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Galileo Galilei

galileo-galilei

…a chi vuol una cosa ritrovare,
bisogna adoperar la fantasia
e giocar d’invenzione, e ’ndovinare.

Galileo Galilei, Capitolo contro il portar la toga

Portale Galileo, a cura del Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze.

La biografia di Galilei. Per il formato PDF stampabile clicca QUI.

Così si costuma e conviene nelle scienze le quali alle conclusioni naturali applicano le dimostrazioni matematiche, come si vede ne i perspettivi, negli astronomi […] li quali con sensate esperienze confermano i principii loro.

Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze

Gli strumenti scientifici di Galilei: il cannocchiale (o perspicillum). Il video.

Multimedia: videoapprofondimenti sulla vita, gli strumenti e le conoscenze scientifiche di Galileo.

Scienza e fede: documenti ed approfondimenti. CLICCA QUI.

Andrea Domenico Remps (1620-1699), Lo Scarabattolo (armadio delle cianfrusaglie), seconda metà XVII sec.

Maurizio Ferraris, Se umanesimo, calcoli e web vanno a braccetto, “La Repubblica”, 18 novembre 2017

Non è più il tempo del puro specialismo, non ci sono più territori separati: assistiamo così a una rivoluzione

Ci sono molte ragioni per ricordare Galilei (anzi, Galileo: singolarmente, viene spesso chiamato per nome, come se chiamassimo Newton “Isacco”), e che non riguardano soltanto le sue scoperte. La prima è ovviamente la vicenda biografica dell’abiura, e la sua ricaduta letteraria, il Galileo (appunto, se almeno ci atteniamo alle traduzioni italiane) di Brecht. La seconda è il fatto che, insieme al suo allievo Torricelli, è citato da Kant nella Critica della ragion pura come campione della scienza moderna. La terza è che viene citato non solo nella storia della scienza, ma nella letteratura italiana, e a due titoli: come eroe di Foscolo, di Leopardi, di Nievo, di Ungaretti e di Calvino, e come autore accolto nei classici della nostra lingua. Senza dimenticare che nella seconda metà del Novecento, molto tempo dopo che gli esperimenti di Galilei sul moto del pendolo erano stati consegnati alla storia della scienza, trovarono una nuova vita in sede di fenomenologia della percezione per opera di un grande psicologo come Paolo Bozzi. Queste molte ragioni (e non sono nemmeno tutte: c’è anche il Galilei musico, il Galilei tecnologo, il Galilei critico d’arte) sembrano disegnare il ritratto di un “ uomo leonardesco”, ossia, in parole povere, di un pezzo da museo. Una volta, ai tempi di Galilei, si faceva scienza come lui. Ora, per fortuna, non più: essere scienziati significa essere specialisti, e nello specialismo rientra soprattutto l’antitesi tra scienza e umanesimo. Al punto che quando un chimico come Primo Levi o un ingegnere come Carlo Emilio Gadda si mettono a scrivere romanzi si ha la sensazione di avere a che fare con delle bizzarrie, quasi con delle deviazioni rispetto all’ordine naturale delle cose. Ma siamo sicuri che sia così? In effetti, non solo la scienza non è più quella del puro specialismo, ma nemmeno le discipline umanistiche sono più quelle di una volta: nobili cose vetuste. E, soprattutto, la scienza e l’umanesimo non sono più due territori separati, visto che condividono lo stesso spazio, il web e le tecnologie a esso correlate. Assistiamo così a una rivoluzione per cui “l’uomo leonardesco” e lo scienziato galileiano non sono più semplicemente cose del passato. La scienza deve rendersi comprensibile, perché la società è sempre meno disposta a deleghe in bianco agli esperti: dunque deve saper comunicare, persuadere, discutere fuori dallo specialismo, ossia avvicinarsi a quell’unione tra scienza e umanesimo che vigeva ai tempi di Galilei. D’altra parte, l’umanesimo – nel momento in cui la più grande produzione industriale dell’Occidente è il documento: libri, scritti, messaggi, immagini – non è più semplicemente l’Arcadia, ma è un elemento cruciale per la tecnologia e l’economia.
Insomma, molta acqua è passata sotto i ponti non solo da quando Galilei misurava la frequenza del moto pendolare con le frequenze del suo polso, ma anche da quando essere scienziato significava sapere tutto su pochissimo. Il risultato di queste trasformazioni, in larga parte silenziose, e di cui non abbiamo ancora preso le misure, è enorme. Basti pensare che mentre trent’anni fa una mostra su Galileo ci avrebbe mostrato il passato della scienza, quella di oggi ce ne indica piuttosto il futuro.
* Docente di Filosofia Teoretica all’università di Torino

Donato Creti (1671-1749) Luna e Giove, 1711. Roma, Pinacoteca Vaticana

Raffaella De Santis, L’altro Galileo, scienza e arte, “La Repubblica”, 18 novembre 2017
A Padova si inaugura oggi una mostra sul padre del metodo sperimentale: l’inventore, il letterato ma anche l’uomo che ha cambiato la visione dell’universo
Dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso, passammo dagli astrologi agli astronomiC’è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell’esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all’osservazione scientifica. A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann (“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”, Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell’arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l’ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L’ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».
Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.
La mostra è un percorso concettuale ed estetico dal cielo prima di Galileo al cielo dopo Galileo, dai testi astrologici di Igino e Sacrobosco ai disegni astronomici di Leonardo, dall’Origine della via Lattea di Rubens, in cui la galassia alla quale appartiene il sistema solare è ancora mitologicamente avvinta al seno di Era, agli acquerelli e agli schizzi dello stesso Galilei. È esposto per la prima volta anche il ritratto dello scienziato dipinto da Santi di Tito. Dopo aver puntato un cannocchiale sulla superficie lunare è difficile dipingere il satellite come si faceva prima. Con il passare del tempo pittori come Gaetano Previati (La danza delle ore), Pellizza Da Volpedo (Il sole nascente) o Giacomo Balla (Mercurio passa davanti al sole) tentano di rendere con le immagini quello che aveva studiato Galileo. «Anche la scomposizione della luce attraverso la tecnica pittorica divisionista ha alle spalle l’osservazione scientifica galileiana», spiega Villa, professore di storia dell’arte a Bergamo e curatore negli anni di grandi mostre, tra le quali quelle su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano.
La mostra però non si ferma alle suggestioni del passato, ma spinge il gioco delle corrispondenze fino ai tempi più recenti, ai fumetti di Tintìn (Objectif Lune e On a marché sur la lune) o al cortometraggio protofantascientifico del 1902 di Georges Mèliès intitolato Il viaggio nella Luna (Le voyage dans la Lune), ispirato a Jules Verne, a H.G.Wells e alle incisioni con cui Gustavo Dorè nel 1868 aveva illustrato Le avventure del barone di Munchausen. Per arrivare infine al film Hugo Cabret di Martin Scorsese, in cui compare come personaggio lo stesso Méliès. E poi ci sono le opere di artisti contemporanei, da quelle spaziali di Anish Kapoor e Thomas Ruff fino all’americano Trevor Plagen, che fotografa scie luminose di rifiuti cosmici e ai video del tedesco Michael Najjar, tra cui Spacewalk, in cui un astronauta nuota nello spazio.
«Dopo Galileo anche lo spazio diventa sempre più prossimo, a portata di mano e noi ci scopriamo una piccola parte dell’universo. Oggi non siamo più noi ad osservare il cosmo, ma è il cosmo che osserva noi», dice Weppelmann, studioso ed esperto di arte italiana, che ha seguito da vicino la curatela della parte contemporanea della mostra. Non c’è da stupirsi. Dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969, Italo Calvino, che considerava Galileo il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, scrisse: “Il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in modo nuovo tante cose”. Parole che potrebbero fare da epigrafe alla mostra padovana.

Anish Kapoor, Full Moon (2014), stainless steel, 180 x 180 x 27.5 cm.

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2 commenti

Archiviato in Arte, Letteratura del Seicento, Quarta F, Scienza

Cancellare è plagio?

All writing is in fact cut ups. A collage of words read heard overheard. What else?
[Ogni scrittura è di fatto un’operazione di ritaglio. Un collage di parole lette sentite risentite. Cos’altro?]
William Burroughs, in The Cut-Up Method of Brion Gysin, 1961

“Stop alla vendita del disco Is This the Life We Really Want? dell’ex leader dei Pink Floyd Roger Waters. Il giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano ha confermato nel merito la decisione con cui il 16 giugno aveva inibito la commercializzazione, la diffusione e la distribuzione dell’involucro, della copertina, del libretto illustrativo e delle etichette dell’album per un’ipotesi di plagio delle celebri Cancellature, del 1964, dell’artista concettuale siciliano Emilio Isgrò“. FONTE repubblica.it

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La notizia porta a riflettere sul principio di imitazione, emulazione, originalità, plagio nell’arte. Il fatto, poi, che le “Cancellature” di Isgrò accostino l’ambito dell’arte visiva a quello della parola, il testo e l’immagine, permette di intersecare e contaminare i due ambiti e di moltiplicare, dunque, riferimenti e citazioni.

L’atto del cancellare in un contesto artistico può essere considerato un tratto unico, distintivo, identificativo e “originale”? E se fosse il tempo il grande, inimitabile cancellatore, sottrattore di senso, censore?

Questo è ciò che resta dell’iscrizione della Coppa di Nestore, ritrovata nella tomba di un giovane dell’antica colonia greca di Pithekoussai, sull’isola d’Ischia. Risale al 740-720 a C. e rappresenta uno dei primi esempi di scrittura nell’alfabeto greco (stile eubeo antico, da destra a sinistra in tre linee separate).

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 “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”.

Il “mistero” e il fascino di questa coppa? La possibile allusione presente nel lacunoso testo dell’iscrizione al re di Pilo Nestore, personaggio dell‘Iliade omerica.

Papiro di Ossirinco, Medio Egitto, II sec. d. C.: versi di Archiloco (VII sec. a.C.)

La cancellazione come damnatio memoriae

Egitto, tempio di Deir el-Bahari: la damnatio memoriae di Hatshepsut

Iscrizione erasa, Pozzuoli, Napoli, I sec. d. C. University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia.

Altare dedicato  a Helios/Sole e Domiziano, il cui nome è cancellato. Munich, Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek

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Iscrizione cancellata, Palmanova (Udine)

Labor limae. Cancellare per correggere

Cancellare, correggere, riscrivere se stessi. Alla ricerca della perfezione dal manoscritto alla stampa.

 “Io procedo a righe lentissime e tutte cancellature in un racconto faticosissimo e difficile, ma quando riesco finalmente a dipanarne qualche centimetro dalla densa matassa, mi diverte perché mette in scena esseri umani veri, ritratti a tutto tondo, anzi visi con la lente d’ingrandimento, e sfaccettature minime della vita. […] Il racconto mi viene sempre più lungo; chissà come faccio a finirlo. Non tutti i giorni uno si sente di scrivere. […] Questo racconto mi è venuto prolisso. Lunghissimo, prolisso. Non si capisce come mai, una volta ero uno stringatissimo, adesso la tiro in lungo, la tiro in lungo. Che barba, fare lo scrittore”.

Italo CALVINO a Maria Corti, in M. CORTI, Un eccezionale epistolario d’amore di Italo Calvino, in AA. VV., Italo Calvino. A writer for the next millenium, a cura di G. BERTONE, Edizioni dell’orso, Torino 1998

G. Leopardi, L’infinito, 1819

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Honoré de Balzac, Les Employés ou la Femme supérieure, 1837-38

Honoré de Balzac - 1837 www.artexperiencenyc.com

Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857): manoscritto autografo

Gustave Flaubert, manuscrit de Madame Bovary

M. Proust, bozze di stampa con correzioni autografe del romanzo Dalla parte di Swann, 1913

J. Joyce, Finnegans Wake, 1939: manoscritto autografo

Finnegans Wake - for any writer who has ever struggled to get it right first time, take solace from the pen of the great james joyce

J. L. Borges, L’Aleph, manoscritto autografo, 1945

ARRIVANO LE AVANGUARDIE!

Tra Futurismo, Dada e Surrealismo, testo, immagine, grafica si fondono e confondono. E si inizia a cancellare per nascondere, negare e insieme far emergere altro.

F. T. Marinetti, Parole in libertà, Irredentismo, 1914, Lugano, collezione privata

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Man Ray, Poema ottico,  Paris, mai 1924

Poem, Paris, mai (may), 1924

Man Ray disse di essersi ispirato a CHRISTIAN MORGENSTERN  (1871 – 1914), Canto notturno del pesce, 1905

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Un esempio di dipinto cancellato: Robert RauschenbergErased de Kooning Drawing, 1953. Sotto la tela è scritto:

 “Disegno di de Kooning cancellato / Robert Rauschenberg / 1953”

kuning

La testimonianza filmata di Rauschenberg (QUI una breve sintesi in lingua italiana)

Eugenio Miccini, Algebra, 1962

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray), Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London

idhangthatonmywall: “ Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

 

Joseph Beuys, Drawing

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Le procès-verbal, 1963

1964: le prime cancellature di Emilio Isgrò

 Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento, Milano

Un esponente della poesia visual spagnola: Fernando Millán, “Progresión negativa /2” (1967

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1969

Emilio Isgrò, Libro cancellato,1969

Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé, 1969

1969, Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé

 Jasper Johns, Untitled (Skull), 1973, Dallas Museum of Art: l’artista cancella la propria firma.

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Jean Michel Basquiat (1960-1988)

I cross out words so you will see them more: the fact that they are obscured makes you want to read them.

«Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più».

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Basquiat, 1983. Acrylic, oil paintstick and paper collage on canvas mounted on wood supports. Schorr Family Collection, Princeton University Art Museum

Nota di Basquiat, Brooklyn Museum, New York

[…] Io sono Jean Michel Basquiat
quello che sulle sue tele prendeva il caffè,
pranzava, si infuriava, gioiva e si disperava
e quando glielo permettevano dormiva
quello che sulle sue tele scriveva
i numeri di telefono delle sue amanti
e li cancellava quando litigava con loro
perché per evidenziare le cose
e fare in modo che la gente le noti
cancellarle completamente è l’unico e il miglior metodo.

da Harkaitz Cano, Basquiat, 2001

Joseph Kosuth, “Zero & Not” (1985-1986): le pareti sono ricoperte da testi di Freud cancellati.

"Zero & Not" (1985-1986), Joseph Kosuth (Toledo, EE. UU., 1945) es un artista estadounidense. Estudia en Toledo (1965) y completa su formación en la School of Visual Arts de Nueva York. Pronto se convierte en importante líder del arte conceptual, llegando al rechazo absoluto de cualquier tipo de producción de obras, debido a su carácter ornamental.

