Archivi del mese: dicembre 2012

Rita Levi Montalcini, 1909-2012

«Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente».

Nata a Torino il 22 aprile 1909, Rita Levi-Montalcini è stata la più grande scienziata italiana. Unica italiana insignita di un premio Nobel «scientifico« (per la medicina e la fisiologia), ottenuto nel 1986, è stata anche la prima donna a essere ammessa all’Accademia pontificia delle scienze. Dal 1° agosto 2001 era senatrice a vita della Repubblica italiana. LEGGI TUTTO… (“Corriere della Sera”, 31 dicembre 2012).

“La mia intelligenza? Più che mediocre. I miei unici meriti sono stati impegno e ottimismo” disse nel 2008 accogliendo la laurea honoris causa alla Bicocca. Fragile e sottile, anche, è stata fino a ieri Rita Levi Montalcini, nata a Torino il 22 aprile 1909 e vincitrice del Nobel per la Medicina nel 1986. Con il suo corpo esile e gli occhi mare limpido è riuscita comunque a iscriversi all’università contro il volere del padre, a realizzare prima un laboratorio in casa per sfuggire alle leggi razziste e poi a lavorare negli Stati Uniti per quasi 30 anni, convincendo un mondo scientifico assai scettico dell’importanza di quel Ngf “Nerve growth factor” da lei osservato nell’oculare di un microscopio. LEGGI TUTTO…  (“La Repubblica”, 31 dicembre 2012).

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Felice anno nuovo!

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«Il signore mi permette di augurargli buon anno?» chiede il cameriere all’eroe di Ventimila leghe sotto i mari di Verne. «Accetto i tuoi auguri, caro Conseil, e li ricambio. Ti chiedo solo: cosa intendi per “buon anno?”. “Non so proprio cosa dire, signore. Di certo abbiamo assistito ad avvenimenti incredibili, e da due mesi non abbiamo il tempo di annoiarci. Ritengo che, se non dispiace al signore, buon anno significhi un anno in cui potremo vedere tutto”». CONTINUA…

