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Time is the same in a relative way…

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No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
W. Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Riflessioni sul tempo

FALSTAFF
Now, Hal, what time of day is it, lad?
PRINCE HENRY
Thou art so fat-witted, with drinking of old sack
and unbuttoning thee after supper and sleeping upon
benches after noon, that thou hast forgotten to
demand that truly which thou wouldst truly know.
What a devil hast thou to do with the time of the
day? Unless hours were cups of sack and minutes
capons and clocks the tongues of bawds and dials the
signs of leaping-houses and the blessed sun himself
a fair hot wench in flame-coloured taffeta, I see no
reason why thou shouldst be so superfluous to demand
the time of the day.

W. Shakespeare, Henry IV, atto I, scena 2

Charles Baudelaire, Les Fleurs du malSpleen e ideale, L’horloge (traduzione di Claudio Rendina)

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
dont le doigt menace et nous dit: Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
se planteront bientôt comme dans une cible;

ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
chaque instant te dévore un morceau du délice
à chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix
d’insecte, Maintenant dit: le suis Autrefois,
et fai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souveniens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parte toutes les langues).
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décrôit; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard.


Ch. Baudelaire, Le Spleen de Paris, Petits poèmes en prose, 1864

XVI • L’OROLOGIO

I Cinesi leggono l’ora nell’occhio dei gatti.
Un giorno un missionario passeggiando nei sobborghi di Nanchino si accorse di aver dimenticato l’orologio e chiese a un ragazzino che ora fosse.
Il monello del celeste impero dapprima esitò; poi ci ripensò e rispose:«Ve lo dico subito». Qualche istante più tardi ricomparve tenendo in braccio un bel gattone e guardandolo come si dice nel bianco degli occhi affermò senza esitare: «Manca poco a mezzogiorno». Il che era assolutamente vero.
Quanto a mese mi chino sulla bella Felina che ben merita un tal nome pur essendo nello stesso tempo l’onore del suo sesso l’orgoglio del mio cuore e l’aroma del mio spirito –allora sia giorno oppure notte in piena luce o nell’ombra opaca io leggo distintamente nei suoi occhi adorabili sempre la stessa ora un’ora grande vasta e solenne come lo spazio non divisa in minuti né in secondi un’ora immobile che gli orologi non segnano e che tuttavia è leggera come un sospiro veloce come uno sguardo.
E se qualche importuno venisse a disturbarmi mentre i miei occhi riposano su questo delizioso quadrante se qualche Genio intollerante e villanose qualche Demonio intempestivo venisse a dirmi: «Che cosa stai fissando là con tanta attenzione? Che cosa cerchi negli occhi di questa creatura? Stai forse guardando che ora è o mortale prodigo e infingardo?». Allora io risponderei senza esitare: «Sì sto guardando che ora è: ed è l’Eternità!».
Non vi pare signora che questo sia un madrigale davvero meritorio e per di più enfatico proprio come voi? In verità ho ricamato con un tale piacere questa pretenziosa galanteria che in cambio non vi chiederò nulla.

Les Chinois voient l’heure dans l’oeil des chats.
Un jour un missionnaire, se promenant dans la banlieue de Nankin, s’aperçut qu’il avait oublié sa montre, et demanda à un petit garçon quelle heure il était.
Le gamin du céleste Empire hésita d’abord; puis, se ravisant, il répondit: “Je vais vous le dire.” Peu d’instants après, il reparut, tenant dans ses bras un fort gros chat, et le regardant, comme on dit, dans le blanc des yeux, il affirma sans hésiter: “Il n’est pas encore tout à fait midi.” Ce qui était vrai.
Pour moi, si je me penche vers la belle Féline, la si bien nommée, qui est à la fois l’honneur de son sexe, l’orgueil de mon coeur et le parfum de mon esprit, que ce soit la nuit, que ce soit le jour, dans la pleine lumière ou dans l’ombre opaque, au fond de ses yeux adorables je vois toujours l’heure distinctement, toujours la même, une heure vaste, solennelle, grande comme l’espace, sans divisions de minutes ni de secondes, – une heure immobile qui n’est pas marquée sur les horloges, et cependant légère comme un soupir, rapide comme un coup d’oeil.
Et si quelque importun venait me déranger pendant que mon regard repose sur ce délicieux cadran, si quelque Génie malhonnête et intolérant, quelque Démon du contretemps venait me dire: “Que regardes-tu là avec tant de soin? Que cherches-tu dans les yeux de cet être? Y vois-tu l’heure, mortel prodigue et fainéant?” je répondrais sans hésiter: “Oui, je vois l’heure; il est l’Eternité!”

Horloge_baudelaire

Io constato anzitutto che passo di stato in stato. Ho caldo ed ho freddo, sono lieto o triste, lavoro o non faccio nulla, guardo ciò che mi circonda o penso ad altro. Sensazioni, sentimenti, volizioni, rappresentazioni: ecco le modificazioni tra cui si divide la mia esistenza e che di volta in volta la colorano di sé. Io cambio, dunque, incessantemente. Ma non basta dir questo: il cambiamento è più radicale di quanto non sembri a prima vista. Di ciascuno dei miei stati psichici parlo, infatti, come se esso costituisse un blocco: dico sì che cambio, ma concepisco il cambiamento come un passaggio da uno stato al successivo e amo credere che ogni stato, considerato per se stesso, rimanga immutato per tutto il tempo durante il quale si produce. Eppure, un piccolo sforzo di attenzione basterebbe a rivelarmi che non c’è affezione, rappresentazione o volizione che non si modifichi di continuo: se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fluire. Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finchè non venga sostituito dallo stato successivo. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poichè si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente. La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlare di essa come di una “facoltà”: giacchè una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell’incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l’azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell’inconscio ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, poiché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite.

 Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché?  Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

L. PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1926

Il passato è sempre nuovo: come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate nell’oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi o quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo. Poi si ricorderà con intensità piuttosto il ricordo dolce e il rimpianto che il nuovo avvenimento.
Italo Svevo, La morte. Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti, Mondadori, Milano 1949

Il terzo uomo (The Third Man, 1949), con Orson Wells, Alida Valli. Regia di Carol Reed. Sceneggiatura di Graham Greene.

« In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love – they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock » « In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù. »
(Orson Welles)

Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil, 1953),  con Humphrey Bogart, Jennifer Jones, Gina Lollobrigida e Peter Lorre. Regia di  John Huston. Sceneggiatura di Truman Capote e J. Huston.

Time. Time. What is time? Swiss manufacture it. French hoard it. Italians squander it. Americans say it is money. Hindus say it does not exist. Do you know what I say? I say time is a crook.

Christian Marclay, The clock, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, 2010. “Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato”. LEGGI TUTTO…

I
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

I

Tempo presente e tempo passato
sono forse presenti nel tempo futuro,
il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo non è riscattabile.
Quanto poteva essere è un’astrazione
che rimane come perpetua possibilità
soltanto in un mondo d’indagini.
Quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.
Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
Altri echi
abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili,
passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,
e l’uccello chiamava, rispondeva
a una musica mai sentita e nascosta nel bosco,
attraversava uno sguardo mai visto, poiché le rose
avevano l’aspetto di fiori ben studiati.
Erano là come nostri ospiti, accolti e accoglienti.
Così andammo con loro, solennemente,
per il viale deserto, fino alla rotonda,
a guardare lo stagno prosciugato.
Dapprima arido, solido e bordato di scuro,
lo stagno sotto il sole si riempì d’acqua,
lentamente spuntarono i fiori di loto,
la superficie brillò sotto il cuore luminoso,
ed essi, dietro di noi, vi si rispecchiarono.
Passò una nuvola, e lo stagno si svuotò.
Andiamo, disse l’uccello, tra le foglie frotte di bimbi
si nascondevano eccitati, tenendosi dal ridere.
Andiamo via, andiamo via, disse l’uccello: gli uomini
non sopportano troppa realtà.
Tempo passato e tempo futuro
quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000

English poems about time. CLICCA QUI.


Giorgio de Chirico, «L’enigma dell’ora», 1911

Eugenio Montale, Tempo e tempi, in Satura (2.XII.68)
Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

P. Bianucci, Fisica e biologia. Dialogo sul tempo, “La Stampa”, 26 giugno 2017

Chissà se il fisico Carlo Rovelli e il neurobiologo Arnaldo Benini sapevano l’uno dell’altro mentre scrivevano due libri usciti quasi nello stesso giorno che sembrano nati da un fitto dialogo tra loro. Entrambi, Rovelli dall’università di Marsiglia e Benini da quella di Zurigo, cercano di rispondere dal punto di vista della loro disciplina scientifica alla domanda da cento milioni di dollari “che cosa è il tempo”. Entrambi si avventurano cautamente l’uno sul terreno dell’altro, camminando con piede incerto in un campo minato. Entrambi attribuiscono alla controparte una posizione radicale: i fisici negano l’esistenza del tempo, i neurobiologi la affermano. Entrambi tentano una soluzione che includa l’idea di tempo altrui subordinandola alla propria: sotto il tempo biologico c’è l’assenza di tempo dei fenomeni fisici elementari, dice il fisico; ma non possiamo conoscere davvero la natura fisica sottostante perché il cervello stesso è interno alla natura, dice il neurobiologo. Alla fine, tempo biologico e tempo fisico appaiono inconciliabili, forse incompatibili: o è vero l’uno o è vero l’altro.

