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Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”

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“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”

Fahrenheit 451, film diretto da François Truffaut e con Oskar Werner, 1966

“La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica.”

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Rendono liberi e ci appassionano. Ecco perché i classici fanno bene

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«Que otros se jacten de las páginas que han escrito;/ a mí me enorgullecen las que he leído» («Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto;/ a me inorgogliscono quelle che ho letto»): nessun giro di parole avrebbe potuto esprimere meglio il senso del mio lavoro come questi due versi con cui Jorge Luis Borges apre la sua poesia intitolata Un lettore nell’Elogio dell’ombra. Non è certo la dichiarazione di modestia di uno dei più grandi scrittori del Novecento che fa al mio caso. Ma è il suo porre l’accento sulla vitale importanza della lettura che traduce bene, invece, lo spirito con cui ho concepito Classici per la vita: garantire che l’intero palcoscenico sia occupato dai testi citati e non dai brevi commenti che li accompagnano.
Non a caso questa piccola biblioteca ideale è frutto di un concreto esperimento fondato essenzialmente sull’esperienza della lettura. Negli ultimi quindici anni, infatti, durante il primo semestre di insegnamento, ogni lunedì ho letto ai miei studenti brevi citazioni di opere in versi o in prosa non necessariamente collegate al tema del corso monografico. Un test che ha contribuito, di volta in volta, a orientare le mie scelte di docente. Ho notato, in effetti, che proprio in quel giorno — in quella mezz’ora dedicata alla libera lettura di passi di scrittori, filosofi, artisti, scienziati — apparivano, in aula, anche volti nuovi tra gli allievi abituali: volti di giovani iscritti ad altri dipartimenti umanistici e scientifici o, addirittura, amici di frequentanti, attratti solo dalla curiosità di ascoltare la parola di un poeta o di un romanziere. Con il tempo, poi, i messaggi ricevuti e le casuali conversazioni mi hanno permesso di verificare che, finalmente, alcuni di loro si erano decisi a leggere più classici per intero.
Sciolta da qualsiasi necessità utilitaristica, la presenza di questo pubblico eterogeneo testimoniava un vero interesse per quello specifico autore o per quella particolare questione discussa nel suo testo. Proprio in questo spazio sperimentale, che chiamerei impropriamente «extraistituzionale», mi è sembrato di condividere con i miei studenti ciò che dovrebbe essere la maniera sana e autentica di relazionarsi con i classici. Le grandi opere della letteratura o della filosofia non si dovrebbero leggere per superare un esame, ma soprattutto per il piacere in sé che suscitano e per cercare di capire se stessi e il mondo che ci circonda. Nelle pagine dei classici, anche a distanza di secoli, è possibile sentire pulsare la vita nelle sue forme più diverse. La missione principale di un buon docente dovrebbe essere principalmente quella di ricondurre la scuola e l’università alla loro funzione essenziale: non quella di sfornare diplomati e laureati, ma quella di formare cittadini liberi, colti, capaci di ragionare criticamente e autonomamente.
Da questa esperienza sul campo, è nata l’idea di riproporre sulle pagine di uno dei più autorevoli settimanali italiani — «Sette» del «Corriere della Sera» — una scelta di brani che nel corso degli anni avevo letto ai miei studenti. Questo volume, infatti, raccoglie i testi che tra settembre 2014 e agosto 2015 ho selezionato per i lettori della rubrica, intitolata «Contro Verso». Ogni settimana ho proposto una breve citazione di un classico e ho cercato di evocare un tema a essa collegato. E come la stessa struttura grafica testimonia, l’ho fatto — nella rubrica e nel volume — ponendo in posizione centrale, con un corpo molto più grande, testi in versi e in prosa di autori antichi, moderni e contemporanei. Senza limiti temporali, linguistici e geografici, ho voluto privilegiare la parola di poeti, di romanzieri, di saggisti, ponendo al loro servizio anche il mio commento, composto da brevi osservazioni destinate esclusivamente a sottolineare questa o quella parola, questa o quella riflessione suscitata dalla lettura del brano.
Ecco perché sarebbe un errore considerare Classici per la vita per quello che non è: non è una raccolta di micro saggi; e non avrebbe potuto pretendere di offrirsi come un’esplorazione (lungo il solco tracciato da Erich Auerbach in Mimesis) del rapporto che può crearsi in una determinata opera tra la parte (il brano citato) e il tutto (il testo integrale), né di presentarsi come un’occasione per riflettere (sulla scia di Aby Warburg) sul ruolo rivelatore che, talvolta, può assumere un dettaglio «gravido di senso». Classici per la vita , in maniera più semplice, vuole essere soltanto un omaggio ai classici in un momento difficile per la loro esistenza.
Durante questi mesi, ho cercato di evitare il naufragio navigando tra gli scogli dello specialismo e quelli di una banale divulgazione. Cosciente di rivolgermi a un pubblico vasto ed eterogeneo, ho tentato di selezionare testi che potessero soddisfare, nello stesso tempo, le esigenze di lettori non specialisti e di lettori più esperti. Quanto le mie buone intenzioni abbiano poi trovato una benevola accoglienza è difficile dirlo.
Non bisogna, però, farsi illusioni. Gli assaggi di brani scelti non bastano, soprattutto nei programmi scolastici e universitari. Un’antologia non avrà mai la forza di scatenare quelle profonde metamorfosi che solo la lettura integrale di un’opera può provocare. Mi sembra difficile immaginare scintille di passione per un classico ridotto a formule manualistiche o smembrato in brevi ritagli. Ma, quando ci si rivolge a un pubblico più ampio, una buona raccolta di citazioni può aiutare a vincere l’indifferenza del lettore o a stimolare ancor più la sua curiosità fino a spingerlo a prendere in mano l’opera intera. Su questa sfida concreta si decide l’efficacia di un’antologia. Accontentarsi solo del singolo brano è di per sé un’evidente sconfitta.

