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“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani”

G. Leopardi, Pensieri, LXVIII, 1831 – 1835, pubbl. postumi nel 1845:

La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.

Massimo Recalcati, Elogio della noia, “La Repubblica”, 15 novembre 2015

Occupati tra social, mail e smartphone non abbiamo più tempo per quella che era detta accidia. Che però in realtà è il desiderio di un mondo diverso
La connessione continua e il Nuovo ricercato a ogni costo producono sempre insoddisfazione Invece l’atteggiamento espresso da uno sbadiglio si può associare all’attesa e alla rivolta. Vuol dire spostare avanti il limite e liberarsi da un ambiente ristretto e soffocante

I pomeriggi assolati dove non c’era «neanche un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta», hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all’esperienza assoluta dell’assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi di noia: l’imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell’esistenza iperattiva, in permanente “mobilitazione totale”. Li ricordiamo ancora i ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro teppismo sciagurato non denunciava forse l’impossibilità di sostare nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare passaggi all’atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica, l’abbrutimento del consumo delle droghe, l’abuso compulsivo degli oggetti tecnologici, l’incentivazione di sensazioni sempre più inebrianti e assordanti hanno spazzato via l’immagine pastorale dell’oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna solamente il vuoto d’essere di chi si sente tagliato fuori dalla corsa all’affermazione della propria vita, ma anche chi in questa corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine sublimi, descrive come l’ombra melanconica dello sguardo di Nerone che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l’euforia del Nuovo ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo della grande giostra dell’Occidente ritroviamo lo spettro della noia non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato? Può la noia non essere solo l’esperienza soggettiva di qualcosa che si è semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o come nell’ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso, ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome di “accidia”: è il peccato della caduta del desiderio e del suo sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del mondo. L’annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna esperienza “religiosa” del mondo perché niente lo colpisce, lo entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non riserva più alcuna sorpresa. L’annoiato sa che non ci sarà più niente capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c’è più spazio per la meraviglia nei confronti dell’apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione non ci insegna forse anche qualcos’altro? La noia è il “desiderio dell’Altrove”, ha affermato una volta Lacan associandola stranamente alla rivolta, alla preghiera e all’attesa. Perché? Cosa hanno in comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la necessità della vita umana di allargare sempre l’orizzonte del proprio mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L’annoiato è a prima vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto, soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte. L’annoiato è esausto del mondo così com’è, è sfinito dalla presenza oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l’arrivo dell’Altro che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia pregando e invocando l’Altro.
La noia mostra che questo mondo, il mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la maestra, non ne invocasse l’esistenza di un altro. Lo sguardo del bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove. Dove? Fuori, via da lì, all’aperto, verso un altro mondo, Altrove; verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile. Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.

Heinrich Vogeler, Sensucht, 1908,

Valerio Magrelli, Una nobile tradizione di malinconia umor nero e spleen,  “La Repubblica”, 15 novembre 2015

Dal mondo greco a quello medievale da Leopardi a Cioran sono tanti gli autori che si sono ispirati a questo malessere

Per dire quanto vasto sia il mare della noia, nel 1916 Eugenio D’Ors compose una Oceanografia del tedio. Così facendo, lo scrittore catalano toccava un argomento millenario, relativo a uno stato d’animo chiamato nei classici greci akedia, nei latini taedium, nel medioevo acedia e nel Quattro-Cinquecento melanconia. Il termine noia, però, deriva dal latino in odio, “avere in odio”, formula che, dal provenzale enoja, darà vita addirittura a una forma poetica: l’enueg. Cominciamo da qui.
Al contrario del plazer, che elencava cose gradevoli, questa composizione era usata solo per lamentarsi. Così Girardo Patecchio poteva esclamare: «Noioso son, e canto de noio », tema ripreso da Shakespeare: «Stanco di tutto questo, quiete mortale invoco». Per non parlare dell’antichità (quando il disgusto di sé veniva scrutato da Lucrezio, Seneca, Marco Aurelio), la noia, dunque, fu innalzata a genere letterario sin dal XIII secolo. Altro che malattia dei moderni… Dietro l’attuale idea di depressione, si cela un concetto che investe la medicina, l’etica, l’estetica e la religione. Ciò che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde insomma una genealogia millenaria.
Intesa come effetto della “bile nera”, la noia, in tutte le sue possibili accezioni, seguiva una tradizione che, dal medico greco Galeno alla scienza araba, approdò al neoplatonismo fiorentino, finché, nel Rinascimento, divenne il contrassegno del Genio, associandosi ai nomi di Michelangelo, Dürer e Pontormo. Un paio di secoli dopo, anche grazie a Kant, alla stessa famiglia si uniranno Nerval e Coleridge, figure incomprensibili fuori del cerchio magico di quell’umor nero che Baudelaire ribattezzò con l’inglese spleen.
Ciò detto, bisogna ammettere che sarà Pascal a compiere il transito finale dalla nobile malinconia alla prosaica noia. Ci voleva un filosofo, cristiano e matematico, per affermare: «Niente per l’uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un’occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto».
Appunto per sottrarsi a tale tormento, la società ha inventato i divertimenti, che Pascal intende secondo l’etimo de- vertere, ossia fuggire dagli affanni, volgere lo sguardo altrove. Da qui la folgorante affermazione (peraltro ispirata a Lucrezio) secondo cui «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera».
Arriviamo così al quadrilatero composto da Leopardi, Schopenauer, Kierkegaard e Nietzsche. Scrive il nostro poeta: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». Del pari, il filosofo tedesco osserva: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno».
Kierkegaard, invece, fa emergere piuttosto la nozione di angoscia, non senza che lo scrittore indichi però in Nerone, un uomo annoiato, in cerca di distrazioni, che si divertì provando a bruciare Roma… Quanto a Nietzsche, anche senza citare un tema cruciale come quello dell’Eterno Ritorno, basti ripetere: «Contro la noia, anche gli dei lottano invano».
Arriviamo così al pensatore del Novecento che più si concentrò su tale sentimento. Per Heidegger, la “noia autentica“, interpretata come totalità dell’esistere e momento rivelativo dell’esistenza, giunge a rappresentare uno degli stati d’animo fondamentali, «che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa».
Fermiamoci qui, nel mistero di una simile nebbia. E quando Paul Valéry commenta amaro: «Non sappiamo più come mettere a frutto la noia», affidiamoci a Cioran, il quale, vedendo nella noia una «condizione superiore» della conoscenza, sosteneva che l’uomo, ben lungi dal doversi sentire condannato alla noia, proprio da essa può, viceversa, cercare d’essere tratto in salvo.

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/03/tutti-pazzi-per-la-noia.html

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Sdraiati? No, robotizzati

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Pensiamoci su.

