Archivi tag: New media

Nuovi media

Il rapido sviluppo di internet. Utenti internet (2000-10)

Letture consigliate:

http://www.treccani.it/enciclopedia/l-evoluzione-della-comunicazione-vecchi-e-nuovi-media_%28Atlante-Geopolitico%29/

http://www.treccani.it/enciclopedia/internet-e-diplomazia-nell-era-di-wikileaks_(Atlante_Geopolitico)/

http://www.treccani.it/enciclopedia/l-evoluzione-della-comunicazione-vecchi-e-nuovi-media_%28Atlante-Geopolitico%29/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/31/isis-propaganda-2-0-call-of-duty-jihad-attira-i-combattenti-occidentali/1144491/

http://www.huffingtonpost.it/2014/08/20/isis-boko-haram-al-qaeda_n_5694049.html

http://www.lavoce.info/archives/32967/anonymous-contro-isis-hacker-buoni/

Ultimi paesi al mondo per indice di liberta su internet (0 migliore - 100 peggiore)

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia, temi

D’ora in poi le “gite” si potranno fare così…

… ovvero il professore in vacanza: CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in QUINTA B, TERZA BS, Terza F

La privacy è (quasi) un’utopia

netizen_190x130

Helen Nissenbaum, la«filosofa di Obama»,spiega come si tutelano i diritti dei netizen: sbagliato fare guerra alle aziende

«Online c’è un enorme flusso di dati, personali e commerciali. Fermarli è impossibile: servono regole per un nuovo codice»

 

Quando l’amministrazione di Barack Obama ha deciso di inserire la tutela della privacy dei cittadini in agenda, ha avviato una caccia alle migliori menti al lavoro sul tema. E ha trovato lei: Helen Nissenbaum, filosofa dell’informazione, a capo dell’Istituto di Information Law della New York University. A dettare la linea guida del «Bill of Rights», il regolamento che fissa i principi-base per la tutela dei netizen, è stata proprio la filosofa americana.

Dietro la sua scrivania della Nyu, Nissenbaum — capelli cortissimi, sguardo fermo — ha l’aria dell’insegnante che tutti avremmo voluto incontrare: alla mano ma rigorosa, all’avanguardia ma con ingombranti studi classici, visionaria e allo stesso tempo severa. Il suo pc è a prova di tracciamento: la docente ha installato Ghostery, il software che consente di vedere con quali aziende i siti commerciano i dati degli utenti. Alcuni esempi? Twitter vende — con finalità statistiche — informazioni sulla navigazione dei suoi lettori a Google Analytics; il sito della University of California di Los Angeles a tre aziende diverse; quello della catena di supermercati Walmart a cinque.

Lei ha partecipato alla stesura della «carta dei diritti» dell’amministrazione Obama, che sancisce la tutela della privacy dei cittadini tra le priorità dell’agenda di governo. Nello stesso periodo la squadra tecnologica del presidente effettuava la più grande operazione di data-mining (estrazione e analisi dei dati sugli utenti) della storia, per convincere gli elettori a rieleggere Obama. Non sente una contraddizione nell’operato del presidente?
«Ho trovato disgustosa l’operazione di Obama. Da americana che ha avuto l’onore di lavorare per la sua amministrazione, mi sono vergognata di quello che hanno fatto. Hanno preso in giro gli elettori usando trucchi da prestigiatori per ottenere informazioni su di loro e si sono nascosti dietro alla volontarietà, dicendo che la maggior parte degli utenti sapeva di rilasciare dati personali. Vede, se io dico “mangiare” so esattamente cosa significa e dove andrà a finire il cibo. Ma se io acconsento a “fornire i dati”, non ho la minima idea di che fine faranno quelle informazioni. Sono operazioni come queste che mi spaventano, molto di più di quelle commerciali. Tanti miei colleghi giustificano il progetto con la scusa della “causa nobile”, la rielezione di Obama, ma commettono un errore colossale».

Come si possono rendere i cittadini più consapevoli dei loro rischi?
«Non bisogna porre la questione in astratto. Anche la parola privacy è sbagliata perché sembra un’entità misteriosa. Quando Facebook ha lanciato il referendum per cambiare le impostazioni non ne ha mostrato le conseguenze pratiche. Così gli iscritti, pensando a modifiche “tecniche”,non hanno votato. Adesso però c’è un altro punto in gioco: dimostrare che la rinuncia alla privacy non è la moneta di scambio per la gratuità dei contenuti online né tanto meno per la vittoria di Obama. Si possono avere entrambi».