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Le parole della democrazia

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Giulio Ferroni, “Il Sole 24 ore – Domenica”, 3 maggio 2015

La padronanza della lingua costituisce naturalmente la base di ogni sviluppo civile, di ogni svolgimento di pensiero e di conoscenza, di ogni condivisione, di ogni rapporto con gli altri soggetti e con l’orizzonte comune. E dato che ci è toccato in sorte di nascere e vivere in Italia, la lingua italiana deve necessariamente essere il fondamento di ogni educazione e di ogni ambito scolastico. Nonostante il fatto che di educazione linguistica e delle sue modalità (al centro di una didattica democratica) si parli da molti anni, il livello linguistico dei nostri giovani appare oggi particolarmente depresso: ricadono ormai nei luoghi comuni le lamentele sull’impoverimento del linguaggio delle giovani generazioni, che all’università si riscontra perfino in quei giovani che, per aver scelto facoltà umanistiche o specificamente letterarie, sembrerebbero dover avere, rispetto ad altri, maggiori disponibilità ad un buon uso del linguaggio. Questo impoverimento tocca in modo particolare il lessico, con la diffusa ignoranza di tanti termini “colti”, anche abbastanza diffusi e banali (e lasciamo perdere il lessico dell’antico linguaggio poetico, ormai del tutto defunto): ma agisce naturalmente in profondità anche sulla grammatica e la sintassi; e spesso capita che, pur entro forme grammaticali e sintattiche corrette, viene a perdersi l’articolazione logica, l’ordine e l’equilibrio razionale dell’argomentazione. La prevalenza ubiqua di un parlato eterogeneo fa sì che anche nella costruzione dello scritto prevalga l’elasticità e lo scoordinamento, che vengano meno le forme sintattiche complesse: si dissolve l’ipotassi e spariscono modi verbali come il congiuntivo. (…)
Sempre più necessaria appare una educazione alla parola: il che non significa restaurare forme linguistiche ingessate, ritornare all’elegante italiano colto degli elzeviristi, ma ritrovare la ricchezza della lingua, la proprietà lessicale, la misura logica dei suoi procedimenti, il suo valore di scambio civile, la continuità con ciò che essa è stata, con gli usi che ne ha fatto chi ci ha preceduto. In primo luogo vanno collocate la disposizione argomentativa, lo sviluppo ragionato del pensiero e la sua stessa narrabilità. Argomentazione e narrazione sono necessari fondamenti della democrazia: la lingua si impara e si trasmette insistendo sulla sua forza di contatto e di scambio, in un esercizio di argomentazione e di narrazione che il docente, argomentando e narrando, può suscitare e stimolare, a diversi livelli e nei diversi ordini di scuola, nei bambini e nei ragazzi. Oggi si parla frequentemente del valore dell’argomentazione come fondamento della democrazia: si riscopre il rilievo civile della retorica, si rinvia alle formule del grande Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e di Lucie Olbrecths-Tyteca; e si sottolinea il valore didattico della narrazione, anche nelle situazioni scolastiche più difficili. Sono tutte cose che passano per un esercizio attivo della lingua, che non può peraltro prescindere da una verifica delle sue forme: per questo la grammatica tradizionale e la vecchia desueta analisi logica continuano ad essere più produttive delle classificazioni e degli schemi della moderna linguistica, certo determinanti dal punto di vista scientifico, ma non produttivi per ciò che riguarda l’abitudine al corretto esercizio della lingua, ad una padronanza concreta delle sue strutture. Il rilievo dell’argomentazione e della narrazione, anche per la scrittura, rendono giustizia al valore del vecchio tema, contro cui negli anni passati è stata condotta una battaglia, degna di miglior causa. Non si tratta di tornare ad un’idea di tema come svolgimento di un ordine di pensiero già prefissato e standardizzato (con studenti disposti ad atteggiare tatticamente il proprio pensiero in corrispondenza alla presunta morale del docente), ma di far leva sulla vasta area di possibilità suggerita dalla stessa parola tema: partendo da parole-temi, da ambiti di significato da interrogare nella scrittura, argomentando e narrando, appunto.
In mezzo agli usi linguistici correnti, alle varie forme del linguaggio giovanile, alla pressione dei media e della pubblicità, la resistenza della scuola resta essenziale e imprescindibile: solo ad essa può essere affidata un’adeguata gestione della lingua, una salvaguardia della specificità logica, emozionale, culturale dell’italiano, della sua stessa forza di lingua del dialogo, dell’arte e della scienza. Dovremmo essere capaci di rilanciarla e di viverla come lingua della cittadinanza e della democrazia. Sempre più urgente un investimento nel suo insegnamento come lingua seconda: la gestione della lingua italiana al più alto livello possibile da parte degli immigrati deve essere un dato davvero essenziale, per una loro effettiva integrazione nel Paese dove hanno scelto di vivere e che non può privare i suoi cittadini, e in particolare quelli meno privilegiati e in più difficili condizioni, di una padronanza della lingua, necessario strumento di piena partecipazione ad una comunità civile. Ma in questo ambito credo che ci sia ancora tanto lavoro da fare, sia nell’organizzazione che nella formazione degli insegnanti.
Per una educazione alla parola non astratta, ma in atto, resta determinante il confronto con i temi e le situazioni delle letterature, con le dirette pratiche di lettura di opere relativamente complesse (della complessità adatta ogni volta al livello scolastico in questione). L’esercizio della lettura, e della lettura di qualità, capace di mettere in gioco i sentimenti e l’interesse di vita dei ragazzi, dovrebbe porsi come base spontanea della formazione linguistica: lettura come esperienza diretta, non vincolata dall’ossessione dell’analisi e della scomposizione, dalla sua funzionalità ad esercizi strutturali, a messa in campo di tassonomie e classificazioni. In tempi di crisi del libro e della lettura, il contrasto alla sua disaffezione può giungere solo da una capacità del docente di dare evidenza al rapporto dei libri con la vita, ai modi in cui possono parlare del presente anche e soprattutto quando sembrano venire da molto lontano: dando così evidenza al diverso e all’impossibile, al destino e al senso dell’esperienza.

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Memoria minuitur nisi exerceas

SOCRATE: Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d’Egitto c’era uno degli antichi dèi di quel luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l’Egitto era Thamus e abitava nella grande città dell’Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l’utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciscun’arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso.
Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».
E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora, essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.
Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con loro, perché sono diventati conoscitori di opinioni invece che sapienti.
PLATONE, Fedro, 274 c – 275 b, trad. it. G. Reale

A. ERCOLANI, Memoria e memorizzazione: dalle parole agli oggetti, Aulalettere Zanichelli, 2015

Umberto Eco, “Caro nipote, studia a memoria”, “L’Espresso“, 3 gennaio 2014
Claudio Lagomarsini, INTERNET, LA MEMORIA, IL MITO DI THEUTH. (RISPOSTA A UMBERTO ECO DA UN NIPOTE POTENZIALE), minima&moralia

Danilo di Diodoro, Oggi siamo tutti un po’ smemorati. Non chiedere troppo alla tua memoria,
“Corriere della Sera – Salute”, 15 febbraio 2015

