Archivi del mese: gennaio 2017

Se questa è cultura umanistica

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Tomaso Montanari, “La Repubblica”, 23 gennaio 2017

Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività». Per la redazione di questo testo, la ministra senza laurea né maturità Valeria Fedeli si è avvalsa della collaborazione dell’ex ministro, ex rettore, professore emerito e plurilaureato ad honorem Luigi Berlinguer: e il risultato dimostra che il punto critico non è il possesso di un titolo di studio.

Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.

Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da «creativi» prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole.

Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. «Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento! ». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a diventare più umani: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti. E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro.

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». Formare gli italiani del futuro al marketing del «Made in Italy»; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling, o per smontare le bufale che galleggiano in Internet; annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza: tutto questo significa scommettere proprio sull’inconsapevolezza, sulla modalità predefinita, sulla corsa sfrenata al successo. La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno?

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Giorno della Memoria: 27 gennaio 2017

Quando viene la conoscenza, viene anche a poco a poco il ricordo. 
Conoscenza e ricordo sono una sola e medesima cosa.
Saul Friedlander, A poco a poco il ricordo, Einaudi, Torino 1990
 Per non dimenticare, VIDEO a cura di ZETTEL- RAI Filosofia.
Hans Sahl [1902-1993], Gli  ultimi [1973], da  Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Noi portiamo in giro lo schedario
con le cartelle segnaletiche dei nostri amici
appeso al collo come la cassetta degli ambulanti.
Istituti di ricerca fanno domanda
per ottenere degli scomparsi gli scontrini della tintoria,
musei custodiscono le parole della nostra agonia
come reliquie sottovetro.
Noi, che sprecammo il nostro tempo
per motivi comprensibili,
siamo diventati i rigattieri dell’incomprensibile.
Il nostro destino è un monumento sotto tutela.
Il nostro cliente migliore
è la cattiva coscienza della posterità.
Prendete, servitevi.
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Il dibattito: come ricordare?
Non siamo noi i superstiti, i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato integrale. […]
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno come nessuno è tornato mai a raccontare la propria morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Susanna Nirenstein, Auschwitz non è un museo, ”La Repubblica”,  24 gennaio 2014
“E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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Marco Paolini legge Primo Levi, La tregua: Hurbineck.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba
del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.
Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente.
Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».
Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992

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Marco Paolini, Ausmerzen, Torino, Einaudi, 2012: il video.

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno oppressi.
Alla fine della Belle Époque, meno di cento anni fa, i dottori dell’Eugenetica prendono due strade: per gli inglesi si tratta di to eradicate illness, sradicare la malattia; per i tedeschi diventa ausmerzen, sopprimere i deboli.
Forse è utile rileggere il passaggio di Primo Levi sul Doktor Pannwitz:
[…] quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.  (P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Einaudi, Torino 2005).
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepí in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere».
Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.
Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui. Certe persone sembravano incapaci di pensare parole intere, altre facevano rumori. Immaginavo il suono del loro cervello. Era un gioco, ma faceva paura.
Certe volte era un rantolo, altre volte un ronzio come la radio fuori frequenza. Leggendo Levi ho sentito il rumore del cervello del Doktor Pannwitz. Suonava, era senza parole ma suonava come un telefono fisso, suonava a vuoto.
Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria.
Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano piú perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare. […]

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla“Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

Qualche giorno prima, in una lettera al maggiore dei suoi cinque figli, Hoess scriveva:

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi era presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.

Prima ancora, durante gli interrogatori preliminari seguiti alla sua cattura, aveva detto:

“Quando mi trovai nelle SS, educato alla disciplina di quella organizzazione, credevo che quanto mi veniva ordinato dal suo capo e da Hitler fosse giusto; secondo me sarebbe stato disonore e debolezza il cercare in qualsiasi maniera di evitare l’adempimento delle loro commissioni e dei loro ordini, e con tale punto di vista persistetti in ogni luogo a cui fui destinato, e adempii con fervore a tutte le commissioni, anche quando nello svolgimento del mio lavoro nei campi di concentramento vidi fatti veramente inumani…”.

