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13/11/2015 · 04:39

L’immagine pop che salva la scienza

MASSIMIANO BUCCHI, “La Repubblica”, 1 agosto 2015

L’aveva intuito già Alice nel Paese delle Meraviglie, che nella versione Disney sognava un mondo con “libri fatti solo di figure”. Ma certo fa effetto sentirlo ribadire da uno dei più importanti gruppi editoriali internazionali di pubblicazioni scientifiche. «A picture is worth a thousand words, un’immagine vale mille parole», così Elsevier ammonisce oggi gli scienziati che aspirano a pubblicare sulle proprie riviste. Questa centralità della dimensione visuale si esprime anche in ambito divulgativo, dove immagini di grande impatto e fascino sono fondamentali per catturare l’attenzione e promuovere la condivisione di dati e risultati, soprattutto nell’epoca della comunicazione digitale.

Proprio per sostenere questa sfida contemporanea il Mit ha lanciato nelle scorse settimane un corso online dedicato alla realizzazione di immagini tecnico- scientifiche, “Making Science and Engineering Pictures: A Practical Guide to Presenting Your Work“. L’ideatrice del corso è Felice Frankel, forse la più nota e apprezzata fotografa in ambito scientifico a livello internazionale. A lungo fotografa di paesaggi (ma biologa di formazione), la Frankel scoprì la sua vocazione quasi per caso all’inizio degli anni Novanta. Un chimico, George Whitesides, le mostrò i propri esperimenti sulle proprietà dei materiali nelle nanodimensioni. Utilizzando molecole idrorepellenti, Whitesides aveva ottenuto dei triangoli contenenti una goccia d’acqua. Guardando una foto in bianco e nero, Felice chiese se si potessero fare a scacchiera, colorando l’acqua: il risultato fu una foto in cui le gocce “riflettevano la luce con sfumature lilla e gialle”. L’art director della rivista Science, molto colpito dalla foto, propose di metterla in copertina, ma ne chiese una versione “con colori puri, non ambigui”. Insomma che sembrasse più “scientifica” e “meno artistica”. «Whitesides fu subito d’accordo » ricorda la Frankel, «cosa non farebbe uno scienziato per avere la copertina di Science? Ma per me fu una grande lezione: dovevo mirare alla chiarezza ». Fu la prima di una lunga serie di copertine e di una brillante carriera, anzi di una missione: aiutare il mondo della ricerca a comunicare in modo efficace oggetti e risultati complessi. Le sue foto più celebri sono state esposte in centinaia di gallerie e sui parigini Champs-Elysèes, ma non chiamatela artista: creare un’immagine che colpisca e possa competere per l’attenzione con milioni di altre immagini è altrettanto importante, per lei, quanto fare un uso “responsabile” delle immagini, restando fedeli all’oggetto rappresentato.

Giacché l’immagine può contribuire al successo e alla diffusione di un risultato scientifico, ma può divenire talmente celebre da sovrapporsi allo stesso risultato e perfino contribuire ad alimentare equivoci e travisamenti clamorosi.

Nel 1896, l’articolo senza figure “Su una nuova specie di raggi” era probabilmente destinato ad interessare una limitata cerchia di fisici. Finché all’autore non venne in mente di inviare personalmente ad alcuni di loro qualche foto. Il direttore di un quotidiano viennese sobbalzò vedendone una sulla scrivania del figlio. Il giorno dopo, le ossa della mano della moglie dello scienziato tedesco Wilhelm Konrad Röntgen fotografate ai raggi X con tanto di fede nuziale al dito spiccavano macabre in prima pagina, e da lì rimbalzarono rapidamente sui giornali di tutto il mondo, proiettando la scoperta e il suo autore verso la celebrità mondiale.

