Archivi del mese: ottobre 2012

Giovani a Teatro 2012

A partire dal 30 ottobre 2012 studenti e docenti della provincia di Venezia possono richiedere la “Giovani a Teatro Card” o la “Prof Card”, che consentono di assistere agli spettacoli delle principali stagioni di teatro, musica e danza della provincia di Venezia con un biglietto di 2,50 euro. LEGGI TUTTO…

 

Tutti i dettagli sul programma e le modalità di partecipazione e prenotazione degli spettacoli sono disponibili sul sito www.giovaniateatro.it. L’iniziativa, promossa dalla Fondazione di Venezia, è finalizzata ad “accrescere l’interesse e il coinvolgimento dei giovani e degli insegnanti nelle arti della scena”.
La Card è rivolta: ai ragazzi dai 6 ai 29 anni che studiano o risiedono in provincia di Venezia (“Gat Card”), agli insegnanti degli istituti scolastici o università della provincia di Venezia (“Prof Card”), e agli adulti che desiderano andare a teatro con un minore di 18 anni già in possesso della “Gat Card” (“Tandem Card”, confermata quest’anno dopo l’esito felice della sperimentazione 2011-2012).
Per la richiesta della Card online CLICCA QUI

PUNTI DI TESSERAMENTO:

Associazione Culturale Teatro dei Pazzi
Via Vittorio Veneto, 75
30027 San Donà di Piave
Lunedì e martedì: dalle ore 10.00 alle ore 12.00.
Dal mercoledì al venerdì: dalle ore 17.00 alle ore 19.00
Un’ora prima degli spettacoli:
nel serale dalle 20.00 alle 21.00 e nel pomeridiano dalle 15.00 alle 16.00
CHIUSO l’ 1 e il 2 novembre 2012
tel: 0421 330739
email: info@teatrodeipazzi.com

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Perché scrivere?

Chi è lo scrittore? Qual è il suo ruolo nella società? Un percorso su questi temi attraverso le voci di numerosi scrittori.

Un video di SCRITTORI PER UN ANNO. CLICCA QUI.

David Foster Wallace, La magia della letteratura

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è  che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

Stelle polari

È difficile parlare degli scrittori che riescono a farmi questo effetto. Non intendo dire che io sia bravo quanto loro. Sono come stelle polari che mi indicano la rotta.

Nella foto David Foster Wallace (1962-2008)

 

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Carlo Porta e G. G. Belli

Carlo Porta: Traduzioni dall’Inferno di Dante. Dal canto V (Paolo e Francesca)

Carlo Porta: Coss’el voeur Ezzelenza che responda. Recita F. Parenti. CLICCA QUI.

“Questo e l’antecedente sonetto  è uno sfogo di giusto dolore, e feriscono una sola persona, che coprì a’ suoi tempi una luminosa carica dalla quale fu dimesso per poca soddisfazione del Governo” (C. Porta). Il critico Dante Isella identifica questa “Eccellenza” con il Conte Ambrogio Birago (1755 – 1828), dal 1811 ministro del Tesoro sotto il Regno d’Italia, che non corrispose alla fama di buon amministratore delle finanze di cui godeva e fu costretto a dimettersi nel novembre 1813.

Coss’el voeur Ezzelenza che responda:
ch’el diga quell ch’el cred che l’è patron,
e s’el ghe paress pocch damm del cojon
ch’el droeuva ona parolla pù redonda.

E che nol creda mai che me confonda,
che ghe patissa, o gh’abbia suddizion,
anzi deslengui de consolazion
compagn ch’el me fass re de Trabisonda.

Perché a damm del mincion l’è come on dimm
Che sont in straa per guadagnà quell terna
Che no quistaroo mai cont i mee rimm.

E deffatt vedend lu, che l’è pagaa
Con tante milla lira dal Governa,
no me par che i cojon se tratten maa.

Cosa vuole Eccellenza che risponda:
che dica quel che crede che è padrone,
e se le paresse poco darmi del coglione
che adoperi una parola più rotonda.
E che non creda mai che mi confonda,
che ci patisca, o ci abbia soggezione,
anzi mi sciolgo di consolazione
come se mi facesse re di Trebisonda.
Perché darmi del minchione è come un dirmi
che sono in strada per guadagnare quel terno (al lotto)
che non acquisterò mai con le mie rime.
E difatti vedendo lei, che è pagato
con tante mille lire dal Governo,
non mi pare che i coglioni si trattino male.

