Archivi del mese: novembre 2014

Tutto in 5 minuti. Benvenuti nella cultura della “parte per il tutto”

García Marquez? I suoi incipit. “Casablanca”? La scena finale. Seneca? Bastano gli aforismi
È l’epoca del pensiero corto, ci illudiamo di conoscere un’opera gustandone solo un pezzo
Rischi? Come disse Woody Allen, “Ho letto in due minuti Guerra e pace con la lettura veloce. Parlava della Russia”

Maurizio Ferraris, “La Repubblica”,  30 novembre 2014

IL 7 novembre 1785 Goethe scrive a Charlotte von Stein: «Continuo a leggere Linneo: vi sono costretto, dato che non ho altri libri. Del resto è il miglior modo per leggere coscienziosamente un libro, un modo nel quale devo esercitarmi spesso, dato che non mi accade facilmente di leggere un libro sino in fondo». Se quello era Goethe, figuriamoci noi, oggi, nell’epoca del pensiero corto, del pensiero contratto e della lettura frammentaria non per mancanza di tempo (che a ben vedere è l’unica cosa al mondo che non possa diminuire), bensì per eccesso di offerta. E per l’abitudine internettiana di far durare qualcosa — la visione di un video, così come la lettura di una pagina web — per un tempo brevissimo, i classici cinque minuti.
Per far ascoltare ai suoi estimatori tutto L’anello del Nibelungo già Wagner li dovette sequestrare in un apposito teatro a Bayreuth. Oggi i loro pronipoti ascoltano La cavalcata delle Valchirie su YouTube, possibilmente nella versione di Apocalypse Now, più breve e movimentata. La parte sta per il tutto, lo sovrasta e lo cancella. Quando morì García Márquez i siti di tutto il mondo pubblicarono gli incipit dei suoi libri più famosi. Questo contribuirà all’oblio di Marquez più che un rogo di libri: conoscendo le prime due righe, i più avranno pensato di aver letto i romanzi, proprio come, un tempo, chi aveva fatto montagne di fotocopie si convinceva di aver letto anche gli ardui articoli fotocopiati. Lo stesso accade per i trailer cinematografici. Quello dell’ultima parte della trilogia tolkeniana dello Hobbit, La battaglia delle cinque armate, ha fatto protestare i fan perché è troppo completo; il che, a ben vedere, non è problematico ma emblematico: se un trailer di qualche minuto rischia di sostituire un film di tre ore, è lecito pensare che nel film ci siano due ore e cinquantasette minuti di troppo. Sapere che il film può ridursi al trailer non manca di condizionare la sceneggiatura. È probabile che Michael Curtiz, il regista di Casablanca, fosse consapevole delle scene madri presenti nel film. Ma non sapeva che oggi ben pochi si metterebbero su YouTube a vedere il film intero, preferendo l’estasi del frammento, e che tra costoro i più giovani non sapranno neppure che la parte rinvia a una totalità, senza la quale non è chiaro perché Ingrid Bergman tenga tanto a riascoltare As Time Goes By.
Bene, un regista di oggi questo lo sa, e costruisce il racconto in vista, prima di tutto, di ciò che metterà nel trailer — il resto non è principio attivo, ma eccipiente.
In altri casi ancora, il gusto del frammento si trasferisce da wikiquote al libro. Ad esempio, in una collana di Chiarelettere, Feelbook, Kafka ridotto ad alcuni suoi frammenti diventa guru della dieta (In forma con Kafka; c’è, anche, meno sorprendentemente, un Più saggi con Seneca: ma credetemi, è più facile diventare magri con Kafka che saggi con Seneca). E il quasi arcigno quotidiano The Guardian ha elaborato una serie di microcommedie da 5 minuti, però a onor del vero non c’è molto di nuovo sotto il sole: Achille Campanile si era portato avanti con le sue Tragedie in due battute, e sono passati sessant’anni da quando Augusto Monterroso ha scritto il romanzo più breve di tutti i tempi: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì».
In altre parole: la parte per il tutto, il frammento per l’intero. Con la conseguente illusione di padroneggiare una qualsiasi opera complessa — libro, concerto, film — gustandone solo un pezzo. E con un’intera generazione, quella dei nostri figli, che conosce e conoscerà i grandi capolavori di ogni settore dello scibile solo così, a piccoli pezzi. I rischi del pensiero corto sono sintetizzati (accorciati?) nella battuta di Woody Allen: «Ho letto in due minuti Guerra e pace con un sistema di lettura veloce. Parlava della Russia».
Tuttavia vorrei spiegare perché quella del pensiero corto, della citazione esemplare e spesso sbagliata, dello stereotipo fuorviante, sia una tentazione così forte. Non solo per noi, ma anche per i nostri antenati. Dopotutto, il Kafka nutrizionista non è più bizzarro dell’uso di Virgilio nel Medio Evo, quando l ’Eneide veniva adoperata come un libro sibillino da cui trarre profezie (di qui un possibile volumetto della collana di Chiarelettere: una antologia della Divina Commedia intitolata Viaggiare con Virgilio). La frammentarietà, cioè non solo il breve, ma l’incompiuto, può essere una scelta estetica, per esempio nel Romanticismo — un romanticismo eterno e non ancora concluso: fedele all’elogio del frammento in Schlegel, il Passagenwerk di Benjamin consiste in una incompiuta (dunque frammentaria) raccolta di frammenti tratti dalle fonti più disparate. Altre volte può essere un modo per trasmettere il sapere in modo compatto anche se compendiario. Le sette meraviglie del mondo sono le antenate delle compilation “le dieci canzoni più belle di sempre”; il resto è destinato all’oblio. Inoltre, spesso si legge sotto stress, per consultare, passando da un testo all’altro, e anche qui non da oggi. Nella Biblioteca Palafoxiana di Puebla, in Messico, fondata nel 1646, ricordo di aver visto un curioso marchingegno: una serie di ripiani disposti a ruota, come le pale di un mulino ad acqua. Su ogni pala si poneva un libro, e questo permetteva allo scrivente di disporre di più libri contemporaneamente, facendo girare la ruota. Ricordo di aver mandato la cartolina che raffigurava questo antenato del web a Jacques Derrida, che per parte sua aveva escogitato vari sistemi ingegnosi per consultare più libri contemporaneamente, e che alla domanda di rito del giornalista «Ha letto tutti i libri che ha in casa?» rispose: «Solo due o tre, ma molto molto bene». Altre volte il frammento non è una scelta, ma una necessità: è tutto quello che abbiamo. Si pensi ai famosi (e famigerati) frammenti dei Presocratici, di fronte ai quali il lettore deve comportarsi come il paleontologo, che dall’osso cerca di risalire allo scheletro, e poi di immaginarsi l’animale tutto intero. Di Anassimandro ci restano in tutto due righe, su cui si è strologato per millenni ricavandone un manuale di zoologia fantastica.
La logica della parte per il tutto illustra così almeno tre meccanismi implacabili che accompagnano la trasmissione dello scritto dalle piramidi al web: il frammento nasconde e cancella l’intero; la censura e la rimozione eccitano la curiosità, come nel caso dei testi degli eretici che sopravvivono nei libri degli inquisitori; e, soprattutto, “dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio” (c’è la concreta possibilità che, col tempo e per complesse circostanze di trasmissione, di Zizek restino soltanto le barzellette, tradotte in italiano da Corbaccio).

Valerio Magrelli, Da Proust a Wilde la lunga strada delle scorciatoie. 
È un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura e coincide con l’intento di impadronirsene ma evitando ogni fatica

L’IDEA di una letteratura in pillole parte dall’assunto che sia possibile spremere il succo di un libro buttandone la buccia, come da un frutto si estraggono le vitamine per una compressa. Si tratta di un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura, e coincide con l’intento di impadronirsene, sì, ma evitando ogni fatica. Lunga, dunque, è la strada delle scorciatoie. Sin dall’antichità, la passione per i libri è andata di pari passo con la speranza di riuscire a leggerli senza sforzo. In apparenza paradossale o perverso (perché fare sesso più in fretta del necessario?), questo desiderio dipende in realtà da un fatto preciso: l’opera d’arte produce vantaggi anche extra-letterari — basti vedere l’amore delle citazioni nei discorsi politici. D’altronde, proprio per mostrare gli indubbi benefici legati all’ostentazione della cultura, il sociologo Pierre Bourdieu ha parlato di come il gusto crei una “distinzione” sociale. Ma che senso ha cercare di ottenerla senza attraversare le forche caudine del tempo, dello sforzo, della dedizione?
La lunga strada delle scorciatoie inizia con la mnemotecnica, cioè con un insieme di sistemi per imparare a ricordare meglio e più in fretta. Da Quintiliano a Giordano Bruno, una pratica simile serviva sia ai filosofi, sia agli oratori. In certo modo, è quanto promettono oggi i metodi di “lettura diagonale”, oppure una nuova app volta a risparmiare quell’80 per cento del tempo che la retina dissipa durante la lettura di un libro (visto che solo il restante 20 per cento risulta effettivamente dedicato alla sua comprensione). In attesa che queste tecniche diano qualche risultato, ci si continua a esercitare sugli autori considerati più difficili.
Sia chiaro: c’è anche chi rifiuta la lettura in toto. Prendiamo l’incontro con l’opera di Proust (che, seppure a suo modo, resta fra le esperienze più avvincenti). Un poeta come Paul Valéry ammise di averla letta «appena appena» — il che, riferito a un romanzo di sette volumi, pone seri problemi di interpretazione. Ben più perentorio, Anatole France scrisse: «La vita è troppo corta, e Proust, troppo lungo». Snobismi. Tornando ai nostri lettori in cerca di scorciatoie, come assaporare capolavori che esigono grande impegno? Senza citare quelli che il critico cileno Jorge Edward chiamò I tentativi impossibili ( da Finnegans Wake di Joyce, a Paradiso di Lezama Lima), come avvicinarsi a certe vette narrative? Esiste un uso “omeopatico”, ovvero per minime dosi, dei testi sacri? Possiamo spizzicarli, cioè attingervi in forma metonimica, secondo la figura retorica che indica “la parte per il tutto”?
Dipende. In Leopardi, ad esempio, la sintesi delle poesie e la densità della prosa nelle Operette morali, giustificano una lettura parziale dello sterminato Zibaldone, anche perché questo diario intellettuale (integralmente letto solo da pochi studiosi) consiste di sezioni spesso autonome. Con un romanzo-fiume, tuttavia, le cose si complicano. Cosa fare per poter dire di averlo letto? estrarne qualche passo? scorrerlo velocemente? La risposta più acuta e provocatoria è di Pierre Bayard, che nel saggio Come parlare di un libro senza averlo mai letto ( Excelsior, 2007), sostiene: «Essere colti, significa sapere orientarsi all’interno di un libro, e tale orientamento non implica la sua lettura integrale, bensì il contrario. Si potrebbe addirittura affermare che maggiore è questa capacità, minore sarà la necessità di leggere quel libro in particolare».

