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“Affliggete quel manifesto”: gli strafalcioni in italiano degli studenti universitari

C. ZUNINO, “la Repubblica”, 9 aprile 2017

La perla delle perle in un mare di perle è “collimare”. Massimo Arcangeli, già preside della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Cagliari, oggi componente del collegio di dottorato in Storia linguistica italiana dell’Università La Sapienza di Roma, si è fermato. E, pur abituato a raccogliere verbi sconnessi, ha sorriso. Anche lui. Collimare, per un liceo linguistico di Siena, è «la strada tra collina e mare». Alla richiesta di dare un significato della parola offerta, altri liceali hanno regalato queste variazioni sul tema: “collimare” è la domanda «che collina è quella?» oppure «sono le colline in mare» (qui siamo a Siracusa, la ricerca ha riguardato nove regioni). Sempre in Sicilia: «Da tre anni sto in un collimare», «la mia villa si trova in un collimare».

Questi passaggi si trovano nelle risposte raccolte nelle ultime due settimane tra mille studenti di scuole medie e superiori (più dell’ottanta per cento delle quali licei) per il Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia, che si è aperto venerdì a Siena e si chiude oggi. Uno studio meno recente (2011-2012), ma ancora più preoccupante perché compiuto tra i 196 universitari sardi dell’allora preside Arcangeli (141 femmine e 55 maschi), ci dice che il 95 per cento delle matricole non conosce il significato di “ondivago”, l’88 per cento di “coacervo”, l’81 per cento non sa che cosa voglia dire “abulico”, tre su quattro non si orientano su “nugolo”. E poi si arriva a “collimare”, exemplum dello stato della lingua italiana tra i nostri studenti. Al primo anno di università è diventato quattro volte “compensare” («dobbiamo collimare le nostre lacune»), quattro volte “riempire” («collimare un vuoto»), tre volte “colmare”. In sei casi “adepto” è diventato “addetto” («lui è l’adepto alla manutenzione»), una volta “adeguo” («mi adepto a ogni situazione »), in quattro risposte “alunno”. “Esimere” tra gli universitari di Cagliari può essere “dare” («vorrei esimere le mie dimissioni »), “fedifrago” diventa “cannibale”. “Indigente” tutto fuorché povero: affidabile, disabile, esigente, esuberante, inadempiente, indisposto, insistente, irresponsabile. Ecco, «l’afflizione dei nuovi manifesti».

Nell’introduzione al Festival, il professor Arcangeli ha ricordato come nel 1863 su 21.777.334 cittadini italiani censiti, solo 3.884.245 fossero quelli che sapevano leggere e scrivere, un analfabetismo che sfiorava il 95 per cento in Basilicata. Allora un pastore lucano finiva fucilato «perché non riusciva a spiegare in italiano che le scarpe che aveva ai piedi non erano state rubate». Fra i pastorelli meridionali di Fine Ottocento e i nativi digitali di oggi la distanza è incolmabile, «eppure l’analfabetismo è tornato a incombere in nuove, insidiose forme funzionali». È l’incapacità di saper leggere e affrontare un testo in modo critico ed efficace, saperlo adattare alle diverse situazioni. Nei lavori di troppi ragazzi oggi si vedono sviluppi elementari delle trame, accenti fuori posto («loro mi rispettano come io lì rispetto a loro»); concrezioni («non lo mai apprezzato»), “che” polivalenti («ci sono compagni che ho un bellissimo rapporto »), errori di sintassi («io spero che non ci saranno più questi gruppi e che diventasse una classe come tutte le altre»).

Dice Arcangeli: «Oggi il numero di chi scrive in modalità digitale è incomparabilmente elevato, ma si registra l’insufficienza di una qualità che proceda di pari passo con la quantità, di una lingua, una logica e una cultura che s’impegnino per andare oltre la superficie e si ancorino a una qualunque terra». L’analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli preoccupanti e sta riaffiorando quello strumentale: la totale incapacità di leggere, scrivere e far di calcolo. «Molti dei nostri giovani non riescono a sottrarsi alle insidie dei loop, delle riprese ingenue del già detto, non sanno procedere ordinatamente e non riescono a riprendere il filo del discorso dal punto in cui lo hanno interrotto. Il futuro? La prepotenza visiva dei nostri tempi potrebbe vaporizzare le qualità necessarie per affrontare una pagina scritta. Potremmo essere traghettati nell’instabilità permanente delle lingue, un ritorno a condizioni premoderne, l’analfabetismo dell’Europa medievale».

