Archivi del mese: marzo 2013

¿Qué tipo de trabajo se puede obtener con un título en lenguas clásicas?

 En este mundo moderno, ¿qué tipo de trabajo se puede obtener con un título en lenguas clásicas? ¿Sigue siendo importante estudio de lenguas y civilizaciones antiguas?

Video in lingua spagnola (da EURONEWS, 21 marzo 2013).

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Baudelaire & Rimbaud

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« Ma questo libro il cui titolo Fleurs du Mal dice tutto,  è rivestito, lo vedrete, di una bellezza sinistra e fredda;  è stato fatto con furore e pazienza.  Del resto, la prova del suo valore positivo sta in tutto il male che se ne dice.  Il libro manda in bestia la gente.  D’altronde, spaventato io stesso dall’orrore che avrei ispirato,  ne ho ridotto un terzo sulle bozze.» 

Ch. Baudelaire, Lettera alla madre , Parigi, 9 luglio 1857

[Testo  integrale dell’opera su http://www.illuminations.tk]

Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online. CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

Le bateau ivre: lettura di J. L. Tintignant . CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzieff. CLICCA QUI.

 

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Esami di Stato 2013

  • Prima prova scritta (ITALIANO): 19 giugno 2013
  • Seconda prova scritta (MATEMATICA): 20 giugno 2013
  • Terza prova scritta:  24 giugno 2013

Come sono ripartiti i  punteggi:

  • Credito scolastico: 25 punti
  • 1° prova scritta: 15 punti
  • 2° prova scritta: 15 punti
  • 3° prova scritta: 15 punti
  • Colloquio: 30 punti (la sufficienza equivale a 20 punti)
  • Totale: 100 punti
  • Bonus* da 1 a 5 punti (attribuito a  coloro che riportano almeno 15 punti di Credito e 70 punti nelle prove d’esame)

Criteri per l’attribuzione della Lode. Occorre essere in possesso di tutti e tre requisiti:

  1. Punteggio massimo nelle tre prove scritte (45 punti), nel colloquio (30 punti) e di credito (25 punti) senza fruire del Bonus  a disposizione della commissione.
  2. La lode potrà essere assegnata solo ad alunni che ABBIANO RIPORTATO NEGLI SCRUTINI FINALI DELLA TERZULTIMA,  PENULTIMA E ULTIMA CLASSE VOTI UGUALI O SUPERIORI A  8 (otto / 10), COMPRESA LA CONDOTTA.
  3. Deliberazioni per l’attribuzione dei massimi punteggi delle prove d’esame e del credito dell’ultimo anno assunte all’unanimità.

TABELLA PER IL CALCOLO DEL CREDITO SCOLASTICO

M = Media dei voti

                             1 anno       2 anno     3 anno

M = 6                     3-4         3-4             4-5
6 < M = < 7         4-5         4-5             5-6
7 < M = < 8         5-6         5-6              6-7
8 < M = < 10       6-8         6-8             7-9

Le prove d’esame: archivio generale.

Le prove di italiano (dal 1999 al 2011). CLICCA QUI.  La prova di italiano 2011/2012.

Archivio delle prove di matematica (maturità scientifica). CLICCA QUI.

Prepararsi all’esame di stato: i suggerimenti a cura del gruppo editoriale Pearson. CLICCA QUI.

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Ma tra malinconia e spleen quanti poeti nati sotto Saturno

VALERIO MAGRELLI, “La Repubblica”, 1 luglio 2013

Molti anni fa, invitato a tracciare una sommaria mappa del concetto di depressione, iniziai dal suo remoto sinonimo: melanconia. Dietro l’ espressione usata ai nostri giorni, si cela infatti una nozione che traversa la storia della medicina, per investire l’ etica, l’ estetica e la religione. Quel che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde cioè una genealogia millenaria, come si legge nel saggio Saturno e la malinconia di Klibansky, Panofsky e Saxl. Al loro studio, che spazia dalle teorie ippocratiche a quelle neoplatoniche, va accostato Nati sotto Saturno, in cui Rudolf  e  Margot Wittkower approfondirono il nesso con l’ idea rinascimentale di Genio. Intesa come erede della melanconia (ossia della “bile nera”), la depressione si rivela dunque assai diversa da un semplice disturbo nervoso. In una tradizione che passa dal medico greco Galeno alla scienza araba, per approdare all’ Europa del Quattro-Cinquecento, proprio al più sciagurato fra i quattro umori del corpo umano veniva associata la produzione dei massimi frutti dello spirito. «Perché», si chiedeva Aristotele, «gli uomini che si sono distinti nella filosofia, nella vita pubblica, nella poesia e nelle arti sono melanconici, e alcuni al punto da soffrire dei morbi che vengono dalla bile nera?». Egli stilò una lista dei melanconici che includeva eroi e intellettuali quali Ercole, Bellerofonte, Eraclito e Democrito. Ed è proprio a partire da questi nomi che Agamben ha tratteggiato un’ ideale prosecuzione dell’ elenco. In esso, dopo una prima ricomparsa tra i poeti d’ amore del Duecento, il grande ritorno della melanconia veniva fatto risalire all’Umanesimo, con Michelangelo, Dürer e Pontormo. Una seconda epidemia era poi individuata nell’ Inghilterra elisabettiana di John Donne. Infine, un’ ulteriore ondata melanconica colpiva il secolo diciannovesimo, annoverando tra le sue vittime Baudelaire (lo spleen), Nerval, De Quincey, Coleridge, Strindberg. «In tutte e tre le epoche», ha concluso Agamben, «la melanconia fu sempre interpretata, con un’ audace polarizzazione, come qualcosa di positivo e insieme negativo». Davanti a una famiglia così ampia (su cui lavorarono Jaspers e Biswanger, Freud, Abraham e Jung), resta poco da aggiungere, se non che scrittori come Proust o Beckett risulterebbero incomprensibili fuori del cerchio magico dell’ umor nero. Per non parlare poi di personaggi come l’ Oblomov di Goncarov, la cui melanconia riannoda il suo antico legame con l’ accidia, l’ acedia monastica. Quanto alla narrativa italiana, ecco spiccare Fogazzaro e De Roberto, Pirandello e Brancati, per non parlare di Landolfi, Moravia e Berto, che a questa malattia dedicò il romanzo autobiografico Il male oscuro. Infine, almeno un poeta: Attilio Bertolucci, le cui esperienze cliniche si trasfusero nei versi della Camera da letto. Questo per dire come la depressione, così devastante sul piano psichico, possa talvolta tramutarsi in stimolo per la creazione, la riflessione, il pensiero.