Ma c’è qualcosa di condiviso. Sia il fisico sia il biologo, quando arrivano sul limitare dei grandi interrogativi, ricorrono alle stesse parole magiche: il verbo “emergere” e il sostantivo “evento”. Due parole che prima o poi i filosofi della scienza dovranno prendere in serio esame e dirci che cosa in effetti vogliano dire in quei contesti. L’universo emerge dalla schiuma quantistica, emergono energia e particelle, dalla materia inerte emerge la vita, dalla vita emergono l’intelligenza, l’autocoscienza, il linguaggio, il senso del tempo e dello spazio. Fenomeni subnucleari e complessità macroscopiche, vita, coscienza, linguaggio sono “eventi”.

In Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina) Arnaldo Benini analizza due tipi di tempo psichico: il tempo della percezione e il tempo percepito. Fu Hermann von Helmholtz all’età di 28 anni a scoprire e a misurare con esperimenti sulle rane che ci vuole un certo tempo perché uno stimolo si propaghi, e quindi venga avvertito. Di quel tempo non c’è (non può esserci) consapevolezza. E’ un “temps perdu”, un tempo perduto. Non il “temps perdu” di Marcel Proust (figlio di un medico amico di Marey, fisiologo e precursore del cinema), che invece è il tempo percepito e plasmato, deformato, selezionato e ritrovato della memoria.

Quanto è il “tempo perduto”? Helmholtz misurò una velocità di propagazione dello stimolo di circa 27 metri al secondo, un dodicesimo della velocità del suono nell’aria, meno di un decimilionesimo della velocità della luce. Da una estremità all’altra del corpo umano il tempo perduto è di circa un decimo di secondo. Ma è più corretto parlare di un “tempo compresso” perché sottratto alla coscienza. E’ necessaria inoltre una durata minima perché lo stimolo possa diventare consapevole.

A proposito di coscienza e dei meccanismi nervosi della volontà, rivoluzionari sono stati gli esperimenti fatti da Benjamin Libet all’Università di San Francisco negli anni 70 del secolo scorso. Quegli esperimenti dimostrarono che molte delle nostre azioni partono almeno un decimo di secondo prima di averne coscienza e spesso si arriva a più di mezzo secondo. Ecco perché in auto, quando avvertiamo un pericolo improvviso, il piede schiaccia il freno prima ancora il cervello abbia valutato la situazione consapevolmente. Ma i dati di Libet pongono anche il problema del libero arbitrio nelle decisioni, e quindi la questione della responsabilità morale. Non viviamo la vita in diretta ma in differita, sia pure solo di qualche decimo di secondo, e il cervello può comprimere o distorcere il tempo soltanto perché lo crea – conclude il neurobiologo.

Se la compressione del tempo e l’anticipazione della volontà sono meccanismi evolutivi vantaggiosi anche senza scomodare la coscienza, quest’ultima nelle forme di vita più evolute “emerge” per offrire altri vantaggi e sottrarci all’impressione piatta di un eterno presente. Il nucleo soprachiasmatico, un grumetto di appena 20 mila neuroni collocato nell’ipotalamo, è il principale dei nostri orologi biologici, quello che distribuisce il segnale orario circadiano: lo troviamo già nel moscerino della frutta. Nell’uomo entrano in gioco l’ippocampo e zone limitrofe. Grazie ai ricordi e alla loro disposizione, si struttura l’esistenza e, nel breve periodo, sono possibili esperienze come il linguaggio e l’ascolto musicale, che richiede una memoria delle note già ascoltate perché sia possibile interpretare e godere di quelle successive: la musica è essenzialmente un’arte del tempo, dice Benini, il che non toglie che spesso il tempo noi lo rappresentiamo come uno spazio, un andare da qui a là, e il ballo ne è l’espressione più evidente.

La neurobiologia del tempo ci mette di fronte a fenomeni interessanti. Uno è l’illusione della simultaneità tra visione e udito. Quando osserviamo le labbra di una persona che ci parla da un certa distanza – alcune decine di metri – non avvertiamo il ritardo tra il segnale luminoso, praticamente istantaneo, e il segnale acustico, che arriva dopo parecchi centesimi di secondo. Solo quando la distanza è maggiore la differenza di tempo ci sorprende (per esempio la separazione tra lampo e tuono). Altri fenomeni di grande rilievo sono la selezione e fissazione dei ricordi, la creazione di falsi ricordi, la prospettiva a geometria variabile sul passato e sul futuro con il progredire dell’esistenza, il tempo anomalo che sperimentiamo nei sogni o generato da patologie cerebrali.

La conclusione di Benini dopo la sua lucida review delle conoscenze attuali è che “non ci possiamo congedare dal tempo”. Cervello, coscienza e tempo sono inseparabili e innegabili. Ma come si concilia questa certezza intuitiva prima ancora che scientifica con l’inesistenza del tempo che i fisici constatano con i loro esperimenti?

“Il fisico Steven Weinberg – scrive Benini tornando nelle ultime pagine al nocciolo della questione da cui era partito – sostiene che la validità di ogni principio generale della biologia si basa sui principi fondamentali della fisica, di per sé inspiegabili, e su accidenti come l’impatto di un asteroide con la Terra 65 milioni di anni fa. La materia vivente segue gli stessi principi di quella inerte. (…) Giusto, ma se la psicologia è biologia e la biologia è basata sulla fisica, la fisica non può escludere con calcoli matematici la realtà del tempo.”

Il mondo della fisica moderna ha quattro dimensioni, un numero illimitato di “tempi” diversi (anche reversibili), uno spazio curvo ed “eventi” correlati a distanza in un presente totalizzante. Osserva Benini: “Lo spazio tridimensionale in cui la coscienza ci fa vivere è prodotto da meccanismi nervosi congeniti (…). L’evoluzione ha selezionato meccanismi nervosi che trasmettono alla coscienza lo spazio tridimensionale della Terra piatta e del Sole che le gira intorno; in questo spazio, che i meccanismi cerebrali della razionalità hanno dimostrato essere irreale, l’uomo si trova molto più a suo agio di quanto si troverebbe se avvertisse di girare a velocità folle su un frammento di sfera che, in un anno, fa un giro intorno al Sole.”. Da qui la tentazione di stabilire una gerarchia tra il tempo dei fisici e il tempo dei biologi: “Il fisico Carlo Rovelli sostiene che ‘è necessario imparare a pensare il mondo in termini non temporali’. Dal momento che i meccanismi del senso del tempo sono distribuiti in gran parte del cervello, e che essi funzionano spontaneamente, per pensare la realtà senza tempo bisognerebbe cambiare il cervello. Impresa tanto più disperata – ecco l’affondo finale di Benini – in quanto dovrebbe essere il cervello a cambiare se stesso.”

Il riferimento a Rovelli, fisico teorico che guida le ricerche sulla gravità quantistica all’Università di Aix-Marseille, conduce spontaneamente al suo ultimo libro “L’ordine del tempo” (Adelphi, 207 pagine, 14 euro). Anche questa è una rassegna di intuizioni filosofiche e di idee scientifiche che si sono susseguite nei secoli da Anassagora (V secolo avanti Cristo) ad oggi. Se ne ricava un progressivo sfaldarsi del concetto di tempo, fino alla sua dissoluzione nella fisica contemporanea (ma non nella concezione corrente, un po’ come accade per la rotazione della Terra, non assimilata nella mentalità quotidiana). Sì, perché Il tempo e lo spazio ci appaiono ancora come il palcoscenico sul quale si svolgono i fatti del mondo e dove ognuno di noi interpreta la sua piccola parte, entrando e uscendo da quinte a senso unico: da un lato c’è il passato, dall’altro il futuro. Questo spazio-tempo percepito come un contenitore assoluto, eterno, esistente in sé, risale agli antichi pensatori greci. Isaac Newton lo rileva come teatro dell’universo per collocarvi i moti planetari e le stelle regolati dalla gravità, non senza qualche turbamento per le obiezioni del suo irriducibile rivale Leibniz, contrario a riconoscere allo spazio-tempo le stesse proprietà assolute ed eterne di Dio.

Spazio e tempo newtoniani passano in Kant ma si laicizzano riducendosi a categorie della Ragione, funzioni a priori dell’intelletto, prive di realtà ontologica. Quanto alla principale proprietà del tempo sia fisico sia biologico, Clausius posò una pietra miliare del pensiero nel 1865 introducendo il concetto (e la parola) di entropia, che attribuisce al tempo una direzione ineludibile: le frittate non tornano ad essere uova, ogni essere vivente prima o poi muore, l’universo stesso un giorno si spegnerà. E’ il tempo “termico”, emerge dalla complessità del mondo macroscopico: statisticamente il disordine può solo aumentare e questo fatto rende il tempo a senso unico. L’Ottocento finisce con un tempo assoluto che scorre in una lentissima agonia senza fine.