Il male compiuto non per malvagità ma solo per dovere, per senso di appartenenza – il male legalizzato –  diventa una pratica da sbrigare, per la quale i coinvolgimenti emotivi sono tanto più inesistenti quanto più burocratico e organizzato ne è l’adempimento. E’ la banalità del male di cui parla Hanna Arendt: quando cioè l’eccezionalità dell’agire criminoso diventa mostruosa quotidianità, assuefazione e mancanza di consapevolezza, e la distinzione fra virtù e vizio – categorie che vorremmo credere assolute – si trova a dipendere solo da contingenze di luogo e circostanza. E’ così che Hoess poteva riferirsi alle operazioni di sterminio condotte nel campo come “commissioni“; essere a un tempo il padre che prima di morire scrive al figlio una lettera eticamente esemplare e il funzionario che nelle sue memorie ricorda come l’introduzione dello ziklon B26 fu per lui un sollievo: “aveva su di me un effetto tranquillante; infatti si dovevano al più presto sterminare in massa gli ebrei, e né io né Eichmann sapevamo in che modo dovevamo agireOra avevamo trovato il mezzo”.

Ciò che è raccapricciante nel male istituzionalizzato  è che non solo deresponsabilizza i carnefici, ma induce le vittime a collaborare.

Eichmann e i suoi uomini comunicavano ai consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per riempire i convogli,e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro. Poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. […] [Eichmann] naturalmente non si aspettava che gli ebrei condividessero il generale entusiasmo per la loro distruzione, ma si aspettava qualcosa di più che la loro condiscendenza: si aspettava – e la ebbe in misura eccezionale – la loro collaborazione. Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale a Berlino […] fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte. […] La verità vera è che […] ovunque c’erano ebrei c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra” (Arendt, La banalità del male).

Ma se la distinzione fra bene e male viene a dipendere da contingenze di luogo e circostanza, è chiaro che a posteriori il giudizio morale che se ne può esprimere dipende altresì da luoghi e circostanze contingenti. Per dirla in altri termini: la storia viene scritta dai vincitori. Lo sapeva Goebbels quando nel 1943 afferma che essi sarebbero passati alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali. E lo sapeva Eichmann, che al processo si dichiara “non colpevole, nel senso dell’accusa” in quanto accusato di crimini che erano tali solo retrospettivamente, avendo egli agito all’epoca dei fatti in conformità alla legge vigente nello stato di cui era suddito, lamentando che i poteri forti avevano abusato della sua obbedienza:

Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna“. Come osservò il suo difensore, egli “aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde“. (Arendt, op cit).

Questo comporta, fra l’altro, che la norma implicita nella massima di Santayana sia ben più aleatoria di quanto non sembri a prima vista: quale Storia, viene da chiedersi, stiamo ricordando? Pensiamo alla rappresentazione storica che avremmo oggi di quel periodo se a vincere fossero stati i nazisti: l’accusa di avere scatenato il conflitto sarebbe toccata agli Alleati, e quella di genocidio agli Stati Uniti per le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Olocausto, poi,  sarebbe una leggenda metropolitana sostenuta da pochi, guardati con disprezzo e irrisione, come con disprezzo e irrisione guardiamo oggi alle assurdità dei negazionisti…
Bene fece Eisenhower, con profetica previdenza, a insistere affinché venisse documentato tutto il documentabile, poiché l’orrore era tale che temeva sarebbe arrivato un giorno in cui “qualche idiota” si sarebbe alzato a dire che tutto questo non era mai successo.

Il Memorial di Auschwitz ammonisce: “ricordiamoci che questo è stato” (e che nessun idiota alzi il dito a sostenere che ciò non accadde). Ma ciò che è stato lo fu già prima, e dopo è accaduto di nuovo. L’elenco dei massacri e delle pulizie etniche, anche limitandoci a guardare il solo XX secolo, è talmente nutrito che ci si chiede come abbiano potuto essere perpetrati nel breve spazio di 100 anni. A poco valgono, si direbbe allora, le ammonizioni, perché è fragile la memoria dell’uomo. Così fragile che le stesse vittime si trasformano a loro volta in aguzzini e carnefici: appena due anni dopo la chiusura di Auschwitz e degli altri lager, Israele inizia – e tutt’oggi persegue – la stessa pulizia etnica contro un altro popolo, quello palestinese, colpevole anch’esso, come lo fu quello ebreo, di esistere nel luogo sbagliato.