Pietro Citati, Melanconia, il vero carcere dell’anima, “La Repubblica”, 15 ottobre 2005[…] Credo che la melanconia sia il mito più grandioso che, durante ventiquattro secoli, abbia elaborato la civiltà occidentale. Nessuno la eguaglia: né Apollo, né Dioniso, né Ermes, né Cristo (perché Cristo è “anche” un mito); nessuno ha la sua vitalità, molteplicità, inafferrabilità, forza di contraddizione; nessuno è così infinito. Il paradosso è che la melanconia sia nata in Grecia e si sia diffusa sopratutto in Europa: vale a dire in una civiltà che ha sempre cercato di espandersi, di dilatarsi, di conquistare o almeno di illuminare e possedere con l’ intelligenza tutte le cose dell’ universo. Forse è l’ ombra dell’ attiva e brillante luce occidentale: a meno che la vera luce d’ Europa sia proprio lei – la notturna, tenebrosa malinconia, con i suoi pipistrelli, le comete, i crogioli alchemici, le erbe magiche, i cani desolati. Subito, la melanconia si distingue per tre gesti: il mento sulla mano, il gomito sul ginocchio, l’ occhio che non vede, perché guarda dentro sé stesso, nei paesaggi dell’ anima. Col tempo assume molti nomi: melanconia, acoedia, taedium, tristitia, spleen, noia, depressione, psicosi maniaco-depressiva. In ventiquattro secoli, non ci ha mai abbandonato. Non sono mai esistite epoche che abbiano fatto a meno di lei: perché è malinconica la Grecia, quando un allievo di Aristotele annuncia che tutti gli uomini di genio sono malinconici: malinconici sono i conventi del Medioevo: malinconicissimi il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, quando centinaia o migliaia di trattati la descrivono con precisione scrupolosa: malinconica una parte del diciottesimo secolo, della quale Watteau è il fiore: travolta e quasi distrutta dalla malinconia è la fine del diciottesimo e l’ inizio del diciannovesimo secolo; mentre quello che noi chiamiamo moderno non è altro che malinconia portata all’ estremo. Malgrado le variazioni della storia, essa non è mai mutata: si è soltanto spostata da un estremo all’ altro di sé stessa, sostando qualche tempo per riprendere fiato. La melanconia non è affatto un sentimento o un intrico di sentimenti, ma una forza terribilmente oggettiva. Come scrive Starobinskij, essa è l’ erede, in noi, di quella che una volta veniva chiamata possessione divina. Se siamo malinconici, qualcuno ci possiede. Non sappiamo quale ne sia il nome: quello di un dio o di un demone, o un dio travestito da demone o un demone travestito da dio, o un luogo sconosciuto di noi stessi. Qualunque sia l’ origine, una terribile forza ci assale dal di fuori. Siamo aggrediti; e in quell’ aggressione lo spirito diventa corpo, il corpo diventa spirito. Un fatto mi sembra unico. Le definizioni cliniche e mitiche della malinconia sono quasi identiche: il medico antico e moderno scrivono su di lei le stesse parole pronunciate dal poeta, dall’ artista o dal mitografo. Quando la malinconia scende su di noi all’ improvviso, la nostra prima sensazione è di essere rinchiusi in un carcere. Il carcere non ha fori, o aperture, o finestre: non ci sono che mura, mura, altissime mura. Non c’ è nessuna via d’ uscita: nessuna via d’ entrata. Siamo lì, e non vediamo nemmeno una pietra, perché l’ occhio è fisso verso il nostro interno. Eppure, dentro quelle mura chiuse, la malinconia non smette di sgorgare, di fluire, di inondarci, di farci parlare, talvolta delirare. La sua fonte è un luogo profondissimo che sta non sappiamo dove: ma certo molto più in basso di quello che siamo abituati a chiamare “inconscio”. Qualcuno lo chiama lo Stige nero. La penna vi affonda, si nutre di quel liquido vischioso e non si arresta mai di scrivere: migliaia e migliaia di pagine, assai più di quelle che ci ispirano le Muse. Come tutti i grandi miti, la melanconia è il luogo dell’ antitesi e della contraddizione. La melanconia è la passione della lentezza: il sole si arresta in cielo: ma anche la passione della velocità; tutto corre freneticamente, e noi non riusciamo mai a raggiungere quei perenni fuggiaschi che siamo noi stessi. Il melanconico è immobile come un monaco nella sua cella, e sempre in viaggio come gli aristocratici inglesi alla fine del diciottesimo secolo. è abbattuto e furibondo. La melanconia è nera e rossa: pesantissima e leggerissima – come diceva Leopardi, che la chiamava “noia” e scriveva che aveva “la natura dell’ aria”: “tenuissima, radissima e trasparente”. Qualcuno si chiederà come sia possibile che cose tanto opposte posseggano lo stesso nome e la stessa natura. Ma l’ universo della mente umana non è retto da figure lineari o geometriche: ciò che lo domina sono grandi nodi vibranti di contraddizioni e di paradossi.Al tempo dei Greci, un dio regnava sopra i melanconici: Saturno. Da un lato, Saturno era stato l’ architetto del mondo: aveva inventato il tempo e l’ agricoltura: aveva regnato sulla terra nell’ età dell’ oro, quando una primavera eterna accarezzava i fiori nati senza semenza. Ma d’ altro lato, era stato un dio “odioso, superbo, empio, crudele”: cercava di divorare i figli, e Giove l’ aveva detronizzato, esiliandolo nel Tartaro e sotto il Tartaro, legato in catene. Il dio Saturno era un astro. Siccome era il pianeta più alto, dominava il sistema solare: ma era anche freddo, sinistro, bianco ed enigmatico; detestava gli esseri umani e mandava sulla terra una luce debolissima e fioca, suscitando la neve ed il ghiaccio. Nei corpi umani, Saturno esercitava il suo influsso sulla milza, dove si raccolgono gli umori della “bile nera”: la melanconia. Quando la bile nera è fredda, il melanconico diventa “torbido, indolente ed ottuso”. All’ improvviso, perde la facoltà di vedere. Come se qualcuno avesse spento un interruttore gigantesco, la luce lascia il mondo visibile. Qualsiasi cosa il malinconico guardi, è fissa, livida e spettrale: vuota come il guscio di una conchiglia o una casa bruciata dall’ interno. Il mondo è opaco, immobile, silenzioso: sembra che nessuno vi si sia mai mosso, o abbia cercato di ridere. La vita si è arrestata. Il cielo soffoca come la pietra di un sepolcro. Allora il melanconico perde ogni desiderio di vivere. Ogni scintilla si spegne nella sua anima. Tutto ciò che attrae gli altri non lo attrae: tutto ciò che amano gli altri lo infastidisce; la primavera lo annoia come l’ autunno, l’ inverno e l’ estate sono identici davanti ai suoi