La memoria di cui sono dotati gli esseri umani, in un mondo in cui ci sarebbero sempre più cose da ricordare, tende ad apparire ogni giorno meno adeguata. Sono tanti i ricordi e le informazioni che possono mancare all’appello nel momento in cui servirebbero: il nome di una persona già incontrata, il numero dell’ennesimo PIN, la password di quel sito internet al quale ci si era iscritti alcuni mesi prima, e così via. Quando le dimenticanze iniziano a ripetersi, subentra la preoccupazione, specie quando si avanza con l’età. Sarà normale una memoria tanto lacunosa?
Certo è che la quantità di informazioni da tenere a mente è aumentata a dismisura negli ultimi decenni, specialmente per chi è impegnato in attività professionali molto “esigenti” sotto questo profilo. Così, oltre ai veri disturbi della memoria, più o meno correlati al possibile sviluppo di demenze, gli specialisti stanno iniziando a individuare condizioni in cui la caratteristica fondamentale è l’insoddisfazione personale per le proprie prestazioni mnemoniche. È come se chi vive nel complesso mondo contemporaneo stesse prendendo coscienza della differenza tra una memoria ideale, capace di ricordare tutto quello che servirebbe, e la memoria reale, che non riesce invece a stare al passo.
Una di queste condizioni di memoria normale, ma percepita come insufficiente, è il cosiddetto disturbo funzionale della memoria . È uno stato nel quale ci si lamenta già da alcuni mesi delle prestazioni della memoria a fronte di un ambiente che richiederebbe di ricordare molte cose diverse. Non c’è nessuna specifica causa, né fisica né mentale. «È un disturbo più comune tra le persone che si collocano su un piano elevato dal punto di vista degli studi effettuati e dell’appartenenza professionale e socio-economica — spiegano gli autori di una ricerca in merito, guidati da Blackburn del Department of Neuroscience dell’University of Sheffield (Gran Bretagna) —. Persone che hanno un atteggiamento perfezionistico nei confronti delle prestazioni mnemoniche sono più a rischio di sviluppare una risposta di disadattamento a mancanze o errori di memoria, ma anche alle variazioni normali a cui questa funzione va incontro in seguito a cambiamenti dell’umore, allo stress, all’avanzare dell’età».
Il fenomeno può avere un carattere di automantenimento. Infatti, chi nota anche piccole difficoltà nella propria abilità di ricordare, aumenta il livello di attenzione nei confronti delle prestazioni cognitive, generando la sensazione che ci sia qualcosa che non va. «In poche parole — dicono i ricercatori — si sviluppa un vero sintomo cognitivo in seguito a un cattivo abbinamento tra una domanda di memoria molto esigente, ad esempio per motivi professionali o per la necessità di lavorare in multitasking, e le risorse mnemoniche disponibili». E più la condizione di stress si prolunga, più la memoria, spremuta, tende a funzionare male, così che la condizione diventa disturbante.
Un’altra condizione di memoria insoddisfacente, ma non necessariamente patologica, è il cosiddetto mild cognitive impairment (“deterioramento cognitivo lieve”). Si tratta di uno stato sulla cui natura, e soprattutto sulla cui evoluzione, ci sono molte perplessità anche tra gli esperti. Chi ne soffre manifesta una reale riduzione delle capacità cognitive, soprattutto quelle mnemoniche, ma il funzionamento della vita quotidiana è preservato. Può essere dovuta all’età, o essere la conseguenza di uno stato depressivo prolungato, di un cronico abuso di alcol. A questa variabilità di cause corrispondono sintomi sfumati e incostanti, e un’incertezza sull’evoluzione. «L’intenzione originaria di questa diagnosi era di consentire l’individuazione di persone ad alto rischio di Alzheimer o di altre condizioni neurodegenerative che possono portare alla demenza — spiegano i ricercatori —. Ma è un obiettivo che non si può considerare raggiunto». Infatti, in molti casi il deterioramento cognitivo lieve è una condizione transitoria, che consente un pieno recupero, come accade quando si supera uno stato depressivo protratto. Quindi, non ha nulla a che vedere con nessuna forma di demenza né presente né futura. «Eppure tra i non specialisti e la gente comune c’è la convinzione che qualunque grado di deterioramento cognitivo lieve indichi persone che procederanno inesorabilmente verso una forma di demenza» aggiungono gli autori dello studio. E una ricerca realizzata tra i neurologi americani ha dimostrato che perfino il 20% di loro aveva tale erronea convinzione.
Queste condizioni, un po’ a metà strada fra lo stato normale e quello patologico, indicano che tra di essi non vi è una netta separazione. Si può avere una perdita di alcune funzioni cognitive del tutto transitoria, o stabile ma che non procederà mai oltre, mentre solo pochi casi diventeranno vera demenza. La ricerca è impegnata a individuare il più precocemente possibile proprio quegli specifici casi.

Benvenuto, Montag!»
«Ma io non appartengo al vostro mondo» disse finalmente Montag, lentamente. «Io sono stato solo un idiota per tutta la mia vita!»
«Oh, siamo avvezzi a cose del genere. Tutti noi abbiamo commesso la specie giusta di errori, diversamente non saremmo qui. Quando eravamo singoli, separati individui, non avevamo altro che una gran rabbia in corpo. Io presi a pugni un milite del fuoco, venuto a bruciare la mia biblioteca, anni fa. Da allora, sono un fuorilegge. Vuoi dunque essere dei nostri, Montag?»
«Sì.»
«Che cosa hai da offrire?»
«Nulla. Credevo di avere parte dell’Ecclesiaste e forse un po’ dell’Apocalisse da dare, ma ormai non ho nemmeno più questi.»
«Il Libro dell’Ecclesiaste sarebbe una cosa magnifica. Dove lo avevi?»
«Qui» e Montag si toccò la fronte.
«Ah» sorrise Granger, annuendo.
«Che cosa c’è di male? Non è giusto, forse?» disse Montag.
«Più che giusto: perfetto!» Granger si volse al Reverendo: «Abbiamo un Libro dell’Ecclesiaste?»
Uno solo. Presso un certo Harris, a Youngs town.»
«Montag», e Granger strinse forte la spalla di Montag. «Sii prudente.
Abbi cura della tua salute. Se dovesse succedere qualcosa a Harris, “tu” sei il Libro dell’Ecclesiaste. Vedi come sei diventato importante da un minuto a questa parte?»
«Ma non me lo ricordo più!»
«No, niente mai si perde veramente. E poi conosciamo qualche sistema per liberarti dei tuoi disturbi di trasmissione.»
«Ma ho già tanto cercato di ricordare!»
«Non sforzarti oltre. Ti ritornerà in mente, quando ne avremo bisogno.
Tutti noi abbiamo la memoria fotografica, ma sprechiamo l’intera esistenza a imparare a rimuovere le cose che in questa nostra memoria si contengono. Il nostro Simmons, qui, ha lavorato per vent’anni sul problema ed ora abbiamo il metodo mediante il quale ricordare tutto quanto s’è letto una volta. Ti piacerebbe, uno di questi giorni, Montag, leggere la “Repubblica” di Platone?»
«Ma certo!»
«Sono io la “Repubblica” di Platone. Vuoi leggere Marc’Aurelio? Il professor Simmons è Marc’Aurelio.»
«Molto lieto» disse Simmons.
«Piacere» disse Montag.
«Voglio presentarti Gionata Swift, autore di quel malvagio libro politico, “I Viaggi di Gulliver”! E quest’altro è Carlo Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein, e questo al mio fianco è il signor Albert Schweitzer, un pensatore di gran cuore, davvero! Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, il Mahatma Gandhi, Gautama Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson, Lincoln, se permetti. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni.»
Tutti intorno risero sommessamente.
«Impossibile» disse Montag.
«Oh, possibilissimo, anzi!» rispose Granger con un sorriso. «Perché anche noi siamo dei bruciatori di libri. Leggevamo i libri e poi li bruciavamo, per paura che ce li trovassero in casa. I microfilm non servivano, eravamo sempre in viaggio, non volevamo dover sotterrare il film in attesa di ritornare. Sempre il rischio di essere scoperti!
Meglio tenersi tutto quanto in testa, dove nessuno può venire a vedere o sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi di storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Paine, Machiavelli o Gesù Cristo, ecco tutto”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953

