Archivi tag: Web

L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali

Risultati immagini per post verità
Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. E molto pericolosa: per loro stessi, per la società, per la salute delle nostre democrazie. L’allarme viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università. Non è uno studio fatto in fretta e furia per cavalcare il dibattito sul fenomeno Donald Trump, il tema delle “fake-news” e della realtà post-fattuale. No, lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link https://ed.stanford.edu/node/ 10003?newsletter=true) ebbe inizio nel gennaio 2015, prima ancora che Trump si candidasse. Le conclusioni, come spiega il professor Sam Wineburg che ha fondato il centro di ricerca, rivelano «una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in Rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news». Crolla un mito, dunque: «Molti danno per scontato», prosegue lo stesso Wineburg, «che i giovani essendo a loro agio nei social media sono anche sagaci, lucidi nel valutare i contenuti, invece la nostra ricerca dimostra l’esatto contrario».
La celebre denuncia di Umberto Eco sulla «invasione degli imbecilli», assume una gravità superiore. Nel giugno 2015, ricevendo una laurea honoris causa a Torino, Eco disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Il problema indicato dalla ricerca di Stanford, è che intere generazioni non sanno proprio distinguere tra un Nobel e un imbecille? Lo stesso Eco dalla sua invettiva traeva una conclusione operativa: «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi». È proprio quello che si prefiggono gli studiosi di Stanford. Anche loro partono dalla consapevolezza che «l’invasione degli imbecilli» – o peggio ancora dei faziosi, disseminatori di falsità, calunnie – è un problema sociale e politico di massima importanza. «La democrazia», avverte il sito della Stanford Graduate School of Education», è minacciata dalla facilità con cui la disinformazione sui temi civici viene tollerata, si diffonde e fiorisce».
Il direttore dello Sheg, Joel Breakstone, condivide con Eco il richiamo al ruolo della scuola; ma constata che gli stessi prof sono allo sbaraglio, e se cercano dei supporti educativi non li trovano: «Gran parte del materiale sulla credibilità della Rete è fermo allo stato dell’arte sul finire degli anni Novanta. Il mondo è cambiato ma molte scuole sono inchiodate nel passato».
I test usati nelle scuole americane sono rivelatori. «A tutti i livelli», dicono i ricercatori, «siamo rimasti esterrefatti dall’impreparazione degli studenti». Citano l’esempio delle scuole medie dove hanno voluto saggiare capacità di distinguere articoli e tweet affidabili o meno. Un esercizio semplice: ti puoi fidare di un articolo su un tema finanziario, se l’autore è dipendente di una banca o l’articolo è sponsorizzato? Molti ragazzi non esaminano l’autore o la sponsorizzazione prima di capire se crederci o no. L’80 per cento non sa riconoscere la pubblicità redazionale dagli articoli fattuali.
Passando alla politica, e alla secondaria superiore, un test sottoponeva agli studenti diversi annunci sulla candidatura di Trump, segnalati attraverso Facebook. Alcuni venivano dalla Fox News, altri da un account che si spacciava per Fox News: il 30 per cento preferiva quest’ultimo perché presentato in veste più attraente. Idem a livello universitario dove alcuni test vertevano sulla capacità di selezionare i risultati delle ricerche su Google. Su un tema politicamente scottante – la falsa accusa ad una esponente democratica di volere “l’eutanasia di Stato” – anche la generazione che va al college fa molta fatica a distinguere fonti autorevoli, indipendenti, dai disseminatori di bugie interessate. A volte basta arricchire un sito con qualche link che rinvia a fonti serie, per attirarli in trappola.
La ricerca è stata condotta in 12 Stati Usa, sottoponendo ai test 7.800 studenti, con un ventaglio di situazioni socio-economiche e culturali, dai quartieri poveri di Los Angeles ai sobborghi residenziali benestanti di Minneapolis.
Il progetto Stanford non si ferma alla constatazione dell’abisso d’ignoranza e impreparazione. Vuole offrire alle scuole e alle università gli strumenti per ovviare a queste lacune. Lo Sheg ha elaborato una sorta di kit ad uso dei prof che vogliano integrare i loro corsi sui due terreni gemelli: «Digital literacy – Informed citizenship», alfabetizzazione digitale per una cittadinanza informata. Dall’istituto californiano partono regolarmente in missione dei prof che vanno a tenere seminari nelle università e nelle altre scuole, per insegnare come s’insegna questa alfabetizzazione digitale. Una prima versione del loro kit (curriculum, nel senso inglese) è dedicata alla verifica delle fonti d’informazione negli studi di scienze sociali, ed è già stata scaricata 3,5 milioni di volte, viene adottata da diversi provveditorati scolastici. È uno sforzo ancora all’inizio. Una montagna da scalare. In fondo il punto di partenza, lo stato dell’arte, non è molto diverso da quando la prima televisione fece irruzione in paesi ancora poveri, irrorando di informazione e spettacolo vaste sacche di analfabetismo tout court; e per molti valeva il principio «è vero, lo ha detto la tv».
Annunci