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31/12/2012 · 00:00

Diritto e castigo

Per la classe V B: vi ricorda qualcosa?
Quando il romanzo detta legge. Viaggio nella colpa da Kafka a Camus
Un saggio raccoglie diversi interventi sul rapporto tra gli scrittori e l’idea di giustizia vista attraverso la letteratura,
di Roberto Esposito, “La Repubblica”,  27 dicembre 2012
Cosa può mai congiungere il diritto alla letteratura? Un solco profondo sembra separare la fluidità senza confini della scrittura letteraria e la rigidità di un ordine giuridico volto a discriminare la condotta lecita da quella illecita. Eppure proprio questo impossibile rapporto è oggetto di inesauribile interrogazione. Se fin dalla metà del Novecento è attivo in America un Law and Literature Movement, anche in Italia si vanno aprendo cantieri di ricerca sulla relazione tra la sfera del diritto e i territori della letteratura, del cinema, della comunicazione mediatica. Un’ampia, raccolta di studi in argomento è adesso contenuta nel volume, curato per Vita e Pensiero da Gabrio Forti, Claudia Mazzucato e Arianna Visconti con il titolo Giustizia e letteratura I.
Il libro – che nasce da una serie di seminari interdisciplinari tenuti da giuristi e critici letterari nella Cattolica di Milano – scorre lungo due assi tematici originati dalla stessa esigenza di fondo. Da un lato esso ripercorre con puntualità gli innumerevoli temi che il diritto ha offerto alla letteratura, come anche al teatro e al cinema. Dall’altro ricerca quella consapevolezza supplementare, quel sovrappiù di senso, che la pratica letteraria può fornire, dal proprio punto di vista, all’universo giuridico.
Se si rileggono con questo sguardo i grandi testi rivolti alla questione della legge, si ha l’impressione che essi siano in grado di rivelare qualcosa del diritto che questo, dall’interno del proprio linguaggio, non arriva ad afferrare – l’ombra che circonda la sua luce o il punto scuro in cui essa rischia di spegnersi. Non solo per difetto, ma talvolta anche per eccesso. Non solo, intendo, quando il diritto sbaglia, ma anche quando, dal proprio angolo di visuale, ha ragione. Se opere come Il Mercante di Venezia Otello di Shakespeare rivelano il pregiudizio razziale, rispettivamente nei confronti di un ebreo e di un nero, che sottende il giudizio di condanna, i romanzi di Defoe, da Lady Roxana a Moll Flanders, mostrano, dietro il delitto, una condizione di estremo bisogno che in qualche modo ne eccede la rilevanza penale, aprendo uno squarcio nel formalismo della legge.
Delitto e castigo di Dostoevskij, poi, attraverso la vicenda tormentata di Raskol’nicov, spinge la domanda sulla colpa ai suoi estremi confini – in quella zona indistinta dove bene e male, orrore e compassione, s’intrecciano in una vertiginosa spirale.
Ciò che la letteratura insegna, rispetto all’assetto astrattamente codificato del diritto, è che nell’esperienza vissuta non esistono leggi generali, perché i casi della vita sono sempre singolari e irripetibili. Perciò le condanne, come le assoluzioni, risultano inevitabilmente imperfette, visto che in qualche modo siamo tutti colpevoli, ma anche, da un altro punto di vista, tutti innocenti. I decreti di colpevolezza assoluta appaiono inadeguati per una duplice ragione indagata dalle opere di Proust, Musil e Hofmannsthal. Intanto perché le situazioni individuali vanno sempre calate in quel caleidoscopio sociale che condiziona i nostri atti non meno della nostra volontà. E poi perché l’idea stessa di libero arbitrio, su cui poggia l’intero edificio del diritto penale, presuppone una compattezza dell’identità personale che di fatto non esiste. La coscienza individuale è in realtà sottoposta ad una metamorfosi che finisce per destituire di senso le categorie giuridiche di imputazione e di responsabilità. Come