Edoardo Boncinelli, Ogni notte riplasmiamo i ricordi da trattenere, “Corriere della Sera – La Lettura”, 18 gennaio 2015

La memoria è una facoltà straordinaria, forse la più fantastica che possediamo, al pari del linguaggio e della coscienza, ma ne sappiamo assai poco. Sappiamo che i nostri ricordi vengono acquisiti attraverso un organo specifico, l’ippocampo, e poi, se tutto va bene, fissati in qualche parte della corteccia cerebrale (ma ignoriamo dove). Anzi, non sappiamo nemmeno come sono scritti i ricordi, cioè conservati in maniera stabile o quasi stabile. Uno dei grandi compiti che i neuroscienziati dovranno affrontare nel prossimo futuro è proprio quello di determinare dove e come sono scritti i nostri ricordi, che prenderanno probabilmente la forma di tracce mentali custodite in un certo numero di cellule nervose, o forse un po’ in tutte.
Quello che abbiamo appreso di recente, però, è che queste tracce nervose non rimangono lì inerti e fisse, ma vengono sistemate e riorganizzate di continuo. Tale fatto può stupire perché il modo che a noi sembrerebbe migliore per conservare intatti i ricordi è quello di non toccarli proprio. Ma non è così. Per conservarli nella maniera più efficace sembra necessario modellarli e rimodellarli in continuazione, diciamo a intervalli regolari, anche perché di ricordi se ne accumulano sempre di nuovi e occorre «spostare» i vecchi per lasciar posto ai nuovi senza perdere né questi né quelli. Che cosa ciò voglia dire è perfino difficile da immaginare, ma le osservazioni sperimentali ci dicono che è così e che il processo in questione non si arresta mai.
Da ragazzo ho imparato per esempio il teorema di Pitagora e me lo ricordo, anche se passo lunghi periodi di tempo senza farne uso, senza rinfrescarne il ricordo. Ma nel frattempo ho imparato tante altre cose, tante altre nozioni e memorie di eventi che mi sono accaduti. È concepibile quindi che l’immagine interiore del teorema di Pitagora che avevo allora sia diversa da quella che ho oggi e che entrambe siano diverse da quella che potevo avere quando mi sono laureato, tanto per dirne una. Ho imparato per esempio nel frattempo che non tutta la geometria è euclidea, pertinente cioè a uno spazio privo di curvatura. Esistono le geometrie non euclidee, a curvatura positiva o negativa, e per quelle il teorema di Pitagora prende forme ben diverse. Anche se non faccio il matematico e non so dire che forma prenda, ho acquisito comunque una nuova consapevolezza e per me il significato del teorema non può essere stato sempre lo stesso nel tempo. Per non parlare di cose che ho appreso di recente, come l’espansione dell’universo o l’esistenza della materia oscura.
Se i ricordi fossero taccuini conservati in un armadio o anche solo file elettronici conservati nella memoria di un hardware, con il passare degli anni l’armadio o la memoria dell’hardware dovrebbero essere sempre più grandi e a un certo momento raggiungere limiti invalicabili, tuttavia sappiamo che non è così. Posso sempre acquisire nuove nozioni o il ricordo di nuovi fatti senza per questo perdere il teorema di Pitagora né il ricordo della mia cresima.
Non riesco proprio a immaginare come questo sia possibile, ma arrivo a capire come il lavoro implicato in quest’opera sia titanico e allo stesso tempo della massima precisione. Un po’ accade tutte le notti. Il sonno è necessario — senza si muore — ed è necessario in particolare per l’acquisizione e la conservazione dei ricordi. Durante la notte il nostro cervello riesamina tutto quello che abbiamo imparato o percepito durante il giorno, vengono eliminati probabilmente un sacco di dettagli «inutili» — ma che cosa è inutile in biologia? — e quello che resta viene preparato per l’immagazzinamento. Per ottenere questo occorrerà fare un po’ di posto per il nuovo senza perdere il vecchio e, soprattutto, senza perdere le connessioni, logiche e meno logiche, fra le varie nozioni e i vari vissuti. Questo misteriosissimo lavorìo crea nuovi ricordi e conserva i vecchi, ma soprattutto trasforma le percezioni di ogni tipo in ricordi veri e propri. È concepibile che ciascuno abbia un po’ il suo stile. Noi siamo i nostri ricordi e in primo luogo il tipo di criterio utilizzato per far prendere forma di ricordo alle nostre percezioni.

Giulio Camillo Delminio, Disegno per il Teatro di memoria (1550)

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To be continued…

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Miei cari giovani americani ecco perché l’odio non serve più

“Un evento nella vita dei maschi ritenuto un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite, quello è un uomo“
di Kurt Vonnegut, “La Repubblica”,  2 febbraio 2015

Nel 1978, rivolto agli studenti di un college, un irriverente Kurt Vonnegut metteva a nudo i vizi della sua generazione.  Il testo di Vonnegut anticipato da “Repubblica” è compreso nel libro Quando siete felici, fateci caso ( minimum fax, pagg. 107). Il volume raccoglie una serie di discorsi dello scrittore americano dal 1979 al 2004.