Per Bayard, un libro non si limita a se stesso, ma è costituito dal mobile insieme di tutta una serie di scambi suscitati dalla sua circolazione. Pertanto, ancor più che leggerlo, impadronirsene significherà prestare attenzione a tali scambi. Così, ha precisato Umberto Eco, si potrà scoprire di conoscere libri mai letti, poiché nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ambito. D’altronde Oscar Wilde spiegò che, per riconoscere la qualità di un vino, non occorreva bersi un’intera botte. Ciò detto, non-lettori di tutto il mondo, unitevi!, e fate vostra un’altra celebre frase del medesimo autore: «Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato».

Lascia un commento

Archiviato in Leggere, Scrittura

La storia è una maionese impazzita

Ogni testimonianza oggi è verità rivelata.
Il passato è ridotto a un serial televisivo o a un trekking in alta montagna.

Sergio Luzzatto,  “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 30 novembre 2014

Le cose sonoandate in fretta. O comunque più in fretta di come io avrei mai immaginato. Nel volgere di una generazione – quella che separa me dai miei figli – la maionese della storia è impazzita. E non perché la mia fosse una generazione chissà quanto presa dal passato, mentre la generazione dei miei figli sarebbe chissà quanto ignorante o indifferente. Non si tratta di questo. Nelle scuole e nelle università, oggi come allora si incontrano ragazzi appassionati di storia. Ragazzi che vincono la tentazione, così naturale per la loro età, di vivere in un eterno presente o in un futuro anteriore, e che scelgono di guardare anche indietro: ragazzi che per aggiustare la loro visuale sull’oggi cercano una profondità di campo estesa allo ieri o all’altroieri. Sono una piccola minoranza, ovviamente. Ma erano una piccola minoranza anche quelli di trent’anni fa.
La maionese della storia non è impazzita a livello di domanda, è impazzita a livello di offerta. E la responsabilità di questo non può ricadere, evidentemente, sulla generazione dei quindicenni o dei ventenni di oggi. A esserne responsabile, semmai, è la generazione dei loro padri. Cioè la mia. Quella del famoso «riflusso» seguito al famoso «impegno» degli anni Settanta. Quella di adolescenti che dopo avere perso (senza troppi rimpianti) l’ultimo autobus della rivoluzione, scoprivano l’insostenibile leggerezza del compiere vent’anni durante gli anni Ottanta. Nell’Italia spensierata della Milano da bere, ma anche nell’Europa acuminata della Lady di Ferro.  E nell’Occidente che si disponeva a prendere per buona, dopo la caduta del muro di Berlino, la bufala all’americana sulla «fine della storia». È stata la mia generazione, quella di chi ha adesso cinquant’anni o giù di lì, la prima del secondo Novecento ad avere sorriso della grave massima di Cicerone, historia magistra vitae. Salvo trovarsi a dover misurare, ora, le estreme ricadute di quel sorriso di condiscendenza.
Per carità, evitiamo di farci incantare dalla retorica ciceroniana del De Oratore, che nella citazione completa del passo suona così: «historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (e nella traduzione di Wikipedia: «La storia è veramente testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità»). Lasciamo stare Cicerone. Ma teniamo aperta la citazione dal De Oratore, sulla schermata di Google, abbastanza per notare come la maionese della storia sia impazzita, da una ventina d’anni a questa parte, proprio nella misura in cui i diversi elementi della definizione ciceroniana sono stati mischiati e rimischiati senza criterio, come in un cocktail dell’assurdo. Niente Bellini o Rossini, niente Margarita o Bloody Mary: al cinema come in libreria, sui media come sul web, nell’attuale offerta pubblica di historia gli ingredienti e i valori della ricetta di Cicerone – testimonianza e verità, vita e memoria, magistero e messaggio – sembrano usciti dallo shaker di un barista ubriaco.
Che si tratti di un kolossal hollywoodiano o di un documentario di History Channel, di un romanzo storico francese o del saggio di un divulgatore italiano, delle pagine culturali di un quotidiano o del sito di un museo civico, non c’è oggi testimonianza che non venga contrabbandata come verità; non c’è messaggio che non venga spacciato per magistero; non c’è memoria che non venga confusa con la storia. Il passato bussa spesso alla porta del nostro mercato culturale, che sia sotto la forma di un film sui gladiatori o sotto quella di un serial sui Borgia, che sia come proposta di un trekking lungo le trincee della Prima guerra mondiale o come organizzazione di una gita scolastica ai forni crematori di Auschwitz. Il passato bussa, attira, e perfino fa cassa. Ma è un passato – paradossalmente – dimentico di storia, se per storia si intende qualcosa di più che le quinte di una coreografia o le sorprese di una sceneggiatura, che il brivido di un’emozione o la vertigine di uno spaesamento.
Intellettuali avvertiti avevano segnalato per tempo il rischio di un corto circuito “post-ideologico” fra ricerca e immaginazione, interpretazione e scrittura, non fiction e faction. Fin dal 1979 uno dei maggiori storici inglesi si era interrogato sui possibili effetti distorsivi di un «ritorno alla narrazione», dopo che per decenni la storiografia internazionale si era soprattutto affidata alla modellistica delle scienze sociali. Nel 1998, una studiosa francese della Shoah ragionava dell’avvento di un’«èra del testimone» in cui l’assunzione del punto di vista di un singolo personaggio della storia – la testimonianza, per l’appunto – aveva ormai assunto il carattere, prima ancora che di una necessità interiore, di un imperativo sociale. Oggi, la contaminazione dei generi intorno all’uso pubblico della storia è talmente diffusa che quasi nessuno, là fuori, sembra più intenzionato a porsi il problema.
Raro, per non dire eccezionale, è il caso del collettivo italiano di scrittura Wu Ming, che ha accompagnato e accompagna la propria attività letteraria – quasi tutti romanzi o racconti storici – con una riflessione insistita quanto acuta sulle forme e sulle implicazioni di una «New Italian Epic». Nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia come all’estero, la maionese della storia impazza senza fare notizia. E senza che i critici letterari provino davvero a distinguere, se non l’olio dall’uovo, il grano dal loglio: l’impressionante cultura storica (oltreché l’invidiabile qualità stilistica) di un Javier Cercas o di un Emmanuel Carrère o di un Jonathan Littell, dalla finta confidenza con la materia dell’uno o dell’altro narratore travestito nei panni di un buono o di un cattivo del passato, partigiano polacco o gerarca nazista, alchimista del Rinascimento o terrorista delle Brigate rosse.
Gli storici di mestiere, per parte loro, esitano fra due strade. I più reagiscono all’invasione di campo di cuochi maldestri e baristi ubriachi trincerandosi nel ridotto dell’accademia. Scrivono libri illeggibili per chiunque non sia un loro collega d’università o un loro studente coatto. E li pubblicano con quanto resta loro a disposizione di fondi pubblici, il libero mercato editoriale non essendo più in grado di assorbire monografie destinate a poche decine di lettori. Ma così facendo, gli storici di mestiere allargano il fossato tra il sapere e il trasmettere, oltreché il fossato tra lo scrivere e il farsi leggere. Sempre più vengono percepiti dalla nuova generazione – quella dei loro studenti, che può coincidere con quella dei loro figli – come i patetici ufficiali di una Fortezza Bastiani (se soltanto i ragazzi di oggi leggessero Buzzati) arroccati a difendere il deserto dalla minaccia di un nemico inesistente. Un piccolo numero di storici professionisti, invece, reagiscono all’invasione di campo invadendo a loro volta il campo altrui, le cucine dei cuochi come i banchi dei baristi. Quasi fossero sospinti da un rigurgito marxiano di ostilità verso la divisione sociale del lavoro, abbandonano i luoghi e accantonano i ferri del loro mestiere – sale manoscritti delle biblioteche, buste degli archivi – per impugnare mixer e brandire shaker: si improvvisano artefici di intingoli e cocktails basati sulla contaminazione tra storia e letteratura. Senza rendersi conto che il talento narrativo è come il coraggio di don Abbondio, chi non ce l’ha mica se lo può dare. E senza sospettare che le loro divagazioni extra-storiografiche possono finire per gettare un’ombra, al limite, sul profilo stesso della loro produzione di storici.
È di altro che oggi si avverte il bisogno. Di un sapere storico saldamente ancorato alle regole del mestiere, eppure impaziente di uscire dalle secche di una comunicazione del passato tutta interna alla disciplina, riservata agli addetti. C’è bisogno oggi, da parte degli storici, di una rinnovata assunzione di responsabilità civile. Perché la domanda di historia che variamente emerge dal mondo della scuola, dal mercato dell’intrattenimento, dagli intrecci del web, non merita né di essere stroncata come imperdonabilmente superficiale né di essere vellicata con imperdonabile superficialità. A quella domanda di storia – quand’anche ristretta per vocazioni studentesche, confusa nei criteri culturali, caotica dentro l’orizzontalità della rete – merita di rispondere con un sovrappiù di investimento sulla qualità dell’offerta.
In effetti, l’intero problema dell’uso pubblico della storia rimanda a qualcosa di urgentemente contemporaneo, e di intrinsecamente politico: la grande questione dei common goods. Perché anche la storia – intesa sia quale scienza di un passato condiviso, sia quale tecnica di una memoria collettiva – deve essere oggi ripensata e tutelata quale «bene comune». Ma per valere da bene comune, la storia deve essere sottratta a chi vuole farne un bene indifferenziato: uno story-telling altrettanto spendibile alla fiera della creatività letteraria quanto nell’arena della propaganda politica. La storia è un bene troppo prezioso per essere lasciato in pasto a praticoni più o meno abili nella contaminazione dei generi e a liquidatori più o meno seduttivi di ogni cultura dei «professoroni».