Il celebre disegno della doppia elica che accompagna il brevissimo articolo del 1953 di Watson e Crick sulla struttura del Dna è un esempio di come una visualizzazione realizzata rapidamente e con mezzi elementari sia divenuta una convenzione visuale consolidata e un’icona che si sovrappone allo stesso oggetto scientifico. Realizzata dalla moglie di Crick (Odile Speed, disegnatrice di abiti e pittrice di nudi) a partire da uno schizzo del marito, benché presentata cautamente come “puramente diagrammatica” essa è infatti ormai la “doppia elica” e questa è “il Dna” per l’immaginario collettivo.

Immagini scientifiche altrettanto celebri e classiche sono invece decisamente fuorvianti. Una l’abbiamo vista tutti almeno una volta su un poster, una maglietta, una pubblicità: è la cosiddetta “Marcia del progresso” che mette in fila indiana i passaggi salienti dell’evoluzione umana travisando completamente la visione darwiniana. Fu realizzata nel 1965 per un testo divulgativo le cui precisazioni si sono perse man mano che l’immagine stessa è divenuta, come si usa dire oggi, “virale”.

Studi recenti evidenziano anche come la disponibilità di immagini abbia reso rilevanti per l’opinione pubblica certi allarmi ambientali, e come la mancanza di immagini ne abbia reso “invisibili” altri potenzialmente non meno gravi. Così, nel 1979, una delle più gravi perdite di materiale radioattivo della storia, nella riserva Navajo di Church Rock, New Mexico, rimase sostanzialmente ignota al grande pubblico in assenza di immagini efficaci per documentarla. Viceversa, un documentario come Una scomoda verità (2006), incentrato sulla testimonianza dell’ex vicepresidente statunitense Al Gore, è ricco di immagini capaci di visualizzare con immediatezza la minaccia del cambiamento climatico.

Insomma, se c’è una sfida per gli scienziati a valorizzare visivamente il proprio lavoro, non meno rilevante è la sfida che coinvolge tutti noi, che rischiamo di scambiare l’immediatezza della dimensione visuale, la sua capacità di travalicare confini linguistici e steccati disciplinari, per l’immediata comprensione dei suoi contenuti. Per fortuna il corso online del Mit è aperto a tutti.

