Archivi tag: Montale

Time is the same in a relative way…

WLANL_-_zullie_-_Vanitas,_Adriaan_Coorte_(1)

No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
W. Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Riflessioni sul tempo

FALSTAFF
Now, Hal, what time of day is it, lad?
PRINCE HENRY
Thou art so fat-witted, with drinking of old sack
and unbuttoning thee after supper and sleeping upon
benches after noon, that thou hast forgotten to
demand that truly which thou wouldst truly know.
What a devil hast thou to do with the time of the
day? Unless hours were cups of sack and minutes
capons and clocks the tongues of bawds and dials the
signs of leaping-houses and the blessed sun himself
a fair hot wench in flame-coloured taffeta, I see no
reason why thou shouldst be so superfluous to demand
the time of the day.

W. Shakespeare, Henry IV, atto I, scena 2

Charles Baudelaire, Les Fleurs du malSpleen e ideale, L’horloge (traduzione di Claudio Rendina)

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
dont le doigt menace et nous dit: Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
se planteront bientôt comme dans une cible;

ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
chaque instant te dévore un morceau du délice
à chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix
d’insecte, Maintenant dit: le suis Autrefois,
et fai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souveniens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parte toutes les langues).
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décrôit; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard.


Ch. Baudelaire, Le Spleen de Paris, Petits poèmes en prose, 1864

XVI • L’OROLOGIO

I Cinesi leggono l’ora nell’occhio dei gatti.
Un giorno un missionario passeggiando nei sobborghi di Nanchino si accorse di aver dimenticato l’orologio e chiese a un ragazzino che ora fosse.
Il monello del celeste impero dapprima esitò; poi ci ripensò e rispose:«Ve lo dico subito». Qualche istante più tardi ricomparve tenendo in braccio un bel gattone e guardandolo come si dice nel bianco degli occhi affermò senza esitare: «Manca poco a mezzogiorno». Il che era assolutamente vero.
Quanto a mese mi chino sulla bella Felina che ben merita un tal nome pur essendo nello stesso tempo l’onore del suo sesso l’orgoglio del mio cuore e l’aroma del mio spirito –allora sia giorno oppure notte in piena luce o nell’ombra opaca io leggo distintamente nei suoi occhi adorabili sempre la stessa ora un’ora grande vasta e solenne come lo spazio non divisa in minuti né in secondi un’ora immobile che gli orologi non segnano e che tuttavia è leggera come un sospiro veloce come uno sguardo.
E se qualche importuno venisse a disturbarmi mentre i miei occhi riposano su questo delizioso quadrante se qualche Genio intollerante e villanose qualche Demonio intempestivo venisse a dirmi: «Che cosa stai fissando là con tanta attenzione? Che cosa cerchi negli occhi di questa creatura? Stai forse guardando che ora è o mortale prodigo e infingardo?». Allora io risponderei senza esitare: «Sì sto guardando che ora è: ed è l’Eternità!».
Non vi pare signora che questo sia un madrigale davvero meritorio e per di più enfatico proprio come voi? In verità ho ricamato con un tale piacere questa pretenziosa galanteria che in cambio non vi chiederò nulla.

Les Chinois voient l’heure dans l’oeil des chats.
Un jour un missionnaire, se promenant dans la banlieue de Nankin, s’aperçut qu’il avait oublié sa montre, et demanda à un petit garçon quelle heure il était.
Le gamin du céleste Empire hésita d’abord; puis, se ravisant, il répondit: “Je vais vous le dire.” Peu d’instants après, il reparut, tenant dans ses bras un fort gros chat, et le regardant, comme on dit, dans le blanc des yeux, il affirma sans hésiter: “Il n’est pas encore tout à fait midi.” Ce qui était vrai.
Pour moi, si je me penche vers la belle Féline, la si bien nommée, qui est à la fois l’honneur de son sexe, l’orgueil de mon coeur et le parfum de mon esprit, que ce soit la nuit, que ce soit le jour, dans la pleine lumière ou dans l’ombre opaque, au fond de ses yeux adorables je vois toujours l’heure distinctement, toujours la même, une heure vaste, solennelle, grande comme l’espace, sans divisions de minutes ni de secondes, – une heure immobile qui n’est pas marquée sur les horloges, et cependant légère comme un soupir, rapide comme un coup d’oeil.
Et si quelque importun venait me déranger pendant que mon regard repose sur ce délicieux cadran, si quelque Génie malhonnête et intolérant, quelque Démon du contretemps venait me dire: “Que regardes-tu là avec tant de soin? Que cherches-tu dans les yeux de cet être? Y vois-tu l’heure, mortel prodigue et fainéant?” je répondrais sans hésiter: “Oui, je vois l’heure; il est l’Eternité!”