La crisi del tempo assoluto incomincia nel 1905 con la relatività speciale di Einstein: gli orologi rallentano se viaggiano velocemente, il tempo scorre con un ritmo che dipende dalla velocità del moto relativo, più ci si avvicina alla velocità della luce più si dilata: orologi in volo su aerei e particelle nucleari accelerate ne danno una prova lampante. L’altro colpo fatale arriva con la relatività generale che Einstein pubblica nel 1916: anche la gravità influisce sullo scorrere del tempo quanto più il campo gravitazionale è intenso tanto più il tempo rallenta. La prima dimostrazione si ottiene confrontando un orologio atomico in pianura con un orologio identico portato in alta montagna. Oggi gli orologi atomici sono così diventati così precisi che basta confrontare un orologio su un tavolo con uno sul pavimento.

Il palcoscenico di Newton è svaporato. Il tempo di Einstein non è più assoluto, è un fatto locale. Addirittura, in un buco nero si ferma. Lo spazio-tempo è plasmato dalle masse. Ogni evento ha il suo tempo, perché il tempo localmente scorre a velocità diverse. Non esiste un “presente” comune a tutto l’universo. E come se non bastasse, il microcosmo, regolato dalla meccanica quantistica, ci mostra fenomeni nei quali passato e futuro sono intercambiabili. In definitiva, il tempo non esiste. Dunque, dice Rovelli, Il mondo non è fatto di cose ma di processi e, nel caso di noi viventi, di punti di vista. Viviamo in bolle di spaziotempo tra loro non confrontabili. In queste bolle dall’orizzonte limitato emerge (parola magica!) la freccia del tempo: gli eventi si dispongono in un “ordine”, che tuttavia è solo un punto di vista dovuto alla nostra “ignoranza”. Dalla nostra prospettiva vediamo una minima parte del mondo, e lo vediamo scorrere nel tempo. Emergono passato, presente e futuro, nascita e morte. L’entropia misura in realtà la nostra incertezza, rende misurabile la nostra ignoranza: il tempo della mente ne è un riflesso.

Questo può dire la scienza, la ragione. Ma la ragione stessa ci mostra i suoi limiti. Alla fine, gli eventi che contano si chiamano gioia, sofferenza, amore, paura. Cose irrazionali. Rovelli, in questo che è il suo libro più vero, ci porta fino a una soglia oltre la quale ognuno deve andare avanti da solo. Lui, il fisico, sconfina nella poesia: “A me sembra che la vita, questa breve vita, sia il grido continuo delle emozioni, che ci trascina, che proviamo talvolta a chiudere in un nome di Dio, in una fede politica, in un rito che ci rassicuri che tutto alla fine è in ordine, in un grande grandissimo amore, e il grido è bello e splendente. Talvolta è dolore. Talvolta è canto.”

Strane cose succedono quando due discipline, fisica e neuroscienze, dopo aver viaggiato per tanto tempo su binari diversi, provano a incontrarsi. Il dialogo è appena iniziato.

Le leggi della scienza non distinguono fra le direzioni del tempo in avanti e all’indietro. Ci sono però almeno tre frecce del tempo che distinguono il passato dal futuro. Esse sono la freccia termodinamica: la direzione del tempo in cui aumenta il disordine; la freccia psicologica: la direzione del tempo in cui ricordiamo il passato e non il futuro; e la freccia cosmologica: la direzione del tempo in cui l’universo si espande anziché contrarsi.

Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, Rizzoli 1988

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Archiviato in Poesia, Quarta BS, Quarta F

Cancellare è plagio?

All writing is in fact cut ups. A collage of words read heard overheard. What else?
[Ogni scrittura è di fatto un’operazione di ritaglio. Un collage di parole lette sentite risentite. Cos’altro?]
William Burroughs, in The Cut-Up Method of Brion Gysin, 1961

“Stop alla vendita del disco Is This the Life We Really Want? dell’ex leader dei Pink Floyd Roger Waters. Il giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano ha confermato nel merito la decisione con cui il 16 giugno aveva inibito la commercializzazione, la diffusione e la distribuzione dell’involucro, della copertina, del libretto illustrativo e delle etichette dell’album per un’ipotesi di plagio delle celebri Cancellature, del 1964, dell’artista concettuale siciliano Emilio Isgrò“. FONTE repubblica.it

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La notizia porta a riflettere sul principio di imitazione, emulazione, originalità, plagio nell’arte. Il fatto, poi, che le “Cancellature” di Isgrò accostino l’ambito dell’arte visiva a quello della parola, il testo e l’immagine, permette di intersecare e contaminare i due ambiti e di moltiplicare, dunque, riferimenti e citazioni.

L’atto del cancellare in un contesto artistico può essere considerato un tratto unico, distintivo, identificativo e “originale”? E se fosse il tempo il grande, inimitabile cancellatore, sottrattore di senso, censore?

Questo è ciò che resta dell’iscrizione della Coppa di Nestore, ritrovata nella tomba di un giovane dell’antica colonia greca di Pithekoussai, sull’isola d’Ischia. Risale al 740-720 a C. e rappresenta uno dei primi esempi di scrittura nell’alfabeto greco (stile eubeo antico, da destra a sinistra in tre linee separate).

Risultati immagini per iscrizione coppa nestore

 “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”.

Il “mistero” e il fascino di questa coppa? La possibile allusione presente nel lacunoso testo dell’iscrizione al re di Pilo Nestore, personaggio dell‘Iliade omerica.

Papiro di Ossirinco, Medio Egitto, II sec. d. C.: versi di Archiloco (VII sec. a.C.)

La cancellazione come damnatio memoriae

Egitto, tempio di Deir el-Bahari: la damnatio memoriae di Hatshepsut

Iscrizione erasa, Pozzuoli, Napoli, I sec. d. C. University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia.

Altare dedicato  a Helios/Sole e Domiziano, il cui nome è cancellato. Munich, Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek

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Iscrizione cancellata, Palmanova (Udine)

Labor limae. Cancellare per correggere

Cancellare, correggere, riscrivere se stessi. Alla ricerca della perfezione dal manoscritto alla stampa.

 “Io procedo a righe lentissime e tutte cancellature in un racconto faticosissimo e difficile, ma quando riesco finalmente a dipanarne qualche centimetro dalla densa matassa, mi diverte perché mette in scena esseri umani veri, ritratti a tutto tondo, anzi visi con la lente d’ingrandimento, e sfaccettature minime della vita. […] Il racconto mi viene sempre più lungo; chissà come faccio a finirlo. Non tutti i giorni uno si sente di scrivere. […] Questo racconto mi è venuto prolisso. Lunghissimo, prolisso. Non si capisce come mai, una volta ero uno stringatissimo, adesso la tiro in lungo, la tiro in lungo. Che barba, fare lo scrittore”.

Italo CALVINO a Maria Corti, in M. CORTI, Un eccezionale epistolario d’amore di Italo Calvino, in AA. VV., Italo Calvino. A writer for the next millenium, a cura di G. BERTONE, Edizioni dell’orso, Torino 1998

G. Leopardi, L’infinito, 1819

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Honoré de Balzac, Les Employés ou la Femme supérieure, 1837-38

Honoré de Balzac - 1837 www.artexperiencenyc.com

Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857): manoscritto autografo

Gustave Flaubert, manuscrit de Madame Bovary

M. Proust, bozze di stampa con correzioni autografe del romanzo Dalla parte di Swann, 1913

J. Joyce, Finnegans Wake, 1939: manoscritto autografo

Finnegans Wake - for any writer who has ever struggled to get it right first time, take solace from the pen of the great james joyce

J. L. Borges, L’Aleph, manoscritto autografo, 1945

ARRIVANO LE AVANGUARDIE!

Tra Futurismo, Dada e Surrealismo, testo, immagine, grafica si fondono e confondono. E si inizia a cancellare per nascondere, negare e insieme far emergere altro.

F. T. Marinetti, Parole in libertà, Irredentismo, 1914, Lugano, collezione privata

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Man Ray, Poema ottico,  Paris, mai 1924

Poem, Paris, mai (may), 1924

Man Ray disse di essersi ispirato a CHRISTIAN MORGENSTERN  (1871 – 1914), Canto notturno del pesce, 1905

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Un esempio di dipinto cancellato: Robert RauschenbergErased de Kooning Drawing, 1953. Sotto la tela è scritto:

 “Disegno di de Kooning cancellato / Robert Rauschenberg / 1953”

kuning

La testimonianza filmata di Rauschenberg (QUI una breve sintesi in lingua italiana)

Eugenio Miccini, Algebra, 1962

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray), Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London

idhangthatonmywall: “ Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

 

Joseph Beuys, Drawing

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Le procès-verbal, 1963

1964: le prime cancellature di Emilio Isgrò

 Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento, Milano

Un esponente della poesia visual spagnola: Fernando Millán, “Progresión negativa /2” (1967

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1969

Emilio Isgrò, Libro cancellato,1969

Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé, 1969

1969, Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé

 Jasper Johns, Untitled (Skull), 1973, Dallas Museum of Art: l’artista cancella la propria firma.

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Jean Michel Basquiat (1960-1988)

I cross out words so you will see them more: the fact that they are obscured makes you want to read them.

«Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più».