 

«Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma». G.G.B.

Vittorio Gassman recita La vita dell’omo, di G. G. Belli. CLICCA QUI.

Gianni Bonagura recita La vita dell’omo, di G. G. Belli. CLICCA QUI.

Vittorio Gassman recita Er giorno der giudizzio, di G. G. Belli. CLICCA QUI.

Vittorio Gassman recita Li prelati e li cardinali, di G. G. Belli. CLICCA QUI.

Gianni Bonagura interpreta La creazzione der monno, di G. G. Belli. CLICCA QUI.

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,
ché pe impastallo ggià cc’era la pasta,
verde lo vorzefà, ggrosso e rritonno
all’uso d’un cocommero de tasta.

Fesce un zole, una luna, e un mappamonno,
ma de le stelle poi, di’ una catasta:
sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:
piantò le piante, e ddoppo disse: Abbasta.

Me scordavo de dì che ccreò ll’omo,
e ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;
e jje proibbì de nun toccajje un pomo.

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,
strillò per Dio con cuanta vosce aveva:
«Ommini da vienì, ssete futtuti».

Terni, 4 ottobre 1831

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I Romani in Britannia

I Romani in Britannia: VIDEO (in inglese, con didascalie; durata 5’…).

Sulle campagne di guerra di Cesare in Britannia LEGGI QUI. Lo sbarco di Cesare (pagina in lingua inglese).

Siân Echard, University of British Columbia: Roman Britain.

Encyclopedia Romana:  sito dell’Università di Chicago dedicato alla storia ed alla cultura romana. Vedi in particolare la sezione Roman Britain.

[slides

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how]

http://www.storiain.net/arret/num122/artic5.asp

La misteriosa scomparsa della IX legione.

Una delle leggende più durature della Britannia romana riguarda la scomparsa della Nona Legione. La teoria che 5.000 dei migliori soldati di Roma si persero tra le nebbie della Caledonia mentre marciavano a nord per sedare una ribellione, costituisce la trama di un nuovo film, “The Eagle” (L’Aquila). Ma quanto di questa storia è vera? LEGGI QUI (versione inglese, fonte BBC).

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Cecco Angiolieri

  S’i’ fosse foco…  nell’interpretazione di Vittorio Gassman. CLICCA QUI.

  S’i’ fosse foco…  nell’interpretazione di Fabrizio de Andrè. CLICCA QUI.

E in traduzione inglese:

If I were fire

If I were fire, I would consume the world;
If I were wind, then I would blow it down;
If I were water, I would make it drown;
If I were God, t’would to the depths be hurled.

If I were Pope, I’d have a lot of fun
with how I’d make all Christians work for me;
If I were emperor, then you’d really see –
I’d have the head cut off of everyone.

If I were death, then I’d go to my father;
If I were life, I’d not abide with him;
And so, and so, would I do to my mother.

If I were Cecco – as in fact I am –
I’d chase the young and pretty girls; to others
Would I leave the lame or wrinkled dam.

Ispirandosi a Cecco: Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

« E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io. »

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Alessandro Manzoni

Alberto Asor Rosa, professore di Letteratura italiana all’Università La Sapienza di Roma, presenta Alessandro Manzoni (“Il Caffè letterario”). CLICCA QUI.

I Promessi Sposi: videolezione a cura di C. Bologna (Loescher Ed.). CLICCA QUI.

Timeline del Risorgimento italiano, a cura di RAIEDU. Clicca qui.

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Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, QUINTA B

Metodo di studio

Guide alla MEMORIZZAZIONE, STRATEGIE DI APPRENDIMENTO E APPUNTI

Maria Francesca Gulì (Master di I livello “Didattica metacognitiva: insegnare a studiare con le nuove tecnologie”). CLICCA QUI.

A cura dell’Università di Milano (http://studenti.unimi.it/studentestrategico/metodo/tecniche.htm): come migliorare il proprio metodo di studio. Memorizzare e apprendere (file pdf).

Alcuni esempi di strategie di memorizzazione

Tecniche tradizionali
Le rime, dove il recupero è facilitato dai suggerimenti derivanti dalle parole che rimandano fra loro. Per esempio:
“Spero, promitto e iuro reggono l’infinito futuro”; “Su qui e su qua l’accento non va”;  “Il volume della sfera sai qual è: quattro terzi p-greco erre tre”…
Gli acronimi, cioè parole artificiali in cui ogni lettera funge da suggerimento per il recupero di altre parole.