Altri interventi:

S. BARTEZZAGHI, Abulico è il modo in cui usiamo le parole, “La Repubblica”, 9 aprile 2017

R. SIMONE, Analfabeti dalla A alla Z, “L’Espresso”, 9 aprile 2017

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Esami di stato 2017: la prova di italiano

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Non si azzardano previsioni, ma qualche buona lettura di “saggi brevi d’autore” – aggiornati nei contenuti ed ineccepibili nella forma – può aiutare ad affrontare meglio la prova. Consultate a piacere qualche articolo dal sito http://www.illuminations-edu.blogspot.it/ (uno per ciascuno degli ambiti del saggio breve ministeriale).

Qualche suggerimento:

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/05/velocita-e-sinonimo-di-sopravvivenza.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2014/01/correva-lanno-1910-il-nichilismo.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/04/noi-esseri-umani-tutti-figli-delle.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/04/le-cinque-leggi-di-internet-che.html

Per quanto riguarda la tipologia A,  siete abituati a svolgere analisi di testi d’autore non noti. Comunque, ripassate il programma di italiano, cercando di richiamare alla memoria temi chiave e parole/espressioni chiave dei testi letti o dei principali movimenti  artistico-culturali affrontati. Recuperate la scheda sinottica che dovreste aver compilato nel corso delle ultime settimane di scuola, organizzata per temi/argomenti/materie. Vi aiuterà a ripassare e a rimettere in moto le idee. Rileggete le tracce degli ultimi compiti assegnati in classe, (ri)leggete i dossier di documenti, ipotizzate dei collegamenti, dei riscontri con la vostra personale “enciclopedia” di conoscenze e riflessioni.

E ricordatevi sempre: “le parole sono importanti”.

Mrsflakes

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Le parole della democrazia

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Giulio Ferroni, “Il Sole 24 ore – Domenica”, 3 maggio 2015