imputare una data azione ad un uomo che ormai è diverso da quello che l’ha commessa? Ma a questa prima decostruzione del diritto se ne aggiunge una seconda, ancora più radicale, che riguarda non più i suoi limiti, ma la sua essenza. Non solo il sistema normativo non riesce a incasellare nelle proprie griglie una realtà umana in linea di principio sfuggente ad un ordine prefissato, ma, tutt’altro che situarsi al polo opposto della violenza criminale confina ambiguamente con essa. I romanzi Il giudice e il suo boiaIl sospettoGiustizia di Friedrich Dürrenmatt ne forniscono la rappresentazione più tesa. In essi coloro che vogliono affermare la giustizia lo fanno usando i medesimi metodi criminali che intendono punire. Ma se il desiderio di giustizia si trasforma in sete di vendetta, il giudice diventa giustiziere e questi cacciatore di prede.
Siamo al punto in cui la giustizia distributiva – che attribuisce a ciascuno la sua pena – diviene volontà di infliggere il male, rendendo intercambiabili colpevole e vittima.
L’autore – al quale forse il volume non dà sufficiente rilievo – in cui il contatto tra giustizia e violenza si fa compiuta sovrapposizione è Kafka. Non soltanto perché i suoi protagonisti – a partire da quello del Processo – sono catturati nelle procedure della legge come mosche in un bicchiere, ma perché la pena è presupposta alla colpa che dovrebbe punire. Nel suo mondo a rovescio non è più la colpa a determinare la pena, ma questa a produrre quella. Per penetrare a fondo nella sua metafisica della legge, bisogna integrare alla comparazione letteraria quella filosofica. A stringere in un nodo irresolubile diritto e violenza è stato soprattutto Benjamin. Non soltanto, per lui, il diritto è sempre istituito da una violenza originaria, ma la violenza è lo strumento attraverso il quale l’ordine giuridico si perpetua, condannando la vita ad una eterna colpevolezza. È questa la funzione che il nomos eredita dal mondo demonico che lo precede – schiacciare la vita sulla nuda parete del destino. Quando René Girard vede nel diritto una razionalizzazione della vendetta, porta alle sue conseguenze questa linea di discorso: come ci narra Lo straniero di Camus, la società, per proteggersi dal conflitto che l’attraversa, ha bisogno di concentrare la violenza su una vittima scelta a caso. Le immagini kafkiane della giustizia bendata – non perché imparziale, ma perché colpisce alla cieca le sue vittime – e della macchina che incide la norma trasgredita sulla carne del colpevole, nascono da questo orizzonte. Ancora oggi film come Pulp Fiction di Tarantino o Dogville di Lars von Trier riproducono in forme e con moduli narrativi diversi il medesimo motivo di una giustizia pienamente identificata con il crimine che combatte.
Ciò non vuol dire che la relazione tra diritto e scrittura s’incanali necessariamente in questa direzione mortifera. Anzi a prevalere, negli autori del libro, è un’ispirazione costruttiva, volta a sottolineare i valori affermativi di una norma giuridica capace di conformarsi alla grana molteplice della vita. Benedetta Tobagi, in un intervento di particolare intensità, invita a guardare il male impresso negli occhi della vittima, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza: diventare testimoni del dolore, narrandone i percorsi, può favorire un’umanizzazione del diritto. La testimonianza letteraria ci aiuta a capire che la verità giudiziaria non è l’unica possibile.
Che essa va collocata in un mondo di relazioni in cui le azioni degli uomini siano restituite alla loro complessità. Dal punto di vista della comunità siamo legati da una legge più profonda di quella giuridica – che la integra senza identificarsi con essa. Anche su questa consapevolezza poggia il ponte invisibile che congiunge le sponde opposte della letteratura e della legge.