OGNI società primitiva che sia mai stata studiata aveva un rito di passaggio all’età adulta, con il quale quelli che prima erano bambini diventavano indiscutibilmente uomini e donne. Alcune comunità ebraiche onorano tuttora questa antica pratica, come sappiamo, e secondo me ne traggono beneficio. Ma, in generale, le società ultramoderne e industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta — a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni. Se lo si vuole contare, va detto che come rito di passaggio ha comunque una caratteristica molto insolita: l’età adulta può essere successivamente revocata da un giudice, anche a una persona anziana come me.
Un altro evento nella vita dei maschi americani ed europei che potrebbe essere considerato un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite serie, tutti concordano: quello è indubbiamente un uomo.
Quando sono tornato a casa, a Indianapolis, dopo aver combattuto in Germania nella seconda guerra mondiale, un mio zio mi disse: «Perbacco, adesso sì che sembri un uomo». Avrei voluto strangolarlo. Se l’avessi fatto, sarebbe stato il primo tedesco che uccidevo. Ero un uomo anche prima di andare in guerra, ma lui col cavolo che l’avrebbe ammesso.
Io avanzo l’ipotesi che privare i giovani maschi di un rito di passaggio all’età adulta nella nostra società attuale sia un espediente, ideato in maniera astuta ma inconscia, per rendere quei maschi ansiosi di andare in guerra, per quanto possa essere terribile o ingiusta una guerra. Esistono anche guerre giuste, ovviamente. Si dà il caso che la guerra in cui ero ansioso di combattere io fosse giusta.
E quand’è che una femmina smette di essere una bambina e diventa una donna, con tutti i diritti e i privilegi che ne conseguono? La risposta la sappiamo tutti, istintivamente: quando fa un figlio all’interno del matrimonio, è chiaro. Se quel primo figlio lo fa al di fuori del matrimonio, è ancora una bambina. Cosa potrebbe esserci di più semplice, più naturale e più ovvio – o, al giorno d’oggi e in questa società, di più ingiusto, insignificante e semplicemente stupido?
Secondo me faremmo meglio, per il nostro stesso bene, a ripristinare i riti di passaggio all’età adulta. […] Molti di voi sapranno senz’altro che tutti i bianchi di nome Clark discendono da abitanti delle Isole Britanniche che si distinguevano per la loro capacità di leggere e scrivere. Un nero di nome Clark, ovviamente, discende con ogni probabilità da qualcuno che era costretto a lavorare senza paga né diritti di alcun tipo per un bianco di nome Clark. Famiglia interessante, i Clark. […] Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.
A che serve essere un Clark, adesso che abbiamo i computer, i film e la tv? Clarkeggiare, attività assolutamente umana, è qualcosa di sacro. La tecnologia no. Clarkeggiare è la forma di meditazione più profonda ed efficace praticata su questo pianeta, e supera di gran lunga qualunque sogno fatto da un guru indiano in cima a una montagna. Perché? Perché i Clark, leggendo bene, sono in grado di pensare i pensieri delle menti umane più sagge e più interessanti di tutti i tempi. Quando i Clark meditano, anche se personalmente hanno solo un intelletto mediocre, meditano con i pensieri degli angeli. Cosa potrebbe esserci di più sacro?
E questo è quanto, in fatto di età adulta e di Clark. Rimangono da trattare soltanto due altri argomenti fondamentali: la solitudine e la noia. Qualunque sia la nostra età in questo momento, è sicuro che durante il resto della nostra vita ci annoieremo e ci sentiremo soli.
Ci sentiamo così soli perché non abbiamo abbastanza amici e parenti. Gli esseri umani dovrebbero vivere in famiglie allargate stabili, di mentalità affine, composte almeno di cinquanta persone ciascuna. […] Il matrimonio è in crisi perché le nostre famiglie sono troppo piccole. Un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo. Ci proviamo, ma c’è poco da meravigliarsi se così tanti di noi non reggono.
Quindi consiglio a tutti i presenti di entrare a far parte di associazioni di ogni tipo, per quanto possano essere ridicole, semplicemente per avere più persone nella propria vita. Poco importa se tutti gli altri membri sono dei coglioni. Quello che ci serve è un gran numero di parenti di qualunque tipo. Quanto alla noia, Friedrich Wilhelm Nietzsche aveva da dire questo: «Contro la noia perfino gli dei combattono invano». È normale annoiarsi. Fa parte della vita. Imparate a tollerarlo […].
La stampa, che si occupa di sapere e capire tutto, spesso constata che i giovani sono apatici (specie quando gli opinionisti e i commentatori non trovano altro di cui parlare o scrivere). La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il Geritol.
Be’, in quanto membro di una generazione più vispa, con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.
Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l’odio batte di gran lunga la cocaina pura. Hitler ha fatto risorgere un paese sconfitto, in bancarotta e mezzo morto di fame grazie all’odio e nient’altro. Pensate un po’.
Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio, insieme ad altre cose ovviamente.
I ragazzi […] oggi non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio. È l’odio la vitamina, o il minerale, o come lo vogliamo chiamare, che manca nella loro dieta; si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.
©2-013, 2-014 by Kurt Vonnegut Jr. Copyright Trust – minimum fax 2-015. Pubblicato in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ( P-NLA). Traduzione di Martina Testa

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Portate la fisica nella narrativa. E viceversa

Philippe Forest con «Il gatto di Schrödinger» scrive un romanzo «quantico», Carlo Rovelli parla di scienza in modo letterario. Ma gli autori italiani trascurano queste contaminazioni
Mauro Covacich, “Corriere – La Lettura”,  7 dicembre 2014

