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Centauri: mito e letteratura.

Lapith fighting a centaur. South Metope 31, Parthenon, ca. 447–433 a.C., British Museum, London

Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita della civiltà, il Saggiatore, Milano 1963

Del figlio [di Issione], un essere biforme, di nome Centauro, si raccontava che si accoppiasse con le giumente sul monte Pelio. Questa sarebbe stata l’origine dei Centauri, selvaggi abitanti dei boschi, ai cui corpi di cavallo con quattro gambe erano attaccati tronchi umani. Essi erano i pericolosi vicini dei Lapiti. Questi ebbero a combattere duramente contro di loro, quando i Centauri volevano rapire le loro donne – storia celebre, avvenuta in occasione delle nozze di Piritoo e Ippodamia e che appartiene alla leggenda degli eroi. Quale figlio di Issione veniva menzionato anche quel Chirone, il più giusto dei Centauri di cui si è già parlato. In una grotta sotto la cima del Pelio, egli allevò figli di dèi e di eroi, in primo luogo il medico divino Asclepio, poiché egli stesso era il primo medico e il primo conoscitore delle erbe. Si narrava pure che l’avesse generato Crono, sotto forma di cavallo, con Filira, una figlia di Oceano, il cui nome significa «tiglio». In un antico dipinto vascolare egli appare in un mantello stellato, con un albero sradicato e il bottino di caccia sulle spalle; presso di lui il suo cane: cacciatore selvaggio e dio oscurò. Delle sue sofferenze e della sua bontà si parlerà nella storia di Prometeo. […]

Achille e Chirone, anfora etrusca a figure nere, 500-480 a.C., British Museum, London

Il liberatore [di Prometeo] fu Eracle che abbatté con la sua freccia l’uccello torturatore. In tal modo la fine di questi racconti sulla rivalità degli uomini con gli dèi apparterrebbe alla leggenda eroica. Ma tutto ciò che Prometeo soffrì per causa degli uomini, era la sofferenza di un dio; secondo Eschilo e tutti coloro che come lui sentivano amicizia per gli uomini, essa era una sofferenza ingiusta cui lo stesso Zeus doveva porre fine. Esiodo motivava la liberazione con il fatto che Zeus voleva procurare la celebrità a suo figlio Eracle. Eschilo ci ricordava la possibilità di un altro sovrano universale dopo Zeus, del che si parlerà ancora. Prometeo fu informato di questo segreto da sua madre Temi o, come aggiungeva un altro, da Gea. Egli fu lasciato libero da Zeus a prezzo del segreto, ma anche così dovette lasciare un erede delle sue sofferenze, un immortale che, soffrendo in sua vece, andasse negli Inferi. Quest’immortale fu il saggio centauro Chirone, ferito inguaribilmente per errore da una freccia velenosa di Eracle.

Asclepio, Chirone e Apollo, I secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli

Straordinarie figure dei custodi del cerchio [sono] i centauri, che occupano tra l’inizio e la fine tutto lo spazio visivo del canto e ne sono di fatto i protagonisti. Il mito li raffigurava come violenti e iracondi, autori di imprese sanguinarie e di risse, e Dante li scelse qui forse – come suggeriscono gli antichi – anche a figura di quei soldati a cavallo di cui tiranni e predoni si servivano per le loro gesta feroci. Ma essi vivono una loro vita autonoma, caratterizzata dalla bellezza statuaria delle membra e dai tratti fieri della loro umana psicologia – saggio e riflessivo Chirone, focoso e imprudente Nesso –, tratti che ne fanno delle vere persone, a cui è affidato in questo girone il ruolo di interlocutori che altrove hanno i peccatori. Una simile funzione avranno i diavoli della quinta bolgia, quella dei barattieri; anche là i peccatori sono infatti quasi soltanto dei nomi, e i custodi dominano la scena, instaurando con Virgilio e Dante il dialogo e il rapporto drammatico che è tolto agli altri. Là tuttavia essi entrano con coerenza nell’ambiente fantastico della bolgia, facendo tutt’uno con i peccatori, con i quali di fatto sono scambiabili. E se ne vedranno le ragioni. I centauri invece – che in origine dovevano essere appunto anch’essi incarnazioni della violenza – son nati diversi e indipendenti nella loro dignità, e appaiono comunque i soli custodi non diabolici di tutto l’Inferno. Felice eccezione, che non dovrebbe troppo stupire chi rifletta sulla vera qualità degli abitanti dell’inferno dantesco: tale eccezione corrisponde infatti alla diffusa presenza di dignità e nobiltà umana, che si ritrovano più di una volta negli stessi dannati, per cui questo inferno non è una accolta di orrori, ma un luogo doloroso dove abita un’umanità «perduta», che tuttavia mantiene pur sempre i suoi tratti originari. (A.M. Chiavacci Leonardi, Introduzione al c. XII, Milano, Mondadori 1991 )

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Dante, Inferno, c. XII, vv. 52 sgg

[…] Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ‘l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».
E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’ una gente che ‘nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’ altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

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Sandro Botticelli (1445-1510), Pallade e il Centauro, ca 1482, Galleria degli Uffizi, Firenze

N. Machiavelli, Il Principe, cap. XVIII

Dovete adunque sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza. Quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie: ma perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dalli antiqui scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura: e l’una sanza l’altra non è durabile.

Filippino Lippi, Il centauro ferito, 1485-1490 circa, Christ Church Picture Gallery, Oxford

Cesare Pavese, La rupe, in Dialoghi con Leucò [1947], Torino, Einaudi, 1999

[…]

Prometeo: Eracle, non parlo di te. Tu sei pietoso e coraggioso. Ma la tua parte l’hai già fatta.
Eracle: Nulla ho fatto, Prometeo.
Prometeo: Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di dèi. E gli dèi vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai già fatto ogni cosa. Ricorda il centauro.
Eracle: L’uomo-belva che ho ucciso stamane?
Prometeo: Non si uccidono, i mostri. Non lo possono nemmeno gli dèi. Giorno verrà che crederai di avere ucciso un altro mostro, e più bestiale, e avrai soltanto preparato la tua rupe. Sai chi hai colpito stamattina?
Eracle: Il centauro.
Prometeo: Hai colpito Chirone, il pietoso, il buon amico dei titani e dei mortali.
Eracle: Oh Prometeo…
Prometeo: Eracle, non parlo di te. Tu sei pietoso e coraggioso. Ma la tua parte l’hai già fatta.
Eracle: Nulla ho fatto, Prometeo.
Prometeo: Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di dèi. E gli dèi vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai già fatto ogni cosa. Ricorda il centauro.
Eracle: L’uomo-belva che ho ucciso stamane?
Prometeo: Non si uccidono, i mostri. Non lo possono nemmeno gli dèi. Giorno verrà che crederai di avere ucciso un altro mostro, e più bestiale, e avrai soltanto preparato la tua rupe. Sai chi hai colpito stamattina?
Eracle: Il centauro.
Prometeo: Hai colpito Chirone, il pietoso, il buon amico dei titani e dei mortali.
Eracle: Oh Prometeo… […]

P.P.Pasolini, Medea, 1969

Jorge Luis Borges, IL LIBRO DEGLI ESSERI IMMAGINARI [El libro de los seres imaginarios, 1957], con la collaborazione di Margarita Guerrero, Adelphi, 2007

Il centauro è la creatura più armoniosa della zoologia fantastica. «Biforme» lo chiamano le Metamorfosi di Ovidio; ma nulla costa dimenticarne l’indole eterogenea, e pensare che nel mondo platonico delle forme ci sia un archetipo del centauro, come del cavallo o dell’uomo. La scoperta di questo archetipo richiese secoli; i monumenti primitivi e arcaici mostrano un uomo nudo, cui s’adatta scomodamente la groppa di un cavallo. Nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia, i centauri hanno già zampe equine; di dove dovrebbe nascere il collo dell’animale, s’erge il torso umano.
Issione, re di Tessaglia, e una nuvola cui Zeus dette la forma di Era, generarono i centauri; secondo un’altra leggenda, sono figli di Apollo. (S’è fatto derivare centauro da gandharva; nella mitologia vedica, i gandharva sono divinità minori che guidano i cavalli del sole). Poiché i greci dell’epoca omerica non conoscevano l’equitazione, si suppone credessero, del primo nomade che videro, che facesse tutt’uno col suo cavallo; e si osserva che i soldati di Pizarro o di Hernan Cortés, allo stesso modo, furono centauri per gl’indii.
«Uno dei cavalieri cadde da cavallo; e come gl’indii videro quell’animale dividersi in due, tenendo per certo che fosse tutt’uno, tanto fu il loro spavento che voltarono le spalle gridando, e dicendo che s’era fatto due, e strabiliando dell’accaduto; il quale non fu senza consiglio del cielo: perché, se non accadeva, certo coloro ammazzavano tutti i cristiani», narra uno dei testi citati da Prescott.
Ma i greci, a differenza degl’indii, conoscevano il cavallo; e il verosimile è dunque che il centauro fu immagine deliberata, non confusione ignorante.
La più popolare delle favole in cui figurano i centauri è quella del loro combattimento con i lapiti, che li avevano invitati a certe nozze. Per gli ospiti, il vino era cosa nuova: a metà del festino un centauro ubriaco oltraggia la sposa, e inizia, rovesciando le tavole, la famosa centauromachia che Fidia (o un suo discepolo) scolpirà nelle metope del Partenone, che Ovidio canterà nel libro XII delle Metamorfosi, e che ispirerà Rubens. I centauri, vinti dai lapiti, dovettero fuggire di Tessaglia. Ercole, in un altro combattimento, annientò a frecciate la stirpe.
La rustica barbarie e l’ira sono simboleggiate nel centauro, ma «il più giusto dei centauri, Chirone» (Iliade, XI, 832), fu maestro di Achille e di Esculapio, che istruì nelle arti della musica, della cinegetica, della guerra, e perfino della medicina e della chirurgia. Chirone memorabilmente figura nel canto XII dell‘Inferno, che per consenso generale si chiama «canto dei centauri». Si vedano a questo proposito le fini osservazioni del Momigliano, nella sua edizione del 1945.
Plinio dice di aver visto un ippocentauro, conservato nel miele, spedito dall’Egitto all’imperatore.
Nel Convito dei sette savi, Plutarco riferisce umoristicamente che Periandro, despota di Corinto, si vide portare da un suo pastore, in un sacco di cuoio, una creatura partorita poco prima da una giumenta.
Aveva faccia, collo e braccia umani, e il resto equino; piangeva come un bambino; e tutti pensarono che si trattasse d’un presagio spaventoso. Il savio Talete la guardò, rise, e disse a Periandro che in verità non poteva approvare la condotta dei suoi pastori.
Nel quinto libro del suo poema De rerum natura, Lucrezio afferma l’impossibilità del centauro: poiché – la specie equina giungendo a maturità prima dell’umana – il centauro, a tre anni, sarebbe un fantolino balbettante e un cavallo adulto; questo cavallo morirebbe cinquant’anni prima dell’uomo.

Gustave Moreau, Il poeta morto sostenuto da un centauro, 1890

Luigi Zoja, CENTAURI. Mito e violenza maschile, Bari, Laterza, 2010

La parola greca kèntauros significa «colui che uccide – o trafigge (kentèin) — il toro (tàuros)». A volte, viene anche riferita alla parola latina centuria (gruppo di cento). E’ una conferma degli aspetti minacciosi sottintesi dal mito: etimologicamente, i centauri simboleggiano una regressione della mascolinità al branco animale e alla forza fisica data dal numero. […] I greci maschi, dediti per la prima volta a sviluppare individualmente il pensiero filosofico e scientifico, devono essersi sentiti minacciati da una possibile regressione alla psicologia del branco maschile (la centuria), cioè dalla preistoria, ancora vicina alle spalle della storia. Cercarono così di esorcizzarla e scacciarla (non a caso in Tessaglia, ai limiti del loro mondo) creando il mito del centauro. La mente del centauro non può mai staccarsi dall’istinto, proprio come nel suo corpo l’uomo non può mai separarsi dall’animale.

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                                       A. Böcklin, Lotta fra Centauri, 1873, Kunstmuseum, Basel

E. CAVAZZONI, L’ippocentauro, in Guida agli animali fantastici, Guanda, Parma 2011

L’ippocentauro (cavallo con busto e testa di uomo) è un animale impossibile, dice Lucrezio (De rerum natura , V, 878), perché a vent’anni la parte umana sarebbe nel pieno della giovinezza, mentre la parte cavallina sarebbe già vecchia e morirebbe. Una faccia e un busto giovane, con una pancia e le gambe già macilente e decrepite. Ma non è un buon argomento, perché l’ippocentauro è così consolidato come animale fantastico che probabilmente ha una sua fisiologia intermedia tra l’uomo e il cavallo, e non c’è problema di rigetto di una parte per l’altra. Si tenga presente che essendo l’uomo innestato poco sotto l’ombelico, al posto dove ha il collo il cavallo, tutti gli organi interni sono ripetuti due volte, cosa peraltro che si dà anche nei gemelli siamesi. Nel caso dell’ippocentauro però il cervello è dell’uomo e l’apparato riproduttivo del cavallo. Essendo umano di mentalità non disdegna le femmine umane, infatti si danno casi frequenti di rapimenti, mentre non è mai giunta notizia che un ippocentauro andasse in un allevamento e montasse una giumenta in calore. E tuttavia tecnicamente questo caso sarebbe più facile. Si noti che non ci sono ippocentauri femmina, ma solo maschi. Dunque come si generano? È verosimile discendano dall’accoppiamento di uomo e cavallo: così come il mulo ad esempio viene dalla cavalla e dall’asino, è sempre femmina ed è sterile. Da ciò se ne deduce che essendo sempre maschio l’ippocentauro, sia figlio di una donna umana congiuntasi con un cavallo. E questo per la verità non è cosa infrequente, anche al giorno d’oggi fa parte dei sogni venerei femminili, di trastullarsi con un cavallo, allevarlo, accarezzarlo; mentre gli uomini è difficile si erotizzino con una cavalla, la quale infatti non figura nel repertorio della pornofilia corrente.

Paul Klee, Barocker Kentaur, 1939, The National Gallery of Art, Washington

Dunque una donna ama un cavallo e si congiunge con lui. Dopo nove mesi nasce l’ippocentauro, il parto è difficile, la donna non sa come giustificarsi; il padre non è noto, scrivono in ospedale. Gli danno il cognome della madre. Dopo un solo giorno dal parto il piccolo ippocentauro galoppa già per i corridoi dell’ospedale, perché così fanno anche i puledri, sanno già camminare d’istinto dopo poche ore per seguire il branco nella steppa sconfinata. All’ospedale non sono abituati, però un ippocentauro bambino fa tenerezza e tenerlo in culla non è possibile, perché scalcia e balza fuori nitrendo. La madre lo allatta e non parla, conscia della sua colpa e della sua debolezza, e non sa neppure accusare un cavallo preciso. E d’altronde poi nessun cavallo mostrerebbe il sentimento paterno della responsabilità. Le mandano allora (alla madre) uno psicologo, ma lei piange e ripete: «Come ho potuto?» Le mandano un prete, che chiede se lo vuol battezzare. La madre dice: «È un essere mitologico, è meglio che cresca pagano». Intanto l’ippocentauro galoppa in mezzo alle infermiere che son divertite, va su e giù per le scale, passa con gran rumore di zoccoli nella corsia dei lungodegenti, che però così stanno allegri, per quanto possono. La direzione vuole dimettere la madre e l’ippocentauro, soprattutto l’ippocentauro, perché non sono attrezzati alla mitologia e allo scalpitare di zoccoli. E così segue la triste storia dell’ippocentauro nel mondo moderno, per il quale non c’è un posto naturale nella classificazione zoologica, come nell’antichità, né un posto geografico; la Tessaglia, dove un tempo si dice vivesse, è oggi una regione amministrativa della Grecia, la quale fa parte dell’Unione Europea, tutta coltivata e con piccole industrie, turismo, tecnologia; perfino gli asini sono quasi scomparsi, e gli ultimi muli li ha dismessi l’esercito. Ci sono gli animali selvatici, ma sono numerati anche loro, censiti; un ippocentauro non può essere abbandonato nel parco del Gran Paradiso ad esempio, tenuto anche conto che è un animale meridionale; e poi parla, ragiona, nella tradizione gli ippocentauri fanno i pedagoghi; Chirone è stato maestro di Esculapio, e gli ha insegnato musica, medicina, chirurgia; e poi maestro d’Achille. Nel mondo d’oggi un ippocentauro farebbe il pedagogista; però sarebbe una pena, tenerlo seduto a una cattedra, e inoltre sono anche stati un simbolo d’ira, con tendenza a bere e alle risse. Invitati a un pranzo di nozze dai Lapiti, si legge in Omero (Odissea, XXI, 295 ecc.), hanno bevuto troppo e hanno incominciato ad offendere, infastidire le donne, menare le mani. Così un ippocentauro messo seduto a fare il pedagogista scalpiterebbe con il suo di dietro; un pedagogista deve essere comprensivo, metodico, interculturale; un ippocentauro si presenterebbe ubriaco, calci a destra e a sinistra, come metodo suo pedagogico, e poi urla, nitriti, cacche in giro, mosche, tafani, liti coi direttori didattici, tradizionalmente gli ippocentauri hanno arco e frecce; ebbene: i direttori didattici inseguiti a colpi di frecce, e così un eventuale ispettore ministeriale. Nel mondo moderno non c’è posto per loro; già non c’era posto nella Roma antica, cioè erano già una rarità, Plinio dice di averne visto uno conservato nel miele, mandato a Roma dall’Egitto come cosa introvabile e meravigliosa. Poi se ne sono visti nell’inferno di Dante (canto XII, 56 ecc.) come esempio dell’iracondia. Poi? Poi sono spariti. Le donne non si accoppiano più con i cavalli, e se succede, interrompono la gravidanza, su consiglio anche del servizio sanitario sociale.
L’ippocentauro sembra avesse una voce un po’ umana e un po’ cavallina, tutta esplosiva e nitrente; ce l’hanno uguale certi presidi antiquati di scuola media, che gridano in latino mentre la classe è in tumulto, prendono uno per l’orecchio e gli gridano dentro l’orecchio: spero, promitto, iuro… reggono l’infinito futuro.