La padronanza della lingua costituisce naturalmente la base di ogni sviluppo civile, di ogni svolgimento di pensiero e di conoscenza, di ogni condivisione, di ogni rapporto con gli altri soggetti e con l’orizzonte comune. E dato che ci è toccato in sorte di nascere e vivere in Italia, la lingua italiana deve necessariamente essere il fondamento di ogni educazione e di ogni ambito scolastico. Nonostante il fatto che di educazione linguistica e delle sue modalità (al centro di una didattica democratica) si parli da molti anni, il livello linguistico dei nostri giovani appare oggi particolarmente depresso: ricadono ormai nei luoghi comuni le lamentele sull’impoverimento del linguaggio delle giovani generazioni, che all’università si riscontra perfino in quei giovani che, per aver scelto facoltà umanistiche o specificamente letterarie, sembrerebbero dover avere, rispetto ad altri, maggiori disponibilità ad un buon uso del linguaggio. Questo impoverimento tocca in modo particolare il lessico, con la diffusa ignoranza di tanti termini “colti”, anche abbastanza diffusi e banali (e lasciamo perdere il lessico dell’antico linguaggio poetico, ormai del tutto defunto): ma agisce naturalmente in profondità anche sulla grammatica e la sintassi; e spesso capita che, pur entro forme grammaticali e sintattiche corrette, viene a perdersi l’articolazione logica, l’ordine e l’equilibrio razionale dell’argomentazione. La prevalenza ubiqua di un parlato eterogeneo fa sì che anche nella costruzione dello scritto prevalga l’elasticità e lo scoordinamento, che vengano meno le forme sintattiche complesse: si dissolve l’ipotassi e spariscono modi verbali come il congiuntivo. (…)
Sempre più necessaria appare una educazione alla parola: il che non significa restaurare forme linguistiche ingessate, ritornare all’elegante italiano colto degli elzeviristi, ma ritrovare la ricchezza della lingua, la proprietà lessicale, la misura logica dei suoi procedimenti, il suo valore di scambio civile, la continuità con ciò che essa è stata, con gli usi che ne ha fatto chi ci ha preceduto. In primo luogo vanno collocate la disposizione argomentativa, lo sviluppo ragionato del pensiero e la sua stessa narrabilità. Argomentazione e narrazione sono necessari fondamenti della democrazia: la lingua si impara e si trasmette insistendo sulla sua forza di contatto e di scambio, in un esercizio di argomentazione e di narrazione che il docente, argomentando e narrando, può suscitare e stimolare, a diversi livelli e nei diversi ordini di scuola, nei bambini e nei ragazzi. Oggi si parla frequentemente del valore dell’argomentazione come fondamento della democrazia: si riscopre il rilievo civile della retorica, si rinvia alle formule del grande Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e di Lucie Olbrecths-Tyteca; e si sottolinea il valore didattico della narrazione, anche nelle situazioni scolastiche più difficili. Sono tutte cose che passano per un esercizio attivo della lingua, che non può peraltro prescindere da una verifica delle sue forme: per questo la grammatica tradizionale e la vecchia desueta analisi logica continuano ad essere più produttive delle classificazioni e degli schemi della moderna linguistica, certo determinanti dal punto di vista scientifico, ma non produttivi per ciò che riguarda l’abitudine al corretto esercizio della lingua, ad una padronanza concreta delle sue strutture. Il rilievo dell’argomentazione e della narrazione, anche per la scrittura, rendono giustizia al valore del vecchio tema, contro cui negli anni passati è stata condotta una battaglia, degna di miglior causa. Non si tratta di tornare ad un’idea di tema come svolgimento di un ordine di pensiero già prefissato e standardizzato (con studenti disposti ad atteggiare tatticamente il proprio pensiero in corrispondenza alla presunta morale del docente), ma di far leva sulla vasta area di possibilità suggerita dalla stessa parola tema: partendo da parole-temi, da ambiti di significato da interrogare nella scrittura, argomentando e narrando, appunto.
In mezzo agli usi linguistici correnti, alle varie forme del linguaggio giovanile, alla pressione dei media e della pubblicità, la resistenza della scuola resta essenziale e imprescindibile: solo ad essa può essere affidata un’adeguata gestione della lingua, una salvaguardia della specificità logica, emozionale, culturale dell’italiano, della sua stessa forza di lingua del dialogo, dell’arte e della scienza. Dovremmo essere capaci di rilanciarla e di viverla come lingua della cittadinanza e della democrazia. Sempre più urgente un investimento nel suo insegnamento come lingua seconda: la gestione della lingua italiana al più alto livello possibile da parte degli immigrati deve essere un dato davvero essenziale, per una loro effettiva integrazione nel Paese dove hanno scelto di vivere e che non può privare i suoi cittadini, e in particolare quelli meno privilegiati e in più difficili condizioni, di una padronanza della lingua, necessario strumento di piena partecipazione ad una comunità civile. Ma in questo ambito credo che ci sia ancora tanto lavoro da fare, sia nell’organizzazione che nella formazione degli insegnanti.
Per una educazione alla parola non astratta, ma in atto, resta determinante il confronto con i temi e le situazioni delle letterature, con le dirette pratiche di lettura di opere relativamente complesse (della complessità adatta ogni volta al livello scolastico in questione). L’esercizio della lettura, e della lettura di qualità, capace di mettere in gioco i sentimenti e l’interesse di vita dei ragazzi, dovrebbe porsi come base spontanea della formazione linguistica: lettura come esperienza diretta, non vincolata dall’ossessione dell’analisi e della scomposizione, dalla sua funzionalità ad esercizi strutturali, a messa in campo di tassonomie e classificazioni. In tempi di crisi del libro e della lettura, il contrasto alla sua disaffezione può giungere solo da una capacità del docente di dare evidenza al rapporto dei libri con la vita, ai modi in cui possono parlare del presente anche e soprattutto quando sembrano venire da molto lontano: dando così evidenza al diverso e all’impossibile, al destino e al senso dell’esperienza.

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Accademia della Crusca: why not?

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Ecco una delle domande “aperte” proposte ai partecipanti delle Olimpiadi dell’italiano 2014.  L’accademia della Crusca la ripropone a tutti gli studenti e chiede di inviare le migliori risposte.  Qualcuno potrebbe provarci…

Dopo aver letto il seguente brano di Italo Calvino, prova a delineare in circa 200 parole lo “scaffale ideale” dei tuoi classici, indicando, secondo i suggerimenti dell’autore, non più di cinque o sei opere (fra quelle già lette e quelle da leggere), e motivando le tue scelte.