In questi giorni sono usciti due libri molto diversi che nondimeno, letti insieme, sembrano rimettere in circolo il flusso di pensieri che dalla letteratura conduce alla fisica e viceversa — due libri i cui autori non tessono blandamente le lodi del campo avverso, ma impiegano in modo antiretorico l’uno il linguaggio dell’altro, giovandosene a tal punto da produrre: il primo, un mirabile quanto inquietante oggetto che potremmo definire romanzo quantico; il secondo, una dissertazione di grande valore letterario sui rudimenti della fisica del ventesimo secolo.
Nel primo libro, Il gatto di Schrödinger (Del Vecchio Editore), Philippe Forest utilizza il più famoso esperimento mentale della fisica moderna come chiave di lettura, per non dire immagine-mondo, della sua propria esistenza personale. Erwin Schrödinger, insignito del premio Nobel grazie alla scoperta dell’equazione d’onda, nel 1935 inventa, con intenzioni paradossali e sottilmente burlesche, un esperimento mentale in cui dimostrare l’assurdità dell’interpretazione troppo letterale del principio di sovrapposizione sostenuto da Bohr e Heisenberg. Questo fondamento della meccanica quantistica infatti, una volta esteso dalla realtà subatomica alla macro-realtà (la nostra), comporterebbe che, come per l’indeterminazione degli stati delle particelle, anche per un gatto chiuso in una scatola sia necessario supporre la coesistenza simultanea di stato di vita e stato di morte fino a quando un osservatore non verifichi direttamente.
Il cortocircuito con l’esperimento si crea nella mente di Forest, il giorno in cui un gatto entra anche nella vita dello scrittore. Accade d’un tratto, durante un breve soggiorno di riposo nella casa al mare. È un gatto che sembra sbucare dal nulla, come partorito dall’oscurità in cui affonda il muro del giardino, un gatto venuto dalla notte a offrire la sua calda presenza di animale in un’esistenza fredda anche d’estate, quella di un uomo tramortito e, verrebbe da dire, evacuato, reso inabitabile dal dolore.
Philippe Forest ha raccontato il suo dolore nel capolavoro ustionante Tutti i bambini tranne uno, ma qui, a distanza di quindici anni, accenna appena alla morte di sua figlia, evitando con maestria l’impiego di un’arma infallibile come la commozione. Piuttosto perlustra il suo stato mentale insieme al nuovo ospite, venuto a fargli visita dalla realtà indefinita che si cela oltre il muro di cinta, realtà-non-realtà ovvero realtà «sovrapposta» alla quale il gatto torna spesso con un semplice balzo e dalla quale altrettanto improvvisamente riappare. Così per un anno.
Sono weekend fatti di passeggiate per sentieri sabbiosi e contemplazioni notturne qua e là interrotte da dialoghi con una voce femminile non meno evanescente del nuovo inquilino a quattro zampe. Forest cammina, fuma, sorseggia un whisky, osserva le misere piante del giardino, scambia poche parole con la sua compagna. È vivo ma, nello stesso tempo , è anche morto, come una particella subatomica e, a dispetto di Schrödinger, come il gatto che viene a trovarlo. Questa almeno è la sensazione che si è fatta largo in me mentre leggevo, al punto da lasciarmi credere che il libro fosse diventato la scatola stessa dell’esperimento, con lo scrittore autorecluso al posto della cavia. Ma a rendere particolarmente importante questo libro è il fatto che Forest non fa un uso suggestivo, estetizzante, del linguaggio scientifico. Al contrario, affronta la fisica con autentico desiderio conoscitivo, importandola nel territorio della letteratura senza disinnescarla.
Nel secondo libro, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), Carlo Rovelli sembra riprendere a distanza il dialogo. Come la carica esplosiva della meccanica quantistica resta intatta nel romanzo di Philippe Forest, così il valore della scrittura è tutt’altro che ornamentale nel saggio dello scienziato. La curvatura dello spazio, le onde gravitazionali, i pacchetti di energia, il bosone, il tempo, il fatto che passato e presente esistano «solo quando c’è calore», ogni cosa viene spiegata in modo che sia compresa anche da una persona mediamente scolarizzata. Al di sotto la semplificazione scadrebbe nella retorica del facilese.
Non si tratta di parlare ai bambini, Rovelli vuole richiamare l’attenzione sulla bellezza di quelle scoperte, sull’eleganza delle loro equazioni, non banalmente divulgare. La fisica gode da sempre di grandi divulgatori — oggi, su tutti, l’anglo-iracheno Jim Al-Khalili —, ma per suscitare un interesse vero nell’interlocutore serve una scrittura non vicaria, che resti alta, limpida e insieme seduttiva, come quella di Rovelli.
Questa zona di intersezione tra scienza e letteratura è quasi per nulla frequentata in Italia, se si esclude il grande esempio di Daniele Del Giudice, la cui vocazione leonardesca lo rende affine a Paul Valery. Circa vent’anni fa, alla Sissa di Trieste (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) Claudio Magris ha curato un seminario interdisciplinare a cui sono intervenuti molti scienziati. Sembrava l’inizio di qualcosa, ma non è stato così. In America vengono subito in mente Il dilemma del prigioniero di Richard Powers, La stella di Ratner di Don DeLillo, le considerazioni sul tennis e la trigonometria o le note di Infinite Jest di David Foster Wallace (trascuro colpevolmente, avendo interrotto per limiti di comprensione, il saggio sull’infinito).
Da noi invece anche i giovani tecnicamente più equipaggiati, parlo di narratori con un dottorato in matematica come Chiara Valerio o in fisica teorica come Paolo Giordano, solo di rado lasciano affiorare i loro saperi sulla pagina, e lo fanno con timidezza, quasi temessero di disturbare il lettore. Allora mi permetto una richiesta, a tutti gli scrittori scienziati: non rifilateci manualetti for dummies, fateci entrare davvero nel vostro mondo e noi proveremo a seguirvi. E dove non capiremo, sarà bello lo stesso. La letteratura è piena di cose belle e incomprensibili almeno dai tempi di Finnegans wake.

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Tutto in 5 minuti. Benvenuti nella cultura della “parte per il tutto”

García Marquez? I suoi incipit. “Casablanca”? La scena finale. Seneca? Bastano gli aforismi
È l’epoca del pensiero corto, ci illudiamo di conoscere un’opera gustandone solo un pezzo
Rischi? Come disse Woody Allen, “Ho letto in due minuti Guerra e pace con la lettura veloce. Parlava della Russia”