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Il centauro di luce disegnato da Picasso, light painting, 1949

Jean Michel Folon, Centauro, 1996

Igor Mitoraj, Centauro, 1994, Pompei Scavi – Regio VII

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Il ramo d’oro

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Joseph Mallord William Turner, “The Golden Bough”, 1834

Marino Niola, La magia del Ramo d’oro da Freud a Jim Morrison, “La Repubblica”, 17 novembre 2017

Senza “Il ramo d’oro” di Frazer la cultura moderna non sarebbe la stessa. Quei dodici volumi, iniziati nel 1890 e terminati giusto un secolo fa, negli ultimi mesi del 1915, sono un fantastico viaggio attraverso mitologia e magia, credenze e rituali di tutti i tempi e di tutto il mondo, alla ricerca della sorgente delle nostre istituzioni politiche e religiose. Del filo evolutivo che unisce passato e futuro dell’uomo. Muovendosi arditamente tra i popoli antichi e quelli primitivi. E facendosi beffe dell’eurocentrismo della sua epoca. Il risultato è un monumentale compendio dell’antropologia evoluzionista. Uno strepitoso Grand Tour dell’immaginario che parte dall’Italia. Dalle sponde boscose del lago di Nemi, dove si trovava il tempio di Diana Nemorensis, la dea del bosco sacro. Proprio questo significa la parola latina “nemus”. A fondarlo era stato Oreste, fuggito dalla Grecia dopo aver ucciso la madre Clitemnestra. A custodirlo era il cosiddetto re nemorense, una singolare figura di sovrano e sacerdote, signore degli uomini ma anche della natura, della cui energia era il rappresentante terreno. Come del resto tutti gli antichi sovrani, il cui ruolo aveva una potenza misteriosamente magnetica, numinosa e magica insieme.

Insomma una carica politica, ma anche una carica elettrica. Proprio per questo gli era permesso tutto tranne che mostrarsi debole, ammalato, invecchiato. Ecco perché il rituale del tempio obbligava il rex ad una prova di forza periodica. Un duello mortale con un pretendente al sacerdozio. Era necessario però che lo sfidante entrasse nell’area consacrata in una notte di tempesta, quando la natura è al massimo dello scatenamento, e strappasse un ramo dorato dall’albero sacro a Diana. Era questo il ramo d’oro. Lo stesso che Enea aveva impugnato durante la sua discesa agli inferi.

Il vincitore diventava il nuovo re della selva. Fino al prossimo duello. Una successione per mezzo della spada che mette a nudo le due metà del potere: eccezione e istituzione, forza e diritto, caos e ordine, legittimità e potenza. L’uccisione del re debole e sconfitto — che in molti popoli studiati da Frazer prende addirittura la forma di un regicidio di Stato — serve in realtà a preservare il ruolo del sovrano, l’uomo che rappresenta la collettività, dalla debolezza del corpo che lo incarna. Come dire che la capacità di difendersi e di offendere, di rendere funzionale la violenza, è la materia prima della leadership.

La grande lezione di Frazer sta nell’aver fatto affiorare, esempi alla mano, questa trama oscura della potenza che nessuna legittimazione è in grado di far sparire, né di razionalizzare. Quella che gli antichi chiamavano la Regola di Nemi è, insomma, la legge del più forte. O, come avrebbe detto Carl Schmitt, lo stato di eccezione che diventa norma. Col giovane che fa fuori il vecchio. È la cultura che imita la selezione naturale, trasformando la physis in polis.

Questa Bibbia dell’antropologia ha influenzato tutto il Novecento. Sigmund Freud ammetteva di dovere proprio a Frazer l’idea dell’uccisione del padre che sta al cuore edipico di Totem e tabù.

Un filosofo come Ernst Cassirer era decisamente ispirato dai venti animistici che soffiano sul Ramo d’oro quando scriveva la Filosofia delle forme simboliche. E Henri Bergson ci trovò una sorta di motore di ricerca per la teoria dello slancio vitale che è alla base della sua Évolution creatrice. Un poeta come Yeats cercava nello zibaldone frazeriano il filo che lo riconducesse alle matrici epiche della poesia. E David H. Lawrence, l’autore di L‘amante di Lady Chatterley, dichiarava senza mezzi termini il suo debito verso il padre di tutti gli antropologi. Mentre Joseph Conrad scrive Cuore di tenebra ispirandosi in toto alla pagina frazeriana che racconta l’assassinio rituale del re africano di Chitombé. E, last but not least, La terra desolata di Thomas S. Eliot, il grande poema sulla crisi della civiltà occidentale, che si può considerare una vertiginosa variazione poetica sul Ramo. Con al centro la mitica figura del re pescatore, il sovrano morente la cui malattia contagia la terra trasformandola in una landa arida e senza vita.

Fino ad Apocalypse Now, il film che Francis Ford Coppola trasse dal capolavoro conradiano trasferendone la scena in Vietnam. E che costituisce un’autentica summa del frazerismo novecentesco. Una discesa nelle profondità dell’umano che mette insieme Conrad e l’Inferno di Dante, la Terra desolata di Eliot e la leggenda del Graal, fino alla cultura psichedelica degli anni Sessanta. E su tutti James George Frazer, vera chiave di volta del film. Addirittura dichiarata dal regista che inquadra due libri sul tavolo del colonnello Kurtz, il rex nemorensis dell’esercito americano, interpretato da Marlon Brando. Uno è il Ramo d’oro e l’altro è Dal rito al romanzo di Jessie Weston, a sua volta ispirata all’opera di Frazer. Il regista tesse una tela di ragno che cattura il sentimento del tempo, i bagliori apocalittici che illuminano la conclusione del secolo breve, il tramonto di una storia esausta. In questo senso il colonnello Kurtz è due persone in una. Ha due corpi e due anime, proprio come gli antichi re divini di cui parla il Ramo d’oro. L’ufficiale, sfiancato dalla guerra, non rappresenta solo se stesso, ma anche la malattia contagiosa dell’Occidente imperialista, che sta trasformando il mondo in una terra desolata. L’ex soldato modello, che ormai prende ordini solo dalla giungla, si è trasformato in un signore della vegetazione e regna sulla foresta tra Vietnam e Cambogia, proprio come il re sacerdote regna sul bosco della dea cacciatrice. E come prescrive la Regola di Nemi, Kurtz va incontro al destino senza opporre resistenza. Del resto l’esecuzione, affidata al capitano Willard, ha le cadenze di un rito.

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A confermarlo è la colonna sonora, con la voce di Jim Morrison che canta The End. La canzone parla di un uomo perso in una “roman wilderness of pain”, una desolata terra romana. E di un “ancient lake”, un lago antico. Come in un lampo si chiude un cerchio millenario. L’antico lago dei Doors e quello di Diana si rivelano una sola regione dell’anima.

J. FRAZER, Il ramo d’oro, cap.1, Diana e Virbio

Chi non conosce il Ramo d’oro del Turner? La scena del quadro, tutta soffusa da quella aurea luminescenza d’immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava i più begli aspetti della natura, è una visione di sogno di quel piccolo lago di Nemi, circondato dai boschi, che gli antichi chiamavano «lo specchio di Diana». Chi ha veduto quell’acqua raccolta nel verde seno dei colli Albani, non potrà dimenticarla mai più. I due caratteristici villaggi italiani che dormono sulle sue rive e il palazzo ugualmente italiano i cui giardini a terrazzo digradano rapidamente giù verso il lago, rompono appena l’immobilità e la solitudine della scena. Diana stessa potrebbe ancora indugiarsi sulle deserte sponde o errare per quei boschi selvaggi.
Nei tempi antichi questo paesaggio silvano era la scena di una strana e ricorrente tragedia. Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto gli scoscesi dirupi su cui si annida il moderno villaggio di Nemi, si ergeva il sacro bosco e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del bosco. Il lago e il bosco erano spesso conosciuti come il lago e il bosco di Aricia. Ma la città di Aricia (l’attuale Ariccia) era situata più di tre miglia lontano, ai piedi del monte Albano, separata per mezzo di un’aspra pendice dal lago che giace in un piccolo cratere sul costone della montagna. In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico. Quest’uomo era un sacerdote e un omicida; e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece. Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato ucciso a sua volta da uno più forte o più astuto di lui.

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Virgilio, Eneide, VI, vv.125 – 159 (traduzione di Vittorio Sermonti, Milano, Rizzoli, 2008)

[…]“Nato dal sangue di dèi,
troiano figlio di Anchise, è facile la discesa all’Averno:
notte e giorno è aperta la porta del tetro Dite;
ma tornare sui propri passi e riaffiorar sotto il cielo,
questa è l’impresa, questa la fatica. Pochi figli di dèi,
130 prediletti dall’equo Giove o assunti al cielo dal fuoco
del loro valore, l’hanno ottenuto. Nel mezzo non c’è
che bosco, e il Cocito lo circuisce di cupi meandri.
Ma se desideri, se brami tanto di guadare due volte
la palude stigia, vedere due volte il nero Tartaro,
135 e vuoi prestarti a una fatica insensata, ascolta
cosa va fatto prima. Si nasconde nel folto d’un albero
un ramo dalle foglie e dal tenero stelo d’oro,
sacro a Giunone inferna: tutto il bosco lo scherma,
e lo riparano le ombre delle buie convalli. Ma
140 non è dato discendere nei segreti della terra, prima
d’aver colto dall’albero la frasca chiomata d’oro.
L’omaggio di questo tributo pretende la bella Proserpina:
spiccato il primo, ne spunta un altro, d’oro, e la verga
si veste di foglie dello stesso metallo. Perciò tu esplora
145 nel folto e, una volta trovato, staccalo con la tua mano
come vuole il rito. Da sé verrà via docilmente
se il fato ti chiama: altrimenti, forza in grado di vincerlo
non si da, non si da durissimo ferro che possa troncarlo.
Di più, il corpo d’un tuo amico giace disanimato (ah,
150 che lo ignori…) e luttuosamente contamina tutta la flotta,
mentre tu chiedi responsi impalato sulla mia soglia.
Rendilo alle sedi dovute, compònilo nel sepolcro!
Porta vittime nere: saranno la prima espiazione.
Così finalmente vedrai i boschi di Stige ed i regni
155 impervii ai vivi”. Disse, e ammutolì serrando le labbra.
Enea, tristissimo in viso, gli occhi sgranati, abbandona
l’antro, e cammina dipanando nel chiuso del cuore
l’oscurità degli eventi. Gli si accompagna il fedele
Acate, passo passo, afflitto dagli stessi pensieri.
[…]
Si va nella vecchia foresta, cupo covile di belve;
180 crollano i pini, i lecci suonano sotto le accette,
coi cunei si spaccano tronchi di frassino e roveri
fibrosi, orni giganti rotolano dalla montagna.
Primo in quelle faticose mansioni, dotato dei medesimi
attrezzi, Enea non manca di incitare i compagni;
185 e intanto, guardando l’immenso bosco, rimugina questo
nel cuore suo triste, e gli vien fatto di pregare così:
“Ah, scoprissi adesso su un albero di così immensa
foresta il ramo d’oro!… ché la veggente di te,
Miseno, ha detto tutto il vero (fin troppo ne ha detto!)”.
190 Non ha finito di pregare, che sotto i suoi occhi, così,
una coppia di colombi venuta a volo dal cielo
si posa sul verde del prato. Allora il magnanimo eroe
riconosce gli uccelli materni, ed esultante li supplica:
“Guidatemi voi, e, se c’è una via, orientate per l’aria
195 il volo nei boschi, là dove il ramo prezioso ombreggia
la fertile terra. E tu non abbandonarmi nell’indecisione,
dea madre!”. Ciò detto trattiene il passo, scrutando
che segni diano i colombi, in che direzione si orientino.
Quelli, beccando qua e là, svolazzano via, ma non
200 tanto che a chi li segue succeda di perderli d’occhio.
Poi, nonappena raggiunte le bocche del fetido Averno,
impennano il volo, e planando per la trasparenza dell’aria,
si posano nel luogo sperato sull’albero ambiguo, di dove
s’irradiava isolata fra i rami l’aura dell’oro.
205 Come col freddo d’inverno nei boschi prolifera il vischio
di frasche strane, dacché non germoglia da seme proprio,
e i tronchi torniti avvolge di bacche d’un pallido giallo,
così si distingue sul fosco del leccio quel frascheggiare
d’oro, così la lamella crepita al vento leggero.
210 D’impeto Enea la afferra, smanioso, e, per quanto rilutti,
strappa la frasca e la porta nell’abituro della Sibilla.

Dal cap.2, Re sacerdoti

Le domande a cui ci proponiamo di rispondere sono principalmente due. Perché a Nemi il sacerdote di Diana, il re del bosco, doveva uccidere il suo predecessore? E perché, prima di far ciò, doveva strappare il ramo di un certo albero che l’opinione degli antichi identificava come il ramo d’oro di Virgilio? […]

Robert Cozens, Nemisee mit der Stadt Genzano (Lago di Nemi, 1777 c.a), London

Fabio Dei, J. G. Frazer e le quattro edizioni del Golden Bough, (tratto e riadattato da La discesa agli inferi. J.G. Frazer e la cultura del Novecento, ed. Argo, 1998), Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, 2004

Il critico Lionel Trilling ha scritto una volta che Il ramo d’oro dovrebbe essere il punto di partenza di ogni studio della letteratura moderna, per l’ «effetto decisivo» che ha avuto su di essa. Almeno in relazione alla letteratura di lingua inglese, questa affermazione non è esagerata – ed è stata presa alla lettera, come vedremo, da alcuni orientamenti critici. Pochi libri hanno nutrito
l’immaginario artistico del Novecento come quello di Frazer. Fin dalle sue prime edizioni, Il ramo d’oro è circolato con straordinaria intensità nel mondo letterario, che lo ha usato come un inesauribile repertorio di idee, immagini e suggestioni. In particolare, ne sono stati influenzati in modo diffuso e profondo gli scrittori e gli artisti che hanno lavorato a ridosso della prima guerra mondiale – quelli che si è soliti accomunare sotto l’etichetta di «modernisti». Per questa generazione di intellettuali – da Eliot a Joyce, da Pound a Lawrence e molti altri – Frazer è stato oggetto di un interesse pari soltanto, forse, a quello suscitato dai lavori di Freud. Sia il metodo sia le tematiche frazeriane sono al centro dei loro interessi artistici e dei loro tentativi di costruire una rappresentazione dell’uomo e della civiltà contemporanea. Un ruolo centrale che è sancito dal celebre passo delle note apposte da T.S.Eliot al poemetto The Waste Land («La terra desolata», 1922), vero e proprio manifesto del modernismo, in cui Il ramo d’oro è definito «un’opera che ha influenzato profondamente la nostra generazione».

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Da M. BEARD, THE GOLDEN BOUGH, in CONFRONTING THE CLASSICS. Traditions, Adventures and Innovations, PROFILE BOOKS LTD, London 2013

‘He has changed the world – not as Mussolini has changed it, with coloured shirts and castor oil; not as Lenin has changed it, boldly emptying out the baby of the humanities with the filthy bath of Tsarism; nor as Hitler, with the fanfaronade of physical force. He has changed it by altering the chemical composition of the cultural air that all men breathe.’
The cultural revolutionary celebrated here (unlikely as it must now seem) is Sir James Frazer, extravagantly written up over half a page in the News Chronicle of 27 January 1937. The article – under the title ‘He discovered why you believe what you do’ – certainly does not stint its praises of the grand old man, then in his eighties. Later on in the piece Frazer is portrayed as a hero-explorer of time and space, ‘at home in the Polynesia of a thousand years BC or the frozen north before even the Vikings had touched its shore’. And he ends up compared (to his own advantage, once more) with one of the most romantic of British heroes: ‘this quiet sedentary student has a mind similar to the body of Sir Francis Drake, ranging distant countries and bringing back their treasures for his own kind.’

The Golden Bough: Detail

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L’ira funesta

Giambattista Tiepolo, Affreschi di villa Valmarana, Vicenza, 1757: Achille, in preda all’ira, si scaglia contro Agamennone ma viene trattenuto per i capelli dalla dea Minerva

OMERO, Iliade, I, traduzione di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2007

Disse e si mise a sedere. Si alzò allora, pieno di collera, il figlio di Atreo, il potente Agamennone: un nero furore gli riempiva l’animo, gli occhi mandavano lampi di fuoco; e subito, guardando Calcante con odio, disse:
«Profeta di sciagure, mai mi predici qualcosa di buono; sempre il male ti piace svelare, di bene niente, non una parola, mai, che vada a compimento […]»
Lo guardò con odio e gli disse Achille dai piedi veloci:
«Uomo impudente e avido di guadagno, quale mai degli Achei sarà pronto a obbedirti, a seguirti nelle marce o nelle aspre battaglie? Non sono venuto qui a combattere a causa dei Teucri, a me nulla hanno fatto; non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto nella fertile Ftia, terra di eroi: monti pieni d’ombra sono fra noi, e il mare dai molti echi. Te abbiamo seguito, uomo senza vergogna, per tua soddisfazione, per l’onore di Menelao e per il tuo onore, bastardo, nei confronti dei Teucri. Non pensi a questo, non te ne curi; e minacci di togliermi il dono, quello per cui tanto ho penato, quello che mi hanno donato i figli dei Danai. Mai io ricevo un premio eguale al tuo, quando gli Achei distruggono una popolosa città dei Troiani; eppure sono le mie braccia a reggere il peso maggiore della guerra violenta; ma quando è il momento di spartire il bottino, a te tocca il dono più grande mentre io torno alle navi con il mio, piccolo e caro, dopo la fatica della battaglia. Ora però me ne vado a Ftia, perché è molto meglio tornare a casa sulle concave navi piuttosto che rimanere qui senza onore a raccogliere tesori e ricchezze per te».
Gli rispose Agamennone, signore di popoli:
«Vattene, se lo desideri, non sarò io a pregarti di rimanere; altri ho con me che mi faranno onore, e soprattutto Zeus dalla mente accorta.
Fra i re di stirpe divina tu mi sei il più odioso: ami le risse, lo scontro, la guerra; sei molto forte, ma questo è dono divino. Torna in patria con le tue navi e i tuoi uomini, regna sui tuoi Mirmidoni, di te non mi importa, la tua ira non mi turba. Anzi, ti dirò questo: poiché Febo Apollo mi toglie Criseide, la rimanderò indietro sulla mia nave, con i miei uomini. Ma verrò io stesso alla tua tenda e mi prenderò la bella Briseide, il tuo dono, perché tu sappia che sono più forte di te, e anche gli altri si guardino bene dal tenermi testa e parlarmi alla pari».
Disse così. E il dolore colpì il figlio di Peleo; nel suo forte petto si divise il cuore: non sapeva se levare dal fianco la spada affilata, incitare gli altri alla rivolta e uccidere lui stesso l’Atride, o frenare l’impulso e calmare la collera. Mentre era così incerto nel cuore e nell’animo e stava già per estrarre dal fodero la grande spada, Atena scese dal cielo: la mandava Era dalle bianche braccia che amava entrambi gli eroi in modo eguale e aveva cura di entrambi. Si fermò alle sue spalle e lo afferrò per i capelli biondi – apparve a lui solo, nessuno degli altri la vide -; colto da sacro stupore Achille si volse e subito riconobbe Pallade Atena; gli occhi mandavano lampi terribili.