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Cosa resta di un’Expo

FEDERICO RAMPINI,  “La Repubblica”, 12 aprile 2015

È LA DOMANDA-CHIAVE. Decine di città e di stati se lo sono chiesti da centosessantaquattro anni in qua. A volte la domanda si è tinta di angoscia, di fronte al conto da pagare. Che cosa resta di un’Expo? A parte, s’intende, i processi per tangenti o le polemiche sui cantieri incompiuti, almeno nel caso milanese.
La prima Esposizione universale a portare questo nome si tiene a Londra nel 1851. Come spiega Renzo Piano nell’intervista che segue nelle pagine successive, quell’evento segna la storia dell’architettura moderna, il Crystal Palace in vetro-acciaio ne è una pietra miliare. Così come lo sarà la Tour Eiffel a Parigi, anch’essa creatura-trofeo di un’Expo (1889). Vale un po’ anche per l’Atomium di Bruxelles, per quanto appaia anacronistica quella rappresentazione trionfale dell’energia nucleare, eretta nel 1958 quando il ricordo di Hiroshima era ancora fresco. Dunque, le tracce possono restare eccome: durevoli, simboliche, bandiere di un’epoca. Certo, non è detto che la costruzione di un edificio destinato a diventare icona (come la Tour Eiffel o le guglie spaziali di Seattle 1962 e Brisbane 1988) basti a provare un lascito duraturo; ma può essere almeno un buon indizio che l’Expo abbia intercettato un’idea forte. In certi casi l’evento espositivo può addirittura suonare profetico, annunciare la vocazione futura di una città: come la Panamericana di San Francisco di cui commemoriamo il centenario proprio quest’anno. Nel 1915, mentre l’Europa sprofondava nella Prima guerra mondiale, la California non si limitava a festeggiare l’inaugurazione del Canale di Panama che le avrebbe dato un ruolo enorme nei commerci mondiali, abbattendo i tempi del trasporto navale tra Atlantico e Pacifico. L’Esposizione Pan-americana propose San Francisco come vetrina d’invenzioni, prefigurando quel ruolo di tecnopoli, capitale della Silicon Valley, che era ancora di là da venire: ci sarebbe voluto l’attacco giapponese a Pearl Harbor, la necessità di spostare nel 1941 la ricerca militare verso la West Coast, gli investimenti del Pentagono nell’elettronica. Tant’è, l’Expo di San Francisco con la costruzione del Palace of Fine Arts (oggi sede dell’Exploratorium) fu una specie di faro acceso sul futuro, l’annuncio visionario di quel che sarebbe diventata la California.
Per rispondere alla domanda su “cosa resta” di un’Esposizione universale, bisogna tenere conto del contesto: le aspettative nate attorno all’evento, la missione che gli è stata assegnata. Almeno durante i primi cinquant’anni della loro storia, le Esposizioni universali furono perfettamente racchiuse nella definizione del filosofo tedesco Walter Benjamin: “Siti di pellegrinaggio per il feticismo della merce”.
COMINCIANDO DALL’EVENTO inaugurale di Londra, pensato dal modernista Principe Alberto, e fino alla Prima guerra mondiale, le Expo interpretano a perfezione un’èra di fiducia nel progresso, ottimismo sul futuro, adorazione della tecnica. Quei raduni internazionali per visitatori curiosi accompagnano processi ben più profondi e strutturali in molte nazioni avanzate: come le riforme scolastiche che introducono una formazione professionale adeguata ai nuovi mestieri industriali. È un’epoca che preannuncia e poi coincide con il Secolo Americano. Non a caso tante Expo si susseguono in tutte le metropoli manifatturiere degli Stati Uniti, comprese alcune città oggi “arrugginite” dal declino industriale: Philadelphia nel 1876, Chicago nel 1893, Buffalo nel 1901, Saint Louis nel 1904. New York ne ospiterà a ripetizione.

L’Expo di quei tempi è un evento così importante che spesso diventa il palcoscenico per presentare al mondo una nuova invenzione rivoluzionaria, come il telefono di Alexander Graham Bell: collaudato in pubblico all’Expo di Philadelphia nel giugno 1876, ha tra i suoi primi testimoni affascinati l’imperatore del Brasile Pedro II. A San Francisco nel 1915 s’inaugura la prima linea telefonica con l’altra costa, che consente ai newyorchesi di ascoltare il rumore delle onde dall’Oceano Pacifico. Il Museo Leonardo da Vinci, a Milano, elenca altri esempi di invenzioni o nuovi prodotti “lanciati” in occasione delle Expo: il visore stereoscopico nel 1870, la macchina da scrivere Remington nel 1890, il fonografo, il cinematografo, il pallone aerostatico, la ferrovia sopraelevata.

Le tragedie delle due guerre mondiali costringono l’Occidente a un traumatico riesame della sua idea di progresso. Già nel conflitto del 1914-18 è evidente quanto la tecnica possa mettersi al servizio della barbarie: la Germania sperimenta le prime armi di distruzioni di massa (gas) e i primi bombardamenti deliberati sulle popolazioni civili (Londra), attirandosi poi rappresaglie della stessa natura. Da quel periodo anche le Expo escono trasfigurate. Più che celebrare le vittorie della tecnica, si entra in una fase dove le Esposizioni sono esse stesse un terreno di battaglia dei nazionalismi.