Cominciamo dunque dal principio: cosa si intende per privacy?
«Per troppo tempo il diritto alla privacy si è giocato all’interno di due definizioni: la segretezza e il controllo delle proprie informazioni personali. Entrambe si sono rivelate sbagliate: il diritto alla privacy implica che il flusso di dati sul nostro conto sia appropriato. La questione nasce con la tecnologia: dagli anni Sessanta — con l’introduzione di video, computer, telecamere — si discute di come conciliare sorveglianza e intimità dei cittadini. Non c’è dubbio che la Rete abbia portato a uno stravolgimento, rendendo disponibile una quantità enorme di dati, impossibile da controllare».

Perché non ha senso parlare di «privacy online»?
«La nostra attività online è integrata con quella offline e riflette l’eterogeneità della nostra vita sociale. Proprio da questo presupposto nasce la teoria “dell’integrità contestuale” basata sull’idea che nella società dell’informazione non esiste una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, ciascuno con le sue regole. Un flusso appropriato di informazioni dipende, dunque, dal contesto sociale, dal tipo di informazione, da chi la riceve e dai limiti a cui è sottoposta. In un negozio la relazione (consumatore-venditore) e le dinamiche sono chiare: non è il consumatore che decide il prezzo e certo non può uscire senza pagare. Il successo dell’operazione dipende dal fatto di possedere denaro e di spenderlo. Essere perquisiti in aeroporto non lede la nostra intimità, a differenza di una perquisizione al supermercato. Su Internet è più difficile stabilire l’appropriatezza del flusso di informazioni».

Perché?
«Anche se volontariamente forniamo dati a Facebook quando ci consente di accedere gratuitamente a un contenuto con un semplice login, non sappiamo che fine faranno quelle informazioni. In un contesto di Big Data la volontarietà si perde: il flusso è talmente ampio che finisce per andare anche in direzioni inaspettate».

Ritiene inadeguati gli approcci teorici e normativi che fino a oggi hanno dominato il tema della privacy?
«Di base il modello con cui è stato affrontato il tema della privacy è quello della notifica-consenso. Si è pensato che la soluzione fosse chiedere alle aziende di rendere evidenti le opzioni sulla navigazione online dei cittadini, lasciando a loro la scelta. Ma questo approccio ha due problemi di fondo: il primo è che in un contesto enorme di dati è impossibile per chiunque avere piena padronanza del processo. La trasparenza è un’utopia…

In secondo luogo, implica pensare alla privacy solo in termini di business. Che è solo una parte del problema. Mi spiego: la pubblicità comportamentale, quella disegnata sulle nostre abitudini di navigazione online, è un piccolissimo prodotto del commercio di dati. E non è detto che sia unmale. Mi preoccupano molto di più quelle informazioni che possono portare a casi di discriminazione».

Per esempio?
«Che i dati sulla mia situazione professionale, personale, bancaria possano spingere qualcuno a non darmi un impiego o a non affittarmi una casa. Il punto è che queste situazioni non vanno regolate creando una legge ad hoc per Internet, che andrebbe solo a definire una piccolissima parte del sistema. Faccio un esempio: la tutela dei dati finanziari deve rientrare nei regolamenti emanati dalla Federal Reserve, come le discriminazioni tramite web di qualsiasi tipo devono essere vietate da leggi sui diritti civili. L’idea di una “privacy online” rischia di creare un leggero miglioramento nella libertà di navigazione del consumatore ma non la rivoluzione auspicabile».

Gli Stati Uniti e l’Unione Europa, spesso in maniera conflittuale, stanno lavorando sul tema. Lei ha contribuito alla stesura del «Bill of Rights», un vademecum per i diritti di cittadini che puntualizza alcuni principi base per la tutela della privacy (rispetto per il contesto, precisione, focalizzazione). Mentre l’obiettivo della Ue è forzare le aziende a tutelare di più gli utenti.
«L’Europa vede la tecnologia sotto la lente dei diritti: quello all’informazione e quello alla privacy. Gli Stati Uniti come un mezzo per aumentare la libertà di espressione e le potenzialità di impresa. Entrambi vogliono sancire la parità tra chi vuole difendere l’intimità e chi vuole violarla. Ma non si può dare per scontato che da una parte ci siano i buoni, i cittadini, e dall’altra i cattivi, le imprese. La disponibilità di informazioni può aiutarci a vivere meglio, vietare un tracciamento tout court sarebbe sbagliato. Piuttosto tocca chiedersi: qual è la quantità appropriata di informazioni? E quali sono quelle da proteggere? Non possono essere le aziende a deciderlo ma, in base ai diversi contesti, potremo decidere di volta in volta. Un approccio impostato sull’illusione della trasparenza, come quello europeo, è sbagliato. Anche perché identifica l’utente con il consumatore e negli Usa nessuno farà passare leggi anti- business. Qualsiasi norma europea si scontrerà con quelle internazionali e si ricomincerà daccapo».