Joseph Kosuth, Zero and Not, Sigmund Freud Museum, Vienna, 2014-15

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1975: William Xerra, Vive

Vive Man Ray e Isgro

Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

« je dois apprendre aux curieux » (Xavier de Maistre, 1763 - 1852) Credits: Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

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L’opera “Expédition nocturne n° 1” è l’iconico sfondo di Philippe Daverio nella trasmissione  Passepartout su Rai 3.

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Banksy e la street art

Banksy, Chinatown, Boston, Massachusetts, 2011

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68th Street and 38th Avenue in Queens, New York

Banksy, Woodside, NYC

Banksy, Los Angeles, California

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«Il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». Penelope Alfrey, storica dell’arte, Università di Edimburgo.

Sul fronte poetico (e visivo…)

Si chiama erasure poetry o blackout poetry. Consiste nel ricavare un nuovo testo poetico cancellando parte di un testo preesistente, cui viene dato nuovo significato, senso e lettura  in accordo o in contrasto con l’originale.

All poetry is fragment: it is shaped by its breakages at every turn. It is the very art of turnings, toward the white frame of the page, toward the unsung, toward the vacancy made visible, that wordlessness in which our words are couched.
Heather McHugh, Broken English: What We Make of Fragments, in Broken English: Poetry and Partiality, Wesleyan University Press, 1993

Ronald Johnson (USA, 1935-1998), Radi os, 1977: uno dei primi esempi di erasure poetry, che cancella e “riscrive” il poema di Milton Paradise Lost.

Risultati immagini per Ronald Johnson’s Radi os

Queste immagini, invece, sono parte del progetto A Humument: A treated Victorian novel  dell’artista visuale britannico  Tom Phillips. Iniziato nel 1966A Human document venne pubblicato per la prima volta nel 1970.

Risultati immagini per Tom Phillips’ A Humument

 The O Mission Repo di Travis Macdonald (2008) cancella e “riscrive” il 9/11 Commission Report del 2004 (ovvero il rapporto della Commissione d’inchiesta incaricata  dalla Presidenza  e dal Congresso degli Stati Uniti di far luce sugli eventi dell’11 settembre 2001).

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Travis Macdonald è anche autore di un saggio del 2009  intitolato A Brief History of Erasure Poetics, in cui si legge:

Over the past fifty years, spurred in no small part by similar gestures in the visual arts (see Robert Rauschenberg’s “Erased de Kooning Drawing”) a new form of reductive poetics has emerged, concerning itself with the deliberate removal (or covering over) of words on the page rather than their traditionally direct application thereto. The practitioners of this relatively new form are scattered widely across disparate schools, lineages, methods and styles might not consider themselves members of any sort of literary movement, let alone this one in particular. They are, nevertheless, connected by a common intent: to fully enact and embody the naturally evolving processes of erasure in their work and to thereby assist in the reclamation of our language and culture one text at a time.

Live Now,  Blackout Poem by Kevin Harrell, agosto 2012

Live Now - Blackout Poem by Kevin Harrell (see more at www.blackoutpoetry.net)

 

Un altro esempio di  blackout poem (FONTE http://www.northbynorthwestern.com/story/blackout-poetry-recipes/): 2014

Una variante di erasure poetry: Tree of Codes dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (2010)

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J.  Vanasco, Absent things as if they are present. A history of literature created by erasure, collage, omission, and wite-out, in “The Believer“, gennaio 2012

Why erase the works of other writers? The philosophical answer is that poets, as Wordsworth defines them, are “affected more than other men by absent things as if they were present.” The More practical answer: compared to writing, erasing feels easy. But I am here to convince you: to erase is to write, style is the consequence of the writer’s omissions, and the writer is always plural. To erase is to leave something else behind.

Un sito dedicato alla blackout poetryhttp://newspaperblackout.com/

In Italia viene anche usata la definizione di CAVIARDAGE, ovvero “Metodo didattico di scrittura creativa poetica che può essere usato sia personalmente, che come strumento di lavoro da diversi professionisti (insegnanti, maestre, psicologi, psicoterapeuti, arteterapeuti, counsellor…)
Il Metodo è stato creato da Tina Festa e racchiude diverse tecniche di scrittura creativa poetica che aiutano a scrivere poesie e pensieri non partendo da una pagina bianca ma da testi già scritti: pagine strappate da libri da macero, articoli di giornali e riviste, ma anche testi in formato digitale. la tecnica di base si contamina con svariate tecniche artistiche espressive (quali il collage, la pittura, l’acquarello, etc.) per dar vita a poesie visive: piccoli capolavori che attraverso parole, segni e colori danno voce a emozioni difficili da esprimere nel quotidiano”. FONTE: https://www.caviardage.it/ufaqs/che-cose-il-caviardage/

La parola francese caviardage (derivata da caviar, caviale, di colore nero), significa sopprimere, cancellare, censurare. Indica comunemente un metodo di scrittura creativa di derivazione oulipiana.

Tra i consigli dello scrittore americano AUSTIN KLEON, autore di Steal like an artist (trad. it. Ruba come un artista, Vallardi, 2013) e di Newspaper Blackout, c’è quello di superare il blocco della pagina bianca con il metodo della blackout poetry. Basta prendere un giornale e…

Ecco un esempio di blackout poem che enuncia un fondamentale principio di Kleon (e non solo):

art is 99 percent robbery

Per tornare al punto di partenza

Sean Evans, Danny Kamhaji e Dan Ichimoto sono i grafici che hanno curato la copertina del disco di Roger Waters Is this the life you really want?

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I grafici di Roger Waters si sono davvero ispirati a Isgrò e alle sue cancellature? O si può considerare un esempio di erasure poetry o caviardage che dir si voglia, ampiamente diffuso e sperimentato da decenni?

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The poetry of erasure is taking place all around us. Underneath the pavement, behind newspaper headlines, on paste-layered billboards and graffiti-laden walls, our communal landscape is continuously peeling away and papering over itself. Its very surface is a living thing in flux between dueling processes of decay and renewal, driven in the name of progress to adapt to the shifting contextual demands of culture or be replaced, removed, re-imagined.
Travis McDonald, A Brief History of Erasure Poetics, 2009

L’immagine è tratta dal libro “Steal like an artist”, di Austin Kleon, 2012

… la creatività è remix-“rimescolamento”:

I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione.  T. S. Eliot

PER APPROFONDIRE

Brian Dillon, The revelation of erasure,  September 2006, Tate articles 

The eloquence of absence: omission, extraction and invisibility in contemporary art

Luigi Mascheroni, ELOGIO DEL PLAGIO. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web, Aragno2015

Jeannie Vanasco, Absent Things As If They Are Present, in “The Believer”, January 2012 (a proposito dell’originalità della erasure poetry e del concetto di plagio)

C. Arienti, Caso Waters: Isgrò cancella la sua arte, umanistranieri.it, 26 luglio 2017

Un recente intervento su  diritti d’autore e arte: http://www.bugnion.it

Cancellare per censurare: anche questa è arte?

In inglese data sanitization è il processo di rimozione di dati sensibili da un documento, allo scopo di rendere leggibile il documento stesso a più persone, proteggendo informazioni segretate o dati sensibili.

 

TROVATI IN RETE

Feltre (BL), 1797.  Scalpellini al seguito dell’esercito rivoluzionario francese cancellano le iscrizioni sulle lapidi dei palazzi nobiliari e ogni traccia scritta del dominio veneziano. 

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2009: la copertina del romanzo Censoring an Iranian Love Story dello scrittore iraniano Shahriar Mandanipour (Knopf)

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Una pagina del romanzo:

iranian love story

agosto 2009: pubblicità della rivista musicale “Rolling Stone” (Art Director Federico Pepe, copywriter Lorenzo Crespi

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2009: campagna pubblicitaria Volkswagen (Agenzia DDB)

Volkswagen Print Ad - Money

2010: la copertina del libro di Paolo Di Stefano Potresti anche dirmi grazie (Francesca Leoneschi, Art Director Rizzoli editore) 

2013: Cancellare dai quotidiani l’informazione (campagna pubblicitaria Lorenzo Marini Group per FCP Assoquotidiani)

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2014: Susan Philipsz, Part File Score, Installation, 1 Februar – 4 Mai 2014, Hamburger Bahnhof, Staatliche Museen zu Berlin

2015: la campagna dedicata al World Press Freedom Day Censorship (Sanjeev Saikia)

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La copertina del libro autobiografico di Mohamedou Ould Slahi Guantánamo Diary, Little, Brown and Company, 2015

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The Drone Memos, ACLU, 2016

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La copertina dell’album del gruppo indie rock Guster Live With The Redacted Symphony (2013):

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La cancellatura manifesto: CancellAzioni, Mantova, Festival della Letteratura, 2013, MorsoCollettivo

Fearless, serie televisiva ITV, 2017

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Tanti piccoli “imitatori” o plagiatori di Isgrò: la tecnica didattica del CAVIARDAGE è illustrata da Tina Festa QUI.

Cancellature di moda

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Erasure poetry merchandising

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Autore non identificato: immagine pubblicata su http://sdfla.blogspot.it/2013/06/government-files-two-responses-to-dore.html (giugno 2013)

E per finire… anche questo è caviardage:

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“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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“… quella finestra…”

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E. Munch, Ragazza alla finestra, 1896-97, collezione privata

“Il firmamento terreno di ciascuno è pieno di stelle inferme, che ammiccano e palpitano come quelle celesti; diverse, da migliaia di finestre, per migliaia di occhi solitari e certo perfettamente adatte ad ognuno. Chi va alla finestra, come qui il nostro consigliere, va sotto la propria costellazione; e certo bisognerebbe interpretare questo lontano e fervido appello della tenebra, se ne fossimo capaci.”
HEIMITO VON DODERER, Le finestre illuminate, Einaudi, 1961

FINESTRE NEL TEMPO

SYNAPSIS – EUROPEAN SCHOOL FOR COMPARATIVE STUDIES, “Finestre – Windows – Fenêtres”,
Pontignano, 4-11 settembre 2004

Le più antiche figurazioni della finestra testimoniano la sua importanza nell’immaginario: è il luogo in cui appare la divinità, che può essere il Faraone oppure una donna che nel suo mostrarsi invitante raffigura la dea della fecondità, salvo poi, nel mondo biblico e in quello greco, perdere le connotazioni divine per esibire solo l’offerta erotica di sé. Ma i Padri della Chiesa, e poi la letteratura e l’arte occidentale, ritroveranno la sacralità: la finestra è il luogo di comunicazione con la luce e con il cielo (Fenestra Coeli), è soprattutto l’elemento fondamentale di ogni Annunciazione perché i raggi che ne attraversano il vetro e illuminano la Madonna sono la rappresentazione della sua immacolata concezione. Ma, come luogo di passaggio tra due mondi diversi, e di conseguenza anche simbolo dei cinque sensi, è anche apertura che permette l’ingresso del Demonio, diventando così persino immagine di morte. Dal Medioevo in poi, la sensualità e la dialettica luce-ombra, bene-male, affascinano in vario modo scrittori e artisti: nella letteratura e nell’arte, le donne continueranno per secoli ad affacciarsi, guardando (magari da dietro una imposta) il giovane che passa per corteggiarle e poi dialogando con lui o aiutandolo (persino con le proprie trecce) a scalare il muro fino a farlo entrare, o salutando con dolore l’alba che traluce da uno spiraglio e pone termine a una notte d’amore.
Col Rinascimento e la laicizzazione, la luce che entra dalla finestra permette alla pittura e alla architettura di creare un mondo concreto di forme e di colori per la vita reale degli esseri umani. Quando si arriva all’Ottocento, nell’arte come nella letteratura la finestra acquista una grande importanza. Per le donne, è un elemento fondamentale, insieme alla porta, dello spazio domestico, e quindi simbolo di attesa, di desiderio ma anche di fuga; gli uomini prediligono le finestre in alto, da cui dominare lo spazio esterno (che spesso è lo spazio posseduto della proprietà terriera), oppure tenersi fuori dal tumulto cittadino per meditare o scrivere. Per tutti, è un luogo di osservazione, naturale, scientifica, sociale, interiore, e diventa perciò immagine del nuovo scrittore che riflette non a caso sul problema, tecnico e etico insieme, del “punto di vista” da cui guardare la realtà, e insieme, rovesciando la prospettiva, spia quello che accade negli interni. Sguardo e controllo hanno naturalmente anche una dimensione politica.
Nella frenesia di conoscenza rapida che prende tutti nel passaggio alla modernità, innumerevoli sono le finestre meccaniche, come la fotografia, il cinema e la televisione, da cui tentare di controllare le nuove realtà in un mondo che cambia con ritmi vertiginosi. E l’esperienza stessa della velocità si racconta guardando il paesaggio da altre finestre come quelle dell’automobile, del treno o dell’aereo, mentre anche il computer ci procura un nuovo modo di sperimentare la complessità del reale.

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Caravaggio, La vocazione di San Matteo, particolare

F. Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, C

Quella fenestra ove l’un sol si vede,
quando a lui piace, et l’altro in su la nona;
et quella dove l’aere freddo suona
ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede;

e ‘l sasso, ove a’ gran dí pensosa siede
madonna, et sola seco si ragiona,
con quanti luoghi sua bella persona
coprí mai d’ombra, o disegnò col piede;

e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;
e lla nova stagion che d’anno in anno
mi rinfresca in quel dí l’antiche piaghe;

e ‘l volto, et le parole che mi stanno
altamente confitte in mezzo ‘l core,
fanno le luci mie di pianger vaghe.

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Rerum vulgarium fragmenta, CCCXXIII

Standomi un giorno solo a la fenestra,
onde cose vedea tante, et sí nove,
ch’era sol di mirar quasi già stancho,
una fera m’apparve da man destra,
5con fronte humana, da far arder Giove,
cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
che l’un et l’altro fiancho
de la fera gentil mordean sí forte,
che ’n poco tempo la menaro al passo
10ove, chiusa in un sasso,
vinse molta bellezza acerba morte:
et mi fe’ sospirar sua dura sorte. […]

Fenesta ca lucive, 1842, esecuzione di Enrico Caruso

P.P.Pasolini, Decameron, 1971 (Ser Ciappelletto)

Addio fenesta, réstate ‘nzerrata
ca nénna mia mo nun se po’ affacciare.
Io cchiù nun passaraggio pe’ ‘sta strata
vaco a lo campo santo a passiare!