1 Commento

Archiviato in Attualità culturale

Imparare al tempo del Web

internet and sources cartoon

Correttori nei telefonini, versioni già tradotte e motori di ricerca sempre pronti a dare risposte
Ora gli esperti lanciano l’allarme: “La Rete rischia di compromettere l’apprendimento per le nuove generazioni”

Antonello Guerrera, “La Repubblica”, 13 ottobre 2014

CORRETTORI automatici sui telefonini che minacciano le competenze linguistiche; versioni di latino già tradotte online; calcolatori ultra-performanti che scuotono le fondamenta matematiche dei ragazzi; assoluta dipendenza dai motori di ricerca, dove si schizza da un sito all’altro in maniera orizzontale e superficiale. «I vecchi metodi di studio per approfondire, strutturare e assimilare le informazioni vengono sempre più ignorati», ammette Massimo Ammaniti, professore di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. E poi: ultra-stimolazione dei neuroni da parte di computer, smartphone e tablet; deficit di attenzione e concentrazione sempre più preoccupanti. Le nuove generazioni hanno un problema con l’apprendimento? Per alcuni studiosi, sì. E le conseguenze sarebbero gravissime.
L’ultimo allarme è stato lanciato pochi giorni fa dalla rivista americana Atlantic, che ha parlato addirittura di rischio “stupidità” per gli studenti di oggi. La causa? Google e Internet, come spiega The Glass Cage (“ La gabbia di vetro”). E cioè il nuovo libro di Nicholas Carr, uno dei saggisti più critici del Web, diventato famoso nel 2008 grazie all’articolo Google ci rende stupidi?
Da allora, Carr non ha cambiato idea. In The Glass Cage (arriverà nel 2015 in Italia per Raffaello Cortina) lo scrittore americano insiste: la Rete e le nuove tecnologie ci facilitano la vita, certo, e offrono una quantità abnorme di informazioni. Ma, secondo Carr, allo stesso tempo queste piattaforme inibiscono o danneggiano alcune fondamentali facoltà cerebrali e cognitive. E ciò sarebbe particolarmente pericoloso in studenti e ragazzi in fase di crescita. «Tanto su Internet c’è tutto» è il comodo refrain dei nostri tempi. Dunque, perché perdere tempo a memorizzare dati e nozioni sempre disponibili?
Per Carr, tuttavia, l’allenamento blando della memoria umana è solo un aspetto della spinosa questione. Perché ormai bambini e ragazzi sfruttano mezzi così efficienti da rinunciare a sviluppare competenze cruciali in vari ambiti, dalla matematica alle lingue, col risultato di potersi ritrovare in grave difficoltà se lo strumento non funziona. Carr fa l’esempio di un fatale incidente aereo avvenuto nel 2009 a Buffalo (Stati Uniti, 50 morti), causato da un errore umano del comandante «andato in totale confusione» per un inaspettato malfunzionamento del pilota automatico. Una simile “sindrome” potrebbe colpire anche gli studenti. Del resto, «il “consumismo cognitivo” su Internet — commenta Ammaniti —alimenta una facile onnipotenza che rende i giovani più vulnerabili di fronte a problemi complessi. Sorgono così situazioni di ansia e impotenza, tipiche delle personalità e delle società narcisistiche».
Carr, tra gli studi che cita, riporta anche una ricerca dell’università di Utrecht in cui si dimostra che, nella risoluzione di enigmi logici come il celebre “Missionari e cannibali”, i giovani che utilizzano supporti elettronici avanzati mostrano in un primo momento performance migliori. Ma a lungo termine, vengono superati da studenti che, sfruttando i metodi tradizionali, hanno invece sviluppato capacità ed esperienza necessarie per affrontare livelli più complicati del problema. Il pericolo di oggi, secondo Carr, «è di non essere mai bravi in niente».