Horloge_baudelaire

Io constato anzitutto che passo di stato in stato. Ho caldo ed ho freddo, sono lieto o triste, lavoro o non faccio nulla, guardo ciò che mi circonda o penso ad altro. Sensazioni, sentimenti, volizioni, rappresentazioni: ecco le modificazioni tra cui si divide la mia esistenza e che di volta in volta la colorano di sé. Io cambio, dunque, incessantemente. Ma non basta dir questo: il cambiamento è più radicale di quanto non sembri a prima vista. Di ciascuno dei miei stati psichici parlo, infatti, come se esso costituisse un blocco: dico sì che cambio, ma concepisco il cambiamento come un passaggio da uno stato al successivo e amo credere che ogni stato, considerato per se stesso, rimanga immutato per tutto il tempo durante il quale si produce. Eppure, un piccolo sforzo di attenzione basterebbe a rivelarmi che non c’è affezione, rappresentazione o volizione che non si modifichi di continuo: se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fluire. Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finchè non venga sostituito dallo stato successivo. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poichè si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente. La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlare di essa come di una “facoltà”: giacchè una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell’incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l’azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell’inconscio ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, poiché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite.

 Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché?  Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

L. PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1926

Il passato è sempre nuovo: come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate nell’oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi o quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo. Poi si ricorderà con intensità piuttosto il ricordo dolce e il rimpianto che il nuovo avvenimento.
Italo Svevo, La morte. Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti, Mondadori, Milano 1949

Il terzo uomo (The Third Man, 1949), con Orson Wells, Alida Valli. Regia di Carol Reed. Sceneggiatura di Graham Greene.

« In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love – they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock » « In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù. »
(Orson Welles)

Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil, 1953),  con Humphrey Bogart, Jennifer Jones, Gina Lollobrigida e Peter Lorre. Regia di  John Huston. Sceneggiatura di Truman Capote e J. Huston.

Time. Time. What is time? Swiss manufacture it. French hoard it. Italians squander it. Americans say it is money. Hindus say it does not exist. Do you know what I say? I say time is a crook.

Christian Marclay, The clock, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, 2010. “Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato”. LEGGI TUTTO…

I
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

I

Tempo presente e tempo passato
sono forse presenti nel tempo futuro,
il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo non è riscattabile.
Quanto poteva essere è un’astrazione
che rimane come perpetua possibilità
soltanto in un mondo d’indagini.
Quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.
Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
Altri echi
abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili,
passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,
e l’uccello chiamava, rispondeva
a una musica mai sentita e nascosta nel bosco,
attraversava uno sguardo mai visto, poiché le rose
avevano l’aspetto di fiori ben studiati.
Erano là come nostri ospiti, accolti e accoglienti.
Così andammo con loro, solennemente,
per il viale deserto, fino alla rotonda,
a guardare lo stagno prosciugato.
Dapprima arido, solido e bordato di scuro,
lo stagno sotto il sole si riempì d’acqua,
lentamente spuntarono i fiori di loto,
la superficie brillò sotto il cuore luminoso,
ed essi, dietro di noi, vi si rispecchiarono.
Passò una nuvola, e lo stagno si svuotò.
Andiamo, disse l’uccello, tra le foglie frotte di bimbi
si nascondevano eccitati, tenendosi dal ridere.
Andiamo via, andiamo via, disse l’uccello: gli uomini
non sopportano troppa realtà.
Tempo passato e tempo futuro
quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000

English poems about time. CLICCA QUI.