La finestra è il luogo dell’attesa, la cornice nella quale il desiderio attende l’epifania del suo oggetto. E’ il riquadro dal quale si guarda fuori in attesa oppure al quale si guarda sperando di veder affacciarsi qualcuno [……] finestra che si apre e si chiude, finestra illuminata e poi spenta, finestra luogo dell’attesa e della contemplazione”.
Francesca Rigotti, Il pensiero delle coseApogeo Editore, 2007

Henri Matisse, Porta-finestra a Collioure, 1914 Olio su tela, Collection Centre Pompidou, Paris

«Si ricordi quella fenestrella sopra la scaletta ec. Onde io dal giardino mirava la luna o il sereno [… ] sdraiato presso un pagliaio a S. Leopardo sul crepuscolo vedendo venire un contadino dall’orizzonte avendo in faccia i lavoranti di altri pagliai ec., torre isolata in mezzo all’immenso sereno come mi spaventasse con quella veduta della camerottica per l’infinito».
Memorie e disegni letterari, in G. Leopardi, Poesie e prose,  a cura di Mario Andrea Rigoni, vol. I, Milano, Mondadori, 1987

G. LEOPARDI, CantiLe ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! […]

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli. […]

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A. MANZONI, Promessi sposi, cap. XXI

“Che allegria c’è? Cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò; … al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
[…] Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.”

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Bambina alla finestra di una casa di Novalucello, Foto di Giovanni Verga, 1892

G. VERGA, I Malavoglia, Milano 1881

“Le ragazze devono avvezzarsi a quel modo, rispondeva Maruzza, invece di stare alla finestra. “A donna alla finestra non far festa”.
– Certune però collo stare alla finestra un marito se lo pescano, fra tanti che passano; osservò la cugina Anna dall’uscio dirimpetto.
La cugina Anna aveva ragione da vendere; perché quel bietolone di suo figlio Rocco si era lasciato irretire dentro le gonnelle della Mangiacarrubbe, una di quelle che stanno alla finestra colla faccia tosta.”

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René Magritte, L’éloge de la dialectique, 1936

L. PIRANDELLO, L’esclusa, 1901

Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
La notte era umida. In basso, dopo il ripido degradare delle ultime case giù per la collina, la pianura immensa, solitaria, si stendeva sotto un velo triste di nebbia, fino al mare laggiù, rischiarato pallidamente dalla luna. Quant’aria, quanto spazio fuori di quell’alta finestra angusta! Guardò la facciata della casa, esposta lassù ai venti, alle piogge, malinconica nell’umidore lunare; guardò in basso la viuzza nera, deserta, vegliata da un solo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e si sentì crescere l’angoscia. Rimase attonito, quasi con l’anima sospesa, a mirare; e come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri alieni, memorie smarrite, impressioni lontane gli s’affacciarono allo spirito, senza precisarsi tuttavia.

L. PIRANDELLO, Il fu Mattia Pascal, 1904 (cap. XI)

Sì, forse anch’ella istintivamente obbediva al bisogno mio stesso, al bisogno di farsi l’illusione d’una nuova vita, senza voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un’aura dell’anima, aveva schiuso pian piano per lei, come per me, una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto appressarci a quella finestra né per richiuderla né per vedere che cosa ci fosse di là. […]

Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli scuri. A un certo punto, la luna, declinando, si mostrò nel vano della mia finestra, proprio come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora sveglio a letto, per dirmi:
«Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero?»

 

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Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre, 1875, Collezione privata

C. BAUDELAIRE,  Le finestre, in Lo spleen di Parigi, 1869

Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante d’una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita.

Al di là delle onde dei tetti, vedo una donna matura, già rugosa, povera, sempre china su qualche cosa e che non va mai fuori, Col suo volto, con la sua veste, con il suo gesto, con quasi nulla, ho rifatto la storia di codesta donna, o meglio la sua leggenda: a volte me la racconto da me piangendo.
Fosse stato un povero vecchio, avrei rifatto con altrettanta facilità la sua storia.
E vado a letto, orgoglioso di aver vissuto e sofferto in altri che in me stesso.
Forse mi direte:
” Ma sei sicuro che codesta leggenda sia quella vera?”.
Cosa conta mai quella che è la realtà fuori di me, se m’ha aiutato a vivere, a sentire quello che sono?”.

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E. Munch, Notte a St. Cloud, 1890

G. PASCOLI, Finestra illuminata:  Mezzanotte, Myricae, 1891

 a A. B.

Otto… nove… anche un tocco: e lenta scorre
l’ora; ed un altro… un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s’ode, che passa. C’è per vie lontane
un rotolìo di carri che s’arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

II

Un gatto nero

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
un mare immenso: nell’immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
per la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t’apre i suoi verdi occhi…

E. MONTALE, Il balcone, da Le occasioni, 1939

Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ho congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.

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Egon Schiele, Finestre,1914, Wien Museum, Österreichische Galerie

Ferdinando Pessoa (1888-1935) , Non basta aprire la finestra, in Poemas Completos de Alberto Caeiroin Poemas Inconjuntos, Athena,  Lisboa, 1925

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

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Cerith Wyn Evans, Think of this as a Window, 2005, Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera

DONNE ALLA FINESTRA

G. FLAUBERT, Madame Bovary, 1857

La signora Bovary aveva aperto la finestra sul giardino e guardava le nuvole.

Si ammassavano dalla parte del sole morente, verso Rouen, e scivolavano via rapide, in volute nere, dietro le quali spuntavano grandi raggi di sole simili a frecce d’oro di un trofeo sospeso per aria. Il resto del cielo era vuoto e aveva la bianchezza della porcellana. Una folata di vento fece inclinare i pioppi. All’improvviso venne giù la pioggia, crepitando sulle foglie verdi. Poi riapparve il sole, le galline si misero a cantare, i passeri scossero le ali dentro gli umidi cespugli. Rivoli d’acqua scorrevano sulla sabbia, trascinavano i fiori rosi di una gaggia.

Image

Pablo Picasso, Donna seduta accanto a una finestra, 1932

Viginia Woolf, Mrs Dalloway, 1925

Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself.

For Lucy had her work cut out for her. The doors would be taken off their hinges; Rumpelmayer’s men were coming. And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to children on a beach.

What a lark! What a plunge! For so it had always seemed to her, when, with a little squeak of the hinges, which she could hear now, she had burst open the French windows and plunged at Bourton into the open air. How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave; chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she then was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen; looking at the flowers, at the trees with the smoke winding off them and the rooks rising, falling; standing and looking until Peter Walsh said, “Musing among the vegetables?” – was that it? – “I prefer men to cauliflowers”—was that it? He must have said it at breakfast one morning when she had gone out on to the terrace – Peter Walsh. He would be back from India one of these days, June or July, she forgot which, for his letters were awfully dull; it was his sayings one remembered; his eyes, his pocket-knife, his smile, his grumpiness and, when millions of things had utterly vanished – how strange it was! – a few sayings like this about cabbages.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati fra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come fosse stata coniata nuova di zecca per dei bambini su una spiaggia.

Che emozione! Che tuffo al cuore! Sempre così le era sembrato, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo. E stava lì e guardava, quando Peter Walsh disse: “In meditazione tra le verze?”. Disse così? O disse: “Io preferisco gli uomini ai cavoli?”. Doveva averlo detto a colazione una mattina che lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India, sì, uno di quei giorni, in giugno o luglio forse, non ricordava bene, perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rimanevano impresse, e gli occhi, il temperino, il sorriso, e quel suo modo di fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era strano! – alcune sue espressioni, come questa dei cavoli.        Traduzione di N. Fusini

AL CINEMA

A. Hitchcock, Rear window (La finestra sul cortile), 1954

Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003

… E IN MUSICA

Bob Dylan, Hey, please come out your window

U2, Window in the skies

PER APPROFONDIRE

Finestre nell’arte:

http://www.lefiguredeilibri.com/2012/06/11/la-finestra-nellarte-e-nellillustrazione/

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-rinascimento-e-seicento.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-romanticismo-e-impressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-post-impressionismo-ed-espressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-dal-cubismo-al-surrealismo.html

http://www.milanoplatinum.com/edward-hopper-una-finestra-sulla-solitudine-urbana.html

“Il desiderio di un piccolo spazio privato esprime una sempre maggiore coscienza della propria individualità fìsica e spirituale, condotta dagli scrittori al limite dell’egotismo. «Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea» scrive Flaubert. «Poiché non possiamo spegnere il sole, dobbiamo tappare tutte le finestre e accendere lampadari nella nostra stanza». Indubbiamente, il sentimento dell’interiorità ha preceduto, nell’uomo, l’esigenza d’intimità. Ma, nel XÌX secolo, la stanza è lo spazio del sogno, dove si ricostruisce il mondo.
Si comprende tutto ciò che accade nello spazio privato, in cui si materializzano le mire di potere, i rapporti interperspnali e la ricerca del proprio io. Non ci deve sorprendere quindi che la casa svolga un ruolo di tale rilievo nella letteratura e nell’arte. I giardini assolati di Monet, le finestre socchiuse di Matisse, le ombre crepuscolari della lampada in Vuillard: la pittura penetra nella casa e ne svela i segreti. La sedia impagliata della stanza di Van Gogh ce ne fa conoscere la solitudine. La letteratura, per lungo tempo tacita sugli interni, li descriverà presto con un’attenzione minuziosa che mostra quanto sia cambiato il rapporto con luoghi e oggetti. Quanta strada dai sintetici schizzi di Henry Brulard ai meticolosi inventar! di Maumort, personaggio in cui si rispecchia Martin du Gard, fino a La vie, mode d’emploi di Georges Perec!”

Ph. Ariès, G. Duby, La vita privata, L’Ottocento, Milano-Bari, Laterza, 1988

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End of all days

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                                      John Martin, “La fine del mondo”, 1851-1853

A che ora è la fine del mondo?

Si parla di Apocalisse tutte le volte in cui la Storia subisce, come nel tempo che stiamo vivendo, accelerazioni improvvise. Ma se, più che un concetto negativo, fosse da intendersi come la nascita di una nuova consapevolezza?
Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria e il suo passato, può dire di avere assistito alla scomparsa di un’epoca Ma forse, adesso, con l’evoluzione scientifica e la tecnologia che cambiano di continuo le nostre percezioni, a terminare davvero sarà l’idea di considerarsi ancora i soli protagonisti dell’universo

Marc Augé, in “Repubblica Cult”,  20 novembre 2016

Il tema della fine del mondo ha sempre ossessionato l’universo abramitico, come l’immagine di una seconda morte dopo quella di ciascuno dei miliardi di individui che nel corso del tempo avevano conosciuto, ognuno per proprio conto, la prova della morte e del giudizio di Dio. È il cristianesimo che spinge fino all’estremo questa visione con il dogma della risurrezione della carne: tutti i morti risusciteranno e ritroveranno un involucro corporeo prima del giorno del giudizio. Anche il Cristo ritroverà il suo corpo umano, il suo “corpo glorioso” fornito di poteri speciali; tutti i beati, analogamente, si reincarneranno in un corpo glorioso. Resta nel vago la natura del corpo in cui si reincarneranno i dannati, sottoposti in qualche modo a una pena doppia, considerando che il giorno del giudizio non rappresenta una sentenza d’appello, ma conferma, in linea di principio, quella che è stata pronunciata alla morte di ogni individuo.
Questo giorno del giudizio vedrà riunita un bel po’ di gente, perché già oggi si calcola che siano morti 108 miliardi di esseri umani dall’apparizione dell’uomo sulla Terra. Se pensiamo che per ogni individuo la morte rappresenta la fine del mondo, bisogna ammettere che ogni anno il mondo finisce per 59 milioni di esseri umani.
Oggi possiamo avere la percezione che la fine del mondo nel senso abituale del termine, per lontana che sia, si stia già profilando, per il modo dispendioso e incontrollato con cui l’umanità, in crescita demografica galoppante, tratta o per meglio dire maltratta il pianeta Terra. Proviamo un senso di colpa collettivo per questa situazione, e in un certo senso ci sottoponiamo anticipatamente al giudizio che potrebbe essere pronunciato sull’imprevidenza umana. Ci avvertono continuamente dei rischi che comporta il riscaldamento dell’atmosfera eppure continuiamo a riversare anidride carbonica nell’aria, a prosciugare le ricchezze della terra e a sotterrarci dentro rifiuti di ogni sorta, comprese le scorie nucleari. E vediamo i più previdenti interessarsi alle scialuppe di salvataggio del nuovo Titanic su cui tutti saremo imbarcati: un miliardario progetto di colonizzare Marte, altri pensano alla criogenia per fuggire e rinascere in un mondo migliore, su un altro pianeta, come in 2001 Odissea nello spazio, all’occorrenza con un corpo migliorato e tecnologicamente “glorioso”.
Ma se si eccettuano queste visioni di fuga nell’universo, uno dei grandi paradossi della nostra epoca è piuttosto il seguente: più la scienza appare come il solo ambito dell’attività umana in cui si possa parlare con sicurezza di progresso, meno sembra capace di ispirare a un vasto pubblico un sentimento di adesione spontanea. Forse ci stiamo abituando a non pensare più veramente nel tempo, a pensare il tempo, e le tecnologie della comunicazione ci trasmettono troppo facilmente il sentimento di vivere in un eterno presente. Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria, il suo passato, può dire di aver vissuto la fine di parecchi mondi, ma al tempo stesso è certo di non avere la minima presa su questa accelerazione della storia, fatica a darle un senso.
Negli anni Quaranta, in Bretagna, ho conosciuto una vita abbastanza vicina a quella che doveva essere la vita nel XIX secolo: le cappelle intorno al villaggio dove viveva la mia famiglia erano consacrate a dei santi guaritori legati a fonti miracolose: una curava le malattie degli occhi, un’altra proteggeva la salute dei cavalli. Oggi l’allevamento intensivo dei maiali deve fare i conti con le difficoltà del mercato mondiale e le pale eoliche sparpagliate per il paesaggio sembrano testimoniare la crisi delle energie di origine fossile: insomma, siamo immersi nei problemi del XXI secolo, come se il XX, malgrado le sue due guerre mondiali, fosse stato aggirato. È una sensazione senza alcun fondamento storico, ma che corrisponde, secondo me, a quello che ci può ispirare lo spettacolo dei cambiamenti in costante accelerazione e lo sgretolamento dei paradigmi che in teoria dovrebbero spiegarlo.
Il tema della fine del mondo emerge quando la storia si accelera e quando scompare il tema del fine (non la fine) della storia. La fine delle grandi narrazioni di cui ha parlato Lyotard può apparirci come una regressione intellettuale, per esempio uno svelamento dei rapporti di forza tra nazioni, senza un’autentica posta in gioco intellettuale e ideologica. Putin non è Lenin. Obama non è Jefferson e nemmeno Newton. Il tenore dei messaggi che fanno più proseliti nel mondo oggi è esplicitamente religioso. Questa constatazione del mondo com’è oggi, con le sue tecnologie di comunicazione indifferenti al tenore dei messaggi, lo spettacolo di una commedia politica che traveste o dissimula gli interessi finanziari dei più ricchi, i calcoli freddi dei pensatori di un certo islam che aspirano a sottomettere il pianeta, tutto questo potrebbe incoraggiare la visione di un mondo allo stremo, destinato alla violenza o all’alienazione.
Ma mi sembra che se prestiamo attenzione al fatto che la storia non è mai stata un lungo fiume tranquillo, i violenti sussulti a cui assistiamo oggi possano essere interpretati come un parto, più che come un’agonia.
Forse c’è un nuovo mondo che sta nascendo nel dolore.
1) La morte delle ideologie e la fine delle grandi narrazioni possono essere considerate come il progresso di un’ottica scientifica. La scienza procede per grandi ipotesi, ma le sottopone a verifica e al bisogno le corregge o le abbandona. Il concetto di “revisionismo” non è scientifico. Forse ben presto impareremo a produrre e sperimentare ipotesi politiche o socioeconomiche.
2) Viviamo un radicale cambiamento di scala, che non si limita al nostro pianeta. Stiamo uscendo pian piano dal geocentrismo: ci sono miliardi di sistemi solari nella nostra galassia, miliardi di galassie nell’universo conosciuto. Questa constatazione conforterebbe l’ipotesi che non è la storia che si conclude, ma la preistoria dell’umanità come società planetaria. La fantascienza si interessava ai marziani. Ora comincia la storia dei terrestri.
3) I progressi della scienza sono anch’essi in accelerazione costante. Oggi sappiamo infinitamente più cose di cinquant’anni fa, e non possiamo immaginare quale sarà lo stato delle nostre conoscenze fra cinquant’anni.
4) Una sola finalità: la conoscenza. L’uomo terrestre nascerà il giorno in cui tutti gli esseri umani saranno interessati a sapere cosa sono. L’utopia dell’istruzione è il futuro dell’umanità.
5) Per diventare dei terrestri, ci rimane solo da riconoscere la tripla dimensione dell’essere umano (individuale, culturale e generica), ogni individuo deve riconoscere in sé e in ognuno degli altri la sua parte di umanità generica, indipendentemente dal sesso e dall’origine. Quando Armstrong ha camminato sulla Luna abbiamo detto: l’uomo ha camminato sulla Luna. Io amo citare la formula di Sartre: «Ciascun uomo è tutto l’uomo».
6) La dimensione generica è transculturale. Oltrepassa l’identità ristretta di ogni cultura; è compito della democrazia sciogliere più che può la tensione tra le costrizioni del “senso sociale” che definisce le relazioni all’interno di una cultura e il bisogno di iniziativa dell’individuo, altrimenti detto libertà individuale.
( Traduzione di Fabio Galimberti)