[…] il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono […] si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l’agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell’attualità?».[…] L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d’un nervosismo impaziente, d’una insoddisfazione sbuffante.
Forse l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s’avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall’attualità come dalla televisione a tutto volume. […] Oggi un’educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

[Da I. Calvino, Perché leggere i classici]

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Per esercitarsi

Test di ammissione alle Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano: comprensione verbale.

Clicca QUI per il download (venti brani di varia natura seguiti da cinque quesiti a risposta multipla.  Ai testi sono allegate le soluzioni e i nomi degli autori, di cui il candidato deve prendere visione soltanto dopo aver concluso la prova. La finalità di questo tipo di esercizi è quella di accertare le capacità di comprensione di un testo, estraendo da esso le opinioni o le informazioni proposte dall’autore, indipendentemente dalle conoscenze che lo studente possiede sull’argomento trattato. Il test di comprensione verbale presenta delle difficoltà dovute sia all’intrinseca complessità dei brani sia al dispendio di tempo che richiede la loro lettura e analisi (il tempo concesso per la lettura del brano e la risoluzione dei cinque quesiti è 15 minuti).

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Per esercitarsi

vallotton

Nulla dies sine linea – Frase attribuita da Plinio (Nathist. XXXV, 36) al pittore greco Apelle (sec. 4° a. C.), del quale si dice che non lasciasse passare giorno senza esercitarsi; si ripete comunem. per indicare la necessità dell’esercizio giornaliero”. Fonte Treccani.

Per tutte le classi: sul sito http://www.illuminations.tk (area riservata – Didattica dell’italiano scritto) sono a disposizione due tracce per lo svolgimento di un saggio breve (a scelta: argomento tecnico-scientifico o socio-economico).

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Libro inchiesta

(c) The Bowes Museum; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Tomaso Montanari, Un popolo così ignorante che non sa di esserlo,
“Il Fatto”,  7 febbraio 2013

“Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l’università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia… A una scuola pubblica peggiore può corrispondere solo un paese peggiore”. È intorno a questa lucidissima, terribile pagina di Silvia Avallone che Roberto Ippolito costruisce Ignoranti (Chiarelettere).
Ignoranti non è un lamento, e non è stato scritto da un intellettuale fuori dal mondo: Ippolito è un giornalista economico ed un esperto in comunicazione, e il suo libro dimostra con i numeri e i dati di fatto quanto la constatazione della Avallone sia aderente alla realtà.
L’ITALIA è un paese di ignoranti. “Il 71 per cento della popolazione – scrive il linguista Tullio De Mauro, citato da Ippolito – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà; il 5 per cento non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33 per cento sa leggere ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33 per cento si ferma a testi di secondo livello”. […]
Il nesso tra corruzione della politica e ignoranza è fortissimo: “Nel parlamento italiano la percentuale di laureati è scesa dal 91,4 per cento della prima legislatura al 64,8 della quindicesima. Una flessione di 27 punti percentuali, in controtendenza con le altre democrazie: negli Stati Uniti i laureati al Congresso superano il 94 per cento”. E una politica analfabeta impone al Paese un futuro di analfabetismo: l’“attacco continuo alla scuola pubblica” (è il titolo di un paragrafo del libro) ha prodotto la scuola con l’età media degli insegnanti più alta d’Europa. L’89,3% ha più di quarant’anni, e i precari che li dovrebbero sostituire hanno esattamente quell’età media.
ANZIANI, dunque, e drammaticamente sottopagati: “gli stipendi dei docenti italiani sono diminuiti dell’1% tra 2000 e 2009” mentre “nel resto dei paesi Ocse sono aumentati mediamente del 7%”. Per non parlare delle scuole: edifici sporchi, inadeguati, pieni di topi: e nel paese con la retorica dell’infanzia più melensa e irritante del mondo, il 47,5 per cento delle scuole non ha un certificato di idoneità statica, e solo il 24,8 è stato sottoposto a verifica di vulnerabilità sismica. E gli stessi ministri e presidenti del Consiglio che non hanno fatto assolutamente niente per migliorare la situazione, e anzi l’hanno aggravata con i dissennati tagli lineari (Francesco Profumo e Mario Monti in testa) saranno in prima linea ai funerali delle vittime del prossimo crollo scolastico.
Ma – fa notare Ippolito contro ogni retorica dell’antipolitica – la cultura non è solo “calpestata dalle istituzioni” (così si intitola un altro paragrafo), ma è come rigettata dalla stessa società. A partire dalla classe dirigente in senso più ampio: e Ippolito mette in fila alcuni degli strafalcioni dei giornalisti, della comunicazione ufficiale di Trenitalia, degli idolatrati giocatori di calcio (come non citare il “Rispetto l’omofobia” di Francesco Totti?). E non c’è da stupirsi: “il numero di lettori fra i dirigenti, gli imprenditori e i professionisti in Germania e Francia è grosso modo il doppio” che in Italia (i dati sono di Giovanni Solimine, L’Italia che legge, Laterza 2010).
Ed è devastante dover ammettere che l’intesa tra la politica e i cittadini è spesso giocata proprio sul condiviso sospetto per la cultura. Alessandra Mussolini ringhia che “il nonno ha fatto opere, mica libri”. Rispondendo a Massimo Giletti, Berlusconi ha detto che “Mario Monti è umanamente gradevole, ma è un professore”: una colpa irredimibile. E Matteo Renzi è ben avviato sulla stessa strada. Se deve spiegare che Dante è vivo, specifica che non è “noioso come la spiegazione di un professore arrugginito”.
UN PAESE che accetta e favorisce le differenze basate sul censo e sullo status ereditario, e dunque differenze contro il merito, ma mal sopporta invece l’idea che esista un’élite fondata sulla conoscenza e lo studio: “si è verificato uno scadimento complessivo, un inebetimento”, dice lo scrittore e insegnante Marco Lodoli.  Il quale, tuttavia, sente che il vento sta cambiando: “Credo si apra una nuova stagione. Si avverte una diversa atmosfera culturale dopo che i ragazzi e gli adulti hanno vissuto in una specie di circo”. È da qui che può innescarsi “la scossa possibile” che dà il titolo all’ultimo capitolo del bel libro di Ippolito: “L’Italia ignorante non è l’Italia che può prendere slancio. Non contrasta le diseguaglianze, non favorisce l’avanzamento sociale. Ma i tanti fermenti esistenti, i successi dei talenti italiani… dicono che il sapere può dare la scossa”.
E per invertire la rotta basterebbe ricordare che  “tagliare il deficit riducendo gli investimenti nell’innovazione e nell’istruzione è come alleggerire un aereo troppo carico togliendo il motore”. In campagna elettorale tutti i nostri politici sarebbero pronti a sottoscrivere questa frase: per rimangiarsela, come sempre, nei fatti, già un minuto dopo la presa del potere.
Chi l’ha detta, invece, l’ha anche messa in pratica: ma si chiama Barack Obama.