Giorgio de Chirico, «L’enigma dell’ora», 1911

Eugenio Montale, Tempo e tempi, in Satura (2.XII.68)
Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

P. Bianucci, Fisica e biologia. Dialogo sul tempo, “La Stampa”, 26 giugno 2017

Chissà se il fisico Carlo Rovelli e il neurobiologo Arnaldo Benini sapevano l’uno dell’altro mentre scrivevano due libri usciti quasi nello stesso giorno che sembrano nati da un fitto dialogo tra loro. Entrambi, Rovelli dall’università di Marsiglia e Benini da quella di Zurigo, cercano di rispondere dal punto di vista della loro disciplina scientifica alla domanda da cento milioni di dollari “che cosa è il tempo”. Entrambi si avventurano cautamente l’uno sul terreno dell’altro, camminando con piede incerto in un campo minato. Entrambi attribuiscono alla controparte una posizione radicale: i fisici negano l’esistenza del tempo, i neurobiologi la affermano. Entrambi tentano una soluzione che includa l’idea di tempo altrui subordinandola alla propria: sotto il tempo biologico c’è l’assenza di tempo dei fenomeni fisici elementari, dice il fisico; ma non possiamo conoscere davvero la natura fisica sottostante perché il cervello stesso è interno alla natura, dice il neurobiologo. Alla fine, tempo biologico e tempo fisico appaiono inconciliabili, forse incompatibili: o è vero l’uno o è vero l’altro.

Ma c’è qualcosa di condiviso. Sia il fisico sia il biologo, quando arrivano sul limitare dei grandi interrogativi, ricorrono alle stesse parole magiche: il verbo “emergere” e il sostantivo “evento”. Due parole che prima o poi i filosofi della scienza dovranno prendere in serio esame e dirci che cosa in effetti vogliano dire in quei contesti. L’universo emerge dalla schiuma quantistica, emergono energia e particelle, dalla materia inerte emerge la vita, dalla vita emergono l’intelligenza, l’autocoscienza, il linguaggio, il senso del tempo e dello spazio. Fenomeni subnucleari e complessità macroscopiche, vita, coscienza, linguaggio sono “eventi”.

In Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina) Arnaldo Benini analizza due tipi di tempo psichico: il tempo della percezione e il tempo percepito. Fu Hermann von Helmholtz all’età di 28 anni a scoprire e a misurare con esperimenti sulle rane che ci vuole un certo tempo perché uno stimolo si propaghi, e quindi venga avvertito. Di quel tempo non c’è (non può esserci) consapevolezza. E’ un “temps perdu”, un tempo perduto. Non il “temps perdu” di Marcel Proust (figlio di un medico amico di Marey, fisiologo e precursore del cinema), che invece è il tempo percepito e plasmato, deformato, selezionato e ritrovato della memoria.

Quanto è il “tempo perduto”? Helmholtz misurò una velocità di propagazione dello stimolo di circa 27 metri al secondo, un dodicesimo della velocità del suono nell’aria, meno di un decimilionesimo della velocità della luce. Da una estremità all’altra del corpo umano il tempo perduto è di circa un decimo di secondo. Ma è più corretto parlare di un “tempo compresso” perché sottratto alla coscienza. E’ necessaria inoltre una durata minima perché lo stimolo possa diventare consapevole.

A proposito di coscienza e dei meccanismi nervosi della volontà, rivoluzionari sono stati gli esperimenti fatti da Benjamin Libet all’Università di San Francisco negli anni 70 del secolo scorso. Quegli esperimenti dimostrarono che molte delle nostre azioni partono almeno un decimo di secondo prima di averne coscienza e spesso si arriva a più di mezzo secondo. Ecco perché in auto, quando avvertiamo un pericolo improvviso, il piede schiaccia il freno prima ancora il cervello abbia valutato la situazione consapevolmente. Ma i dati di Libet pongono anche il problema del libero arbitrio nelle decisioni, e quindi la questione della responsabilità morale. Non viviamo la vita in diretta ma in differita, sia pure solo di qualche decimo di secondo, e il cervello può comprimere o distorcere il tempo soltanto perché lo crea – conclude il neurobiologo.