L’antropologo francese Marc Augé ( nato a Poitiers nel 1935) ha discusso sul tema della fine del mondo in una conferenza al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato che ha riaperto sotto la direzione di Fabio Cavallucci.

APOCALISSE: un’antologia

SENECA, Thyestes, vv. 828-883

CHORUS
Sed quidquid id est, utinam nox sit!
trepidant, trepidant pectora magno
percussa metu: ne fatali cuncta ruina               830
quassata labent iterumque deos
hominesque premat deforme chaos,
iterum terras et mare cingens
et uaga picti sidera mundi
natura tegat. Non aeternae
facis exortu dux astrorum
saecula ducens dabit aestatis
brumaeque notas, non Phoebeis
obuia flammis demet nocti
Luna timores uincetque sui                                    840
fratris habenas curuo breuius
limite currens. Ibit in unum
congesta sinum turba deorum.
hic qui sacris peruius astris
secat obliquo tramite zonas,
flectens longos signifer annos,
lapsa uidebit sidera labens;
hic qui nondum uere benigno
reddit Zephyro uela tepenti
Aries praeceps ibit in undas,                                   850
per quas pauidam uexerat Hellen;
hic qui nitido Taurus cornu
praefert Hyadas, secum Geminos
trahet et curui bracchia Cancri;
Leo flammiferis aestibus ardens
iterum e caelo cadet Herculeus,
cadet in terras Virgo relictas
iustaeque cadent pondera Librae
secumque trahent Scorpion acrem.
et qui neruo tenet Haemonio                                   860
pinnata senex spicula Chiron,
rupto perdet spicula neruo;
pigram referens hiemem gelidus
cadet Aegoceros frangetque tuam,
quisquis es, urnam; tecum excedent
ultima caeli sidera Pisces,
monstraque numquam perfusa mari
merget condens omnia gurges;
et qui medias diuidit Vrsas,
fluminis instar lubricus Anguis                                 870
magnoque minor iuncta Draconi
frigida duro Cynosura gelu,
custosque sui tardus plaustri
iam non stabilis ruet Arctophylax.
Nos e tanto uisi populo
digni, premeret quos euerso
cardine mundus? in nos aetas ultima uenit?
o nos dura sorte creatos,
seu perdidimus solem miseri,                                        880
siue expulimus! abeant questus, discede timor!
uitae est auidus quisquis non uult
mundo secum pereunte mori.

Che cos’è tutto questo?
Oh fosse, fosse la notte!
Tremano, i cuori, tremano
percossi da grande paura
che non crolli, squassato, l’universo
nella fatale rovina,
che non ripiombi il Caos, l’informe Caos
sopra uomini e dèi,
che non ricopra Natura,
nel suo abbraccio cingendoli, il mare
e le terre e le vaghe stelle
che dipingono il cielo.
Non sarà più il re degli astri, che, la sua face eterna levando, guida il corso dei secoli, a stabilire il tempo dell’estate, dell’inverno. Non sarà la Luna, che scende incontro ai raggi di Febo, a scacciare i timori della notte, a vincere il cocchio del fratello correndo sull’orbita più breve. A precipizio, insieme, in una massa sola, cadranno tutti gli dèi.
Colui che, dai sacri astri percosso, nella sua ellissi ritaglia le zone del cielo e scandisce le lunghe stagioni, cadendo vedrà cader le stelle – lo Zodiaco; quegli che, a stagione ancor non propizia, affida al tiepido Zefiro le vele, precipiterà nelle acque su cui portò la trepida Elle – l’Ariete; quegli che, con le sue corna lucenti, spinge innanzi le Iadi, seco trarrà i Gemelli e le braccia del Cancro ricurvo – il Toro; ardendo dei fuochi dell’estate, ricadrà dal cielo la fiera di Ercole, il Leone; cadrà sulle terre che ha disertato la Vergine, e cadranno, seco traendo il pungente Scorpione, i giusti pesi della Libra; e quegli che tiene incoccate, sul tessalo arco, le frecce pennute, spezzatosi l’arco perderà le frecce, il vecchio Centauro Chirone; gelido cadrà il Capricorno che riporta il neghittoso inverno e la tua urna infrangerà, Acquario; con te cadranno, ultime stelle in cielo, i Pesci, e saranno sommersi, dal gorgo che accoglie tutte le cose, i Carri dell’Orsa, che mai il mare ha spruzzato; e quegli che sta, come un fiume, tra l’una e l’altra Orsa, precipiterà, il lubrico Serpente, e così l’Orsa minore congiunta, nel suo rigido gelo, al grande Dragone, e così il custode del suo carro, il lento e non più stabile Boote.
Noi, proprio noi,
di tante generazioni,
siamo stati prescelti?
Noi, proprio noi,
saremo travolti dal mondo
che vuol spezzare il suo asse?
Cadrà su di noi l’ultima ora?
A dura sorte
fummo creati, noi miseri. Il Sole
o l’abbiamo perduto
oppure l’abbiamo scacciato.
Basta, non più lamenti,
non più timore. Troppo
è avido di vita
colui che non vuole morire
quando con lui perisce
l’universo.

PER APPROFONDIRE: EMANUELE NARDUCCI,  PROVVIDENZIALISMO E ANTIPROVVIDENZIALISMO IN SENECA E IN LUCANO. CLICCA QUI.

Albrecht Dürer, dalle Illustrazioni dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, 1496-1498

Apocalisse nell’arte: CLICCA QUI per approfondire.

Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

G. Leopardi, da Cantico del Gallo Silvestre, dalle Operette Morali, 1827

End of the world Party, 2012, Sculptural installation made in collaboration with Scott Andrew.

 “La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio […]. L’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano […]. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923

Tempo ammalato, linguaggio ammalato, libido ammalata, comportamento ammalato, vita ammalata…, è più che evidente che non bisogna scorgere qui una vaga allegoria al peccato originale, o una qualche altra lamentazione metafisica. Si tratta di vita quotidiana e di esperienza diretta del mondo. Con questo Italo Svevo vuol dirci che nella nostra società moderna, più niente è naturale. E non c’è neppure motivo di rammaricarsene. Si potrà senz’altro essere contenti, fare all’amore, fare affari, fare la guerra, scrivere romanzi: ma niente si potrà più fare senza pensarci sopra, nel modo naturale con cui si respira l’aria. Ogni nostra azione si riflette su se stessa e si carica di problemi. Sotto i nostri occhi, il semplice gesto che si fa per stendere la mano, diventa strano e goffo; le parole che ci ascoltiamo pronunciare, mandano d’improvviso un suono falso; le lancette del nostro spirito non corrono più come quelle degli orologi; e l’opera romanzesca, a sua volta, non può più essere innocente.
A. ROBBE-GRILLET, La coscienza ammalata di Zeno (1954), in Il nouveau roman, introduzione di Luciano De Maria, trad. italiana, Milano, Sugar Editore, 1965

Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, di Stanley Kubrick, 1964


Armando Massarenti, Scommesse sulla fine del mondo, “Il Sole 24 Ore”, 16 gennaio 2011

Se volete chiarirvi le idee sul vostro reale tasso di catastrofismo, la cosa migliore è seguire la moda in voga tra scienziati come Stephen Hawking o il suo collega Sir Martin Rees, astronomo della casa reale inglese: tradurre le proprie convinzioni e credenze in termini di scommesse. Quanto sareste disposti a puntare sul fatto che l’acqua alta arriverà al punto di distruggere Venezia entro giugno di quest’anno? Probabilmente neanche un centesimo. E entro il 2030? È un ottimo metodo, utile anche per autodiagnosticare eventuali psicopatologie da fine del mondo, come quelle a loro tempo studiate dall’antropologo Ernesto De Martino e dallo psicologo Giovanni Jervis, distinguendo ciò che di malato c’è in certi nostri modi di vedere le cose da ciò che è fondato razionalmente, ciò che è ascrivibile a paure irrazionali, o a credenze in stile new age, da eventi realmente possibili alcuni dei quali per nostra diretta responsabilità.
Sicuramente tra qualche miliardo di anni la vita della terra conoscerà una sua fine. Avverranno con certezza due processi catastrofici nel vero senso della parola: la turbolenta fase finale del sole e la collisione della nostra galassia con quella di Andromeda. Non sappiamo se l’uomo sarà testimone di questi eventi. La specie umana, pur essendo relativamente giovane, ha avuto un processo evolutivo rapidissimo e potrebbe altrettanto velocemente estinguersi. L’estinzione potrebbe essere causata da una catastrofe naturale di immani proporzioni, come quella che portò all’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa. Ma ci sono altre possibilità. Che una tremenda crisi climatica, la fine delle risorse energetiche, una pandemia incontenibile, deflagrazioni nucleari, rivolte di robot divenuti intelligentissimi, cancellino l’essere umano dal pianeta. O altre ipotesi strampalate. Asteroidi killer che si abbattono improvvisamente sulla terra. Esplosioni di particelle del sole che la nostra magnetosfera non riesce a contenere causando l’inversione dei poli magnetici terrestri. Raggi gamma emessi da una supernova vicina. La terra che viene inghiottita da un buco nero di passaggio.
Secondo il celebre Argomento del Giorno del Giudizio di Brandon Carter, è improbabile che l’aumento demografico, che finora ha avuto un avanzamento straordinario, possa avere un ulteriore incremento altrettanto veloce. È più probabile che non si vada oltre l’attuale “picco” demografico di circa 7 miliardi di individui, oltre il quale si innesca il processo di estinzione. Ma i rischi maggiori sono quelli di oggi, presenti nell’era dell’aumento della popolazione. Martin Rees ha scommesso 1.000 sterline – lo so, non è una gran cifra – che un singolo evento, causato da un disastro biotecnologico o bioterroristico, ucciderà un milione di persone prima del 2020. Nel suo libro del 2003 Il secolo finale. Perché l’umanità rischia di autodistruggersi nei prossimi cento anni calcolava anche che le probabilità di distruzione totale entro il 2100 sono circa del 50 per cento. Ha fatto bene i calcoli? Fareste anche voi le stesse scommesse? Il fatto è che i pericoli delle tecnologie più recenti secondo Rees sono meno controllabili di quelli, con cui ci siamo a lungo confrontati, di una catastrofe nucleare. E i nostri attacchi all’ambiente potrebbero generare danni ben maggiori di quanto calamità naturali, eruzioni e impatti di asteroidi siano mai state finora in grado di fare.
Certo è che lo spauracchio della fine del mondo è un magnifico espediente per ottenere un po’ di concentrazione anche dagli individui più distratti. Per quanto fosse importante, nel 2008, la notizia dell’inaugurazione dell’LHC, il nuovo acceleratore di particelle del Cern di Ginevra, riuscì ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale non tanto per l’importanza dell’evento in sé, bensì per l’idea che era andata diffondendosi nei mesi precedenti secondo cui, attraverso scontri di particelle, accelerati a energie elevatissime, utili a indagare il fenomeno del Big Bang da cui luce e materia si sono generate, si sarebbe in realtà provocata una esplosione tale da causare una catastrofe planetaria. In altre parole, applicando la sua solita hubrys conoscitiva all’inizio di tutto ciò che esiste, l’uomo avrebbe così causato la propria stessa fine, creando un apocalittico buco nero che avrebbe inghiottito la Terra.
Quanto scommettereste sul fatto che ciò possa avvenire davvero? Se direte ancora «neanche un centesimo» allora vorrà dire che l’informazione scientifica in questi anni ha svolto bene il proprio compito. D’altro canto, non c’è nulla di male nel voler approfittare della naturale credulità umana in tema di catastrofi, a patto di trattare poi questi temi in maniera razionale e informata. Perché di catastrofi reali o del tutto probabili, naturali o causate dall’uomo, è pieno il mondo: guerre nucleari, bioterrorismo, esplosioni demografiche, inquinamento, senza contare tsunami, terremoti, inondazioni, carestie, pandemie. Che fare? Gli abitanti dell’isola di Pasqua adottavano comportamenti autodistruttivi che li portarono all’estinzione. Perché non sono corsi ai ripari? D’altro canto non è difficile enumerare i motivi per cui il genere umano è nella sua interezza destinato a finire, prima o poi, la sua corsa. Ma oggi non si può dire che non si stiano adottando manovre di contenimento dei disastri, naturali e di altro genere. C’è anche chi studia, tra i nuovi 500 pianeti extrasolari appena scoperti, quelli che potrebbero ospitare la vita in un lontano futuro, quando l’esistenza non potrà essere più possibile sulla Terra. Quanto alla fine dell’universo, «quand’anche fosse destinato al collasso – ha detto Stephen Hawking – posso dire con fiducia che non smetterà di espandersi per miliardi di anni. Non mi attendo di vivere abbastanza per vedermi accusare da qualcuno di aver sbagliato».
Per spingerci a ragionare su temi di questo tipo e per proporre un bel po’ di aggiornata informazione scientifica gli organizzatori del Festival delle scienze di Roma hanno voluto persino approfittare della bufala apocalittica del momento, la diceria secondo cui la fine del ciclo cosmico dei Maya, il 21 dicembre 2012, coinciderebbe con il Giorno del Giudizio. D’altro canto anche la Nasa ha dedicato un intero sito alla loro confutazione. I Maya attribuivano un grande valore simbolico all’allineamento del sole con il centro galattico. Ma di recente in più occasioni il sole, la terra e il centro galattico si sono già trovati allineati. Nel 1998 l’allineamento era perfetto, e non si è verificata nessuna catastrofe, dal momento che si tratta di posizionamenti astronomici su linee ideali immaginate dall’uomo quali punti di riferimento nello spazio.
Scommettere sulla catastrofe del 2012, dunque, non è molto intelligente. Eppure, come afferma lo scrittore inglese Ian McEwan, che inaugurerà il Festival, «oggi assistiamo all’imponente risorgere del pensiero apocalittico perché la scienza e la cultura non sono ancora riuscite a trovare una mitologia che possa competere con il fascino della fine». C’è un delightful horror, un orrore dilettevole, sublime, nell’immaginare la fine. E forse per contrastarlo o domarlo il trucco è quello di alimentare da un lato la curiosità umana allo scopo di ottenere una visione esatta, e in qualche modo liberatoria, delle catastrofi che ci colpiranno, e dall’altro la capacità di applicare ad esse una forma di travolgente umorismo, come accade nel suo ultimo romanzo, Solar (Einaudi).
Il fisico Willard Wells (un nome quasi da guerra dei mondi), in Apocalypse When? Calculating How Long the Human Race Will Survive (Springer), di cui parlerà a Roma, ci incita a calcolare meglio il rischio catastrofe. Secondo i suoi rigorosi calcoli matematici «il rischio di un grande cataclisma, un vero e proprio collasso della popolazione mondiale, è già in atto per l’1% all’anno. I bambini di oggi potrebbero arrivare a vederne le conseguenze domani. Questo rischio è direttamente proporzionale alla popolazione mondiale. Se la popolazione raddoppia, il rischio raddoppia. In ogni caso, rientra in quel range che le compagnie di assicurazione normalmente fanno sottoscrivere per contratto: come incendi, terremoti, disabilità». La probabilità che la nostra specie sopravviva a lungo termine è alta, addirittura del 70%, secondo Wells, semplicemente perché, se per caso ci fosse un cataclisma naturale, questo spazzerebbe via i pericoli provenienti dall’attività tecnologica umana e dall’eccesso demografico. C’è una certa dose di ironia e di paradosso in questa conclusione: «Uno scienziato pazzo cerca di sterminare la razza umana, ma l’1% della popolazione sopravvive. In questo modo, egli finisce col preservare involontariamente l’umanità dall’autoestinzione. Al contrario, un grande eroe potrebbe prevenire il collasso della civiltà, ma facendo questo egli favorisce l’autoestinzione». Materia per una magnifica opera di fantascienza, piena di intelligenza e di humour. Potrei scommettere fino a due euro che qualcuno la scriverà entro il 2020.