Questo testo costituisce la premessa del libro di Sergio Luzzatto, Storia comune. Nuovi interventi, manifestolibri, Roma, pagg. 228

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia

A beautiful life

Bruno Arpaia, A beautiful mind, ” Repubblica”, 23 novembre 2014 

In quest’epoca di crisi e scarse certezze le battaglie di personaggi come Alan Turing e Stephen Hawking ci affascinano ancora di più, forse perché riversiamo su di loro aspettative e desideri di trasgressione
Cinema, letteratura, tv raccontano le vite dei grandi scienziati che diventano così i nuovi, veri eroi dell’immaginario, tra scoperte epocali drammi privati e inevitabili cliché

IRREGOLARE , eccentrico, disadattato, marginale. Oppure colpito da malattie fisiche o psichiche. Però, sia chiaro, immancabilmente, luminosamente geniale. È così che lo scienziato piace al pubblico, specie cinematografico, almeno dai tempi di Will Hunting genio ribelle o da quelli di A beautiful mind, in cui Russell Crowe impersonava John Nash, l’ormai famoso matematico affetto da schizofrenia e vincitore del Nobel. Forse, andata fortunatamente in pensione l’idea romantica del pittore, del poeta, del musicista maledetto, tutto genio e sregolatezza, è sugli uomini di scienza che riversiamo le aspettative e i desideri di trasgressione del nostro immaginario prevalentemente umanistico. E li consacriamo come nuovi eroi.
Qualche anno fa, nel suo bel saggio Cinema e matematica , Michele Emmer notava il grande successo di questo tipo di pellicole e scriveva: «Volete realizzare un film, volete vincere un Oscar? Scrivete una bella storia di matematici!». Be’, gli hanno dato ascolto. Dal prossimo gennaio altre figure di scienziati geniali e problematici promettono di affascinare il pubblico. Sono in arrivo nelle sale italiane, infatti, due nuovi biopic, già acclamati al Festival di Toronto. Il primo film, intitolato La teoria del tutto, diretto da James Marsh e interpretato da Eddie Redmayne, racconta la storia di Stephen Hawking, l’autore di Dal big bang ai buchi neri. La vicenda del grande scienziato inglese è nota: nonostante i voti non eccelsi (le personalità geniali, si sa, non vanno mai bene a scuola), viene soprannominato “Einstein” dai compagni. Essendo, per l’appunto, un genio, Hawking si laurea a Oxford studiando appena un’ora al giorno, poi si trasferisce a Cambridge.
Ed è lì, nel 1963, che Stephen avverte i primi sintomi della malattia: una sclerosi laterale amiotrofica, degenerativa e incurabile. Ha ventun anni, e secondo i medici gliene restano da vivere soltanto altri due. Con quella minaccia sospesa sulla testa, Hawking si lancia nel campo delle ricerche cosmologiche. Oggi, sebbene abbia ormai perso quasi qualunque mobilità e comunichi attraverso un computer che traduce in parole i movimenti del suo occhio, è ancora tra noi, pronto a partecipare ai primi voli privati nello spazio o a recitare in un’altra puntata della serie tv The Big Bang Theory. Nel frattempo, ha fornito contributi scientifici fondamentali sui buchi neri (la famosa “radiazione di Hawking”), sulla possibilità di conciliare la relatività e la meccanica quantistica, sull’espansione dell’universo.
Il secondo scienziato che arriverà sugli schermi è Alan Turing, a cui è dedicato The Imitation Game, diretto dal norvegese Morten Tyldum e interpretato da Benedict Cumberbatch e Keira Knightley. Altra storia davvero romanzesca, quella di Turing: nonostante anche lui non brillasse tra i banchi, nel 1936, a soli ventiquattro anni, riesce a risolvere uno dei venti quesiti formulati da David Hilbert nel 1900, introducendo la “macchina di Turing” per dimostrare che esistono problemi matematici “indecidibili” e fondando in qualche modo l’informatica e gli studi sull’intelligenza artificiale. L’Intelligence britannica lo arruola per decrittare gli inespugnabili codici cifrati tedeschi, ottenuti grazie alla famosa macchina Enigma: Turing riesce nell’impresa, salvando milioni di vite. Non contento, subito dopo la guerra entra in competizione con il progetto americano di Von Neumann per la realizzazione del primo calcolatore elettronico, e nel 1948 vince la gara, realizzando il Manchester Mark I, e formulando le idee di base su quelle che oggi si conoscono come reti neurali. Poi però confessa sventatamente a un poliziotto di essere omosessuale. In Inghilterra, a quell’epoca, è un reato. Al processo i suoi meriti di scienziato non gli risparmiano la condanna a un anno, oppure, in alternativa, la castrazione chimica. Turing sceglie la seconda, che gli procura effetti devastanti. Nel 1954, ormai esausto, inietterà del cianuro in una mela e si suiciderà mangiandola. Dicono che il logo della Apple sia ispirato proprio a questo suo gesto estremo.
In Alan Turing. Storia di un enigma ( a cui il film è ispirato, e che Bollati Boringhieri ripubblicherà in gennaio), il suo biografo Andrew Hodges insinua che lo scienziato, depositario di segreti bellici, fosse anche considerato un rischio dai servizi segreti inglesi e americani e che, come già Robert Oppenheimer (è appena uscita per Bompiani una sua bella biografia firmata da Ray Monk), sia stato sacrificato sull’altare della sicurezza nazionale.
Nei due film, almeno a giudicare dai trailer, non ci verranno risparmiati i cliché che popolano il nostro immaginario sugli scienziati: Turing sarà scostante, altezzoso, avrà un’aria di sufficienza e ostenterà superiorità, mentre per Hawking si insisterà soprattutto sulla storia d’amore con Jane Wilde e sulla sfida alla propria malattia. Né, temiamo, ci sarà molto spazio per parlare delle loro scoperte scientifiche. Perché per noi profani gli scienziati restano comunque una specie di setta misterica, parlano un linguaggio incomprensibile: caratteristiche che li portano spesso all’irregolarità,  alla maniacalità o addirittura alla follia. Ovviamente, non è affatto così. Quasi mai matematici, fisici, biologi o geologi sono geniali e sregolati. Per fortuna, molti cineasti e romanzieri se ne sono accorti; e hanno scoperto che, nonostante gli scienziati siano di norma persone comuni, socievoli e curiose, senza il minimo problema relazionale, dedite con disciplina e fatica al proprio lavoro, spesso dietro le loro creazioni si celano comunque storie meravigliose. Tutte da raccontare. Come nel caso di Turing e Hawking: storie di caparbietà, di tenacia, di intelligenza, di immaginazione, di pensiero avventuroso e audace alle frontiere estreme della conoscenza. Storie perfette, per degli eroi cinematografici. Ai quali la malattia o la persecuzione per l’omosessualità aggiungono un ulteriore elemento: una fragilità che li umanizza, li rende più simili a noi e, dunque, raccontabili al grande pubblico, capaci di affascinarci, a prescindere dai tic, dalle eccentricità e dalle svagatezze del “genio”, almeno come noi lo immaginiamo.
Se portare sullo schermo le storie di questi “eroi fragili” e brillanti contribuirà a far capire quanto vicine siano la scienza e l’arte, quanta passione e allo stesso tempo quanta disciplina animino tanto un matematico quanto un musicista o un romanziere, allora questi film avranno davvero rivoluzionato il nostro immaginario. E potremo finalmente sbarazzarci dei vecchi luoghi comuni: addio, “genio e sregolatezza”.