occhi. Sebbene esecri la propria casa, il melanconico vi resta rinchiuso come un prigioniero. Sta seduto in poltrona, senza fare niente, senza pensare ad altro che alla propria interminabile malattia. Ogni istante conosce il morso della noia. Quando la noia si lacera, egli è preda di sospetti, di paure, di terrori senza nome e significato: il suo nemico lo assale da tutte le parti: l’ assedio non ha soste; e lui scoppia in lacrime, tanto il nemico – lui stesso – sembra prossimo alla vittoria. Ogni mattina, davanti allo specchio, vorrebbe tagliarsi la gola: se resiste, è soltanto perché sa che dopo la morte entrerà in un universo ancora più squallido. Non si ama, e pensa che tutti gli altri lo sospettino, lo detestino e gli preparino agguati. L’ altro polo della malinconia ha i colori del fuoco. Quando la bile nera è calda, il melanconico diventa “vivace e brillante”. La salute sembra tornare. Sebbene si tratti di un’ euforia opposta ed identica alla fase apatica, essa apre le porte della felicità. Quando il melanconico risanato si sveglia, scorge un raggio di sole penetrare dalle persiane: si alza, pieno di gioia, si affaccia alla finestra, mentre da lontano ascolta il rumore dei tram e dei clacson; ed ecco che il mondo intero, come diceva Baudelaire, «si offre con un rilievo possente, una nettezza di contorni, un’ ammirevole ricchezza di colori». Non c’ è più traccia di monotonia né di freddezza. Tutto è lieto, allegro, vivace, percorso da un movimento e da un fremito: la luce bagna le cose; le forme si sciolgono nell’ immensa liquidità dell’ universo. Spesso, l’ euforia assume tratti dionisiaci. Le passioni avvampano: l’ affetto e l’ odio accendono il cuore: il desiderio erotico colma l’ animo: l’ orgoglio, la loquacità, l’ ira, il vino, l’ esaltazione generano un entusiasmo, che assomiglia al furore che Platone attribuiva ai veri poeti. Con una velocità paurosa, e una specie di estasi lirica, il melanconico reagisce a tutte le sensazioni, e le impressioni. Quando la personalità si concentra in sé stessa, lo spirito è assalito dalla grazia divina, dalle visioni, dal dono dei vaticini. Quest’ alternanza tra il nero e il rosso, tra la nera Melencolia di Durer e la rossa Melanconia di Cranach, non ha mai fine. Il melanconico ignora la vita lineare e limitata degli altri esseri umani. Obbedisce al ritmo del ciclo: passa di continuo dall’ abbattimento all’ esaltazione, dal torpore all’ euforia, dalla desolazione all’ estasi, dall’ ombra al colore. Non è altro che ondulazione e capovolgimento. * * * Un uomo come il melanconico, così polare e paradossale, non sopporta la vita degli altri uomini, dominata dal battito sempre uguale degli orologi. Non può soggiornare nel tempo. Tra gli antichi psicologi, si diffonde presto la convinzione che l’ esistenza normale – ammesso che esista – non è fatta per lui. Egli ha un altro destino. Un allievo di Aristotele afferma che tutti gli uomini straordinari sono melanconici: Marsilio Ficino ripete che Dio rivela soltanto ai figli di Saturno i misteri della terra e del cielo; Kant aggiunge che soltanto la melanconia è sublime. Spesso, si tratta di una condizione terribile. Mentre gli altri uomini sono protetti da una specie di equilibrio, il melanconico conosce ogni istante l’ alternanza, la contraddizione, la dismisura, lo squilibrio, la rottura, l’ eccesso: dolore interminabile, sovrumana felicità, disperato gelo, totale tenebra, totale luce. Vive nell’ ombra, col rimpianto dell’ età dell’oro, che talvolta riesce a scorgere: sosta sull’orlo di tutti i precipizi: cammina tra le voragini; ogni momento, corre il rischio di sgretolarsi e di andare a pezzi, come la più informe rovina. Forse, questo è il suo trionfo. Così i trattatisti, specialmente nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, cercano di salvare i malinconici dai pericoli che li minacciano. I loro rimedi sono deliziosi ed assurdi: le pietre preziose, tra le quali sopratutto il berillo, il topazio e il calcedonio; e caute tisane di valeriana, di menta e di camomilla. Dubito che il berillo e la valeriana potessero salvare Baudelaire dai terrori che comprimevano il suo cuore come un pezzo di carta. L’ unico vero rimedio è quello che Marsilio Ficino aveva proposto secoli prima: accettare sino in fondo, senza incertezze e senza ritegni, la vocazione della malinconia, vivendo in lei così profondamente da trarre dal proprio male le leggi e la salvezza del mondo. In un giorno di settembre 1926, Virginia Woolf si risvegliò alle tre del mattino. Sentì, vide un’ onda dolorosa che si gonfiava e si ritraeva nelle regioni del cuore, e la sballottava. L’ onda si sollevava, la innalzava, la gettava in alto, e si rovesciava terribilmente sopra di lei. A un tratto, vide una pinna misteriosa fendere il mare deserto e vuoto. Virginia Woolf comprese che l’ onda e la pinna erano il segno della mania depressiva che, quattordici anni più tardi, l’ avrebbe condotta al suicidio nella acque del fiume Oose. «Che orrore…sono infelice, infelice, infelice. Mio Dio, vorrei essere morta!…Ma perché provare questo? Lasciatemi guardare come l’ onda si alza. Guardo. Il fallimento…Il fallimento, il fallimento!…Spero di essere morta! Spero di non aver più che pochi anni da vivere! Non posso affrontare quest’ orrore». Virginia Woolf affrontò il doppio orrore dell’ onda e della pinna. Comprese che non poteva fuggire né evitare quei segni dolorosi. Doveva scendere in basso, sempre più in basso, cautamente, gradino dopo gradino, nel suo pozzo, nell’abisso della follia. Là niente la proteggeva contro gli “assalti della verità”. «Là, non posso leggere né scrivere. Ma esisto. Sono». Qualche anno più tardi, compose Le onde: forse il suo capolavoro, affrontando di nuovo le minacce della melanconia. Le onde e la pinna le ricordavano, come a un filosofo presocratico, il ritmo dell’ universo: apertura e chiusura, espansione e contrazione, morte e rinascita. Non c’ era altro. Quello che salvava la Woolf era appunto il ritmo delle onde, dove una volta aveva visto il segno angoscioso della mania depressiva. Tutto veniva accettato: lo strazio diventata unità, la discontinuità ritmo, il caos pienezza, la malattia psichica si dissolveva nel gioco della espansione e della chiusura. Non c’ era più orrore. C’ era luce: «eterno rinnovamento, movimento incessante che si innalza e ricade, cade e si innalza di nuovo».