Shezad Dawood, Until The End Of The World, 2008, neon, timer and aluminium encased mirrors, 1200 x 180 cm. Installation view at The Third Line, Dubai

PER APPROFONDIRE

Enrico Baj, Apocalisse, 1978

Vidi l’Agnello aprire il primo dei sette sigilli. […] Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore. […] Quando Dio aprì il secondo sigillo […] si fece avanti un altro cavallo, rosso fiammante; al suo cavaliere Dio diede una grande spada e il potere di far sparire la pace dalla terra. […] Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo […] guardai e vidi un cavallo nero. Il suo cavaliere teneva in mano una bilancia”. Infine “guardai e vidi un cavallo color cadavere. Il suo cavaliere si chiamava Morte, ed era accompagnato da un esercito di morti” (Apocalisse, 6, 1-8).

F. La Mantia – S. Ferlita, La fine del tempo. Apocalisse e post-apocalisse nella narrativa novecentesca, Franco Angeli, 2015

Percorsi apocalittici in Italia (luoghi e arte del medioevo italiano): CLICCA QUI.

M. LINO,  PERFORMANCES DELL’APOCALISSE NELLA LETTERATURA E NEL CINEMA DEL POSTMODERNO. CLICCA QUI per accedere alla risorsa online.

Merry Apocalypse! Clicca qui.

L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’ oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare. Spesso non poteva fare a meno di alzarsi. Non un suono oltre al vento fra gli alberi nudi e anneriti. Si alzò in piedi e rimase lì, vacillante in quel buio freddo e autistico, le braccia tese per mantenersi in equilibrio mentre i calcoli vestibolari in corso nel suo cervello sfornavano risultati. Una vecchia storia. Inseguire la verticalità. Non c’è caduta che non vada per gradi. Si addentrò nel nulla a lunghi passi di marcia, contandoli per riuscire poi a tornare. Occhi chiusi, remate di braccia. Verticalità rispetto a cosa? Un’entità senza nome nella notte, vena o matrice. Attorno alla quale lui e le stelle giravano come un unico satellite. Come il grande pendolo nella sua rotonda che segna i lunghi moti giornalieri dell’universo di cui sembrerebbe che non sappia nulla e tuttavia non può non sapere.

Cormac McCarthy,  La strada,  traduzione di  Martina Testa, Torino, Einaudi, 2007

Ernesto Cardenal Martínez, Apocalipsis,1965

Y en el cielo vi una gran luz
como la explosion de un millon de megatones
y oì una voz que me dijo: Prende ese radio
y prendi el radio y oì: CAYO BABILONIA
CAYO LA GRAN BABILONIA
Y todos los radios del mundo daban la misma noticia
Y el àngel me dio un cheque del National City Bank
y me dijo: Cambia este cheque
y en ningùn banco lo pude cambiar porque todos los bancos habìan quebrado
Los rascacielos eran como si nunca hubieran existido
Se iniciaron a la vez un milion de incendios y no habia un bombero
y no habia un teléfono para llamar una ambulancia y no habia ambulancias
y para los heridos de una sola ciudad no habia en todo el mundo suficiente plasma
Y oì otra voz del cielo que decia:
Sal de ella pueblo mio
para que no te contamine la Radiactividad
y para que no te alcancen los Microbios
la Bomba de antrax
la Bomba de Còlera
la Bomba de Difteria
la Bomba de Tularemia
Miraràn en la televisiòn el gran desastre
porque a Babilonia ya le cayò la Bomba
y diran: Ay Ay Ay Ay la Ciudad Amada
los pilotos desde sus aviones la miraran y temeran acercarse
los transatlanticos quedaran anclados a distancia
temerosos de que caiga sobre ellos la lepra atòmica
Y en todas las ondas sonoras se oia una voz que decia:
ALELUYA
Y el angel me llevò al desierto
y el desierto estaba florecido de laboratorios
y alli el Demonio hacìa sus pruebas atòmicas
y vi a la Gran Prostituta sentada sobre la Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnològica toda cubierta de Slogans)
y la Prostituta empunaba toda clase de cheques Y de bonos y de acciones
y de documentos comerciales
y estaba borracha Y cantaba con su voz de puta como en un night-club
y en la mano izquierda tenia una copa de sangre
y se emborrachaba con la sangre de todos los que ella habia purgado
y de todos los torturados y los condenados en Consejos de Guerra
y todos los enviados al paredòn
y todos los opositores de la tierra
y todos los màrtires de Jesùs
y reìa con sus dientes de oro
y el lipstick de sus labios era sangre
y el angel me dijo: esas cabezas que le ves a la Bestia son dictadores
y sus cuernos son lìderes revolucionarios que aùn no son dictadores
pero lo seràn después
y lucharàn contra el Cordero
y el Cordero los vencera
Me dijo: Las naciones. del mundo estàn divididas en 2 bloques
-Gog y Magog-
pero los  bloques son en realidad un solo bloque
(que està con tra el Cordero)
y caerà fuego del cielo y los devorarà
Y vi en la biologia de la Tierra una nueva Evoluciòn
Era como si hubiera surgido en cl espacio un PIaneta
Nuevo
La muerte y el infierno fueron arrojados en el mar de
fuego nuc1ear
las masas ya no existian màs
y vi una especie nueva que habìa producido la Evoluciòn
la especie no estaba compuesta de individuos
sino que era un solo organismo
compuesto de hombres en vez de células
y todos los biologos estaban asombrados
Pero los hombres eran libres y esa uniòn de hombres era
una Persona
-y no una Màquina-
y los sociòlogos estaban pasmados
Y los hombres que no formaron parte de esta especie quedaron hechos fòsiles
y el Organismo recubria toda la redondez del pIaneta
y era redondo  como una célula (pero sus dimensiones eran planetarias)
y la Célula estaba engalanada como una Esposa esperando al Esposo
y la Tierra estaba de fiesta
(como cuando celebrò la primera célula su Fiesta de Bodas)
y habia un Càntico Nuevo
y todos los demas planetas habitados oyeron cantar a la Tierra
y era un canto de amar.

da Apocalisse

E nel cielo vidi una grande luce
come l’esplosione di un milione di megatoni e udii una voce che mi disse: Accendi quella radio
e accesi la radio e udii: È CADUTA BABILONIA
È CADUTA LA GRANDE BABILONIA
e tutte le radio del mondo davano la stessa notizia
E l’angelo mi diede un assegno della National City Bank e mi disse: Cambia questo assegno
e in nessuna banca potei cambiarIo perché tutte le bannche erano fallite
I grattacieli erano come se mai fossero esistiti
Ebbero inizio contemporaneamente un milione d’incendi e non c’era un pompiere
e non c’era un telefono per chiamare un’ambulanza e non c’erano ambulanze
e per i feriti di una sola città non c’era in tutto il mondo abbastanza plasma
E udii un’altra voce del cielo che diceva:
Esci da lei popolo mio
perché non ti contamini la Radioattività
e non ti raggiungano i Microbi la Bomba di Antrax
la Bomba di Colera la Bomba di Difterite
la Bomba di Tularemia
Guàrderanno alla televisione il grande disastro
e diranno: Ahi Ahi Ahi Ahi la Città Amata
i piloti dagli aerei la guarderanno e avranno paura di avvicinarsi
i transatlantici rimarranno ancorati a distanza timorosi che cada sopra di loro la lebbra atomica
E in tutte le onde sonore si sentiva una voce che diceva: ALLELUIA
E l’angelo mi portò nel deserto
e il deserto era fiorito di laboratori e lì il Demonio faceva le sue prove atomiche
e vidi la Grande Prostituta seduta sulla Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnologica tutta coperta di Slogans)
e la Prostituta impugnava ogni sorta di assegni e di buoni e di azioni
e di documenti commerciali
ed era ubriaca e cantava con la sua voce di puttana come in un night-c1ub
e nella mano sinistra aveva una coppa di sangue
e si ubriacava con il sangue di tutti quelli che aveva purgato
e di tutti i torturati e i condannati nei Consigli di Guerra e tutti i mandati al muro
e tutti gli oppositori della terra
e tutti i martiri di Gesu
e rideva con i suoi denti d’oro
e il rossetto delle sue labbra era sangue e l’angelo mi disse: quelle teste che vedi alla Bestia sono dittatori
e le loro corna sono dirigenti rivoluzionari che ancora non sono dittatori
ma lo saranno dopo
e lotteranno contro l’Agnello
e l’Agnello li vincerà
Mi disse: Le nazioni del mondo sono divise in 2 blocchi
– Gog e Magog –
ma i due blocchi sono in realtà un solo blocco (che è contro l’Agnello)
e cadrà fuoco dal cielo e li divorerà
E vidi nella biologia della Terra una nuova Evoluzione
Era come se fosse sorto nello spazio un Pianeta Nuovo

La notte e l’inferno furono buttati nel mare di fuoco nucleare
le masse ormai non esistevano più
e vidi una specie nuova prodotta dall’Evoluzione la specie non era composta d’individui
ma era un solo organismo
composto da uomini invece che da cellule e tutti i biologhi erano stupiti
Ma gli uomini erano liberi e quell’unione di Uomini era Una Persona
– e non una Macchina – e i sociologi erano sbalorditi
E gli uomini che non fecero parte di questa specie rimasero fossili
e l’Organismo copriva tutta la sfericità del pianeta
e era tondo come una cellula (ma le sue dimensioni erano planetarie)
e la Cellula era vestita a festa come una Sposa che attende lo Sposo
e la Terra faceva festa
(come quando celebrò la prima cellula la sua Festa di Nozze)
e c’era un Cantico Nuovo e tutti gli altri pianeti abitati sentirono cantare la Terra ed era un canto d’amore.