Se la compressione del tempo e l’anticipazione della volontà sono meccanismi evolutivi vantaggiosi anche senza scomodare la coscienza, quest’ultima nelle forme di vita più evolute “emerge” per offrire altri vantaggi e sottrarci all’impressione piatta di un eterno presente. Il nucleo soprachiasmatico, un grumetto di appena 20 mila neuroni collocato nell’ipotalamo, è il principale dei nostri orologi biologici, quello che distribuisce il segnale orario circadiano: lo troviamo già nel moscerino della frutta. Nell’uomo entrano in gioco l’ippocampo e zone limitrofe. Grazie ai ricordi e alla loro disposizione, si struttura l’esistenza e, nel breve periodo, sono possibili esperienze come il linguaggio e l’ascolto musicale, che richiede una memoria delle note già ascoltate perché sia possibile interpretare e godere di quelle successive: la musica è essenzialmente un’arte del tempo, dice Benini, il che non toglie che spesso il tempo noi lo rappresentiamo come uno spazio, un andare da qui a là, e il ballo ne è l’espressione più evidente.

La neurobiologia del tempo ci mette di fronte a fenomeni interessanti. Uno è l’illusione della simultaneità tra visione e udito. Quando osserviamo le labbra di una persona che ci parla da un certa distanza – alcune decine di metri – non avvertiamo il ritardo tra il segnale luminoso, praticamente istantaneo, e il segnale acustico, che arriva dopo parecchi centesimi di secondo. Solo quando la distanza è maggiore la differenza di tempo ci sorprende (per esempio la separazione tra lampo e tuono). Altri fenomeni di grande rilievo sono la selezione e fissazione dei ricordi, la creazione di falsi ricordi, la prospettiva a geometria variabile sul passato e sul futuro con il progredire dell’esistenza, il tempo anomalo che sperimentiamo nei sogni o generato da patologie cerebrali.

La conclusione di Benini dopo la sua lucida review delle conoscenze attuali è che “non ci possiamo congedare dal tempo”. Cervello, coscienza e tempo sono inseparabili e innegabili. Ma come si concilia questa certezza intuitiva prima ancora che scientifica con l’inesistenza del tempo che i fisici constatano con i loro esperimenti?

“Il fisico Steven Weinberg – scrive Benini tornando nelle ultime pagine al nocciolo della questione da cui era partito – sostiene che la validità di ogni principio generale della biologia si basa sui principi fondamentali della fisica, di per sé inspiegabili, e su accidenti come l’impatto di un asteroide con la Terra 65 milioni di anni fa. La materia vivente segue gli stessi principi di quella inerte. (…) Giusto, ma se la psicologia è biologia e la biologia è basata sulla fisica, la fisica non può escludere con calcoli matematici la realtà del tempo.”

Il mondo della fisica moderna ha quattro dimensioni, un numero illimitato di “tempi” diversi (anche reversibili), uno spazio curvo ed “eventi” correlati a distanza in un presente totalizzante. Osserva Benini: “Lo spazio tridimensionale in cui la coscienza ci fa vivere è prodotto da meccanismi nervosi congeniti (…). L’evoluzione ha selezionato meccanismi nervosi che trasmettono alla coscienza lo spazio tridimensionale della Terra piatta e del Sole che le gira intorno; in questo spazio, che i meccanismi cerebrali della razionalità hanno dimostrato essere irreale, l’uomo si trova molto più a suo agio di quanto si troverebbe se avvertisse di girare a velocità folle su un frammento di sfera che, in un anno, fa un giro intorno al Sole.”. Da qui la tentazione di stabilire una gerarchia tra il tempo dei fisici e il tempo dei biologi: “Il fisico Carlo Rovelli sostiene che ‘è necessario imparare a pensare il mondo in termini non temporali’. Dal momento che i meccanismi del senso del tempo sono distribuiti in gran parte del cervello, e che essi funzionano spontaneamente, per pensare la realtà senza tempo bisognerebbe cambiare il cervello. Impresa tanto più disperata – ecco l’affondo finale di Benini – in quanto dovrebbe essere il cervello a cambiare se stesso.”