Per approfondire: Malinconia: genio e follia in Occidente. CLICCA QUI.

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Macché lingua morta: ecco perché studiarlo ci migliora

STEFANO BARTEZZAGHI, “La Repubblica”, 18 marzo 2013

“IL LATINO non serve”. Ad affermarlo non è stato Papa Francesco, giovedì scorso, quando ha deciso di pronunciare in italiano la sua prima omelia (Ratzinger l’aveva tenuta in latino, e aveva detto messa voltato verso l’altare). La recisa opinione è stata invece espressa lo scorso sabato, in una lettera che il lettore Giuseppe Chiassarini* ha inviato a Repubblica. Il figlio non aveva avuto le ore di latino previste per quel giorno, e se ne era dispiaciuto perché il «latino è cultura». Il padre si è dichiarato preda di «una grande tristezza e anche di una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnassero molte energie per imparare una lingua morta e, peggio, che ha inculcato in loro l’idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta». Certamente la pensa diversamente Giovanna Chini, la giornalista dell’Ansa che unica fra i colleghi ha capito subito cosa stesse succedendo quando Benedetto XVI annunciava, in latino, le proprie dimissioni. Chirri è diventata una specie di star internazionale e alla Bbc si chiedono quanto morta sia una lingua in cui vengono ancora pronunciate parole capaci di cambiare la storia.

Procura intanto un certo compiacimento appurare come nel corso di una sola generazione (nel senso proprio della parola) le parti si siano rovesciate. Ancora negli anni Settanta, quando si può presumere che l’autore della lettera fosse lui in età scolare o pochi anni prima, il latino si studiava anche alle scuole medie inferiori: obbligatorio al secondo anno, facoltativo al terzo, per chi non prevedeva di andare al liceo. I neotredicenni passavano l’estate intermedia fra i due anni scolastici a cercare di convincere i genitori che il latino è una lingua morta e non serve. I genitori ribattevano con argomenti che oggi si rileggono nelle molte lettere di risposta a Chiassarini giunte già lo stesso sabato alla redazione di Repubblica: che il latino è «la base di tutto», che dà la «forma mentis», che permette di intuire le etimologie e che il nostro italiano non è che un suo dialetto, assieme alle lingue consorelle. Tutte cose sacrosante; tutti argomenti remotissimi dall’orizzonte di un ragazzo di dodici anni. Solo pochi genitori scaltri sorprendevano i figli dicendo loro: «Hai ragione, il latino non serve assolutamente a nulla. Però è bellissimo».

A quell’epoca, peraltro, si era ben lontani dall’attuale società, che mangia pane e inglese, googleggia a manetta, viaggia alla velocità delle fibre ottiche e tutto il resto: ai ragazzi non restava che rinunciare al loro primo serio tentativo di opposizione ai vincoli scolastici, e rassegnarsi a godere delle dubbie gioie della perifrastica attiva e passiva. Cosa ha potuto produrre questa inversione dei punti di vista?