Il lessico greco dell’ira. CLICCA QUI.

File:Peter Paul Rubens - The Wrath of Achilles - Google Art Project.jpg

Peter Paul Rubens, L’ira di Achille, 1630 – 1635, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

Seneca, De ira, I, 1-2, trad. di Mario Scaffidi Abbate

Ut scias autem non esse sanos quos ira possedit, ipsum illorum habitum intuere; nam ut furentium certa indicia sunt audax et minax vultus, tristis frons, torva facies, citatus gradus, inquietae manus, color versus, crebra et vehementius acta suspiria, ita irascentium eadem signa sunt: flagrant ac micant oculi, multus ore toto rubor exaestuante ab imis praecordiis sanguine, labra quatiuntur, dentes comprimuntur, horrent ac surriguntur capilli, spiritus coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus, gemitus mugitusque et parum explanatis vocibus sermo praeruptus et conplosae saepius manus et pulsata humus pedibus et totum concitum corpus magnasque irae minas agens, foeda visu et horrenda facies depravantium se atque intumescentium. […]
2. … nulla pestis humano generi pluris stetit. Videbis caedes ac venena et reorum mutuas sordes et urbium clades et totarum exitia gentium et principum sub civili hasta capita venalia et subiectas tectis faces nec intra moenia coercitos ignes sed ingentia spatia regionum hostili flamma relucentia. Aspice nobilissimarum civitatum fundamenta vix notabilia: has ira deiecit.

Per capire che uno preso dall’ira è uscito di senno basta guardarlo, poiché presenta gli stessi e indubitabili sintomi della follia: come il pazzo ha un’espressione insolente e minacciosa, la fronte accigliata, lo sguardo torvo, il passo nervoso, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro affannoso e frequente, così l’adirato ha gli occhi accesi e fiammeggianti, il viso arrossato per via del sangue che sale e ribolle fin dai precordi, le labbra tremanti, i denti serrati, ispidi e dritti i capelli, il respiro faticoso e stridente, le articolazioni contorte e scricchiolanti, la voce spezzata e confusa mista di gemiti e brontolii, frequenti colpi delle mani, un pestar la terra coi piedi, mentre dal corpo tutto eccitato «schizzano grandi e minacciosi segnali»:2 turpe e orrendo è l’aspetto di un uomo sfigurato dall’ira. […]
sappi che nessuna peste ha procurato più danni all’umanità: stragi, avvelenamenti, accuse reciproche e infamanti, saccheggi, genocidi, teste di re e di personaggi eccellenti messe all’asta e vendute, case bruciate, incendi non solo dentro le mura cittadine ma in territori immensi balenanti di fiamme nemiche. Guarda le fondamenta di città famosissime riconoscibili a stento: è l’ira che le ha distrutte.

Achille affronta Agamennone, mosaico romano, dalla Casa di Apollo a Pompei (VI, 7, 23), Museo Archeologico Nazionale di Napoli,

Seneca, De ira, III, 13, 1-3 (trad. di Costantino Ricci, Seneca, L’ira, BUR Rizzoli, Milano, 2009)

1. Pugna tecum ipse: si vis vincere iram, non potest te illa. Incipis uincere, si absconditur, si illi exitus non datur. Signa eius obruamus et illam quantum fieri potest occultam secretamque teneamus. 2. Cum magna id nostra molestia fiet (cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem), sed si eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In imo pectoris secessu recondatur, feraturque, non ferat. Immo in contrarium omnia eius indicia flectamus: uultus remittatur, uox lenior sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus interiora formantur. 3. In Socrate irae signum erat uocem summittere, loqui parcius; apparebat tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a familiaribus et coarguebatur, nec erat illi exprobratio latitantis irae ingrata. Quidni gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret? Sensissent autem, nisi ius amicis obiurgandi se dedisset, sicut ipse sibi in amicos sumpserat.

Lotta conte stesso:  se vuoi vincere l’ira, essa non può vincere te. Cominci a vincere se la tieni nascosta, se non le dai modo di rivelarsi. Soffochiamo i suoi sintomi e teniamola il più possibile nascosta e invisibile. Ci costerà molta fatica (poiché brama balzar fuori e infiammare il nostro sguardo e mutare il nostro aspetto) , ma se le si concede di rivelarsi esteriormente, ha il sopravvento. La si tenga nascosta nel più profondo del petto e sia sotto il nostro controllo, non noi sotto il suo. Anzi dobbiamo dare segno contrario a tutti i suoi indizi;  lo sguardo si faccia sereno,  la voce più dolce, il passo più lento; a poco a poco anche il nostro stato d’animo si adegua all’aspetto esteriore. In Socrate la voce bassa e il controllo delle parole erano indizio d’ira; era evidente allora che stava lottando con  se stesso. Così veniva scoperto e rimproverato da quelli di casa e non lo contrariava il rimprovero della sua ira nascosta. Perché non avrebbe dovuto esser lieto che molti indovinassero la sua ira, senza che nessuno ne provasse le conseguenze? E le avrebbero sentite, se non avesse concesso agli amici il diritto di rimproverarlo, come egli stesso se lo era preso nei confronti degli amici.

Remo Bodei, IRA. Video RAI. CLICCA QUI.

Pierangela Martina, Aspetti teorici dell’aggressività (dalla filosofia antica a Nietzsche)

 

Personificazione dell’ira (dettaglio), Saint Madeline, Vézelay, Francia, 1130 c.a

Il Dio della Vita era il dio malvagio. Di fatto l’unico Dio. E la Terra, questo mondo, era l’unico regno. E loro, tutti loro, costituivano i suoi servi, in quanto da più di duemila anni rispondevano ininterrottamente ai suoi comandamenti. E la sua ricompensa era stata adeguata alla sua natura e ai suoi comandamenti: era stata l’Ira. La Collera. […] Il nemico ultimo che Paolo aveva riconosciuto – la morte – alla fine aveva vinto; Paolo si era sacrificato per niente.

P.K. Dick, R. Zelazny, Deus Irae, Roma, Fanucci, 2001

Dante, Inferno, c. VII, v. 103 sgg.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia dell’onde bige,
entrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè delle maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra“.
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Intervista  a Remo Bodei,  professore di Filosofia presso la University of California (Los Angeles), autore del saggio Ira. La passione furente.

Claudio Magris, L’IRA NON E’ FUNESTA, TUTT’ALTRO, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2002

Dagli eroi greci al Cristo della Bibbia, da Dante a Tolstoj: un sentimento alle origini del mondo occidentale Per i filosofi è un impulso ambivalente, pericoloso ma anche nobile, espressione di una grandezza che spesso ha esiti tragici Per alcuni scrittori è il loro stesso sguardo che si posa sul mondo e lo ritrae.

Alle origini e alle radici dell’ Occidente c’è l’ira, inscindibile dall’aurora della poesia chefonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ ira funesta», dice il primo verso dell’Iliade. Il poema che s’identifica con la poesia tout-court è anzitutto l’epopea della collera. Quest’ultima appare subito come una passione negativa, portatrice di sventura: si dice che ha apportato infiniti lutti agli Achei, trascinato nella morte tanti eroi e dato in pasto ai cani e agli uccelli i loro corpi. L’ira di Achille non è l’unica; c’è l’ira di Zeus per il rapimento di Elena, quella di Apollo per l’offesa al suo sacerdote Crise, quella di Agamennone per la schiava che gli viene tolta. A ogni passione si addice essere rovinosa, ma in questo caso la collera minaccia di rovinare un’ intera grande collettività, di far perdere la guerra a tutta la Grecia coalizzata contro Troia. Non si tratta, peraltro, di una collera qualsiasi; la parola greca menis – ricorda Maria Grazia Ciani – ha un valore sacrale e indica la reazione a una profonda e ingiusta offesa arrecata al pubblico onore (di un dio o di un guerriero) ossia a un profondo diritto della persona, sancito da un rituale o da una consuetudine vissuti come una legge religiosa. L’ira è dunque, almeno inizialmente, giusta e anzi doverosa, una risposta non solo psicologicamente ma anche e soprattutto eticamente motivata e necessaria. Essa tuttavia è smodata, trasgredisce la misura – la selvaggia e incontrollabile furia di Achille – ed è fonte di sciagura. Nasce dalla fiera rivendicazione del proprio diritto/dovere e dunque di se stessi, ma è pericolosamente vicina alla follia, alla perdita di sé, come dice il detto latino ira brevis furor, l’ira è un breve furore. Dalla collera di Achille alla pazzia furente di Aiace il passo è breve. Fin dalle origini, la civiltà occidentale è familiare con la collera e, pur mettendo in guardia dai suoi pericoli, riconosce in essa una grandezza. Si adirano eroi e dèi greci, ma anche il Signore della Bibbia mostra spesso un volto adirato: la sua collera, che abbatte i superbi e gli alteri, è inseparabile dalla sua giustizia ed è necessaria alla salvezza del mondo. Pure Gesù manifesta senza inibizioni la sua collera, ad esempio quando prende a frustate i mercanti del tempio. L’ultimo giorno – il giorno del Signore, della verità – è un Dies Irae. Le divinità – i valori – di altre civiltà forse non conoscono questa ambivalenza dell’ ira e non danno altrettanto rilievo alla collera. Quando Shiva dà la morte o quando Krishna nella Bhagavad-Gita, il testo sacro indiano, spiega ad Arjuna il dovere di combattere e dunque pure di uccidere, non c’è alcuna ira, bensì soltanto l’obbedienza a un codice. Taoismo e buddhismo ignorano la collera o la rifiutiamo quale illusione, desiderio, inganno della sete di vivere. Soltanto per gli Stoici, i filosofi occidentali più vicini all’ideale orientale di serenità imperturbabile, ogni ira è viziosa, mentre i Peripatetici, seguaci di Aristotele, distinguono, come il loro maestro, l’ira buona da quella cattiva.

Il pensiero occidentale si chiede sempre se e quando la collera sia giustificata – o doverosa – o no. Tommaso d’Aquino, nella sua analisi dei vizi o peccati capitali, sviscera tutti i pro e i contro riguardo l’ira; scandaglia le sue manifestazioni per sceverare l’ira buona e virtuosa, che nasce dallo sdegno oggettivo per l’ingiustizia, da quella malvagia nutrita di spirito di vendetta, quella giusta contro il peccato e quella cattiva contro il peccatore. Crisostomo, commentando il Vangelo di Matteo, dice che, mentre l’ira immotivata è colpevole, quella motivata è necessaria, perché senza di essa «né i giudizi starebbero saldi né i crimini sarebbero repressi». Per Tommaso, invece, la precipitazione iraconda impedisce il retto giudizio, in quanto lo anticipa confusamente, come servi che – egli dice, citando Aristotele – si affrettano a eseguire un ordine prima di ascoltarlo per intero e così sbagliano. La collera alimenta la punizione, ma la inquina e la deforma, come pensava Archita di Taranto, quando diceva al servo che lo aveva offeso: «Ti punirei gravemente se non fossi adirato con te». All’ira vengono attribuite bestemmia e tracotanza – in quanto l’uomo che vi si abbandona si arroga il diritto di far giustizia, che spetta a Dio – ma anche un’ utile funzione, in quanto – ancora Crisostomo – la «sopportazione irrazionale…invita al male non solo i malvagi, ma anche i buoni». L’ira, dice Ugo di San Vittore, «toglie all’uomo se stesso» – il furor che strappa l’io da sé – mentre altri commentatori medievali affermano che essa acceca l’ occhio della ragione e del cuore. Col suo genio esperto non solo di classificazioni, ma anche di ambiguità, Aristotele scrive nell’Etica nicomachea: «l’ira sembra dar ascolto alla ragione, ma ascoltarla di traverso». La collera appare dunque, alla riflessione filosofica, una passione ambivalente, pericolosa ma anche nobile; espressione di grandezza spesso mortalmente e tragicamente sviata, ma di grandezza. Un sale che, ove se ne abusi incontrollatamente, può essere letale, ma che, in giusta misura, non può mancare; una persona incapace di collera appare umanamente carente, priva di una corda fondamentale dell’ umanità. Mentre l’invidia, ad esempio, è solo negativa – una meschinità velenosa per se stessi e per gli altri, che in nessuna dose e in nessuna circostanza può essere buona – l’ira s’intreccia, pericolosamente, alla magnanimità, all’anima grande. Dio – e anche l’ uomo, secondo alcuni fatto a sua immagine e somiglianza – talora deve adirarsi, ma ovviamente non è pensabile che si roda d’invidia. L’ira, in proporzioni non miticamente gigantesche, ma psicologicamente realistiche, è un difettaccio, ma non un difettino. E se diciamo di qualcuno – come io dissi una volta di Alberto Cavallari, impavido, generoso e iracondo – che ha molti difettacci ma nessun difettino, gli facciamo un complimento.

Come tutte le passioni, l’ira è ovviamente ben presente nella letteratura. È un tema, un oggetto della rappresentazione letteraria, ed è soprattutto un modo di vivere e raffigurare il mondo da parte degli scrittori, un loro modo di essere. È impossibile fare un catalogo delle descrizioni poetiche della collera: il furore di Achille, l’esplosione selvaggia di dolore e di disgusto di re Lear, lo scoppio incontenibile del mite Pierre Bezuchov e tante altre pagine immortali della letteratura, radiografia ed elettrocardiogramma di tutte le affezioni della mortalità umana. Per molti scrittori, la collera non è semplicemente un motivo, come la gelosia di Otello o l’ ignavia di Oblomov, che non significano necessariamente che Shakespeare fosse geloso o Goncarev accidioso. Per alcuni scrittori, la collera è lo stesso loro sguardo che si posa sul mondo o lo ritrae. I grandi scrittori satirici vedono, raffigurano e aggrediscono la realtà con gli occhiali della collera, che la stravolgono ma ne afferrano, grazie a questa deformazione, una verità abnorme. Gli scrittori satirici sono i vendicatori della natura – anche e soprattutto di quella umana — oltraggiata, repressa, alterata o falsificata. L’ ira di Giovenale, di Swift, di Karl Kraus o di Gadda, per fare solo alcuni esempi; scrittori che vendicano i torti patiti dagli uomini ad opera di se stessi o di altri uomini. La collera è strettamente connessa alla vendetta. Lo scrittore satirico vendica una presunta purezza originaria corrotta, costringendo chi l’ha violentata – violentando così se stesso – a prendere coscienza di questa violenza distruttiva e autodistruttiva, ad accorgersi di aver falsificato la vita e di vivere in un modo e in un mondo falso; ad avvertire il disagio, il disgusto, la minorazione, l’ impotenza della propria condizione. Come ogni collera e ogni vendetta, questo furore è necessariamente tendenzioso e fazioso; vede solo quel male che vuole aggredire, ignorando tutto il resto. Da questo punto di vista, lo scrittore collerico-satirico è spesso ingiusto e ha spesso torto, nell’assolutezza della sua aggressione; ma senza la sua iperbolica unilateralità e la sua grandiosa deformazione non avremmo mai scoperto – grazie alla lente dell’ira, che deforma ma ingrandisce e costringe a vedere tante cose – alcuni aspetti, alcune verità essenziali della vita, della storia, della società, della civiltà, dell’ uomo. La collera esaspera, ma quest’esasperazione può mettere a fuoco in modo abnorme un lato abnorme del reale, che può essere colto solo in quell’ottica stravolta. L’ira vede le cose a distanza zero, come il dottor Kien nell’Autodafè di Canetti, e ne svela l’oggettiva dismisura e follia. La collera fredda, gelida di Flaubert squarcia il velo fittizio che avvolge e smussa la violenza delle cose e solo in tal modo rende possibile l’accesso a un’autentica tenerezza e purezza. Forse oggi la nostra realtà aberrante, ridotta a satira di se stessa e a smorfia irriconoscibile, può essere capita e riscattata solo da una prospettiva che sappia unire alla pietas e all’ironia la collera. Il lievito di cui abbiamo bisogno deve contenere pure alcuni grammi di ira biblica e di ira flaubertiana. La vita implica pure il giudizio universale su di essa e quest’ ultimo richiede una giusta composizione di amorosa pietà e sanguigna collera. Nessuno lo rivela meglio di Dante, il più grande poeta di una collera inseparabile dalla tensione morale, dal sentimento forte della vita e della storia, dalla grandezza d’ animo. Dante sembra dimostrare che la capacità di adirarsi è una qualità necessaria alla piena umanità di un individuo, come la capacità di amare. Ma Dante sapeva bene che il valore della collera sussiste solo finché essa rimane entro il giusto limite e trascende la mera soggettività dell’ impulso e del sentimento individuale; egli sapeva pure quanto facilmente l’ira travalichi quel limite e degeneri nell’eccesso e nello scatenamento di furenti libidini personali. In tal caso l’ira è peccato mortale, vizio capitale; agli iracondi è riservato il quinto cerchio dell’Inferno. Gli iracondi, inoltre, sono vicini, nel castigo, agli accidiosi, colpevoli di un peccato passivo che non sembrerebbe aver nulla in comune con la loro furia smodata, ma che invece intrattiene con quest’ultima legami stretti ed ambigui. Già Aristotele aveva colto il nesso fra ira e tristezza. La collera è triste perché toglie l’ io a se stesso, gli intorbida lo sguardo e offusca la godibile vista delle cose, la capacità di goderle con quel libero abbandono alla seduzione del vivere che è possibile solo in letizia, in fraterna comunione con gli altri. La collera impedisce tale fraterna uguaglianza, perché fa di chi la prova un giudice, fatalmente al di sopra degli altri – e giudicare, di per sé, è sempre triste. Brecht lo sapeva bene quando diceva che l’ ira – la sua ira politica – altera il viso e si salvava da quest’alterazione grazie alla consapevolezza che ne aveva. Senza questa consapevolezza si è vittima del risentimento, di una rabbia meschina caricaturale che impedisce il libero rapporto col mondo e rattrappisce l’animo nella frustrazione. Il risentimento rimane invischiato nei torti subiti, veri o presunti, dei quali presenta sempre il conto e ai quali attribuisce ogni fallimento. La collera diviene in tal caso un astioso livore, un atteggiamento coatto e ripetitivo, una retorica del sentire e del dire; spesso un enfatico moralismo declamatorio. Numerosi scrittori, anche dotati, hanno ceduto a questa collera indossata come un abito e divenuta meccanica stereotipia travestita da nobile sdegno permanente. Questo atteggiamento caratterizza molti scrittori accanitamente critici nei confronti della modernità, della borghesia, della democrazia, delle masse, del benpensantismo e del conformismo progressista. Léon Bloy è un esempio di questa ira, che ha avuto molti imitatori, grandi, mediocri e piccini. Anche in questo caso, l’ira denuncia e aggredisce distorsioni reali, ma si riduce a formula prefabbricata, oggettivamente stantìa anche se passionalmente sofferta; a litania prevedibile, a ritornello ripetibile a piacere. La collera è, letterariamente, anche una retorica – con le sue figure, le sue metafore, le sue amplificazioni. La retorica può essere il sistema linguistico cui un grande poeta attinge creativamente o un repertorio usurato dal suo sfruttamento. I collerici antidemocratici annoverano molti mediocri che abusano sterilmente di tale retorica e fanno sempre la medesima faccia feroce. Fra essi ci sono pure alcuni grandi, irripetibili e inimitabili e così spesso invece imitati da tanti sdegnosi iracondi di professione, che si sentono autorizzati a fare il verso a Céline. L’ira, dice Kipling, è l’ uovo della paura; la collera nasce spesso da ciò che oscuramente turba e minaccia. «Dominare la collera – scrive Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali – appare non meno generoso e nobile del dominare la paura». Questo dominio, aggiunge Smith, è buono solo quando si oppone a un impulso libero e forte, quando non nasce a sua volta da una paura repressa e mistificata: se c’ è qualcosa nell’universo che ci fa paura, dice Chesterton, bisogna infuriarsi contro di esso, andare a scovarlo e colpirlo in faccia. La collera contro chi è più forte non va dominata; va repressa quella, così vile e frequente, contro chi è più debole. La nobile ira, come quella generosamente provata e subito dimenticata dal signor Pickwick, l’immortale eroe di Dickens, fa tutt’uno con la generosità del sentire ed è antitetica al risentimento, che alligna e si radica livoroso nell’animo e diviene la natura stabile dell’ individuo. Nessuno sdegno iracondo, per quanto motivata e dunque necessaria e giusta sia la sua origine, può divenire cruccio permanente, senza svisarsi in una falsa posa. La collera è liberatoria solo se si è capaci di liberarsi di essa; «il sole – dice San Paolo nella lettera agli Efesini – non tramonti sulla vostra ira».