Serena Danna, “Corriere della Sera – La Lettura”, 10 marzo 2013

1 Commento

Archiviato in QUINTA B

Dante forever

La Divina Commedia inaugura il nuovo formato Touch eBook, progettato per arricchire la lettura dei testi letterari con immagini interattive e contenuti 3d. Oltre al testo integrale del poema è possibile ripercorrere la storia attraverso una innovativa miniatura-fumetto, e visitare virtualmente i regni dell’oltretomba.

La nuova edizione digitale del capolavoro di Dante Alighieri è stata curata da Gualtiero e Roberto Carraro, autori multimediali italiani con centinaia di opere pubblicate in tutto il mondo, e da Fulvio Massini, autore e sviluppatore iPhone.

DANTE TODAY: citings and sightings of Dante’s works in contemporary culture. CLICCA QUI.

Inferno a fumetti. CLICCA QUI…

Emoticon Art: la Divina Commedia. GUARDA IL VIDEO

Lascia un commento

Archiviato in Dante, Letteratura medievale

La dittatura della tecnologia

Luigi Zoja, Un’egemonia che deforma gli affetti, «uccide» il prossimo e ci fa male

Due le cause alla base dell’estraneazione contemporanea: l’anonimato della civiltà di massa e la tecnologia che rende gli esseri umani dipendenti, riducendo la loro capacità di comunicare