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Basquiat, 1983. Acrylic, oil paintstick and paper collage on canvas mounted on wood supports. Schorr Family Collection, Princeton University Art Museum

Nota di Basquiat, Brooklyn Museum, New York

[…] Io sono Jean Michel Basquiat
quello che sulle sue tele prendeva il caffè,
pranzava, si infuriava, gioiva e si disperava
e quando glielo permettevano dormiva
quello che sulle sue tele scriveva
i numeri di telefono delle sue amanti
e li cancellava quando litigava con loro
perché per evidenziare le cose
e fare in modo che la gente le noti
cancellarle completamente è l’unico e il miglior metodo.

da Harkaitz Cano, Basquiat, 2001

Joseph Kosuth, “Zero & Not” (1985-1986): le pareti sono ricoperte da testi di Freud cancellati.

"Zero & Not" (1985-1986), Joseph Kosuth (Toledo, EE. UU., 1945) es un artista estadounidense. Estudia en Toledo (1965) y completa su formación en la School of Visual Arts de Nueva York. Pronto se convierte en importante líder del arte conceptual, llegando al rechazo absoluto de cualquier tipo de producción de obras, debido a su carácter ornamental.

Joseph Kosuth, Zero and Not, Sigmund Freud Museum, Vienna, 2014-15

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1975: William Xerra, Vive

Vive Man Ray e Isgro

Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

« je dois apprendre aux curieux » (Xavier de Maistre, 1763 - 1852) Credits: Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

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L’opera “Expédition nocturne n° 1” è l’iconico sfondo di Philippe Daverio nella trasmissione  Passepartout su Rai 3.

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Banksy e la street art

Banksy, Chinatown, Boston, Massachusetts, 2011

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68th Street and 38th Avenue in Queens, New York

Banksy, Woodside, NYC

Banksy, Los Angeles, California

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«Il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». Penelope Alfrey, storica dell’arte, Università di Edimburgo.

Sul fronte poetico (e visivo…)

Si chiama erasure poetry o blackout poetry. Consiste nel ricavare un nuovo testo poetico cancellando parte di un testo preesistente, cui viene dato nuovo significato, senso e lettura  in accordo o in contrasto con l’originale.

All poetry is fragment: it is shaped by its breakages at every turn. It is the very art of turnings, toward the white frame of the page, toward the unsung, toward the vacancy made visible, that wordlessness in which our words are couched.
Heather McHugh, Broken English: What We Make of Fragments, in Broken English: Poetry and Partiality, Wesleyan University Press, 1993

Ronald Johnson (USA, 1935-1998), Radi os, 1977: uno dei primi esempi di erasure poetry, che cancella e “riscrive” il poema di Milton Paradise Lost.

Risultati immagini per Ronald Johnson’s Radi os

Queste immagini, invece, sono parte del progetto A Humument: A treated Victorian novel  dell’artista visuale britannico  Tom Phillips. Iniziato nel 1966A Human document venne pubblicato per la prima volta nel 1970.

Risultati immagini per Tom Phillips’ A Humument

 The O Mission Repo di Travis Macdonald (2008) cancella e “riscrive” il 9/11 Commission Report del 2004 (ovvero il rapporto della Commissione d’inchiesta incaricata  dalla Presidenza  e dal Congresso degli Stati Uniti di far luce sugli eventi dell’11 settembre 2001).

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Travis Macdonald è anche autore di un saggio del 2009  intitolato A Brief History of Erasure Poetics, in cui si legge:

Over the past fifty years, spurred in no small part by similar gestures in the visual arts (see Robert Rauschenberg’s “Erased de Kooning Drawing”) a new form of reductive poetics has emerged, concerning itself with the deliberate removal (or covering over) of words on the page rather than their traditionally direct application thereto. The practitioners of this relatively new form are scattered widely across disparate schools, lineages, methods and styles might not consider themselves members of any sort of literary movement, let alone this one in particular. They are, nevertheless, connected by a common intent: to fully enact and embody the naturally evolving processes of erasure in their work and to thereby assist in the reclamation of our language and culture one text at a time.

Live Now,  Blackout Poem by Kevin Harrell, agosto 2012

Live Now - Blackout Poem by Kevin Harrell (see more at www.blackoutpoetry.net)

 

Un altro esempio di  blackout poem (FONTE http://www.northbynorthwestern.com/story/blackout-poetry-recipes/): 2014

Una variante di erasure poetry: Tree of Codes dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (2010)

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J.  Vanasco, Absent things as if they are present. A history of literature created by erasure, collage, omission, and wite-out, in “The Believer“, gennaio 2012

Why erase the works of other writers? The philosophical answer is that poets, as Wordsworth defines them, are “affected more than other men by absent things as if they were present.” The More practical answer: compared to writing, erasing feels easy. But I am here to convince you: to erase is to write, style is the consequence of the writer’s omissions, and the writer is always plural. To erase is to leave something else behind.

Un sito dedicato alla blackout poetryhttp://newspaperblackout.com/

In Italia viene anche usata la definizione di CAVIARDAGE, ovvero “Metodo didattico di scrittura creativa poetica che può essere usato sia personalmente, che come strumento di lavoro da diversi professionisti (insegnanti, maestre, psicologi, psicoterapeuti, arteterapeuti, counsellor…)
Il Metodo è stato creato da Tina Festa e racchiude diverse tecniche di scrittura creativa poetica che aiutano a scrivere poesie e pensieri non partendo da una pagina bianca ma da testi già scritti: pagine strappate da libri da macero, articoli di giornali e riviste, ma anche testi in formato digitale. la tecnica di base si contamina con svariate tecniche artistiche espressive (quali il collage, la pittura, l’acquarello, etc.) per dar vita a poesie visive: piccoli capolavori che attraverso parole, segni e colori danno voce a emozioni difficili da esprimere nel quotidiano”. FONTE: https://www.caviardage.it/ufaqs/che-cose-il-caviardage/

La parola francese caviardage (derivata da caviar, caviale, di colore nero), significa sopprimere, cancellare, censurare. Indica comunemente un metodo di scrittura creativa di derivazione oulipiana.

Tra i consigli dello scrittore americano AUSTIN KLEON, autore di Steal like an artist (trad. it. Ruba come un artista, Vallardi, 2013) e di Newspaper Blackout, c’è quello di superare il blocco della pagina bianca con il metodo della blackout poetry. Basta prendere un giornale e…

Ecco un esempio di blackout poem che enuncia un fondamentale principio di Kleon (e non solo):

art is 99 percent robbery

Per tornare al punto di partenza

Sean Evans, Danny Kamhaji e Dan Ichimoto sono i grafici che hanno curato la copertina del disco di Roger Waters Is this the life you really want?

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I grafici di Roger Waters si sono davvero ispirati a Isgrò e alle sue cancellature? O si può considerare un esempio di erasure poetry o caviardage che dir si voglia, ampiamente diffuso e sperimentato da decenni?

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The poetry of erasure is taking place all around us. Underneath the pavement, behind newspaper headlines, on paste-layered billboards and graffiti-laden walls, our communal landscape is continuously peeling away and papering over itself. Its very surface is a living thing in flux between dueling processes of decay and renewal, driven in the name of progress to adapt to the shifting contextual demands of culture or be replaced, removed, re-imagined.
Travis McDonald, A Brief History of Erasure Poetics, 2009

L’immagine è tratta dal libro “Steal like an artist”, di Austin Kleon, 2012

… la creatività è remix-“rimescolamento”:

I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione.  T. S. Eliot

PER APPROFONDIRE

Brian Dillon, The revelation of erasure,  September 2006, Tate articles 

The eloquence of absence: omission, extraction and invisibility in contemporary art

Luigi Mascheroni, ELOGIO DEL PLAGIO. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web, Aragno2015

Jeannie Vanasco, Absent Things As If They Are Present, in “The Believer”, January 2012 (a proposito dell’originalità della erasure poetry e del concetto di plagio)

C. Arienti, Caso Waters: Isgrò cancella la sua arte, umanistranieri.it, 26 luglio 2017

Un recente intervento su  diritti d’autore e arte: http://www.bugnion.it

Cancellare per censurare: anche questa è arte?

In inglese data sanitization è il processo di rimozione di dati sensibili da un documento, allo scopo di rendere leggibile il documento stesso a più persone, proteggendo informazioni segretate o dati sensibili.

 

TROVATI IN RETE

Feltre (BL), 1797.  Scalpellini al seguito dell’esercito rivoluzionario francese cancellano le iscrizioni sulle lapidi dei palazzi nobiliari e ogni traccia scritta del dominio veneziano. 

Risultati immagini per Damnatio memoriae

 

2009: la copertina del romanzo Censoring an Iranian Love Story dello scrittore iraniano Shahriar Mandanipour (Knopf)

Risultati immagini per Censoring an Iranian Love Story

Una pagina del romanzo:

iranian love story

agosto 2009: pubblicità della rivista musicale “Rolling Stone” (Art Director Federico Pepe, copywriter Lorenzo Crespi

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2009: campagna pubblicitaria Volkswagen (Agenzia DDB)

Volkswagen Print Ad - Money

2010: la copertina del libro di Paolo Di Stefano Potresti anche dirmi grazie (Francesca Leoneschi, Art Director Rizzoli editore) 

2013: Cancellare dai quotidiani l’informazione (campagna pubblicitaria Lorenzo Marini Group per FCP Assoquotidiani)

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2014: Susan Philipsz, Part File Score, Installation, 1 Februar – 4 Mai 2014, Hamburger Bahnhof, Staatliche Museen zu Berlin

2015: la campagna dedicata al World Press Freedom Day Censorship (Sanjeev Saikia)

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La copertina del libro autobiografico di Mohamedou Ould Slahi Guantánamo Diary, Little, Brown and Company, 2015

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The Drone Memos, ACLU, 2016

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La copertina dell’album del gruppo indie rock Guster Live With The Redacted Symphony (2013):

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La cancellatura manifesto: CancellAzioni, Mantova, Festival della Letteratura, 2013, MorsoCollettivo

Fearless, serie televisiva ITV, 2017

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Tanti piccoli “imitatori” o plagiatori di Isgrò: la tecnica didattica del CAVIARDAGE è illustrata da Tina Festa QUI.