Enrico Baj, “La piccola Apocalisse”, Collage, 1978-1979

To be continued…in_fieri

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“Non ci resta che piangere…”

Alexandre Cabanel_Fallen_Angel_1847 (detail)

Alexandre Cabanel, Fallen Angel, 1847 (particolare)

TEARS! tears! tears!
In the night, in solitude, tears;
On the white shore dripping, dripping, suck’d in by the sand;
Tears—not a star shining—all dark and desolate;
Moist tears from the eyes of a muffled head:
—O who is that ghost?—that form in the dark, with tears?
What shapeless lump is that, bent, crouch’d there on the
sand?
…away, at night, as you fly, none looking—
O then the unloosen’d ocean,
Of tears! tears! tears!
Walt Whitman, Leaves of Grass

Corrado Bologna, La fabbrica delle lacrime, “Il Manifesto – Alias”, 7 luglio 2016

«Scorrete, lacrime, o no?»: parla con le proprie lacrime, le invoca come compagne del dolore, il benedettino Walter Daniel nel Lamento per la morte del grande Aelredo, abate di Rievaulx, nello Yorkshire, composto nel 1167. Le sue emozioni prendono forma, divengono figura: dunque anche figura retorica. Il piccolo teatro delle emozioni che si intravede schiudendo una porta nell’intimità di un monaco del XII secolo ha una sua casta potenza espressiva, una forza di rappresentazione che attraversa i secoli.
Le lacrime conservano per un istante la trasparenza ineffabile della commozione, la cristallizzano senza parole. Ma si potrà, dopo il pianto, parlare delle lacrime? «Come la grazia, le lacrime sembrano sfuggire alla pesantezza, all’ombra: o meglio, ne rovesciano il movimento. Invitano l’uomo a incrociare il divino nel suo muoversi verso di lui», ha scritto, con parole che rimeditano Simone Weil, Jean-Loup Charvet, musicista, contro-tenore e storico dell’arte barocca nel bellissimo L’eloquenza delle lacrime (Medusa, 2001).
Il monaco Walter, nella Vita di Aelredo, mille anni fa ricordava orgoglioso che «all’abate capitò molto raramente di pregare senza lacrime. Le lacrime, diceva, sono come ambasciatrici (legaciones) tra Dio e l’uomo; le lacrime mostrano tutto il sentimento del cuore». Ciò che è «nascosto dentro» si rende «visibile» in queste goccioline di interiorità, in questo lieve rivolo che fluisce dall’anima. Nell’ininterrotta meditazione della civiltà monastica medioevale intorno alle emozioni e ai sentimenti «intimi» prendono forma e nome gli affectus della modernità. Li nominò per primo Agostino d’Ippona nelle Confessioni, mirabile viatico per il tempo nostro, senza cui faticheremmo a capire Bergson, Proust, la psicoanalisi.
Diceva Paul Valéry nel Dialogue de l’arbre che «le lacrime sono l’espressione della nostra impotenza ad esprimere, cioè a disfarci attraverso la parola dall’oppressione di quello che siamo». Aby Warburg, nell’età di Sigmund Freud, esplorò la traccia dinamica (Dynamogramm) delle emozioni depositate nell’opera d’arte e ne studiò la trascrizione mediante le Pathosformeln, «formule dell’emozione», idea che ispirò alcune idee importanti nelle ricerche di Ernst Robert Curtius sulla retorica, la topica, la metaforica nelle letterature europee fra Medio Evo ed età moderna. Su queste basi in Francia Georges Didi-Huberman e Giovanni Careri in La fabbrica degli affetti (2010) hanno illustrato la dimensione affettiva delle rappresentazioni estetiche; e muovendo dalla Carte du pays de Tendre che Madeleine de Scudéry incastonò nel suo romanzo-fiume Clélie (1654), Giuliana Bruno, nell’Atlante delle emozioni (tradotto da Bruno Mondadori nel 2006), ha recuperato l’intreccio fra corporeità, percezione dello spazio, architettura, cinema, in una vera e propria «geografia emozionale».
Anche l’etologia e le neuroscienze, riprendendo le esplorazioni inaugurali di Charles Darwin sull’espressione dei sentimenti negli animali, affrontano oggi la questione delle emozioni che fondano un’etica della compassione nei primati. E Bill Viola, in Passions, ha offerto una intensa rappresentazione artistica dei dinamogrammi passionali.
Da tempo anche i filologi si affacciano alla lettura dei testi lirici, ad esempio dei provenzali e degli stilnovisti italiani, per cogliervi il dinamogramma verbale di un lessico delle emozioni e di una topografia dell’interiorità. Un bel libro del 1988 curato da Francesco Bruni, Capitoli per una storia del cuore, ripercorreva una geografia e storia del cuore come organo del pensiero poetante; negli ultimi anni Roberto Antonelli ha coordinato una vasta ricerca sul lessico europeo dell’affettività e delle emozioni, che in collaborazione con Roberto Rea ha fatto confluire in un prezioso database; Mira Mocan ha inaugurato lo studio dei risvolti letterarî della teologia e psicologia degli affectus elaborate dalla Scuola agostiniana di San Vittore a Parigi, dimostrando quanto vasta sia la sua eredità spirituale, dai trovatori alla cultura francescana a Dante.
Le principali parole delle emozioni fra Medio Evo e modernità sono ora classificate e analizzate nel loro collegamento con le strutture storico-ideologiche in un notevole libro della storica di Cambridge Barbara H. Rosenwein, apparso quasi in contemporanea in originale e in traduzione italiana: Generazioni di sentimenti. Una storia delle emozioni, 600-1700 (Viella, pp. 343). «Che cosa deve cercare lo storico quando studia le emozioni di una comunità? Finché non si danno loro dei nomi le emozioni sono indefinite». Nella stessa prospettiva, in un saggio sul nome della Nostalgia, Jean Starobinski aveva già scritto: «Una volta che viene nominato, un sentimento non è più ciò che era prima dell’elaborazione che gli ha dato accesso alla lingua. Un neologismo condensa l’incompreso che era in precedenza rimasto diffuso. Diventa un concetto».
Anche le emozioni e i sentimenti, dunque, nascono, vengono battezzati, crescono e si trasformano. Barbara Rosenwein prova a ricostruire lungo il millennio della storia europea le «parole di emozioni» plasmate dalle «comunità emotive», «gruppi sociali che hanno i loro valori particolari, i loro modi di sentire e di esprimere i loro sentimenti»: «sono le parole, infatti, ciò con cui che gli studiosi devono lavorare», dal momento che «sono cruciali nella vita emotiva», e in qualche modo, come conchiglie fossili, conservano nel tempo il Dna dell’emotività individuale e collettiva, congelando in quelli che gli psicologi definiscono «copioni di un’emozione».
Mi torna alla mente il mito rabelaisiano delle paroles gelées che Pantagruel raccoglie mentre grandinano sulla sua nave, altissima parabola della letteratura che conserva la voce di chi non esiste più mentre la sua parola continua a vivere, congelata nel libro che la trasmette nel tempo e nello spazio, pronta a sciogliersi e a tornare viva quando l’orecchio di chi ascolta le restituirà calore. Così le parole, le formule retoriche, le strutture linguistico-ideologiche costituiscono secondo Rosenwein «le “eredità emotive” a disposizione delle generazioni di una stessa epoca e delle nuove generazioni che seguono. Le comunità emotive adattano le tradizioni alle proprie esigenze. A volte producono nuove parole e nuove sequenze sviluppandole da quelle passate». Questa tradizione emozionale, sterminata polifonia delle voci profonde di una civiltà, Rosenwein la definisce «generazioni di sentimenti: l’incessante disponibilità e potenziale di tradizioni emotive antiche e contemporanee».
Il millennio che la ricerca della Rosenwein attraversa componendo una «lista di emozioni» comuni ai monaci e ai nobili, ai mistici e ai filosofi, agli scrittori e ai sovrani, unisce e separa lungo un filo di continuità le «norme emotive», tappe di una vera e propria educazione sentimentale d’Europa. Dopo la condanna ciceroniana delle perturbationes, disordini dell’equilibrio interiore, minacce inferte alla stoica ataraxía, acquista centralità l’amicitia spiritualis in Agostino e negli agostiniani che, insieme all’equivalenza fissata da Alcuino fra animus, anima, cor, mens nel suo manuale dai «fini terapeutici» sui vizi e le virtù, lascerà un segno sulla fin’amors della prima poesia in volgare (uno strumento di ricerca utile è, nel libro, il «vocabolario emotivo in lingua d’oc alla corte di Tolosa», letto in palinsesto con quello del monastero cisterciense di Rievaulx).
Originali le pagine sul «travestimento da forma musicale» della teoria delle emozioni di Jean Gerson, che sul palmo di una «mano didattica» istruiva monaci e laici a «cantare la musica del cuore simultaneamente a quella della bocca». Infine, ecco l’anatomia della malinconia di Robert Burton, che pochi anni dopo Shakespeare scriveva: «Tutte le mie gioie sono follia, nulla è dolce come la malinconia. (…) Tutti i miei dolori sono allegria, nulla è triste come la malinconia»; ma poco più tardi anche il Leviatano di Hobbes, che progetta di «spianare le irregolarità» delle affezioni delle pietre-uomini con cui si deve costruire l’edificio-Stato.
Manca forse soltanto, nel bel libro della Rosenwein, un cenno alla tenerezza, la più misteriosa e imprendibile delle varietà emozionali del tempo moderno: di tenerezza per Tristano morì Isotta. Tenero fu Francesco d’Assisi con tutte le creature. Di tenerezza il nostro tempo ha bisogno: occorre riscoprirla: un giorno, forse, qualcuno ne traccerà la storia.

Tears, 1878 — Odilon Redon, Museum of Fine Arts Boston

                              Odilon Redon, Lacrime, 1878, Museum of Fine Arts Boston

And I’ll cry and you’ll cry and we’ll cry. Till the rain turns black.

Roberta Scorranese, Piangere in pubblico, “Corriere della Sera”, 9 luglio 2016

Una volta qui era tutta una valle di lacrime. Piangeva Ulisse, costretto a stare lontano dalla patria e piangeva Penelope, costretta a stare lontana da Ulisse; piangeva Patroclo e piangeva pure Achille, che prima aveva rimproverato l’amico perché singhiozzava «come una bambina»; piangeva persino il cavaliere Orlando, che si concesse anche un femmineo mancamento.
E oggi? Oggi qui è tutta una valle di lacrime. Piange Obama (durante il discorso sulle armi tenuto nel gennaio scorso alla Casa Bianca) e piangeva (sempre al momento giusto) Bill Clinton; piangono Barzagli e Buffon per l’eliminazione degli Azzurri all’Europeo 2016 (per non parlare del ct Antonio Conte) e piange la sconosciuta espulsa dall’Isola dei Famosi; piange la sindaca di Roma e, cosa interessante, secondo un sondaggio di «Opinium» diffuso dal Guardian , all’annuncio della vittoria del sì al referendum britannico che ha scelto l’uscita dall’Unione Europea, quasi la metà della fascia di giovani tra i 18 e i 24 anni ha pianto, a differenza degli adulti. Piangono tutti, o quasi.
Il singhiozzo inarrestabile dei calciatori dopo l’addio dell’Italia ai rigori contro la Germania ci ha ricordato che (almeno nel consumo di fazzoletti) una parvenza di parità tra i sessi il Novecento ce l’ha portata: il pianto in pubblico con tanto di nota isterica (tipico dell’eroina sventurata dell’Ottocento) appartiene sia agli uomini che alle donne. Anche se Nora Ephron, somma sacerdotessa dei cuori spaiati, ammoniva: «Gli uomini che piangono provano dei sentimenti, ma i soli sentimenti per i quali tendono a essere sensibili sono i propri». E poi: sebbene fatte delle stesse sostanze acquose e saline (pare strano ma la scienza del pianto resta un mistero: lo facciamo da tristi e da felici, forse è un primitivo codice di comunicazione non verbale, forse c’entra la quantità di testosterone, forse no), le lacrime di Ulisse e quelle di Buffon sono diverse.
Le prime sono state ben raccontate dallo scrittore Matteo Nucci nel libro Le lacrime degli eroi (Einaudi): nel mondo omerico, gli eroi non avevano vergogna nel piangere, perché era un modo per prendere coscienza della propria fragilità e ripartire da qui per compiere gesta epiche. Poi, però, Platone, nella Repubblica, mise un freno ai singhiozzi, asserendo che il vero patriota ha bisogno di coraggio e di ciglio asciutto. E «nel V secolo greco – scrive Nucci – ormai, chi piangeva non poteva essere considerato un uomo». Ovviamente la «valle lacrimarum» riaffiorò con altri mezzi e tutta la mistica medievale ci racconta di gemiti di contrizione, sia maschili che femminili. «Prendiamo il pianto di Sant’Ignazio di Loyola — suggerisce l’antropologo Franco La Cecla —: è fatto di pentimento, afflizione per il peccato. Una via alla redenzione. Diverso dal pianto puritano, di matrice anglosassone, che è invece sete di onestà, trasparenza», un fanatismo dell’autenticità. E così, nel ‘900, le lacrime private sono diventate in qualche modo teatro aperto, una sorta di marchio di integrità.
Ci si ricongiunge così al secolo scorso, dominato da mezzi di comunicazione sempre più raffinati e pervasivi. Nel 1991 il generale Norman Schwarzkopf, protagonista dell’operazione Desert Storm nella Guerra del Golfo, scoppiò a piangere in favore di telecamera. Subito i giornali presero a ipotizzare un suo imminente impegno politico, associando le lacrime a una volontà di apparire irreprensibile. E forse non è un caso che tre anni dopo, nel 1994, come ricorda Tom Lutz in Storia delle Lacrime (Feltrinelli), la rivista Time pubblicasse una foto dell’ex presidente George Bush, colto nel pianto mentre era nel suo studio. Erano anche gli anni in cui il critico americano Robert Hughes pubblicava il celebre saggio La cultura del piagnisteo (tradotto da Adelphi) in cui affermava, in sostanza, che siamo tutti figli di quel vittimismo (piagnone) di matrice puritana che finisce per premiare il politicamente corretto in nome di una eguaglianza utopistica nonché distorta. Ma, ragiona l’antropologo, anche grazie alla televisione, il pianto ha potuto diventare una specie di confessione seguita da assoluzione collettiva. E forse c’è un legame sottile tra questa rigenerazione mediante le lacrime e quella che, in un bel libro tradotto da Einaudi dal titolo Il pudore, Monique Selz definisce la «dittatura della trasparenza», la frenesia del gioco allo scoperto, del mostrarsi per intero sacrificandosi sull’altare di una presunta limpidezza scambiata sovente per incorruttibilità.
«E di sicuro – afferma La Cecla – ancora oggi si tende a identificare uno che piange in pubblico come onesto e buono. Ma, sorpresa!, ecco che qui tornano le differenze tra uomini e donne: queste ultime sono più abituate a piangere, a loro è stato concesso nel corso dei secoli, dunque conoscono bene tutte le sfumature teatrali del singhiozzo. È proprio per questo che non si fidano della lacrima pubblica. Cosa alla quale, invece, gli uomini spesso finiscono per credere, perché meno attrezzati a comprenderne le dinamiche».
La conclusione? Noi donne non ci caschiamo. E così si spiegano sia la palpebra secca di politiche di primo piano come Hillary Clinton, sia l’aumento esponenziale di maschi gementi. Un’eccezione però si può fare: quelle di Buffon e di Conte con ogni probabilità sono state lacrime vere. A chiunque avesse lottato fino all’ultimo rigore sarebbe venuto da piangere nel vedere l’allegro sfottò di Pellé a Neuer, subito punito dal portiere tedesco.