Roberto Ippolito, IGNORANTI,  Chiarelettere, pag. 192

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I nuovi analfabeti

OGGI SI PRIVILEGIA UNA CONOSCENZA EMOTIVA E FRAMMENTATA. E LA SCUOLA NON AIUTA A MIGLIORARE LE CAPACITÀ ARGOMENTATIVE

Spot, politica, articoli di giornale Un italiano su due fatica a capire

PAOLO DI STEFANO

“La Lettura – Corriere della Sera”, 25 novembre 2012

Ci sono gli analfabeti e ci sono gli «illetterati». Rimanendo nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, cioè tra i cittadini italiani considerati attivi, secondo il censimento del 2001, gli analfabeti sono 362 mila, gli alfabeti privi di titoli di studio sono 768 mila, le persone che vantano solo la licenza elementare sono quasi sei milioni e mezzo. Nel totale, circa il 20 per cento della popolazione è gravemente carente quanto al possesso degli strumenti culturali di base. Sono questi gli illetterati? Sì e no. Perché nella sfera che gli inglesi chiamano illiteracy si devono aggiungere coloro i quali, pur avendo percorso un regolare iter scolastico, rivelano una limitatissima capacità di utilizzare la scrittura e la lettura, di comporre e comprendere testi semplici. In realtà, l’analfabetismo funzionale (che comprende anche l’incapacità di interpretare grafici e tabelle e le difficoltà di calcolo) non è facilmente quantificabile; ma ci ha provato qualche anno fa l’Ocse con un progetto chiamato All (Adult Literacy and Lifeskills, ovvero «Letteratismo e abilità per la vita»). I risultati italiani, con percentuali alquanto allarmanti, sono stati elaborati e discussi da studiosi vari, specialmente linguisti e sociologi. C’è un grafico inequivocabile pubblicato nel rapporto All, a cura di Vittoria Gallina: il 46,1 per cento della popolazione tra i 16 e i 65 anni si trova al livello 1 della scala di prose literacy (comprensione di un testo in prosa), il 35,1 per cento al livello 2 e il 18,8 per cento ad un livello 3 o superiore. In ambito matematico, siamo messi ancora peggio se il 70 per cento non supera il livello 1.