ATTRAVERSO UN PERCORSO SOTTERRANEO, UNIVERSALE E TRASVERSALE, CHE INVESTE OGNI POPOLO CON LA IPERMODERNIZZAZIONE, si è imposta a noi una nuova «dittatura»: una egemonia autoritaria non di certe forme politiche, ma di un universo economico e tecnologico che non ha precedenti in tutta la storia umana. Esso sconvolge e deforma i nostri affetti e le nostre relazioni con gli altri, le nostre emozioni e il controllo del nostro sistema neuronale.
La critica al consumismo esasperato ci dice da tempo che acquistando oggetti e progresso, la nostra attenzione è distolta dagli uomini, quindi riversata sugli acquisti e sulle cose. Negli ultimi anni, però, abbiamo anche appreso che la tecnica genera (ad esempio attraverso internet o i telefoni cellulari) rapporti prima inesistenti con chi è lontano, ma in cambio si porta via l’affetto per chi è vicino e ci svincola dalle responsabilità che esso comportava.
Due sono dunque le cause profonde e irreversibili che concorrono alla attuale estraneazione. La prima è l’anonimato della civiltà di massa.
Fino ad un secolo fa, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale (ben più del 90%) era agricola: una condizione dominante anche nei paesi già allora più ricchi, in Nordamerica e in Europa centro-settentrionale. L’economia e la società erano fortemente locali: la maggioranza della gente viveva nello stesso luogo per tutta la vita (il fascino ambiguo del servizio militare stava in gran parte nell’essere uno dei pochi eventi che potevano portare lontano). E la maggior parte della popolazione conosceva solo 200, al massimo 300 persone in tutta la vita. L’animale uomo, del resto, si è evoluto durante gran parte della sua storia come nomade che vagava in piccole bande su territori quasi vuoti. Il suo sistema nervoso è dunque predisposto per riconoscere, memorizzare e accogliere positivamente un numero ben ristretto di volti.
VITA IN CITTÀ
Ma dal 2008, hanno detto le Nazioni Unite, più della metà della popolazione terrestre vive in città. È una svolta senza precedenti, più importante del passaggio dell’egemonia mondiale dagli Stati Uniti alla Cina. Anche la Cina sarà una breve comparsa sul palcoscenico delle epoche: altri protagonisti vi saliranno e scenderanno come è capitato all’Impero persiano e a quello di Alessandro, a Roma, alla Spagna e all’Inghilterra. La città, invece, dice l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite non cederà più il primato alla campagna.
  Nelle città, l’individuo medio, che esce in strada, usa mezzi pubblici, visita uffici e    supermercati, vede migliaia di nuovi volti anonimi: non durante la vita, ma ogni giorno. Il suo sistema nervoso, i suoi meccanismi (animali e naturali) di allarme di fronte agli sconosciuti, sono costantemente mobilitati: non se ne accorge solo perché si tratta di una condizione che non è particolare, ma permanente. Vive in un stato (strisciante, inconscio) di stress e diffidenza continui. Non sorride più riconoscendo i volti, come facevano i suoi antenati nel villaggio. Per riconoscere volti, accende la televisione. I sorrisi, artificiali e anonimi, di attori e presentatori che non ha mai incontrato, gli sono noti: sono la sua famiglia, tecnologica e preconfezionata.
Il secondo fattore di distanza e perdita del prossimo è infatti la tecnologia.
La tecnologia ha fatto cose meravigliose che moltiplicano le possibilità di interagire con gli altri. Già da tempo, però, è stato lanciato l’allarme: gli uomini non sono capaci di usarla, ne divengono dipendenti come da una droga e perdono la capacità di comunicare anziché arricchirla. A questo fenomeno è stato dato il nome di «Paradosso di internet». Più recentemente, pubblicazioni scientifiche ci hanno fornito dati concreti. Nel ventennio 19872007 le ore quotidiane che il cittadino inglese medio trascorre davanti a mezzi di comunicazione elettronici sono passate da 4 a circa 8. Nello stesso periodo, quelle trascorse comunicando con persone reali sono scese da 6 a poco più di due.
Tutto questo è morboso in ogni senso. È ingiusto, ci suggerisce istintivamente ogni morale laica o religiosa. È dannoso psicologicamente, come ho cercato di argomentare in un breve saggio sulla Morte del prossimo. Ma è anche così innaturale per il nostro corpo da costituire un grave fattore patogeno: la sostituzione dei contatti sociali con quelli elettronici può, per esempio, favorire alterazioni nei leucociti e diminuire la resistenza ai tumori.
Secondo la Scuola di Medicina di Harvard, nelle persone di oltre 50 anni socialmente isolate la perdita di memoria avanza a velocità doppia rispetto a quelle integrate. E così via.
In simili condizioni, ci abituiamo sempre più a recitare le relazioni umane e affettive, così come ce le propongono già confezionate i mass media, anziché relazionarci veramente. Avendo osservato l’accelerarsi di questi fenomeni negli ultimi decenni, avendone misurato le conseguenze devastanti sui propri pazienti, uno psicoanalista quale sono di professione si è permesso di uscire dal suo ambito e rivolgere una domanda a teologi e filosofi.
Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di completare quella affermazione? È morto anche il prossimo. Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché non abbiamo più esperienza di una verità che ci era trasmessa dalla tradizione giudeo-cristiana. Tanto in ebraico nel Levitico, quanto in greco nei Vangeli, prossimo significava: il tuo vicino, quello che vedi, senti, puoi toccare. Nella complessità delle tecniche e della società urbana l’esperienza della vicinanza sembra sparire per sempre.
“L’Unità”, 8.11.12

Chi è l’autore
Psicoanalista e scrittore di fama internazionale

Luigi Zoja è uno psicoanalista di fama mondiale, ha studiato al Carl Gustav Jung Institute di Zurigo. È stato presidente dell’International Association for Analytical Psychology e presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica. Ha vinto due Gradiva Award. Scrittore prolifico, ha pubblicato numerosi saggi: «Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre» (2000), «Storia dell’arroganza» (2003), «Giustizia e Bellezza» (2007), «Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza» (Bollati Boringhieri 2009), «La morte del prossimo» (Einaudi, 2009), «Centauri. Mito e violenza» (Laterza 2010), «Paranoia. La follia che fa la storia» (Bollati Boringhieri 2011), «Al di là delle intenzioni. Etica e analisi» (Bollati Boringhieri 2011)

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, QUINTA B

Where’s .TK?