Il riferimento a Rovelli, fisico teorico che guida le ricerche sulla gravità quantistica all’Università di Aix-Marseille, conduce spontaneamente al suo ultimo libro “L’ordine del tempo” (Adelphi, 207 pagine, 14 euro). Anche questa è una rassegna di intuizioni filosofiche e di idee scientifiche che si sono susseguite nei secoli da Anassagora (V secolo avanti Cristo) ad oggi. Se ne ricava un progressivo sfaldarsi del concetto di tempo, fino alla sua dissoluzione nella fisica contemporanea (ma non nella concezione corrente, un po’ come accade per la rotazione della Terra, non assimilata nella mentalità quotidiana). Sì, perché Il tempo e lo spazio ci appaiono ancora come il palcoscenico sul quale si svolgono i fatti del mondo e dove ognuno di noi interpreta la sua piccola parte, entrando e uscendo da quinte a senso unico: da un lato c’è il passato, dall’altro il futuro. Questo spazio-tempo percepito come un contenitore assoluto, eterno, esistente in sé, risale agli antichi pensatori greci. Isaac Newton lo rileva come teatro dell’universo per collocarvi i moti planetari e le stelle regolati dalla gravità, non senza qualche turbamento per le obiezioni del suo irriducibile rivale Leibniz, contrario a riconoscere allo spazio-tempo le stesse proprietà assolute ed eterne di Dio.

Spazio e tempo newtoniani passano in Kant ma si laicizzano riducendosi a categorie della Ragione, funzioni a priori dell’intelletto, prive di realtà ontologica. Quanto alla principale proprietà del tempo sia fisico sia biologico, Clausius posò una pietra miliare del pensiero nel 1865 introducendo il concetto (e la parola) di entropia, che attribuisce al tempo una direzione ineludibile: le frittate non tornano ad essere uova, ogni essere vivente prima o poi muore, l’universo stesso un giorno si spegnerà. E’ il tempo “termico”, emerge dalla complessità del mondo macroscopico: statisticamente il disordine può solo aumentare e questo fatto rende il tempo a senso unico. L’Ottocento finisce con un tempo assoluto che scorre in una lentissima agonia senza fine.

La crisi del tempo assoluto incomincia nel 1905 con la relatività speciale di Einstein: gli orologi rallentano se viaggiano velocemente, il tempo scorre con un ritmo che dipende dalla velocità del moto relativo, più ci si avvicina alla velocità della luce più si dilata: orologi in volo su aerei e particelle nucleari accelerate ne danno una prova lampante. L’altro colpo fatale arriva con la relatività generale che Einstein pubblica nel 1916: anche la gravità influisce sullo scorrere del tempo quanto più il campo gravitazionale è intenso tanto più il tempo rallenta. La prima dimostrazione si ottiene confrontando un orologio atomico in pianura con un orologio identico portato in alta montagna. Oggi gli orologi atomici sono così diventati così precisi che basta confrontare un orologio su un tavolo con uno sul pavimento.

Il palcoscenico di Newton è svaporato. Il tempo di Einstein non è più assoluto, è un fatto locale. Addirittura, in un buco nero si ferma. Lo spazio-tempo è plasmato dalle masse. Ogni evento ha il suo tempo, perché il tempo localmente scorre a velocità diverse. Non esiste un “presente” comune a tutto l’universo. E come se non bastasse, il microcosmo, regolato dalla meccanica quantistica, ci mostra fenomeni nei quali passato e futuro sono intercambiabili. In definitiva, il tempo non esiste. Dunque, dice Rovelli, Il mondo non è fatto di cose ma di processi e, nel caso di noi viventi, di punti di vista. Viviamo in bolle di spaziotempo tra loro non confrontabili. In queste bolle dall’orizzonte limitato emerge (parola magica!) la freccia del tempo: gli eventi si dispongono in un “ordine”, che tuttavia è solo un punto di vista dovuto alla nostra “ignoranza”. Dalla nostra prospettiva vediamo una minima parte del mondo, e lo vediamo scorrere nel tempo. Emergono passato, presente e futuro, nascita e morte. L’entropia misura in realtà la nostra incertezza, rende misurabile la nostra ignoranza: il tempo della mente ne è un riflesso.