Cédric Villani

Marco Cattaneo, Genio e sregolatezza, una falsa leggenda da mandare in soffitta

L’ULTIMO in ordine di apparizione è stato Matt Taylor, l’uomo che doveva passare alla storia per averci portato su una cometa e invece è stato costretto a scusarsi in lacrime per una camicia imbarazzante. Preceduto di un soffio da Cédric Villani, matematico francese vincitore della medaglia Fields nel 2010. Per lui niente tatuaggi e fumetti sexy; Villani veste abiti da dandy cui abbina vivaci cravatte a fiocco e vistose spille a forma di ragno.
Al contrario di questi due esemplari di scienziato da vetrina, dopo aver dimostrato la congettura di Poincaré, un problema che ha dato grattacapi ai matematici per tutto il XX secolo, Grigorij Perel’man ha rifiutato riconoscimenti come la medaglia Fields e il milione di dollari previsto dal Clay Institute per chi avesse risolto i sette problemi del secolo, ha lasciato tutti gli incarichi universitari e si è ritirato a vivere con la madre in una casa popolare alla periferia di Mosca. La sua ultima immagine, del 2007, lo ritrae nella metropolitana della capitale russa con capelli incolti, barba arruffata e un paio di vecchie scarpe bucate.
Insomma, gli scienziati dell’ultima generazione non fanno nulla per sfuggire allo stereotipo che vuole il genio accompagnato alla sregolatezza. O forse no. Perché a fronte di una manciata di personaggi fin troppo eccentrici, i laboratori sono popolati da migliaia di ricercatori brillanti, anche geniali, che hanno una vita ordinaria, non hanno problemi relazionali, non soffrono di patologie psichiatriche.
D’altra parte la frequenza di comportamenti stravaganti nei tratti biografici dei grandi scienziati non poteva non suscitare l’interesse… degli scienziati. Così nel 2005 Dean Keith Simonton, psicologo dell’Università della California, ha passato in rassegna una montagna di studi in materia per arrivare a una conclusione rassicurante, almeno per l’icona pop dello scienziato: l’associazione tra genio e tratti psicotici ha una forza considerevole. Ma c’è di più. Nel 2009 Szabolcs Kéri, psichiatra dell’Università Semmelweis di Budapest, ha scoperto, studiando un gruppo di persone altamente creative, che presentavano una variante di un gene legata a un maggiore rischio di schizofrenia. Quasi un’esplicita conferma della vita di John Nash narrata in A Beautiful Mind. Ma c’è un problema: la psicosi vera e propria, in Nash ma anche in tutte le altre persone che soffrono di queste malattie, soffoca il genio creativo, non lo alimenta.
Insomma, guardando alla figura di Nash, ma anche alla formidabile creatività degli scienziati stravaganti, il genio e la follia potrebbero convivere, rimanendo separati da un labile — ma valicabile — confine, come sosteneva già John Dryden, poeta inglese del Seicento. Quale sia quel confine è l’oggetto di studio di Shelley Carson, psicologa cognitiva di Harvard che dedica il suo lavoro agli ingredienti della creatività. Scoprendo che uno specifico fattore determina il successo creativo: la “disinibizione cognitiva”, vale a dire l’apertura a idee, immagini o stimoli ritenuti estranei, insoliti. Grande intelligenza e memoria di lavoro farebbero il resto, tenendo a bada gli effetti negativi della disinibizione — che accompagna anche la sregolatezza, per non dire la follia — e incanalandoli nel processo creativo.
Ma allora che cosa dovremmo dire alle migliaia di scienziati che hanno una vita perfettamente normale, non si mettono i calzini spaiati, non conservano appunti nel frigorifero? Forse faremmo bene a ricordare che le linguacce di Albert Einstein furono accompagnate dalla compostezza del “danese tranquillo”, Niels Bohr, come lo definisce Abraham Pais nella sua monumentale biografia. E alle bizzarrie di Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica, replicare con la grigia quotidianità di Werner Heisenberg, che pure fu uno dei fisici più visionari del XX secolo. E ancora che se Steve Jobs suggeriva «stay hungry, stay foolish » («siate affamati, siate folli »), Thomas Edison sosteneva che il genio è «per l’1 per cento ispirazione e per il 99 per cento sudore».
Ma soprattutto dovremmo imparare a non farci condizionare dagli stereotipi. Così, dietro l’immagine dello scienziato eccentrico, potremo mettere meglio a fuoco il contributo che tutti quei protagonisti, eccentrici o meno, hanno dato al cammino della conoscenza e della civiltà.

Lascia un commento

Archiviato in Scienza

Leggere è un vizio

“Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere più intensamente,  è una perversione,  un morbo divorante”. Ingeborg Bachmann, Malina, Adelphi, 2003

Lascia un commento

Archiviato in Leggere

Anche il Medioevo sapeva che il mondo era sferico

!0158cosmas

Topographia Christiana, Cosmas Indicopleustes, Monte Athos, XI secolo, Firenze, Bibl.Medicea Laurenziana, Plut. 9,28, fol. 92v-93

Umberto Eco, La Terra non è mai stata piatta, “La Repubblica”,  22 novembre 2014

QUANDO si è iniziato a riflettere su quale fosse la forma della Terra, era stato abbastanza realistico per gli antichi ritenere che essa fosse quella di un disco. Per Omero il disco era circondato dall’Oceano e ricoperto dalla calotta dei cieli, e – a giudicare dai frammenti dei presocratici, talora imprecisi e contraddittori a seconda delle testimonianze – per Talete era un disco piatto; per Anassimandro aveva la forma di un cilindro e Anassimene parlava di una superficie piatta, contornata dall’Oceano, che navigava su una sorta di cuscino di aria compressa.
Solo Parmenide pare ne avesse intuito la sfericità e Pitagora la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche.
Su osservazioni empiriche si erano invece basate le successive dimostrazioni della rotondità della terra, come testimoniano i testi di Platone e Aristotele. Dubbi sulla sfericità sopravvivono in Democrito ed Epicuro, e Lucrezio nega l’esistenza degli Antipodi, ma in generale per tutta l’antichità posteriore la sfericità della Terra non viene più discussa.
Che la Terra fosse sferica lo sapeva naturalmente Tolomeo, altrimenti non avrebbe potuto dividerla in trecentosessanta gradi di meridiano, e lo sapeva Eratostene, che nel III secolo a.C.  aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre, considerando la diversa inclinazione del Sole, a mezzogiorno del solstizio di primavera, quando si rifletteva nel fondo dei pozzi di Alessandria e di Syene (l’odierna Assuan), città di cui si conosceva la distanza.
Malgrado molte leggende che ancora circolano su internet, tutti gli studiosi del medioevo sapevano che la Terra fosse una sfera. Anche uno studente di prima liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sa benissimo che la Terra è tonda. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni.
Nel VII secolo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di accuratezza scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore. Indipendentemente dalla precisione delle sue misure, chi si pone il problema della lunghezza dell’equatore ovviamente ritiene che la Terra sia sferica. Tra l’altro la misura di Isidoro, sia pure approssimativa, non si discosta moltissimo da quelle attuali.
Allora perché si è a lungo creduto, e ancora oggi molti lo credono, che il mondo cristiano delle origini si fosse allontanato dall’astronomia greca e fosse tornato all’idea della Terra piatta?
Si provi a fare un esperimento, e si domandi a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il Levante per il Ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare. La risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la Terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la Terra fosse piatta e che, dopo un breve tratto di navigazione, le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.
Una parte del pensiero ottocentesco, irritato dal fatto che varie confessioni religiose stessero opponendosi all’evoluzionismo, ha attribuito a tutto il pensiero cristiano (patristico e scolastico) l’idea che la Terra fosse piatta. Si trattava di dimostrare che, come si erano sbagliate circa la sfericità della terra, così le Chiese potevano sbagliarsi circa l’origine delle specie. Si è quindi sfruttato il fatto che un autore cristiano del IV secolo come Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), siccome nella Bibbia l’universo viene descritto sul modello del tabernacolo, e quindi in forma quadrangolare, si opponesse alle teorie pagane della rotondità della Terra, anche perché non poteva accettare l’idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all’ingiù.  Infine, era stato scoperto che un geografo bizantino del VI secolo, Cosma Indicopleuste, in una sua Topographia Christiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva sostenuto che il cosmo fosse rettangolare, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra. Nel modello di Cosma la volta ricurva rimane celata ai nostri occhi dallo stereoma, ovvero dal velo del firmamento. Sotto si stende l’ecumene, ovvero tutta la Terra sui cui abitiamo, che poggia sull’Oceano e monta per un declivio impercettibile e continuo verso nord-ovest, dove si erge una montagna talmente alta che la sua presenza sfugge al nostro occhio e la sua cima si confonde con le nubi. Il Sole, mosso dagli angeli – a cui si debbono anche le piogge, i terremoti e tutti gli altri fenomeni atmosferici – , passa al mattino da oriente verso il meridione, davanti alla montagna, e illumina il mondo, e alla sera risale a occidente e scompare dietro la montagna. Il ciclo inverso viene compiuto dalla luna e dalle stelle.
Molti autorevoli libri di storia dell’astronomia, tutt’oggi studiati, asseriscono che le opere di Tolomeo rimasero ignote a tutto il medioevo (il che è storicamente falso) e che la teoria di Cosma divenne l’opinione prevalente sino alla scoperta dell’America. Ma il testo di Cosma, scritto in greco, fu reso noto al mondo occidentale solo nel 1706 e pubblicato in inglese nel 1897. Nessun autore medievale lo conosceva.
Come si è potuto sostenere che il medioevo considerasse la terra un disco piatto? Nei manoscritti di Isidoro di Siviglia, che pure, l’abbiamo visto, parlava dell’equatore, appare la cosiddetta “mappa a T” dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano.
L’impressione che la terra fosse vista come un cerchio è data anche dalle mappe che appaiono in molti manoscritti medievali. Come era possibile che persone che ritenevano la terra sferica facessero mappe dove si vedeva una terra piatta? La prima spiegazione è che lo facciamo anche noi. Criticare la mancanza di tridimensionalità di queste mappe sarebbe come criticare la mancanza di tridimensionalità di un nostro atlante contemporaneo. Si trattava, allora come oggi, di una forma convenzionale di proiezione cartografica.
Ma dobbiamo tenere in considerazione altri elementi. Il primo ci viene suggerito da Agostino, il quale ha ben presente il dibattito aperto da Lattanzio sul cosmo a forma di tabernacolo, ma al tempo stesso conosce le opinioni degli antichi sulla sfericità del globo. La conclusione di Agostino è che non bisogna lasciarsi impressionare dalla descrizione del Tabernacolo biblico perché, si sa, la Sacra Scrittura parla spesso per metafore, e forse la Terra è sferica. Ma siccome sapere se sia sferica o no non serve a salvarsi l’anima, si può ignorare la questione.
Questo non vuole dire che non ci fosse un’astronomia medievale. Tra XII e XIII secolo vengono tradotti l’Almagesto di Tolomeo e poi il De coelo di Aristotele. Una delle materie del quadrivio insegnato nelle scuole medievali era l’astronomia, ed è del XIII secolo quel Tractatus de sphaera mundi di Giovanni di Sacrobosco che, ricalcato su Tolomeo, costituirà un’autorità indiscussa per alcuni secoli a venire.