Carr identifica principalmente due patologie dell’apprendimento ultra-informatico: la “compiacenza” e il “pregiudizio” dell’automatizzazione. La prima «si verifica quando un mezzo elettronico ci culla in un falso senso di sicurezza». Esempio: si revisionano stancamente i propri scritti «perché tanto c’è il correttore automatico». Il pregiudizio, invece, si manifesta nella «fiducia totale» nel mezzo di supporto «che ci fa escludere», aprioristicamente, «altre fonti di informazione». Due rischi abissali per i più giovani.
«È vero», conferma Michael Rich, psicologo di Harvard che ha studiato per anni il rapporto tra media e bambini. «Uno dei problemi principali dell’istruzione del XXI secolo non è tanto l’impatto di Google sull’apprendimento, quanto l’approccio passivo e scarsamente critico degli adolescenti nel discernere tra informazioni utili e inutili, vere e inesatte. I media sono neutrali, siamo noi a dover scegliere come e quando usarli».
Inoltre, rimarca lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet, autore con Marco Aime di La fatica di diventare grandi (Einaudi), «oggi i metodi di insegnamento sono diventati noiosi per i ragazzi, che vivono nel caos: sanno tutto, ma non sanno niente. È la scuola che deve aiutarli a passare da un uso puramente informativo a un uso conoscitivo delle nozioni». «Se un ragazzino cresce in un contesto ultra- interattivo, da YouTube ai social network, i meccanismi dell’insegnamento odierno sono obsoleti», aggiunge Rich, «anche a causa del digital divide tra professori e studenti. E intanto si accentua il deficit di attenzione degli adolescenti». Che, ricorda Carr, affligge il 10 per cento di scolari americani e addirittura il 20 per cento dei liceali.
Su questo, come sull’influenza negativa di computer e tablet sul sonno dei più piccoli, concordano tutti. «Ma attenzione a emettere facili sentenze», avverte lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, esperto di nativi digitali e delle problematiche legate alle nuove tecnologie. «Perché, se è vero che cresce il deficit di attenzione e concentrazione, è altrettanto vero che viviamo in una società del “sempre distanti e mai soli”, invocata anche dai genitori. Oggi, se un ragazzino si isola, magari per approfondire, desta purtroppo preoccupazione in molte famiglie. Inoltre — continua Lancini — non è affatto detto che non memorizzare alcune cose “perché c’è Google” provochi un’automatica involuzione delle nuove generazioni».
A tal proposito, il professor Christoph van Nimwegen, che all’università di Utrecht si occupa di “Interaction technology”, dice: «Non c’è alcuna prova di una stupidità permanente causata da Google e da Internet. I nostri cervelli possono deteriorarsi, ma in futuro potrebbero anche sviluppare nuove sinapsi e connessioni cerebrali. Per ora nessuno lo sa». «Anche con l’arrivo della televisione», ricorda Charmet, «dicevano che saremmo diventati più stupidi, ma non mi pare». E se per Ammaniti, «i troppi stimoli tecnologici interferiscono con la creatività e l’immaginazione dei ragazzi», un altro esperto della Rete come Clay Shirkly sostiene che Internet e i social network siano così creativi da sviluppare nei giovani un «surplus cognitivo». Insomma, il dibattito scientifico è apertissimo e imprevedibile. Una cosa, però, è certa: i bambini e i ragazzi di oggi alle prese con tablet & Co. saranno le cavie di questa nuova epoca touch e iperconnessa. Perché ci vorrà ancora qualche anno, infatti, affinché la scienza possa comprendere più chiaramente l’effetto di Internet e smartphone sulle loro menti. Nel frattempo, il mondo continuerà a dividersi tra chi teme una nuova generazione di “stupidi” e chi, rispolverando Socrate e il Fedro di Platone, ricorderà che molti secoli fa persino la scrittura era considerata da alcuni un’innovazione venefica che avrebbe sbriciolato l’apprendimento e il “vero” sapere.