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Strenne di Natale

Mese di dicembre

Stuart Clark, L’oscuro labirinto del cielo, Dedalo Edizioni

La videorecensione

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“Credete che sarà felice quest’anno nuovo?”

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Nascere ha sempre senso
Già prima di Cristo gli stoici negavano che fosse meglio non esistere
In tempi di crisi ritorna il pessimismo cosmico ma conviene seguire Pirandello e non Leopardi
Marco Rizzi

“Corriere della Sera –  La Lettura”,  23 dicembre 2012
Pur nel mezzo della pesante crisi che stiamo attraversando, un calendario del prossimo anno non mancherà di certo anche nei più smilzi pacchi dono che ci saranno recapitati in questi giorni di Natale. Tuttavia, a differenza di qualche tempo fa, il futuro verso cui ci farà alzare lo sguardo appare segnato dall’incertezza e dal dubbio; quanto riusciremo a conservare del benessere acquisito sino a oggi? Soprattutto: potremo sperare ancora in un futuro migliore, in un progresso comune in cui ciascuno possa inserirsi e lasciare qualcosa di significativo a chi verrà dopo di noi?
Il pensiero ritorna ai banchi di scuola, alla lettura — immancabile nella scuola italiana di ogni ordine e grado — del Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Leopardi, quello in cui un passante smonta, con diabolica abilità dialettica, l’offerta di acquistare un calendario per l’anno nuovo, perché, nonostante le promesse del venditore, nessuno vorrebbe ricominciare daccapo la vita che ha sin lì vissuto: «Ciascuno è d’opinione che sia stato di più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene».
L’idea compariva già in un passo dello Zibaldone di qualche anno precedente; comunemente si pensa che Leopardi l’abbia derivata dai suoi amati autori antichi: è celebre il detto attribuito a Sileno secondo cui «non essere mai nati è la cosa migliore e la seconda, una volta venuti al mondo, tornare da dove si è venuti» — così nella forma in cui lo riporta Sofocle. Non tutti gli antichi, però, condividevano un simile pessimismo cosmico; i filosofi stoici, ad esempio, non solo ritenevano che la presenza nel mondo di ogni uomo facesse parte di un mirabile disegno provvidenziale, ma addirittura giungevano a sostenere che gli eventi di questo mondo e la vita di ciascuno si sarebbero ripetuti identici nel corso di una infinita successione di ere cosmiche sempre eguali tra loro. Dal canto loro, i primi cristiani affermavano che nascere era una fortuna, proprio (o solo) perché permetteva di rinascere alla vita eterna; in questo modo, era ribadito il disegno della provvidenza, ma il ciclo degli eterni ritorni veniva definitivamente infranto e il destino dell’uomo posto nell’amore misericordioso di Dio. Anche quando l’attenzione al destino ultraterreno si verrà attenuando, la rottura cristiana della ciclicità del tempo antico lascerà aperto lo spazio della speranza e del fattivo impegno per un futuro migliore già in questo mondo.
È con l‘Illuminismo che si opera un decisivo cambio d’orizzonte; nel Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle, pubblicato nel 1697, il rifiuto di rinascere una seconda volta poggia sull’esperienza del singolo, su di un pessimismo personale, non più su una visione cosmica: è nella vicenda di ciascuno che si rivela drammaticamente l’assenza della provvidenza e di un qualsiasi disegno che diriga la vita dell’uomo, ancor prima che il corso della storia. Non il nascere in quanto tale è un male, come voleva Sileno, bensì il concreto andamento dell’esistenza umana che indica, a chi la osserva con ragione, come non valga la pena di riviverla — salvo invidiare quella degli altri, che illusoriamente appare meno infelice. Il vasto dibattito illuministico su questi temi, ricostruito da Stefano Brogi (Nessuno vorrebbe rinascere. Da Leopardi alla storia di un’idea tra antichi e moderni, Ets, pp. 216), suscitò ovviamente la reazione dei teologi e dei pensatori cristiani in difesa della provvidenza e dell’azione di Dio nella storia; ma persino Leibniz, che pure sosteneva che quello presente fosse il migliore dei mondi possibili, dovette ammettere che, in fondo, chiunque accetterebbe di rinascere solo a condizione di avere una vita diversa da quella vissuta — diversa, non necessariamente migliore.
Questo è il retroterra su cui si innesta il Dialogo di Leopardi: un testo, a sua volta, presente alle riflessioni di Schopenhauer, che riconosce come «lo scherno e lo strazio di questa esistenza… egli (Leopardi) lo dichiara in ogni pagina della sua opera, e però con una tale molteplicità di forme e di giri, con una tale ricchezza di immagini, da non ingenerare mai fastidio, riuscendo anzi sempre dilettoso e stimolante».
È con Nietzsche che l’idea leopardiana subisce una torsione sorprendente e inaspettata: il giudizio sulla vita dell’uomo resta sconfortante e negativo, ma proprio perché non vi è alcuna provvidenza, e in fondo nessun senso nell’esistenza, l’unica speranza che ci è data è la vita che viviamo, a cui occorre dire di sì in tutti i suoi aspetti, compresa la sua identica riproposizione. Tale si rivela il significato ultimo della dottrina dell’eterno ritorno proclamato dallo Zarathustra nietzschiano: una prova sovrumana, alla quale potrà rispondere solamente l’Übermensch, il superuomo, colui che è «il vero senso della terra». Il mito stoico dell’eterno ritorno non risulta più legato all’azione della provvidenza o alla promessa di Dio, ma diviene trasparente metafora della condizione umana, condannata a consumarsi nel fallimento di questa vita.
A ben vedere, questo esito risulta insostenibile. Lo riconosce un altro insospettabile pessimista incontrato sui banchi di scuola, Pirandello. Nel racconto Notizie dal mondo, Tommaso tiene un monologo sulla tomba dell’amico morto, Momino; interrogandosi proprio sull’origine del mito dell’eterno ritorno, conclude che solo due amici felici — o due innamorati — potevano aver sognato una cosa simile: «Quanto mi piacerebbe, se ci facessero tornare tutti e due assieme! Sono sicuro che, pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremmo sulla terra e saremmo amici come prima». Siamo ormai consapevoli che non ci è dato scegliere se rinascere o no; né ci è facile cogliere quale sia la direzione in cui l’umanità si muove; proprio questo, però, ci rende liberi di dare un senso al nostro nascere e rinascere ogni giorno, alzando lo sguardo da noi stessi e cercando quello degli altri.

PER APPROFONDIRE:  M. TARTAGLIA, Leopardi e la sapienza silenica, in “Cultura e scuola”, Anno XXXIV, n. 135-136 (luglio-dicembre 1995)

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Vertere

Per la terza F: gli esercizi da svolgere per le vacanze sono a disposizione sul sito http://www.illuminations.tk (area riservata).

L’immagine può esservi utile per lo svolgimento della versione sulle conquiste di Annibale.

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La Grande Storia

Un film-documento di Maite Carpio: la storia dell’uomo Yeshua ben Yosef, ebreo,  che ha vissuto ed è morto nella Palestina del I secolo. CLICCA QUI.