La filosofia e le sue storie -L’antichità e il Medioevo, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Laterza -Encyclomedia Publishers, 2014

De sphaera mundi, 1550

Conferenza di Alessandro Barbero al Festival della Mente di Sarzana 2013: Medioevo da non credere. La terra piatta. CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Scienza

Continuiamo a scrivere a mano

Luca Barcellona, Take Your Pleasure Seriously

…non per nostalgia del passato ma perché è importante nei processi di apprendimento, “Corriere della Sera”, 16 novembre 2014
Soltanto dieci anni fa scrivere con una tastiera era uno sforzo che richiedeva un corso di dattilografia. Oggi alzi la mano chi ha prodotto, recentemente, un testo medio-lungo usando la penna, la matita, la stilografica. In corsivo, per di più. Per carità, esistono ancora autori che sostengono di scrivere i loro libri rigorosamente a mano. Donna Tartt lo ha fatto con il suo ultimo romanzo, Il cardellino, quasi novecento pagine. Certo, a scuola si impara il corsivo, ma ormai i bambini di sette anni sono più veloci dei loro genitori (certo dei loro nonni) a digitare su tablet e telefonini. Negli Stati Uniti, dove ogni cambiamento del costume porta con sé una regola nuova, hanno tratto una conseguenza: lo stampatello basta e avanza, la scrittura che lega tra loro le lettere di una parola non fa più parte degli insegnamenti obbligatori del «Common Core Curriculum Standard», la base dell’insegnamento in tutti gli Stati. La Francia ha fatto il contrario (lo ricordava ieri Le Monde): dall’inizio degli anni Duemila il ministero dell’Istruzione ha invitato i docenti a insegnare il corsivo dall’ultimo anno della scuola materna.
Difendere la scrittura corsiva non è soltanto una questione di nostalgia o di passatismo. Molti neuropsicologici, infatti, sottolineano l’importanza dell’apprendimento del corsivo nello sviluppo psicologico e cognitivo dei bambini, nell’acquisizione di competenze di analisi e di sintesi, nell’espressione della propria personalità, mettendo in guardia anche sul fatto che a bbandonare la scrittura manoscritta potrebbe rallentare l’apprendimento della lettura.
Demonizzare l’uso dei computer, anche nelle scuole, è una battaglia di retroguardia che non ha nessun senso, la loro utilità, a tutti i livelli, è fuori di dubbio, ma si tratta di affrontare le cose con lungimiranza. Perdere la capacità di collegare tra loro le lettere, è, un po’, anche perdere la capacità di collegare tra loro le cose.

Gabriel Joseph Marie Augustin Ferrier

Maria Novella De Luca e Irene Maria Scalise, La fine della penna, “La Repubblica”,  25 novembre 2014
I nativi digitali la usano sempre meno
Dal 2016 la Finlandia la metterà al bando dalle classi, ma un esperimento italiano rilancia le virtù della scrittura manuale: migliora ricchezza lessicale e capacità di sintesi dei bambini

QUATTRO mesi, per quindici minuti al giorno. Provando a dimenticare tastiere e touch. Lettere maiuscole e lettere minuscole che scorrono sul foglio, intersecando segni e pensieri, simboli ed emozioni. Il tondo della “o”, il gambo della “g”, l’asta della “t”, il manico della “f”. Curve, linee, pieni e vuoti. E a sorpresa quattrocento bambini digitali di otto, nove e dieci anni riscoprono la scrittura in corsivo, e in poco più di cento giorni il loro lessico, punteggiatura e ortografia, migliorano sensibilmente. Così mentre il mondo celebra (o piange) la morte della calligrafia e degli esercizi a penna, mentre addirittura la Finlandia delle scuole più belle del pianeta annuncia, dal 2016, l’addio ad ogni forma di compilazione manuale, un piccolo esperimento italiano rilancia con forza le virtù del corsivo. Ri-alfabetizzazione di bambini e ragazzi che volando dallo stampatello alla tastiera, dicono i più pessimisti, rischiano di non saper più né leggere né scrivere. E di perdere a furia di esercitarsi sui tasti, quell’abilità sottile delle mani che l’uso della penna regala.
È stato un famoso pedagogista italiano, il professor Benedetto Vertecchi, tenacemente convinto del pericolo che la scuola 2.0 cannibalizzi capacità e competenze dei più giovani, ad ideare un singolare progetto che ha coinvolto quasi quattrocento bambini di due scuole romane. «Abbiamo chiesto alle insegnanti di far scrivere ad ogni allievo, per quindici minuti al giorno, brevi testi e pensieri di quattro o cinque righe, utilizzando unicamente il corsivo. È ormai evidente — dice Vertecchi — che alla diminuzione della capacità di scrittura corrisponda una minore coordinazione tra pensiero e azione. Ma anche un peggioramento nell’organizzazione del discorso, un impoverimento del linguaggio e della memoria».
I risultati di questo singolare laboratorio, dal titolo latino “Nulla dies sine linea”, citazione da Plinio il Vecchio, sono stati sorprendenti. «Man mano che i bambini si abituavano ad usare la penna, visto che ormai anche in molte scuole primarie si stanno diffondendo le tastiere, abbiamo visto progressivi miglioramenti. Nell’accuratezza e ricchezza del linguaggio, nella struttura della frase, addirittura nell’ortografia». Segno cioè che nella scrittura corsiva il pensiero corre fluido dalla testa alla mano, a differenza di quanto accade con lo stampatello, che spinge invece al fraseggio sincopato e spezzettato.
Un coraggioso ma solitario tentativo di rieducazione pedagogica quello ideato dal professor Vertecchi, che rischia di venire divorato dalla globalizzazione del sapere in “power point”. Profetizza infatti Paolo Ferri, docente alla Bicocca e grande esperto del rapporto tra culture tecnologiche ed educazione: «Un futuro digitale è inevitabile, anzi siamo in forte ritardo e il nostro sistema scolastico è assolutamente impreparato. Non c’è un linguaggio che deve sovrastare l’altro, il computer e la penna possono convivere, l’importante è evitare ai bambini di essere calati in un contesto schizoide». Mentre cioè a casa e con gli amici, anche i più piccoli vivono una vita da nativi digitali, quali effettivamente sono, in classe si ritrovano d’un colpo in un’altra epoca. «Frequentano aule dove non esiste nulla, neanche il computer, per non parlare di tablet e Lim. E da questa contraddizione spesso nascono gravi problemi di insegnamento ».
Un punto di vista opposto dunque a quello di Vertecchi. Anche Ferri però concorda con la necessità di non perdere l’abilità manuale che la scrittura in corsivo sviluppa. «Paesi come la Finlandia, che puntano oggi soltanto sul digitale, non trascurano per niente la motricità fine, ma la sostituiscono con attività come il disegno, la creta, la musica che purtroppo nelle nostre scuole non sono sviluppate».
Bisogna allora spostarsi in Umbria, a Giove, nella scuola elementare dove insegna il maestro Franco Lorenzoni. Qui il sapere dei bambini si crea in un particolare percorso dove lo studio e l’esperienza della natura e dell’arte, l’abilità di accendere un fuoco e quella di imparare una poesia si fondono insieme. Famoso per aver promosso nel 2012 una petizione, perché fino agli otto anni computer e lavagne digitali restino fuori dalle aule dei più piccoli, Lorenzoni ha di recente raccontato la sua esperienza di maestro nel libro “I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica”.
«Il corsivo sviluppa uno straordinario legame tra il pensiero e la mano, oggi i bambini sanno usare le tastiere ma non sanno più allacciarsi le scarpe. Trovo giusto lasciare maggiore libertà anche a chi vuole usare lo stampatello, ma l’importante è far recuperare a questa generazione l’uso delle mani, al di là dei pollici che servono per digitare i messaggi». Arte, natura, laboratori, la matematica, la storia, ma anche veder nascere un vitellino. Per Franco Lorenzoni, nei primi anni la scuola «deve essere un controcanto, preservare, essere anche un po’ anacronistica rispetto alla società: i bambini possono imparare che il sapere non è soltanto dentro il computer, ma dappertutto, nella vita, nell’esperienza…». Ma la scuola non è l’unica “imputata”. I piccoli scrivono sempre di meno non solo per l’abbuffata di pc e tablet che li circondano quanto per la mancanza di esempi. «Sono gli adulti, genitori compresi, a non saper più convivere con la penna — incalza la calligrafa Monica Dengo — non possiamo colpevolizzare soltanto gli insegnanti». A rischio poi c’è anche la memoria: «I contenuti scritti con la propria penna restano assai più impressi nella mente, rispetto a quando si utilizza il computer». E il paradosso, aggiunge Dengo, è che proprio i grandi guru della Silicon Valley se ne guardano bene dall’abbandonare i loro blocchi di appunti e le loro (lussuosissime) penne. «I tavoli dei manager di Microsoft e Google ospitano computer e tablet ma anche tanti fogli e appunti volanti». A riprova di quanto la manualità sottile sia una dote da non far cadere nell’oblio, la calligrafa Dengo ricorda: «Il Giappone dove si mangia con le bacchette, che richiedono abilità e delicatezza, è il paese nel quale i bambini hanno la più elevata capacità di uso della scrittura».