Giotto, L’Ira, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1306 c.a

PER APPROFONDIRE

William V. Harris, Restraining Rage: The Ideology of Anger Control in Classical Antiquity, Harvard, 2001

R. Bodei, Ira. La passione furiosa, Bologna, Il Mulino, 2010

AA. VV., Le scritture dell’ira, a c. di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila RomaTre-Press, 2016

Paola Giacomoni, Ardore. Quattro prospettive sull’ira da Achille agli Indignados, Carocci, 2015

In progress

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Dietro il tedio che spesso ci coglie c’è solo depressione o anche creatività?

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal il segreto della noia
Marco Belpoliti, “La Repubblica”, 26 settembre 2017

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in
I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».
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Pink Floyd,  Pigs on the wing, da Animals, 1977

If you didn’t care what happened to me,
And I didn’t care for you,
We would zig zag our way through the boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain.
Wondering which of the buggars to blame
And watching for pigs on the wing…

Carlo Bordoni, La noia creatrice, “Corriere della Sera – La Lettura”, 1 ottobre 2017

Questa è la condizione, diceva Hegel, in cui si ricerca l’ignoto
E, aggiungeva Leopardi, è qui che si coltiva l’infelicità da cui scaturisce la poesia

Tutto ha avuto inizio molto tempo fa. Forse Dio si annoiava e per questo ha creato il mondo, dando inizio a una modalità contraddittoria di considerare quel sentimento insopportabile che abbatte anche l’animo dei più forti, rende abulici e insoddisfatti. Di sé e della propria esistenza. Chiaro che l’attribuzione di una noia eterna a Dio, a giustificare la creazione, non è che l’invenzione di chi intendeva trovare un senso a una condizione di disagio. La noia è un attributo strettamente umano e non c’è verso di riferirla a entità superiori. Ma proprio perché umana, è bene cercare di vederla come qualità, piuttosto che un difetto, e trovare una giustificazione alla sua esistenza.
La noia è figlia dell’ozio. Se si risale nel tempo, alla latinità classica, si scopre che otium e negotium (nec-otium) erano intimamente connessi al comportamento umano. L’otium non era affatto il nulla, ma l’occuparsi di sé, delle proprie attività private, della conoscenza, del benessere. Il negotium era invece il lato estroverso di sé, la gestione degli affari pubblici, della partecipazione politica, lo scambio con gli altri. Sia l’ozio sia la noia hanno la possibilità di rivelare inediti aspetti creativi nelle diverse modalità attuative: la noia, a differenza dell’ozio, ha una marcia in più; possiede un’energia dirompente che è capace di fare miracoli. Può accadere che spinga a prendere decisioni insolite, a concepire idee rivoluzionarie, a progettare qualcosa che in condizioni normali non si farebbe mai. La creatività, allora, appartiene più alla noia che all’ozio.
La noia moderna
Eppure la noia, così come la concepiamo oggi, è un concetto relativamente recente, introdotto dalla modernità per una società tecnologizzata che privilegia il lavoro, il rendimento e bandisce l’ozio, l’attesa, la lentezza. Considera i tempi vuoti improduttivi e quindi socialmente inutili, ma anche tendenzialmente «pericolosi», poiché lasciano il tempo di riflettere. Nella divisione del lavoro sociale, il compito di pensare è riservato ad altri. In questa logica della produttività, la noia moderna è il nemico da sconfiggere. Per i bambini è un diritto non riconosciuto dai genitori, che li costringono ad attività extrascolastiche; per gli adulti un lusso che non possono concedersi, per gli anziani una condanna avvilente inflitta dalla società.
Strano destino, quello della noia: inventata dalla modernità e da questa combattuta come un indesiderabile corpo estraneo. Lo spazio del «far niente» è visto negativamente e i sistemi sociali — dalla religione alla scuola — hanno cercato di scandire il tempo con attività organizzate, precisando per ogni momento della giornata i compiti da svolgere, così da impedire la noia, preludio all’indebolimento dello spirito, al cedere a comportamenti viziosi o peccaminosi, se non a gesti violenti.
Gli stati totalitari, che temevano più di ogni altro sistema politico la libertà di pensiero, hanno sempre dato impulso alle attività dopolavoristiche, organizzando il tempo libero con meticolosa attenzione, regolando ferie e vacanze anche per i più giovani.
Con la crisi della modernità, invece di combattere la noia, si riprendono in considerazione i suoi benefici effetti; si recupera, per così dire, il lato umano di questo sentimento, la consapevolezza di sé. Che è poi il suo senso più antico, passato attraverso i secoli con connotazioni diverse, a seconda delle esigenze sociali. Quando nel Medioevo prende il nome di accidia, è sintomo di debolezza morale più che fisica, che per quella società è un peccato mortale, poiché rompe i legami sociali, causa l’inazione, la perdita della speranza e della fede. Dante colloca gli accidiosi nel canto VII dell’ Inferno , sommersi nella palude Stige, colpevoli di «un’ira lenta» nei confronti del mondo. Meno grave è la «melancholia», versione rinascimentale dell’accidia. Invece nell’Ottocento, ormai in piena modernità, la noia recupera in parte la sua caratteristica nobile, propria degli artisti e dei geni, riallacciandosi all’antico significato di otium. Hegel le attribuisce il compito di ricercare l’ignoto; in Leopardi è l’infelicità da cui però scaturisce la poesia. Il tardo romanticismo la vede in forma di spleen con Baudelaire e Huysmans, effervescente di suggestioni poetiche, ma anche desiderio di lasciarsi trasportare dalla vita con languido struggimento. Definita da Heidegger «il tempo morto del sempre uguale», la noia del Novecento si avvicina all’angoscia, considerata un vuoto da cui partire per «direzionare la propria vita altrove». Per Sartre prelude alla nausea e assume lo stesso gusto di un’esistenza priva di senso. Con Morin si collega al tempo libero e rientra nelle problematiche del loisir , inoltrandosi nel consumismo, utile antidoto alla noia e garante del progresso economico.
Gli antidoti
L’industrializzazione ha sviluppato un’inedita contrapposizione tra tempo libero e tempo del lavoro, che nelle società precedenti non aveva senso. L’aumento del tempo libero ha posto il problema di come impiegarlo: non basta riposarsi, divertirsi o viaggiare. Il tedio incalzante è fugato dall’invenzione dell’hobby, passatempo moderno con cui distrarre la mente e svolgere un lavoro non retribuito, più soddisfacente del lavoro obbligatorio e ripetitivo.
Il successo dell’hobby compete con la professione nella costruzione dell’identità individuale, si fa segno distintivo e motivo di auto-affermazione. Dalla collezione di francobolli al bricolage, nasconde un germe di creatività destinato a crescere. Anche se inviso ad Adorno, perché fa pensare a un comportamento paranoico — «La libertà organizzata è coatta, guai se non hai un hobby, una occupazione per il tempo libero» — il più modesto hobby ha aperto la strada al fai-da-te, eludendo l’intervento degli intermediari. Dal ritirare denaro da un bancomat al prenotare alberghi e biglietti aerei: modalità di lavoro gratuito, che la tecnologia e internet hanno reso possibile, spazzando via l’hobby.
Ormai il tempo libero è presidiato: più che dalla possibilità di svolgere attività piacevoli, dall’ossessione a utilizzare servizi, informarsi e comunicare, in uno stretto rapporto con la macchina che si sostituisce all’umano nella quotidianità dei rapporti.
Le relazioni uomo-macchina superano il tempo di quelle a contatto con altre persone ed evitano la noia: è curioso come, a differenza delle interazioni umane, rapportarsi con la macchina non sia noioso. Anzi, talmente assorbente che non stupisce vedere persone chattare tra loro nella stessa stanza o coppie sedute allo stesso tavolo che smanettano sul telefonino senza guardarsi; viaggiatori che sui bus o sui treni evitano di guardare dal finestrino, tutti presi dallo schermo luminoso, la nuova finestra sul mondo.
La chiusura totalizzante nel rapporto uomo-macchina, anche se può dare l’impressione di grande autonomia, permettendo di svolgere attività utili che prevedevano lunghe attese e costi, ha cancellato la noia e con essa ogni capacità creatrice che ne poteva derivare.
Ha in sostanza perfezionato la finalità di «controllo» della libertà di pensare che finora era stata svolta dal lavoro materiale e dall’organizzazione del tempo libero della modernità.
Apatia e creatività
Se si vuole essere creativi, bisogna recuperare una certa dose di noia creatrice che era propria dell’otium . È solo quando vi sono le condizioni e il tempo di riflettere, recuperando il taedium vitae — che per Seneca era l’opportunità di «frequentare se stessi» (secum morari  — che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste. Così il cervello ha l’opportunità di «creare». Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare; verbo tanto inquietante da essere censurato in certe comunità, poiché di pertinenza esclusiva del divino. Eppure squisitamente umano: saper creare è una qualità che appartiene a tutti e può rivelarsi in relazione alle capacità individuali e all’occasionalità.
Il filosofo francese Étienne Souriau sostiene che «per inventare è necessario pensare a lato», tanto che il pensiero laterale o divergente, un pensiero non rigido e persino stravagante, è considerato creativo per eccellenza. Per emergere, ha bisogno di una condizione di «apatia», cioè di assenza di pathos , di passione o partecipazione emotiva: ha bisogno della noia. La mente libera, ma annoiata, è più predisposta a trovare soluzioni. Non è strano che uno scrittore di fantascienza come Isaac Asimov sia stato chiamato a far parte di una commissione incaricata di studiare modalità «non convenzionali» per la difesa antimissilistica, proprio perché in grado di offrire un pensiero non condizionato, a suo modo apatico, in un contesto di specialisti. Lo racconta lo stesso Asimov in un testo inedito del 1959, ritrovato casualmente, Come le persone producono nuove idee , dove sostiene che la creatività è strettamente individuale, dipendente dalle conoscenze pregresse e dall’opportunità di metterle in relazione tra loro. Un’ipotesi non sempre condivisa. Oggi che la conoscenza è più complessa e richiede un bagaglio maggiore di saperi, si è portati a ritenere che la creatività sia prodotta dal gruppo, non più dal singolo.
La creatività, insomma, come istanza sociale, non conformista e priva di metodo; qualcosa che ha a che fare col general intellect di cui parlava Marx. Quel sapere condiviso e generalizzato che è patrimonio dell’intera società. E che forse ha bisogno di un’immensa noia collettiva per creare l’innovazione necessaria a migliorarsi.

Lou Reed,  Ennui, 1974

 

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“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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Il cuore mangiato o il pasto amoroso

Bernardino Mei, Ghismunda con il cuore di Guiscardo, olio su tela, 1650-1659, Pinacoteca Nazionale di Siena

La tradizione romanza

Floriana Calitti, Boccaccio e lo straordinario successo del tema del “cuore mangiato”, in “Altritaliani.net”, 22 gennaio 2014

“La leggenda che narra del cuore dell’amante fatto mangiare dal marito alla moglie colpevole di averlo tradito, moglie che poi si uccide disperata, sembra avere delle origini orientali. In realtà, il motivo del pasto amoroso, ricco di implicazioni magiche e religiose, richiama un rito cannibalico ma anche eucaristico, ed è noto in diverse culture.
Ha, ad esempio, una presenza nelle Metamorfosi di Ovidio dove Tereo sposa Procne ma si innamora della sorella Filomela e allora la sposa tradita gli farà mangiare il loro figlio Iti per vendicarsi, oppure nel culmine del teatro tragico di Seneca quando nel Tieste il protagonista sarà costretto dal fratello Atreo a cibarsi alla lauta mensa imbandita, a sua insaputa, della carne dei suoi tre figli;
e poi ancora, nelle fonti celtiche, ormai da tempo accertate, e nella sua prima attestazione letteraria, già nel Tristan di Thomas [1170 c.a], dove Isotta canta un Lai Guirun (Lamento di Guiron) che ha lo stesso tragico argomento:

«En sa chambre se set un jor / e fait un lai pitus d’amur, / coment dan Guirun fu surpris, / pur l’amur de la dame ocis / qu’il sur tute rien ama, / e coment li cuns puis dona / le cuer Guirun a sa moiller / per engin un joir a mangier, e la dolur que la dame out, / quant la mort de sun ami sout. / La reine chante dulcement, / la voiz acorde a l’estrument; / les mainz sunt beles, li lais buens, / dulce la voiz, bas li tons»

Era un giorno sola, nella
stanza, Isotta e sottovoce
ripeteva un canto triste:
come fu sorpreso un giorno
per amore di una donna
Guiron che fu messo a morte.
E l’amava più di ogni altra
cosa al mondo: ed il suo cuore
gli fu tolto e venne offerto
come cibo alla sua amata
dal marito, un conte, un giorno.
E la donna disperata
della morte dell’amante
venne a conoscenza. Isotta
canta dolcemente,
piano, piano, a bassa voce.

La vicenda di Guirun è evocata nella altrettanto infelice storia di Tristano e Isotta perché rappresentativa dell’amore perfetto: il marito geloso uccide l’amante ma, in realtà, il destino, per un ribaltamento paradossale, fa sì che, proprio con il rituale del “pasto” amoroso, evidentemente anche ad alta “densità” erotica, il cuore dell’amato possa ricongiungersi per sempre all’amata, anche dopo la morte”.

“Cupido scaglia due frecce verso una coppia di cuori”, miniatura tratta dalle ‘Orationes’ (1510), Bibliothèque municipale, Clermont-Ferrand. Credit FOLIA Magazine

J. LE GOFF, Il cuore, corpo del delirio, in  Il corpo nel medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2005

Dal XIII al XV secolo, l’ideologia del cuore dilaga e prolifera, sostenuta da un immaginario che talvolta rasenta il delirio. Alla fine del XII secolo, il teologo Alano di Lilla esalta già «il cuore sole del corpo».
Ciò è illustrato precipuamente dal tema del cuore mangiato, che si insinua nella letteratura francese del Duecento. Dal Lai d’Ignauré [inizi XIII sec.], amante di dodici dame, che i dodici mariti traditi uccidono dopo averlo castrato ed avergli strappato il cuore, poi dato in pasto (assieme al fallo) alle dodici spose infedeli, al Roman du chatelain de Couci et de la dame de Fayel, in cui ancora una volta una donna soggiace a un orrido pasto, costretta a mangiare il cuore del proprio amante, le narrazioni erotiche e cortesi sono testimonianza di tale ossessiva presenza”.

Jakemes [fine XIII secolo, Francia del Nord], Roman du Châtelain de Coucy

Per Dio, sire, questo m’addolora;/ e poi che cosi è,/ vi giuro/ che più non mangerò/ ne metterò altro boccone/ sopra questa gentile vivanda/ Ora la mia vita è troppo dura/ da sopportare, più non voglio vivere./ Morte, liberami dalla vita! (JAKEMES, v. 8104-8112)

Verso la metà del XIII secolo (1240-70), il tema del cuore mangiato compare nella biografia di un trovatore, Guilhelm de Cabestaing.