Forse, fra tutte le domande che Auschwitz solleva, questa è la più angosciosa.  Se persino la vittima è incapace di imparare dalla propria sofferenza, quali speranze abbiamo? A cosa serve ricordare la Storia, se ci si ostina a piangere solo i propri morti e si è incapaci di fare del dolore di ognuno il proprio dolore? Edmund Burke disse che tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente. Si potrebbe aggiungere che per non fare niente basta credere che il solo male che importa è quello che viene fatto a noi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Fonte Per la Storia – Pearson

Anne Frank: l’unico video fino ad ora conosciuto che la riprenda. E’ affacciata alla sua casa di Amsterdam e osserva un piccolo corteo nuziale.

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L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali

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Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. E molto pericolosa: per loro stessi, per la società, per la salute delle nostre democrazie. L’allarme viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università. Non è uno studio fatto in fretta e furia per cavalcare il dibattito sul fenomeno Donald Trump, il tema delle “fake-news” e della realtà post-fattuale. No, lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link https://ed.stanford.edu/node/ 10003?newsletter=true) ebbe inizio nel gennaio 2015, prima ancora che Trump si candidasse. Le conclusioni, come spiega il professor Sam Wineburg che ha fondato il centro di ricerca, rivelano «una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in Rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news». Crolla un mito, dunque: «Molti danno per scontato», prosegue lo stesso Wineburg, «che i giovani essendo a loro agio nei social media sono anche sagaci, lucidi nel valutare i contenuti, invece la nostra ricerca dimostra l’esatto contrario».
La celebre denuncia di Umberto Eco sulla «invasione degli imbecilli», assume una gravità superiore. Nel giugno 2015, ricevendo una laurea honoris causa a Torino, Eco disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Il problema indicato dalla ricerca di Stanford, è che intere generazioni non sanno proprio distinguere tra un Nobel e un imbecille? Lo stesso Eco dalla sua invettiva traeva una conclusione operativa: «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi». È proprio quello che si prefiggono gli studiosi di Stanford. Anche loro partono dalla consapevolezza che «l’invasione degli imbecilli» – o peggio ancora dei faziosi, disseminatori di falsità, calunnie – è un problema sociale e politico di massima importanza. «La democrazia», avverte il sito della Stanford Graduate School of Education», è minacciata dalla facilità con cui la disinformazione sui temi civici viene tollerata, si diffonde e fiorisce».
Il direttore dello Sheg, Joel Breakstone, condivide con Eco il richiamo al ruolo della scuola; ma constata che gli stessi prof sono allo sbaraglio, e se cercano dei supporti educativi non li trovano: «Gran parte del materiale sulla credibilità della Rete è fermo allo stato dell’arte sul finire degli anni Novanta. Il mondo è cambiato ma molte scuole sono inchiodate nel passato».
I test usati nelle scuole americane sono rivelatori. «A tutti i livelli», dicono i ricercatori, «siamo rimasti esterrefatti dall’impreparazione degli studenti». Citano l’esempio delle scuole medie dove hanno voluto saggiare capacità di distinguere articoli e tweet affidabili o meno. Un esercizio semplice: ti puoi fidare di un articolo su un tema finanziario, se l’autore è dipendente di una banca o l’articolo è sponsorizzato? Molti ragazzi non esaminano l’autore o la sponsorizzazione prima di capire se crederci o no. L’80 per cento non sa riconoscere la pubblicità redazionale dagli articoli fattuali.
Passando alla politica, e alla secondaria superiore, un test sottoponeva agli studenti diversi annunci sulla candidatura di Trump, segnalati attraverso Facebook. Alcuni venivano dalla Fox News, altri da un account che si spacciava per Fox News: il 30 per cento preferiva quest’ultimo perché presentato in veste più attraente. Idem a livello universitario dove alcuni test vertevano sulla capacità di selezionare i risultati delle ricerche su Google. Su un tema politicamente scottante – la falsa accusa ad una esponente democratica di volere “l’eutanasia di Stato” – anche la generazione che va al college fa molta fatica a distinguere fonti autorevoli, indipendenti, dai disseminatori di bugie interessate. A volte basta arricchire un sito con qualche link che rinvia a fonti serie, per attirarli in trappola.
La ricerca è stata condotta in 12 Stati Usa, sottoponendo ai test 7.800 studenti, con un ventaglio di situazioni socio-economiche e culturali, dai quartieri poveri di Los Angeles ai sobborghi residenziali benestanti di Minneapolis.
Il progetto Stanford non si ferma alla constatazione dell’abisso d’ignoranza e impreparazione. Vuole offrire alle scuole e alle università gli strumenti per ovviare a queste lacune. Lo Sheg ha elaborato una sorta di kit ad uso dei prof che vogliano integrare i loro corsi sui due terreni gemelli: «Digital literacy – Informed citizenship», alfabetizzazione digitale per una cittadinanza informata. Dall’istituto californiano partono regolarmente in missione dei prof che vanno a tenere seminari nelle università e nelle altre scuole, per insegnare come s’insegna questa alfabetizzazione digitale. Una prima versione del loro kit (curriculum, nel senso inglese) è dedicata alla verifica delle fonti d’informazione negli studi di scienze sociali, ed è già stata scaricata 3,5 milioni di volte, viene adottata da diversi provveditorati scolastici. È uno sforzo ancora all’inizio. Una montagna da scalare. In fondo il punto di partenza, lo stato dell’arte, non è molto diverso da quando la prima televisione fece irruzione in paesi ancora poveri, irrorando di informazione e spettacolo vaste sacche di analfabetismo tout court; e per molti valeva il principio «è vero, lo ha detto la tv».