grasset_marquet
Stefano Bartezzaghi, Non abbandoniamo quelle lettere che danno forma ai nostri pensieri, “La Repubblica”, 25.11.14

NON si tratta di diffidare o meno delle nuove tecnologie. Casomai, di distinguere fra i saperi necessari e quelli non necessari. L’ostracismo dato dalla scuola finlandese (sin dalla prima elementare) a penne e matite si può infatti prendere come un passo inevitabile verso un futuro in cui saper scrivere a mano necessario non sarà più: così come non è necessario saper estrarre radici quadrate (ci sono le calcolatrici), o saper accendere un fuoco con due legnetti (ci sono fiammiferi e accendini). Avremo sempre con noi un tablet, un bloc-notes elettronico, uno smartphone o qualcos’altro che verrà, su cui appuntarci qualsiasi cosa ci serva, dalla lista della spesa all’appuntamento col dentista. Facile prevedere lo sgomento di conservatori, apocalittici (e magari lobbisti dell’inchiostro) e il sorriso stupito e trionfale degli entusiasti del nuovo — inteso come rottamazione del vecchio — che non immaginavano si fosse arrivati già a questo punto.
Alla scrittura, proprio nel senso dello scrivere manuale, sono connesse una quantità di competenze motorie, psicologiche e linguistiche che l’uso di tastiere non sollecita affatto: ma probabilmente anche una qualche Gilda dei Maniscalchi avrà fatto obiezioni simili, quando al traffico automobilistico fu consentito di soppiantare la trazione animale.
Nel caso della scrittura, però, è forse possibile avanzare qualche dubbio in più. E, magari, porre una questione di fondo che perlopiù si finge stia veramente troppo in fondo per meritarsi di essere posta. La questione è:  ciò che si insegna a scuola ha da essere puramente funzionale, deve sempre servire, in termini di efficienza e competenza pratica? Il fatto che una certa attività diventerà meno frequente, una volta finita la scuola, è sempre una ragione per cessare d’insegnarla o, in certi casi, può essere addirittura una ragione per continuare a insegnarla? Dante, l’insiemistica, Parmenide e l’orografia australiana a quante professioni servono? Allora perché a scuola non impariamo piuttosto a sostituire un pneumatico o a trattare con un direttore di banca?
I finlandesi dicono che tanto i bambini a sei anni sanno già scrivere e l’importante è che si abituino da subito a usare una tastiera. Sarà, ma a sei anni i bambini sanno già usare una tastiera molto meglio di quanto sappiano scrivere a mano, e questo succede perché usare una tastiera è molto più facile. E poi oltre che scrivere sanno anche rileggersi? C’è da dubitare che possano accorgersi di avere commesso un errore ortografico, se sulla carta non compare la sottolineatura rossa zigrinata con cui i correttori automatici dicono al videoscrivente: «Guarda un po’ qua, se ti pare davvero giusto».
A qualsiasi apparecchio sia collegata, dalle prime macchine da scrivere e dalle etichettatrici Dymo sino agli smartphone con tasti touch, una tastiera fa scegliere le lettere, non rende necessario saperle formare : cosa benedetta quando si scrive di getto e le dita corrono alla velocità del pensiero, a volte anche di più. Ma chiunque scriva molto per mestiere conosce anche il momento dell’indugio e del blocco: carta e penna, si scrive una scaletta o qualche frase di prova perché proprio il bisogno di muovere la mano a fare linee, occhielli e puntini aiuta a trovare il modo di dare forma alla materia che ci appare caotica e confusa nel pensiero.
L’entusiasmo per la rottamazione applica una coazione a rimuovere qualcosa per far posto a qualcos’altro. Ma il nostro cervello è ospitale e la confidenza con la tastiera (in una settimana ci si può impadronire di ogni sua funzione) può tranquillamente convivere con una buona competenza grafica. Perché scegliere? Gli automobilisti possono passeggiare, i motociclisti possono andare in bicicletta, gli scrittori possono leggere, i professori possono imparare. Non si vede perché gli studenti non possano scrivere sia a mano, sia con tastiera.

Lascia un commento

Archiviato in Scrittura

Quel «piacevole orrore» delle Alpi svelato dalla religione del sublime

William Turner, “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi”, 1812, Londra, Tate Gallery

Fino a metà ‘700 il selvaggio disordine della catena montuosa era inviso al classicismo
Rousseau fu definito il «Lutero» del nuovo culto per le Alpi
Burke riteneva che il sublime fosse legato all’infinito e al terrore
Kant chiarisce che la sublimità sta nel soggetto che lo guarda

Franco Brevini, “Corriere della Sera”, 12 novembre 2014

Una delle prove più clamorose che le cose le vediamo solo se le pensiamo è offerta dalle montagne. Non fosse che per le dimensioni, difficilmente le montagne possono passare inosservate. Eppure per secoli la cultura occidentale non le ha «viste», semplicemente perché mancavano le categorie per pensarle. Riconoscibilissime dai quai di Ginevra, ancora in pieno ‘700 le cime del Monte Bianco non avevano nome. Qualche carta liquidava quella muraglia di ghiacci scintillanti con il toponimo Montagnes Maudites, «maledette». E, stando all’alpinista e studioso americano William Coolidge, fino al XVII secolo sulle Alpi si conoscevano solo una quarantina di cime oltre i duemila metri di quota. In realtà con il loro selvaggio disordine, le cime non potevano attrarre la tradizione del classicismo, che aveva proclamato l’ordine, la simmetria, la proporzione e l’equilibrio come caratteristiche ineliminabili della bellezza. Per molti secoli si è ritenuto che il bello fosse una proprietà delle cose: c’erano cose belle e cose che non lo erano. Le montagne, come il mare in tempesta, le desolate distese boreali, i vulcani, il folto della foresta, non erano giudicati «belli» in quanto non corrispondevano ai canoni estetici dominanti. E non venivano presi in considerazione. Le cose cambiano con la filosofia empiristico-sensistica, che sposta l’asse del discorso dalle caratteristiche degli oggetti alle sensazioni che essi suscitano nel soggetto. In The Standard of Taste Hume scrive: «La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza». Nel dominio dell’estetica questa affermazione produsse una rivoluzione copernicana. Ad avviare lo smantellamento dell’idea di bellezza della Klassik furono inizialmente i fautori dell’estetica del pittoresco. Con essa una moderata asimmetria viene per la prima volta ammessa. È il grande momento del Sud d’Italia: armenti e rovine greco-romane. Ma alla nuova estetica guardano anche Albrecht von Haller con il poemetto filosofico Die Alpen del 1729 e Jean-Jacques Rousseau con la Nouvelle Héloïse del 1761, che reca il significativo sottotitolo di Lettres de deux amants, habitants d’une petite ville au pied des Alpes. Il peso di Rousseau nella fortuna delle montagne fu enorme. Leslie Stephen nel suo celebre The Playground of Europe lo definì «il Cristoforo Colombo delle Alpi, il Lutero del nuovo culto della montagna». Ma se quello di Rousseau fu un influsso di tipo prevalentemente sentimentale, spettò all’estetica del sublime di sdoganare definitivamente gli scenari della wilderness, fra cui quelli alpini. Recuperando una categoria circolante fino dal I secolo con il Perì Hýpsous dello pseudo-Longino, essa diede nuova cittadinanza a ciò che è smisurato e mostruoso, a ciò che produce paura e orrore. Fu la cultura anglosassone la culla dei nuovi sentimenti estetici e la traversata delle Alpi compiuta dai viaggiatori del Settecento offrì le occasioni per sperimentarli. Nei Remarks on Several Parts of Italy del 1705 Addison parlò ossimoricamente di «an agreeable kind of horror», cioè di «un piacevole tipo di orrore». La riflessione su questi temi sarebbe proseguita nel 1757 nella fortunatissima Philosophical Inquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful di Edmund Burke: distinto dal bello, legato agli oggetti attraenti, il sublime è piuttosto connesso alle idee di infinito e di terrore. Infine nel 1790, nella Critica del Giudizio, in polemica con la concezione empirista di Burke, sarà Kant a chiarire che la sublimità non sta nell’oggetto, ma nel soggetto che lo contempla. Fra i due libri, nel 1786 cade emblematicamente la prima ascensione alla vetta del Monte Bianco.