Siamo veramente, noi giovani, “Gli sdraiati” di Michele Serra? La particolare dicotomia tra la vecchia e la nuova generazione allude ad un climax discendente morale e intellettuale, che denuncia il degrado dei ragazzi di oggi. Si tende spesso a trascurare, però, il contesto; il malcostume della politica si riflette tragicamente nella società, alimentando il rifiuto culturale da parte degli adolescenti, diversamente da quanto accadeva un tempo.
Voi siete cresciuti ascoltando i discorsi di De Gasperi, Berlinguer, La Malfa. Noi invece siamo sommersi da una nuova forma di bonapartismo: il populismo di cui si fanno portatori i politici da 20 anni.
Voi avete vissuto il Sessantotto, noi andiamo alla Leopolda o – peggio – in piazza a Roma con i fascisti di Casa Pound.
Voi avete ricevuto un’istruzione “all’italiana”, attraverso il contatto con le sudate carte e la dolce lettura di quel ramo del Lago di Como. Noi invece mitizziamo l’America e il suo metodo scolastico superficiale.
Voi avete studiato su libri consumati ma vivi culturalmente, saggiando sintassi complesse e raffinate. Noi invece siamo promotori della rivoluzionaria scuola 2.0, che sancisce la robotizzazione dello studente.
E, smarriti in una selva oscura, auspichiamo l’arrivo di Virgilio che ci risvegli dal sonno indifferentista, che riporti letteratura e arte ad essere la nostra irradiazione spirituale, che ci dissuada dall’emulare il sistema anglosassone e che ci esorti a preservare l’identità culturale italiana.
Senza questa figura, Dante sarebbe stato vinto dalle fiere…

Luca Picotti, studente di UDINE, “L‘Espresso“, 7  maggio 2015

MGMT, Time to pretend, 2008

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Miei cari giovani americani ecco perché l’odio non serve più

“Un evento nella vita dei maschi ritenuto un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite, quello è un uomo“
di Kurt Vonnegut, “La Repubblica”,  2 febbraio 2015

Nel 1978, rivolto agli studenti di un college, un irriverente Kurt Vonnegut metteva a nudo i vizi della sua generazione.  Il testo di Vonnegut anticipato da “Repubblica” è compreso nel libro Quando siete felici, fateci caso ( minimum fax, pagg. 107). Il volume raccoglie una serie di discorsi dello scrittore americano dal 1979 al 2004.

OGNI società primitiva che sia mai stata studiata aveva un rito di passaggio all’età adulta, con il quale quelli che prima erano bambini diventavano indiscutibilmente uomini e donne. Alcune comunità ebraiche onorano tuttora questa antica pratica, come sappiamo, e secondo me ne traggono beneficio. Ma, in generale, le società ultramoderne e industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta — a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni. Se lo si vuole contare, va detto che come rito di passaggio ha comunque una caratteristica molto insolita: l’età adulta può essere successivamente revocata da un giudice, anche a una persona anziana come me.
Un altro evento nella vita dei maschi americani ed europei che potrebbe essere considerato un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite serie, tutti concordano: quello è indubbiamente un uomo.
Quando sono tornato a casa, a Indianapolis, dopo aver combattuto in Germania nella seconda guerra mondiale, un mio zio mi disse: «Perbacco, adesso sì che sembri un uomo». Avrei voluto strangolarlo. Se l’avessi fatto, sarebbe stato il primo tedesco che uccidevo. Ero un uomo anche prima di andare in guerra, ma lui col cavolo che l’avrebbe ammesso.
Io avanzo l’ipotesi che privare i giovani maschi di un rito di passaggio all’età adulta nella nostra società attuale sia un espediente, ideato in maniera astuta ma inconscia, per rendere quei maschi ansiosi di andare in guerra, per quanto possa essere terribile o ingiusta una guerra. Esistono anche guerre giuste, ovviamente. Si dà il caso che la guerra in cui ero ansioso di combattere io fosse giusta.
E quand’è che una femmina smette di essere una bambina e diventa una donna, con tutti i diritti e i privilegi che ne conseguono? La risposta la sappiamo tutti, istintivamente: quando fa un figlio all’interno del matrimonio, è chiaro. Se quel primo figlio lo fa al di fuori del matrimonio, è ancora una bambina. Cosa potrebbe esserci di più semplice, più naturale e più ovvio – o, al giorno d’oggi e in questa società, di più ingiusto, insignificante e semplicemente stupido?
Secondo me faremmo meglio, per il nostro stesso bene, a ripristinare i riti di passaggio all’età adulta. […] Molti di voi sapranno senz’altro che tutti i bianchi di nome Clark discendono da abitanti delle Isole Britanniche che si distinguevano per la loro capacità di leggere e scrivere. Un nero di nome Clark, ovviamente, discende con ogni probabilità da qualcuno che era costretto a lavorare senza paga né diritti di alcun tipo per un bianco di nome Clark. Famiglia interessante, i Clark. […] Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.
A che serve essere un Clark, adesso che abbiamo i computer, i film e la tv? Clarkeggiare, attività assolutamente umana, è qualcosa di sacro. La tecnologia no. Clarkeggiare è la forma di meditazione più profonda ed efficace praticata su questo pianeta, e supera di gran lunga qualunque sogno fatto da un guru indiano in cima a una montagna. Perché? Perché i Clark, leggendo bene, sono in grado di pensare i pensieri delle menti umane più sagge e più interessanti di tutti i tempi. Quando i Clark meditano, anche se personalmente hanno solo un intelletto mediocre, meditano con i pensieri degli angeli. Cosa potrebbe esserci di più sacro?
E questo è quanto, in fatto di età adulta e di Clark. Rimangono da trattare soltanto due altri argomenti fondamentali: la solitudine e la noia. Qualunque sia la nostra età in questo momento, è sicuro che durante il resto della nostra vita ci annoieremo e ci sentiremo soli.
Ci sentiamo così soli perché non abbiamo abbastanza amici e parenti. Gli esseri umani dovrebbero vivere in famiglie allargate stabili, di mentalità affine, composte almeno di cinquanta persone ciascuna. […] Il matrimonio è in crisi perché le nostre famiglie sono troppo piccole. Un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo. Ci proviamo, ma c’è poco da meravigliarsi se così tanti di noi non reggono.
Quindi consiglio a tutti i presenti di entrare a far parte di associazioni di ogni tipo, per quanto possano essere ridicole, semplicemente per avere più persone nella propria vita. Poco importa se tutti gli altri membri sono dei coglioni. Quello che ci serve è un gran numero di parenti di qualunque tipo. Quanto alla noia, Friedrich Wilhelm Nietzsche aveva da dire questo: «Contro la noia perfino gli dei combattono invano». È normale annoiarsi. Fa parte della vita. Imparate a tollerarlo […].
La stampa, che si occupa di sapere e capire tutto, spesso constata che i giovani sono apatici (specie quando gli opinionisti e i commentatori non trovano altro di cui parlare o scrivere). La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il Geritol.
Be’, in quanto membro di una generazione più vispa, con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.
Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l’odio batte di gran lunga la cocaina pura. Hitler ha fatto risorgere un paese sconfitto, in bancarotta e mezzo morto di fame grazie all’odio e nient’altro. Pensate un po’.
Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio, insieme ad altre cose ovviamente.
I ragazzi […] oggi non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio. È l’odio la vitamina, o il minerale, o come lo vogliamo chiamare, che manca nella loro dieta; si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.
©2-013, 2-014 by Kurt Vonnegut Jr. Copyright Trust – minimum fax 2-015. Pubblicato in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ( P-NLA). Traduzione di Martina Testa