Lascia un commento

Archiviato in Metodo di studio, Scuola

Le cinque regole della retorica per l’era digitale

Cicerone e Aristotele avevano elaborato un metodo pratico ed efficacissimo – il canone – per costruire un ragionamento convincente. Questo metodo – ancora valido – va però riletto con le lenti del digitale

da “Wired”

La retorica, l’arte del ragionare a cui Aristotele attribuiva la “facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”, deve oggi essere adattata al mondo digitale, alle sue leggi, ai suoi ambienti, alle sue convenzioni, alla sua netiquette.

Per affrontare questa necessità in modo sistematico è utile riprendere l’articolazione del discorso retorico come la intendeva Cicerone, e adattare questo canone – il canone classico – all’universo digitale.  Secondo Cicerone – che si era ispirato all’opera Rhetorica ad Herennium, erroneamente a lui attribuita – ogni atto comunicativo può essere diviso in cinque fasi specifiche: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. Queste fasi scandiscono i momenti salienti e a cui vengono associati metodi, tecniche, raccomandazioni, esempi, trabocchetti. È dunque necessario rileggere queste fasi per l’ambiente digitale. Vediamo brevemente – e con alcuni esempi – come potrebbe “suonare” il canone retorico ciceroniano riletto con la lente del digitale:

inventio: dove trovare gli “oggetti digitali” (non solo testo, ma anche immagini, infografiche, suoni, animazioni, link, box di dialogo…) da usare per costruire il ragionamento;
dispositio: come organizzare questi oggetti all’interno degli spazi digitali (siti web, apps, post su facebook…) in maniera efficace, convincente e cognitivamente semplice per costruire argomentazioni o storie;
elocutio: come abbellire (ma non troppo) o rendere più attraente e coinvolgente l’argomentazione e/o comunicazione grazie alle infinite forme del digitale;
memoria: come organizzare “in digitale” la propria conoscenza e come richiamarla nel momento in cui serve, anche supportando con efficacia una comunicazione;
actio: come rendere più efficace – grazie agli strumenti digitali – la performance comunicativa.

Torneremo spesso – nelle prossime riflessioni – su questa classificazione. Per il momento vediamone brevemente qualche aspetto specifico, per capire come il digitale forzi davvero un’ampia rilettura (e aggiornamento) del canone classico della retorica.
Nel caso dell’inventio, la ricerca dei topic nel mondo digitale va indirizzata rispondendo a domande del tipo: dove trovare e come scegliere immagini effettivamente esplicative? Quali fonti Internet sono attendibili (pensiamo agli Hoax di Wikipedia o ai criteri usati da Google per ordinare i risultati della ricerca. Quanto è corretto utilizzare frammenti avulsi dal contesto (anche se provenienti da fonti attendibili)? Come prelevare le informazioni senza rubarle (inconsapevolmente)? Questi aspetti sono particolarmente critici anche perché l’ecosistema digitale sta divenendo il luogo privilegiato in cui si raccolgono dati, informazioni ed elementi per costruire ragionamenti e prendere le decisioni di business.
Nel caso della dispositio, invece, la sfida digitale richiede la capacità di rispondere a domande di questo tipo: come integrare efficacemente testo e immagine ? Quale grado di ipertestualità mantenere in un testo? Quale metafora utilizzare per la pagina web iniziale (la videata, la pagina infinita, la scrivania/Desk Top, il cruscotto…)? Come limitare l’interferenza delle informazioni non pertinenti alla comunicazione che si sta costruendo (come ad esempio la pubblicità, i tasti di navigazione, i feedback tecnici, i messaggi di errore…)? Come utilizzare con efficacia l’interazione dell’utente, senza dargli troppa autonomia? Come (e se) usare – come sottofondo – musica, suoni, commenti sonori?
Non è però sufficiente aggiornare il canone all’ecosistema digitale; sarà infatti sempre più necessario costruire anche una vera e propria epistemologia della Rete che si occupi dello studio dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza che si origina sulla Rete o che lì si alimenta. Secondo Sergio Luzzatto, questa mancanza nell’insegnamento del digitale – che viene oltretutto chiamato in maniera ridicola “alfabetizzazione digitale” – è forse la carenza più clamorosa dell’offerta formativa tradizionale che guarda al mondo digitale. Egli osserva infatti che “nella lezione di italiano, qualunque professore di discreto livello insegna ai ragazzi un’elementare critica del testo. Nella lezione di fisica, qualunque professore insegna i requisiti minimi di un esperimento scientifico. Ma molto raramente vengono insegnati ai ragazzi i criteri fondamentali di una navigazione in Rete”. E cioè come cercare le cose, e dove trovarle. Come distinguere fra siti autorevoli, siti attendibili, siti eterogenei, siti pericolosi. Come appropriarsi dei tesori di internet senza rubarli.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Latino, Metodo di studio, Scrittura, Visual Data