Nel libro-intervista con Francesco Erbani La cultura degli italiani, Tullio De Mauro evoca un’indagine del Cede, l’istituto che valuta il sistema nazionale dell’istruzione, per chiarire una serie di cifre assolute: «Più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa e che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». In definitiva, il 70 per cento per cento degli italiani non possiede le competenze «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Sono numeri che, in una condizione economica ordinaria (e in un Paese consapevole), farebbero scattare subito l’emergenza sociale.

Se le cifre del malessere culturale, pur leggermente variabili, denotano una tendenza inquietante, le diagnosi sono ben più complicate. Per non dire delle terapie, che richiederebbero in primo luogo una sensibilità politica al momento del tutto assente. È ciò che sostiene il linguista Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca: «Mentre l’analfabetismo pieno è facile da documentare, l’analfabetismo di ritorno è sfuggente: forse il dato che potrebbe rivelare il tasso di competenza testuale è la lettura dei giornali. Va tenuto presente però che l’analfabetismo funzionale emerge quando non si riesce a interpretare un testo scritto o orale, sia esso uno spot, un discorso politico, un articolo di giornale». A Bookcity, che si è svolto la settimana scorsa a Milano, il presidente dei bibliotecari Stefano Parise richiamava il dovere crescente, per le biblioteche pubbliche, di adeguarsi alle diffuse esigenze di pronto soccorso socio-culturale. Da anni, del resto, Antonella Agnoli lavora in questo campo: la biblioteca non è più soltanto uno spazio per la lettura individuale, ma anche una sorta di presidio territoriale cui ci si rivolge per la compilazione di moduli, per la scrittura di lettere, di proposte di impiego, di curriculum eccetera. Stiamo scivolando indietro? «Il fatto grave — dice Sabatini — è che non stiamo andando avanti. Per esempio, c’è un allarme nel corpo forense nazionale: gli avvocati non sanno scrivere e non sanno parlare, non dominano la lingua». La prima osservazione è in una domanda ovvia: ma leggeranno altro che non siano i documenti giuridici e giudiziari? «Credo che vada capovolto il rapporto di causa-effetto. L’amore della lettura viene dopo: se la scuola non è riuscita ad abituare all’operazione di decodifica del testo, leggere un libro costa fatica». Si torna sempre allo stesso punto: la radice del male è la scuola? «Gli insegnanti ignorano la linguistica, non sanno che cosa significa interpretare un testo, si affidano alla critica esterna, all’inquadramento storico, alle prefazioni, ma non si preoccupano di capire come funziona la lingua, lo stile… E le grammatiche sono zeppe di errori». Sembra archeologia, parlare di grammatiche scolastiche in tempi di «tablettizzazione» e navigazione digitale diffusa. «Bisognerebbe saper distinguere: la Rete per la reperibilità dei testi è molto utile. Ma ciò che leggi sullo schermo scivola via: la lettura richiede la concentrazione che un tablet non può dare. Lo strumento digitale diffuso nella scuola, come vuole il ministro, sarà nefasto. Per questioni sensoriali, lo scorrere della pagina sullo schermo fa perdere la coesione e la coerenza del testo legate alla stabilità del messaggio e al movimento dell’occhio. Credi di leggere, ma in realtà non comprendi e non sviluppi spirito critico. D’altra parte è pur vero che certa paraletteratura che esce nei libri serve solo a esercitare il muscolo oculare».