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L’invenzione della giovinezza al cinema

Paolo Pecere, “Internazionale”, novembre 2014

Escono al cinema due film, Boyhood di Richard Linklater e Il giovane favoloso di Mario Martone.  Si tratta di due film diversissimi, che però affrontano uno stesso problema: la rappresentazione della giovinezza intesa come età solitaria, in cui il distacco dall’infanzia e dalla famiglia d’origine crea una ricerca d’identità e una messa in discussione di ogni certezza, capace di investire il mondo intero.
Ma i due film scelgono due vie diverse, addirittura contrapposte per raccontare la giovinezza: confrontandoli mi accorgo di come Boyhood presenti l’ennesima versione di un’immagine tipica del cinema anglosassone, in fondo fiacca, deludente e appiattita su un presente apparentemente inevitabile, mentre Il giovane favoloso, che si muove tra costumi e parole dell’Ottocento, risulta paradossalmente più capace di oltrepassare il proprio tempo. Non si tratta del fatto che il primo racconta una dozzina di anni nella vita di un normale ragazzo americano, mentre il secondo racconta una dozzina di anni della vita di un genio come Leopardi. Si tratta proprio di una scelta, non innocente, e di un modo di vedere la giovinezza.
Raggiungo queste conclusioni andando a vedere i film con mio figlio di 14 anni. Con questa visione comune dei film sull’adolescenza partecipo a uno dei pochi riti (senza passaggio all’età adulta) condivisi dai giovani europei e americani. Col passare degli anni e con la sua crescita, io e lui abbiamo attraversato i più diversi generi e formati, che con sempre maggiore fatica hanno coniugato l’intrattenimento con il racconto del lato problematico della giovinezza.
Il giovane eroe che cresce è stato a lungo la figura bidimensionale di un racconto fantasy, che nel Signore degli anelli resta bambino (il mezzuomo Hobbit), ma che prima o poi – come accade in Harry Potter – scopre l’altro sesso e s’incupisce.
Negli ultimi anni dalla messa tra parentesi del conflitto famigliare, per cui quasi tutti i giovani eroi della letteratura e del fumetto fantasy sono orfani, si è passati all’inclusione di temi come il divorzio dei genitori e le gravidanze indesiderate: per esempio in saghe come Twilight, i cui protagonisti giganteggiano sui poster di innumerevoli camerette di bambini divenuti ragazzi. Ma la caduta del filtro tra il fantastico e il vero, piuttosto che favorire il confronto con la realtà vissuta, rischia di proiettare su quest’ultima un canovaccio stereotipato.
Temi come il turbamento del primo amore, la ricerca di riconoscimento o il dramma della separazione dei genitori risultano privati dei loro tratti più essenziali quando li si cala in storie di maghi, vampiri e gladiatori-bambini
Questo rischio è evidente nei reality show televisivi – dalle mariedeifilippi ai grandifratelli – dove il confine tra personaggio e individuo scompare, proprio nel momento in cui vengono esibite situazioni dall’indubbio carico emotivo. Eccolo il giovane! Come un eroe tragico, si sottopone al giudizio di un coro; ma le pose macchiettistiche e la regia pilotata fanno virare tutto questo verso una ridicola inautenticità, in cui resta solo una pallida traccia delle esperienze che i giovani spettatori stanno fingendo di condividere.
Di recente il cinema per adolescenti ha reagito con una nuova mossa di “aggiornamento”, nel popolarissimo ciclo Hunger Games: raccontare la giovinezza alle prese con un “vero” reality, che mette in gioco la propria vita in una sfida televisiva. Così si continua sempre più a confondere fantasy e realismo sociale e questa confusione produce – in questi che sono i massimi successi planetari della più recente narrativa multimediale per ragazzi – una sorta di effetto anestetico.
Temi come il turbamento del primo amore, la ricerca di riconoscimento o il dramma della separazione dei genitori risultano privati dei loro tratti più essenziali quando li si cala in storie di maghi, vampiri e gladiatori-bambini, dove tutto si risolve con un duello aereo o un’esplosione di luce blu. Allora, come trovare un modo convincente e autentico di raccontare la giovinezza?
In questo contesto si colloca la sfida complessa di cui si fa carico la docufiction, un genere di film dalla lunga tradizione che oggi tende a incorporare tutti i temi del racconto cinematografico, inclusa l’adolescenza. Si tratta di ritrovare qualcosa di autentico, smascherando lo stesso meccanismo orwelliano dei reality show televisivi.
L’idea è questa: mettendo in scena attori non professionisti, che interpretano se stessi seguendo una sceneggiatura che parla delle loro vite, si attingerebbe la realtà meglio che con la recitazione professionale o la registrazione in presa diretta del quotidiano.
Infatti, per aggirare il meccanismo per cui tutto ciò che viene filmato diventa in certa misura finzione, il regista interviene impegnando gli attori, sotto la sua guida, a rivivere situazioni familiari; coinvolti da questo impegno gli attori, con loro gestualità e i loro sguardi, lascerebbero intravedere lo strato più autentico del loro vissuto.
Il caso di Boyhood è esemplare di questo tentativo di “bucare” il filtro filmico. La scelta di lavorare a un film di finzione attraverso la crescita fisica dell’attore, per dodici anni, se non deve restare una trovata soltanto originale mira a questo: cercare negli occhi mutevoli del ragazzo il contenuto più autentico del racconto, che peraltro ripropone situazioni ormai canoniche del cinema americano (il divorzio dei genitori, spesso insicuri e/o alcolizzati; la solidarietà tra coetanei nel naufragio della famiglia; la ricerca di un’identità attraverso l’incoraggiamento di una figura terza, come un professore; le prime storie d’amore, l’abbandono della casa).
La reale crescita fisica svolgerebbe un ruolo analogo a quello che il cinema ha più spesso riservato alla bellezza fisica e alla velocità degli attori (o per converso alla deformità e alla lentezza cognitiva, come in molti film di Werner Herzog): attraverso questi supporti corporei l’immagine filmica vorrebbe restituirci l’insostituibile flagranza della vita.
Finalmente affrancato dal suo passato e libero di autodeterminarsi al college, Mason va a farsi una canna sui monti, si siede con una ragazza che gli piace e balbetta due filosofemi sconnessi da biscottino cinese
Ma in Boyhood questo espediente iperrealistico rischia di occultare un’altra dimensione del linguaggio cinematografico, e della vita. Che cosa dice, infatti, il giovane Mason? In quasi tre ore di film si fatica a trovare una battuta che non presenti un effetto di già sentito, di ovvio, che proprio il naturalismo, per cui vediamo crescere il protagonista, sembra dotare di una patente di autenticità.