Vida di Guilliem de Cabestaing

«E un giorno Raimon de Castel Rossillon incontrò Guillem che passava senza grande scorta e lo uccise; e gli trasse il cuore dal petto; e lo fece portare a uno scudiero al castello; e lo fece arrostire e ben condire col pepe, e lo fece servire da mangiare a sua moglie. E quando la donna lo ebbe mangiato, il cuore di Guillem de Cabestaing, Raimon le disse di che cosa si trattava. Ed ella, quando lo seppe, perse la vista e l’udito. E quando rinvenne disse: «Signore, mi avete dato un così buon cibo che non ne mangerò mai altro». E quando egli udì quello che aveva detto, corse alla sua spada e volle colpirla sulla testa; ma ella corse al balcone e si lasciò cadere di sotto, e morì. E la notizia si diffuse per tutto il Rossillon e per tutta la Catalogna che Guillem de Cabestaing e la donna erano morti così malamente e che Raimon de Castel Rossillon aveva dato da mangiare alla donna il cuore di Guillem. Molto grande ne fu la tristezza per tutte le contrade; e la denuncia giunse davanti al re d’Aragona, che era signore di Raimon de Castel Rossillon e di Guillem de Cabestaing. E si recò a Perpignan, nel Rossillon, e fece chiamare davanti a sé Raimon de Castel Rossillon; e quando fu giunto, lo fece prendere e gli tolse tutti i suoi castelli e li fece distruggere; e gli tolse tutto quello che aveva, e lo fece chiudere in prigione. E poi fece prendere Guillem de Cabestaing e la donna, e li fece portare a Perpignan e seppellire in una tomba davanti alla porta della chiesa; e fece incidere sulla tomba il modo in cui erano stati uccisi; e ordinò per tutta la contea del Rossillon che tutti i cavalieri e le dame venissero ogni anno a celebrarne l’anniversario. E Raimon de Castel Rossillon morì nella prigione del re.»

Iniziale miniata: A'(more). Un amante inginocchiato presenta un libro a una dama, identificata nel testo con  Mirabel Zucharia. Sul margine destro un cuore in fiamme è bagnato dalla pioggia. Italia settentrionale Italy (Milano?), c.a metà del XV sec. CREDIT British Library

La vicenda di Guillem de Cabestaing nella versione di Stendhal, Dell’amore, 1822

Tradurrò un aneddoto dai manoscritti provenzali; il fatto che leggeremo ebbe luogo verso l’anno 1180, e la storia fu scritta verso il 1250. L’aneddoto è sicuramente molto conosciuto: tutta la sfumatura dei costumi è sicuramente nello stile. Supplico che mi si permetta di tradurre parola per parola e senza cercare affatto l’eleganza del linguaggio attuale.
«Monsignor Raimondo di Rossiglione fu così come voi sapete un valente barone, ed ebbe come moglie madonna Margherita, la più bella donna che si conoscesse in quel tempo, e la più dotata di ogni bella qualità, di ogni valore. e di ogni cortesia. Successe così che Guglielmo di Cabstaing, che era figlio di un povero cavaliere del castello di Cabstaing, venne alla corte di Monsignor Raimondo di Rossiglione, si presentò a lui e gli chiese se era contento che egli fosse valletto della sua corte. Monsignor Raimondo, che lo vide bello e avvenente, gli disse che era il benvenuto, e che restasse nella sua corte. Così Guglielmo restò con lui e seppe condursi così gentilmente che lo amavano piccoli e grandi; e seppe distinguersi tanto che Monsignor Raimondo volle che fosse donzello di madonna Margherita, sua moglie; e così fu fatto. Si sforzò dunque Guglielmo di valere ancora di più e nelle parole e nei fatti. Ma così come ha costume di succedere in amore, accadde che amore volle prendere madonna Margherita e infiammare il suo pensiero. Tanto le piaceva il modo di fare di Guglielmo, e il suo dire, e il suo sembiante, ch’ella non poté tenersi un giorno dal dirgli: “Allora dimmi, Guglielmo, se una donna facesse mostra di amarti, oseresti tu amarla?” Guglielmo che se ne era accorto le rispose molto francamente: “Sì, lo farei, Signora, se soltanto ciò che essa mostra fosse vero.” “Per San Giovanni!” disse la dama, “hai risposto bene da uomo di valore; ma ora voglio metterti alla prova se in fatto di sembianti tu sarai capace di sapere e conoscere quali sono veritieri e quali no.”
«Quando Guglielmo ebbe inteso queste parole, rispose: “Signora, che sia come a voi piacerà.”
«Cominciò a farsi pensoso, e Amore subito gli fece guerra; e i pensieri che Amore manda ai suoi gli entrarono nel profondo del cuore, e da lì in avanti fu dei serventi d’Amore e cominciò a trovare delle piccole strofe attraenti e gaie, e delle canzoni a ballo, e delle canzoni di canto scherzoso, con le quali era molto gradito, e più a colei per la quale egli cantava. Ora, Amore che accorda ai suoi servi la loro ricompensa quando gli piace, volle dare a Guglielmo il premio del suo; ed eccolo che comincia a prendere la dama con sì forti pensieri e riflessioni d’amore che né giorno né notte essa poteva riposare, pensando al valore e alla prodezza che in Guglielmo si era così copiosamente istillata e messa.
«Successe un giorno che la dama prese a parte Guglielmo e gli disse: “Guglielmo, dimmi dunque, ti sei alfine accorto se ciò di cui fo mostra è vero o menzognero?” Guglielmo risponde: “Madonna, che Dio mi aiuti, dal momento in cui sono stato il vostro cavalier servente, non ha potuto entrarmi nel cuore nessun pensiero se non che voi siete la migliore che mai nacque e la più veritiera e nelle parole e nei sembianti. Questo io credo e crederò tutta la vita.” E la dama rispose:
«”Guglielmo, io vi dico che se Dio mi aiuta voi non sarete mai da me ingannato, e i vostri pensieri non saranno vani né perduti.” E stese le braccia e lo baciò dolcemente nella camera dove tutti e due erano seduti, e cominciarono il loro amore; e non passò molto tempo che i maldicenti, che Dio li abbia in collera, si misero a parlare e a chiacchierare del loro amore, a proposito delle canzoni che Guglielmo faceva, dicendo che aveva riposto il suo amore in madonna Margherita, e tanto dissero a casaccio che la cosa giunse alle orecchie di Monsignor Raimondo. Allora egli provò grande pena e gravissima tristezza, prima perché doveva perdere il suo compagno scudiero che amava molto, e più ancora per la vergogna della sua moglie.
«Successe un giorno che Guglielmo se ne era andato alla caccia allo sparviero con uno scudiero soltanto; e Monsignor Raimondo fece chiedere dov’era; un valletto gli rispose che era andato allo sparviero e così come sapeva la cosa, aggiunse che era in tale posto. Immediatamente Raimondo prende delle armi nascoste e si fa portare il suo cavallo, e se ne va da solo verso il luogo dove Guglielmo era andato: e tanto cavalcò che lo trovò. Quando Guglielmo lo vide arrivare se ne meravigliò molto, e subito ebbe pensieri sinistri, e gli si fece incontro e gli disse: “Signore, siate il benvenuto. Come mai siete così solo?” Monsignor Raimondo rispose: “Guglielmo vi sto cercando per divertirmi con voi. Non avete preso nulla?” “Non ho preso nulla, Signore, perché non ho trovato nulla; e chi poco trova non può prendere, come dice il proverbio.” “Lasciamo ormai questa conversazione,” disse Monsignor Raimondo, “e, per la fedeltà che mi dovete, ditemi la verità su tutte le cose che vi vorrei domandare.” “Per Dio ! Signore,” disse Guglielmo, “se è cosa da dire ve la dirò.” “Io non voglio qui sottilità alcuna,” disse Monsignor Raimondo, “e voi mi risponderete interamente su tutto ciò che vi domanderò.” “Signore, su quanto vi piacerà interrogarmi,” disse Guglielmo, “su altrettanto vi dirò la verità.” E Monsignor Raimondo domanda: “Guglielmo, se Dio e la santa fede ha per voi valore, avete voi un’amante per cui cantare e per la quale amor vi stringe?” Guglielmo risponde: “Signore, come farei a cantare se non mi urgesse Amore? Sappiate la verità, Monsignore, che Amore mi ha tutto in suo potere.” Raimondo risponde: “Voglio ben crederlo, altrimenti non potreste così ben cantare; ma voglio sapere per piacere chi è la vostra dama.” “Ah! Signore, in nome di Dio,” disse Guglielmo, “vedete ciò che mi chiedete. Voi sapete troppo bene che non si deve nominare la propria dama, e che Bernard de Ventadour dice:

In una cosa la ragion mi serve,
Che mai uom m’ha chiesto la mia gioia,
Ch ‘io non gli abbia mentito volentieri.
Poiché non mi sembra buona cosa,
Bensì follia e atto di bambino
Che chiunque sia ben trattato in amore
Ne voglia aprire il cuore altro uomo,
A men ch ‘ei possa servirlo ed aiutarlo.

«Monsignor Raimondo risponde: “Io vi do la mia fede che vi servirò secondo il mio potere.” Raimondo ne disse tante che Guglielmo gli rispose:
«”Signore, bisogna che voi sappiate che amo la sorella di madonna Margherita, vostra moglie, e penso averne in cambio dell’amore. Ora che lo sapete, vi prego di venire in mio aiuto o almeno di non procurarmi danno.” “Prendete la mia mano e la fede,” fece Raimondo, “giacché vi giuro e vi do il mio impegno che impiegherò per voi tutto il mio potere.” E allora gli assicurò fedeltà e quando gliela ebbe assicurata, Raimondo gli disse: “Voglio che andiamo al suo castello, giacché è qui vicino.” “E io ve ne prego,” fece Guglielmo, “in nome di Dio.” E così presero la strada verso il castello di Liet. E, quando furono al castello furono ben accolti da En Roberto di Tarascona, che era il marito di madonna Agnese, sorella di madonna Margherita, e dalla stessa Agnese. E Monsignor Raimondo prese madonna Agnese per la mano, la portò nella camera, e si sedettero sul letto. E Monsignor Raimondo disse: “Ora ditemi, cognata, per la fedeltà che mi dovete, amate voi d’amore?” ed ella disse: “Sì, Signore.” “E chi?” fece egli. “Oh! questo non ve lo dico,” rispose lei; “che discorsi mi fate mai?”
«Alla fine tanto la pregò, ch’ella disse che amava Guglielmo di Cabstaing. Ella lo disse perché vedeva Guglielmo triste e pensoso, e sapeva bene come egli amasse sua sorella; e così temeva che Raimondo avesse cattivi pensieri su Guglielmo. Una tale risposta causò una grande gioia a Raimondo. Agnese raccontò tutto a suo marito, e il marito le rispose ch’essa aveva fatto bene, e le dette parola che aveva la libertà di fare o di dire tutto ciò che poteva salvare Guglielmo. Agnese non venne meno a questo impegno. Chiamò Guglielmo da solo nella sua camera, e vi restò con lui così a lungo che Raimondo pensò che egli doveva aver avuto da lei piacere d’amore ; e tutto ciò gli piaceva, e cominciò a pensare che quello che gli avevano detto di lui non era vero e che parlavano a vanvera. Agnese e Guglielmo uscirono dalla camera, la cena fu preparata e si cenò con grande allegria. Dopo cena Agnese fece preparare il letto dei due vicino alla porta della sua camera e finsero così bene, la dama e Guglielmo, che Raimondo credette che dormisse con lei.
«L’indomani pranzarono al castello con grande allegria, e dopo cena partirono con tutti gli onori di un nobile congedo e tornarono a Rossiglione. E non appena Raimondo lo poté, si separò da Guglielmo e se ne venne presso sua moglie, e le raccontò quello che aveva visto di Guglielmo e di sua sorella, della qual cosa ebbe gran tristezza sua moglie per tutta la notte. L’indomani ella fece chiamare Guglielmo, e lo ricevette male, e lo chiamò falso amico e traditore. Guglielmo le chiese grazia, come uomo che non aveva colpa alcuna dl ciò di cui lei lo accusava, e le raccontò parola per parola tutto ciò che era successo. E la donna mandò a chiamare la sorella, e seppe da lei che Guglielmo non aveva torto. E per questo ella gli disse e comandò che componesse una canzone con la quale mostrasse che non amava alcuna donna tranne lei, e allora fece la canzone che dice:

Il dolce pensiero
Ch ‘amor spesso m’ispira.

«E quando Raimondo di Rossiglione udì la canzone che Guglielmo aveva fatto per sua moglie, lo fece venire abbastanza lontano dal castello per parlargli e gli tagliò la testa, che mise in un carniere, gli trasse il cuore dal corpo e lo mise con la testa. Se ne andò al castello, fece arrostire il cuore e portarlo a tavola a sua moglie, e glielo fece mangiare senza che lei lo sapesse. Quando essa lo ebbe mangiato, Raimondo si alzò e disse a sua moglie che ciò che essa aveva appena mangiato era il cuore del Signor Guglielmo di Cabstaing, e le mostrò la testa e le chiese se il cuore era stato buono da mangiare. Ed ella intese ciò che egli diceva e vide e riconobbe la testa del Signor Guglielmo. Essa rispose e disse che il cuore era stato così buono e saporito, che mai altro mangiare o altro bere non gli toglierebbe dalla bocca il gusto che il cuore del Signor Guglielmo vi aveva lasciato. E Raimondo le corse sopra con una spada. Ella cominciò a fuggire, si gettò giù da un balcone e si ruppe la testa.
«Questo fu saputo in tutta la Catalogna e in tutte le terre del re d’Aragona. Il re Alfonso e tutti i baroni di quelle contrade provarono grande dolore e grande tristezza per la morte del Signor Guglielmo e per la donna che Raimondo aveva così laidamente messo a morte. Gli fecero la guerra a ferro e a fuoco. Il re Alfonso d’Aragona, dopo aver espugnato il castello di Raimondo, fece porre Guglielmo e la sua dama in un monumento davanti alla porta della chiesa di un borgo chiamato Perpignac. Tutti i perfetti amanti, tutte le perfette amanti pregarono Dio per le loro anime. Il re d’Aragona prese Raimondo, lo fece morire in prigione e dette i suoi beni ai parenti di Guglielmo e ai parenti della donna che morì per lui.»

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Dettaglio della miniatura tratta dal manoscritto “L’ Epistola di Othéa”: in cui uomini e donne porgono i propri cuori a Venere, dea dell’amore”, Harley MS 4431, c. 100r, XV secolo, British Library, Londra. CREDIT FOLIA Magazine

“La vicenda del cuore del poeta (cioè della sua parte più intima, tradizionale sede della passione amorosa, ma anche della poesia, che da esso “spira”) offerto in pasto alla donna amata non fa altro che condurre all’estremo questi concetti, ratificandoli in una dimensione quasi sacralizzata e agiografica (l’eucarestia del cuore) e proponendosi dunque quasi come una sorta di exemplum paradigmatico e simbolico non solo dell’ideale di amore cortese, ma al tempo stesso anche dell’attività lirica che in quell’ideologia si riconosceva”. L. TERRUSI, Ancora sul “cuore mangiato”: riflessioni su Decameron IV 9, con una postilla doniana. La parola del testo, Pisa, Fabrizio Serra, nº1, anno II, p. 49-62, 1998

L’offerta del cuore da parte dell’amante, Musee de Cluny, Paris, XV sec.

Una variante tematica: mangiare il cuore per avere coraggio

Master of the Vitae Imperatorum, Illumination from Suetonius, Life of Caesar, 1433, Princeton University Library MS Kane 44.

Sordello da Goito (1200 c.a – 1269), Planh in morte di Blacatz

Il trovatore invita i signori e i sovrani del suo tempo a cibarsi del cuore del defunto Blacatz per acquisirne il coraggio e il valore.

Piangere voglio il nobile Blacatz in questa semplice melodia,
con cuore triste e afflitto, e ne ho ben ragione,
perché in lui ho perduto signore e buon amico
e perché tutti i migliori costumi
con la sua morte sono perduti;
tanto mortale è il danno, che io non ho speranza
che vi sia ricompensa, se non in tale guisa:
che gli si tragga il cuore e che lo mangino i baroni
che senza cuore vivono, e così ne avranno in abbondanza. […]

Il cuore mangiato nella letteratura italiana

Dante, Vita Nuova, Cap. III

Evelyn Maude Blanche Paul (1883 – 1963), illustrazione per la Vita Nova, cap. III, 1916

E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: “Ego dominus tuus”.
Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare.
E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: “Vide cor tuum”.
E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente.
Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato.
E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l’ora ne la quale m’era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte.
Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun’alma presa.

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

Vide Cor Meum è una canzone composta da Patrick Cassidy e ispirata alla Vita Nuova di Dante Alighieri, in particolare al sonetto A ciascun’alma presa e gentil core. Prodotta da Patrick Cassidy e Hans Zimmer, è stata eseguita dalla Libera/Lyndhurst Orchestra, diretta da Gavin Greenaway. Le voci sono di Danielle de Niese e Bruno Lazzaretti, che interpretano rispettivamente Beatrice e Dante.
La canzone apparve per la prima volta nel film Hannibal (dir. Ridley Scott, 2001), mentre Hannibal Lecter e l’ispettore Pazzi assistono ad uno spettacolo d’opera lirica all’aperto a Firenze.

È stata usata in seguito nella colonna sonora del film dello stesso regista Ridley Scott Le crociate – Kingdom of Heaven (2005), nel corso della scena dei funerali del re Baldovino IV [FONTE WIKIPEDIA, con tagli e adattamenti].

