso profondo, giustificazione prima ed assoluta del suo fascino.
La tecnica del flash-back che Fenoglio aveva già altre volte usata – da maestro ne La Malora – segna qui uno dei due versanti su cui si regge la storia di Milton: Milton partigiano, uomo d’azione, è circondato da cose visibili, spesso spiacevoli, grevi, pesanti, ossessive, come il fango, la pioggia e la brutalità della guerra; Milton pensiero, anima, cuore, sogni, Milton invisibile, è affacciato su quell’altro versante, pieno di musica e di luci, dolcemente e dolorosamente riflesso in un volto di donna.
Milton ha bisogno dell’amore di Fulvia per accettare la vita, ma ne ha bisogno anche per accettare la morte. L’ambiguità di questo amore è l’ambiguità della storia di Milton, e il suo senso profondo, perché offre della realtà due facce: una del sogno romantico conservato intatto, nella memoria e nel cuore; l’altra del tradimento forse perpetrato, che sconvolge la mente e il sangue.
[…], quando Milton insegue la sua verità, insegue anche il suo disperato bisogno di sapere se dietro tutto il marcio che la vita gli dispiega intorno, si può essere ancora uomini in un pensiero d’amore condiviso con abbandonata certezza. La corsa di Milton è la sua agonia, in una dimensione che non è solo quella delle colline, ma di tutta la vita, con la sua rabbia e la sua potenza di amore, ed è ritmata nel fango e nel vento, tangibile e concreta, ma è anche la più carica di simboli non terrestri che ci sia stato dato d’incontrare nelle pagine del dopoguerra.
Anche per questo, la questione privata supera i limiti della storia di Milton, e si carica di simboli universali che le fanno superare insieme le formule ufficiali del realismo nel cui ambito Fenoglio si trovò ad assolvere la sua parte di testimone di una generazione tribolata: per questo facciamo nostro, a conclusione dell’esame di un’opera che ci pare segnare il culmine dell’impegno letterario di Fenoglio, il giudizio di Italo Calvino (prefazione alla seconda edizione de Il sentiero dei nidi di ragno, 1964):
Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente nella memoria fedele, e con tutti i suoi valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”.
Calvino, oltre a centrare le ragioni poetiche di Una questione privata, assegna al libro un compito storico ben preciso: quello di concludere una stagione narrativa, delle più cariche di ragioni civili e umane e letterarie [la stagione della narrativa della Resistenza, o più largamente neorealistica N.d.R.]: «il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va da Il sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».

*Tratto dalla monografia che Gina Lagorio ha dedicato a Beppe Fenoglio: Gina Lagorio, Beppe Fenoglio, Marsilio, Tascabili, Biografie,Venezia 1998 [Prima edizione: «Il Castoro», n. 37, gennaio 1970]. Per gentile concessione dell’autore.

In «un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere», il partigiano Milton «non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto non poteva morire senza sapere». Quindi, furioso, implacabile cavaliere dinanzi alla morte, corre per le colline degradanti sulla città di Alba, alla ricerca di una verità assoluta di vita: la verità su Fulvia:
Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore – per quel sentiero con Fulvia, con lei su quella cresta, questo gliel’avrebbe detto a quella particolare svolta con tanto mistero dietro di essa… – e gli era invece toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra. Aveva potuto sopportarlo fino a ieri, ma…

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO, Prof. Gian Luigi BECCARIA, LAUDATIO DI Beppe Fenoglio
10 marzo 2005
“Scrittura e vita per Fenoglio furono tutt’uno. Prima di cominciare a scrivere intorno al tema della Resistenza, aveva già operato una scelta, la giusta scelta per la libertà, salendo sulle colline a combattere contro i fascisti. Anche se nei suoi scritti non esprimerà giudizi diretti di condanna nei riguardi del nemico, sapeva da che parte si ha da stare. Come un cavaliere antico che ha ricevuto una investitura, e sa dove è il bene, partirà verso “le somme colline”, con la coscienza dell’ “uso legittimo” che avrebbe fatto del suo potere. Ma oggi siamo qui per ricordare che, prima di partigiano, Fenoglio era stato studente nostro. Si era formato al liceo di Alba. Un suo professore di filosofia (era Pietro Chiodi) lo ricorda così: “Io avevo ventitrè anni quando giunsi ad Alba per insegnare filosofia e storia al liceo classico. Fenoglio ne aveva allora diciotto. Per il ventotto ottobre era obbligatorio svolgere un tema ministeriale di elogio sulla marcia su Roma. Nell’ora precedente alla mia il professore di italiano aveva dettato il solito insulso tema. Quando io entrai in classe notai subito uno studente nel primo banco con le braccia incrociate che guardava annoiato il foglio bianco. Era Beppe Fenoglio. Lo invitai a scrivere, ma scuoteva la testa. Preoccupato per le conseguenze, feci chiamare il professore di italiano. Era Leonardo Cocito. Parlottarono da complici. Ma non ci fu verso. La pagina rimase bianca” (P. Chiodi, Fenoglio scrittore civile, in “La cultura”, III, 1965, poi in AA. VV., Fenoglio inedito, in “I quaderni dell’Istituto Nuovi Incontri”, 4, 1968, p. 41.)