Gli acrostici, cioè frasi in cui le prime lettere di ogni parola fungono da suggerimento per il recupero di altre informazioni.
Le associazioni fonetiche: utili per ricordare termini stranieri, nomi, riferimenti geografici. Si associa la parola da ricordare con qualcosa che si conosce e che sia foneticamente simile.

Da WIKIQUOTE: Elenco di mnemotecniche.

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A cosa serve la scuola?

L’economia è cambiata, probabilmente per sempre.

La scuola no.

Originariamente la scuola aveva come scopo quello di creare un flusso di operai che potessero lavorare nelle fabbriche dopo il boom del 1900. La scuola ancora oggi riesce benissimo in questo intento, ma l’obiettivo è cambiato.

In questo manifesto di 30.000 parole, mi immagino degli obiettivi diversi e voglio iniziare (almeno spero) a discutere su come possiamo raggiungerli.

Da  Stop Stealing Dreams,  ovvero 132 proposte per cambiare la scuola, di Seth Godin, ex vicepresidente di Yahoo!

La versione italiana del manifesto per la nuova scuola, curata da Alessio Madeyski,  Giulia Depentor e Margherita Gaffarelli, è ora disponibile su http://www.nonrubateisogni.com/

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Che cos’è la poesia?

Risponde Valerio Magrelli.  Dalla A di “autore” alla Z di “zeppa”,  in 21 voci il poeta Valerio Magrelli  compone per i ragazzi e le ragazze da 9 a 90 anni  “un contromanuale” di poesia.  Clicca QUI per ascoltare.