Pablo Picasso, Donna che piange, 1937

“If I wasn’t real,” Alice said—half-laughing through her tears, it all seemed so ridiculous—“I shouldn’t be able to cry.”
“I hope you don’t suppose those are real tears?” Tweedledum interrupted in a tone of great contempt.
“I know they’re talking nonsense,” Alice thought to her self: “and it’s foolish to cry about it.” So she brushed away her tears, and went on.
Lewis Carroll, Through the Looking-Glass

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Da Venezia al martirio di Palmira la bellezza non salverà il mondo

Salvatore Settis, “La Repubblica”, 16 settembre 2015

LA BELLEZZA come medicina. La invochiamo sempre più spesso, contro la depressione o contro la crisi; ci consoliamo dei nostri mali ripetendo che “la bellezza salverà il mondo” (o l’Italia). Ma esiste una bellezza senza qualificazioni? Di quale bellezza, oggi, avremmo bisogno? La bellezza, si sa, è relativa. Per esempio, per il neosindaco di Venezia il bacino di San Marco è più bello se vi transita una mega-nave come la Divina.
UNA NAVE alta 67 metri, il doppio di Palazzo Ducale, e lunga 333 metri, il doppio di Piazza San Marco. Non sono abbastanza belle, invece, le foto di Gianni Berengo Gardin, che presentano le grandi navi come Mostri a Venezia. Esposte dal Fai a Milano, le foto dovevano andare in mostra anche a Venezia, ma lo ha vietato un diktat del sindaco Brugnaro: i veneziani potranno vedere le foto (“immagine negativa di Venezia”) solo accanto al progetto di un nuovo canale per le mega-navi in Laguna (che sarebbe, dice lui, un’“immagine positiva”). Interessante idea: onde chi volesse fare una mostra fotografica sulla distruzione di Palmira dovrà affiancarla a un’altra con il punto di vista dell’Is; e una mostra di quadri sulla Strage degli innocenti non è ormai pensabile, a Venezia, senza un’altra che illustri le ragioni di Erode. Berengo Gardin è uno dei fotografi più famosi del mondo, e quelle sue foto piacciono a Ilaria Borletti-Buitoni (sottosegretario ai Beni Culturali), piacciono ai molti veneziani che il 6 settembre hanno inscenato a piazza San Marco un flash-mob coprendosi il volto con foto delle grandi navi. Ma il sindaco dice no. Quale bellezza salverà Venezia, quella dei mastodonti che incombono sul Canal Grande o quella delle foto che ne denunciano l’invadenza?

Nel suo impeccabile Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere (Einaudi), Gustavo Zagrebelsky smonta l’uso della frase “La bellezza salverà il mondo” (prelevata da Dostoevskij): essa «è palesemente una sentenza enigmatica, e invece è diventata un luogo comune, una sorta d’invocazione banale e consolatoria, una fuga dai problemi del presente». Nei nostri paesaggi e nelle nostre città, la bellezza non può darci nessuna salvazione in automatico, assolvendoci da ogni responsabilità. Al contrario, la bellezza non salverà nulla e nessuno, se noi non sapremo salvare la bellezza. Come scrive Iosif Brodskij, va evitato ad ogni costo «quel vecchio errore, inseguire la bellezza. Chi vive in Italia dovrebbe sapere che la bellezza non può essere programmata di per sé, anzi è sempre l’effetto secondario di qualcos’altro, spesso volto a fini quanto mai normali». Non fu per un’astratta bellezza, ma in funzione della cittadinanza, del potere o della fede, che si innalzarono palazzi e cattedrali; non fu per provocare estasi estetiche, ma per esprimere, in dialogo con i concittadini, pensieri sulla vita, sul mondo e sul divino, che Michelangelo o Caravaggio posero mano al pennello o allo scalpello. E se le nostre città sono belle (quando ancora lo sono), è perché sorsero per la vita civile, come uno spazio entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo.

Ma la bellezza “preter-intenzionale” delle città è devastata da una mercificazione dello spazio che ruota intorno a due feticci del nostro tempo, il grattacielo con la sua retorica verticale e la megalopoli in indefinita espansione orizzontale. Anche le piccole città “mimano” le megalopoli con quartieri-satellite, autostrade urbane e altri dispositivi di disorientamento. I centri storici si svuotano (il caso di scuola è Venezia), e fronteggiano un triste bivio: ora decadono a ghetto urbano riservato agli emarginati; ora, al contrario, subiscono una gentrification che li svilisce a festosi shopping centers o a enclaves riservate agli abbienti, e da centri di vita si trasformano in aree per il tempo libero, assediate da periferie informi e obese. Il paesaggio urbano diventa così un collage di suburbi, dove la distinzione fra quartieri segna una frontiera fra poveri e benestanti. Spariscono i confini della città (rispetto alla campagna), si moltiplicano i confini nella città. Il “centro storico” diventa un’area residuale, un luogo di conflitti la cui sorte dipende dagli sviluppi o dal ristagnare della speculazione edilizia, dall’andamento delle Borse, dal capriccioso insorgere di bolle immobiliari.
Eppure chi provoca tali devastazioni sbandiera invariabilmente la retorica della bellezza. Come ha scritto Brodskij (e proprio a proposito di Venezia), «tutti hanno qualche mira sulla città. Politici e grandi affaristi specialmente, dato che nulla ha più futuro del denaro. Al punto che il denaro si ritiene sinonimo del futuro e in diritto di determinarlo. Di qui l’abbondanza di frivole proposte sul rilancio della città, la promozione del Veneto a porta dell’Europa centrale, la crescita dell’industria, l’incremento del traffico in Laguna. Tali sciocchezze germogliano regolarmente sulle stesse bocche che blaterano di ecologia, tutela, restauro, beni culturali e quant’altro. Lo scopo di tutto questo è uno solo: lo stupro. Ma siccome nessuno stupratore confessa di esserlo, e meno ancora vuol farsi cogliere sul fatto, ecco che i capaci petti di deputati e commendatori si gonfiano di obiettivi e metafore, alta retorica e fervore lirico» ( Fondamenta degli incurabili, Adelphi).
La bellezza del passato è una perpetua sfida al futuro, scrive Brodskij. Ma la bellezza delle città non è estenuata e vacua forma, è prima di tutto vita civile. Perciò ha ragione papa Francesco a ricordare agli architetti che «non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco» ( Laudato si’ , § 150). Non c’è bellezza senza consapevolezza verso il passato e verso le generazioni future. La bellezza di cui abbiamo bisogno non è evasione dal presente: non c’è bellezza senza storia, senza una forte responsabilità collettiva.

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Labirinti

Mantova, Palazzo Ducale, Soffitto del Labirinto

U. ECO, Prefazione a P. Santarcangeli, Il libro dei labirinti, SPERLING & KUPFER EDITORI, MILANO

“Se l’immagine del labirinto ha una storia millenaria questo significa che per migliaia di anni l’uomo è stato affascinato da qualcosa che in qualche modo gli parla della condizione umana o cosmica. Esistono infinite situazioni in cui è facile entrare ma è diffìcile uscire, ed è diffìcile pensarne altre in cui sia diffìcile entrare ma facilissimo uscirne. L’unica che potrebbe adattarsi a quest’ultimo modello è forse la situazione delle situazioni, la vita individuale, con i suoi nove lunghi mesi d’ingresso, i travagli del parto, e in uscita la certezza (sia pure induttiva) della morte. Eppure è tipico della vita quello spazio intermedio (magari brevissimo) in cui si vaga, senza ben sapere dove si vada e perché, e cosa si incontrerà al centro, o in uno dei suoi mille imprevedibili snodi. E poi, da un altro punto di vista, nella vita si entra facilissimamente, anzi vi si è «gettati ».  Se poi l’uscita sia così facile, e se sia realmente un’uscita, ahimè, abbiamo inviato tanti esploratori  in avanscoperta, ma disponiamo di pochi rapporti attendibili… No no, «hunc mundum tipice laberinthus denotat iste… ». […] Tanto per cominciare, ci sono diversi tipi di labirinto. Santarcangeli ne elenca moltissimi, ma per comodità di discorso vorrei identificare tre modelli fondamentali.

Il primo è il labirinto detto «unicursale»: a vederlo dall’alto sembra un intrico indescrivibile e a percorrerlo si è presi dall’angoscia di non poterne mai più uscire, ma in effetti il suo percorso è generabile con un algoritmo molto semplice, perché altro non è che un gomitolo a due capi, e chi vi entra da una parte non potrà che uscire dall’altra. Questo è il labirinto classico che non avrebbe bisogno di filo d’Arianna perché è il filo d’Arianna di se stesso. Per questo al centro ci dovrà essere il Minotauro, per rendere l’intera faccenda meno monotona. Il problema posto da questo labirinto non è «da quale parte uscirò?» bensì «uscirò?» ovvero «uscirò vivo?» Questo labirinto è l’immagine di un cosmo difficile da vivere, ma tutto sommato ordinato (c’è una mente che lo ha concepito).
Il secondo tipo di labirinto è quello manieristico: se sfilate il labirinto classico unicursale vi trovate tra le mani un filo, ma se riuscite a dipanare il labirinto manieristico non vi trovate tra le mani un filo, bensì una struttura ad albero, con infinite ramificazioni, il novantanove per cento delle quali porta a un punto morto (solo un corno di un solo dilemma binario porta all’uscita). Labirinto difficile, perché può accadervi di tornare all’infinito sui vostri passi, e che impone calcoli complessi per trovare una regola che consenta di individuare l’uscita. In teoria la regola c’è, perché il labirinto manieristico, anche se ha un interno assai complesso, ha un dentro e un fuori.
Terzo viene il rizoma, o la rete infinita, dove ogni punto può connettersi a ogni altro e la successione delle connessioni non ha termine teorico, perché non esiste più un esterno o un interno: in altri termini, il rizoma può proliferare all’infinito. Inoltre potremmo immaginarlo come una palla di burro, senza confini, all’interno della quale posso perforare senza troppa fatica una parete che separa due condotti creando per ciò stesso un nuovo condotto. Il che equivale a dire che nel rizoma anche le scelte sbagliate producono soluzioni e insieme  contribuiscono a complicare il problema. Se anche una Mente può aver pensato il rizoma, non ne avrà però pensata e stabilita in anticipo la struttura. Il rizoma è come un libro in cui ogni lettura cambi l’ordine delle lettere e produca un nuovo testo. E se l’idea di rizoma è molto recente, quella di un libro simile è molto più antica, tanto che la troviamo nella tradizione cabalistica (anche se per i cabalisti rimaneva ferma la fede in una struttura finale del libro, che avrebbe dovuto adeguare il progetto iniziale della creazione).
Ora possiamo dire che tutto il Pensiero della Ragione, dalla Grecia sino alla scienza ottocentesca, si è proposto come pensiero di una Legge   di un Ordine che dovrebbe ridurre la complessità del Labirinto. Il Labirinto veniva evocato dall’immaginazione, mentre il Pensiero della Ragione cercava di rimuoverlo. […]
Una caratteristica di molto pensiero contemporaneo è invece quella di elaborare tecniche di Ragionevolezza per muoversi nel Labirinto,  senza rimuoverne l’immagine, senza volerlo ridurre a un ordine definitivo e tuttavia senza abdicare alla necessità di disegnarvi percorsi  praticabili. Agli opposti ideali dei Distruttori del Labirinto e delle Vittime (magari complici) del Labirinto, possiamo contrapporre una  scienza media che si propone di convivere umanamente col e nel labirinto”.

Altri approfondimenti

Francesca Bardi, Il labirinto: unione inscindibile fra metafora e realtà. Simbolo per eccellenza manifesta ciò che è impossibile esprimere con le parole e incarna il senso profondo della vita e le ataviche paure umane. CLICCA QUI.

Manuela Ronco, L’archetipo del labirinto nell’arte contemporanea.CLICCA QUI.

DIDATTICARTE: Tutti pazzi per i labirinti!

Michelangelo Pistoletto Installation view, Serpentine Gallery, London (12 July – 17 September 2011) © 2011 Sebastiano Pellion

Michelangelo Pistoletto Installation view, Serpentine Gallery, London (12 July – 17 September 2011) © 2011 Sebastiano Pellion

«Resta fuori chi crede di poter vincere labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto».  I. CALVINO, Sfida al labirinto, “Il Menabò”, 1962

ancient graffiti

Graffito romano (riproduzione): LABYRINTHVS HIC HABITAT MINOTAVRVS, Casa delle Suonatrici, Pompei, I sec. d. C. ,

Ranieri Polese, Labirinti, storia di un enigma, “Corriere della Sera”, 9 gennaio 2014

America, nella provincia profonda un maniaco rapisce sevizia uccide bambine. Nella caccia al mostro — il film è Prisoners di Denis Villeneuve — il primo sospettato è un ragazzo che dipinge ossessivamente i muri della sua casa con labirinti. Ma forse c’è un altro colpevole nell’ombra, uno che porta al collo una medaglia con inciso un labirinto. Dalle remote lontananze dei miti ai tempi di oggi, il labirinto si associa prevalentemente a uno stato di turbamento, di inquietudine. Così fu per Teseo, il figlio del re di Atene, mandato a Creta per uccidere il Minotauro che ogni anno esigeva l’offerta di giovani ateniesi. Il labirinto è una figura che accompagna tutta la cultura occidentale, contagiando poeti e artisti, fino a diventare elemento decorativo di giardini a partire dal Cinquecento. Lo si ritrova in canzoni (da Adamo, con Non voglio nascondermi, a Elisa, con Labyrinth) e in film (da Pedro Almodóvar, in Labirinto di passioni, 1982, a Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro, 2006).
C’è chi, come Franco Maria Ricci, ha dedicato anni e sforzi copiosi per la costruzione di un labirinto vegetale a Fontanellato in provincia di Parma. Otto ettari di terreno, un percorso di tremila metri, centoventimila bambù di trenta specie diverse, e due complesse costruzioni destinate, una, a ospitare la collezione bibliografica e artistica di Ricci, l’altra adibita a spazi culturali e commerciali per i visitatori. Dedicato a questa impresa, esce ora il libro Labirinti — Rizzoli — con testi di Ricci, Giovanni Mariotti, Luisa Biondetti e una introduzione di Umberto Eco.
Al suo «tardivo esordio da saggista», Giovanni Mariotti, narratore — Storia di Matilde, Il bene che viene dai morti premio Bagutta 2011 — e da oltre quarant’anni collaboratore di Franco Maria Ricci, risponde alle nostre domande.