Cancellature di moda

 Risultati immagini per cancellature

Erasure poetry merchandising

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Autore non identificato: immagine pubblicata su http://sdfla.blogspot.it/2013/06/government-files-two-responses-to-dore.html (giugno 2013)

E per finire… anche questo è caviardage:

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Archiviato in Arte, Attualità culturale, Poesia

“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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Poesia su due ruote: la bicicletta in versi

                           A. Mucha, Cycles Perfecta, 1902

Giovanni Pascoli, La bicicletta, Canti di Castelvecchio, 1903

I
Mi parve d’udir nella siepe
la sveglia d’un querulo implume.
Un attimo… Intesi lo strepere
cupo del fiume.

Mi parve di scorgere un mare
dorato di tremule messi.
Un battito… Vidi un filare
di neri cipressi.

Mi parve di fendere il pianto
d’un lungo corteo di dolore.
Un palpito… M’erano accanto
le nozze e l’amore.
dlin… dlin…

II
Ancora echeggiavano i gridi
dell’innominabile folla;
che udivo stridire gli acrìdi
su l’umida zolla.

Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.

Io dissi un’alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola `
parlava con sé.
dlin… dlin…

III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Ch’io venga o tu vada,
non è che un addio!

Ma bello è quest’impeto d’ala,
ma grata è l’ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo… Già cala
la notte: io ritorno.

La piccola lampada brilla
per mezzo all’oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va…
dlin… dlin…

 

Oreste da Molin, Flirtation,1901 – Collezione privata

Guido Gozzano, Le due strade, da I colloqui, I, Il giovanile errore, 1907

Tra bande verdi gialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Andavo con l’Amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica;

quando nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro; scese. “Signora! Sono Grazia!”
sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

“Graziella, la bambina?” – “Mi riconosce ancora?”
“Ma certo!” E la Signora baciò la Signorina.

La piccola Graziella! Diciott’anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

“La piccola Graziella, così cattiva e ingorda!…”
“Signora, si ricorda quelli anni?” – “E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?” – “Vede…”
“Ci segui un tratto a piede?” – “Signora, volentieri…”

“Ah! ti presento, aspetta, l’Avvocato, un amico
caro di mio marito… Dagli la bicicletta.”

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.  LEGGI TUTTO…

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                                Mario Sironi (1885-1961), Il ciclista, 1916

Carlo Michelstaedter (1887-1910), In bicicletta Esametri (Dicembre 1902) [testo inedito]

Sterminate pianure si estendono lussureggianti,
Guida nel ciel di Latona il figlio il suo cocchio dorato,
Dardi infocati mandando alla candida strada maestra.
Sul mio cavallo d’acciaio io volo; né brutti pensieri
Turban la mente entusiasta che spazia per campi infiniti.
Volo e la corsa veloce mi apre i polmoni ed il core,
Volo e la strada fuggente di sotto alla ruota anteriore
Bianchi bagliori mi getta, arcana mi dà sensazione

Ave biciclo pietoso che allievi le cure ai mortali!

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          FILLIA, Bicicletta, fusione di paesaggio Idolo meccanico, 1924

Vittorio Sereni, In me il tuo ricordo, in Frontiera, 1941

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

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                                                    Mario Schifano, Biciclette, 1982

Giorgio Caproni, Le biciclette, da Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 1968

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora piú
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora piú
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
piú del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno piú antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso».

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu cosí,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpí
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio! Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora piú un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, cui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non piú
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di piú
nel tempo ancora intatto ed indiviso.

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Scandalo, da Il seme del piangere, 1959
Per una bicicletta azzurra,
Livorno come sussurra!
Come s’unisce al brusìo
dei raggi, il mormorìo!Annina sbucata all’angolo
ha alimentato lo scandalo.
Ma quando mai s’era vista,
in giro, una ciclista?
PER APPROFONDIRE: S. Barsella, Bicicletta: il mito e la poesia. CLICCA QUI.
Reti Dedalus: Poesia e Bicicletta. CLICCA QUI.
Pink Floyd, Bike, 1967 
I’ve got a bike, you can ride it if you like
It’s got a basket, a bell that rings
And things to make it look good
I’d give it to you if I could, but I borrowed it…

              Robert Rauschenberg (1925 – 2008), Bicycle, National Gallery, 1992

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Walt Whitman

Mi contraddico?
Molto bene, allora, mi contraddico,
Sono largo, contengo moltitudini.

Sempre un intreccio di identità, sempre distinguere,
sempre una generazione di vita.

Poesia di Walt Whitman, un americano

Foglie d’erba è la grande epica americana, cantico democratico di Whitman e forse il più insurrezionale di tutta la letteratura degli Stati Uniti. L’esplicita sessualità e schietto elogio dei sensi, lo stile particolare del suo barbaric yawp, come Whitman lo chiamava, lo sdegno apparente verso la poesia di maniera: chi mai nella letteratura americana poteva aver preparato un pubblico in grado di apprezzare questi caratteri? Per il lettore d’oggi è impossibile separarlo da quella cultura americana che ancora cerca di capacitarsi della sua stessa ampiezza, col suo riconoscere altre e altre voci ancora e il loro significato, una cultura che in breve ancora si ribella contro ogni dogmatica restrizione della propria storia.

Lewis Fried

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When I heard the learn’d astronomer, in Foglie d’erba, 1891

Quando udii il dotto astronomo,
quando le prove e le cifre mi vennero incolonnate dinanzi,
quando mi mostrarono le carte e i diagrammi, da addizionare, dividere, calcolare,
quando seduto nell’anfiteatro udii l’astronomo parlare, e venir a lungo applaudito,

come improvvisamente, inesplicabilmente mi sentii stanco, disgustato,
finché, alzatomi, fuori scivolando me ne uscii tutto solo,
nella mistica umida aria notturna e, di tratto in tratto,
alzavo gli occhi a contemplare in silenzio le stelle.


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Song of Myself

[…] Stop this day and night with me and you shall possess the origin of all poems,
You shall possess the good of the earth and sun…. there are millions of suns left,
You shall no longer take things at second or third hand…. nor look through the eyes of the dead…. nor feed on the spectres in books,
You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from yourself.[…]

http://www.youtube.com/watch?v=j64SctPKmqk

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L’infinito

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Per quell’edonista infelice che era Leopardi, l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole. E il naufragar m’é dolce in questo mare: non è solo nella famosa chiusa dell’Infinito che la dolcezza prevale sullo spavento, perché ciò che i versi comunicano attraverso la musica delle parole è sempre un senso di dolcezza, anche quando definiscono esperienze d’angoscia.
I. Calvino, Lezioni americane, 1988

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“Nella mente di Leopardi s’intrecciano le sensazioni più diverse: l’infinito e il reale, il silenzio e la voce del vento, l’eterno e il tempo, il passato e il presente. Mentre sta rannicchiato presso la siepe, l’eterno evoca la sua presenza infinita, il passato s’identifica con la morte che porta con sé, il presente offre lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continua a paragonare silenzio e voce, ecco che l’eterno ondeggia e scivola sul tempo, il passato sul presente, il presente sul passato, finché tutte le dimensioni della rêverie confluiscono in una dimensione unica: l’immensità–mare. A questo punto, almeno in apparenza, ogni controllo della mente è perduto: il flusso delle sensazioni l’ha invasa e posseduta senza incontrare ostacoli.

Cos’è questa immensità–mare, il nuovo luogo della poesia che sostituisce il pensiero (v. 7) e lo stormire del vento? È «l’infinito» al quale Leopardi intitola il testo? Una piccola spia finisce per convincerci del contrario: nel corso della scrittura, Leopardi oscilla tra immensità e infinità, finché nell’ultima redazione finisce per scegliere immensità. Il fruscio del vento aveva interrotto la concentrazione di Leopardi intorno all’infinito, e ora l’infinito, al quale tutti gli uomini debbono rinunciare, è soltanto un ricordo, sommerso nel vagabondaggio molteplice delle rêveries. L’immensità–mare, nella quale egli annega e naufraga, è «l’indefinito», oltre il quale l’uomo non può giungere. O un infinito impuro, mescolato al tempo, al «qui», al presente.

Tutta la poesia è un gioco di corrispondenze e di contrapposizioni. All’inizio, c’è il regno del questo (quest’ermo colle, questa siepe) – il luogo del qui e del limite; e negli ultimi tre versi ci sono altri due questo: quest’immensità, questo mare, che sono al contrario il luogo dell’illimitatezza e dell’indefinito. I due opposti vengono uniti sotto il segno dello stesso aggettivo determinativo. Nei primi versi, l’io (v. 7) – la totalità della persona, che comprende in sé il «pensiero» e il «cuore» – finge, crea nel pensiero gli interminati spazi, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Negli ultimi versi c’è un’analoga prossimità: il pensiero «annega» nell’immensità; e il naufragio è dolce all’io che appare nell’ultimo verso. Questi due aspetti della persona – io e pensiero – sono entrambi presenti nei momenti estremi, e supremi, della vicenda intellettuale di Leopardi.