C’è purtroppo da immaginare che, in realtà, il Chiassarini giovane abbia espresso opinioni non condivise da troppi suoi coetanei (molti e sentiti complimenti alla sua professoressa o professore). Ma quello che rende volgare (in senso tecnico) la contrapposta opinione del padre non è l’avere tenuto in poca considerazione la residua utilità del latino: è proprio la concezione delle materie scolastiche come strumenti utilitari, un’attrezzeria tecnica che a scuola ci viene consegnata perché «ci servirà» nella vita. L’inglesuccio che serve a usare il computer lo si impara facilmente usando appunto il computer; il latino si può imparare solo a scuola e morirà davvero solo il giorno in cui nessuna scuola lo insegnerà più. L’idea di quantificarne l’utilità è gemella all’idea di depurare i bilanci pubblici dagli investimenti per la cultura e dal sostegno a tutte quelle attività che l’economo considera improduttive e «senza ritorno». Certo, che non c’è ritorno! La cultura è infatti un viaggio di sola andata; l’unico modo per tornare indietro è abrogarla.

Un giorno un commissario leggerà i programmi scolastici con un paio di affilate forbici: quella sera a essere fatto a coriandoli non sarà il solo latino. La storia, non è forse “morta” per sua stessa definizione? E la filosofia? E a cosa serve la matematica, a un futuro avvocato o ortopedico? A cosa servono le lezioni di inglese, quando si sa che l’inglese lo si impara solo sul posto? La verità è che la scuola è utile né inutile: è a-utile, un’industria no-profit (la pubblica) di trasmissione del sapere in cui comunità di due generazioni diverse si scambiano insegnamenti e aggiornamenti su cosa implichi e cosa significhi essere italiani oggi. Che la scuola sia in crisi lo dimostrano i risultati elettorali, il tono e la logica del dibattito pubblico, la carenza di sentimento nazionale, la diffusione epidemica di quella malattia dell’intelligenza che si chiama furbizia.

Essere italiani oggi significa anche (e tristemente) legare immediatamente ogni scontentezza a responsabilità della «classe politica che per decenni» eccetera. Il nesso che il lettore trova fra il latino come «lingua morta» e «la classe politica a sua volta morta» non può che ricordare Beppe Grillo e il linguaggio del Movimento Cinque Stelle. È infatti Grillo ad avere introdotto la categoria terminale della “morte” nello scontro politico, riprendendo peraltro l’immagine degli zombie da maestri dell’ antipolitica come Umberto Bossi e il Francesco Cossiga delle esternazioni.

Il furore contro il passato non ha nulla a che vedere con alcun tentativo di miglioramento del presente. Se il futuro sarà migliore del presente, a renderlo tale forse non sarà qualcuno che ha studiato latino, ma certamente sarà qualcuno che a scuola ha trovato ragioni di amore verso lo studio. Perché l’amore per lo studio, quello non passa: e serve, eccome se serve.

Visto che a buttarla in politica è stato il lettore, corre l’obbligo di ricordare che Silvio Berlusconi ha sempre formato i suoi attivisti (quelli del marketing delle sue aziende, ancor prima di quelli politici) dando loro un’istruzione fondamentale: «l’italiano di ogni età, il nostro potenziale cliente è uno scolaro delle medie inferiori, e non siede neppure nei primi banchi». Ecco. Suo figlio, signor Chiassarini, anche grazie al suo latinorum si avvia a uscire dall’incantamento di un’ideologia semplice e più attraente del Paese dei Balocchi, che esorta a odiare la noia, l’insofferenza, l’indignazione spicciola, l’egoismo totalitario, l’attenzione esclusiva per il proprio tornaconto, l’intolleranza verso ogni ostacolo che impedisce il soddisfacimento immediato delle proprie pulsioni. Le dispiace così tanto?

Oggi Grillo ha problemi di quorum, Berlusconi invoca la legittima suspicione, esistono studenti dodicenni che amano studiare. Morti non siamo: tutt’altro.

Il testo della lettera a “Repubblica”  del sig. Chiassarini (16 marzo 2013): «Mentre accompagnavo mio figlio a scuola, mi dice: “oggi esco prima, manca latino” gli dico: “poco male, è latino, è la materia con il numero massimo di ore”. Lui mi risponde: “Sì, ma è cultura”. Scopro che tutto sommato mio figlio apprezza il latino e mi prende una grande tristezza e anche una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnassero molte energie per imparare una lingua morta, e, peggio, che ha inculcato in loro l’idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta».

 Grazie a Stefano Bartezzaghi

 Illuminationschool

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Dio, Paradiso e Inferno: ora Dan Brown svela l’ultimo mistero di Dante

La vita e l’opera di Dante ancora una volta al centro di un “annunciato”  best seller internazionale, “Inferno” di Dan Brown.

Il prologo del nuovo romanzo, in uscita il 14 maggio in Italia per Mondadori e negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. “La Repubblica”, 17 marzo 2013

In questo libro ritorna Robert Langdon, il famoso studioso dei simboli di Harvard. Ambientato nel cuore dell’Europa, e in particolare in Italia e a Firenze, il romanzo vede Langdon trascinato in un mondo straziato. La trama è incentrata su uno dei più duraturi e misteriosi capolavori letterari della storia.

I O SONO l’Ombra.
Attraverso la città dolente, io fuggo. Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.
Lungo la riva dell’Arno, corro arrancando senza fiato… volto a sinistra, in via dei Castellani, e mi dirigo verso nord, rannicchiandomi nell’ombra degli Uffizi.

E loro continuano a inseguirmi.

II suono dei passi alle mie spalle si fa sempre più forte, mi danno la caccia con determinazione implacabile.