PER APPROFONDIRE CLICCA QUI.

Risultati immagini per rousseau mountains

Creux-du-Van (Svizzera), meta di un’escursione di J.J. Rousseau nel 1765

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Settecento, Temi letterari

Da Aristotele a Orwell: tutta la nostra parte bestiale

Se per la concezione cristiana siamo agnelli, secondo Hobbes diventiamo lupi 

e solo una belva più feroce riesce a proteggerci

Perché, tra filosofia e letteratura, non possiamo ancora fare a meno di paragonarci agli animali

Roberto Esposito, “La Repubblica”,  10 novembre 2014

SE C’È una questione della quale non siamo mai venuti a capo è quella dell’animale. Eppure è quella che forse più di ogni altra dovrebbe riguardarci, dal momento che noi stessi siamo animali. Per giunta politici, come ha per primo spiegato Aristotele. Ciò su cui abbiamo invece centrato l’attenzione è la nostra superiorità di specie. Chiederci se l’animale parla, pensa o soffre, lo pone nella nostra prospettiva, fissandolo alla sua mancanza rispetto a quanto noi invece abbiamo. Mentre noi siamo nella storia, che possiamo mutare, egli resta inchiodato ad un ambiente naturale che non può eccedere. Perciò l’animale vive, ma non esiste; crepa, ma non muore,  come ritiene Heidegger affermando che è “povero di mondo”, rispetto a noi che, soli tra le specie viventi, ne siamo costruttori.
Questi interrogativi, già posti in un memorabile libro di Derrida, L’animale che dunque sono, curato da Gianfranco Dalmasso per Jaca Book, tornano adesso in tre saggi recenti. Il primo è di Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità (Laterza), dove tale genitivo è situato sul margine che allo stesso tempo ci assimila e ci distingue dalla nostra alterità. La cecità sull’animale è una cecità su noi stessi. Mentre lo imprigiona nel nostro sguardo, ci impedisce di cogliere ciò che davvero siamo, la nostra medesima forma di vita. La distanza metafisica che poniamo tra noi e lui è la stessa che incidiamo in noi stessi, separandoci dalla nostra parte corporea. L’esito di questa “macchina antropogenica” è l’abisso scavato nei confronti del mondo animale. Ma anche la rinuncia alla corporeità, relegata in una condizione inferiore e sottomessa alla nostra parte propriamente personale. Tale esclusione non ha solo un rilievo filosofico ed etico. Essa ha sempre esercitato un potente effetto biopolitico, o zoopolitico, come lo definisce Bruno Accarino in Zoologia politica. Favole, mostri, macchine (Mimesis). L’infinita differenza di rango tra uomo ed animale è sempre servita a discriminare alcune tipologie umane, assimilate ad animali, per schiacciarle in una condizione subalterna. Di procedure di bestializzazione dell’uomo ne abbiamo conosciute tante. Schiavi, barbari, selvaggi, sono tutte stazioni di un unico percorso che ha costruito il potere di alcuni uomini su altri, ridotti a oggetto di asservimento, deportazione, sterminio. Le stesse metafore animali, di cui è piena la nostra tradizione culturale, sono state usate, e rovesciate, in relazione agli scopi di volta in volta prefissi. Così la favola di La Fontaine del lupo e dell’agnello è stata di continuo riscritta spostando la linea di separazione tra i due protagonisti. Se per la concezione cristiana gli uomini possono diventare tutti agnelli, sottomessi alla cura del pastore di anime, per Hobbes, sono tutti lupi, tanto che, per proteggerli, è necessario convocare un altro, più minaccioso, animale, il mitico Leviatano.
Se la tradizione umanistica istituisce un limite insuperabile tra storia umana e natura animale, già con Cartesio le bestie vengono considerate macchine viventi, destinate al servizio dell’uomo. Ma tale prospettiva escludente sul mondo animale non ha mai potuto del tutto cancellare un altro sguardo, più profondo, capace di cogliere nella differenza un elemento comune. Ciò consente non solo un’animalizzazione dell’uomo, ma anche un’umanizzazione dell’animale. Basti pensare al Centauro di Machiavelli, ai cavalli di Leonardo o, in ambito letterario, all’assimilazione fatale che unisce il destino di Achab a quello della balena in Moby Dick.
L’immagine dell’animale, insomma, volta a definire la nostra identità per contrasto, non ha mai cessato di insidiarla. Tanto più quando non corrisponde a una singola bestia, ma a un insieme indistinto come una mandria, un branco, uno sciame. Allora l’animale, più che rassicurarci con la sua diversità, c’inquieta ed ossessiona. Si pensi al film Gli uccelli di Hitchcock, quando il loro improvviso e malefico turbinio invade lo schermo, lacerando la visione. Esso, prima ancora che impaurirci, crea un disturbo nel nostro apparato percettivo, mettendolo a contatto con qualcosa d’incomprensibile. È un’esperienza non lontana dall’inquietudine che l’avvento della società di massa ha prodotto in un mondo politico ancora governato da logiche elitarie. E del resto non corre un rischio del genere perfino la democrazia, quando prevale un’indifferenziata spinta populista? Era quanto sosteneva Nietzsche paragonando, da un punto di vista aristocratico, la democrazia a un gregge che richiede di essere guidato da capi superiori. Anche se La fattoria degli animali di Orwell rappresenta, più giustamente, una metafora del mondo totalitario.
Ma se non possiamo disfarci della nostra parte animale, se perfino la nostra organizzazione politica ne risulta coinvolta, tanto vale assumerne, oltre i rischi, anche le potenziali risorse. È quanto appunto ci suggerisce nel suo libro, Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione  (Mimesis), Roberto Marchesini. Egli auspica un doppio movimento. Di immedesimazione, in ragione della radice comune che ci lega all’animale. E di distanziamento, quale riconoscimento della sua specifica identità. L’animale non è l’abisso ancestrale da cui proveniamo e da cui dobbiamo violentemente strapparci, ma ciò che anche, da sempre, siamo. Non la sagoma minacciosa che ci guarda dal fondo del passato, ma il profilo imprevedibile che si delinea nel nostro futuro. Oggi, nel regime biopolitico che tutti viviamo, l’antica formula aristotelica va ripensata in senso postmetafisico. Essere animali politici significa che ciò che è in gioco nella politica è la stessa vita biologica: la nascita, la morte, la salute, il lavoro, la migrazione saranno sempre più al centro di ogni relazione e di ogni conflitto politico.

Federico Condello, Fra nomos e physis, in Animalia, Centro Studi “La permanenza del Classico”, 2010
Nella celebre definizione di Aristotele – l’uomo «animale politico» – «animale» è il termine comune, «politico» la differenza specifica: in essa dovrebbe riassumersi la più esclusiva caratteristica dell’uomo. Eppure, dagli uccelli di Aristofane ai porci di Orwell, dalle api di Virgilio alle «arnie ronzanti» di Mandeville, dalla Batracomiomachia pseudo-omerica ai Paralipomeni di Leopardi – per tacere delle similitudini epiche o della tradizione favolistica – animali di ogni specie o sotto-specie si sono prestati a esprimere, elettivamente, i vizi e le virtù politiche dell’uomo. E anche al di là di sistematiche utopie o derisorie parodie, il ricorso al traslato zoologico è una costante della teoria etico-politica occidentale, dalla tradizione dei bestiari alle allegorie dantesche, da «la golpe» e «il lione» di Machiavelli (che dipende da Plutarco) all’«animale senza artigli e senza zanne» di Manzoni. Ben prima che l’antropocentrismo classico e cristiano subisse colpi micidiali – con l’antropologia e con il sensismo del Settecento, con Darwin, con Freud e infine con quella «morte dell’uomo» che è divenuta slogan del postmoderno – un tenace impulso spinge l’«animale politico» a cercare analogie nel mondo degli aloga zoa, degli «animali senza ragione» e «senza parola». Eterno “ritorno del rimosso”, che rivela la precarietà di ogni identità rivendicata dall’uomo? Effetto di quel “pensiero totemico” che – suggerisce Lévi-Strauss ne Il pensiero selvaggio – classifica e specifica, ma finisce sempre per assimilare e identificare, alla ricerca di un posto per quell’ente inafferrabile che è l’«uomo»?
Ancor più radicale e drasticamente anti-aristotelica la risposta di Hobbes, che nel Leviatano (parte 2, cap. 17) negava all’uomo quelle virtù «naturalmente politiche» che sono tipiche di tante specie animali; l’uomo, per il suo istinto competitivo, per il suo individualismo, per la sua stessa razionalità, è il meno «naturalmente politico» degli animali: e proprio perciò crea quel maestoso ma innaturale artificio che è «il dio mortale» dello Stato. E proprio perciò, forse, cerca il suo analogo negli impolitici – o politicissimi – animali, in un protratto tentativo di colmare la distanza fra nomos e physis, fra «convenzione umana» e «natura», secondo il dissidio che già lacerò il pensiero politico del V sec. a.C.