Questo può dire la scienza, la ragione. Ma la ragione stessa ci mostra i suoi limiti. Alla fine, gli eventi che contano si chiamano gioia, sofferenza, amore, paura. Cose irrazionali. Rovelli, in questo che è il suo libro più vero, ci porta fino a una soglia oltre la quale ognuno deve andare avanti da solo. Lui, il fisico, sconfina nella poesia: “A me sembra che la vita, questa breve vita, sia il grido continuo delle emozioni, che ci trascina, che proviamo talvolta a chiudere in un nome di Dio, in una fede politica, in un rito che ci rassicuri che tutto alla fine è in ordine, in un grande grandissimo amore, e il grido è bello e splendente. Talvolta è dolore. Talvolta è canto.”

Strane cose succedono quando due discipline, fisica e neuroscienze, dopo aver viaggiato per tanto tempo su binari diversi, provano a incontrarsi. Il dialogo è appena iniziato.

Le leggi della scienza non distinguono fra le direzioni del tempo in avanti e all’indietro. Ci sono però almeno tre frecce del tempo che distinguono il passato dal futuro. Esse sono la freccia termodinamica: la direzione del tempo in cui aumenta il disordine; la freccia psicologica: la direzione del tempo in cui ricordiamo il passato e non il futuro; e la freccia cosmologica: la direzione del tempo in cui l’universo si espande anziché contrarsi.

Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, Rizzoli 1988

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Quarta BS, Quarta F

“… quella finestra…”

ragazza-alla-finestra-edvard-munch-1896-97-_coll_privata

E. Munch, Ragazza alla finestra, 1896-97, collezione privata

“Il firmamento terreno di ciascuno è pieno di stelle inferme, che ammiccano e palpitano come quelle celesti; diverse, da migliaia di finestre, per migliaia di occhi solitari e certo perfettamente adatte ad ognuno. Chi va alla finestra, come qui il nostro consigliere, va sotto la propria costellazione; e certo bisognerebbe interpretare questo lontano e fervido appello della tenebra, se ne fossimo capaci.”
HEIMITO VON DODERER, Le finestre illuminate, Einaudi, 1961

FINESTRE NEL TEMPO

SYNAPSIS – EUROPEAN SCHOOL FOR COMPARATIVE STUDIES, “Finestre – Windows – Fenêtres”,
Pontignano, 4-11 settembre 2004