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

01/11/2012 · 07:15

Spegnete sms e tablet. I ragazzi non sanno leggere

Che cosa succede nella scuola 2.0? Mentre comincia il nuovo anno e tutti discutono della rivoluzione digitale annunciata dal ministro Profumo, la scuola si trova alle prese con i soliti problemi: insegnanti precari, strutture malandate, fondi ridotti. Ma al di là della lista delle mancanze endemiche a cui tutti potrebbero contribuire, insegnanti e studenti si trovano ad affrontare un nuovo modello di apprendimento dove, anche se tablet e Lim, le lavagne multimediali, non sono arrivati in tante classi, molto è cambiato e non sempre in meglio.
Uno degli allarmi che arriva da insegnanti e presidi riguarda proprio la capacità di lettura degli studenti delle scuole superiori spesso compromessa da un’abitudine a una comunicazione veloce, per immagini. Ragazzi che non sanno più ascoltare, leggere, scrivere ma anche parlare in modo corretto, dotati di un vocabolario ridotto e strutture sintattiche elementari, anche se magari non è Internet che ci rende stupidi per citare il titolo (con punto interrogativo) di un saggio di Nicholas Carr. «È un problema segnalato da molti, non soltanto insegnanti e non soltanto in Italia — dice Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione all’Università Bicocca di Milano —. La deconcentrazione continua è una vera patologia: i ragazzi sono sottoposti a ripetuti attraversamenti di altri linguaggi».
Un problema che il linguista Raffaele Simone inserisce all’interno di quel «cambiamento ecologico portato dalla mediasfera » di cui parla nel suo saggio Presi nella rete (Cortina). «Le metamorfosi del leggere sono una parte della generale metamorfosi dell’imparare. I nuovi media — dice — sono un oggetto di attrazione a cui non si può resistere e un elemento di interruzione permanente. Intendiamoci, non è solo un problema italiano. Se si va alla Bibliothèque Nationale de France a Parigi ci si accorge che quasi tutti saltano continuamente dalla lettura ad altre attività: email, video, Internet. Si è passati da una concezione classica della lettura come la definisce Georges Steiner in cui è necessario silenzio, solitudine, continuità a quella attuale che si basa sull’interruzione e sull’impazienza. La lettura è diventata un’attività frammentaria, come la scrittura. I giovani fanno le loro ricerche in Internet: prevalgono il copia-incolla e il leggi e salta». Il fatto è che email, forum, sms, Facebook, Twitter contengono un’abbondanza di testi non argomentativi, sconnessi gli uni dagli altri per cui, dice Simone, «la scrittura diventa l’espressione di un pensiero simultaneo, non una pratica controllata».
Il fatto è che un processo come questo non è reversibile: «Chi vince ha ragione, quindi siano noi a doverci trasformare. Il problema è che la scuola è il luogo della conservazione, quindi intrinsecamente incapace di rispondere alla provocazione costituita dalla mediasfera. Non può precedere il cambiamento delle conoscenze, essendo il suo ruolo piuttosto quello di seguirlo». Il rischio è che i tentativi che si fanno vadano nel senso di un’accoglienza superficiale e perciò sostanzialmente inutile, se non dannosa. «L’enfasi con cui si accoglie l’introduzione delle nuove tecnologie nelle classi — continua Simone — significa che ci stiamo arrendendo. Mentre sarebbe necessaria una seria riflessione e pensare a progressivi cambiamenti nella didattica».
Per Demetrio servirebbero anche forme diverse di approcci ai testi: «Nelle scuole superiori le occasioni per avvicinarsi alla lettura vengono affidate ai programmi tradizionali che oltretutto, per quanto riguarda la letteratura, non comprendono il mondo contemporaneo, quello che potrebbe interessare di più gli studenti. Perché non far leggere Ammaniti o la Tamaro o anche Volo? Perché non studiare iniziative semplici che coinvolgano gli studenti e i testi in modo attivo? Insomma dovremmo interrogarci su che cosa viene proposto per creare un’abitudine alla lettura. Per esempio è pochissimo praticata la lettura ad alta voce e ancora meno le forme di drammatizzazione, di messa in scena dei testi. Oggi stiamo scontando la perdita di una pedagogia attivistica, del coinvolgimento personalizzato». La lettura, secondo Demetrio, appare in contrasto con quelli che sembrano i bisogni degli adolescenti di oggi: «Il testo complesso viene rifiutato perché si legge in modo soltanto funzionale, per dare una risposta rapida. La lettura richiede solitudine, silenzio, ritorno alla propria intimità mentre la caratteristica delle nuove generazioni sembra invece il bisogno di relazionalità, di confronto pubblico». La lettura è strettamente legata alla scrittura e per Duccio Demetrio, che è fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e autore del saggio Perché amiamo scrivere (Cortina), «avvicinare i giovani al piacere del diario,magari anche attraverso la creazione di gruppi che permettano l’esercizio di questa spinta al la relazionalità, sarebbe un modo per rimotivarli verso il testo. Se ci si basa soltanto sulle Lim e sui tablet ci allontaniamo sempre di più dall’obiettivo».