Il finale del film è rivelatore: dopo dodici anni (di vita, ma anche di lavorazione, cioè all’incirca il tempo che Proust impiegò a scrivere un’altra storia di crescita e ricerca di sé: la Recherche) qual è il commento di Mason nel suo dialogo finale? “Dobbiamo cogliere l’attimo, davvero… viviamo nell’attimo”. Finalmente affrancato dal suo passato e libero di autodeterminarsi al college, Mason va a farsi una canna sui monti, si siede con una ragazza che gli piace e balbetta due filosofemi sconnessi da biscottino cinese.
In generale la narrazione riduce all’osso la parola articolata al giovane, fa di lui soprattutto un puro osservatore silenzioso, e – non a caso – un talentuoso fotografo. Come in un altro film di grande successo, il premio Oscar American Beauty (1999), la presa di distanza dell’adolescente dal mondo dei genitori si riduce allo sguardo che inquadra gli eventi da cui vuole sfuggire (in quel caso, il ragazzo che registra tutto con la telecamera). Qui si trova un gesto di resa, che mio figlio – sbracato nel sedile vicino al mio – accoglie assistendo al tutto con distrazione, forse con una punta di rassegnazione.
Tutto verosimile, forse, e anche coinvolgente e a tratti commovente, ma troppo familiare. È questo che mi insospettisce: non c’è un gesto di rottura rispetto a quegli stereotipi narrativi, capaci di vampirizzare l’adolescenza, che il cinema-autenticità vorrebbe contrastare con la verità del corpo.
Anzi, tutto va esattamente come potevamo aspettarci, e il giovane Mason non fa che ripetere in silenzio scene già viste mille volte. Il che, dal punto di vista poetico, ha qualcosa di colpevole: rischia di far passare l’interpretazione per riproduzione della realtà.
“Che tristezza”, conclude mio figlio, che non dà l’aria di trovare in Mason un personaggio affascinante, di quelli che vorresti conoscere, ma solo il simulacro grigio e noioso di quella che può essere, e che a volte gli sembra essere l’adolescenza.
Comunque lo convinco a venire a vedere Il giovane favoloso, che lo incuriosisce. Ho letto qualche recensione, e incuriosisce anche me. Valerio Magrelli, commentando il successo del film ai botteghini, ha salutato la scelta brillante di ritrovare in Leopardi quell’eroe romantico – studioso, casto, fisicamente diverso – che è l’archetipo dei supereroi americani.
Altri hanno trovato che il prezzo di questa operazione sia una scelta didascalica, scolastica, arida: Elio Germano che recita L’infinito e tanti altri testi leopardiani con lo sguardo perduto nel vuoto. Eppure io trovo nel film di Martone una reazione artistica al rischio narrativo di cui ho appena parlato. Non si tratta soltanto del benefico effetto di stacco dal presente, attraverso la presentazione minuziosa (e benissimo recitata) di un universo altro di rapporti famigliari e della lotta di un giovane isolato per imporsi in un sistema culturale asfissiante.
Il punto cruciale sta nel modo in cui è riempito il silenzio del giovane, con un gesto semplicissimo. Attingendo alla lingua leopardiana, Martone porta in primo piano una complessità di pensiero e linguaggio capace di annichilire i protagonisti di innumerevoli altri film di cassetta sul genio silenzioso (e dunque, come dicevo, la differenza non sta nel tema del genio).
Nella bellissima scena finale del Giovane favoloso la voce di Leopardi si stacca dal corpo prostrato su una sedia con le labbra chiuse, e recita la Ginestra sulle immagini dei fumi del Vesuvio e di Pompei
Il carteggio tra Leopardi e Pietro Giordani risponde, per esempio, ai dialoghi del giovane e ribelle genio matematico Matt Damon con lo psichiatra Robin Williams in Good Will Hunting (1997) di Gus Van Sant. In questi ultimi troviamo tutto un repertorio bidimensionale di “cose che direbbe un genio”, già riproposto molte volte al cinema.
Lo stesso Robin Williams era già famoso per avere interpretato il ruolo maieutico e paternalistico del professore ne L’attimo fuggente (1989), dove conquistava i giovani allievi del collegio recitando pagine di Whitman e Thoreau e strappando pagine del libro di testo (salvo poi ricordare ai giovani allievi che bisogna anche studiare). E i rimandi potrebbero continuare a lungo, fino a Boyhood, dove è ancora il professore che, sempre paternalisticamente, invita il giovane Mason a sviluppare il suo talento di fotografo ma senza trascurare i compiti, perché “là fuori” la competizione lo schiaccerà.
Tutto questo repertorio, ora, impallidisce rispetto alla lingua di Leopardi, con la sua rielaborazione quasi miracolosa della filosofia illuministica e della cultura classica, che erompe dalla reclusione di una biblioteca privata in pieno stato pontificio, provocando una rottura senza compromessi con tutte le figure che hanno seguito la sua formazione.
A differenza che in Boyhood, l’esperienza che condividiamo non dipende dalle vicende del corpo del protagonista. Così, nella bellissima scena finale, la voce di Leopardi si stacca dal corpo prostrato su una sedia con le labbra chiuse, e recita la Ginestra sulle immagini dei fumi del Vesuvio e di Pompei: e tutto questo, ancora, eclissa i fiacchi epiloghi con cui giovani eroi e supereroi da decenni ci presentano la loro morale rivolgendosi, oltre lo schermo, a noi che restiamo quasi imbarazzati davanti ai titoli di coda.
Per le oltre due ore dei complicati monologhi di Giacomo Taldegardo, mio figlio non smette di fissare lo schermo con gli occhi attenti.
Certo, si dirà, i ragazzi non parlano così. Come forse non parlavano dell’esistenza dell’anima e della realtà dei numeri irrazionali i giovani allievi dei collegi di un secolo fa: ma Musil ce li raccontò così nel Giovane Törless, all’epoca in cui – come ha spiegato Jon Savage ne L’invenzione dei giovani – la gioventù come tema culturale era stata appena inventata.
Quella di puntare sul corpo e sullo sguardo muto, prendendo il silenzio interiore per naturale stato d’innocenza, è una scelta ben precisa della rappresentazione cinematografica più recente. Ma questa scelta ormai usurata, che Boyhood cerca di rinnovare, rischia di sopprimere quella stessa potenza di rinnovamento della giovinezza, che il cinema vuole mettere in luce e rievocare nello spettatore: quella potenza “rivoluzionaria” – il termine è riferito nel film alla poesia di Leopardi, con grande scandalo del padre conservatore – per cui, ridescrivendo il mondo, si capisce che questo non si deve semplicemente accettare così com’è nelle parole degli altri.