Una questione privata  aveva aperto uno squarcio illuminante sulla poetica fenogliana. Nell’introduzione del 1964 alla riedizione del Sentiero dei nidi di ragno Calvino vi vedeva un punto d’approdo della letteratura resistenziale: “Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata“; in questo “c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia”.

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GIANLUIGI BECCARIA , Fenoglio, un classico del nostro secolo, in B. F., 1922-1997. Atti del convegno, a c. di P. Menzio, Milano, Mondadori, 1997

[…] Libri come La malora, come Una questione privata, come Primavera di bellezza, come Il partigiano Johnny non ne sono usciti poi molti in Italia, nel Novecento. A questi libri è delegata la dimostrazione della tenuta grandiosa che ha la letteratura alta di fronte a quanto è destinato a cancellarsi e a sgretolarsi, seguendo il vento delle mode. Fenoglio è già un classico.
Fenoglio è stato anche un esempio di quella pianta uomo di cui sono sempre più rari gli esemplari. Se n’è andato in sordina, conosciuto da pochi, una trentina d’anni fa. Ma più il tempo passa più la sua grandezza si fa assoluta. Se penso agli alti clamori che spesso si levano per molte insignificanti pagine di narrativa decostruita e minimalista in voga in questi decenni, e per contrasto al silenzio col quale quest’uomo grandissimo è scivolato via, silenzioso come le comete, trovo allora che c’è un’immediata coerenza tra il suo vivere e il suo fare letteratura: pagine di narrativa che si sono tenute fuori dei circoli, delle mode, e anche fuori, direi, di una ideologia istituzionalizzata, vulgata. Si pensi alla tanta retorica sulla Resistenza, e alla presentazione fenogliana di una Resistenza per un verso senza retorica, e per altro verso pura: non pensata e raccontata in termini immediatamente politico-ideologici, se è vero che il tema di fondo delle pagine di Fenoglio è il guerriero resistente, del passato e del presente, dall’Ettore troiano («la mia ettorica preferenza per la difensiva», come ricorderete) ai partigiani contemporanei. Potremmo forse dire, paradossalmente, che non la Resistenza storica è il tema dei suoi romanzi, ma piuttosto il tema dell’esistenza umana nella sua totalità. Quando gli portano avvolto in un lenzuolo il cadavere di un compagno, Johnny «ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti».
Ma parte di queste cose le ho già dette e scritte. Dire qualche cosa di nuovo oggi su Fenoglio, almeno da parte mia, non è facile. Le ultime novità sono l’edizione Isella e la scoperta di Lorenzo Mondo, il quale meglio di me potrebbe parlare della fortuna che ha avuto e dell’emozione che ha provato nello scoprire e pubblicare quei quattro taccuini autografi: quelle umilissime carte, commoventi al solo vederle, con l’intestazione «Macelleria Fenoglio Amilcare, Piazza Rossetti, Alba», e in ogni pagina le caselle con le voci “Data”, “Carne”, “Prezzo”, “Importo”. I registri di conto del padre, un formato tascabile su cui, a penna e in bella grafia (leggibilissima, rispetto a quella che sarà l’ardua e difficile successiva), Fenoglio scrive nel 1946 i suoi primi racconti di guerra, gli Appunti partigiani.
Queste carte disseppellite a più di trent’anni dalla morte (in modo fortunoso, dopo che erano state per caso recuperate fra cartacce destinate alla discarica) costituiscono dei bellissimi, freschissimi incunaboli dello scrittore, di quello che sarà poi. Per un lettore di Fenoglio scorrere queste pagine mutile è un entusiasmante viaggio nel paese del riconoscimento. Per ogni dove personaggi, spunti, accenni brevissimi, spesso schegge, che saranno utilizzati nelle opere successive, e ampliati, e riscritti. Qualcosa non ritroveremo più, ma molto ritornerà nei Ventitre giorni della città di Alba (ci sono prelievi letterali) e in alcuni Racconti, molto nel Partigiano Johnny. Qui c’è la loro stesura più immediatamente autobiografica: il protagonista è Beppe e non ancora, anglicamente, Milton o Johnny, i nomi sono quelli veri, dalla sorella Marisa al partigiano Moretto, il fucilatore. Siamo, è vero, nel cuore dell’officina giovanile di Fenoglio. Ma è un Fenoglio godibilissimo, tutt’altro che acerbo; il racconto già scorre senza soste con l’intensa tensione narrativa che conosciamo, rapido, asciutto. Sono pagine che hanno il profumo della giovinezza, la sua spontanea grazia. Non si tratta di avvii mediocri.