Le più antiche figurazioni della finestra testimoniano la sua importanza nell’immaginario: è il luogo in cui appare la divinità, che può essere il Faraone oppure una donna che nel suo mostrarsi invitante raffigura la dea della fecondità, salvo poi, nel mondo biblico e in quello greco, perdere le connotazioni divine per esibire solo l’offerta erotica di sé. Ma i Padri della Chiesa, e poi la letteratura e l’arte occidentale, ritroveranno la sacralità: la finestra è il luogo di comunicazione con la luce e con il cielo (Fenestra Coeli), è soprattutto l’elemento fondamentale di ogni Annunciazione perché i raggi che ne attraversano il vetro e illuminano la Madonna sono la rappresentazione della sua immacolata concezione. Ma, come luogo di passaggio tra due mondi diversi, e di conseguenza anche simbolo dei cinque sensi, è anche apertura che permette l’ingresso del Demonio, diventando così persino immagine di morte. Dal Medioevo in poi, la sensualità e la dialettica luce-ombra, bene-male, affascinano in vario modo scrittori e artisti: nella letteratura e nell’arte, le donne continueranno per secoli ad affacciarsi, guardando (magari da dietro una imposta) il giovane che passa per corteggiarle e poi dialogando con lui o aiutandolo (persino con le proprie trecce) a scalare il muro fino a farlo entrare, o salutando con dolore l’alba che traluce da uno spiraglio e pone termine a una notte d’amore.
Col Rinascimento e la laicizzazione, la luce che entra dalla finestra permette alla pittura e alla architettura di creare un mondo concreto di forme e di colori per la vita reale degli esseri umani. Quando si arriva all’Ottocento, nell’arte come nella letteratura la finestra acquista una grande importanza. Per le donne, è un elemento fondamentale, insieme alla porta, dello spazio domestico, e quindi simbolo di attesa, di desiderio ma anche di fuga; gli uomini prediligono le finestre in alto, da cui dominare lo spazio esterno (che spesso è lo spazio posseduto della proprietà terriera), oppure tenersi fuori dal tumulto cittadino per meditare o scrivere. Per tutti, è un luogo di osservazione, naturale, scientifica, sociale, interiore, e diventa perciò immagine del nuovo scrittore che riflette non a caso sul problema, tecnico e etico insieme, del “punto di vista” da cui guardare la realtà, e insieme, rovesciando la prospettiva, spia quello che accade negli interni. Sguardo e controllo hanno naturalmente anche una dimensione politica.
Nella frenesia di conoscenza rapida che prende tutti nel passaggio alla modernità, innumerevoli sono le finestre meccaniche, come la fotografia, il cinema e la televisione, da cui tentare di controllare le nuove realtà in un mondo che cambia con ritmi vertiginosi. E l’esperienza stessa della velocità si racconta guardando il paesaggio da altre finestre come quelle dell’automobile, del treno o dell’aereo, mentre anche il computer ci procura un nuovo modo di sperimentare la complessità del reale.

K43692CARAVAG 1

Caravaggio, La vocazione di San Matteo, particolare

F. Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, C

Quella fenestra ove l’un sol si vede,
quando a lui piace, et l’altro in su la nona;
et quella dove l’aere freddo suona
ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede;

e ‘l sasso, ove a’ gran dí pensosa siede
madonna, et sola seco si ragiona,
con quanti luoghi sua bella persona
coprí mai d’ombra, o disegnò col piede;

e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;
e lla nova stagion che d’anno in anno
mi rinfresca in quel dí l’antiche piaghe;

e ‘l volto, et le parole che mi stanno
altamente confitte in mezzo ‘l core,
fanno le luci mie di pianger vaghe.

Risultati immagini per arquà petrarca finestra

Rerum vulgarium fragmenta, CCCXXIII

Standomi un giorno solo a la fenestra,
onde cose vedea tante, et sí nove,
ch’era sol di mirar quasi già stancho,
una fera m’apparve da man destra,
5con fronte humana, da far arder Giove,
cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
che l’un et l’altro fiancho
de la fera gentil mordean sí forte,
che ’n poco tempo la menaro al passo
10ove, chiusa in un sasso,
vinse molta bellezza acerba morte:
et mi fe’ sospirar sua dura sorte. […]

Fenesta ca lucive, 1842, esecuzione di Enrico Caruso

P.P.Pasolini, Decameron, 1971 (Ser Ciappelletto)

Addio fenesta, réstate ‘nzerrata
ca nénna mia mo nun se po’ affacciare.
Io cchiù nun passaraggio pe’ ‘sta strata
vaco a lo campo santo a passiare!