Il cuore mangiato nella novellistica italiana

Novellino (fine XIII sec.), Novella di messer Ruberto

«Ariminimonte si è in Borgogna; et havvi un sire che si chiama messer Ruberto; et è contado grande. La contessa Antica e sue camariere sì aveano un portiere milenso, et era molto grande della persona, et avea nome Baligante. L’una delle cameriere cominciò a giacere co·llui, poi il manifestò a l’altra, e così andoe infino alla contessa. Sentendo la contessa ch’elli era a gran misura, giacque con lui.
Il sire lo spiò; fecelo amazzare, e del cuore fe’ fare una torta e presentolla alla contessa; et ella e le sue camariere ne mangiarono.
Dopo il mangiare venne il sire a doneiare e domandò: «Chente fu la torta?».
Tutte rispuosero: «Buona».
Allora rispuose il sire: «Ciò non è maraviglia, ché Baligante vi piacea vivo, quando v’è piaciuto alla morte».
La contessa, quand’ella intese il fatto, ella e le donne e le camariere si vergognaro e videro bene ch’elle aveano perduto l’onore del mondo. Arrendérsi monache e fecero un monistero che si chiama il monistero delle nonane d’Ariminimonte.
La casa crebbe assai, e divenne molto ricca; e questo si conta, in novella ch’è vera, che v’è questo costume: che quando elli vi passasse alcuno gentile uomo con molti arnesi, et elle il faceano invitare ad ostello e facea·lli grandissimo onore. La badessa e le suore li veniano incontro in su lo donneare: «quella monaca ch’è più isguardata, quella lo serva et acompagnilo a tavola et a letto». La mattina sì si levava e trovavali l’acqua e la tovaglia; e, quando era lavato, et ella li aparecchiava un ago voto et un filo di seta, e convenia che, s’elli si voleva affibbiare da mano, ch’elli medesimo mettesse lo filo nella cruna dell’ago; e se alle tre volte ch’egli avisasse no ’l vi mettesse, sì li toglieano le donne tutto suo arnese e non li rendeano neente; e se metteva il filo, alle tre, nell’ago, sì li rendeano gli arnesi suoi e donavangli di belli gioelli.»

Giovanni Boccaccio, Decameron, IV, Tancredi e Ghismunda

Tancredi uccide l’amante della figlia e le fa avere il cuore in una coppa d’oro, dalla quale lei beve acqua avvelenata e muore.

LEGGI LA NOVELLA QUI.

Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola e imposegli che, quando gliele desse, dicesse: – Il tuo padre ti manda questo, per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava. –

Giovanni Boccaccio, Decameron, IV, 9: Guardastagno e Rossiglione

Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita.

LEGGI LA NOVELLA QUI.

“… a Dio non piaccia che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada!…”

La tradizione popolare

Nella sua variante specifica di “cuore dell’amante dato in pasto alla moglie adultera dal marito”, il tema del cuore mangiato è diffusissimo nel folklore mondiale (è il motivo Q 478 1 del repertorio Thompson) e godrà di una vasta fortuna medievale e moderna (fino a Stendhal e oltre), dal Lai Guirun citato nel Tristan di Thomas alla vida di Guilhem de Cabestanh, dal lai Ignaure al Das Herze di Konrad von Würzburg, dal Roman du Castelain de Couci alla storia di Ariminimonte, da Boccaccio (Decameron, IV, 9) a Dante (Vita Nuova, III) dai Sermones parati de tempore et de sanctis alla ballata popolare danese Hertig Frojdenbe.
Di cuori mangiati sono piene le fiabe (nella versione a noi più nota di Biancaneve l’aspetto cannibalesco è misteriosamente scomparso); cito per tutte una fiaba irlandese raccolta nella celebre antologia Celtic Fairy Tales di Joseph Jacobs, dove si dice che la regina Silver-Tree, interrogando una trota magica che viveva in una sorgente su chi fosse la più bella del regno, si sentì rispondere che la più bella era la di lei figlia, vale a dire Gold-Tree: l’unica possibilità per tornare a diventare la più bella, le disse la trota, sarebbe stata di “get the heart of GoldTree, her daughter, to eat”. Francesco Benozzo, Etnofilologia del cuore: una piccola storia, dal Paleolitico a oggi, in Corpo e cuore, a c. di P. Caraffi, Emil, 2012

Fabrizio de André, Ballata dell’amore cieco, 1966

Il motivo del cuore mangiato si ritrova in molte tradizioni popolari. La ballata scozzese Lady Diamond (diffusa nel nord Europa con diverse varianti onomastiche –  Daisy, Dysmal, Dysie…) sembra derivare dalla novella boccacciana di Tancredi e Ghismunda (tradotta in inglese nel 1566): racconta la vicenda di un re che fa uccidere il giovane amante della figlia, un umile sguattero di cucina (a kitchen boy). Il re manda poi a Lady Diamond una coppa d’oro contenente il cuore dell’amato. La giovane, che aspetta un figlio, dopo aver pianto ogni sua lacrima sul cuore dell’amante, muore di dolore.

PER APPROFONDIRE, cfr. Francis James Child (1825-1896), The English and Scottish Popular Ballads, Volume 5, 1882–98

Tannahill Weavers, Lady Dysie, da Passage, 1983

 

Oltre il medioevo

Stendhal, Le Rouge et le Noir, 1830, cap. 21 (gli angosciosi pensieri di Madame de Rênal):

«Ella tornava dal villaggio. Era stata a Vergy ad ascoltare la messa. Secondo una tradizione, che sarebbe stata molto incerta agli occhi di un freddo razionalista, ma alla quale la signora de Rênal prestava fede, l’attuale chiesetta sarebbe stata un tempo la cappella del signore di Vergy. Quel pensiero l’aveva ossessionata per tutto il tempo che aveva contato di passare in preghiera. La signora de Rênal immaginava continuamente suo marito che uccideva Julien, come per caso, durante una partita di caccia, e che poi, alla sera, le faceva mangiare il suo cuore.»

STEPHEN CRANE (1871–1900), In the Desert [1895]

In the desert

I saw a creature, naked, bestial,
Who, squatting upon the ground,
Held his heart in his hands,
And ate of it.
I said, “Is it good, friend?”
“It is bitter—bitter,” he answered;
“But I like it
“Because it is bitter,
“And because it is my heart.”
Francesco de Gregori, Cardiologia, da Calypsos, 2006
Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: mai, senza paura mai.

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PER APPROFONDIRE

M. DI MAIO, Le coeur mangé : Histoire d’un thème littéraire du Moyen Age au XIXe siècle, PU Paris-Sorbonne, 2005 

Jean-Jacques Vincensini, Figure de l’imaginaire et figure du discours. Le motif du “Coeur Mangé” dans la narration médiévale, in Le “cuer” au Moyen age, Presses universitaires de Provence, 1991

William Hogarth, Sigismunda mourning over the Heart of Guiscardo, 1759, Tate Gallery, London


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Poesia su due ruote: la bicicletta in versi

                           A. Mucha, Cycles Perfecta, 1902

Giovanni Pascoli, La bicicletta, Canti di Castelvecchio, 1903

I
Mi parve d’udir nella siepe
la sveglia d’un querulo implume.
Un attimo… Intesi lo strepere
cupo del fiume.

Mi parve di scorgere un mare
dorato di tremule messi.
Un battito… Vidi un filare
di neri cipressi.

Mi parve di fendere il pianto
d’un lungo corteo di dolore.
Un palpito… M’erano accanto
le nozze e l’amore.
dlin… dlin…

II
Ancora echeggiavano i gridi
dell’innominabile folla;
che udivo stridire gli acrìdi
su l’umida zolla.

Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.

Io dissi un’alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola `
parlava con sé.
dlin… dlin…

III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Ch’io venga o tu vada,
non è che un addio!

Ma bello è quest’impeto d’ala,
ma grata è l’ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo… Già cala
la notte: io ritorno.

La piccola lampada brilla
per mezzo all’oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va…
dlin… dlin…

 

Oreste da Molin, Flirtation,1901 – Collezione privata

Guido Gozzano, Le due strade, da I colloqui, I, Il giovanile errore, 1907

Tra bande verdi gialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Andavo con l’Amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica;

quando nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro; scese. “Signora! Sono Grazia!”
sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

“Graziella, la bambina?” – “Mi riconosce ancora?”
“Ma certo!” E la Signora baciò la Signorina.

La piccola Graziella! Diciott’anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

“La piccola Graziella, così cattiva e ingorda!…”
“Signora, si ricorda quelli anni?” – “E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?” – “Vede…”
“Ci segui un tratto a piede?” – “Signora, volentieri…”

“Ah! ti presento, aspetta, l’Avvocato, un amico
caro di mio marito… Dagli la bicicletta.”

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.  LEGGI TUTTO…

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                                Mario Sironi (1885-1961), Il ciclista, 1916

Carlo Michelstaedter (1887-1910), In bicicletta Esametri (Dicembre 1902) [testo inedito]

Sterminate pianure si estendono lussureggianti,
Guida nel ciel di Latona il figlio il suo cocchio dorato,
Dardi infocati mandando alla candida strada maestra.
Sul mio cavallo d’acciaio io volo; né brutti pensieri
Turban la mente entusiasta che spazia per campi infiniti.
Volo e la corsa veloce mi apre i polmoni ed il core,
Volo e la strada fuggente di sotto alla ruota anteriore
Bianchi bagliori mi getta, arcana mi dà sensazione

Ave biciclo pietoso che allievi le cure ai mortali!

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          FILLIA, Bicicletta, fusione di paesaggio Idolo meccanico, 1924

Vittorio Sereni, In me il tuo ricordo, in Frontiera, 1941

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

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                                                    Mario Schifano, Biciclette, 1982

Giorgio Caproni, Le biciclette, da Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 1968

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora piú
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora piú
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
piú del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno piú antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso».

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu cosí,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpí
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio! Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora piú un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, cui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non piú
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di piú
nel tempo ancora intatto ed indiviso.

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Scandalo, da Il seme del piangere, 1959
Per una bicicletta azzurra,
Livorno come sussurra!
Come s’unisce al brusìo
dei raggi, il mormorìo!Annina sbucata all’angolo
ha alimentato lo scandalo.
Ma quando mai s’era vista,
in giro, una ciclista?
PER APPROFONDIRE: S. Barsella, Bicicletta: il mito e la poesia. CLICCA QUI.
Reti Dedalus: Poesia e Bicicletta. CLICCA QUI.
Pink Floyd, Bike, 1967 
I’ve got a bike, you can ride it if you like
It’s got a basket, a bell that rings
And things to make it look good
I’d give it to you if I could, but I borrowed it…

              Robert Rauschenberg (1925 – 2008), Bicycle, National Gallery, 1992

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“Fu vera gloria?”: cosa resta di noi (2)

Nike offering laurel wreaths to the winners of the games and a sash for the winner, engraving by Benedict Piringer (1780-1826) from a Greek original, from Collection de Vases Grecs de Ms le Comte de Lamberg, by Alexandre de Laborde, 1813-1824, Paris. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

La vera ragione della prodezza eroica è altrove; non dipende da calcoli utilitaristici, né dal bisogno di prestigio sociale, ma è di ordine, si potrebbe dire, metafisico: è cioè legata alla condizione umana, che gli dei hanno fatto non soltanto mortale, ma anche soggetta, come per tutte le creature di quaggiù, dopo il fiorire della giovinezza, al declino delle forze e all’invecchiamento. L’impresa eroica si radica nella volontà di sfuggire alla vecchiaia e alla morte, per quanto “inevitabili” esse siano, e di superare entrambe. Si va oltre la morte se la si accetta invece di subirla, facendone la posta in gioco costante di una vita che assume così valore esemplare e che gli uomini celebreranno come un modello di “gloria imperitura”. Gli onori resi alla sua persona vivente, che l’eroe perde quando rinuncia alla lunga vita per scegliere la rapida morte, li riacquista centuplicati nella gloria che circonderà il suo personaggio di defunto per tutti i tempi a venire.
J.P. Vernant, La morte eroica in L’individuo, la morte, l’amore, Raffaello Cortina, Milano 2000

Apollo

Iliade, IX, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Gli rispose Achille dai piedi veloci:

«Figlio di Laerte, divino Odisseo dalla mente accorta, è necessario che io parli chiaramente e dica quello che penso, e come andranno le cose, perché non continuiate a chiacchierare qui, seduti accanto a me; odio, come odio le porte di Ade, colui che altro dice e altro cela nell’animo; io parlerò come mi sembra meglio. Non riuscirà a persuadermi il figlio di Atreo, Agamennone, né nessun altro dei Danai – non c’è vantaggio alcuno a battersi col nemico senza mai tregua; per chi combatte da prode e per chi resta indietro, uguale è il destino; per il valoroso e per il vile, uguale è l’onore; muore ugualmente chi non fa nulla e chi si dà molto da fare; niente mi resta dopo aver patito tanti dolori rischiando sempre la vita in battaglia. […]
Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.
Mia madre, Teti dai piedi d’argento, mi parla di due destini che mi conducono a morte: se resto qui a battermi intorno alle mura di Troia, non farò più ritorno ma eterna sarà la mia gloria; se invece torno a casa, nella patria terra, per me non vi sarà gloria, ma avrò lunga vita, non mi raggiungerà presto il destino di morte. Ed anche a tutti gli altri io vorrei dire: prendete il mare, tornate a casa: mai vedrete la fine dell’alta città di Ilio, su di essa Zeus dalla voce tonante ha steso la mano, i guerrieri han ripreso coraggio. Ora voi ritornate e riferite ai principi achei il mio messaggio – è compito, questo, dei capi – affinché meditino un altro piano, un piano migliore, per salvare le navi e con le navi tutto l’esercito acheo; a nulla serve quello cui hanno pensato: io persisto nell’ira. Fenice rimanga a dormire con me: domani potrà seguirmi sulle navi in patria, se lo vorrà: non lo porterò via con la forza».

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Odissea, XI, vv. 467-49, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Così noi scambiavamo tristi parole, con l’animo afflitto, versando molte lacrime.
E venne l’anima di Achille figlio di Peleo, e quella di Patroclo e del valoroso Antiloco e di Aiace, che nel volto e nella figura era il più bello fra tutti gli Achei dopo il nobile figlio di Peleo. Mi riconobbe l’anima del discendente di Eaco e sospirando mi disse queste parole:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo dal grande ingegno, quale impresa ancora più grande concepirai nel tuo animo audace? Come hai osato discendere all’Ade dove dimorano, privi della parola, i fantasmi degli uomini morti?”.
Disse così, e io così gli risposi:
“O Achille, figlio di Peleo, di tutti gli Achei il più forte, per Tiresia sono venuto, perché mi consigli come giungere a Itaca irta di rocce; ancora non sono giunto vicino all’Acaia, ancora non ho toccato la mia terra, ma sempre continuo a soffrire. Di te invece, Achille, nessuno fu più felice, quando eri vivo, e ora che sei qui, hai grande potere tra i morti: non dolerti perciò di essere morto, Achille”.
Dissi così, e lui così mi rispose:
“Della morte non parlarmi, glorioso Odisseo. Vorrei essere il servo di un padrone povero che pochi mezzi possiede, piuttosto che regnare su tutte le ombre dei morti…”.

Statua di atleta che indossa la corona della vittoria, 340-330 a. C., Museo Archeologico Nazionale, Atene

Platone, Apologia di Socrate, 28 B-D

Qualcuno potrebbe forse dirmi: «Allora, o Socrate, non ti vergogni di esserti dedicato a questa attività, per la quale sei in pericolo di morire?»
A questi potrei rispondere con un giusto ragionamento: «Non dici bene, o amico, se tu ritieni che un uomo che possa essere di qualche giovamento anche piccolo, debba tener conto altresì anche del pericolo della vita o del morire e non debba, invece, quando agisce, guardare solo a questo, ossia se possa fare cose giuste o ingiuste, e se le sue azioni sono azioni di un uomo buono, oppure di un uomo cattivo. Se si sta al tuo ragionamento, sarebbero state persone di poco valore tutti quei semidei che sono morti a Troia. E come gli altri anche il figlio di Tetide, il quale, invece di sopportare l’infamia, disprezzò il pericolo a tal punto che, allorché la madre, che era dea, disse a lui che desiderava ardentemente di uccidere Ettore, all’incirca così: “O figlio, se tu vendicherai la morte del tuo amico Patroclo e ucciderai Ettore, morirai anche tu, perché a quello di Ettore subito segue già pronto il tuo destino”, nell’ascoltare queste parole non si diede pensiero del pericolo e della morte. E invece, temendo molto di più il vivere da codardo e il non vendicare l’amico, disse: “Che io muoia subito, non appena abbia punito chi ha commesso la colpa, e che non rimanga qui deriso presso le curve navi, e inutile peso della terra”. E allora, o amico, pensi che egli si sia preoccupato per la morte e per il pericolo?»
Così stanno le cose, o cittadini ateniesi, secondo la verità: al posto in cui uno collochi se medesimo, considerandolo il migliore, o in cui sia stato collocato da chi ha il comando, proprio qui io penso debba restare e affrontare i pericoli, e non tener conto della morte né di nessun altra cosa piuttosto che del disonore.

Nerone incoronato dalla madre Agrippina Minor, Pannello del Sebasteion di Afrodisia

Cicerone, Somnium Scipionis, 12 (VI, 20)

Haec ego admirans referebam tamen oculos ad terram identidem. Tum Africanus: ‘Sentio’ inquit ‘te sedem etiam nunc hominum ac domum contemplari; quae si tibi parva, ut est, ita videtur, haec caelestia semper spectato, illa humana contemnito. Tu enim quam celebritatem sermonis hominum aut quam expetendam consequi gloriam potes? Vides habitari in terra raris et angustis in locis et in ipsis quasi maculis, ubi habitatur, vastas solitudines interiectas, eosque, qui incolunt terram, non modo interruptos ita esse, ut nihil inter ipsos ab aliis ad alios manare possit, sed partim obliquos, partim transversos, partim etiam adversos stare vobis; a quibus exspectare gloriam certe nullam potestis.

Io, pur osservando stupito tali meraviglie, volgevo tuttavia a più riprese gli occhi verso la terra. Allora l’Africano disse: «Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli uomini; ma se davvero ti sembra così piccola, quale in effetti è, non smettere mai di tenere il tuo sguardo fisso sul mondo celeste e non dar conto alle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi mai raggiungere nei discorsi della gente, quale gloria che valga la pena di essere ricercata? Vedi che sulla terra si abita in zone sparse e ristrette e che questa sorta di macchie in cui si risiede è inframmezzata da enormi deserti; inoltre, gli abitanti della terra non solo sono separati al punto che, tra di loro, nulla può diffondersi dagli uni agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto a voi, in senso obliquo, altri
trasversalmente, altri ancora si trovano addirittura agli antipodi. Da essi, gloria non potete di certo attendervene.