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Il “Canzoniere” delle donne

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Sebastiano del Piombo, Vittoria Colonna (?), 1520-25

Vittoria Colonna [1490-1547], Sonetto LXXXII

Quando ‘l gran lume appar nell’oriente,
che ‘l negro manto della notte sgombra,
e dalla terra il gelo e la fredd’ombra
dissolve e scaccia col suo raggio ardente:

de’ primi affanni, ch’ avea dolcemente
il sonno mitigati, allor m’ ingombra,
ond’ ogni mio piacer dispiega in ombra,
quando da ciascun lato ha l’altre spente.

Così mi sforza la nimica sorte
le tenebre cercar, fuggir la luce,
odiar la vita e desiar la morte.

Quel che gli altri occhi appanna a’ miei riluce,
perché, chiudendo lor, s’ apron le porte
alla cagion ch’ al mio sol mi conduce.

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Michelangelo, Vittoria Colonna, 1550 circa

SONETTO XLIII

Parmi, che ’l Sol non porga il lume usato,
Nè che lo dia sì chiaro a sua sorella,
Nè veggio almo pianeta, o vaga stella
Rotar lieto i be’ rai nel cerchio ornato.

Non veggio cor più di valore armato:
Fuggito è il vero onor, la gloria bella,
Nascosa è la virtù giunta con ella,
Né vive in arbor fronda, o fiore in prato:

Veggio torbide l’ acque, e l’ aer nero,
Non scalda il fuoco, né rinfresca il vento,
Tutti an smarrito la lor propria cura.

D’ allor che ’l mio bel Sol fu in terra spento:
O che confuso è l’ ordin di Natura,
O il duol agli occhi miei nasconde il vero.

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A. Bronzino, Ritratto della poetessa Laura Battiferri (1555-1560), Firenze

Gaspara Stampa [1523-1554], Voi ch’ascoltate…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

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Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.

Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

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A. MELDOLESI, Amor m’ha fatto tal…, “Corriere della Sera”, 1 marzo 2014

Quanto ha amato Gaspara Stampa, e quanto ha scritto. Oltre duecento poesie dedicate allo stesso uomo, il conte Collaltino di Collalto, che troppo tiepidamente la ricambiava. Poetessa, cantatrice, donna ribelle alle convenzioni del tempo, in bilico tra successo e scandalo come una cortigiana. Con una franchezza e una modernità inaspettate per il Rinascimento, nelle sue “Rime” ha cantato i brevissimi diletti e lunghe doglie dell’amore, il desiderio femminile soddisfatto e insoddisfatto. Quando’l disio m’assale, ch’è si spesso / Non essendo qui meco chi l’appaga / La vita mia è un morir’ espresso. Non era aristocratica, non era sposata, non era neppure una vera veneziana. Gaspara nasce a Padova, probabilmente nel 1523, da un mercante di gioielli che vuole per lei una buona educazione letteraria e musicale. Dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia con madre, fratello e sorella. Si esibisce nei salotti e nelle feste con un’arte che incanta molti e una condotta morale che scandalizza altri. Morirà a soli 31 anni, avvelenata secondo un resoconto settecentesco, più probabilmente uccisa dall’influenza. Novella Saffo, gli estimatori la chiamavano “divina”, i detrattori “landra” (meretrice).