30000

violet_light

Illuminationschool è nato nel giugno del 2012 per accompagnare  lezioni scolastiche  o divagazioni extra ordinem  e per condividere in rete percorsi e idee. Festeggia oggi  i 30000 contatti. Grazie! 

mrsflakes

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Quarta BS, Quarta F, Terza E

Ragazzi e privacy in rete

Marta Serafini“Corriere della Sera”, 24 agosto 2013

«LaBig Data è lieta di presentarvi Face Hawk». Inizia così un video che sta girando in queste ore sulle bacheche statunitensi, in polemica con il Datagate e con l’uso che le grandi star del tech fanno dei nostri dati sensibili. Tutte le nostre foto, i nostri status, i nostri pensieri più intimi e le nostre informazioni personali vanno a formare il disegno di un uccello che spicca il volo. E se hawk è il falco che vola via (e che magari prima o poi andrà down, giù, come si dice in gergo militare quando viene abbattuto un elicottero), il problema è che siamo noi stessi a non preoccuparci più di tanto della nostra privacy. Tra gli scatti delle cosce e dei piedi al mare e il selfie, l’autoscatto selvaggio su Instagram e l’annuncio dell’inizio delle nostre ferie, ci dimentichiamo che ciò che pubblichiamo rimarrà lì per sempre.

C’è chi dice che noi italiani in rete siamo particolarmente esibizionisti. A sostenerlo è uno che i social network ci lavora:«Siete un popolo spensierato, non vi curate della vostra immagine e la spontaneità fa parte del vostro Dna», avverte Damien Patton, a.d. di Banjo, che il 26 e 27 settembre sarà a Roma per TechCrunch Italy.

Un problema etnico dunque? «No, forse è più una questione di altitudine. I tedeschi sono infatti più rigidi degli spagnoli. Negli Usa si discute da tempo del problema, mentre in Sud America alla maggioranza non sembra importare più di tanto se intere vite finiscono online».

In realtà — avverte il Garante delle Privacy — la questione è un po’ più complicata di così. «Da parte degli utenti c’è un atteggiamento contradditorio: vengono avvertiti i rischi della condivisione sfrenata, ma poi c’è disimpegno sul fronte dei comportamenti quotidiani», sottolinea Antonello Soro. Le cose, però, sono migliorate: «Rispetto agli albori dei social network, quando tutti condividevano tutto senza freni, c’è maggiore consapevolezza. Piuttosto ciò che dovrebbe preoccuparci è l’uso dell’anonimato per dare libero sfogo alla tracotanza e all’insulto».

Già. Ma se hatespeech e cyberbullismo sono problemi tipici soprattutto degli adolescenti (quest’estate in Gran Bretagna sono stati tre i suicidi in seguito ai ricatti e insulti sfrenati su social network e videochat), le statistiche mostrano uno spaccato inquietante. Secondo una ricerca del sito statunitense Mashable, il 55 per cento dei ragazzi americani fornisce agli sconosciuti informazioni personali. Il 71 per cento poi non ha alcun problema a mettere nelle impostazioni del proprio profilo Facebook l’indirizzo di casa e quello di scuola. E solo sei su dieci chiudono la propria pagina. Comportamenti tipici dei nativi digitali (Qui trovate un’infografica) di tutto il mondo che troppo spesso usano questi mezzi di comunicazione senza alcun controllo. Sui social network, infatti, ci stanno soprattutto loro, i ragazzi. Degli oltre 22 milioni di utenti italiani di Facebook, più di 3 milioni sono minorenni (il 15 per cento, secondo l’Osservatorio social media di Vincenzo Cosenza). Non stupisce dunque che il Garante della Privacy abbia lanciato una campagna per un uso consapevole dei social. Ma è sufficiente informare? «Siamo consapevoli che non basta. E vogliamo avviare con il ministro dell’Istruzione progetti di educazione digitale».