Mi inseguono da anni, ormai. Un’ostinazione che mi ha costretto alla  clandestinità, a vivere in purgatorio, a lavorare sottoterra come un mostro ctonio.

Io sono l’Ombra.

Qui, in superficie, alzo lo sguardo verso nord, ma non riesco a trovare una strada che porti alla salvezza… gli Appennini nascondono alla vista le prime luci dell’alba.

Passo dietro il palazzo con la sua torre merlata e l’orologio dall’unica lancetta e in piazza di San Firenze scivolo come un serpente tra gli ambulanti del primo mattino dalle voci rauche e l’alito che sa di lampredotto e olive al forno. Attraverso la strada davanti al Bargello, punto a ovest verso il campanile della Badia e mi fermo di colpo davanti al cancello di ferro alla base della scala.

È qui che bisogna lasciarsi alle spalle ogni esitazione.

Abbasso la maniglia ed entro nel passaggio dal quale so che non ci sarà ritorno.

Costringo le gambe che sento ormai di piombo a salire la stretta scala che si inerpica a spirale verso il cielo con i suoi lisci gradini di marmo, butterati e consunti.

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

Loro sono dietro di me, inesorabili, sempre più vicini.

Non capiscono ciò che sta per succedere, né quello che ho fatto per loro! Terra ingrata!

Mentre salgo, le visioni mi colpiscono con forza: i corpi dei lussuriosi che si contorcono sotto la pioggia battente, le anime dei golosi che galleggiano negli escrementi, i traditori stretti nella morsa gelida di Lucifero.

Salgo gli ultimi gradini e arrivo in cima, barcollando come morto nell’aria umida del mattino. Mi precipito verso il parapetto, che arriva all’altezza della testa, e sbircio attraverso le feritoie. Giù, in basso, c’è la città benedetta che ho eletto a mio rifugio per sottrarmi a coloro che mi hanno esiliato.

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

«Per amor di Dio!» urlano.«Devi dirci dove l’hai nascosto!» È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò. Sono in piedi, la schiena premuta contro la pietra fredda. Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari, e la loro espressione si fa più dura: non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.

 È per questo che mi sono arrampicato fin quasi in paradiso.

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Guidami, caro Virgilio, attraverso il vuoto.

Increduli, si lanciano in avanti. Vogliono afferrarmi per i piedi, ma temono di farmi perdere l’equilibrio e di farmi cadere. Ora mi supplicano, in quieta disperazione, ma io ho già voltato la schiena. So cosa devo fare.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Avvicino la punta dei piedi al bordo. «Scendi!»urlano.«Non è troppo tardi!»

Oh, cocciuti ignoranti! Non vedeteli futuro? Non arrivate a comprendere lo splendore della mia creazione? A capirne la necessità?

È con gioia che compio questo sacrificio definitivo, con il quale metterò fine alle vostre ultime speranze di trovare ciò che cercate.

Non lo troverete mai in tempo.

Metri e metri più sotto, la piazza lastricata mi invita a sé come un’oasi di pace. Come vorrei avere altro tempo! Ma il tempo è una mercé che neppure la mia enorme ricchezza può comprare.

In questi ultimi secondi, guardo la piazza in basso e scorgo qualcosa che mi coglie completamente di sorpresa.
Vedo il tuo viso.

Mi fissi dal basso, dall’ombra. I tuoi occhi hanno un’espressione mesta e tuttavia nel tuo sguardo percepisco una sorta di venerazione per ciò che ho realizzato. Capisci che non avevo scelta. Per amore dell’umanità, devo proteggere il mio capolavoro.
Anche in questo momento, sta crescendo… inattesa… ribollendo adagio nelle acque rosso sangue della laguna che non riflette stelle.
Distolgo il mio sguardo dal tuo e contemplo l’orizzonte. Qui dall’alto, al di sopra di questo mondo oppresso dagli affanni, elevo la mia ultima supplica.
Mio Dio, fa’ che il mondo ricordi il mio nome non come quello di un mostruoso peccatore, ma del salvatore
glorioso che tu sai io sono. Prego affinché l’umanità comprenda il dono che lascio dietro di me.
Il mio dono è il futuro.
Il mio dono è la salvezza.
Il mio dono è l’Inferno.
Poi sussurro il mio ultimo amen.
E faccio il mio estremo passo, nell’abisso.

Excerpt from “Inferno” ©2013 by Dan Brown ©2013 Arnaldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Titolo dell’opera originale: “Inferno “, I edizione maggio 2013
Per gentile concessione di Luigi Bernabò Associati Traduzione: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli

Anticipazioni dal romanzo: “La Stampa”, 17 marzo 2013 ( dante_don_brown).

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Il Grande Fratello vede ciò che ti piace (meglio saperlo)

Facebook.I «Like» su Facebook e ogni altra azione digitale finiscono in un Big Data, “Corriere della Sera”,  17.3.13