Cominciamo dalla parola, labirinto: «Per qualche tempo si è detto che labirinto derivava da labrus, ascia bipenne, ma questa etimologia non convince più. La mia congettura è che il Labirinto di Creta non sia mai esistito, sia una cosa mentale, come l’Inferno di Dante o la Biblioteca di Babele di Borges. In un dialogo platonico, o pseudoplatonico, il Minosse , Socrate definisce il mito del Labirinto una leggenda attica messa in giro dai tragici. Nella mia interpretazione il Labirinto è una sorta di Bastiglia: a violarlo è Teseo che, conviene ricordarlo, è anche il fondatore mitico della democrazia ateniese. Il 14 luglio a Parigi si balla per le strade, e anche la vittoria sul Labirinto era commemorata con una danza chiamata delia, o danza delle gru».

Qual era la forma del labirinto greco?«Bisogna distinguere il Labirinto come edificio e il Labirinto come motivo grafico. Nessuno — aggiunge Mariotti — ha la minima idea di come fosse fatto l’edificio; quanto al motivo grafico, la versione greca ha sette spire. La spirale in effetti è all’origine del Labirinto; ma un grafico geniale introdusse in quel motivo, già noto agli aruspici babilonesi che lo usavano per rappresentare le viscere compresse degli animali, una variante stupefacente: prima di raggiungere il centro, nei cui pressi chi percorreva un labirinto si trovava sin dal primo momento (quello dell’ingresso), era necessario allontanarsene non una, ma due volte. In quel percorso capzioso, alla Escher, molti nel corso dei secoli avrebbero visto un avvertimento: il mondo era complicato, andare diritti allo scopo non era possibile, per dirla con un verso di Pasternak, vivere una vita non è attraversare un campo. C’era un’altra caratteristica: quel percorso era complicato però unico, nessun rischio di perdersi, niente bivi o vicoli ciechi; se il Labirinto di Creta fosse stato fatto così Teseo non avrebbe avuto alcun bisogno del filo di Arianna. E qui incontriamo la più grande stranezza: si direbbe che per secoli nessuno si sia accorto che il labirinto grafico, quello univiario, non poteva essere quello del mito. Secondo grandi studiosi come il Kern, la differenza sarebbe stata percepita solo nel XX secolo. Però non è vero. Mi faccio un piccolo vanto d’avere scoperto un brano dove il Boccaccio, nel Commento alla Divina Commedia , mostra di esserne perfettamente cosciente».

Più tardi ci saranno labirinti molto meno semplici. «Nell’età del Manierismo, in pieno Cinquecento — continua Mariotti —, si afferma il labirinto multiviario, quello con vicoli ciechi e biforcazioni. Prima occorre fare un cenno a quello romano, con quattro labirinti intercomunicanti. Era un intrico spogliato di ogni connotazione ansiosa; situato all’ingresso delle grandi domus, era destinato a scoraggiare ladri e altri malintenzionati». Anche i cristiani adottano la figura del labirinto. «Che stavolta ha undici spire. Si tratta ancora di un labirinto univiario. Gesù aveva detto: Io sono la Via, e dunque la via era una, non ce ne poteva essere un’altra».

La prima testimonianza di labirinto multiviario, con bivi e vicoli ciechi, è il disegno di un olandese. «Si tratta della copia di un progetto per giardino di Palazzo Te a Mantova — specifica Mariotti —. Quel progetto non fu mai realizzato; ma poco dopo, tra Sei e Settecento, si sarebbero sviluppati da un capo all’altro dell’Europa i grandi labirinti arborei (labirinti da giardino), quasi tutti multiviari. Luoghi di divertimento e piacere per dame e cavalieri, con i loro anfratti offrivano spazi propizi alla solitudine e alla meditazione, ma anche a incontri erotici (quello di Schönbrunn a Vienna fu distrutto nell’Ottocento perché era diventato uno scandaloso ritrovo di coppie). L’arbusto classico è stato per molto tempo il bosso (il recente labirinto dell’Isola di San Giorgio a Venezia, dedicato a Borges, è fatto di siepi di bosso), ma oggi si sperimentano anche altri vegetali; Ricci usa il bambù; in Francia, a Reignac-sur-Indre, esiste un labirinto di mais; il disegno viene cambiato ogni anno».

C’è molta letteratura sui labirinti, a cominciare dagli antichi. Mariotti cita Borges quasi di continuo: «Di labirinti Borges ha parlato per tutta la vita ed è l’ispiratore e un po’ il Santo Patrono di quello di Ricci; cito anche altri autori — Italo Calvino, autore del saggio La sfida al labirinto, Umberto Eco, che ha inventato il labirinto-biblioteca de Il nome della rosa, Julio Cortázar, autore di una pièce teatrale ambientata alla corte di Minosse, Lo reyes … — che sono stati amici di Ricci e hanno contribuito al suo catalogo; ma il personaggio del Minotauro ha offerto materia anche ad altri scrittori, nel secolo scorso: Friedrich Dürrenmatt, la Yourcenar… Retrocedendo nel tempo, una potente esplorazione delle fogne di Parigi considerate come labirinto si trova ne I miserabili di Victor Hugo; e il Verne del Viaggio al centro delle terra ci offre immagini di quelle diramate cavità sotterranee attraverso cui, ne sono convinto, l’idea di labirinto si aprì per la prima volta un varco nella mente degli uomini. Oggi quel varco è mantenuto aperto da molte altre cose: per esempio Internet».

Dunque, per lei cosa significa il labirinto? «Da un lato è il contrario della felicità — risponde Mariotti —, che è legata al fluido. Per Leopardi gli uccelli sono le più liete creature del mondo; il filosofo taoista Zhuang-zi parla della gioia dei pesci… Felicità è potersi muovere in tutte le direzioni, in un ambiente privo di ostacoli. Così almeno ce la rappresentiamo; il labirinto invece propone strade e passaggi obbligati, sovverte i percorsi, ci trasmette una sensazione di incertezza. In un’epoca come la nostra, in cui i navigatori satellitari ci guidano infallibilmente verso la meta prescelta, i nuovi labirinti ripropongono, sotto forma di gioco, un luogo dove ci si può perdere. In un tempo lontano questo metteva paura, oggi no, o di meno; però provoca un piccolo brivido, che i francesi chiamano frisson. Senza frisson, niente labirinto. Senza frisson può esserci felicità, ma non c’è piacere».
Il Minotauro, figlio degli amori tra la regina Pasife e un toro, viveva rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo. Ucciso il mostro, uscito dall’intricato percorso grazie all’aiuto della principessa Arianna, Teseo torna ad Atene (strada facendo però abbandonerà la sua salvatrice sull’isola di Nasso), ma non sarà un ritorno felice: non cambiando il colore delle vele, provocherà la morte del padre Egeo che si uccide pensando che anche il figlio sia stato ucciso dal Minotauro.

Claudio Parmiggiani, Teatro dell’arte e della guerra, 2006. Labirinto di vetri rotti. Veduta dell’installazione presso il Teatro Farnese, Parma. Foto: Claudio Abate

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Angelus Novus

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”
Tesi IX degli scritti di W. Benjamin Sul concetto di storia [1939], Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7

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Marilyn per sempre

Christo, Emballages de Revues (Wrapped Magazines), 1962 National Academy Museum

La “Poesia a Marilyn” fu scritta poco dopo la scomparsa [dell’attrice], e più tardi venne inserita in un “cinepoema”, grande composizione fatta di immagini, versi e musica dentro un film di montaggio del 1963, “La Rabbia”. “Pasolini conosceva bene la mitologia e la applicava all’interpretazione della realtà”, interviene il professor Sandro Bernardi dell’Università di Firenze, autore del testo sul rapporto tra il poeta e l’attrice per il catalogo della mostra di Palazzo Spini Feroni. “Per lui il mito era affabulazione secolare in cui si era sedimentata l’esperienza di migliaia di anni, così di Marilyn diede una lettura mitica. Ne era affascinato, e vide nella tragedia della sua morte l’occasione per riprendere i miti della fine del mondo, riversandovi angosce contemporanee: le paure degli anni Cinquanta per le armi sempre più potenti e spietate, per la bomba atomica. Pasolini aveva il gusto della contraddizione umana. Nella “Supplica a mia madre” aveva scritto: “È dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”. Nella morte di Marilyn, il poeta vede la fine della bellezza, la sua fragilità, e l’angoscia subentra. Perché per lui bellezza è giustizia, bello e buono coincidono, kalòs kai agathòs. La morte di Marilyn è ingiusta, è smarrimento, è confusione, è perdita di senso. È il prodotto tragico del consumismo: l’amore del pubblico è avido, e la brucia. “Il successo comporta troppe lacrime ingoiate”, scrive: “Darsi al pubblico è darsi in pasto”.
Mitologica, dunque, la Marilyn di Pasolini, ma allo stesso tempo pienamente e tragicamente figlia del suo tempo: donna di origini povere, che a lui piaceva moltissimo perché si era conquistata con ironia e grazia la propria autonomia. Ma non le era stato perdonato. “È questo che nella sua vicenda umana commuove così profondamente Pasolini”, conclude Bernardi: “L’impossibilità della donna di affermarsi. La sua storia gli dice che la donna che prova a farlo finisce in ogni caso tragicamente”. V. PALERMI, “L’Espresso”, 8 giugno 2012

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P.P. PASOLINI, Sequenza di Marilyn, dal film La rabbia, 1963. Voce recitante di Giorgio Bassani. CLICCA QUI.

Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro i fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,

tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Il mondo te l’ha insegnata,
Così la tua bellezza divenne sua.

Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro
era rimasta sola la bellezza, e tu
te la sei portata dietro come un sorriso obbediente.
L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite,
il darsi agli altri, troppi allegri sguardi
che chiedono la loro pietà! Così
ti sei portata via la tua bellezza.
Sparì come un pulviscolo d’oro.

Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci ragazze del tuo mondo…
le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Londra.
Sparì come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi a essere bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal Potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
La portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
Sparì come una bianca colomba d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne un male mortale.

Ora i fratelli maggiori, finalmente, si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: «È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»
Ora sei tu,
quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.

da Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993

I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else
but you I wanna be loved by you alone she was trapped in this! she was trapped in I wanna be loved by you nobody else but you I
wanna be loved by you alone she was drowning! smothering! I wanna be kissed by you nobody else but you I wanna be kissed by you alone she was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters she was dazzling-blond Sugar Kane girl ukulelist she was the female body she was the female buttocks, breasts she was Sugar Kane dazzling-blond girl ukulelist fleeing male saxophonists her ukulele was pursued by male saxophones she would not be able to resist! again & again & always & they loved her for it I wanna be loved by you alone it was happening again, it was happening always & forever it was happening another time I wanna be loved by you nobody else but you she was cooing & smiling into the audience strumming the ukulele they’d taught her to play & her fingers moved with surprising dexterity for one so doped & drugged & terrified even as her gorgeous kissable mouth stammered I wanna! I wanna! I wanna be loved! just another variant of the sad, sick cow but they adored her & a man was falling in love with her on screen I wanna be kissed by you alone but was this funny? was this funny? was this funny? why was this funny? why was Sugar Kane funny? why were men dressed as women funny? why were men made up as women funny? why were men staggering in high heels funny? why was Sugar
Kane funny, was Sugar Kane the supreme female impersonator? was this funny? why was this funny? why is female funny? why were people going to laugh at Sugar Kane & fall in love with Sugar Kane? why, another time? why would Sugar Kane Kovalchick girl ukulelist be such a box office success in America ? why dazzling-blond girl ukulelist alcoholic Sugar Kane Kovalchick a success? why Some Like It Hot a masterpiece? why Monroe’s masterpiece? why Monroe’s most commercial movie? why did they love her? why when her life was in shreds like clawed silk? why when her life was in pieces like smashed glass? why when her insides had bled out? why when her insides had been scooped out? why when she carried poison in her womb? why when her head was ringing with pain? her mouth stinging with red ants ? why when everybody on the set of the film hated her? resented her? feared her? why when she was drowning before their eyes? I wanna be loved by you hoop boopie do! why was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters so seductive? I wanna be kissed by nobody else but you I wanna! I wanna! I wanna be loved by you alone but why? why was Marilyn so funny? why did the world adore Marilyn? who despised herself? was that why? why did the world love Marilyn? why when Marilyn had killed her baby? why when Marilyn had killed her babies? why did the world want to fuck Marilyn?  why did the world want to fuck fuck fuck Marilyn? why did the world want to jam itself to the bloody hilt like a great tumescent sword in Marilyn? was it a riddle? was it a warning? was it j ust another joke? I wanna be loved by you ” hoop boopie do nobody else but you nobody else but you nobody else… Da Joyce Carol Oates, Blonde, 2000

Tommaso Pincio, 50 Marilyn

Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Minimum Fax , 2000

“In un mondo alternativo terribilmente bello e malinconico, Jack Kerouac si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise. Marilyn Monroe fa la commessa in una libreria. Il tirannico Arthur Miller si è comprato una casa sulla cascata dove vive con sua moglie, la triste e bellissima Norma Jeane. Qualche conto sembra in effetti non tornare. Norma e Marilyn non dovrebbero ad esempio essere la stessa meravigliosa ragazza, colei che illuminò i desideri di milioni di persone accendendo una luce nelle stanze più buie degli animi maschili?
Ambientato durante gli anni Cinquanta – reinventati in modo da diventare tra i più veri e struggenti mai raccontati – Lo spazio sfinito è popolato dai personaggi del nostro immaginario collettivo (oltre a Kerouac, Marilyn e Miller c’è Neal Cassady, e il giovane Holden…), i quali però, attraverso le loro vicende di solitudine, desiderio, amicizie infrante, cuori spezzati e vite da ritrovare, si rivelano paurosamente simili a noi.
Questo di Pincio è uno dei romanzi più intensi e commoventi degli ultimi anni, nelle pagine del quale tutto ciò che credevamo di conoscere mostra il suo lato più intimo e nascosto e ci parla più vicino di quanto non sia mai accaduto: date una maschera a uno scrittore, a un’attrice di Hollywood, al mondo intero, e finalmente vi dirà la verità”.

Andy Warhol, Marilyn, 1967. “In August 1962, Andy Warhol began to produce paintings using the screenprinting process. He recalls, “The rubber-stamp method I’d been using to repeat images suddenly seemed too homemade; I wanted something stronger that gave more of an assembly-line effect. With silkscreening you pick a photograph, blow it up, transfer it in glue onto silk, and then roll ink across it so the ink goes through the silk but not through the glue. That way you get the same image, slightly different each time. It all sounds so simple—quick and chancy. I was thrilled with it. My first experiments with screens were heads of Troy Donahue and Warren Beatty, and then when Marilyn Monroe happened to die that month (August 1962), I got the idea to make screens of her beautiful face.” (Andy Warhol, Popism, 1980). FONTE: Moma, N.Y.

 

Mimmo Rotella, Marilyn, décollage, 1963

 

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