Forse nessuno più di Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche, ha indagato le dinamiche della lettura nel passaggio dalla carta all’era digitale, cioè ne La quarta rivoluzione, titolo di un suo saggio. «Più che di un mondo di analfabeti parlerei di un mondo disabituato alla lettura complessa, perché i testi che circolano nel web sono per lo più brevi, frammentari, semplici e informali». Quel che viene meno è il discorso argomentativo, costruito con sofisticate architetture di sintassi e di pensiero. «La Rete è una realtà ancora molto giovane, ha elaborato una sua complessità orizzontale e non verticale, ma questo è un aspetto che progressivamente potrà cambiare, poiché ci si sta rendendo conto della necessità di strumenti più articolati. Dai cinguettii di Twitter si vanno sviluppando strutture per concatenazioni più vaste: per esempio, Mash-up è un’applicazione che mescola contenuti diversi e Storify permette di creare delle storie complesse collegando materiali di diversa provenienza. Siamo all’inizio». Una società di cacciatori-raccoglitori che non è ancora arrivata all’età delle cattedrali, dice Roncaglia: «Non credo che la frammentarietà del web sia strutturale, ma certo la forma paradigmatica di complessità e completezza rimane quella del libro e ritengo che si debba combattere contro la sua scomparsa. La scuola ha una enorme responsabilità e c’è molta confusione nell’adozione dei testi digitali. Va bene lavorare con materiali di rete e modulari, ma il libro di testo come filo conduttore autorevole va conservato. L’autorevolezza testuale non è autoritaria». Resta da colmare la distanza di linguaggio tra molti testi scritti e lo slang ormai diffuso: «Oltre alla lontananza dal tipo di testualità, c’è un divario culturale: non è solo la mancanza di dominio sintattico a porre problemi nella lettura di un giornale o nei discorsi politici, per esempio, ma anche i contenuti, spesso lontani dall’orizzonte di interessi e di conoscenze comuni».

Bisogna parlare con Graziella Priulla, docente di Sociologia della comunicazione a Catania, per avere uno sguardo ravvicinato sull’Italia dell’ignoranza, come ha intitolato un suo recente saggio. Priulla punta il dito sull’incapacità diffusa di modulare discorsi argomentativi: «I bambini allattati con il mezzo visivo, tv o computer, hanno un rapporto con la parola viscerale, diretto, frammentato e semplicistico. E se la scuola non ha più autorevolezza e credibilità, non può certo rimediare. I miei studenti universitari fanno errori ortografici, grammaticali e sintattici, ma soprattutto ignorano il ragionamento complesso. Niente ipotassi, abolizione delle subordinate e dei nessi causali tra proposizioni. D’altra parte sono abituati alla digitazione veloce e la miniaturizzazione degli strumenti non aiuta». Una miscela di problemi linguistici e socio-culturali: «C’è una cesura abissale con il passato, la storia li lascia indifferenti. Se affronto il conflitto mediorientale parlando dei bambini morti a Gaza, gli studenti partecipano, ma i motivi della guerra non interessano. L’attenzione è attratta da questioni emotive che esaltano la proiezione narcisistica. La cultura grammaticalizzata, le regole, l’interpretazione intellettuale, l’astrazione, la logica, lo sguardo d’insieme sono archeologia: il 90 per cento dei ventenni apprezza solo il dettaglio, il frammento, la concretezza, l’emotività». Problemi che riguardano anche gli adulti, a quanto pare: «Basta guardare le prestazioni nei concorsi di magistrati, presidi, insegnanti…».

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Classe V B: esercizi di scrittura

Nell’area riservata del sito  www.illuminations.tk  (Sezione Didattica italiano scritto)  è disponibile un dossier di tracce (tipologia A e B) per esercitarsi in vista del compito (e non solo…).

Claudio Damiani, La miniera, 1997 Mentre i ragazzi fanno il tema

Mentre i ragazzi fanno il tema
e le loro teste sono chine sul foglio
la stanza della classe riposa quieta
e brilla come una luce intorno ai loro capi.
Io li guardo, e la loro forza mi punge
– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa
e nei suoi occhi celesti sprofondo -,
alcune delle fanciulle sono meno belle
ma nei loro tratti rivedo la gloria
delle donne latine,
i modi augusti e i lineamenti noti,
– penso a giovani donne prenestine, antichissime,
ornate di monili, eleganti,
e a povere fanciulle, a contadine a pastore
dei secoli più bui -,
e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.
E in tutti, quanta attesa, quante speranze
– loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi –
e penso: come non ho detto niente a loro!
come non ho fatto niente! – non avrei potuto? –
solo preoccupato di fare il professore,
nella fretta in cui sono sempre, e distratto,
come se non mi fossi mai accorto di loro.
E mi stupisco di essere stato capace
pure di galleggiare in questo abisso di luce,
di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,
tra tanto mare calmo come un cielo celeste.

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Umberto Eco, Quaranta consigli di scrittura

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo,l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000

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