Maurizio Ferraris, “La Repubblica”,  30 novembre 2014

IL 7 novembre 1785 Goethe scrive a Charlotte von Stein: «Continuo a leggere Linneo: vi sono costretto, dato che non ho altri libri. Del resto è il miglior modo per leggere coscienziosamente un libro, un modo nel quale devo esercitarmi spesso, dato che non mi accade facilmente di leggere un libro sino in fondo». Se quello era Goethe, figuriamoci noi, oggi, nell’epoca del pensiero corto, del pensiero contratto e della lettura frammentaria non per mancanza di tempo (che a ben vedere è l’unica cosa al mondo che non possa diminuire), bensì per eccesso di offerta. E per l’abitudine internettiana di far durare qualcosa — la visione di un video, così come la lettura di una pagina web — per un tempo brevissimo, i classici cinque minuti.
Per far ascoltare ai suoi estimatori tutto L’anello del Nibelungo già Wagner li dovette sequestrare in un apposito teatro a Bayreuth. Oggi i loro pronipoti ascoltano La cavalcata delle Valchirie su YouTube, possibilmente nella versione di Apocalypse Now, più breve e movimentata. La parte sta per il tutto, lo sovrasta e lo cancella. Quando morì García Márquez i siti di tutto il mondo pubblicarono gli incipit dei suoi libri più famosi. Questo contribuirà all’oblio di Marquez più che un rogo di libri: conoscendo le prime due righe, i più avranno pensato di aver letto i romanzi, proprio come, un tempo, chi aveva fatto montagne di fotocopie si convinceva di aver letto anche gli ardui articoli fotocopiati. Lo stesso accade per i trailer cinematografici. Quello dell’ultima parte della trilogia tolkeniana dello Hobbit, La battaglia delle cinque armate, ha fatto protestare i fan perché è troppo completo; il che, a ben vedere, non è problematico ma emblematico: se un trailer di qualche minuto rischia di sostituire un film di tre ore, è lecito pensare che nel film ci siano due ore e cinquantasette minuti di troppo. Sapere che il film può ridursi al trailer non manca di condizionare la sceneggiatura. È probabile che Michael Curtiz, il regista di Casablanca, fosse consapevole delle scene madri presenti nel film. Ma non sapeva che oggi ben pochi si metterebbero su YouTube a vedere il film intero, preferendo l’estasi del frammento, e che tra costoro i più giovani non sapranno neppure che la parte rinvia a una totalità, senza la quale non è chiaro perché Ingrid Bergman tenga tanto a riascoltare As Time Goes By.
Bene, un regista di oggi questo lo sa, e costruisce il racconto in vista, prima di tutto, di ciò che metterà nel trailer — il resto non è principio attivo, ma eccipiente.
In altri casi ancora, il gusto del frammento si trasferisce da wikiquote al libro. Ad esempio, in una collana di Chiarelettere, Feelbook, Kafka ridotto ad alcuni suoi frammenti diventa guru della dieta (In forma con Kafka; c’è, anche, meno sorprendentemente, un Più saggi con Seneca: ma credetemi, è più facile diventare magri con Kafka che saggi con Seneca). E il quasi arcigno quotidiano The Guardian ha elaborato una serie di microcommedie da 5 minuti, però a onor del vero non c’è molto di nuovo sotto il sole: Achille Campanile si era portato avanti con le sue Tragedie in due battute, e sono passati sessant’anni da quando Augusto Monterroso ha scritto il romanzo più breve di tutti i tempi: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì».
In altre parole: la parte per il tutto, il frammento per l’intero. Con la conseguente illusione di padroneggiare una qualsiasi opera complessa — libro, concerto, film — gustandone solo un pezzo. E con un’intera generazione, quella dei nostri figli, che conosce e conoscerà i grandi capolavori di ogni settore dello scibile solo così, a piccoli pezzi. I rischi del pensiero corto sono sintetizzati (accorciati?) nella battuta di Woody Allen: «Ho letto in due minuti Guerra e pace con un sistema di lettura veloce. Parlava della Russia».
Tuttavia vorrei spiegare perché quella del pensiero corto, della citazione esemplare e spesso sbagliata, dello stereotipo fuorviante, sia una tentazione così forte. Non solo per noi, ma anche per i nostri antenati. Dopotutto, il Kafka nutrizionista non è più bizzarro dell’uso di Virgilio nel Medio Evo, quando l ’Eneide veniva adoperata come un libro sibillino da cui trarre profezie (di qui un possibile volumetto della collana di Chiarelettere: una antologia della Divina Commedia intitolata Viaggiare con Virgilio). La frammentarietà, cioè non solo il breve, ma l’incompiuto, può essere una scelta estetica, per esempio nel Romanticismo — un romanticismo eterno e non ancora concluso: fedele all’elogio del frammento in Schlegel, il Passagenwerk di Benjamin consiste in una incompiuta (dunque frammentaria) raccolta di frammenti tratti dalle fonti più disparate. Altre volte può essere un modo per trasmettere il sapere in modo compatto anche se compendiario. Le sette meraviglie del mondo sono le antenate delle compilation “le dieci canzoni più belle di sempre”; il resto è destinato all’oblio. Inoltre, spesso si legge sotto stress, per consultare, passando da un testo all’altro, e anche qui non da oggi. Nella Biblioteca Palafoxiana di Puebla, in Messico, fondata nel 1646, ricordo di aver visto un curioso marchingegno: una serie di ripiani disposti a ruota, come le pale di un mulino ad acqua. Su ogni pala si poneva un libro, e questo permetteva allo scrivente di disporre di più libri contemporaneamente, facendo girare la ruota. Ricordo di aver mandato la cartolina che raffigurava questo antenato del web a Jacques Derrida, che per parte sua aveva escogitato vari sistemi ingegnosi per consultare più libri contemporaneamente, e che alla domanda di rito del giornalista «Ha letto tutti i libri che ha in casa?» rispose: «Solo due o tre, ma molto molto bene». Altre volte il frammento non è una scelta, ma una necessità: è tutto quello che abbiamo. Si pensi ai famosi (e famigerati) frammenti dei Presocratici, di fronte ai quali il lettore deve comportarsi come il paleontologo, che dall’osso cerca di risalire allo scheletro, e poi di immaginarsi l’animale tutto intero. Di Anassimandro ci restano in tutto due righe, su cui si è strologato per millenni ricavandone un manuale di zoologia fantastica.
La logica della parte per il tutto illustra così almeno tre meccanismi implacabili che accompagnano la trasmissione dello scritto dalle piramidi al web: il frammento nasconde e cancella l’intero; la censura e la rimozione eccitano la curiosità, come nel caso dei testi degli eretici che sopravvivono nei libri degli inquisitori; e, soprattutto, “dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio” (c’è la concreta possibilità che, col tempo e per complesse circostanze di trasmissione, di Zizek restino soltanto le barzellette, tradotte in italiano da Corbaccio).

Valerio Magrelli, Da Proust a Wilde la lunga strada delle scorciatoie. 
È un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura e coincide con l’intento di impadronirsene ma evitando ogni fatica