Per la prima e l’ultima volta nei Canti, Leopardi usa i verbi s’annega e naufragar”.

P.CITATI, Leopardi, Mondadori, 2011

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La comunicazione, sotterranea ma continua, tra l’Infinito e lo Zibaldone consente di “sciogliere” – come ha osservato Antonio Prete – il testo poetico «nel tessuto teorico appunto dello Zibaldone, ritrovando tra un movimento e l’altro dei versi la riflessione che lo precede, accompagna e segue. Lo scarto di scrittura e di forma, tra il pensiero dell’Infinito e la poesia dell’Infinito, non è questione risolvibile con il ricorso alla condensazione, all’intensità, al ritmo, ai movimenti metrici che differenziano il testo di poesia dai frammenti dello Zibaldone: la questione attiene, anche qui, al rapporto che si istituisce tra le due “forme”», nel «permanente dialogo tra pensiero poetante e poesia pensante» (A. Prete, Lo scacco del pensiero: per un’esegesi dell’Infinito, in Id., Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi [1980], Milano, Feltrinelli, 2006).

Giacomo Leopardi, L’infinito: i confini dell’infinito, videolezioni di Corrado Bologna (5 parti)

Gianni Celati, Leopardi e il desiderio infinito. Ecco perché dobbiamo leggere Leopardi

La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l’avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola – tutto quell’ottimismo che quel tale lì per mezz’ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d’oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c’è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito – come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d’accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini – chi non è d’accordo con questo è eliminato, al giorno d’oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi.

Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi. Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo, neanche a scuola – non si può insegnare Leopardi a scuola. Questa è la prima cosa da dire. (Non so se sia possibile, ma io non credo alla letteratura come tale, che ha un senso come lo hanno gli orologi. Se un orologio non mi dicesse che ore sono, le sue lancette sarebbero solo decorative. E lo stesso la letteratura. La letteratura vale perché c’è qualcos’altro, questo sfondo contro cui ci si trova).

Dice Leopardi:

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni… Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose (Zibaldone, 51).

Questo è il punto di partenza più rivoluzionario – se vogliamo usare questa parola – della filosofia leopardiana. Una cosa senza precedenti: il riconoscere questo fatto, ma non in maniera critica, non per condannare le illusioni. Tutti questi richiami alla «concretezza» da parte dei politici fanno veramente ridere.

Seconda cosa: la nostra nullità, il fatto che come individui siamo niente, siamo qui di passaggio, siamo qui che teniamo il posto del nulla:

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un voto universale, in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi (Zibaldone, 72).

Quello a cui Leopardi ci mette davanti continuamente è che tutta l’energia spirituale – o chiamatela come volete – dipende da un’istanza del desiderio, del desiderio di felicità, che non è la felicità dei consumi, la felicità dell’avere, il desiderio di felicità è lo stato di mancanza, della nostra mancanza, è questo che ci rende attivi, vigorosi, lanciati ancora verso la vita.

Quello che Leopardi ha capito è che questo mondo cancella continuamente il privilegio di essere in uno stato di mancanza: il desiderio carnale – chiamiamolo così – è un desiderio che deriva da uno stato di mancanza, ma questa è una mancanza che non si colmerà mai, ed è proprio per questo che è un desiderio infinito: il desiderio carnale come mancanza è in sostanza il senso che ci manca la vita, che la vita scappa via da tutte le parti, che la vita non è bloccabile. Contro una società che cerca sempre di insegnarci che a questa mancanza si può dare un compenso in modo che l’uomo si riduca ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi ci riporta in un tipo di pensiero dove non c’è più nessuna valutazione positiva per l’uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore. In questo senso, Leopardi è un pensatore che in questo momento è essenziale per andare avanti di giorno in giorno.

Questo articolo è uscito su “l’Unità”, 28 marzo 2004

Umberto Bottazzini,  E Leopardi incappò nell’infinito di Cantor, “Il Sole 24 ore, “29 maggio 2011

Una passeggiata tra numeri, figure geometriche e teoremi di logica, punteggiata da citazioni letterarie. Anche in un Paese come il nostro, dove «una rivalità annosa» contrappone la cultura scientifica a quella umanistica, la proposta di Carlo Toffalori non dovrebbe essere troppo sorprendente. A ben vedere, dice Toffalori, matematica e letteratura condividono una remota matrice comune. Certo, la prima è fatta di cifre, la seconda di lettere. «Ma che cosa sono, in realtà, lettere e cifre, se non simboli e convenzioni?». Strumenti per fissare e comunicare idee, elaborati attraverso processi secolari. In fondo, anche la mitologia greca attribuiva la comune invenzione di alfabeto e aritmetica allo stesso eroe, Palamede. E remote origini ha anche la gematria, la pratica di associare significati ai numeri quando l’alfabeto costituiva anche il sistema di numerazione. Cominciamo dunque coi numeri, coi loro nomi, e con Leopardi. Del resto, ancora ragazzo, Giacomo non si era cimentato con successo nella stesura di un’eruditissima storia dell’astronomia? «Che sarebbe l’aritmetica – si chiede Leopardi nello Zibaldone – se ogni numero si dovesse significare con cifra diversa, non colla diversa composizione di pochi elementi»? E immagina l’imbarazzo di «un pastore primitivo o selvaggio, privo di favella o di nomi numerali, che volesse, com’è naturale, rassegnare il suo gregge». Come potrebbe fare? La soluzione «più verosimile» che viene in mente a Leopardi è quella di associare un sasso a ogni pecora, conservare i sassi e verificare che le pecore rimangono tante quanti i sassi. La soluzione è anche involontariamente profetica, perché l’idea di corrispondenza biunivoca, qui in opera, nelle mani di Cantor si rivelerà la chiave per accedere ai misteri dell’infinito. L’infinito: «Un concetto che corrompe e ammattisce tutti gli altri» diceva Borges, che chiamò i numeri transfiniti di Cantor «i vasti numeri che un uomo immortale non raggiungerebbe neppure se consumasse la sua eternità contando». Sulla conta del bestiame si interroga Omero, prima ancora che Leopardi, e Archimede ne fa argomento di un problema la cui soluzione ha richiesto la potenza dei moderni computer. Il percorso per giungere all’infinito passa attraverso i “misteri” dei numeri perfetti, come 6 sottolinea Sant’Agostino nella sua esegesi delle Scritture, i “misteri” dei numeri immaginari che si aggiungono ai turbamenti del giovane Törless, e quelli del calcolo infinitesimale. «Il presente è il differenziale della funzione dell’avvenire e del passato» dice il poeta Novalis. Nella stessa vena, per l’ingegner Gadda l’ora è «l’integrale dei fuggenti attimi». Sarà, ma per Leopardi «può dirsi con verità che una medesima data porzione di tempo or dura più or meno ad un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno».
Come si vede, Bergson non ha scoperto niente di nuovo. I teoremi di Euclide suggeriscono straordinarie similitudini a Dante e materia di discussione ai fratelli Karamazov sulla natura euclidea o meno del mondo. A meno di non pensare, con Musil, che «Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso». E poi ancora i teoremi di incompletezza di Gödel, che evocano a Toffalori L’infinito di Leopardi e la siepe che «il guardo esclude» e tuttavia lascia immaginare l’«interminato spazio di là da quella».
Da Borges a Conrad, da Calvino a Tolstoi, non c’è pagina di questo libro che non richiami un passo di un autore. Un vero e proprio caleidoscopio di citazioni. Due, per finire. La matematica «dev’esser necessariamente l’opposto del piacere», sentenziava Leopardi per la gioia di chi l’associa ancora alla noia, se non alla sofferenza, patita sui banchi di scuola. «La matematica? Non conosco nulla di più divertente. È un gioco dell’aria, per dir così», la descrive invece Thomas Mann. Il libro si legge come un romanzo – sarà per questo che purtroppo non c’è l’indice dei nomi? – e leggendolo si impara a guardare sotto nuova luce la matematica, e magari anche le pagine di autori per altro verso familiari.

 

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“In un boschetto trova’ pasturella…”

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La pastorella è un componimento tenzonato (a più voci, dunque) nel quale dialogano il poeta e una fanciulla generalmente di basso rango (pastora, appunto); si tratta di un genere a carattere “anticortese”, in cui si realizza l’inversione completa dei valori della cortesia: il poeta si trova fuori dalla corte, in uno spazio aperto, incontra una donna di rango inferiore a lui, si rivolge a lei in modo esplicito e di solito con l’intento di soddisfare il proprio istinto sessuale, generalmente vedendo accolte le proprie preghiere abbastanza facilmente. La pastorella è un genere di origine popolare, ed è anche uno dei più longevi: ancora nel XX secolo Fabrizio De Andrè, nella celebre Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scrive una vera e propria pastorella (D. Mantovani, La lirica trobadorica)

Marcabru, L’autrier jost’una sebissa…. Il testo in lingua d’oc e in traduzione italiana. CLICCA QUI.