Il suo canzoniere riprende il modello petrarchesco e inverte i ruoli. Il poeta che si strugge d’amore questa volta è una donna, l’amata che ispira quei versi è un uomo. Petrarca è lei, mentre lui è Laura. Lo fa negli stessi anni anche l’aristocratica romana Vittoria Colonna ma Gaspara ne è l’antitesi. Quella canta l’amore perfetto, coniugale, di una sposa-vedova fedele e casta, per un marito carico di virtù morali con cui è stata felice. Gaspara arde di un amore imperfetto e doloroso, acceso dai sensi oltre che dai sentimenti, per un amante socialmente superiore a lei, che l’abbandona. Un uomo che nella sua vita e nella sua opera non resterà neppure l’unico. Una dozzina di poesie, tra le più irriverenti, sono dedicate a un altro, Bartolomeo Zen. La fedeltà di Gaspara non è per l’amato ma per le leggi dell’amore, nota Marina Zancan (Il doppio itinerario della scrittura, Einaudi). Si rivolge all’“illustre mio Signore”, ma a Collaltino rimprovera di avere un cuore d’orsa o di tigre, scrive che Venere gli ha donato la bellezza e Mercurio l’eloquenza, ma ha ricevuto la freddezza dalla luna. L’empio è lui perché non onora l’amore. La virtuosa è lei, perché sa amare. Oltre duecento poesie per un uomo, anzi no: oltre duecento poesie su se stessa che ama. La protagonista è lei. Non si uccide come una Didone abbandonata, non vuole la pietà dei posteri ma la gloria, si augura l’invidia delle donne che verranno. Soffia su quel fuoco che ha nel petto e grazie a quello si afferma, per mezzo della scrittura poetica, in un’epoca in cui non era affatto scontato. Si racconta capace di attraversare le fiamme come la salamandra della leggenda e risorgere come la fenice. Amor m’ha fatto tal, ch’io vivo in foco / Qual nova Salamandra al mondo, e quale / l’altro di lei non men stranio animale / Che vive, e spira nel medesmo loco. Benedetto Croce le riconosceva versi, immagini, sonetti interi di bellezza e gentilezza mirabili, anche se pensava che la sua poesia rischiasse di diventare quasi un diario. L’opera di Stampa si alimenta di vita vissuta, la sovrasta e ne è schiacciata. E’ un peccato che la sua reputazione ne abbia a lungo oscurato l’arte. Le “Rime” sono uscite postume, per iniziativa della sorella Cassandra, e la vera fama è arrivata con qualche secolo di ritardo. Ma è bello pensare che Gaspara alla fine vendichi tutte le donne colpevoli di aver troppo amato. L’uomo di lettere e d’armi che tanto bramava oggi è considerato solo un “modesto poeta”. Lei è diventata cara ai romantici e ai neoromantici come Rainer Maria Rilke, Jane Tylus ne ha tradotto i versi per la University of Chicago Press e molti la considerano una delle figure femminili più luminose e originali della letteratura italiana.

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Gaspara Stampa,  Io assimiglio il mio signor al cielo…

Io assimiglio il mio signor al cielo
meco sovente. Il suo bel viso è ‘l sole;
gli occhi, le stelle, e ‘l suon de le parole
è l’armonia, che fa ‘l signor di Delo.

Le tempeste, le piogge, i tuoni e ‘l gelo
son i suoi sdegni, quando irar si suole;
le bonacce e ‘l sereno è quando vuole
squarciar de l’ire sue benigno il velo.

La primavera e ‘l germogliar de’ fiori
è quando ei fa fiorir la mia speranza,
promettendo tenermi in questo stato.

L’orrido verno è poi, quando cangiato
minaccia di mutar pensieri e stanza,
spogliata me de’ miei più ricchi onori.

Il Ritratto di ignota col “Petrarchino” di Andrea del Sarto in alta definizione:

Isabella di Morra [1520-1546], Rime

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

Isabella di Morra: una poesia per spiegare il femminicidio. CLICCA QUI.

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2017: peace & love

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01/01/2017 · 06:24