Il fascismo ci prova con Roma nel 1942, ma resta l’unica Expo cancellata per una guerra; caso raro di un intero quartiere (l’Eur) costruito per un evento che non si terrà. Dopo la Seconda guerra mondiale il filone prosegue ma deve correggere il tiro: l’Expo rimane una vetrina per promuovere il “marchio” di una nazione a condizione che il contesto sia improntato alla comprensione tra i popoli, alla cooperazione, alla pace. L’America post-kennedyana dà praticamente in appalto alla Walt Disney tutta l’Expo di New York del 1964, che adotta come slogan “It’s a small world” (il mondo è piccolo), il tema musicale che tuttora si può ascoltare nel parco tecnologico di Epcot-Disneyworld a Orlando, in Florida. Di nuovo segno dei tempi, le Expo possono perfino favorire i primi passi del disgelo Est-Ovest (Montréal 1967, Osaka 1970). La Spagna nel 1992 a Siviglia celebra la sua appartenenza all’Unione europea, in tempi in cui questa destava un entusiasmo generale.
Un caso particolare — quasi un ritorno alle origini — è Shanghai 2010. Visitata da settantatré milioni di persone, un record nella storia di questi eventi, Shanghai è stata a suo modo una riedizione del “feticismo” di cui parlava Benjamin: nel senso che è servita a presentare soprattutto a decine di milioni di cinesi delle province i fasti della globalizzazione e della modernità. Un altro aspetto di Shanghai che invece ci riporta a vicende più attuali: si tratta dell’ultimo grande evento globale organizzato dalla Cina sotto il potere di Hu Jintao, e quando era ancora forte il “clan shanghainese” del predecessore Jiang Zemin. Tutti e due investiti dall’offensiva del successore, l’attuale presidente Xi Jinping. Che s’installa al comando nel 2012, lancia una serie di inchieste sulla corruzione, e smantella pezzo dopo pezzo le correnti avversarie del Partito comunista.
Shanghai è rappresentativa anche per il vento del Terzo millennio che soffia su tutte le Expo, Milano inclusa. Da una parte c’è l’austerity: dal 2000 (Hannover) in poi molti governi cominciano a mostrare riluttanza verso i costi elevati. Gli Stati Uniti aprono la strada nel delegare a sponsor privati la loro rappresentanza: tant’è che sia a Shanghai sia a Milano la partecipazione Usa è stata in forse fino all’ultimo, perché il Dipartimento di Stato ormai si limita a fare da coordinatore dei finanziatori privati. Sul fronte delle idee in tutte le Expo del nuovo millennio, da Hannover ad Aichi (Giappone), da Shanghai a Milano, la sostenibilità diventa il tema dominante. La tecnologia di fronte alla sfida di salvare un pianeta in pericolo grave: un problema che i visitatori del Crystal Palace nel 1851 avrebbero faticato a immaginare.

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Le cinque regole della retorica per l’era digitale

Cicerone e Aristotele avevano elaborato un metodo pratico ed efficacissimo – il canone – per costruire un ragionamento convincente. Questo metodo – ancora valido – va però riletto con le lenti del digitale

da “Wired”

La retorica, l’arte del ragionare a cui Aristotele attribuiva la “facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”, deve oggi essere adattata al mondo digitale, alle sue leggi, ai suoi ambienti, alle sue convenzioni, alla sua netiquette.

Per affrontare questa necessità in modo sistematico è utile riprendere l’articolazione del discorso retorico come la intendeva Cicerone, e adattare questo canone – il canone classico – all’universo digitale.  Secondo Cicerone – che si era ispirato all’opera Rhetorica ad Herennium, erroneamente a lui attribuita – ogni atto comunicativo può essere diviso in cinque fasi specifiche: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. Queste fasi scandiscono i momenti salienti e a cui vengono associati metodi, tecniche, raccomandazioni, esempi, trabocchetti. È dunque necessario rileggere queste fasi per l’ambiente digitale. Vediamo brevemente – e con alcuni esempi – come potrebbe “suonare” il canone retorico ciceroniano riletto con la lente del digitale:

inventio: dove trovare gli “oggetti digitali” (non solo testo, ma anche immagini, infografiche, suoni, animazioni, link, box di dialogo…) da usare per costruire il ragionamento;
dispositio: come organizzare questi oggetti all’interno degli spazi digitali (siti web, apps, post su facebook…) in maniera efficace, convincente e cognitivamente semplice per costruire argomentazioni o storie;
elocutio: come abbellire (ma non troppo) o rendere più attraente e coinvolgente l’argomentazione e/o comunicazione grazie alle infinite forme del digitale;
memoria: come organizzare “in digitale” la propria conoscenza e come richiamarla nel momento in cui serve, anche supportando con efficacia una comunicazione;
actio: come rendere più efficace – grazie agli strumenti digitali – la performance comunicativa.

Torneremo spesso – nelle prossime riflessioni – su questa classificazione. Per il momento vediamone brevemente qualche aspetto specifico, per capire come il digitale forzi davvero un’ampia rilettura (e aggiornamento) del canone classico della retorica.
Nel caso dell’inventio, la ricerca dei topic nel mondo digitale va indirizzata rispondendo a domande del tipo: dove trovare e come scegliere immagini effettivamente esplicative? Quali fonti Internet sono attendibili (pensiamo agli Hoax di Wikipedia o ai criteri usati da Google per ordinare i risultati della ricerca. Quanto è corretto utilizzare frammenti avulsi dal contesto (anche se provenienti da fonti attendibili)? Come prelevare le informazioni senza rubarle (inconsapevolmente)? Questi aspetti sono particolarmente critici anche perché l’ecosistema digitale sta divenendo il luogo privilegiato in cui si raccolgono dati, informazioni ed elementi per costruire ragionamenti e prendere le decisioni di business.
Nel caso della dispositio, invece, la sfida digitale richiede la capacità di rispondere a domande di questo tipo: come integrare efficacemente testo e immagine ? Quale grado di ipertestualità mantenere in un testo? Quale metafora utilizzare per la pagina web iniziale (la videata, la pagina infinita, la scrivania/Desk Top, il cruscotto…)? Come limitare l’interferenza delle informazioni non pertinenti alla comunicazione che si sta costruendo (come ad esempio la pubblicità, i tasti di navigazione, i feedback tecnici, i messaggi di errore…)? Come utilizzare con efficacia l’interazione dell’utente, senza dargli troppa autonomia? Come (e se) usare – come sottofondo – musica, suoni, commenti sonori?
Non è però sufficiente aggiornare il canone all’ecosistema digitale; sarà infatti sempre più necessario costruire anche una vera e propria epistemologia della Rete che si occupi dello studio dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza che si origina sulla Rete o che lì si alimenta. Secondo Sergio Luzzatto, questa mancanza nell’insegnamento del digitale – che viene oltretutto chiamato in maniera ridicola “alfabetizzazione digitale” – è forse la carenza più clamorosa dell’offerta formativa tradizionale che guarda al mondo digitale. Egli osserva infatti che “nella lezione di italiano, qualunque professore di discreto livello insegna ai ragazzi un’elementare critica del testo. Nella lezione di fisica, qualunque professore insegna i requisiti minimi di un esperimento scientifico. Ma molto raramente vengono insegnati ai ragazzi i criteri fondamentali di una navigazione in Rete”. E cioè come cercare le cose, e dove trovarle. Come distinguere fra siti autorevoli, siti attendibili, siti eterogenei, siti pericolosi. Come appropriarsi dei tesori di internet senza rubarli.

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2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 18,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 7 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

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The Digital Hadrian’s Villa Project

La ricostruzione digitale di villa Adriana, patrimonio dell’UNESCO. Progetto a cura dell’ IDIA Lab, in collaborazione con il Virtual World Heritage Laboratory (VWHL) dell’ Università di Virginia (UVA), diretto da  Bernard Frischer e fondato dalla National Science Foundation.

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Tempo di viaggi

I più grandi viaggi della storia e della letteratura, da Magellano a Kerouac: mappe interattive. CLICCA QUI.

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Roma antica

Mappa interattiva dell’antica Roma (Digital Augustan Rome):  CLICCA QUI.

Infografica: Rome.  a city of “first”. CLICCA QUI.

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