Raimbaut de Vaqueiras, Domna, tant vos ai preiada (Contrasto con la donna genovese)

Il testo in provenzale-genovese: CLICCA QUI

I. Donna, tanto vi ho pregata, se vi piace, che mi vogliate amare; io son vassallo vostro perché siete valente e istruita e riconoscete ogni buon pregio. Perciò mi piace la vostra amicizia, e poiché siete in ogni atto cortese, il mio cuore s’è fermato in voi più che in nessun’altra genovese: gran mercede sarà se m’amate! E sarò poi meglio compensato che se fosse mia la città con tutta gli averi che vi hanno ammassato i Genovesi.
II. Giullare, voi non siete cortese nel chiedermi questo: non ne farò niente. Vi vedrei impiccato, piuttosto che farmi vostra amica! Vi scannerò piuttosto, certo, provenzale del malaugurio! Questo è l’insulto che vi dirò: sozzo, pazzo, calvo che siete! Io non vi amerò mai, ho un marito più bello che non siete voi, e lo so bene. Andate via, fratello, che ho meglio da fare.
III. Donna gentile e distinta, allegra, valente e saggia, vàlgami la vostra conoscenza, poiché gioia e gioventù vi guidano, insieme a cortesia, pregio, senno e ogni buon insegnamento. Perciò io vi sono amante fedele senza alcun ritegno, sincero, umile e supplichevole. Tanto mi stringe e mi vince l’amore per che mi piacete: sarà un pregio se divento servitore e amico vostro.
IV. Giullare, voi sembrate matto che tenete tali discorsi. Possiate venire e andarvene in malora: non avete il senno d’un gatto, troppo mi dispiacete, mala cosa mi sembrate! E non farei tal cosa neanche se foste figlio d’un re. Mi credete una sciocca? In fede mia, voi non m’avrete. Se per scaldarvi contate sul mio amore, quest’anno morrete di freddo: di lega troppo cattiva sono i Provenzali.
V. Donna, non siate tanto crudele, ché non conviene, non sta bene. Conviene piuttosto, se vi piace, ch’io vi chieda a senno mio e che vi ami con cuore sincero e che voi mi sciogliate dal mio soffrire. Vostro uomo sono e vostro servitore perché vedo, conosco e so quando guardo la vostra bellezza, fresca qual rosa in maggio, che nel mondo più bella non ne so. Perciò vi amo e vi amerò, e sarà un peccato se la mia buona fede mi tradisce.
VI. Giullare, se io goda di me stessa, non stimo un soldo genovese il tuo provenzaleggiare. Non ti capisco meglio d’un tedesco, d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa. Vuoi discutere con me? Se mio marito lo viene a sapere mal accordo avrai con lui. Bel messere, ti dico il vero: non voglio questi discorsi, te l’assicuro, fratello. Vattene, provenzale mal vestito, lasciami stare.
VII. Donna, in confusione m’avete messo e in pena. Però ancor vi pregherò che mi lasciate mostrar come lo fa un provenzale quand’è montato.
VIII. Giullare, non starò con te, poiché questa è la stima che hai di me. Meglio sarebbe, per San Martino, che andaste da messer Obizzino: vi darà forse un ronzino, da giullare che siete.

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G. Cavalcanti, Rime, In un boschetto trova’ pasturella…

In un boschetto trova’ pasturella
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.

Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ’l core;
menòmmi sott’ una freschetta foglia,
là dov’i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ’l die d’amore – mi parea vedere.

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PER APPROFONDIRE:

R. ANTONELLI, LA PASTORELLA DA MARCABRUNO A LORENZO IL MAGNIFICO. CLICCA QUI.

Paolo Zoboli,  De André, Carlo Martello e la ‘pastorella’

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“La belle dame sans merci”

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John William Waterhouse, “La Belle Dame sans Merci”, 1893

Il testo in lingua inglese: CLICCA QUI.

La traduzione italiana: CLICCA QUI.

Comic-book adaptation by Julian Peters: CLICCA QUI.

                                       Julian Peters comics

Californication Season 1, Episode 5: Keats reloaded!

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Primavera d’amore

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Il topos del ritorno della primavera nella letteratura classica. CLICCA QUI per approfondire.

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La tradizione romanza

Guglielmo d’Aquitania (XI-XII sec.)

I. Per la dolcezza della nuova stagione i boschi mettono le foglie e gli uccelli cantano, ciascuno nella sua lingua, secondo la melodia del nuovo canto: dunque è bene che ognuno si volga a ciò che più desidera. II. Dal luogo che più mi piace non mi arriva né messaggero né messaggio, sicché il mio cuore non dorme né ride, e io non oso farmi avanti finché non sono sicuro che il patto è così come lo voglio. III. Il nostro amore è come il ramo del biancospino che intirizzisce sull’albero, la notte, nella pioggia e nel gelo, fino all’indomani, quando il sole si diffonde attraverso il verde fogliame sul ramoscello. IV. Ancora mi ricordo di un mattino quando ponemmo fine alla nostra guerra con un patto, e lei mi offrì un dono così grande: il suo amore fedele e il suo anello.Ancora mi lasci Dio vivere tanto che io possa mettere le mie mani sotto il suo mantello. V. Io infatti non bado al latino ostile di quanti cercano di separarmi dal mio Buon Vicino; perché io so come vanno le parole, quando si recita una breve formula: che alcuni si vanno vantando dell’amore, e noi ne abbiamo il pezzo e il coltello.

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Bernart de Ventadorn, CANZONE DI PRIMAVERA

Quando erba nuova e nuova foglia nasce
e sbocciano i fiori sul ramo,
e l’usignolo acuta e limpida
leva la voce e dà principio al canto,
gioia ho di lui, ed ho gioia dei fiori,
e gioia di me, e più gran gioia di madonna:
da ogni parte son circondato e stretto di gioia,
ma quella è gioia che tutte l’altre avanza….

G. Cavalcanti, Fresca rosa novella…

Fresca rosa novella,
piacente primavera,
per prata e per rivera
gaiamente cantando,
vostro fin presio mando – a la verdura.

Lo vostro presio fino
in gio’ si rinovelli
da grandi e da zitelli
per ciascuno camino;
e cantin[n]e gli auselli
ciascuno in suo latino
da sera e da matino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
po’ che lo tempo vène,
sì come si convene,
vostr’altezza presiata:
ché siete angelicata – crïatura.

Angelica sembranza
in voi, donna, riposa:
Dio, quanto aventurosa
fue la mia disïanza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa e avanza
natura e costumanza,
ben è mirabil cosa.
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come sète;
tanto adorna parete,
ch’eo non saccio contare;
e chi poria pensare – oltra natura?

Oltra natura umana
vostra fina piasenza
fece Dio, per essenza
che voi foste sovrana:
per che vostra parvenza
ver’ me non sia luntana;
or non mi sia villana
la dolce provedenza!
E se vi pare oltraggio
ch’ ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato:
ché solo Amor mi sforza,
contra cui non val forza – né misura.

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F. PETRARCA, Rerum vulgarium fragmenta, CCCX

Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.

Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.

Ma per me, lasso, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;

et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ’n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.

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Geoffrey Chaucer, The Prologue to The Canterbury Tales

“Whan that Aprille with his shoures soote / The droghte of Marche hath perced to the roote…”

Quando aprile con le dolci pioggette ha penetrata fino alle radici l’arsura di marzo e adacquata ogni vena dell’umore dalla cui virtù s’ingenerano i fiori: quando zefiro pure col molle suo soffio ingemma i teneri germogli in ogni bosco e brughiera, e il giovane sole ha percorso il suo mezzo tragitto in Ariete e fan melodia gli uccelletti che dormon la notte con occhi socchiusi, tanto li punge in cuore natura, allor brama la gente d’andar pellegrina e i palmieri di cercare strani lidi e santuari lontani in (ama per contrade diverse, e specialmente dai margini estremi d’ogni contea d’Inghilterra s’avviano verso Canterbury per visitare il santo martire benedetto che li soccorse durante le loro infermità.

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W. Shakespeare, Sonetto 98 (trad. di Alessandro Serpieri)

From you have I been absent in the spring,
When proud pied April, dressed in all his trim,
Hath put a spirit of youth in every thing,
That heavy Saturn laughed and leapt with him.
Yet nor the lays of birds, nor the sweet smell
Of different flowers in odour and in hue,
Could make me any summer’s story tell,
Or from their proud lap pluck them where they grew:
Nor did I wonder at the lily’s white,
Nor praise the deep vermilion in the rose;
They were but sweet, but figures of delight,
Drawn after you, you pattern of all those.
Yet seemed it winter still, and you away,
As with your shadow I with these did play.

Anche in primavera fui da te lontano
quando il leggiadro Aprile, tutto vestito a festa,
suscitava in ogni cosa un tale brio di gioventù
che rideva anche Saturno e con lui danzava.
Ma, né i canti degli uccelli, né il profumo dolce
dei differenti fiori sia in fragranza che colore,
potevano indurmi a pensare una gioiosa storia
o a coglierli dal grembo ove floridi crescevano:
e neppur mi affascinava il candor dei gigli
né potei apprezzare il rosso acceso delle rose;
non eran che profumi e deliziose forme
raffiguranti te, tu lor unico modello.
Ma per me era sempre inverno e lontan da te,
mi dilettai con loro come con l’ombra tua

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V. CARDARELLI, Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.