O gni volta che premete il tasto «Mi piace» («Like») su Facebook, l’informazione finisce nel Big Data. Lo stesso ogni volta che vi muovete con un telefono cellulare nella borsetta. Oppure usate una carta di credito. Ogni cosa facciate con uno strumento in Rete, la vostra azione viene registrata e immagazzinata in un database. Che nella maggior parte dei casi vende queste informazioni. Numeri e frequenze che, una volta ordinati e analizzati da software ogni giorno più precisi, servono a creare il vostro profilo: per questo aziende commerciali o partiti politici o altre organizzazioni li comprano. Questa enorme, infinita massa di dati è la grande discussione del momento, il Big Data che promette di cambiare il mondo del business, la politica e probabilmente molti modi di vivere.
Per dire. Facebook ha rivelato l’anno scorso che ogni giorno il suo sistema processa 2,5 miliardi di contenuti e più di 500 terabyte (un terabyte corrisponde a mille miliardi di byte, cioè di unità di informazione digitale). Nelle stesse 24 ore, gestisce 2,7 miliardi di «Like» e 300 milioni di foto. Ogni mezz’ora analizza più di cento terabyte. Numeri che vanno moltiplicati per milioni di altri operatori della Rete. Una volta elaborati, questi numeri diventano profili psico-demografici fondati su informazioni statistiche che individuano il vostro credo religioso, la propensione politica, i gusti musicali e culinari, la razza, il livello di felicità, il grado di ottimismo, gli interessi letterari, la sessualità, l’uso di droghe, il divorzio dei genitori. Il Centro di Psicometria dell’Università di Cambridge è riuscito a individuare queste caratteristiche limitandosi ad analizzare grandi masse di dati provenienti dai profili personali di 58 mila membri di Facebook e dai loro Like: ha colto nel segno per l’88 per cento dell’orientamento sessuale, il 95 per cento della razza, l’80 per cento di religione e idee politiche, tra il 62 e il 75 per cento della stabilità emotiva.
Con questi dati e con i software che li elaborano, le imprese fanno grandi cose: dal decidere in quali negozi mandare certi merci fino a creare prodotti e servizi personalizzati. Nella campagna presidenziale dell’anno scorso, il team di Barack Obama ha usato il Big Data e la statistica a 360 gradi: sapeva cosa pensavano gli elettori sul controllo delle armi piuttosto che sul matrimonio gay, conosceva quale autobus prendevano per accompagnare i figli a scuola, era al corrente dell’attore di sit-comedy preferito dalla famiglia.
Piaccia o meno, il Big Data sarà sempre di più parte delle nostre vite. I governi dovranno però rendere trasparente quel che succede, spingere chi gestisce i dati a informare coloro da cui li estrae. E trovare un modo per chiedere a questi ultimi il consenso all’utilizzo (le regole di oggi non bastano ma la tecnologia può aiutare). Soprattutto, bisognerà spiegare ai bambini cosa succede quando dicono «Mi piace»: la Rete ascolta.

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Roma antica

Mappa interattiva dell’antica Roma (Digital Augustan Rome):  CLICCA QUI.

Infografica: Rome.  a city of “first”. CLICCA QUI.

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La privacy è (quasi) un’utopia

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Helen Nissenbaum, la«filosofa di Obama»,spiega come si tutelano i diritti dei netizen: sbagliato fare guerra alle aziende

«Online c’è un enorme flusso di dati, personali e commerciali. Fermarli è impossibile: servono regole per un nuovo codice»

 

Quando l’amministrazione di Barack Obama ha deciso di inserire la tutela della privacy dei cittadini in agenda, ha avviato una caccia alle migliori menti al lavoro sul tema. E ha trovato lei: Helen Nissenbaum, filosofa dell’informazione, a capo dell’Istituto di Information Law della New York University. A dettare la linea guida del «Bill of Rights», il regolamento che fissa i principi-base per la tutela dei netizen, è stata proprio la filosofa americana.

Dietro la sua scrivania della Nyu, Nissenbaum — capelli cortissimi, sguardo fermo — ha l’aria dell’insegnante che tutti avremmo voluto incontrare: alla mano ma rigorosa, all’avanguardia ma con ingombranti studi classici, visionaria e allo stesso tempo severa. Il suo pc è a prova di tracciamento: la docente ha installato Ghostery, il software che consente di vedere con quali aziende i siti commerciano i dati degli utenti. Alcuni esempi? Twitter vende — con finalità statistiche — informazioni sulla navigazione dei suoi lettori a Google Analytics; il sito della University of California di Los Angeles a tre aziende diverse; quello della catena di supermercati Walmart a cinque.

Lei ha partecipato alla stesura della «carta dei diritti» dell’amministrazione Obama, che sancisce la tutela della privacy dei cittadini tra le priorità dell’agenda di governo. Nello stesso periodo la squadra tecnologica del presidente effettuava la più grande operazione di data-mining (estrazione e analisi dei dati sugli utenti) della storia, per convincere gli elettori a rieleggere Obama. Non sente una contraddizione nell’operato del presidente?
«Ho trovato disgustosa l’operazione di Obama. Da americana che ha avuto l’onore di lavorare per la sua amministrazione, mi sono vergognata di quello che hanno fatto. Hanno preso in giro gli elettori usando trucchi da prestigiatori per ottenere informazioni su di loro e si sono nascosti dietro alla volontarietà, dicendo che la maggior parte degli utenti sapeva di rilasciare dati personali. Vede, se io dico “mangiare” so esattamente cosa significa e dove andrà a finire il cibo. Ma se io acconsento a “fornire i dati”, non ho la minima idea di che fine faranno quelle informazioni. Sono operazioni come queste che mi spaventano, molto di più di quelle commerciali. Tanti miei colleghi giustificano il progetto con la scusa della “causa nobile”, la rielezione di Obama, ma commettono un errore colossale».

Come si possono rendere i cittadini più consapevoli dei loro rischi?
«Non bisogna porre la questione in astratto. Anche la parola privacy è sbagliata perché sembra un’entità misteriosa. Quando Facebook ha lanciato il referendum per cambiare le impostazioni non ne ha mostrato le conseguenze pratiche. Così gli iscritti, pensando a modifiche “tecniche”,non hanno votato. Adesso però c’è un altro punto in gioco: dimostrare che la rinuncia alla privacy non è la moneta di scambio per la gratuità dei contenuti online né tanto meno per la vittoria di Obama. Si possono avere entrambi».