You believed in their stories of fame, fortune and glory…

Pink Floyd, Paranoid Eyes, The final cut, 1983

Dante, Purgatorio, XI, vv. 91 – 108

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!                                   93

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:                                       96

così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.                                 99

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.                                    102

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,                   105

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.                         108

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Petrarca, Canzoniere 326

Or hai fatto l’estremo di tua possa,
o crudel Morte; or hai ’l regno d’Amore
impoverito; or di bellezza il fiore
4  e ’l lume hai spento, e chiuso in poca fossa;

or hai spogliata nostra vita e scossa
d’ogni ornamento e del sovran suo onore:
ma la fama e ’l valor che mai non more
8  non è in tua forza; abbiti ignude l’ossa:

ché l’altro ha ’l cielo, e di sua chiaritate,
quasi d’un più bel sol, s’allegra e gloria,
11  e fi’ al mondo de’ buon sempre in memoria.

Vinca ’l cor vostro, in sua tanta victoria,
angel novo, lassù, di me pietate,
come vinse qui ’l mio vostra beltate.

Petrarca, “Trionfi”, codice risalente al 1465-1470 circa

Francesco Petrarca, Secretum, III

Aug. Restat ultimum malum quod in te curare nunc aggrediar.
Fr. Age, pater mitissime, nam reliquis etsi nondum plene liberatum, magna tamen ex parte me levatum sentio.
Aug. Gloriam hominum et immortalitatem nominis plus debito cupis.
Fr. Fateor plane, neque hunc appetitum ullis remediis frenare queo.
Aug. At valde metuendum est, ne optata nimium hec inanis immortalitas vere immortalitatis iter obstruxerit.
Fr. Timeo equidem hoc unum inter cetera; sed quibus artibus tutus sim a te potissimum expecto, a quo maiorum michi morborum remedia suppeditata sunt.
Aug. Nullum profecto maiorem tibi morbum inesse noveris, etsi quidam forte fediores sunt. Verum quid esse gloriam reris quam tantopere expetis? Edixere.
Fr. Nescio an diffinitionem exigas. At ea cui notior est quam tibi?
Aug. Tibi vero nomen glorie notum, res ipsa, ut ex actibus colligitur, esse videtur incognita; nunquam enim tam ardenter, si nosses, optares. Certe, sive «illustrem et pervagatam vel in suos cives vel in patriam vel in omne genus hominum meritorum famam» quod uno in loco M. Tullio visum est; sive «frequentem de aliquo famam cum laude» quod alio loco ait idem; utrobique gloriam famam esse reperies. Scis autem quid sit fama?
Fr. Non occurrit id quidem ad presens et ignota in medium proferre metuo. Ideoque, quod esse verius opinor, siluisse maluerim.
Aug. Prudenter hoc unum et modeste. Nam in omni sermone, gravi presertim et ambiguo, non tam quid dicatur, quam quid non dicatur attendendum est. Neque enim par ex bene dictis laus et ex male dictis reprehensio est. Scito igitur famam nichil esse aliud quam sermonem de aliquo vulgatum ac sparsum per ora multorum.
Fr. Laudo seu diffinitionem, seu descriptionem dici mavis.
Aug. Est igitur flatus quidam atque aura volubilis et, quod egrius feras, flatus est hominum plurimorum. Scio cui loquor; nulli usquam odiosiores esse vulgi mores ac gesta perpendi. Vide nunc quanta iudiciorum perversitas: quorum enim facta condemnas, eorum sermunculis delectaris. Atque utinam delectareris duntaxat, nec in eis tue felicitatis apicem collocasses! Quo enim spectat labor iste perpetuus continueque vigilie ac vehemens impetus studiorum? Respondebis forsitan, ut vite tue profutura condiscas. At vero iam pridem vite simul et morti necessaria didicisti. Erat igitur potius quemadmodum in actum illa produceres experiendo tentandum, quam in laboriosa cognitione procedendum, ubi novi semper recessus et inaccesse latebre et inquisitionum nullus est terminus. Adde quod in his, que populo placerent, studiosius elaborasti, his ipsis placere satagens, qui tibi pre omnibus displicebant; hinc poematum, illinc historiarum, denique omnis eloquentie flosculos carpens, quibus aures audientium demulceres.

Testo latino integrale: CLICCA QUI. 

Traduzione in lingua italiana: CLICCA QUI.

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Raffaello, Il Parnaso, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani, Roma

Alessandro Manzoni, Adelchi,  Atto III, scena I, vv. 43 sgg.

ADELCHI
La gloria? il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza averla gustata. Ah no! codesta                             45
Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre:
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato7 in uno,                             50
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
Che m’offese nel cor, che per ammenda8,
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,               55
Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta
Né gloriosa, si presenta: e questa
Certa ed agevol fia.

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J. A. D. Ingres, Napoleone Bonaparte imperatore, 1806

Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 1821

[…] E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l’avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

S. Botticelli, La primavera. Pianta di alloro (particolare), Uffizi, Firenze

Giacomo  Leopardi, Zibaldone 826, 20 marzo 1821

L’uomo da principio desidera il piacer della gloria nella sua vita, cioè presso a’ contemporanei. Ottenutala, anche interissima e somma, sperimentato che questo che si credeva piacere, non solo è inferiore alla speranza (quando anche la gloria in effetto fosse stata maggiore della speranza), ma non piacere, e trovatosi non solo non soddisfatto, ma come non avendo ottenuto nulla, e come se il suo fine restasse ancora da conseguire(cioè il piacere, infatti non ottenuto, perché non è mai se non futuro, non mai presente); allora l’animo suo… quasi fuori di questa vita, posteritatem respicit (si rivolge alla posterità) come se dopo morte … debba conseguire il fine, il complemento essenziale della vita, che è la felicità, vale a dire il piacere non conseguito ancora,… allora la speranza del piacere, non avendo più luogo dove posarsi, né oggetto al quale indirizzarsi dentro a’ confini di questa vita, passa finalmente al di là, e si ferma ne’ posteri, sperando l’uomo da loro e dopo morte quel piacere che vede sempre fuggire, sempre ritrarsi, sempre impossibile e disperato di seguire, di afferrare in questa vita”.

Nicolas Poussin (1594-1665), L’ispirazione del poeta. Particolare (1630 c.a), olio su tela, cm 182,5 x 213 – Musée du Louvre, Parigi

Giacomo Leopardi, Bruto minore, vv.101-120, Canti

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
105né scolorò le stelle umana cura.

Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
110conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
115l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.

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Collier, Edward (1640 c.-1710), Vanitas, 1704, Göteborgs Konstmuseum

Giacomo  Leopardi, Il Parini, ovvero Della Gloria cap. XII, Operette morali, 1827

Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione, e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando. […]

Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andar del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente?

Leonardo Da Vinci, Ramo d’alloro e palma con iscrizione

Giacomo  Leopardi, Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte, Operette morali, 1827

[Diogene Laerzio] dice dunque che Teofrasto, venuto a morte e domandato da’ suoi discepoli se lasciasse loro nessun ricordo o comandamento, rispose: Niuno; salvo che l’uomo disprezza e gitta molti piaceri a causa della gloria. Ma non così tosto incomincia a vivere, che la morte gli sopravviene. Perciò l’amore della gloria è così svantaggioso come che che sia. Vivete felici, e lasciate gli studi, che vogliono gran fatica; o coltivategli a dovere, che portano gran fama. Se non che la vanità della vita è maggiore che l’utilità. Per me non è più tempo a deliberare: voi altri considerate quello che sia più spediente. E così dicendo spirò.

Alphonse Mucha, Alloro

Guido Gozzano (1883-1916), Il viale delle Statue, in Poesie sparse

…le bianche antiche statue
acefale o camuse,
di mistero soffuse
nelle pupille vacue:

Stagioni che le copie
dei fiori e delle ariste
arrecano commiste
entro le cornucopie,

Diane reggenti l’arco
e le braccia protese
e le pupille intese
verso le prede al varco,

Leda che si rimira
nell’acque con il reo
candido cigno, Orfeo
che accorda la sua lira,

Giunone, Ganimede,
Mercurio, Deucalione
e tutta la legione
di un’altra morta fede:

erme tutelatrici
di un bello antico mito,
del mio tedio infinito
sole consolatrici,

creature sublimi
di marmo, care antiche
compagne e sole amiche
dei miei dolci anni primi;

ecco: ritorno a Voi
dopo una lunga assenza
senza più vita, senza
illusïoni, poi

che tutto m’ha tentato,
tutto: anche l’immortale
Gloria, e il Bene ed il Male,
e tutto m’ha tediato. […]

J. Vermeer, Allegoria della Pittura, 1666-1668, Kunsthistorisches Museum, Vienna

da La Signorina Felicita, da I colloqui, 1911

[…] Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso! […]

Paul Grabwinkler (Austria, 1880–1946), Roman Beauty with Golden Laurel Wreath, 1918. Particolare

E. Hemingway, Addio alle armi, 1929

I was always embarrassed by the words sacred, glorious, and sacrifice and the expression in vain. We had heard them, sometimes standing in the rain almost out of earshot, so that only the shouted words came through, and had read them, on proclamations that were slapped up by billposters over other proclamations, now for a long time, and I had seen nothing sacred, and the things that were glorious had no glory and the sacrifices were like the stockyards at Chicago if nothing was done with the meat except to bury it. There were many words that you could not stand to hear and finally only the names of places had dignity. Certain numbers were the same way and certain dates and these with the names of the places were all you could say and have them mean anything. Abstract words such as glory, honor, courage, or hallow were obscene beside the concrete names of villages, the numbers of roads, the names of rivers, the numbers of regiments and the dates.

Rimanevo sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso, sacrificio e dall’espressione invano. Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte ormai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei Paesi avevano ancora dignità, e certi numeri e certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte, gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, ai numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.

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Vienna, Casa della Secessione [1898-99], Cupola, particolare

CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò, 1947

Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un po’ di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo. Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perché per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma gli anni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perché da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo. Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade, chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perché? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e a mia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui non c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa. Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio. Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi. E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

And oh, how our glory may fade
Fade, well, at least we’ve learned
Some tricks of the trade…

 

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“Ognuno sta solo…”

U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare)

La solitudine è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare in noi stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri, con le persone che ci sono vicine, e con i compiti che la vita ci consegna. Certo, ci si può sentire, ed essere soli, non solo nel deserto ma anche in una grande folla. L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quali si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi. C’è, cosí, un isolamento imposto, e non voluto, doloroso e nostalgico, un isolamento sociale, e c’è un isolamento che si sceglie sulla scia della propria indifferenza e del proprio egoismo, della propria aridità di cuore. […]

In un mondo collegato costantemente con tutto e con tutti, in un mondo in cui tutto si crea e nulla si distrugge, come è possibile recuperare la solitudine che è premessa a ogni riflessione critica e a ogni esperienza creatrice? La solitudine è una esperienza interiore che non si chiude in se stessa, nelle barriere del proprio io, e che è aperta alla vita esteriore, alle sollecitazioni e alle influenze, che sgorgano dal mondo-ambiente con le loro luci e le loro ombre. Ma la solitudine è oggi sempre piú difficile da salvare, e da vivere, perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci dànno il tempo di pensare a noi stessi, di scendere lungo il cammino che porta verso l’interno, e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni della immaginazione.
Cose, queste, possibili solo quando la solitudine rinasca in noi, e ci consenta di ritrovare le sorgenti dei pensieri e delle emozioni che rendono una vita degna di essere vissuta, e aperta alla comunicazione verbale e non-verbale con gli altri.

E. Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi, 2015

Sculptures imbedded in the building that was featured on Led Zeppelin’s ‘Physical Graffiti’ album, St. Mark’s Avenue, East Village, New York

Francesco Petrarca, Canzoniere, 35

 Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co•llui.

F. Petrarca, Canzoniere, 176

Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi,
onde vanno a gran rischio uomini et arme,
vo securo io, ché non pò spaventarme
altri che ’l sol ch’à d’amor vivo i raggi;

et vo cantando (o penser’ miei non saggi!)
lei che ’l ciel non poria lontana farme,
ch’i’ l’ò negli occhi, et veder seco parme
donne et donzelle, et son abeti et faggi.

Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
mormorando fuggir per l’erba verde.

Raro un silentio, un solitario horrore
d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
se non che dal mio sol troppo si perde.

V. Alfieri (1749-1803), Rime, 173

Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra’ figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com’io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.

Non ch’io gli uomini aborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:

ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.

Ryuichi Sakamoto, Solitude, Tony Takitani, 2004

G. LEOPARDI, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, Operette morali, 1827

Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo e l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ tarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime.

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G. PASCOLI, SOLITUDINE, in Myricae, 1891

 I

Da questo greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio d’un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un’eco di pensiero
lunga, né so se gioia o se martoro;
e passa l’ombra dello stormo nero,
e passa l’ombra dello sciame d’oro.

II

Sono città che parlano tra loro,
città nell’aria cerula lontane;
tumultuanti d’un vocìo sonoro,
di rote ferree e querule campane.

Là genti vanno irrequïete e stanche,
cui falla il tempo, cui l’amore avanza
per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco, ed anche
quel polverìo di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere…

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

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Fabrizio De André, in Ed avevamo gli occhi troppo belli (2001) da Anime salve, 1996

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico […].
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

P. P. Pasolini, «Senza di te tornavo, come ebbro», in Raccolte minori e inedite, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Billie Holiday, Solitude, 1956

In my solitude
You haunt me
With dreadful ease
Of days gone by
In my solitude
You taunt me
With memories
That never die…

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, 2008

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci” […] In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano numeri gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale , che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati e stretti uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.”

Pink Floyd, Nobody home, 1979

Armando TornoPiccolo elogio della solitudine nella stagione dei social network, “Corriere della Sera”, 23 luglio 2012

La popolazione della Terra ha superato i sette miliardi e la solitudine è in aumento. Ci si sente soli anche quando si è prigionieri del traffico o mentre si passeggia in una via affollatissima di una metropoli. I social network hanno moltiplicato i contatti tra le persone, ma non sostituiscono la presenza umana. Si avverte l’isolamento se manca lo sguardo, un gesto, l’odore dell’altro. O se non si è capiti. O per altri milioni di motivi che tendono sempre a crescere.

Gli esempi? Sono numerosissimi. E l’estate, tra spiagge affollate e sentieri perduti, li mette in evidenza. Ieri sulla prima pagina online del New York Times Cara Buckley raccontava la domenica di luglio di una persona nella Grande Mela: la passa isolata, ora dopo ora, lontana da tutto. E sul Guardian di sabato scorso Marion McGilvary rifletteva sulla sua solitudine, anche se temporanea, pur avendo quattro figli. Una strana condizione, ma il telefono non squilla, la casa è vuota, nessuno ti attende. Comunque, basta aprire il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, pubblicato in 21 volumi dalla Utet, per accorgersi che nella storia del nostro idioma i termini «solitario» o «solitudine» hanno avuto più fortuna che non «solidarietà». Anche l’editoria nostrana, che rappresenta un mercatino rispetto ai numeri inglesi, tra testi originali e traduzioni offre circa trecentocinquanta titoli con la parola «solitudine». Ce n’è di ogni genere. Un’affollata solitudine, per esempio, indica nella Bur le «poesie eteronime» di Fernando Pessoa; Eugenio Borgna, invece, ha titolato un suo recente saggio La solitudine dell’anima (Feltrinelli), proprio per ricordare che essa è «una condizione ineliminabile della vita». Ma si trova anche, a seconda dei bisogni, qualcosa sulla solitudine del manager, delle madri, del cittadino globale, del maratoneta, dei numeri primi e dei numeri uno, della ragione, del morente, dell’America latina, della destra, dell’Occidente, di Elena (quella che ha causato la rovina di Troia), della tecnologica, dell’animale, del satiro (è in un titolo di Ennio Flaiano, ora edito da Adelphi). Non possiamo fornirvi l’elenco completo, ma non è esagerato scrivere che la solitudine gode di credito. O, se si volessero utilizzare le parole dei direttori commerciali, che «tira».

Il periodo estivo, dicevamo, mette in luce meglio di altri le solitudini. Il caldo, chissà perché, oltre a stanare quelle vecchie induce taluni a crearne di nuove. Le fa confondere con il riposo. Sovente però diventano disperazione. Il tempo libero delle ferie, insomma, le chiama a raccolta. E questo anche se non stiamo parlando di un fenomeno stagionale.

Nicola Abbagnano ci confidò il giorno in cui riabbracciava Ludovico Geymonat, dopo anni di reciproco silenzio, che alcune solitudini si scelgono e altre invece ce le troviamo addosso. Si può, per esempio, condurre una vita casta per motivi religiosi o perché è preferibile ai guai che prima o poi causa l’amore; in tal caso ci rifugiamo in una solitudine sessuale, utile per evitare quei tormentoni di coppia che sono la parte più cupa dell’esistenza. Sant’Agostino che fu un maestro di solitudine, così come molti filosofi, la riteneva indispensabile per avviare un rapporto con Dio. Ma non è esagerato credere che anche il motto degli antichi Stoici, «vivi nascosto», nacque per motivi spirituali più che sociali. I seguaci di Epicuro, invece, sceglievano un’«autarchia» per essere più liberi. Il sommo Michel de Montaigne sommò l’una e l’altra. Fece della solitudine un capolavoro: si ritirò nella torre del suo castello a scrivere gli Essais, in compagnia dei soli classici. Ogni giorno si allenava a sorridere del mondo e degli uomini, a non credere a quanto veniva strillato. Si limitò a ricordare la vanità di tante fatiche, l’inutilità di troppi progetti. Una frase gliela prendiamo in prestito per rammentare quanto sia attuale la sua filosofia: «Quando gli uomini si riuniscono le loro teste si restringono».
I credenti trovano grandi solitudini nella Bibbia: Mosè, per esempio, è solo per incontrare Dio sul Sinai; Gesù si prepara alla vita pubblica con quaranta giorni nel deserto, anzi sovente si ritira a pregare in luoghi isolati. I monaci parlarono ben presto dell’habitare secum, dell’abitare con se stessi; o anche di «cella interiore», luogo di intimità con l’Altissimo che portiamo con noi. Giacomo Leopardi inserisce fra gli Idilli il componimento poetico La vita solitaria, una delle tante testimonianze che riflettono la sua vita isolata. E Friedrich Nietzsche? Altro campione del genere che cercava di socializzare il meno possibile, lasciando frammenti come questo: «Lontano dal mercato e dalla gloria nacquero da che è mondo gli inventori dei nuovi valori». Beethoven diventò sordo: il suo udito costrinse la musica ad abbandonarlo.