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Antonio Machado, da Soledades, 1899-1907, LXXXV, La primavera besaba

La primavera besaba
suavemente la arboleda,
y el verde nuevo brotaba
como una verde humareda.
Las nubes iban pasando
sobre el campo juvenil…
Yo vi en las hojas temblando
las frescas lluvias de abril.
Bajo ese almendro florido,
todo cargado de flor
– recordé -, yo he maldecido
mi juventud sin amor.
Hoy, en mitad de la vida,
me he parado a meditar…
¡Juventud nunca vivida,
quién te volviera a soñar!

La primavera baciava

La primavera baciava
soavemente l’albereta,
e il verde nuovo spuntava
come verde fumata.
Le nuvole passavano
sulla terra giovanile!…
Vidi tremar sulle foglie
le fresche piogge d’aprile.
Sotto il mandorlo fiorito,
tutto carico di fiori,
– ricordai -, ho maledetto
la mia gioventù senz’amore.
Oggi, a metà della vita,
son fermo a meditare…
Gioventù non mai vissuta,
oh, tornassi a sognarti!

(traduzione di Oreste Macrì)

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Work in progress

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La poesia della vanità

coorte_1688_detail_Still Life Of A Vine Twig With Grapes, Peaches, Apricots, Medlars, A Melon And A Halved Fig, Resting On A Stone Ledge'

La grande letteratura della caducità si contrappone all’effimero di oggi
Da Góngora a Leopardi, gli scrittori che hanno cantato la fugacità delle cose destinate a passare e morire. Tra desiderio e dolore, nostalgia e disincanto. Lontano dal fatuo cinismo della conversazione mondana

Claudio Magris, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2016

C’ è un abisso fra vanesio e vano. Lo dicono pure le definizioni antitetiche che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dà della voce Vanità. «Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti; reali o presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione; eccessiva stima di sé, del proprio valore, della propria origine o estrazione; vanagloria, immodestia, presunzione; superba e sprezzante ostentazione della propria autorità». Credo che, a queste parole, sfilino davanti gli occhi della mente di ognuno di noi volti di gente famosa o di conoscenze solo personali, vip o presunti vip d’ogni genere, interi clan della politica, dei salotti, delle assemblee e, forse più rozzi e impudenti di tutti, della cosiddetta cultura e della letteratura. Ovviamente questa sfilata di pretenziose vacuità si interpone, in ognuno di noi, tra il nostro volto e lo specchio, risparmiandoci e impedendoci di vedere la nostra supponente vacuità.
Ma c’è, nella stessa pagina del Dizionario, un’altra definizione di Vanità: «Precarietà, transitorietà, labilità, caducità, durata effimera, passeggera di ciò che è destinato a perire, della vita stessa». Questa, più che Vanità, è Vanitas e ha poco a che fare con la spocchiosa presunzione; non è l’ostentazione di alcun pregio esclusivo, perché è una condizione universalmente umana ed è il sentimento della stessa. È il senso di uguaglianza di tutti gli esseri umani, soggetti al comune destino di appassire, sfiorire e svanire e di vedere appassire, sfiorire e svanire ciò che desiderano, che amano, in cui credono e che vorrebbero far loro per sempre. Boccaccio parla dello «splendore balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla Vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo sùbito reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla». Petrarca, accennando alla donna amata ormai vecchia, evoca «de’ vostri occhi il lume spento; / e i cape’ d’oro fin farsi d’argento».
Ma è soprattutto il Barocco a sentire — e ad amare, col senso di amare invano — le cose fugaci votate a passare e a morire. Protagonista e motore della Vanitas, per Marino è il tempo: «Un lampo è la beltà, l’etate è un’ombra, / né sa fermar l’irreparabil fuga [—]. Amor non men di lui veloci ha i vanni, / fugge co’ l fior del volto il fior degli anni». La donna è rosa che sfiorisce, il sole è vissuto e ammirato quando cala: «Così riluce il sol più dolcemente — dice un sonetto di Fabio Leonida — e meglio si vagheggia, allor che scende, / passato ‘l mezzo dì verso Occidente». La Vanitas non è solo malinconia e stanchezza, ma è anche e forse soprattutto intensità di desiderio, tanto più appassionato quanto più consapevole della caducità del proprio oggetto e di se stesso. «Così trapassa al trapassar d’un giorno — canta l’uccello dalle piume variopinte nella Gerusalemme liberata — della vita mortale e il fiore e il verde; / né, perché faccia indietro april ritorno / si rinfiora ella mai, né si rinverde. / Cogliam la rosa in sul mattino adorno / di questo dì, che tosto il seren perde; / cogliam d’amor la rosa; amiamo or quando / esser si puote riamati amando».
Questo senso della Vanitas pervade la letteratura barocca di tutta Europa; per fare solo un esempio si pensi a Góngora. «Mientras por competir con tu cabello / oro bruñido al sol relumbra en vano…, mentre per emulare i tuoi capelli / oro brunito al sole splende invano» e la poesia si conclude: «Godi collo, capelli, labbro e fronte, / prima che quanto fu / in età dorata / oro, giglio, garofano, cristallo, / non soltanto in argento o viola tronca / si muti, ma tu e tutto unitamente / in terra, fumo, polvere, ombra, niente – en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada». C’è pure un pathos della Vanitas, «labirinto» — diceva Foscolo, contestandolo — in cui dobbiamo necessariamente perderci». La Vanitas può tuttavia non solo ispirare struggente amore per le cose amate ed effimere, ma diventar essa stessa oggetto e sostanza d’amore, come accadrà soprattutto nel Decadentismo. Amare non tanto qualcuno o qualcosa, ma l’amore stesso, l’amore vano; forse pure la parola, la musica melodiosa della parola «vano» — il «desir vano» di Ariosto, melodia delle sirene del cuore.
Un grande esempio di questa poesia della Vanitas è Pascoli. Egli ama le nuvole vane forse solo perché sono vane, il suo desiderio va alla loro lieve inconsistenza, alla loro rapida caducità. Nello stupendo Ultimo viaggio dei Poemi conviviali Odisseo, giunto all’isola Eea, l’Isola di Circe, si addentra tra i boschi e le macchie, seguendo il suono della cetra di Femio, l’aedo, ma trova quest’ultimo disteso su un mucchio di foglie secche, morto. È il vento che fa suonare la cetra appesa ai rami di un albero, «così mesto il canto / n’era e così lontano e così vano». È la più grande celebrazione poetica di ciò che è vano e appare l’essenza stessa della poesia, oggetto di un amore indicibile, che non solo non si può raggiungere ma che è amore solo perché è potenziale, non ancora detto, non oggettivato: «L’amore che dormìa nel cuore, / e che destato solo allor ti muore». Si ama solo finché non si ama qualcosa o qualcuno di determinato, finché si ama la Vanitas, il desiderio. Un’eco che risuona in tanti poeti successivi, sino ai giorni nostri.
Ben altra è la Vanità di cui canta il più grande dei suoi poeti e uno dei più grandi poeti in senso assoluto, Leopardi. La leopardiana «infinita Vanità del tutto» non è il morbido o struggente fascino del fumo in cui dilegua ogni cosa e ogni sentimento. È l’asciutta, oggettiva, altissima poesia di una ferma constatazione del nulla. «Delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi l’essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Sia o no tutto questo effetto del «brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera», si tratta della più alta espressione dell’universale diventar nulla in tutte le cose.
Molto è stato scritto sul pessimismo leopardiano; pochi anni fa in un incisivo, assai notevole libro di Andrea Rigoni, Leopardi diviene la chiave che introduce al tema generale e variegato della Vanità, cui il libro esplicitamente si intitola, Vanità. La prospettiva di Rigoni è vasta e include numerosi autori; se c’è la sublime Vanità di Leopardi, c’è la Vanità superficiale e facile di chi reagisce all’inconsistenza del mondo e della vita identificandosi con essa, facendone un vezzo o un distintivo di raffinata intelligenza, votandosi alla futilità con falsa civetteria, autoconvincendosi di snobbare e disprezzare la mondanità cui smania di avere accesso, fingendo con se stesso di ridacchiare delle élites in cui in realtà brama di far parte, credendosi il Narratore della Recherche affascinato dai Guermantes ma incapace, a differenza dal narratore proustiano, di capire che i Guermantes sono sin dall’inizio, già da sempre, i Verdurin.
Nel sentimento e nella rappresentazione leopardiana della Vanità del tutto si avverte, asciutto e classicamente dominato, il profondo dolore per questa Vanità, l’impossibile desiderio — percepito come vano ma non perciò meno doloroso — che la vita sia diversa. L’altissima poesia leopardiana della Vanità del tutto non ammette né struggimenti per la Vanitas né civetterie salottiere. «Vaghe stelle dell’Orsa io non credea…». Esattamente l’opposto del pessimismo compiaciuto e soddisfatto, e dunque filisteo, di un Cioran, pienamente a suo agio nella proclamazione del nulla e abile nel mascherare la gratificante banalità in una maschera di Vanità che, proprio presentandosi volutamente e anzi esibendosi volutamente come tale, suggerisca e faccia supporre dolorose profondità dissimulate nel fatuo cinismo della conversazione mondana.

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