Valerio Magrelli, La rivincita della poesia

Tanto vale arrendersi all’evidenza: rispetto all’ampio e ricco mondo delle lettere, la poesia cova nascosta, silenziosa, come una forza segreta e insurrezionale. È un contagio gioioso, sotterraneo, ciclicamente pronto a riemergere improvviso. E a quel punto, non c’ è vaccino che tenga. Rispetto al rutilante mondo dei romanzi, dei saggi, delle interviste o delle biografie, questo genere letterario sa rimanere per lungo tempo acquattato all’ombra del mercato, limitandosi a poche centinaia di copie vendute, salvo risorgere repentino e prepotente nei momenti più imprevisti. 
Intendiamoci: tutti scrivono, sempre e da sempre, poesie, ma, di solito, pochissimi le leggono. Tranne che in periodi eccezionali, dove la parola poetica riprende voce.
Fu il caso, per esempio, del secondo dopoguerra in Francia (con il successo di autori quali Éluard o Prévert), ma anche di questo terzo “dopoguerra economico” in Italia, che forse è ancora presto definire ottimisticamente concluso. Nei nostri ultimi anni dominati da bolle finanziarie e frodi, Pil e default, nei nostri ultimissimi, frenetici mesi, vissuti sotto la cappa dello spread, nessuno avrebbe pensato a una riscossa tanto sensazionale. Eppure cosi è stato, tanto che adesso non sembra eccessivo parlare di una vera e propria rivincita della poesia, in un’ era, e soprattutto in un linguaggio sovrastati e triturati dalla tecnica.
Il primo segnale è stato indubbiamente l’ inatteso, per molti sorprendente Premio Nobel della Letteratura assegnato all’opera in versi dello svedese Thomas Tranströmer. Le sue raccolte, tradotte e ristampate (il suo lavoro era ovviamente già ben noto ai catacombali circoli delle riviste e delle antologie), hanno raggiunto vendite considerevoli anche con un piccolo e raffinato editore come Crocetti. In un paese che se legge poco in genere, legge addirittura pochissima poesia, ventimila esemplari costituiscono un’autentica conquista. Una conquista tanto più meritata se si ricorda che Nicola Crocetti (oltre ad essere uno fra i maggiori traduttori dal greco) è anche l’editore della più diffusa rivista del ramo. Poesia costituisce infatti l’unica pubblicazione di questo tipo presente nelle edicole del paese e profondamente radicata nelle abitudini di chi legge “andando a capo”. Ma non è tutto: a sancire l’urgenza di un bisogno come quello poetico, tanto impellente rispetto a un universo verbale dominato dall’angoscia dei numeri o dei termini finanziari, e soffocato dall’insignificanza o dall’inaffidabilità, è giunta la morte di una scrittrice amatissima anche dal grande pubblico.
Anche lei del Nord Europa, anche lei Premio Nobel della Letteratura, la polacca Wislawa Szymborska ha ben presto superato la barriera di un nome per noi impronunciabile, grazie a una serie di letture pubbliche seguite da migliaia di ascoltatori da Bologna a Catania. E mentre l’Istituto Polacco di Roma la celebrava con il ricordo di poeti e traduttori (da Antonella Anedda a Luigi Marinelli), una sua scelta di liriche per l’editore Adelphi ha raggiunto rapidamente l’ottava edizione. La lettura che ne ha proposto in televisione Roberto Saviano, poi, ha funzionato da detonatore, consentendo a quel libro di toccare le sessantamila copie di vendita, come ricordava ieri Calasso proprio su Repubblica. Sia chiaro, non si tratta affatto di una contraddizione: insistere sul successo di mercato è importante e giusto, perché la poesia vive attraverso i suoi lettori. Insomma, occorre rifiutare drasticamente l’equivoco secondo cui essa corrisponderebbe a una forma di espressione di tipo ristretto o elitario.
C’è una forza tranquilla e immediata nei versi della Szymborska quando dice, in Curriculum, «A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve». Una forza che è tale perché quei versi sembrano di oggi, per l’ oggi, dove tutto è così precario.
Amare la poesia rispetto alla prosa, equivale a preferire gli scacchi alla dama. Si tratta di un “gioco” più complesso, certo, ma non per questo più aristocratico (basterebbe chiederlo alle decine di milioni di scacchisti russi). Ci sono poeti per tutti i gusti, come succede con i romanzi. Ma è vero che la parola poetica suggerisce e può illuminare proprio per la sua brevità. E questa sembra essere diventata la sua forza.
La poesia, diceva Zanzotto, ha l’istantaneità del pixel televisivo, dato che il suo movimento si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Ecco perché, di sua natura, si rivela portatile, veloce, trasmissibile. Al pari di una staffetta, infatti, i versi passano di mano in mano, di display in display. Da questo punto di vista, non è un caso che un nuovo, fertilissimo terreno di coltura e ricerca si sia aperto grazie alle tecnologie come quelle offerte dagli sms, dalle bacheche di Facebook, dai blog (che spesso si aprono con intere schermate di versi, che evidentemente più di altre cose servono agli autori per esprimere emozioni e per svelare un’ identità intima da mostrare in pubblico) e, soprattutto, da Twitter. La rigorosissima struttura di questo codice comunicativo, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da venire racchiusi in pochi caratteri, si presta perfettamente a una riscoperta del “canale” poetico e di una tradizione antica come quella degli haiku giapponesi, ora al centro di una vera e propria “moda”. Da qui una festosa, magari ingenua, ma vivacissima partecipazione di tanti ragazzi. Provate a fare un tecno-giro e vedrete quante citazioni di Valéry, Rimbaud, Eliot, Donne. La tendenza è anche quella dei baci perugina – una frase per prenderti l’ anima – è evidente. Ma è vero che in questo modo qualcosa si trasmette e qualche libro va riaperto, e sfogliato. Bel paradosso, una tradizione umanistica tanto profondamente legata al senso polveroso della scuola e dell’ insegnamento obbligatorio, si trasforma nella forma d’ espressione più immediata, spontanea, pulsante.
Così ha un effetto speciale quel che sta succedendo in questi giorni, dopo la scomparsa di Lucio Dalla. Sui social network rimbalzano i versi delle sue canzoni. E molti di quelli scelti sono stati scritti dal poeta Roberto Roversi e da Paola Pallottino.
Più in generale la morte di questo vero musicista, che nulla aveva ovviamente a che fare con la poesia in senso stretto, ci fa capire come una parola del genere possa acquisire un significato più ampio e comprensivo. Lucio Dalla faceva “poesia” perché conosceva la grazia suprema di certi gesti insieme gratuiti e imprescindibili, come giocare con un clarinetto o raccontare la storia di un Pollicino smarrito nel porto di Genova. Ma in fondo, a ben vedere, Pollicino non è forse l’ angelo custode della poesia? Lo diceva Zanzotto in un sonetto: chi legge i versi raccoglie le briciole che lo riportano a casa.
“La Repubblica”, 4 marzo 2012

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Umberto Eco, Quaranta consigli di scrittura

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo,l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000

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