Paolo Pecere è ricercatore di storia della filosofia all’università di Cassino e scrive di letteratura e cinema.

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Padri e figli. Il complesso di Telemaco

M. Recalcati, Introduzione a Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padreFeltrinelli, 2013

Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli,
per prima cosa vorrei il ritorno del padre.
OMERO, ODISSEA, XVI

Quello che qui nomino come “complesso di Telemaco” vuole essere un modo per accostare il nuovo disagio della giovinezza provando a dare una chiave di lettura inedita alla relazione tra genitori e figli in un tempo – quale è il nostro – in cui, come faceva già notare Eugenio Scalfari in un articolo di quindici anni fa intitolato significativamente Il padre che manca alla nostra società (1), l’autorità simbolica del padre ha perso peso, si è eclissata, è irreversibilmente tramontata. La difficoltà dei padri a sostenere la propria funzione educativa e il conflitto tra le generazioni che ne deriva sono noti da tempo e non solo agli psicoanalisti. I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di giochi dei loro figli. Tuttavia, nuovi segnali, sempre più insistenti, giungono dalla società civile, dal mondo della politica e della cultura, a rilanciare una inedita e pressante domanda di padre. Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisoria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irreversibilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica, ma piuttosto quello di interrogare ciò che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione. È questo che mi interessa. In tale contesto la figura di Telemaco mi appare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli. Senza questo riconoscimento non si dà alcuna filiazione simbolica possibile.

Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell’umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre. L’ombra della colpa cadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra. Se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna quella dell’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’auto-accecamento – come marchio indelebile della colpa -, quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio che Telemaco si confonda con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per il padre-eroe è una malattia sempre in agguato. Il tempo del ritorno glorioso del padre è per sempre alle nostre spalle! Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, padri-papa, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo, il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria. Nel complesso di Telemaco in gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso.

Siamo stati tutti Telemaco. Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa da lì ritornasse. E si potrebbe aggiungere, come fa Mario Perrotta nella sua intensa rivisitazione teatrale dell’Odissea, che “qualcosa torna sempre dal mare”.2 Eppure, diversamente da Telemaco, noi non siamo stati figli di Ulisse. La nostra eredità non è l’eredità di un Regno. Noi non siamo stati principi in attesa del ritorno del padre-re. Se Telemaco, come vedremo in questo libro, ci indica la via del modo giusto di ereditare, la condizione dei giovani-Telemaco di oggi è quella dei diseredati: assenza di futuro, distruzione dell’esperienza, caduta del desiderio, schiavitù del godimento mortale, disoccupazione, precarietà. I nostri figli popolano la scura “notte dei Proci”?(3)  Quale padre li potrà salvare se il nostro tempo è quello del suo tramonto irreversibile? I nostri figli non ereditano un Regno, ma un corpo morto, una terra sfiancata, una economia impazzita, un indebitamento illimitato, la mancanza di lavoro e di orizzonte vitale. I nostri figli sono esausti. Perché allora, come provo a sostenere in questo libro, Telemaco può essere il paradigma della loro posizione nel mondo? Perché Telemaco e non Edipo e la sua rabbiosa lotta mortale con il padre? Perché Telemaco è la forma più alta e giusta dell’Anti-Edipo: egli non è né vittima del padre, né si schiera ottusamente contro il padre. Telemaco è il giusto erede, è il figlio giusto. “Non è solo un giovane che cerca suo padre, ma è il giovane che ha bisogno di un padre. Telemaco è l’icona del figlio.” (4)  È questo un tema centrale del libro e di ciò che si nomina come “complesso di Telemaco”: Edipo non riesce a essere figlio e la stessa sorte accade a Narciso. Queste due figure della mitologia classica sono state elette da Freud e dalla psicoanalisi a personaggi-paradigmi del teatro dell’inconscio. Ma nessuno dei due accede alla dimensione generativa dell’erede che l’essere figli comporta. Edipo resta prigioniero del suo odio rivestito di amore per il padre – il padre come Ideale e il padre come rivale costituiscono i due poli dell’oscillazione tipica di quello che Freud ha nominato come “complesso di Edipo” -, mentre Narciso non riesce a separarsi dalla propria immagine idealizzata la cui fascinazione lo conduce verso l’abisso del suicidio. La rivalità (Edipo) e l’isolamento autistico (Narciso) non rendono possibile il movimento singolare dell’ereditare senza il quale viene meno ogni filiazione simbolica e, di conseguenza, la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra.

La cosa che mi ha più positivamente colpito nelle recenti manifestazioni studentesche sono stati i cosiddetti “libri-scudo”. Sono dei grandi libri ad altezza d’uomo, fatti di gommapiuma, di cartone, con un’anima di legno e dipinti di vari colori. Al centro riportano il titolo del libro e il suo autore. Che scudi fantastici, ho pensato! Il motivo militare della difesa dall’aggressore viene surclassato da quello dell’invocazione della Cultura – la Legge della parola – come barriera nei confronti della ingiusta violenza della crisi. Mi sarebbe interessato avere più notizie sui libri scelti. Probabilmente sarebbe una galleria ricca di sorprese. Ma sapere la presenza di alcuni titoli (tra i quali l’Odissea, l’Eneide e la Costituzione) mi ha già confortato nella mia convinzione. Cosa sono questi libri-scudo se non un’invocazione del padre? Se non un’invocazione della Legge della parola come Legge del desiderio? Certo, si tratta di un’invocazione che è al di là dell’anagrafe, al di là del sangue e della stirpe. Mentre nel nostro tempo il libro come oggetto rischia di essere trasformato in un file anonimo e le librerie, dove era bello perdersi, in pezzi da museo delle cere del Novecento, questi giovani invocano, proprio attraverso il libro-scudo, il loro diritto di essere eredi-eretici, cioè di essere eredi nel modo giusto. È la tesi di questo libro a cui sono maggiormente legato: l’erede è sempre un orfano, è sempre senza eredità, diseredato, sradicato, privo di patrimonio, lasciato cadere, smarrito. L’eredità non si compie mai come un mero travaso di beni o di geni da una generazione all’altra. L’eredità non è un diritto sancito dalla natura, ma è un movimento singolare, privo di garanzia, che ci riconduce alla nostra matrice inconscia; è una ripresa in avanti di ciò che siamo sempre stati, è, come direbbe Kierkegaard, un “retrocedere avanzando”. Lo sfondo sul quale questa ripresa avviene è quello di un impossibile. Nessun padre, infatti, ci potrà mai salvare, nessun padre potrà risparmiarci il viaggio pericoloso e senza garanzia dell’ereditare.

Nel nostro tempo i figli sembrano essere privi di ogni eredità, sembrano consegnati a una eredità impossibile. Ma non si eredita sempre l’impossibile? Non si eredita sempre un corpo morto? L’eredità non è mai il riempimento del buco aperto dell’assenza strutturale del Padre, ma è sempre e solo il suo attraversamento. Nondimeno nell’ereditare è sempre in gioco anche la trasmissione di un dono che può umanizzare la vita. Come avviene questo dono in un’epoca in cui le vecchie generazioni hanno reciso il legame con la nuova, hanno ceduto di fronte alla responsabilità della loro parola? In un’epoca in cui la donazione che può umanizzare la vita non è più garantita dall’esistenza del grande Altro della tradizione? Questo Altro, infatti, si è rivelato per quello che da sempre è stato, cioè inconsistente. Se le nuove generazioni non possono trovare la donazione nei padri della tradizione essa – la donazione – può avvenire solo laddove vi sia un incontro con una testimonianza. E cosa è in gioco nella testimonianza come donazione? Il dono che umanizza la vita non è altro che il dono del desiderio e della sua Legge. È questo il vero e unico regno che può essere trasmesso da una generazione all’altra. Come l’humus umano può essere reso fertile? Come può la catena delle generazioni trasmettere la potenza vitale del desiderio?(5) Come si struttura un processo efficace di filiazione simbolica? Il complesso di Telemaco si articola attorno a questi interrogativi. Telemaco è il giusto erede non perché eredita un regno, ma perché ci rivela che è solo nella trasmissione della Legge del desiderio che la vita può emanciparsi dalla seduzione mortifera della “notte dei Proci”, cioè dal miraggio di una libertà ridotta a pura volontà di godimento. Di questa Legge l’humus umano ha bisogno per essere generativo.

Milano, dicembre 2012

1 E. Scalfari, in “la Repubblica”, 27 dicembre 1998.

2 M. Perrotta, Odissea, in Eredi, a cura di F. Condello, Centro studi “La permanenza del classico”, Bononia University Press, Bologna 2011, pp. 74-105.

3 Cfr. L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 305.

4 “Al centro di Telemaco è sempre il padre. In nessun’altra opera greca arcaica o classica il rapporto che lega un figlio a un padre è stato rappresentato con la stessa sensibilità.” Cfr. G.A. Privitera, Il ritorno del guerriero. Lettura dell’Odissea, Einaudi, Torino 2005, p. 64.

5 Humus umano è un’espressione di Lacan con la quale egli allude precisamente al problema della trasmissione del desiderio come fertilizzante irrinunciabile della vita umana: “Il sapere per Freud designava l’inconscio. È ciò che inventa l’humus umano per la sua perennità da una generazione all’altra”, J. Lacan, Note italienne, in Autres écrits, Seuil, Paris 2001, p. 311.

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Werther: la scoperta della giovinezza.

C. VAROTTI, La scoperta del giovane, da “Tempi e Immagini della Letteratura” (vol. 4, pp. 126-142),  di G. M. Anselmi e C. Varotti, con il coordinamento di E. Raimondi, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

“Nel corso del Settecento assistiamo a una forte valorizzazione della giovinezza come stagione privilegiata, contrassegnata da caratteristiche e valori non più sentiti come imperfetti, ma visti come l’espressione positiva di un’energia creativa e rigeneratrice. La figura del giovane diventa così un fattore ricorrente nelle poetiche preromantiche, che propongono la ricerca di nuove e più libere forme espressive, esaltano il sentimento, la passione, il dispiegamento delle forze anche oscure e buie dell’interiorità. Caratteristiche e comportamenti propri della giovinezza, come l’istintività e l’energia anche violenta, vengono sostituiti ai valori positivi tradizionalmente associati alla maturità e alla vecchiaia, come il dominio delle passioni, la moderazione, un rapporto con le cose mediato dal vaglio razionale. […]

Nel romanzo epistolare I dolori del giovane Werther (1774), scritto da un Goethe poco più che ventenne, negli anni in cui era legato al clima tedesco dello Sturm und Drang, il tema della giovinezza del protagonista è proposta fin dal titolo. La condizione di ‘giovane’ che contrassegna infatti Werther non costituisce una circostanza puramente fattuale, ma designa una complessiva condizione esistenziale e sociale.
L”essere giovane’ di Werther è infatti una condizione imprescindibile della sua individualità. Alla giovinezza del protagonista rinviano la sua vitalità immediata; l’insofferenza per il cauto benpensantismo degli uomini maturi, che egli incontra nel suo cammino, uomini perfettamente integrati in un sistema politico-sociale che Werther trova insopportabile e soffocante. Ma è segno inequivocabile della sua giovinezza anche l’atteggiamento entusiastico e appassionato verso ogni aspetto della vita (dalla natura, all’arte, all’amore).
La giovinezza di Werther diventa perciò metafora di un ideale di vita più libero e sincero; all’interno di un’aspirazione complessiva al rinnovamento, che riguarda non solo il mondo degli affetti del protagonista, ma anche la realtà sociale in cui vive, e anche le sue concezioni estetiche.
Nel romanzo l’amore occupa un posto di primo piano (ed è l’amore disinteressato e appassionato; il totale abbandono ai sentimenti e alla passione che caratterizza tanta parte della sensibilità tardosettecentesca); ma in esso c’è anche l’insofferenza del giovane di talento costretto a scalpitare impaziente all’interno di un ordine sociale dominato dalle generazioni più mature, che produce un quadro fortemente critico nei confronti della società tedesca del secondo Settecento, immobile e fondata sul privilegio di classe”.

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On the road

Jack Kerouac, Sulla strada [1951], 1957:

But then they danced down  the streets like dingledodies, and I shambled after as I’ve been doing all my life after people who interest me, because the only people for me are the mad ones, the ones who are mad to live, mad to talk, mad to be saved, desirous of everything at the same time, the ones who never yawn or say a commonplace thing, but burn, burn, burn like fabulous yellow roman candles exploding like spiders across the stars and in the middle you see the blue centerlight pop and everybody goes ‘Awww!’ What did they call such young people in Goethe’s Germany?

“A quel tempo danzavano per le strade come pazzi, e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Come li chiamavano, questi ragazzi, nella Germania di Goethe?”

Presentazione dell’autore e dell’opera: VIDEO della serie Cult book. Approfondimento (PDF): CLICCA QUI.

Jack Kerouac, Readings from On the Road

Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti presentano Sulla strada. Il VIDEO

Fernanda Pivano intervista J. Kerouac. CLICCA QUI.

La versione originale di “On the road”

 

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Generazioni a confronto

Due nuovi libri propongono una riflessione su vecchi e giovani, padri e figli, Noi e Voi, il nostro ieri e il vostro oggi. Vi riconoscete? Attendo commenti, anche indignati.

Aldo Cazzullo, Basta piangere, Milano, Mondadori, 2013 (dal primo capitolo)

Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso.Un adolescente dell’Italia di oggi è l’uomo più fortunato della storia. Anche se nato in una famiglia impoverita dalla crisi, ha infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento. Vive in una casa riscaldata, illuminata, con il bagno e l’acqua corrente, che i miei nonni da giovani avrebbero osservato con la bocca spalancata dallo stupore.
Va al mare, in campeggio, in discoteca, all’estero su voli low cost, ai fast food o nei ristoranti etnici dove mangia piatti esotici: tutte cose che i miei genitori non conoscevano o non potevano permettersi.
Ha la tv a colori con decine di programmi a qualsiasi ora del giorno e della notte, un computer connesso con il mondo intero, il telefonino con cui scaricare qualsiasi canzone o film immaginabile, una varietà di social network per ritrovare i vecchi amici o entrare in contatto con gli sconosciuti. Noi, quando eravamo ragazzi tra gli anni Sessanta e Settanta, avevamo la tv in bianco e nero, e aspettavamo con ansia le otto di sabato sera per vedere i cartoni animati della tv svizzera, tifando invano contro lo struzzo e per Wile E. Coyote (che chiamavamo Willy). Avevamo letto Pinocchio e il libro Cuore. Sandokan e Orzowei ci parvero la modernità.
L’Italia su cui aprivamo gli occhi non era il paradiso in terra. Anzi, era senz’altro peggiore di quella di oggi. Era un Paese scosso da tensioni, talora da tragedie. Era un Paese più inquinato: fabbriche in città, acciaierie in riva al mare, ciminiere, smog. Era un Paese più violento: bombe fasciste, agguati brigatisti, sequestri come quello di Cristina Mazzotti. Era un Paese più maschilista, in cui i «femminicidi» non facevano notizia: chi trovava la moglie con un altro e la ammazzava non commetteva un crimine ma un «delitto d’onore», spesso non finiva neppure in galera. Era un Paese più semplice, con meno aspettative e meno pretese. Non si festeggiava Halloween ma si piangevano i Morti. La marcia più alta era la quarta. C’erano la leva obbligatoria e i maneggi per evitarla, la visita militare, la naja, il car, il nonnismo. I calciatori andavano in vacanza in Riviera sotto l’ombrellone e non in Polinesia. La mafia ufficialmente non esisteva, ma in Sicilia era molto più potente di adesso, anche perché in pochi la combattevano. A Napoli c’era il colera. Ma in ogni città c’erano molti più bambini, e non erano chiusi in casa, a giocare con il Nintendo o l’iPhone o l’iPad, a simulare sport con la Wii, a festeggiare il compleanno con gli animatori ingaggiati dalla mamma, i palloncini, le facce dipinte e i giochi organizzati. Si giocava per strada: a nascondino, ai quattro cantoni sul sagrato della chiesa, a palla avvelenata con le ragazze, a pallone con i maschi, fino a quando non interveniva il vigile o il padrone dell’auto che faceva da porta. Avevamo sempre le ginocchia e i gomiti sbucciati.
L’Italia di allora era molto più modesta e povera dell’Italia di oggi. Ma era un Paese che non si lamentava. Per questo mi piacerebbe raccontarlo ai nostri ragazzi, che si lamentano molto, a volte con ragione e a volte no.Lo so che i nostri giovani hanno di che piangere. L’Italia tratta in modo scandaloso i suoi figli. Ne fa pochi. Li fa studiare male. Li grava di debiti. Non gli offre un lavoro. Soprattutto, non li prepara alle difficoltà che incontreranno.
Viziamo troppo i nostri ragazzi. Tentiamo di accontentarli in ogni capriccio, di anticipare le loro richieste, di prevenire i loro desideri. Li sfamiamo al di là di quanto desiderino. E quando si affacciano sul mondo sono già sazi. (Spesso, anche grassi). Provate a fare un giro davanti a un liceo romano o milanese: non c’è una bicicletta. Hanno tutti lo scooter, o il papà che li porta in macchina. E la colpa, se si deprimono davanti ai primi ostacoli, non è loro; è nostra.
Noi avevamo invece una fortuna: il collegamento tra le generazioni era solido. Non avevamo vissuto la fame e la guerra; ma sapevamo che c’erano state. Non abbiamo memoria diretta della ricostruzione e del boom; ma ne avevamo assorbito l’energia. I nonni non erano simpatici vecchietti che venivano in visita ogni tanto, portando regali e inventandosi qualsiasi cosa per strappare un sorriso ai nipoti. Vivevamo con loro. Mia bisnonna Matilde, detta Tilde, sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le mie prime pene d’amore. Nonno Lorenzo aveva fatto la Grande Guerra e visto i compagni di prigionia morire di tifo; non mi potevo lamentare per il morbillo (che i ragazzi di oggi non sanno cosa sia). L’altro nonno, Aldo, a 12 anni faceva il garzone in una macelleria, e andava a piedi per sedici chilometri da Canale ad Alba: non aveva la bicicletta né i soldi per la corriera, e non sarebbe mai salito sulla corriera senza biglietto. Neppure nonno Aldo era la persona giusta con cui lamentarsi se non mi compravano il motorino.Quel poco che avevamo era infinitamente più di quello che avevano avuto i nostri genitori e i nostri nonni. Era questa consapevolezza che ci impediva di piagnucolare. Anche perché in casa c’era sempre qualcuno che, se ti vedeva triste, abbattuto, scoraggiato, ti diceva: «Adesso basta piangere!»
“.

Michele Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2013

Leggi QUI le prime pagine del libro. Per la recensione clicca QUI.

Paolo Di Stefano, Padri e figli, ultima fermata dopo il ‘68, “Corriere della Sera”, 24 novembre 2013

Senza troppe premesse, va detto subito che Gli sdraiati (Feltrinelli) è un libro bellissimo. Michele Serra ha saputo fare molto più di quel che fa abitualmente come giornalista: ha scritto un romanzo che è e non è un romanzo. Viene in mente Kurt Vonnegut, e non solo perché lo scrittore americano è un suo modello più o meno esplicito, ma perché c’è l’immediatezza, la brutalità quasi, un’inventiva sfrenata, l’umorismo e la moralità, la narrazione che si mescola con la critica aspra del mondo contemporaneo. Un’elaborazione lunghissima, sei anni, per un libro esile (un centinaio di pagine). Nel caffè del cortile di Palazzo Reale, a Milano, si può parlare in santa pace anche alle dieci del mattino, bevendo un caffè  «Mi paralizzava l’argomento, per anni ho raccolto materiali, frammenti, frantumi sparsi sul tema dei padri e dei figli, ma non riuscivo a trovare il bandolo della matassa: c’erano il titolo, un inizio e la frase finale». La frase finale è questa: «Finalmente potevo diventare vecchio», ma per coglierne il senso bisogna attraversare tutta la dolce-amarezza del libro, perché quella frase arriva dopo un crescendo che si impenna nell’ultimo capitolo. C’è un padre, l’io narrante, e c’è un Tu senza nome, che è il figlio, uno degli «sdraiati» del titolo. Sdraiati in senso letterale: perennemente distesi su un divano con le cuffiette sugli orecchi o su un letto nel sonno comatoso, mentre il resto del mondo è in piedi a darsi da fare.
Il bandolo della matassa, nella lunga elaborazione del romanzo, è arrivato inatteso quasi in extremis: è un filo rosso esilissimo, il tormentone del padre che a distanza di pagine implora il figlio di accompagnarlo sul fantomatico Colle della Nasca in un climax di comicità a tratti patetica: «ti farebbe molto bene… mi devi credere», «Te lo chiedo per piacere. Non farlo per me. Fallo per te», «Se vieni con me sul Colle della Nasca, ti pago», «Se non vieni con me sento che potrei morire di crepacuore», «Se non vieni con me al Colle della Nasca, ti rompo la schiena a bastonate». Il Colle della Nasca è il tentativo di appigliarsi a qualcosa pur di condividere con il figlio un brivido di fronte allo spettacolo del mondo. Il piacere della bellezza naturale, assoluta. Perché Gli sdraiati è il resoconto della difficoltà di trasmette un desiderio, anche minimale. «Il rovello che spinge il padre a raccontare è una domanda: che cosa lascio a mio figlio?». Il piacere della bellezza che si nasconde in un tramonto o in una pianta. «Naturalmente con il carico di fragilità egoistica che questo comporta, perché tuo figlio ha tutto il diritto di dire: ma chi se ne frega di una portulaca!».
Ci sono pagine esilaranti sulla fenomenologia dello «sdraiato», c’è l’invettiva, la rabbia esplosiva del padre spaesato di fronte a quel «groviglio interconnesso» che è il figlio. E non manca l’autocritica: «Man mano che si procede nel racconto — dice Serra — si infittiscono le domande e la satira del padre su se stesso, anche perché non sa esattamente chi è suo figlio, in definitiva non lo conosce»; domande sulla mancata autorità e sulla propria confusione, su quella stramba e inedita «evoluzione della specie» di cui il figlio è autorevole e simbolico rappresentante, sull’incapacità di creare un contatto basico tra generazioni proprio nell’epoca del contatto diffuso. «In termini tecnici, sono un relativista etico», dice il padre, «il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno (…). Ma lo avrei cercato volentieri insieme a te, quell’ordine, nelle pieghe faticose della convivenza, raccogliendo i calzini fetidi che segnano il tuo indugiare in un’infanzia decrepita, offensiva per entrambi, lavando i piatti sporchi che lasci ammuffire nel lavello». Eccolo lì il «dopopadre» debole di Massimo Recalcati, ma senza socio-psicologismi: «La lettura di Recalcati è stata il mio alibi: inutile, mi dicevo, sperare che torni il padre di una volta. E poi devo ammettere che l’odio per il padre-patriarca di una volta mi emoziona ancora, come il riverbero migliore del mio antico sessantottismo. Nella rivolta libertaria, caotica e per lo più fallimentare, trovo ancora quel nucleo meraviglioso secondo cui le cose non devono nascere per forza dall’imposizione, dall’autoritarismo e dall’obbligo». Una consapevolezza che riduce al minimo le richieste dei padri, cosa di cui i giovani dovrebbero pur apprezzare i vantaggi. Il minimo richiesto è il decoro domestico (il cesso pulito, l’accortezza di spegnere ogni tanto qualche lampada, lo sputo di dentifricio non lasciato impresso a futura memoria nel lavandino…), ma anche qualcosa che ha a che fare con l’etica: «cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri». La domanda inevitabile è: autobiografia? «Il figlio del libro è la somma di tanti ragazzi, figli miei e non miei con cui convivo, ma anche figli di amici e conoscenti. Devo dire che i miei figli hanno letto e apprezzato il libro, ma il tappeto all’ingresso dopo il loro passaggio è sempre una cordigliera delle Ande… Mi aspettavo qualche piccolo cambiamento». Ci ride su, Michele, ovvio: «Però dico sempre che quando ho saputo che mia figlia aveva la passione irresistibile della barca a vela, beh, per me è stato un sollievo gigantesco. Mi sono detto: oh cavolo, esiste una relazione forte tra lei e la bellezza del mondo!».
Si diceva di Vonnegut. Nel libro di Serra c’è anche il suo versante fantascientifico. Pura futurologia apocalittica proiettata nel 2054, anno di una Grande Guerra Finale tra l’esercito incarognito e potente dei Vecchi e l’armata brancaleone dei Giovani, in mezzo a vibrazioni telluriche, campi di battaglia desertificati, bagliori metallici, sopravvissuti arrancanti. Apocalisse solo apparente in realtà, perché, come diceva De Andrè, spesso «dal letame nascono i fior». E dai frammenti sgorga la narrazione: è come se dai frantumi iniziali del racconto, perfettamente simmetrici al rapporto sbriciolato tra padre e figlio, si riuscisse finalmente a comporre una trama compatta e coerente. «Intendiamoci, il padre del libro sarà pure nevrastenico, umorale, imbecille, mollaccione, ma è un padre tifoso, che non conosce indifferenza. Il pericolo di un racconto dalla parte dei padri è la generalizzazione sociologica. Ci sono lettori che mi chiedono le royalties dicendomi: “come fa a conoscere così bene mio figlio Ugo?”. È ovvio che il successo del libro aumenta questo pericolo». Già, primo in classifica, mica uno scherzo. Il sorpasso su Fabio Volo è avvenuto nei giorni scorsi.

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I giovani fanno scena muta

Federico Fubini, “Corriere della Sera – La Lettura”, 13 gennaio 2013

L’altro giorno la Banca mondiale ha messo su Twitter una serie di dati che fanno pensare al mondo fra le due guerre. Non ai totalitarismi, al riarmo, alla Grande Depressione, o al razzismo. No. A eventi più piccoli, schegge di singole vite. Quei dati della Banca mondiale mostravano quello che con orrenda espressione si chiama il global brain trade, il commercio mondiale di cervelli. L’Italia compare espressa graficamente in una punta minima di intelligenze in entrata e una lunga freccia in uscita. LEGGI TUTTO

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