Cominciamo dunque dal principio: cosa si intende per privacy?
«Per troppo tempo il diritto alla privacy si è giocato all’interno di due definizioni: la segretezza e il controllo delle proprie informazioni personali. Entrambe si sono rivelate sbagliate: il diritto alla privacy implica che il flusso di dati sul nostro conto sia appropriato. La questione nasce con la tecnologia: dagli anni Sessanta — con l’introduzione di video, computer, telecamere — si discute di come conciliare sorveglianza e intimità dei cittadini. Non c’è dubbio che la Rete abbia portato a uno stravolgimento, rendendo disponibile una quantità enorme di dati, impossibile da controllare».

Perché non ha senso parlare di «privacy online»?
«La nostra attività online è integrata con quella offline e riflette l’eterogeneità della nostra vita sociale. Proprio da questo presupposto nasce la teoria “dell’integrità contestuale” basata sull’idea che nella società dell’informazione non esiste una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, ciascuno con le sue regole. Un flusso appropriato di informazioni dipende, dunque, dal contesto sociale, dal tipo di informazione, da chi la riceve e dai limiti a cui è sottoposta. In un negozio la relazione (consumatore-venditore) e le dinamiche sono chiare: non è il consumatore che decide il prezzo e certo non può uscire senza pagare. Il successo dell’operazione dipende dal fatto di possedere denaro e di spenderlo. Essere perquisiti in aeroporto non lede la nostra intimità, a differenza di una perquisizione al supermercato. Su Internet è più difficile stabilire l’appropriatezza del flusso di informazioni».

Perché?
«Anche se volontariamente forniamo dati a Facebook quando ci consente di accedere gratuitamente a un contenuto con un semplice login, non sappiamo che fine faranno quelle informazioni. In un contesto di Big Data la volontarietà si perde: il flusso è talmente ampio che finisce per andare anche in direzioni inaspettate».

Ritiene inadeguati gli approcci teorici e normativi che fino a oggi hanno dominato il tema della privacy?
«Di base il modello con cui è stato affrontato il tema della privacy è quello della notifica-consenso. Si è pensato che la soluzione fosse chiedere alle aziende di rendere evidenti le opzioni sulla navigazione online dei cittadini, lasciando a loro la scelta. Ma questo approccio ha due problemi di fondo: il primo è che in un contesto enorme di dati è impossibile per chiunque avere piena padronanza del processo. La trasparenza è un’utopia…

In secondo luogo, implica pensare alla privacy solo in termini di business. Che è solo una parte del problema. Mi spiego: la pubblicità comportamentale, quella disegnata sulle nostre abitudini di navigazione online, è un piccolissimo prodotto del commercio di dati. E non è detto che sia unmale. Mi preoccupano molto di più quelle informazioni che possono portare a casi di discriminazione».

Per esempio?
«Che i dati sulla mia situazione professionale, personale, bancaria possano spingere qualcuno a non darmi un impiego o a non affittarmi una casa. Il punto è che queste situazioni non vanno regolate creando una legge ad hoc per Internet, che andrebbe solo a definire una piccolissima parte del sistema. Faccio un esempio: la tutela dei dati finanziari deve rientrare nei regolamenti emanati dalla Federal Reserve, come le discriminazioni tramite web di qualsiasi tipo devono essere vietate da leggi sui diritti civili. L’idea di una “privacy online” rischia di creare un leggero miglioramento nella libertà di navigazione del consumatore ma non la rivoluzione auspicabile».

Gli Stati Uniti e l’Unione Europa, spesso in maniera conflittuale, stanno lavorando sul tema. Lei ha contribuito alla stesura del «Bill of Rights», un vademecum per i diritti di cittadini che puntualizza alcuni principi base per la tutela della privacy (rispetto per il contesto, precisione, focalizzazione). Mentre l’obiettivo della Ue è forzare le aziende a tutelare di più gli utenti.
«L’Europa vede la tecnologia sotto la lente dei diritti: quello all’informazione e quello alla privacy. Gli Stati Uniti come un mezzo per aumentare la libertà di espressione e le potenzialità di impresa. Entrambi vogliono sancire la parità tra chi vuole difendere l’intimità e chi vuole violarla. Ma non si può dare per scontato che da una parte ci siano i buoni, i cittadini, e dall’altra i cattivi, le imprese. La disponibilità di informazioni può aiutarci a vivere meglio, vietare un tracciamento tout court sarebbe sbagliato. Piuttosto tocca chiedersi: qual è la quantità appropriata di informazioni? E quali sono quelle da proteggere? Non possono essere le aziende a deciderlo ma, in base ai diversi contesti, potremo decidere di volta in volta. Un approccio impostato sull’illusione della trasparenza, come quello europeo, è sbagliato. Anche perché identifica l’utente con il consumatore e negli Usa nessuno farà passare leggi anti- business. Qualsiasi norma europea si scontrerà con quelle internazionali e si ricomincerà daccapo».

Serena Danna, “Corriere della Sera – La Lettura”, 10 marzo 2013

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Giovanni Verga

Vincenzo Cabianca, Paesaggio con figure, 1870 circa, collezione privata, cm 30 x 60

Per ripassare (videolezioni di A. Cortellessa): Verga, la vita e le opere;  Verga, Le novelle e la poetica verista; Il verismo e il discorso indiretto libero;  Verga, I Malavoglia, commento al cap. I.  Mastro don Gesualdo.

Verga e la fotografia

VERGA fotografo: CLICCA QUI.

Verga all’opera

Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana, 1890

Riccardo Muti dirige l'”Intermezzo” della Cavalleria Rusticana

Verga al cinema

Luchino Visconti, La terra trema, 1948, ispirato ai  Malavoglia.

La lupa, di Alberto Lattuada, 1953. CLICCA QUI.

L’ amante di Gramigna, di Carlo Lizzani, 1969. CLICCA QUI.

Bronte, di Florestano Vancini, ispirato alla novella Libertà. CLICCA QUI.

Malavoglia, di Pasquale Scimeca, 2010

Rosso Malpelo, di Pasquale Scimeca, 2007

 

 

 

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