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I predatori della Germania perduta

L’unica copia del pamphlet di Tacito, portata in Italia dal papa Niccolò V, 
divenne un totem per i nazisti
 
Bruno Ventavoli, “La Stampa”, 19 dicembre 2012
Io accetto il parere di coloro i quali ritengono che gli abitanti della Germania, non contaminati da nozze con altre popolazioni, siano una gente a parte, di sangue pura e simile solo a se stessa. Da ciò anche l’aspetto fisico è in tutti il medesimo, per quanto è possibile in così grande numero di uomini: occhi fieri e cerulei, capelli rossicci, corporature gigantesche ma adatte solo all’assalto. 
Tacito, Germania, IV
Nel 1943 un commando nazista arrivò nella Marche con una missione alla Indiana Jones. Il capo supremo delle SS, Himmler, aveva ordinato di recuperare il più antico manoscritto della Germania di Tacito. I predatori del codice perduto irruppero in una villa nobiliare, frugarono ovunque, devastarono e ripartirono a mani vuote. La bizzarra incursione, mentre la guerra infuriava e prendeva una brutta piega per il Reich dopo lo sbarco alleato in Sicilia, era l’ultimo atto di una caccia al prezioso testo che appassionò bibliofili, papi, intellettuali deliranti, ricostruita nel saggio erudito e appassionante di Christopher B. Krebs, professore a Stanford, Un libro molto pericoloso (Il lavoro editoriale, pp. 254).
Si trattava di trenta paginette scritte in meraviglioso latino per descrivere i costumi degli antichi Germani, alquanto barbari nella loro civiltà, ma dotati di ferrea morale, leali, coraggiosi, integerrimi (seppur inclini alla pigrizia, al gioco d’azzardo, e alla birra). Uomini straordinari guerrieri, donne modello di virtù coniugale e materna (anche perché le rare adultere finivano rapate, denudate e pubblicamente fustigate). L’obiettivo del senator Tacito, dopo gli eccessi di Nerone, era sferzare gli animi contro la tirannide imperiale per tornare alle virtù repubblicane. Parlava di Germani, perché i Romani intendessero.
Del pamphlet tacitiano si persero le tracce nel Medioevo finché la febbre dell’umanesimo scatenò bibliomani, mercanti, mecenati, papi alla ricerca dei classici perduti. Letterati ambiziosi battevano l’Europa in cerca dei codici vergati da pazienti amanuensi nel chiuso dei conventi. Acquistavano, copiavano, al limite trafugavano, in nome della cultura e del collezionismo. Nel XV secolo l’unica copia esistente della Germania apparve nel monastero di Hersfeld. Enoch di Ascoli lo portò in Italia per conto di papa Niccolò V. Si smarrì di nuovo, riaffiorò molto dopo nella polverosa biblioteca dei Baldeschi Balleani, nobile famiglie di Jesi, grazie a don Cesare Annibaldi, insegnante di liceo nonché raffinato cultore dell’antichità, che lo pubblicò nel 1907, alimentando poi gli appetiti della Germania nazista. Prima che Himmler spedisse i suoi scherani, Hitler ne aveva chiesto la restituzione a Mussolini per le Olimpiadi di Berlino del ’36.
Oltre alle brame bibliofile, diventò nel corso dei secoli – come disse Momigliano – «un libro molto pericoloso» per le ideologie che nutrì negli spiriti del Nord. Anche se la Germania tacitiana era un impreciso crogiolo di tribù turbolente ai margini dell’impero che davano filo da torcere alle legioni e volevano restar liberi nelle loro cupe foreste, servì da modello per riaffermare la superiorità tedesca nei confronti dell’Italia ricca, raffinata, corrotta. Non c’era lo spread ma lo scontro ideale e politico non era dissimile ai tempi dell’umanista Conrad Celtis o di Lutero. I tedeschi onesti, leali, rigorosi, parchi; Roma lussuriosa, spendacciona, truffaldina. Il Nord inseguiva la «riforma morale», i Papi succhiavano soldi per innalzare San Pietro e vivere nel lusso, vendevano persino i bond spazzatura delle indulgenze promettendo il paradiso ultraterreno.