Martino Sacchi, docente di storia e filosofia al liceo scientifico Giordano Bruno di Melzo (Milano), dipinge una situazione preoccupante dove il maggiore imputato non è però la mediasfera. Con il sito Filo di Arianna, attivo da oltre sei anni, cerca di usare l’informatica in modo critico: immagazzinare una grande quantità di dati, elaborarli in molti modi diversi, adatti alle esigenze di ciascuna classe/docente, e infine produrre un testo su cui studiare («Questo significa rinunciare all’idea stessa di un libro fisso e statico, ma non aderire alle tesi per le quali si dovrebbe studiare solo a video. Tutti i tentativi fatti con gli studenti si sono rivelati fallimentari: praticamente nessuno si trova meglio con il video rispetto al foglio di carta»). Però secondo lui il problema della diminuita capacità di lettura, cioè di comprensione critica del testo, ha altre radici: «C’è un problema a monte, di comprensione lessicale prima ancora che di comprensione intratestuale, di lettura profonda. I ragazzi non conoscono il significato di parole anche relativamente semplici. Leggendo un brano tratto dal Fedro di Platone sul mito del carro alato mi sono sentito chiedere che cosa significa “destriero”. Un’altra volta che cosa significa “frontespizio”. Uno studente di quinta liceo non riesce a risolvere un problema dove si parla del profilo di una finestra perché lo confonde con lo spessore. E teniamo presente che il nostro è un liceo dove c’è un processo di autoselezione, ci sono ragazzi motivati che vengono da famiglie motivate».
Il problema secondo Sacchi è radicale: «Si tratta della sedimentazione del lessico, della sintassi, dell’ordine e della formattazione del testo che nasce a partire dalle elementari. È essenziale ricostruire la filiera educativa, dalla scuola primaria all’università. Noi riceviamo le lamentele dei professori universitari e a nostra volta le riversiamo sulla scuola dell’obbligo dove, però, come sappiamo, i docenti si sono trovati di fonte a problemi complessi legati soprattutto alla mancanza di fondi. Negli anni Sessanta la scuola elementare doveva insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Adesso deve insegnare molte altre cose e le basi si perdono».
Ugo Cornia, scrittore modenese, ha insegnato per 15 anni negli istituti professionali (il suo nuovo romanzo, edito da Feltrinelli, si intitola appunto Il professionale): «Ci tengo subito a dire una cosa: so che queste scuole hanno fama di posti un po’ degradati, quasi pericolosi, la mia esperienza, invece, da questo punto di vista, è stata estremamente positiva». Certo, il professionale è un osservatorio sociale particolare, dove il problema della lettura profonda passa quasi in secondo piano. «Credo che qui in Emilia, zona ricca che assorbe facilmente posti di lavoro, almeno il 70 per cento degli studenti siano extracomunitari. Spesso ci troviamo con ragazzi che sono in Italia da due o tre anni, a volte arrivano dopo tre mesi che la scuola è cominciata: se gli chiedi “Come va?” ti rispondono “Sì”. In realtà ho sempre trovato situazioni diverse: magari c’era metà classe che non capiva e metà che seguiva benissimo. Io so che se leggiamo un brano in classe e chiedo il significato di alcune parole posso avere le risposte più assurde. C’è chi copia pari pari brani da Internet e nega di averlo fatto. Magari dentro c’è la parola ermeneutica, io chiedo che cosa significa e naturalmente nessuno lo sa».
Quando si parla di una forma di incapacità di lettura, non si parla soltanto di testi letterari. «La riflessione sul linguaggio riguarda anche testi di altro tipo, manuali eccetera», dice la linguista Grazia Basile che con Anna Rosa Guerriero e Sergio Lubello ha scritto Competenze linguistiche per l’accesso all’università: «Ci siamo trovati in facoltà con ragazzi che si sono dimenticati che cos’è un soggetto, che hanno scarsa dimestichezza con i testi, di qualunque tipo. È vero, molte cose sono cambiate, c’è una velocità nella comunicazione che vent’anni fa non c’era, i nuovi linguaggi potrebbero addirittura favorirli. Naturalmente non si può generalizzare: tutti sappiamo che ci sono ragazzi capaci di grandi riflessioni e con alte competenze».
Cristina Taglietti, “Corriere della Sera”, 23 settembre 2012

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Uncategorized

Il villaggio globale

Marshall McLuhan: la presentazione dell’Enciclopedia Treccani

Il video: Marshall McLuhan, The World is a Global Village (CBC TV)

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale