Archivi del mese: settembre 2014

Gli italiani parlano (anche) in dialetto

Incontro con Tullio De Mauro che ha aggiornato la Storia linguistica
Quasi la metà di noi alterna l’uso dell’idioma nazionale con quello locale
Solo una percentuale di poco superiore al 20 è in grado di comprendere frasi neanche tanto difficili e di fare operazioni poco più che elementari
I dati sono in peggioramento, ma il progetto di Renzi non li prende in considerazione
Molte famiglie non hanno neanche un libro in casa e sono ormai tanti gli studi che attestano una relazione fra il rendimento scolastico dei ragazzi e il numero di libri posseduti dai genitori
Colloquio con Francesco Erbani, 
“La Repubblica”,  29 settembre 2014

È stato il multilinguismo a favorire un codice comune
Le donne più degli uomini si esprimono correttamente

L’ITALIANO , la lingua italiana, non sta così male. Messi male sono molti, troppi italiani che quella lingua parlano ormai correntemente, ma incontrano grandi difficoltà a comprendere un testo scritto o a risolvere un calcolo. Insomma, a orientarsi nel mondo d’oggi. È un paese bifronte quello che da anni scandaglia il linguista Tullio De Mauro, per un verso slanciato in avanti, per il verso opposto appesantito da vecchie e nuove tare. Ma un altro accertamento proietta l’immagine di un paese a due facce: l’italiano è diventato ora la lingua di quasi tutti, senza che ciò abbia però provocato la morte dei dialetti. Se il 90 per cento di noi parla una lingua comune (ancora nel 1974 era appena il 25 per cento), una buona metà di questa massa, il 44,1, alterna abbondantemente l’italiano al dialetto. E ciò, sottolinea De Mauro, non è affatto negativo.
De Mauro sistema studi che conduce da anni, studi che non riguardano tanto il codice al quale tutti facciamo riferimento, quanto proprio noi parlanti. Esce in questi giorni il suo Storia linguistica dell’Italia repubblicana ( Laterza) che fin dal titolo aggiorna la Storia linguistica dell’Italia unita, pubblicato nel 1963, un testo indispensabile per capire, attraverso il modo in cui ci esprimevamo cent’anni dopo l’unificazione, che italiani eravamo. La procedura è ora identica: storia linguistica e non storia della lingua. Si ragiona di assetti demografici e non di congiuntivi, di rapporto città/campagna, città grande/ città piccola e non di sintassi. E poi della scuola e di ciò che c’è fuori e oltre la scuola. Di giornali, di televisione e di web. Dei dislivelli culturali, vere fratture che incidono il corpo della società italiana.
Che cos’è una storia linguistica?
«È la storia di una comunità che può anche parlare diverse lingue. Tanto più di una comunità come quella italiana dove, a differenza di altri paesi, c’è un marcato multilinguismo. È la masse parlante di cui scrive Ferdinand de Saussure».
È una storia d’Italia sub specie linguistica?
«Possiamo dire così. Non riesco a capire perché gli storici italiani trascurino quest’aspetto. Accade in prevalenza da noi, dove pure è impossibile ignorare il modo in cui le persone si capivano o non si capivano. In fondo uno dei motivi alla base della richiesta di unificazione del paese era proprio la comunanza di lingua. Che poi la comunanza fosse una chimera è un problema sul quale gli storici dovrebbero soffermarsi».
E tanto più dovrebbero soffermarsi sulla formidabile convergenza degli italiani verso l’italiano avvenuta negli ultimi quarant’anni.
«È un fenomeno vistoso che induce a rivedere, almeno su questo versante, un certo pessimismo nelle ricostruzioni della nostra storia recente. Il bisogno di trovare un terreno d’intesa, da Nord a Sud, ha avuto un esito indubbio. E il bisogno l’ha avvertito più la popolazione italiana che non le classi dirigenti. Questo va sottolineato senza populismi».
E però, lei aggiunge, chi diagnosticava la morte dei dialetti deve ricredersi.
«Posso inondarla di cifre?».
Certamente.
«Fino al 1974 la maggioranza degli italiani, il 51,3 per cento, parlava sempre in dialetto. Ora chi parla sempre in dialetto è sceso al 5,4. Ma, regredendo l’uso esclusivo, è andato crescendo quello alternante di italiano e dialetto: nel 1955 era il 18 per cento, oggi è il 44,1. Quelli che adoperano solo l’italiano sono il 45,5 per cento. È vero che i toscani, i liguri e gli emiliano-romagnoli parlano solo in italiano fra l’80 e il 60 per cento e che i lucani, i campani e i calabresi vanno dal 27 al 20 per cento. Ma è vero anche che chi usa solo il dialetto in queste regioni del Sud non supera il 12-13 per cento».
E quest’alternanza quanto incide sulla capacità di comprendersi l’un l’altro?
«In una conversazione, non sempre in maniera programmata, si passa dall’italiano al dialetto e viceversa molto facilmente. Ovviamente rivolgendosi a un interlocutore che il dialetto possa capirlo. Gli inglesi lo chiamano code switching o code mixing. È uno strumento prezioso per arricchire il parlato, migliorando l’espressività».
Lei sostiene che l’acquisizione dell’italiano comune sia stata favorita dalla mescolanza di tanti idiomi.
«Quante più lingue si confrontano tanto più cresce l’esigenza di una lingua comune. L’importante è che l’ambiente sia unitario. È un fenomeno verificabile fin dal Cinquecento a Roma, per esempio, dove affluiscono popolazioni da molte regioni dopo il sacco dei lanzichenecchi. La classe dirigente, cioè la curia, era pan-italiana».
Le donne convergono verso l’italiano prima e più degli uomini.
«Questo accade sia nei contesti familiari, dove le donne rivolgendosi ai bambini prediligono l’italiano, sia fuori da quest’ambiente: lo attestano i dati sulla lettura o quelli sui rendimenti scolastici».
E oltre al multilinguismo cos’è che ha diffuso l’italiano?
«Sono tanti i fattori: l’emigrazione interna, l’affluenza nelle grandi città, radio e televisione. Ma va sottolineato l’alto livello di scolarizzazione che ha portato al diploma secondario il 75 per cento dei ragazzi. Purtroppo questa richiesta di più alta formazione si è arrestata negli ultimi anni».
In che senso?
«Il numero dei laureati in Italia resta basso rispetto alla media europea e ormai si diffonde la sfiduciata convinzione che una laurea serva a poco, perché molte imprese sembra non abbiano bisogno di alti livelli d’istruzione».
E invece la scuola resta essenziale in questo processo.
«L’italiano ha un congegno più complicato dell’inglese o del francese, richiede un controllo che la scuola può offrire. Ancora oggi una consapevolezza piena la si acquisisce alle superiori, quando queste funzionano bene. Il che non è sempre vero: soprattutto il triennio finale è rimasto molto indietro. I programmi non sono stati aggiornati e l’impianto è troppo segmentato in discipline e poco attento alle competenze trasversali».
Come giudica il progetto di riforma del governo Renzi?
«Non la chiamerei riforma. Sono provvedimenti collaterali che non toccano l’impianto complessivo. È positivo che sia un presidente del consiglio a parlare di scuola. Prima di lui l’ha fatto solo Giovanni Giolitti» Fuori dalla scuola si continuano a registrare indici di drammatica dealfabetizzazione. Tutte le indagini sulle competenze reali degli italiani indicano che solo una percentuale di poco superiore al 20 è in grado di comprendere frasi neanche tanto difficili e di fare operazioni poco più che elementari.
«Questi dati circolano da oltre un decennio. Vengono aggiornati e risultano peggiorati. Ma il progetto di Renzi non li prende in considerazione. Si fa appello alle famiglie, ma molte famiglie non hanno neanche un libro in casa e sono ormai tanti gli studi che attestano una relazione fra il rendimento scolastico dei ragazzi e il numero di libri posseduti dai genitori. Non c’è il minimo accenno all’educazione degli adulti, una delle condizioni perché i figli apprendano di più e meglio».
Lei dedica il libro a suo fratello Mauro, ucciso dalla mafia nel 1970. Perché?
«Volevo che questo pezzo di storia che non ha vissuto in qualche modo gli appartenesse».

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Lingua italiana

Esami di Stato 2014/15

24x10 - Bart

L’anno scolastico è appena agli inizi e si susseguono ordini, contrordini, notizie, rumores

ESAME DI MATURITÀ, ADDIO AI COMMISSARI ESTERNI

La scelta, contenuta nella bozza della legge di stabilità, è motivata dalla spending review, ma sarà funzionale alla nuova maturità in arrivo nel 2015, di Valentina Santarpia, Il Corriere della Sera scuola 26.9.2014

Niente più commissari esterni nella squadra degli esami di maturità: già da giugno 2015 i membri esterni, i prof che arrivavano da altre scuole per garantire l’imparzialità della prova, saranno aboliti. Le commissioni saranno composte solo dal presidente e da tutti e sei i commissari interni, cioè tutti i docenti che conoscono bene gli studenti che hanno di fronte e che quindi riescono anche a contestualizzare l’esame nell’ambito di una carriera scolastica e non nell’arco di pochi minuti. Anche se la novità non ha motivazioni di carattere educativo, ma economiche. La spending review sta colpendo anche il ministero dell’Istruzione: si paventano tagli per un miliardo, ed una delle voci di costo da abbattere, secondo quanto prevede la legge di stabilità, è proprio questa. Ogni commissario esterno infatti percepisce circa 900 euro, a fronte dei 400 elargiti ad un membro interno. Considerando anche le eventuali spese di trasferta rimborsate ai commissari esterni, il risparmio è evidente. E del resto, con l’autonomia scolastica, l’autovalutazione che certifica ogni mossa della scuola e la possibilità futura di attingere ad un bacino di insegnanti dell’organico funzionale, la modifica non dovrebbe incontrare ostacoli.

Saggio breve e un occhio al mondo del lavoro

Ma non è l’unica novità attesa dal nuovo esame, con cui si cimenteranno i 435.152 maturandi che il 17 giugno 2015 si siederanno davanti alla loro prima prova. Si tratta di circa 216 mila i liceali, provenienti soprattutto dallo scientifico; 136 mila, invece, i tecnici e circa 84 mila i professionali. Il saggio breve diventerà centrale, anche per dare piena attuazione agli indirizzi della riforma Gelmini e per avvicinare l’esame di Stato al mondo che ci circonda, produttivo e non solo. Sulla maturità, inoltre, bisognerà puntare su una nuova «tesina» per «dare un ruolo maggiore alle esperienze nel mondo produttivo o nelle istituzioni culturali», come ha spiegato anche il ministro Giannini, che invece sul saggio breve assicura che «resterà, perché è un esercizio molto utile per capire la capacità di comprensione di un testo e la dote di sintesi». «Sempre meno adeguato alle scelte dello studente viene invece considerato il classico tema di storia o di letteratura. Un esame di maturità legato al lavoro, «poiché il nostro modello di scuola punta a incrementare l’alternanza scuola-lavoro e guarda molto al rapporto con il mondo produttivo e delle istituzioni culturali». «La direzione di marcia è di renderlo compatibile con la scuola che i ragazzi già fanno e non con la scuola che stiamo costruendo con le linee guida. Le novità sicure sono quelle che si collegano ai nuovi indirizzi previsti dalla riforma Gelmini» aggiunge il ministro dell’istruzione. Le prove, dunque, terranno conto dei nuovi programmi dei licei e degli istituti e saranno rese più coerenti con i nuovi indirizzi di studio, come il liceo musicale che quest’anno, per la prima volta, sarà alle prese con la maturità. L’alternanza scuola-lavoro è una delle linee guida della nuova riforma e questa direzione verrà mantenuta anche per quanto riguarda l’esame di Stato. Saranno valorizzate, dunque, le esperienze di laboratorio e gli stage aziendali svolti durante l’anno scolastico. «Del resto la riflessione che abbiamo avviato sulle competenze degli studenti vuole rivisitare sia la didattica nelle classi, che non significa solo digitalizzazione e coding ma anche didattica interattiva, sia il rapporto tra ciò che succede in aula e ciò che accade fuori»: parola di ministro.

***

Grazie, ministro. La letteratura, la storia, si sa, non hanno a che fare con il mondo produttivo. Labor omnia vincit, ma non nel senso virgiliano, naturalmente.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Le cinque regole della retorica per l’era digitale

Cicerone e Aristotele avevano elaborato un metodo pratico ed efficacissimo – il canone – per costruire un ragionamento convincente. Questo metodo – ancora valido – va però riletto con le lenti del digitale

da “Wired”

La retorica, l’arte del ragionare a cui Aristotele attribuiva la “facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”, deve oggi essere adattata al mondo digitale, alle sue leggi, ai suoi ambienti, alle sue convenzioni, alla sua netiquette.

Per affrontare questa necessità in modo sistematico è utile riprendere l’articolazione del discorso retorico come la intendeva Cicerone, e adattare questo canone – il canone classico – all’universo digitale.  Secondo Cicerone – che si era ispirato all’opera Rhetorica ad Herennium, erroneamente a lui attribuita – ogni atto comunicativo può essere diviso in cinque fasi specifiche: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. Queste fasi scandiscono i momenti salienti e a cui vengono associati metodi, tecniche, raccomandazioni, esempi, trabocchetti. È dunque necessario rileggere queste fasi per l’ambiente digitale. Vediamo brevemente – e con alcuni esempi – come potrebbe “suonare” il canone retorico ciceroniano riletto con la lente del digitale:

inventio: dove trovare gli “oggetti digitali” (non solo testo, ma anche immagini, infografiche, suoni, animazioni, link, box di dialogo…) da usare per costruire il ragionamento;
dispositio: come organizzare questi oggetti all’interno degli spazi digitali (siti web, apps, post su facebook…) in maniera efficace, convincente e cognitivamente semplice per costruire argomentazioni o storie;
elocutio: come abbellire (ma non troppo) o rendere più attraente e coinvolgente l’argomentazione e/o comunicazione grazie alle infinite forme del digitale;
memoria: come organizzare “in digitale” la propria conoscenza e come richiamarla nel momento in cui serve, anche supportando con efficacia una comunicazione;
actio: come rendere più efficace – grazie agli strumenti digitali – la performance comunicativa.

Torneremo spesso – nelle prossime riflessioni – su questa classificazione. Per il momento vediamone brevemente qualche aspetto specifico, per capire come il digitale forzi davvero un’ampia rilettura (e aggiornamento) del canone classico della retorica.
Nel caso dell’inventio, la ricerca dei topic nel mondo digitale va indirizzata rispondendo a domande del tipo: dove trovare e come scegliere immagini effettivamente esplicative? Quali fonti Internet sono attendibili (pensiamo agli Hoax di Wikipedia o ai criteri usati da Google per ordinare i risultati della ricerca. Quanto è corretto utilizzare frammenti avulsi dal contesto (anche se provenienti da fonti attendibili)? Come prelevare le informazioni senza rubarle (inconsapevolmente)? Questi aspetti sono particolarmente critici anche perché l’ecosistema digitale sta divenendo il luogo privilegiato in cui si raccolgono dati, informazioni ed elementi per costruire ragionamenti e prendere le decisioni di business.
Nel caso della dispositio, invece, la sfida digitale richiede la capacità di rispondere a domande di questo tipo: come integrare efficacemente testo e immagine ? Quale grado di ipertestualità mantenere in un testo? Quale metafora utilizzare per la pagina web iniziale (la videata, la pagina infinita, la scrivania/Desk Top, il cruscotto…)? Come limitare l’interferenza delle informazioni non pertinenti alla comunicazione che si sta costruendo (come ad esempio la pubblicità, i tasti di navigazione, i feedback tecnici, i messaggi di errore…)? Come utilizzare con efficacia l’interazione dell’utente, senza dargli troppa autonomia? Come (e se) usare – come sottofondo – musica, suoni, commenti sonori?
Non è però sufficiente aggiornare il canone all’ecosistema digitale; sarà infatti sempre più necessario costruire anche una vera e propria epistemologia della Rete che si occupi dello studio dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza che si origina sulla Rete o che lì si alimenta. Secondo Sergio Luzzatto, questa mancanza nell’insegnamento del digitale – che viene oltretutto chiamato in maniera ridicola “alfabetizzazione digitale” – è forse la carenza più clamorosa dell’offerta formativa tradizionale che guarda al mondo digitale. Egli osserva infatti che “nella lezione di italiano, qualunque professore di discreto livello insegna ai ragazzi un’elementare critica del testo. Nella lezione di fisica, qualunque professore insegna i requisiti minimi di un esperimento scientifico. Ma molto raramente vengono insegnati ai ragazzi i criteri fondamentali di una navigazione in Rete”. E cioè come cercare le cose, e dove trovarle. Come distinguere fra siti autorevoli, siti attendibili, siti eterogenei, siti pericolosi. Come appropriarsi dei tesori di internet senza rubarli.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Latino, Metodo di studio, Scrittura, Visual Data

Il riscatto della fatica

stair_light

Andrea Bajani, “La Repubblica”, 21 settembre 2014

Lo sguardo che ha un ragazzo quando esce fuori – vincitore – da un’equazione ha una tale pasta di sorpresa, stupore e pienezza che bisognerebbe mostrarlo a tutti, a più riprese durante tutta la vita. Val la pena ricordarsene in questi giorni in cui si ritorna tra i banchi, e della scuola prevale – dentro i ragazzi e dentro gli insegnanti – l’idea della spada di Damocle, di tanta fatica per nulla, di un luogo rimasto chiuso fuori dalla storia dove si fanno cose che non servono a niente e che non interessano a nessuno. Lo stesso vale per una versione di latino, una reazione chimica, un salto a muro in una partita di pallavolo. A dispetto dei discorsi sterili sulla presunta inutilità dello studio, delle retoriche stereotipate sulle lingue date per morte, lo si studi per cinque minuti, lo sguardo che viene negli occhi a un ragazzo o a una ragazza che risolve un problema. Ci si renderà conto che lì dentro c’è tutto: il trionfo dopo la paura del fallimento, il palesarsi del mondo per intuizione, il raggiungimento di un obiettivo, la percezione di essere cresciuti durante il tragitto. Lo si potrà confrontare con mille altri sguardi di gioie più effimere, ma quello sguardo non avrà paragoni. Si confronti lo sguardo da copiaincolla di un ragazzo che consegna una ricerca al professore, con quello di chi ha scollinato il limite di quel che non sapeva e porta un tema come una conquista, un quaderno come una bandiera conficcata sulla Luna. Perché contiene la fatica, che è uno dei legni che rendono più vivo il fuoco di un ragazzo. Se la scuola, i maestri, i genitori – noi – ci occupassimo di mettere quella legna, invece di cercare di evitare loro ogni fatica nella speranza di farci perdonare e amare un po’ di più dai nostri figli, avremmo fuochi più alti e meno braci su cui soffiare per paura di vedercele spegnere sotto gli occhi.
In questi giorni di inizio scuola in cui ci si chiede se ancora abbia un senso – in tempi di nuovi professionismi e dilagante disoccupazione – chiedere ai figli di stare decine di anni tra i banchi, è utile ragionare su quella luce che la fatica accende dentro una persona. Per farlo sono preziosi, ciascuno a suo modo, tre libri appena usciti: Elogio della fatica, di Matteo Rampin (Ponte alle Grazie), La fatica di crescere , di Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet (Einaudi) e Le prime albe del mondo di Marco Albino Ferrari (Laterza). Quello di Rampin e quello di Ferrari sono due testi in cui i protagonisti sono persone che della fatica, e della sfida dunque, hanno fatto un mestiere: rispettivamente dieci campioni dello sport italiano (da Igor Cassina al rugbista Marco Bergamasco al judoka Pino Maddaloni) e dell’alpinismo (dai miti del passato come Renato Chabod e Giusto Gervasutti fino a Walter Bonatti e Reinold Messner). A che pro fare tanta fatica quando il premio è una medaglia di poca gloria che con l’età finirà in cantina o nella cesta dei giochi dei nipoti?«Ecco a cosa servono gli allenamenti – dice il pugile Clemente Russo – a creare condizioni mentali che ti facciano sentire fiducioso in te stesso e nelle tua capacità». E dunque la fiducia in sé, la creazione salutare di un Vuoto (meccanica fondante del judo) in cui far convogliare la forza del mondo, percepirla in tutta la sua dirompenza per poi sapersene servire. È di questa fatica che la scuola e noi adulti in generale è importante che facciamo manutenzione: la fatica che produce vuoti da riempire, che spalanca la fame di altro mondo, di conoscenza.

Di quella fatica è importante che i ragazzi stessi sentano prima di tutto il piacere ( il piacere dopo la gara, dopo la fatica). Soprattutto alla fatica è connesso il superamento di un limite, il raggiungimento di un obiettivo ulteriore. È la fatica che fa pronunciare a Federica Pellegrini – cronaca di questi giorni – parole di fuoco contro il doping: la fatica della disciplina e del confronto con se stessi contro la scorciatoia di una medaglia al collo presa in pasticche. La sanno gli alpinisti raccontati da Marco Albino Ferrari, che si fanno largo in mezzo alle ostilità, sia esterne (il freddo, il vento) sia interne (scoraggiamento, solitudine) per conquistare cinque minuti di sconfinamento in cima a una montagna, e poi tornare giù. Ma quello sconfinamento è l’unica replica possibile, l’unico perché con cui ribattere a chi chiede conto di un’azione tanto inutile ( I conquistatori dell’inutile , ricorda Ferrari, è il titolo di un libro fondamentale per la letteratura d’alta quota), com’è quella di camminare per giorni da soli in condizioni impossibili. Rivendicare la via lunga e faticosa, sceglierla. Rivendicare, come resistenza, un tempo lungo contro il tempo breve, da cui il moltiplicarsi – con la conseguente e fatale deriva modaiola – di ogni estetica Slow, dal cibo, al running di massa alla meditazione.
In tempi di “industria della non fatica” (come la definisce il pugile Clemente Russo) val la pena riportare l’attenzione su quell’esigenza di spalancare vuoti, liberare spazio, far confluire mondo. È lì che va a inserirsi quel detonatore micidiale e impagabile che è la conoscenza, che rivoluziona – traumatizza, persino – quel che eravamo, per farci diventare quello che ancora non sappiamo. Attraverso un libro, un quadro, una relazione, un’equazione. Cosa c’è di più inutile – stando all’ideologia della non fatica – che il sapere? Eppure quali sono i mondi che di colpo spalanca? Ce lo ricorda il Giacomo Leopardi di Mario Martone in quel film struggente e potentissimo – tra poche settimane in sala – che è Il giovane favoloso. Cosa si può fare se non rifiutare la siepe, pretendere l’infinito che nasconde? L’alternativa è quella di un mondo in cui crescere diventa troppo faticoso perché si abbia voglia di farlo, o perché la società – attraverso il lavoro, tra gli altri – incoraggi a farlo. Lo ricordano Aime e Pietropolli Charmet, che riflettono sui riti di passaggio che sbiadiscono, in un momento storico come questo in cui diventare adulti è una faccenda da rimandare a data da definirsi. E non perché, come dice il Leopardi di ripreso da Martone, «non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita», ma se mai perché quel fanciullo l’hanno prima soffocato e poi messo sul divano tra i peluche a fare da guardie del corpo contro il mondo. Meglio, apparentemente, restare in una condizione conosciuta che sfidare un limite oltre il quale forse davvero non c’è niente. Perché nessuno si aspetta niente da te. Ecco, forse bisognerebbe rivalutare, insieme alla fatica, l’aspettativa, quel motore che non ha pari e con cui un maestro, un genitore incoraggia un bambino o un ragazzo ad andare verso di lui. O una società, appunto, a far crescere un adulto. Perché di quel gesto – aspettarsi qualcosa da loro – ci si assume la responsabilità, che è una fatica e una protezione insieme. Di tutto questo ricordiamoci in questi giorni che si ritorna tra i banchi di scuola e che il mondo si rimette in moto. E di quello sguardo che ha il bambino la prima volta che riesce a fare qualche passo senza appoggiarsi al divano o alle gambe della mamma. Chiunque l’abbia visto lo sa: c’è un trionfo che è la conseguenza diretta di tutti i tentativi falliti. Il bambino fa i suoi primi passi per la stanza, con le ginocchia piene di lividi per le cadute, e quasi non ci crede di essere proprio lui a camminare, e che quel mondo sia lo stesso di quando stava giù per terra.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Scuola

W. Goethe, Faust: “Werd ich zum Augenblicke sagen: -Verweile doch! Du bist so schön!”

Faust I – scene I-IV
Notte
Una piccola stanza gotica, con un’alta volta. Faust, inquieto, sulla sua poltrona, davanti al leggio
FAUST Ahimè, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno per il naso in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla! Ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po’ più di tutti quelli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli, né dubbi, né ho paura del diavolo o dell’inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non m’illudo di poter insegnare qualcosa, di saper rendere migliori o convertire gli uomini.
Oltre a ciò non ho né beni, né danari, né onori, né le glorie del mondo. Nemmeno un cane potrebbe continuare a vivere così. Mi sono dato pertanto alla magia, se mai il potere o la parola dello Spirito mi rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo così amare, sudate fatiche, quello che non so, per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l’universo e contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare nelle parole.
O potessi tu, o piena luna, contemplare per l’ultima volta il mio dolore, tu che io ho atteso, sovente, sino a mezzanotte, vegliando al mio leggio. Poi su libri e carte, o mesta amica, mi apparisti. Oh!, potessi aggirarmi su cime di monti, andar errando nella tua cara luce, aleggiare cogli spiriti intorno a caverne montane, vagare sui prati al tuo crepuscolo, e risanarmi nel bagno della tua rugiada!
Ahimè! ancora chiuso in questo carcere? Un maledetto buco muffito, dove persino l’amabile luce del cielo s’intorbida, attraverso i vetri variopinti. Un buco rimpicciolito da questo mucchio di libri che i tarli forano e la polvere ricopre, rivestito di carta, nera per il fumo, fin sull’alta volta, con sparsi, tutto intorno, vasi ed ampolle, zeppo di strumenti ed ingombro delle avite masserizie – questo è il tuo mondo, e questo si chiama un mondo! […]

Commento e introduzione alla scena del patto tra Faust e Mefistofele: CLICCA QUI. Ascolta la lettura del testo.

Lo streben faustiano:

Fa’ che ardenti passioni mi plachino negli abissi della sensualità! Negli impenetrabili veli della magia sia pronto, e subito, ogni prodigio! Precipitiamoci nel turbinio del tempo, nel rotolare degli eventi! Possano allora avvicendarsi dolore e godimento, felice riuscita e insuccessi – così come capita. L’uomo si afferma solamente se non posa mai [Studio 7, 10-12].

Mi consacro al tumulto, al doloroso godimento, all’odio pieno d’amore, alla noia che pur conforta. Il mio cuore, guarito dalla febbre del sapere, non dovrà, per l’innanzi , chiudersi a nessun dolore. Voglio godere, nel mio intimo io, ciò che la sorte ha concesso a tutta l’umanità; afferrare, col mio spirito, le cose più alte, le cose più profonde, addensare entro il mio petto il bene ed il male dell’umanità, dilatare il mio proprio sé entro quello di lei [Studio 7, 16-20].

Il sole si sposta e cala; il giorno è finito e quello si affretta altrove e ridesta nuova vita. O perché non mi solleva da terra un’ala per tendere sempre più verso di lui! Vedrei, ai miei piedi, nei raggi di un tramonto eterno, tutte le alture infocate, tranquilla ogni valle ed il torrente d’argento scorrere entro onde dorate. E le montagne selvagge, con tutti i loro abissi, non frenerebbero la mia corsa, simile a quella degli dei, e già il mare con le sue baie intiepidite, si apre innanzi allo sguardo attonito. Alfine sembra che il dio sole stia per calare lontano, mi affretto per bere della sua eterna luce, davanti a me il giorno, dietro a me la notte, il cielo sopra di me e sotto di me le onde. Un bel sogno, mentre il sole scompare. Ahi alle ali dello spirito non si accompagnano facilmente le ali del corpo. Tuttavia è innato in ognuno un sentimento che lo spinge in avanti ed in alto [Fuori della porta della città; 4, 5-13].

Non leggo più; vorrei aprire un libro
e trovarvi esibita tutta la scienza…
Almeno poter credere che, se leggessi,
se per lunghe ore leggessi e leggessi,
mi resterebbe alla fine qualcosa
dell’essenziale del mondo, che salirei
per lo meno più vicino
al Mistero… E, anche senza raggiungerlo,
almeno lo avrei sfiorato…
Come un bambino che simula di salire
i gradini che ha dipinto per terra…
Fernando Pessoa, Faust [1908-1935], Einaudi, 1991

PER APPROFONDIRE: 

Luca Zenobi, Il mito di Faust dalla tradizione orale al post-pop, Carocci 2013  (dall’introduzione,  estratto pubblicato in “Le parole e le cose”, 24 aprile 2013)

“Goethe reinventa l’alleanza con il demonio non più nei termini di un patto, bensì in quelli di una scommessa. Una doppia scommessa, prima fra Dio e Mefistofele e poi fra quest’ultimo e Faust: non siamo più di fronte all’oscuro, medievale atto di sottomissione alle potenze del male in cambio dell’acquisizione di poteri magici in grado di procurare piaceri e ricchezze di ogni sorta. Ci troviamo invece alle prese con una sfida, la più radicale che l’uomo moderno possa concepire e che si realizza in un vero e proprio rovesciamento della leggenda popolare. […] È Faust che propone a Mefistofele la scommessa – «E che vuoi darmi, povero diavolo?» (v. 1675) –, è l’uomo moderno che sfida le potenze demoniche a trovare il modo di cristallizzare in una forma stabile le dinamiche di una realtà sempre più sfuggente e a costruire una rinnovata pienezza armonica che sappia colmare quel vuoto esistenziale generato dalla perdita di unità originaria tra l’individuo e la natura. Inoltre, fattore di differenza decisivo rispetto alla tradizione, non si tratta più di un patto “a tempo”. Faust è disposto a morire anche subito e ad appartenere per l’eternità al diavolo se questo sarà in grado di persuaderlo a dire all’attimo: «Ma rimani! Tu sei cosi bello!» (v. 1700), se Mefistofele sarà capace di ingannarlo attraverso il piacere, inducendolo anche solo per un brevissimo momento a interrompere la sua incessante rincorsa verso una dimensione assoluta e inattingibile. Vengono evidentemente alla luce i caratteri di una speculazione filosofica, di una riflessione antropologica che assume una particolare pregnanza nella cultura tedesca, ma al contempo è il mito stesso di Faust che permea in maniera decisiva questo tipo di riflessione; il movimento è senz’altro bidirezionale, se si tiene conto di come la figura del dottor Faust sia diventata il paradigma di una vera e propria norma di vita, tanto che si può parlare di faustismo o persino di faustismi che attraversano periodi diversi della storia tedesca e dell’umanità. […]

Fino ai tempi più recenti, in cui per analizzare l’influsso delle nuove tecnologie, e in particolare della televisione, sullo sviluppo della società, il sociologo Neil Postman fa riferimento proprio a un patto faustiano, alludendo alla doppia valenza – creatrice e distruttiva – insita nella hybris che istiga a stipulare l’accordo con le potenze infere e al suo carattere che sempre induce a contrapposizioni polari:

Dopotutto, chiunque abbia studiato la storia della tecnologia, sa che la rivoluzione tecnologica è sempre un patto faustiano: la tecnologia dà e la tecnologia prende, e non sempre nella stessa misura. Una nuova tecnologia talvolta crea più di quanto distrugga. Talvolta distrugge più di quanto crei. Ma non è mai unidirezionale. […] la rivoluzione tecnologica, in altre parole, determina sempre vincitori e vinti (Postman, 1990).

Il romanzo di Thomas Mann, che in epoca moderna recupera e rielabora l’originaria leggenda faustiana nella rappresentazione di un artista geniale e della sua crisi, pare davvero chiudere un ciclo o quanto meno un rapporto di intima e profonda interazione tra il mito di Faust e la Germania. Con l’avvento del post-moderno, di una «società liquida» (Bauman, 2012a, 2012b, 2012c), la leggenda del patto/scommessa con le forze infere potrebbe aver perso la forza simbolica e il valore archetipico che ogni mito possiede.”

A. Sokurov, Faust, 2011: official trailer

UN MITO ETERNO VENDERE L’ ANIMA AL DIAVOLO PER GODERE OGNI ATTIMO. L’ ATTIVISMO SMANIOSO E UN’ ANGOSCIA AUTODISTRUTTIVA SEMBRANO PARTE COSTITUTIVA DELLE PERSONALITÀ MODERNE: IL FILM DEL RUSSO SOKUROV CHE GIUNGE MERCOLEDÌ IN ITALIA PROPONE L’ ENNESIMA INCARNAZIONE DELL’ EROE CELEBRATO DA GOETHE E PONE NUOVI INTERROGATIVI

Faust. Dietro la sua maschera il male oscuro di oggi

Una tensione che impedisce di sostare, di vivere, di essere, che costringe a gettarsi sempre nel futuro distruggendo il presente. Non c’ è quasi scena in cui l’ umanità non faccia una pessima figura: violenta, avida, volgare, sporca, stupida, da fine della Storia

Claudio Magris – Paolo Mereghetti, “Corriere della Sera”, 23 ottobre 2011

C hi è Faust, oggi, per noi? La sua «insoddisfazione devastante», il suo «attivismo smanioso e autodistruttivo», la sua «angoscia nevrotica tipicamente moderna» possono servire ancora come chiave interpretativa del presente? È lui il vero portatore attuale del «male oscuro»? La domanda è d’ obbligo dopo che il Faust di Sokurov, premiato con il Leone d’ oro a Venezia, dove ha sbaragliato concorrenti del calibro di Polanski, Cronenberg o Solondz, arriva questa settimana sugli schermi italiani. Sceneggiato dai tradizionali collaboratori del regista russo – Juri Arabov e Marina Koreneva – ma recitato direttamente in tedesco («per evitare le eccessive dolcezze fonetiche della mia lingua» ha dichiarato esplicitamente il regista: «Cercavo una durezza che solo il tedesco possiede»), questo personaggio ci appare sullo schermo come divorato da una inestinguibile ansia di sapere, che lo porta a non accontentarsi mai di quello che sa. Una frenesia che si traduce in un continuo muoversi, spostarsi da un luogo all’ altro per andare oltre, come di chi è condannato a non trovare mai pace. E per questo è divorato (sono sempre parole del regista) da «una patologica infelicità» che incrina la sua ansia di sapere.

Claudio Magris – Il film, nei titoli di testa, nomina Goethe, ma ovviamente un film è una creazione del tutto autonoma e non una trasposizione di un testo letterario. Inoltre la figura di Faust ha trovato nel capolavoro goethiano la sua espressione più alta e universale, ma ha ispirato – e continua a ispirare – per secoli gli autori e le opere più diverse, nelle più diverse lingue e nei più diversi Paesi, proprio perché, come diceva Valéry, dà voce a taluni estremi dell’ umano e dell’ inumano e va al di là di ogni singolo testo, anche grandissimo. In genere mi sembra che il film si riallacci, nel suo stile, piuttosto alla tradizione pre-goethiana, medievale. È impossibile anche solo in minima parte elencare i Faust che si trovano quasi in ogni letteratura. Parlare di Faust significa parlare delle cose ultime, del senso e del non-senso della storia, del progresso dell’ umanità o del suo fallimento, della salvezza o della dannazione dell’ uomo e della storia. Quasi tutti i Faust si perdono, da quello grandioso inglese di Marlowe a quello di Thomas Mann. Quando la civiltà europea ovvero occidentale comincia a dubitare di se stessa e vive un momento epigonale di stanchezza, Faust diventa un titano patetico che vive più di carta che di vita, come a metà Ottocento nei drammi di Grabbe o di Lenau, oppure un nichilista esaltato come in Byron. Diviene un balletto, una parodia in Heine; vive nel pathos operistico, nel cinema; nel terribile e ironico nulla di Svevo, nella vertigine di Pessoa e nella fantasia possente e grottesca di Bulgakov, in Croazia come in Brasile. Sempre «incommensurabile», come Goethe diceva del suo capolavoro. Paolo Mereghetti – Sokurov ha dichiarato che questo film «è l’ ultima parte di una tetralogia cinematografica sulla natura del potere», dopo i film su Hitler (Moloch), su Lenin (Toro) e Hirohito (Il Sole), tre opere su tre «dittatori» visti in momenti assolutamente non epici. Moloch racconta di un Hitler banale e quotidiano, che raggiunge la sua amata nel castello tra i monti e offre la possibilità di mettere in scena lo stretto connubio tra follia, orrore e ridicolo; Toro demistifica la figura di Lenin, raccontato sul letto di morte, mentre intuisce la triste fine del suo sogno rivoluzionario di fronte alle ambizioni di Stalin; Il Sole ci mostra l’ imperatore Hirohito mentre annuncia ai suoi sudditi la rinuncia a essere un discendente del Sole, accettando di spogliarsi di qualsiasi aurea divina e rischiando il ridicolo involontario. Che cosa c’ entra allora il mito di Faust con questi tre film? Forse sarebbe più giusto pensare che Faust può «aprire» la sua galleria di potenti destinati alla sconfitta…

Magris – Ogni autore ha il diritto di dire ciò che vuole sulla sua opera, della quale peraltro non sempre egli è il miglior interprete. Anche il monopolio della durezza attribuita alla lingua tedesca è una banalità. Non credo che questo Faust possa «chiudere», come ha detto Sokurov, la sua tetralogia del potere tirannico. Semmai Faust – nel testo goethiano – si pone all’inizio di un futuro potere, quando strappa la terra al mare sognando il futuro di un libero popolo su un libero suolo (sogno in cui – come in molte dittature – l’ utopia di libertà si intride di violenza delittuosa, perché per gettare le fondamenta di quella libertà futura Faust si è impossessato di quella terra strappandola col delitto a chi vi abitava legittimamente e serenamente). Ma credo che Faust c’ entri assai poco con quelle dittature.

Mereghetti – Il Faust di Sokurov è travolto da un’ insoddisfazione devastante, che lo spinge a cercare sempre il nuovo, il diverso, il misterioso. Una specie di redivivo Ulisse dantesco, alla disperata ricerca di nuove colonne d’ Ercole da superare, costantemente insoddisfatto di un presente che, nel film, prende spesso delle forme insolite, di difficile decifrazione. Ripreso da una macchina da presa mobilissima e quasi «inafferrabile», declinato in colori slavati e polverosi dove il grigio e il marrone vincono su tutto, il mondo intorno a Faust viene spesso deformato in immagini «sghembe», «anamorfiche», che distruggono ogni prospettiva, quasi a sottolinearne l’ inadeguatezza, come se si trattasse più di un incubo che di una realtà.

Magris – L’ insoddisfazione devastante, l’ attivismo smanioso e autodistruttivo – che nel film vengono resi anche dal continuo irrequieto vagare e vagabondare – sono una chiave essenziale del film, come dell’ opera di Goethe e in genere di tutto il mito faustiano. Nel Faust, in ogni Faust, tutto si gioca sullo Streben , sull’incessante anelito all’azione, alla conoscenza, alla trasformazione della vita. Molti – e Goethe stesso – hanno visto in questo anelito e in questa continua ricerca il senso più profondo dell’ uomo e perfino la sua salvezza, in un cammino costellatosi di errori e colpe, ma redento dal suo stesso impulso ad agire. Ma questa, per il sempre ambiguo ed elusivo Goethe, è solo una faccia della verità. L’ incessante tensione è per lui – e lo sarà per tanti altri autori, specialmente per quelli austriaci – anche una febbre smaniosa, un’ angoscia nevrotica tipicamente moderna che impedisce di sostare, di vivere, di essere; che costringe a gettarsi sempre nell’ attimo futuro distruggendo il presente; che impedisce di amare perché ha sempre bisogno di fare, anzi di aver già fatto. Sokurov rende molto bene questa angoscia autodistruttiva, traducendola nel nevrotico girare a vuoto del protagonista. Non a caso quasi tutti i Faust della letteratura mondiale si dannano, e anche quello di Goethe si salva «al 50 per cento», metà per il suo errare metà per una grazia misteriosa.

Mereghetti – Anche quello di Sokurov non si danna, o meglio dà l’ impressione di aver «dimenticato» il diavolo per continuare il proprio cammino. Questo non toglie che lungo tutto il film si respiri un’ aria di angoscia e di disfacimento. Non c’ è quasi scena in cui l’ umanità non faccia una pessima figura: violenta, avida, volgare, sporca, stupida. Torna in mente il senso di disillusione (e anche di disprezzo per l’ oggi) con cui si chiudeva il suo film Arca russa , che dopo un «viaggio» di un’ ora e mezza nell’eleganza e nella raffinatezza dell’ Ermitage e del passato della Russia, spingeva lo spettatore a fare i conti con la fine della Storia…

Magris – Sokurov ricrea grandiosamente, con quella «macchina da presa mobilissima e quei colori slavati e polverosi», il mondo medievale in cui affonda le radici la leggenda di Faust; un mondo sgangherato, volgare, quasi animalesco e brutale ma vitale e a suo modo autentico. In questo mondo pre-moderno il diavolo è un usuraio e il denaro è lo sterco del diavolo. Ma nell’ opera di Goethe, Faust è già o almeno anticipa il grande capitalista moderno che spazza via quel vecchio mondo feudale; e Mefistofele, in un passo che affascinava Marx, celebra il denaro non quale mezzo che procura bassi piaceri, ma quale dimensione che trasforma l’ uomo, che incide sulla sua personalità, che fa di lui un altro. Il denaro, nella seconda parte del Faust goethiano, altera pure la natura; rende tutto – pure i valori spirituali o le realtà naturali – un mero valore di scambio e Mefistofele inventa la carta moneta. In questo senso il mondo del Faust di Sokurov è quello che nel Faust di Goethe sta per venire spazzato via, distrutto nei suoi mali ma anche nei suoi beni: Faust passa anche sul cadavere di Margherita.

Mereghetti – Se c’ è un personaggio che nel film di Sokurov sembra messo ai margini, quello mi sembra proprio Margherita. L’ amore per lei, la sua bellezza, l’ «attimo», talmente appagante da far desiderare che non finisca mai, perde la sua centralità nella trattativa tra Faust e il diavolo. Il regista ce lo fa intuire quando per un momento blocca la bellezza di Margherita sullo schermo, arrestando per qualche secondo ogni movimento di macchina. Ma poi tutto viene dimenticato in nome del tormento della conoscenza. Né si può dire che la madre di Margherita faccia una miglior figura, quando non ha troppi problemi a concedersi alle mani rapaci del maschio. Persino nella scena della piscina, tra le donne nude, è il diavolo che sembra più interessato all’ elemento femminile, non Faust. Si rischia di scivolare nella misoginia…

Magris – La più grande distanza del film dall’ opera di Goethe riguarda proprio la figura di Margherita, del tutto secondaria nel film e centrale invece nel Faust goethiano. Anzi, la sua prima stesura, il cosiddetto Urfaust, il Faust originario, è essenzialmente il dramma di Margherita, che ne è protagonista non meno di Faust. Margherita è non solo la donna vittima dell’ uomo; è l’ innocenza, la purezza del cuore e del sentimento, il fiore dell’ individualità che lo Streben, l’ azione creativa-distruttiva del grand’uomo, annienta nel suo cammino che travolge e sconvolge la vita. Margherita è pure il fiore innocente di quel suo mondo medievale, cui lei appartiene e che è brutale pure verso di lei, quel mondo che viene spazzato via da Faust; è pure una vittima del progresso, necessario ma violento. La sua colpa è il più forte atto di accusa contro la corruzione, lo sradicamento, che subisce da Faust. Nel finale del secondo Faust sarà una figura materna e mariana di salvezza, di grazia, senza la quale Faust non si salverebbe.

***

Il regista russo Aleksandr Sokurov, 60 anni, autore dell’ ultimo «Faust» vincitore del Leone d’ oro, è un artista molto discusso. Considerato da alcuni l’ erede del grande Andrej Tarkovskij, che lo difese quando fu osteggiato dalle autorità comuniste per le sue scelte stilistiche, ha firmato un’ intervista documentario ad Aleksandr Solzenicyn e film dedicati ai dittatori: «Moloch» su Hitler, «Toro» su Lenin, e «Il sole» sull’imperatore Hirohito.

***

Il Faust più famoso, quello di Johann Wolfgang Goethe, è pubblicato dalla Rizzoli BUR Classici Moderni, mentre la versione di Christopher Marlowe, dal titolo «La tragica storia del dottor Faust», è disponibile sempre da Rizzoli nei Superbur classici. Esiste poi, nella collana Oscar Mondadori scrittori del Novecento, la celebre versione del mito firmata da Thomas Mann: il «Doktor Faustus» (centrata sulla tragica storia del musicista Adrian Leverkühn). Il dramma teatrale ottocentesco di Christian Dietrich Grabbe, «Don Giovanni e Faust», è pubblicato in Italia da Costa & Nolan; sullo stesso soggetto anche Nikolaus Lenau (Marietti). Famosi inoltre il «poema danzato» di Heinrich Heine «Il dottor Faust» (Edizioni Studio Tesi) e «Il mio Faust» di Paul Valéry (SE).
In musica sono da ricordare «Eine Faust-Ouvertüre» di Richard Wagner, «Eine Faust-Symphonie» di Franz Liszt» e «Doktor Faustus» di Ferruccio Busoni.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Teatro

Invito a teatro

george_barbier_eventails_1924_parigi_c_severine_desmarest

STAGIONE DI PROSA 2014/2015

TEATRO STABILE DEL VENETO
“CARLO GOLDONI” – VENEZIA 

Il cartellone 2014/2015

Per ulteriori informazioni visita il sito http://www.teatrostabileveneto.it/

Lascia un commento

Archiviato in Avvisi, Teatro

Back to school

Pacman

Ricordo a tutte le mie classi che il calendario delle prossime lezioni e attività didattiche è a disposizione sul registro elettronico, Classeviva – Agenda. Buon inizio a tutti!

Lascia un commento

Archiviato in Avvisi

“Che fai tu luna in ciel…”

Magritte_Architettura al chiaro di luna_1956

8 settembre: l’ultima luna gigante del 2014.

Lascia un commento

Archiviato in Scienza