«Attenzione, però — avverte Luca Mazzucchelli, psicologo esperto di comportamenti digital — introdurre ore di media education è un’ottima idea. Sicuramente più intelligente degli sceriffi del web o di leggi contro l’anonimato. Ma purtroppo c’è un fattore difficile da combattere». Ossia?

«Il progresso tecnologico ha azzerato lo spazio tra il pensiero e l’agito, rielaboriamo meno quello che viviamo. E pensiamo poco alla conseguenza delle nostre azioni».

Una faccenda che riguarda anche noi adulti. Che troppo agiamo (e parliamo) e poco pensiamo alla soluzione dei problemi.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, temi

Remembering Aaron Swartz

Aaron dead. 
World wanderers, we have lost a wise elder. 
Hackers for right, we are one down. 
Parents all, we have lost a child. 
Let us weep.
Tim Berners-Lee
Il regalo al mondo di Aaron Swartz
If I get hit by a truck……please read this web page. I ask that the contents of all my hard drives be made publicly available from aaronsw.com.
Vincenzo Latronico, Il suicidio di Aaron Swartz e l’utopia della libertà nella rete, “Corriere della Sera”,  18 gennaio 2013
C’è un luogo comune cinematografico in cui un adulto mostra a un bambino una figura del passato, un martire, un eroe, un perseguitato per una causa nel frattempo vinta e assorbita dalla coscienza comune. Magari non si trattava neanche di un attivista: solo di qualcuno che aveva sofferto perché la società non era ancora quella che sarebbe stata poi: un libero pensatore, un resistente, un criminale qualunque. «Sai chi è?», chiede il primo, indicando una statua o una fotografia. «Mai sentito», risponde il bambino.

«Ha lottato perché tu potessi avere ciò che hai oggi», dice l’adulto immune al cliché, lo sguardo perso nel controcampo. Ma il bambino non capisce il senso di quella lotta, né cosa ci fosse di eroico, perché – appunto – quella vittoria è acquisita, viene data per scontata: e questa incomprensione, paradossalmente, è la vittoria più grande. Per nascita sono sempre stato da una sola parte di questa scena: da quella di chi non sa e non capisce, il nato fortunato. La mia generazione ha ereditato le vittorie di due secoli di lotte civili e le indossa così, con disinvoltura. Le lotte per i diritti le viviamo oggi come questione ristretta ad alcuni gruppi: c’è chi si batte perché vi appartiene (gay, migranti, ad esempio), chi per solidarietà, chi per senso di giustizia; ma tutto sommato la comoda, consolante convinzione è che i diritti di tutti siano già stati conquistati, e basti spolverare le statue ogni tanto perché, in fondo, vada bene così. Eppure ci sono volte in cui mi immagino dall’altra parte del quadretto cinematografico – se l’evoluzione del web sarà quella che oggi pare, se nessuno stato di polizia, nessun marchio registrato riuscirà a blindarlo. Ci sono io fra qualche decennio, e un ragazzino, e il controcampo, e un dispositivo connesso a una rete che oggi neanche immaginiamo (o forse no: forse è un tablet). Il ragazzino sta cercando delle informazioni per la scuola; si collega a un archivio gratuito di testi, e vede che è dedicato a un certo Aaron Swartz. «Sai chi è?», gli chiedo. Una pausa. «Un programmatore geniale, che per idealismo ha diffuso gratuitamente dei testi a riproduzione riservata. Lo hanno accusato di furto, e si è suicidato. Erano parecchi anni fa, era gennaio». Ci mette un po’ a reagire. «Mai sentito», dice poi.

*Vincenzo Latronico (Roma, 1984) è uno scrittore e critico d’arte italiano. Collabora con La Lettura. Su Twitter è @vlatronico 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Uncategorized