Tutt’altro. La cronaca è magari più dispersiva, ma nello stile già riconosci la zampata dello scrittore a venire: per esempio le prime tracce del forte neologizzare non affidato ancora, in via preliminare, all’inglese, come sarà poi nel Partigiano.
E già siamo fuori dal neorealismo: ci sono tessere dialettali e regionali, che però non sono mai macchia di colore paesano, specificazione locale o abbassamento della lingua, bensì già dialetto come forza letteraria ed evocazione.
Fenoglio qui come dopo, ancora fino al Partigiano Johnny, ha sempre avuto col reale un rapporto non realistico, non mimetico; sono sempre state più forti, in lui, le ragioni della letteratura, nel senso che una delle componenti che caratterizza la sua scrittura molteplice è davvero la preminenza del discorso mentale e delle mediazioni letterarie su quello della immediata verosimiglianza descrittiva. Lo si vede dalla determinazione sua a foggiare la lingua in obbedienza alle ragioni letterarie piuttosto che a quelle dell’efficacia mimetica e della fedeltà rappresentativa; la tendenza, insomma, a istituire sempre un altro senso e un altro piano del discorso. Fenoglio è una sorta di scrittore che ha posto il diaframma della distanza tra il narrare di un presente, di avvenimenti “reali”, e la lontananza, la separatezza, l’invenzione di una scrittura e di una rappresentazione assolutizzanti. Basterebbe pensare alla Malora, romanzo dove Fenoglio ci lascia numerose tracce ascrivibili alla cultura orale, dove ci dà una versione importante dei contenuti antropologici del mondo contadino. In questo romanzo Fenoglio propone un testo straordinario, totalmente intonato sulle cadenze della tradizione orale, in cui molti sono i modi propri della lingua parlata, dagli incisi che mimano la linea accidentata del parlato ai molti tratti informali: e nella Malora, per questa via stilistica che è una scelta di un tono narrato secondo parlato, Fenoglio ci dà un testo di straordinaria omogeneità linguistica. Eppure la mimesi, nella Malora, raggiunge effetti non di naturalismo ma di arcaicità e di assolutezza: di arcaica semplicità ed essenzialità.
Parlavo della Malora come esempio di quel carattere della scrittura fenogliana che sempre pone, come fanno del resto gli scrittori grandi, un diaframma della distanza tra il “reale” e la sua rappresentazione. Ma per continuare la dimostrazione seguendo altre vie, basterebbe pensare (ma sempre si arriva allo stesso risultato) alle sue Langhe, al paesaggio. Vasto, immobile, pietrificato paesaggio primevo, che nel Partigiano gli appare «apocalitticamente ondoso», come dice. Sono onde di colline di un mare da tempi della creazione, solidificatesi d’incanto, come ad un cenno: colline lunari, desertiche, grandi dune vertiginose e possenti su cui l’umano fruscia silenziosamente e grandiosamente veleggia, sotto il grande vento superiore, in una dimensione esaltante, eroica. Colline non pettinate dai vigneti e feconde, ma luoghi dove la natura ha violenze primigenie, notti infernali, vortici di vento che fischiano: il vento-fiumana che incessante soffia, l’eterno vento collinare, il vento nero di notti totali, demoniache e sinistre.
Ma spesso anche il silenzio è una dominante, come nella Questione privata. In questo romanzo il privato silenzio della ricerca, il silenzio di una natura vuota, è rotto soltanto da rari segni umani, soltanto da qualche lontano guaito di cani. Ci sono uccelli che pigolano nella nebbia, rigagnoli sepolti in fondo alle valli, suoni di campane che non hanno eco; perché ogni suono ed ogni vuoto, anche nella Questione privata, non hanno valore naturalistico ma simbolico, sono segni, anch’essi, di difficoltà.
Natura e simbolo, natura e vicende umane sono intrinsecamente intrecciati nelle pagine di Fenoglio. Le vicende di guerra del Partigiano Johnny, con il perpetuo alternarsi di battaglie, di eventi rovinosi, di toghe vertiginose e di paci improvvise, trovano regolarmente il loro commento nell’alternarsi, sulle colline, di violenze e di paci sul/nel paesaggio, nella natura: flagelli di piogge e temporali, e silenzi improvvisi e stregati che preparano insidie, fatali eventi rovinosi. E ci sono pagine che rimandano a bibliche immagini del diluvio universale, come nel Partigiano 2, cap. VIII: «Il sole non brillò più, seguì un’era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso (“la gente smise d’aver paura dei fascisti e prese ad aver paura del fiume”) e macerò le stesse pietre della città». Caos e Eden si alternano anche sulla terra e nei cieli, che ora si torcono nella gestazione di temporali, ora si liberano in calmi laghi d’aria.