L’IDEA di una letteratura in pillole parte dall’assunto che sia possibile spremere il succo di un libro buttandone la buccia, come da un frutto si estraggono le vitamine per una compressa. Si tratta di un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura, e coincide con l’intento di impadronirsene, sì, ma evitando ogni fatica. Lunga, dunque, è la strada delle scorciatoie. Sin dall’antichità, la passione per i libri è andata di pari passo con la speranza di riuscire a leggerli senza sforzo. In apparenza paradossale o perverso (perché fare sesso più in fretta del necessario?), questo desiderio dipende in realtà da un fatto preciso: l’opera d’arte produce vantaggi anche extra-letterari — basti vedere l’amore delle citazioni nei discorsi politici. D’altronde, proprio per mostrare gli indubbi benefici legati all’ostentazione della cultura, il sociologo Pierre Bourdieu ha parlato di come il gusto crei una “distinzione” sociale. Ma che senso ha cercare di ottenerla senza attraversare le forche caudine del tempo, dello sforzo, della dedizione?
La lunga strada delle scorciatoie inizia con la mnemotecnica, cioè con un insieme di sistemi per imparare a ricordare meglio e più in fretta. Da Quintiliano a Giordano Bruno, una pratica simile serviva sia ai filosofi, sia agli oratori. In certo modo, è quanto promettono oggi i metodi di “lettura diagonale”, oppure una nuova app volta a risparmiare quell’80 per cento del tempo che la retina dissipa durante la lettura di un libro (visto che solo il restante 20 per cento risulta effettivamente dedicato alla sua comprensione). In attesa che queste tecniche diano qualche risultato, ci si continua a esercitare sugli autori considerati più difficili.
Sia chiaro: c’è anche chi rifiuta la lettura in toto. Prendiamo l’incontro con l’opera di Proust (che, seppure a suo modo, resta fra le esperienze più avvincenti). Un poeta come Paul Valéry ammise di averla letta «appena appena» — il che, riferito a un romanzo di sette volumi, pone seri problemi di interpretazione. Ben più perentorio, Anatole France scrisse: «La vita è troppo corta, e Proust, troppo lungo». Snobismi. Tornando ai nostri lettori in cerca di scorciatoie, come assaporare capolavori che esigono grande impegno? Senza citare quelli che il critico cileno Jorge Edward chiamò I tentativi impossibili ( da Finnegans Wake di Joyce, a Paradiso di Lezama Lima), come avvicinarsi a certe vette narrative? Esiste un uso “omeopatico”, ovvero per minime dosi, dei testi sacri? Possiamo spizzicarli, cioè attingervi in forma metonimica, secondo la figura retorica che indica “la parte per il tutto”?
Dipende. In Leopardi, ad esempio, la sintesi delle poesie e la densità della prosa nelle Operette morali, giustificano una lettura parziale dello sterminato Zibaldone, anche perché questo diario intellettuale (integralmente letto solo da pochi studiosi) consiste di sezioni spesso autonome. Con un romanzo-fiume, tuttavia, le cose si complicano. Cosa fare per poter dire di averlo letto? estrarne qualche passo? scorrerlo velocemente? La risposta più acuta e provocatoria è di Pierre Bayard, che nel saggio Come parlare di un libro senza averlo mai letto ( Excelsior, 2007), sostiene: «Essere colti, significa sapere orientarsi all’interno di un libro, e tale orientamento non implica la sua lettura integrale, bensì il contrario. Si potrebbe addirittura affermare che maggiore è questa capacità, minore sarà la necessità di leggere quel libro in particolare».

Per Bayard, un libro non si limita a se stesso, ma è costituito dal mobile insieme di tutta una serie di scambi suscitati dalla sua circolazione. Pertanto, ancor più che leggerlo, impadronirsene significherà prestare attenzione a tali scambi. Così, ha precisato Umberto Eco, si potrà scoprire di conoscere libri mai letti, poiché nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ambito. D’altronde Oscar Wilde spiegò che, per riconoscere la qualità di un vino, non occorreva bersi un’intera botte. Ciò detto, non-lettori di tutto il mondo, unitevi!, e fate vostra un’altra celebre frase del medesimo autore: «Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato».

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Leggere è un vizio

“Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere più intensamente,  è una perversione,  un morbo divorante”. Ingeborg Bachmann, Malina, Adelphi, 2003

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“Into the wild”

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Valentina Pigmei, DI NUOVO SELVAGGI: IL FASCINO ESTREMO DELL’ESSENZIALE, “Pagina 99” e “Minima & Moralia”

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.
Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chi lo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.
“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.
Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tesson sa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo. LEGGI TUTTO…

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L’istinto di narrare

E. Ferrero, Evolversi con le storie, “Il Sole 24 ore”, 30 marzo 2014

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.
È questa la tesi di fondo del libro di Jonathan Gottschall, docente di inglese al Washington & Jefferson College di Pittsburgh, che si muove darwinianamente tra biologia, psicologia, neuroscienze e letteratura (The storytelling animal è il titolo originale, più suggestivo di quello italiano). Siamo dunque in presenza di un istinto fondativo, come già sapeva Sharazade, che riusciva a sospendere la sua condanna a morte incantando il sultano con le sue narrazioni. Sappiamo benissimo che i racconti che produciamo o ascoltiamo sono fittizi, eppure ne abbiamo un bisogno assoluto. È una narrazione anche la politica, quasi un talent dove i giudici sono i cittadini che votano (spesso preferendo inganni piuttosto evidenti a scelte razionali). Forse lo è persino la scienza, almeno fino a quando non sottopone le sue «narrazioni» a verifica; di sicuro la psicoterapia, dove il terapeuta diventa una sorta di editor del racconto che il paziente fa della propria vita, e cerca di metterlo in pulito.
Tuttavia l’uomo non sembra cercare storie a lieto fine. Al contrario, dimentica per un istante la sua quotidianità per immergersi in vicende complicate e spaventevoli: Edipo che si acceca per l’orrore, Medea che uccide i propri figli, i cadaveri di cui rigurgitano i drammi di Shakespeare, persino le truculente fiabe dei Grimm. La finzione narrativa si basa su problemi, conflitti, difficoltà d’ogni genere e sul loro superamento finale, come già aveva accertato Propp (curiosamente assente dal libro).
Esiste insomma una grammatica generazionale delle storie, ma perché il nero, la paura, l’orrore vi occupano una parte prevalente? Perché, sostiene Gottschall, le storie, a partire dai miti sono come dei simulatori di volo che, ponendoci di fronte a situazioni difficili, ci insegnano a elaborare i comportamenti adatti a gestirle. Sono lo spazio in cui sviluppiamo le competenze necessarie alla vita sociale. Esperimenti di laboratorio hanno dimostrato che anche gli animali sognano situazioni di pericolo o di paura, che rappresentano per loro come per gli umani un ottimo training.
La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa. C’è chi, come Richard Dawkins, sostiene che il lato oscuro e violento di certe religioni rappresenta un tragico difetto del l’evoluzione. Altri biologi pensano invece che la religione faccia funzionare meglio le società umane, connoti i gruppi, favorisca la coesione, mantenga l’ordine, privilegi l’utilità collettiva.
Qualcuno ha detto che la verità avvelena la fantasia. La nostra disponibilità a immaginare al di fuori d’ogni logica non si estende per fortuna alla sfera morale. Anche quando parla di atrocità e orrori, la funzione narrativa sottintende un senso etico, un giudizio morale. La violenza non è (per lo più) presentata in modo neutro, anche se il discorso non vale per cinema e video, dove per via dei neuroni specchio i comportamenti violenti finiscono per creare assuefazione e produrre aggressività.
E oggi? Qualcuno teme per la conservazione delle forme finzionali, alte o basse che siano ma, come è stato scritto, il futuro è poco promettente per la realtà. Grazie alle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali, vivremo immersi in mondi sempre più virtuali e sempre meno fisici. La vera migrazione che l’umanità sta compiendo non è e non sarà quella verso lontani pianeti, ma verso i continenti fittizi offerti da tablet e smartphones. In questa overdose di virtualità si annidano molti pericoli. Speriamo che l’evoluzione abbia previsto anche questo, o quanto meno si attrezzi per limitare i danni.

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