Franz Marc, Volpe blu, 1911

VALERIO MAGRELLI, Dai serpenti mitologici a Paperino. Il nostro bestiario interiore, “La Repubblica”, 28 luglio 2013

Prima dei cartoni animati sono venuti Fedro, Esopo, La Fontaine e Perrault. Ecco perché da sempre li consideriamo simboli e attribuiamo loro forme umane

Se durante un’esplorazione spaziale incontrassimo una creatura che possiede il 98 % del nostro patrimonio genetico, pensate alla quantità di denaro che saremmo pronti a investire per studiarla! Queste creature esistono sulla terra, e noi stiamo permettendone l’estinzione». Così Irven de Vore, antropologo e biologo di Harvard, ha riassunto l’insensatezza del rapporto fra uomo e animali. D’altronde, è stata proprio la nostra cecità, a provocare le reazioni degli ultimi anni. Dalla filosofia fino all’alimentazione, il movimento animalista è stato alla base di una metamorfosi che ha investito l’intera civiltà occidentale.
Temi del genere attraversano l’opera del sudafricano John Maxwell Coetzee, Premio Nobel nel 2003, che ha assunto posizioni assai critiche contro le moderne tecniche di allevamento. Restano memorabili in tal senso libri quali Elisabeth Costello (Einaudi) e La vita degli animali (Adelphi), dove i mattatoi sono paragonati a lager nazisti: «Ogni giorno ha luogo un nuovo olocausto, e tuttavia, a quanto vedo, il nostro essere morale non ne viene neppure scalfito». Il testo arriva addirittura a suggerire che i campi di concentramento si sarebbero ispirati ai macelli americani, in particolare di Chicago: «È stato lì che i nazisti hanno imparato a lavorare industrialmente i corpi».
Eppure sarebbe limitativo ridurre l’attuale interesse per il mondo animale ai problemi dell’etica vegetariana. Esiste infatti un bestiario interiore che ispira tutta la nostra educazione, dalla proliferazione iconografica dei cartoni animati, alla diffusione di giocattoli zoomorfi. Totale e immediato, il connubio fra industria dell’intrattenimento e immaginario animale rivela un profondo legame con le nostre radici storiche, artistiche, antropologiche. In altri termini, come dubitare che Pippo, Pluto, Paperino, per non dire di Godzilla, di Alien o dei dinosauri “sdoganati” da Steven Spielberg, non vengano dritti dritti dalle favole di La Fontaine o Perrault, di Fedro o Esopo?
Altre sono, però, le vere origini di queste figure, le quali, sia pure stilizzate, affondano nel patrimonio religioso, giuridico, politico. Basti ad esempio considerare come il sistema cattolico delle virtù, cardinali e teologali, poggi su di un marcato zoomorfismo. Così, se la Prudenza viene espressa da una giovane con un serpente (emblema del sapere) o da tre teste che indicano passato, presente e futuro (cane, leone e volpe), la Fortezza sarà effigiata da un uomo su un cammello (o in alternativa, da un cinghiale o un leone). Del pari, se la Temperanza si rispecchierà nell’agnello biblico o nella locusta, cibo del deserto, la Carità, passando alle virtù teologali, avrà come testimonial la colomba. Ma c’è ancora ancora un’altra sfera da indagare, come ha spiegato uno fra i più originali allievi di Carl Gustav Jung. In uno saggio di qualche anno fa, James Hillman ha indagato quei misteriosi visitatori della notte che sono, come recita il titolo del suo testo, gli Animali del sogno (Raffaello Cortina): «Perché gli animali che compaiono nei nostri sogni vengono a noi, proprio a noi che abbiamo trascorso gli ultimi due secoli a sterminarli regolarmente, a un ritmo sempre più rapido, senza pietà, specie per specie, in ogni parte del mondo?».
Protagonisti del massimo sistema rappresentativo della coscienza umana, almeno dai tempi delle grotte di Altamira, gli animali, autentici simulacri del divino, chiedono d’essere ascoltati in modo partecipe e pieno. Da qui l’illuminante conclusione dello studioso. Nelle culture arcaiche, il sacrificio delle bestie sull’altare serviva a immobilizzare il Dio, concentrando il suo potere pauroso in un unico luogo: «L’altare è una gabbia, ogni cattedrale un grande zoo». Oggi, invece, dimenticato l’antico politeismo pagano, assistiamo alla perdita di ogni connessione fra noi e i nostri compagni di viaggio sulla Terra.
Condivisibili o meno, simili idee confinano con molte di quelle formulate nel Novecento da scrittori o filosofi. Basti citare il poeta  francese Paul Valéry, secondo cui lo sguardo della bestia diventa un dono capace di dischiudere nuovi spazi alla conoscenza umana, o a Piero Martinetti, che affidò la sua riflessione al volume Pietà verso gli animali (Melangolo). Secondo un approccio che potrebbe ricordare la zoosemiotica cognitiva, il pensatore italiano imposta con decisione la questione dell’altro biologico, tanto da osservare: «Vi è nello sguardo d’ogni animale morente qualche cosa d’umano». Nulla rivela meglio il triste destino di queste creature che condividono il 98 % del nostro patrimonio genetico. Se un tempo esse comparivano nei Bestiari, per servire da esempio morale, ora le ritroviamo nei laboratori, adibite a semplice materia da esperimento. Tristissima evoluzione, quella che va dal simbolo alla cavia.

Franz Marc, Cavallo nel paesaggio, 1910

Walt Whitman, I Think I Could Turn And Live With Animals…, Song of Myself, 1891-1892

I think I could turn and live with animals,
they are so placid and self-contain’d,
I stand and look at them long and long.

They do not sweat and whine about their condition,
They do not lie awake in the dark and weep for their sins,
They do not make me sick discussing their duty to God,
Not one is dissatisfied, not one is demented with the mania of owning things,
Not one kneels to another, nor to his kind that lived thousands of years ago,
Not one is respectable or unhappy over the whole earth.

So they show their relations to me and I accept them,
They bring me tokens of myself, they evince them plainly in their possession.

I wonder where they get those tokens,
Did I pass that way huge times ago and negligently drop them?

Myself moving forward then and now and forever,
Gathering and showing more always and with velocity,
Infinite and omnigenous, and the like of these among them,
Not too exclusive toward the reachers of my remembrancers,
Picking out here one that I love, and now go with him on brotherly terms.

A gigantic beauty of a stallion, fresh and responsive to my caresses,
Head high in the forehead, wide between the ears,
Limbs glossy and supple, tail dusting the ground,
Eyes full of sparkling wickedness, ears finely cut, flexibly moving.

His nostrils dilate as my heels embrace him,
His well-built limbs tremble with pleasure as we race around and return.

I but use you a minute, then I resign you, stallion,
Why do I need your paces when I myself out-gallop them?
Even as I stand or sit passing faster than you.

Credo ch’io potrei vivere tra gli animali,
che sono così placidi e pieni di decoro.
Io li ho osservati tante volte e a lungo;
Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,
Non stanno svegli al buio, per piangere sopra i loro peccati,
Non m’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania infausta di possedere cose,
Nessuno si inginocchia innanzi all’altro, né ai suoi simili vissuti migliaia d’anni fa,
Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice,
sulla terra intiera.

PER APPROFONDIRE: Animali nella storia dell’arte. RAI SCUOLA – ZETTEL. CLICCA QUI.

Franz Marc, Scimmie, 1911

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Temi letterari

Grande Guerra: il film di Ermanno Olmi

Ermanno Olmi scende in trincea: il grande regista bergamasco, classe 1931, ha scelto di raccontare gli orrori della Prima guerra mondiale in «Torneranno i prati», la sua ultima pellicola in uscita giovedì 6 novembre nelle nostre sale.
Il film è dedicato al padre («che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato») e si basa proprio sui ricordi di quest’ultimo, come dichiarato dallo stesso Olmi. La vicenda si svolge nell’arco di una sola nottata, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani.I soldati, la cui postazione è sommersa dalle neve, sono spaventati e ormai privi di speranza: il prossimo attimo potrebbe essere il loro mentre i bombardamenti si susseguono senza tregua. Il senso dell’attesa, la paura di quanto potrà accadere da un momento all’altro, rende la pellicola ancor più straziante e drammatica: il nemico non ha volto, ma la minaccia è palpabile e incombente dal primo all’ultimo minuto.  In mezzo a spari, feriti e morti, rimane la bellezza del paesaggio montano circostante, la cui pace si pone in evidente contrasto con la guerra che la sta attraversando.
Girato sull’Altopiano di Asiago, «Torneranno i prati» è un lungometraggio per non dimenticare coloro che sono caduti durante il conflitto: una pellicola in cui il regista mostra la terribile fine di quei soldati di cui si è persa, colpevolmente, memoria. FONTE: “Il Sole 24 Ore”.

La pagina FACEBOOK dedicata al film: CLICCA qui.

Lascia un commento

Archiviato in Storia

“Into the wild”

into1

Valentina Pigmei, DI NUOVO SELVAGGI: IL FASCINO ESTREMO DELL’ESSENZIALE, “Pagina 99” e “Minima & Moralia”

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.
Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chi lo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.
“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.
Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tesson sa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo. LEGGI TUTTO…

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Leggere