Il restauratore della lingua germanica Martin Opitz, all’inizio del ‘600, quando il latino era l’unica lingua colta, risvegliò l’orgoglio per gli antichi bardi tacitiani che guidavano i guerrieri in battaglia, auspicando la promozione letteraria del tedesco. «Fa’ attenzione – diceva al mondo tedesco – che tu, superiore agli altri popoli per forza e affidabilità non sia inferiore nella lingua!». In epoca più moderna, quando la Germania ancora non esisteva come nazione (prima del 1871 era frantumata in centinaia di minuscoli regnetti litigiosi e inconcludenti), i fautori dell’unificazione si appellavano ai fantomatici antenati descritti da Tacito per cesellare appelli politici, letterari, filosofici.
Tacito servì anche ai primi antropologi. Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840) di Gottinga, che da giovane nascondeva ossa di animali domestici sotto il letto del collegio, studiava crani per capire come mai cambiassero (in peggio) i popoli. I progenitori si erano conservati puri, senza mescolarsi con gli altri; se invece si guardava intorno non notava più «i grandi corpi dei nostri antenati forti solo per l’attacco… i fieri occhi blu». Riteneva innata l’inferiorità culturale dei «negri» e considerava i caucasici i più «belli e adatti» al genere umano, ma non si proclamava razzista. Il passo per la superiorità ariana era breve. In meno di un secolo, attraverso Rosenberg e altri teorici della razza, Tacito fu adottato come bibbia del nazionalsocialismo. Al congresso di Norimberga del ’36 si allestì una «stanza germanica» decorata con citazioni tacitiane, il testo entrò nei programmi scolastici (con strategiche censurine sull’amore per l’ubriachezza e i dadi) e citato dalla pubblicistica di regime. Il quarto capitolo, in cui si descrivevano gli avversari dei romani con occhi cerulei, capelli biondo-rossi e alta statura, divenne una legge dello Stato. Anche se i vertici nazisti erano ben lontani dal modello (mori, brutti, fisici sgraziati), arrivarono le misure per la «protezione del sangue e dell’onore tedesco», nel ricordo orgoglioso che i Germani di Tacito «impiccavano o affogavano nelle paludi quanti erano inferiori o predisposti alla perversione».
Himmler, figlio di un prof di lettere classiche, scoprì il testo a 24 anni, quando girava in moto e in treno per fare propaganda. Disoccupato, sottopagato dal partito non ancora al potere, mezzo morto di fame, se lo fece prestare da amici e rimase folgorato dalla gloriosa immagine della grandezza, purezza, nobiltà degli antenati ivi descritti. Annotò nel diario: «Così dovremmo essere ancora, o almeno, alcuni di noi». Nel ’29 Hitler gli affidò le SS. Erano 260 zoticoni. Himmler trasformò l’organizzazione in una efficiente macchina del terrore e dell’utopia razzista, volendo membri che fossero alti almeno 1,75, biondi, capelli chiari, che scegliessero la fedeltà per onore. Più o meno come aveva scritto Tacito. Che tuttavia non sapeva cosa fossero i Germani. Se li era inventati con la sua ironia, la sua amarezza pervasa di rabbia, semplicemente per fustigare imperatori pazzi, matrone lussuriose, cittadini romani incapaci di seguire il bene pubblico.