Le solitudini più fascinose? Sono forse state quelle degli anacoreti della Tebaide. Credevano, celati nelle loro grotte, nell’austerità della vita eterna. Per questo, sentendo venir meno le forze, cominciavano a ridere e proseguivano per giorni, sospirando e sghignazzando. Volevano esaurire, prima del grande passo, le scorte di comicità a disposizione della carne.

Andrew Bird, Imitosis, 2007

...We were all basically alone
And despite what all his studies had shown
What was mistaken for closeness
Was just a case of mitosis
And why do some show no mercy
While others are painfully shy
And tell me, doctor, can you quantify
‘Cause he just wants to know the reason
The reason why…

Lettori e scrittori sono uniti dal bisogno di solitudine, dalla ricerca di essenzialità in un’epoca sempre piú evanescente: dalla spinta a cercare dentro di sé, tramite la carta stampata, una via d’uscita dall’isolamento.

J. FRANZEN, Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003

Pink Floyd, Goodbye cruel world, The wall, 1979

In progress…

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Caffè, bevanda dei Lumi

                                                                                     London coffeehouse, 1668

TOM STANDAGE, Così twittavano. I Caffè, social network al tempo di Newton“La Repubblica”, 12 luglio 2013
I social network oggi vengono additati come nemici della produttività. Secondo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo: e tutto a causa di queste «armi di distrazione di massa». Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’ informazione, che esercitava un’ attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’ epoca.
Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi. I caffè erano usati anche come uffici postali: i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori.
Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro. Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’ espressione «lì nel caffè». Le pagine di Pepys danno un’ idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a «una lunga e accesissima discussione fra due dottori», dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente.
Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, «il gentiluomo, il manovale, l’ aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali». Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford. «Perché l’ apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’ Università?», chiedeva. «Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo». Contemporaneamente, a Cambridge, Roger North, un avvocato, lamentava la «smisurata perdita di tempo originata da una semplice novità. Perché chi è in grado di applicarsi seriamente a un argomento con la testa piena del baccano dei caffè?». Questi posti erano «la rovina di tanti giovani gentiluomini e mercanti seri e di belle speranze», secondo un pamphlet pubblicato nel 1673 e intitolato Ecco la spiegazione del grande problema dell’ Inghilterra. Tutto questo riporta alla mente i duri moniti lanciati da tanti commentatori moderni. Un comune motivo di preoccupazione, allora come oggi, è il fatto che le nuove piattaforme di condivisione dell’ informazione possano rappresentare un pericolo in particolare per i giovani.
Ma qual era l’ impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’ innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’ industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni. Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna. I caffè erano piattaforme per l’ innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’ impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’ incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s. Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere. Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, mai loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno.
Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking. Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. Sono conversazioni interamente virtuali, ma che offrono potenzialità enormi di produrre cambiamenti reali. Certi capi deridono l’ uso di questi strumenti durante il lavoro dicendo che non si tratta di social network, ma di social NOTwork, ma altre aziende, più lungimiranti, stanno adottando i «social network d’ impresa» (sostanzialmente versioni aziendali di Facebook) per incoraggiare la collaborazione, scoprire talenti e competenze nascosti fra i dipendenti e ridurre l’uso dell’ e-mail. Uno studio pubblicato nel 2012 dalla società di consulenza McKinsey & Company ha scoperto che l’ utilizzo dei social network all’interno delle aziende ha incrementato del 20-25 per cento la produttività dei «lavoratori della conoscenza». L’uso dei social media nell’istruzione, peraltro, è sostenuto da studi che dimostrano che gli studenti imparano più efficacemente quando interagiscono con altri studenti. L’OpenWorm, un rivoluzionario progetto di biologia computazionale, è partito da un singolo tweet e ora coinvolge collaboratori di tutto il mondo che si incontrano attraverso Google Hangouts.
Chi sa quali altre innovazioni stanno fermentando nel caffè globale di Internet? C’è sempre un periodo di aggiustamento quando compare una nuova tecnologia. Durante questa fase di transizione, che può richiedere anni, le tecnologie sono spesso oggetto di critiche perché sconvolgono il modo tradizionale di fare le cose. Ma la lezione dei caffè ci insegna che le moderne paure sui pericoli dei social network sono esagerate. In realtà questo tipo di comunicazione ha una lunga storia: l’ uso dei pamphlet da parte di Martin Lutero durante la Riforma getta nuova luce sul ruolo dei social media nella Primavera Araba, per esempio, e ci sono paralleli fra le maldicenze in versi che circolavano nella Francia prerivoluzionaria e l’ uso del microblogging nella Cina moderna. Per affrontare le problematiche sollevate dalle nuove tecnologie, è al passato che dobbiamo guardare.
© 2013 The New York Times, Distributed by the New York Times Syndacate. Tom Standage è direttore digitale dell’ Economist e l’ autore del libro di prossima pubblicazione Writing on the Wall: Social Media – The First 2000 Years. Traduzione di Fabio Galimberti 
 
J. S. Bach, Cantata del caffè, 1732

“Il caffè rallegra l’animo, risveglia la mente, in alcuni è diuretico, in molti allontana il sonno, ed è particolarmente utile alle persone che fanno poco moto, e che coltivano le scienze. Alcuni giunsero perfino a paragonarlo al famoso nepente tanto celebrato da Omero”.
E. FRANÇOIS, Il caffè, in H.-G. HAUPT (a cura di), Luoghi quotidiani nella storia d’Europa, Laterza, Roma-Bari 1993
In una descrizione della città di Vienna pubblicata nel 1786, Johann Pezzl, acuto osservatore e scrittore satirico, annotava: «Come si sa, oggi i caffè sono una delle cose di cui una grande città non può assolutamente fare a meno». È un’osservazione che ognuno di noi potrebbe far propria: non è forse il caffè, come luogo e come istituzione, una delle componenti più familiari e più caratteristiche della vita urbana e della civiltà europea? Eppure questo caffè, che a noi sembra così intimamente legato alla realtà urbana europea, quasi ne fosse un indispensabile elemento costitutivo, ha origini che non sono né antiche né europee. Presente fin dal Medioevo nelle città musulmane del bacino mediterraneo e del Medio Oriente, il caffè – come bevanda e come luogo – è uno di quei tanti elementi che l’Europa ha mutuato dall’Oriente, senza dei quali non sarebbe potuta diventare se stessa. Contrariamente alla leggenda eroica secondo la quale il primo caffè in Europa (accompagnato dai primi croissants) sarebbe stato aperto da Georg Franz Koltschitzky nel 1683 a Vienna, dopo il fallimento dell’assedio dei turchi alla città; sembra sia stata Venezia – in quanto principale porto commerciale nei traffici con il mondo musulmano – la prima città europea a dotarsi di un caffè, probabilmente intorno al 1647. Merce d’importazione, il caffè si impone progressivamente negli altri grandi porti europei (a Londra nel 1652, a Marsiglia nel 1654, ad Amburgo nel 1677), e di là si diffonde nelle maggiori città dell’interno. […] Nella seconda metà del XVIII secolo, infine, i caffè conoscono un vero decollo, si moltiplicano e conquistano praticamente tutte le città: Vienna, che già nel 1737 contava 37 caffè, ne ha più di 80 nel 1790; alla stessa data, Monaco ne ha 18 e Amburgo 15, mentre Parigi ne avrebbe contato più di 800 alla vigilia della Rivoluzione! Arrivata in ritardo, Berlino resta invece alla retroguardia: il primo caffè vi viene aperto solo nel 1721, e nel 1780 la capitale della Prussia non ne ha che 12. […]
Diversi sono i motivi che spiegano il formidabile successo dei caffè nell’Europa del XVIII secolo: in primo luogo la diversificazione crescente del loro ruolo all’interno della società urbana; poi la loro funzione di luogo d’innovazione culturale e sociale; e infine, il formarsi di una specifica cultura del caffè, che fa passare in secondo piano la consumazione vera e propria, allargata peraltro a bevande diverse: «I caffè – nota giustamente Pezzl – hanno ampliato considerevolmente la propria offerta rispetto agli inizi. Vi si beve non soltanto caffè, ma anche tè, cioccolata, punch, limonata, latte di mandorla, rosolio, gelati ecc., tutte cose che fino a un paio di secoli fa in Germania non si conoscevano neanche di nome. Vi si può studiare, giocare, chiacchierare tra amici, parlare di politica, schiacciare un pisolino, trattare affari, mercanteggiare, fare pubblicità, tramare intrighi e complotti, organizzare gite, leggere riviste e quotidiani ecc.».
La prima funzione del caffè è, in effetti, di essere un luogo di libertà e di liberi incontri, un «luogo nuovo per la vita di società in pubblico», che rende possibile all’allora nascente società borghese relazioni piacevoli e scambi al di fuori dei legami usuali del ceto, della corporazione, della casa o della famiglia. In linea di principio il locale era aperto a tutti, chiunque vi poteva entrare a bere il caffè e l’unica vera limitazione era posta dalle possibilità di sostenere la spesa, anche se, nei fatti, la frequentazione del caffè era molto selettiva: essenzialmente borghese (al punto che i caffè diventano uno dei luoghi d’elezione dove le nuove élite si incontrano e formano la loro coscienza comune), essa era anche esclusivamente maschile. Questo luogo di libertà e di incontro, la cui importanza nella genesi della società borghese non sarà mai sottolineata abbastanza, è anche un luogo di libera discussione, dove la conversazione può svolgersi in una situazione sostanzialmente aperta, e dove, come nei salons ma senza le costrizioni di questi ultimi, si conversa per amore della conversazione e lo scambio discorsivo diventa l’attività principale. Così un anonimo descrive l’atmosfera dei caffè viennesi attorno al 1780: «Nei caffè si parla alternativamente, anzi spesso contemporaneamente, di questioni pubbliche e di faccende private, di argomenti di finanza e letteratura, di affari e di diritto, delle scienze e delle arti; insomma, l’oggetto delle conversazioni spazia continuamente fra temi politici, letterari, economici, giuridici e morali, a seconda dell’occasione». Ma oltre che luogo di incontro e di libera discussione, il caffè è anche un luogo di scambio di informazioni, dove la lettura dei giornali e dei periodici è importante quanto la conversazione, e a questa strettamente legata in quanto le fornisce spesso gli argomenti. A partire dalla metà del XVIII secolo, per i caffè delle grandi città è un punto d’onore offrire alla loro clientela una vasta scelta di giornali, tanto da diventare un forte motivo pubblicitario. Così, un caffè viennese cerca di conquistare i favori dei clienti col seguente annuncio: «Si rende noto agli amanti della lettura che a partire dal 26 gennaio 1783 nel caffè sito al Mercato Nuovo nel cosiddetto Ospedale, oltre ai quotidiani come Wiener Zeitung e […] The London Chronicle, sarà possibile leggere liberamente le seguenti riviste [segue un lungo elenco di testate di carattere culturale, n.d.r.] e varie altre pubblicazioni utili e dilettevoli».

Pietro Seguace di Pietro Longhi, La bottega del caffè, 1750-1770 c.a, Olio su tela,  Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari.

Carlo Goldoni, La bottega del caffè, 1750

M. BELPOLITI, La bevanda dal fascino discreto che rivoluzionò l’Europa, “La Repubblica”, 8 giugno 2016

«Il caffè agisce sul diaframma e sui plessi dello stomaco, da cui raggiunge il cervello attraverso irradiazioni impercettibili che sfuggono a ogni analisi; nondimeno si può presumere che sia il fluido nervoso a fungere da conduttore dell’elettricità sprigionata dal caffè, o meglio trovata e messa in azione dentro di noi». Così scrive Balzac nel suo “Trattato degli eccitanti moderni” (1839). Lo scrittore ne fa un uso smodato come analgesico, per tenersi sveglio, come aiuto per l’immaginazione. Di fatto è un tossicodipendente, e hanno ragione due studiosi della caffeina, Bennett A. Weinberg e Bonnie K. Bealer, nel dire che l’alcaloide contenuto nel caffè è senza dubbio la droga più popolare del mondo, supera di larga misura nicotina e alcol. Eppure fino al 1650 era praticamente sconosciuta in Europa, mentre cinquanta anni dopo si consumava in 3.000 locali di Londra, che ne è stata la capitale insieme a Parigi per quasi un secolo. Come ha fatto a diffondersi e a diventare la bevanda preferita del secolo dei Lumi, e oltre? «Ogni volta che beviamo una tazza di caffè, prendiamo parte a uno dei più grandi misteri della storia della cultura», scrivono i due studiosi.
L’arbusto del caffè cresceva allo stato selvatico su tutti i rilievi dell’Africa, Madagascar, Sierra Leone, Congo, nell’altopiano etiope, e probabilmente in Arabia. C’è anche un mito, quello di Kaldi, il pastore etiope con le sue capre danzanti che mangiano le bacche, e un monaco che se ne interessa e capisce.
Di sicuro i religiosi hanno contribuito in varia forma alla “scoperta” del caffè e alla sua diffusione. Uno dei primi trattati a stampa dedicati al caffè (1671) è opera di un frate maronita, Antonio Fusto Naironi, professore di lingue orientali a Roma, che ha diffuso il mito di Kaldi. Di sicuro sono stati gli arabi a trasformarlo in una bevanda. Pare che Maometto fosse stato curato con il caffè da una sonnolenza perniciosa. Certo all’inizio quella bevanda calda, nera e amara non attirava molto, sebbene già nel Cinquecento si beveva a Costantinopoli dove esistevano locali che la preparavano.
La vicenda dell’arrivo del caffè in Europa è davvero straordinaria, sebbene se ne conoscano solo alcuni passaggi e non tutti bene. Qualche anno fa un giovane californiano, Stewart Lee Allen, è andato in giro per il mondo per vedere secoli dopo i posti dove è nato e dove si è diffuso, a partire dalla materia prima accumulata nel porto di al-Makkha, Mocha, nello Yemen. L’ha raccontato in un libro curioso, La tazzina del diavolo. Tuttavia la parte davvero interessante, al netto di leggende e storie strane, che pure ci sono, è quello dell’arrivo in Europa della bevanda. Anche la parola è un esempio di questa complessa storia. L’inglese coffee viene dal francese café, che come l’italiano caffè proviene dal turco kahveh, che a sua volta deriva dall’arabo qahwa. Dunque nel 1650 in Europa si sa del caffè, qualcuno l’ha pure bevuto nei viaggi in Oriente, ma è sconosciuto ai più; se ne parla come di un medicinale.
Nel 1700 è già nelle mani della aristocrazia. Vi arriva come una moda, alla medesima maniera con cui si diffondono le cineserie e i moretti che tenevano compagnia ai nobili. Secondo Wolfgang Schivelbusch, quel che conta nel mondo nobiliare non è il caffè quale bevanda, ma le forme con cui lo si gusta, le occasioni, l’eleganza e lo stile. La storia della porcellana s’intreccia con quella del liquido nero e del suo successore, il tè. La sostanza ce la mette invece la borghesia, che ne apprezza le qualità fondamentali. Schivelbusch scrive: la borghesia saluta nel caffè il mezzo più efficace per far passare le sbornie.
Siamo nel punto di passaggio riguardo gli alcolici, la birra in particolare; è il transito dal mondo tardo medievale – il Medioevo è durato molto a lungo nella mentalità, oltre che nelle forme di vita – a quello moderno. Lo definisce ora la Riforma protestante, che compie il primo passo per regolare il rapporto tra l’uomo e l’alcol. Lutero si scaglia contro il demone dell’ebbrezza. E qui arriva il caffè. Ma non basta. Ci vuole anche una “base materiale”. Si tratta della nuova disciplina del lavoro, insomma il nascente capitalismo. La caffeina presente nel caffè è ben superiore a quella che è contenuta nella cioccolata. Con una boutade Schivelbusch dice che senza il caffè non ci sarebbe stata la matematica degli arabi, la loro capacità di astrazione. Possibile.
Di certo questo liquido nero è la bevanda per eccellenza della borghesia moderna. L’uomo nel Medioevo compie lavori fisici, il borghese evolve invece verso un lavoro di concetto: sta seduto. I due studiosi della caffeina stabiliscono un interessante rapporto tra il caffè e l’orologio. Se è vero che gli europei sono dediti alla caffeina per rispettare i nuovi ritmi di lavoro, è anche vero che nello stesso periodo si raffina l’orologio meccanico; intorno al 1660 la lancetta dei minuti diventa sempre più precisa e comune in Inghilterra.
Ma non c’è solo il lavoro in senso lato, che richiede sempre meno dosi di birra, vino, gin. C’è anche il caffè inteso come luogo in cui si beve. Nel 1687, o forse 1688, Edward Lloyd apre la sua caffetteria in Tower Street a Londra. Lo frequentano agenti assicuratori; da lì nascerà la famosa compagnia di assicurazioni. Il caffè è il luogo dove si trattano gli affari, ma dove si discute anche di politica e letteratura, allora intrecciate; si creano e leggono i giornali. I redattori usano il caffè come spazio di lavoro, antenato del coworking. Caffè e giornalismo crescono insieme. La borghesia oppone questo luogo pubblico, aperto a tutti, ai salotti aristocratici, dove invece si entra a invito. La democrazia è figlia dei caffè. Sono Inghilterra e Francia a promuovere tutto questo, la Germania e l’Italia seguono a distanza. Prima che da bevanda sorbita negli spazi pubblici diventi invece un genere di consumo privato, passano almeno cinquant’anni. Il caffè si privatizza: lo si usa ora a colazione e a fine pasto, come documentano incisioni e quadri. Diventa un genere famigliare, là dove invece il caffè era prevalentemente un luogo maschile. Il caffè del mattino sostituisce la zuppa di birra del passato, quella delle classi contadine e operaie. Qualcuno ha sostenuto che prima del caffè la prosa narrativa inglese fosse laconica e monolettica. Frasi brevi e una sola voce narrante; dopo si trasforma in una prosa dialogica. Potere della caffeina.
Poi di colpo decade. Dura poco più di un secolo. Lo scalzerà il tè. Diminuiscono i caffè, e almeno in Inghilterra il tè ne prende il posto. Questione di prezzi: il tè costa meno, si lavora più facilmente e ne serve meno per bere. Poi c’è l’onnipresente Compagnia delle Indie a dettar legge. Ma questa è un’altra storia. Intanto il moderno capitalismo è nato e il caffè ha dato il suo fondamentale contributo. Non è poco.
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