Altro carattere inimitabile, inarrivabile, della pagina di Fenoglio: la capacità di scrivere romanzi filmici e tutti d’azione, da Una questione privata a Primavera di Bellezza al Partigiano Johnny. In particolare Una questione privata è interamente dominata dal movimento e dall’azione: in un suo recente lavoro in corso di stampa, Marinella Pregliasco ha puntualmente mostrato come tutto, in questo romanzo, sia apparizione e sparizione, narrazione filmica di avvenimenti con campo-controcampo, stacchi, tagli, piani dall’alto a zoomare in basso, su dettagli di uomini o di natura. Anche la lingua è una lingua filmata, tutta azione, in totale assenza di vibrazioni patetiche. In essa poco è concesso al piacere della descrizione, all’uso lirico; il paesaggio stesso, cui si dedicano rapidi eccezionali momenti, ha un carattere soltanto funzionale per l’azione, tanto è stilizzato, raccorciato al massimo. Così, nel Partigiano, abbiamo la natura che commenta e che partecipa al pathos degli eventi, ma non è mai oggetto di meditazione a sé, di contemplazione individuale. Essa non vive a sé stante, con connotazioni sentimentali che un personaggio vi immette, come specchio d’anima; al contrario, si anima nella conflittualità tra gli elementi primi della costituzione fisica del mondo (acqua, aria, terra), che conferiscono a quell’epos partigiano un’inconfondibile forza primigenia. Sono indimenticabili quei cosmogonici caos d’acqua e di fango; quel vento animato, che ha mani poderose, un vento personificato; e il fiume che è belva, drago-mostro, che si rizza in piedi come un Dio del mito, o è manso come un agnello; e i paesi bruciati, col fumo che sale dai ciglioni come serpente, e torreggia in pilastri alteri; e Castino che brucia, ridotto a un atro tempio di deità infere. L’elemento naturale, descrittivo, trascende con una forza straordinaria la dimensione della mera descrizione cronachistica, per trasfigurarsi nel simbolo; la pioggia stessa è sempre castigo, pena celeste, flagello. Un’interpretazione morale e metafisica pervade il reale. Basterebbe leggere certe descrizioni della notte e del buio, con incubi spettrali (ricorderete: «La notte precipitava: sul paese era un inconsutile nero, ma sulla città rompevano quel velo slabbrate occhiaie e gorghi di luce spettrale»). O basterebbe pensare ai tramonti, alle ombre incombenti della sera: a quei tramonti che celano insidia, che sono come un naufragio del sole, il precipitare della notte e la perdita del giorno, lo sfarsi del creato nella notte. Oppure basterebbe pensare alle nebbie, alle brume e ai vapori di questo peculiare regno delle nebbie, come Fenoglio chiama le colline: la nebbia che inghiotte, annega e divora uomini e cose, quell’oceano di nebbia che così spesso invade le pagine del Partigiano o di Una questione privata. È una nebbia che convoglia sensi di agguato, di insidia e sepoltura («Svegliandosi, ebbe un’immediata, socchiusa sensazione di nevicata, ma poi vide la nebbia. Ma tale una nebbia quale aveva mai visto sulle più favorevoli colline: una nebbia universale, un oceano di latte frappato, che restringeva i confini del mondo a quelli dell’aia […]. Là dove la nebbia era meno compatta, poteva a stento vedere i suoi piedi veleggiare sognosamente su un lontano mare di terra ed erbe gelate»).
[…] Ho detto prima che di tutto il Novecento, se ci sono dei classici destinati a restare, a durare, questo è certo Fenoglio. Uno dei massimi, che ci viene incontro già con un tratto grande, monumentale, perentorio come il suo modo di scrivere. Ha vissuto un momento straordinario, la Resistenza, lo ha visto, e a quello ha dato la parola. Una parola che ha sublimato la cronaca, l’ha liberata dalla casualità; e si è subito rivolta alle cose fondamentali, ai problemi estremi, ai nuclei essenziali: il destino, l’amore, il tradimento, la morte, la violenza, il bene, il male, la libertà, la pace. Fenoglio si è rivolto all’uomo di tutti i tempi, «perché» – ha scritto – «partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità».

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