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Nel labirinto di re Artù

Un bellissimo percorso di approfondimento su re Artù, tra arte, storia e leggenda. CLICCA QUI.

DOMENICO QUIRICO, Amori, leggende e misteri, “La Stampa”,  23 luglio 2008

In apparenza sappiamo tutto di lui, pare il più prensile dei caratteri questo Artù o Artus o Arthus o Artorius. In bretone o in latinorum, d’accordo, ci sfugge appena per qualche dettaglio del nome. Ma in compenso non ignoriamo nessuna delle sue virtù: generosità forza fede la volontà di inseguire la pienezza di se nell’assoluto, voler essere eroe che cerca e si cerca, maestro e apostolo che rifiuta di insegnare agli uomini altra saggezza se non che di ogni verità è vero anche il contrario e che non c’è santo o peccatore che non sia anche peccatore o santo. Invincibile, già, ma infine vinto; gentiluomo scabro ma che pargoleggia volentieri con le magie di Merlino; amante vigoroso ma sposato a moglie troppo giovane e quindi rassegnato a una passione che è un breve delirio di gioia abbagliante. Ricco possente buono, dunque, ma anche i suoi vizi conosciamo al dettaglio, che formano tutt’altro che tautologico cataloghetto poichè vi figura l’incesto. Possiamo consultare la secolare quercia della sua dettagliata genealogia con la stessa meticolosità dei cataloghi della affaccendata corte di eroi che gli fa ronda e giostra di eroismi e ciurmerie, Galvano e Lancillotto, Percival, Mordred (perfido traditore o straziante figlio incestuoso?); e ancora Tristano e Isotta con i loro amoretti così artisticamente produttivi. […]Quante volte le generazioni hanno rischiato i perdersi nella geografia fantastica del regno di Artù che va, pare, dalla Cornovaglia fino al bretone Armorico. E poi in fila, al galoppo, guerre amori e sortilegi. Sappiamo dove è diventato grande re sbriciolando i nemici (ma quali: sassoni danesi romani decadenti?) sul monte Badon; sappiamo dove lo hanno ferito a morte, a Camlann la sua ultima battaglia, sappiamo dove lo hanno sepolto, nell’isola incantata di Avalon vegliato fino all’ultimo da Morgana (fata pietosa o amante?). Sfogliamo l’atlante e nessuno di questi luoghi è riconoscibile se non nella geografia della leggenda. […] Saper smontare il meccanismo del suo mito per vederlo dentro, alla fine risulta impossibile. Ci arrendiamo: Artù è mistero.
Fin dai secoli bui generazioni hanno avuto l’animo di ucciderlo, lasciandone dietro la grande ombra al riparo della loro infanzia svanita, ma non ne hanno avuto l’animo, il desiderio ma non la volontà. Si sono ritrovati seduti alla sua Tavola rotonda, compunti alla nuova puntata di questa Dallas in Brocelandia; magari addocchiandolo con la poco convinta faccia hollywoodiana di Robert Taylor (I cavalieri della tavola rotonda, 1956) o scoprendolo nelle dotte innumerevoli incarnazioni da Steinbeck a Cocteau a Wagner. Una «leggenda in divenire» dice con un ghignetto di saggia malizia il sottotitolo della mostra bretone; come accade a tutto ciò che appartiene contemporaneamente a due universi, quello del mito e quello della realtà, a una biografia scritta da questo incontro tra reale e immaginario. Davvero non è mai morto Artù, è soltanto «in sonno» ritirato nel mondo sotterraneo e incantato di Avalon creato da Merlino e riappare puntuale ad ogni «c’era una volta…». Forse come assicura Apollinaire, lo incontreremo di nuovo a Londra nel 2105. Re Artù ovvero come (sopra)vivono i miti, il vero Graal di uno dei sortilegi della cultura europea. La sua tomba non è sull’isola incantata ma come diceva Malraux «nel cuore degli uomini».
La sua storia è il feuilleton di come il mito sia genuinamente democratico, come ignori le classi. Artù forse in origine era un prefetto romano diventato patriota di fronte a caledoni e sassoni; o l’ultimo re dei bretoni che ha difeso in dodici vittoriose battaglie; o soltanto un oscuro signore della guerra a capo di un manipolo di feroci cavalieri. Lo hanno inventato i dotti, il talentoso Goffredo di Monmouth e il patriottardo Chrétien de Troyes; materia per sedurre le Corti, esercizio da sapienti dunque. Eppure è diventato un eroe popolare fino all’approdo trionfale alla settima arte, al bardo moderno dei sogni, il cinema. […] il suo sfondo è l’Incanto, il cuore di Brocelandia è nelle penombra dove si ascoltano le grida di un bestiario fantastico, il gatto Chapalu, la Bestia che guaisce, il Cervo dal collare d’oro, e due vecchie conoscenze, il drago e il liocorno. Orsù, il Graal resta introvabile, ma è dolce ancora tentare.

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Caron dimonio

Per le classi III F e III BS:  Caronte, Virgilio, Michelangelo. CLICCA QUI per l’approfondimento e i testi.

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