La finestra è il luogo dell’attesa, la cornice nella quale il desiderio attende l’epifania del suo oggetto. E’ il riquadro dal quale si guarda fuori in attesa oppure al quale si guarda sperando di veder affacciarsi qualcuno [……] finestra che si apre e si chiude, finestra illuminata e poi spenta, finestra luogo dell’attesa e della contemplazione”.
Francesca Rigotti, Il pensiero delle coseApogeo Editore, 2007

Henri Matisse, Porta-finestra a Collioure, 1914 Olio su tela, Collection Centre Pompidou, Paris

«Si ricordi quella fenestrella sopra la scaletta ec. Onde io dal giardino mirava la luna o il sereno [… ] sdraiato presso un pagliaio a S. Leopardo sul crepuscolo vedendo venire un contadino dall’orizzonte avendo in faccia i lavoranti di altri pagliai ec., torre isolata in mezzo all’immenso sereno come mi spaventasse con quella veduta della camerottica per l’infinito».
Memorie e disegni letterari, in G. Leopardi, Poesie e prose,  a cura di Mario Andrea Rigoni, vol. I, Milano, Mondadori, 1987

G. LEOPARDI, CantiLe ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! […]

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli. […]

I promessi sposi 265.jpg

A. MANZONI, Promessi sposi, cap. XXI

“Che allegria c’è? Cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò; … al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
[…] Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.”

bambino

Bambina alla finestra di una casa di Novalucello, Foto di Giovanni Verga, 1892

G. VERGA, I Malavoglia, Milano 1881

“Le ragazze devono avvezzarsi a quel modo, rispondeva Maruzza, invece di stare alla finestra. “A donna alla finestra non far festa”.
– Certune però collo stare alla finestra un marito se lo pescano, fra tanti che passano; osservò la cugina Anna dall’uscio dirimpetto.
La cugina Anna aveva ragione da vendere; perché quel bietolone di suo figlio Rocco si era lasciato irretire dentro le gonnelle della Mangiacarrubbe, una di quelle che stanno alla finestra colla faccia tosta.”

Risultati immagini per magritte finestre

René Magritte, L’éloge de la dialectique, 1936

L. PIRANDELLO, L’esclusa, 1901

Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
La notte era umida. In basso, dopo il ripido degradare delle ultime case giù per la collina, la pianura immensa, solitaria, si stendeva sotto un velo triste di nebbia, fino al mare laggiù, rischiarato pallidamente dalla luna. Quant’aria, quanto spazio fuori di quell’alta finestra angusta! Guardò la facciata della casa, esposta lassù ai venti, alle piogge, malinconica nell’umidore lunare; guardò in basso la viuzza nera, deserta, vegliata da un solo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e si sentì crescere l’angoscia. Rimase attonito, quasi con l’anima sospesa, a mirare; e come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri alieni, memorie smarrite, impressioni lontane gli s’affacciarono allo spirito, senza precisarsi tuttavia.

L. PIRANDELLO, Il fu Mattia Pascal, 1904 (cap. XI)

Sì, forse anch’ella istintivamente obbediva al bisogno mio stesso, al bisogno di farsi l’illusione d’una nuova vita, senza voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un’aura dell’anima, aveva schiuso pian piano per lei, come per me, una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto appressarci a quella finestra né per richiuderla né per vedere che cosa ci fosse di là. […]

Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli scuri. A un certo punto, la luna, declinando, si mostrò nel vano della mia finestra, proprio come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora sveglio a letto, per dirmi:
«Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero?»

 

g-_caillebotte_jeune_homme_a_la_fenetre

Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre, 1875, Collezione privata

C. BAUDELAIRE,  Le finestre, in Lo spleen di Parigi, 1869

Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante d’una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita.

Al di là delle onde dei tetti, vedo una donna matura, già rugosa, povera, sempre china su qualche cosa e che non va mai fuori, Col suo volto, con la sua veste, con il suo gesto, con quasi nulla, ho rifatto la storia di codesta donna, o meglio la sua leggenda: a volte me la racconto da me piangendo.
Fosse stato un povero vecchio, avrei rifatto con altrettanta facilità la sua storia.
E vado a letto, orgoglioso di aver vissuto e sofferto in altri che in me stesso.
Forse mi direte:
” Ma sei sicuro che codesta leggenda sia quella vera?”.
Cosa conta mai quella che è la realtà fuori di me, se m’ha aiutato a vivere, a sentire quello che sono?”.

saintcloud

E. Munch, Notte a St. Cloud, 1890

G. PASCOLI, Finestra illuminata:  Mezzanotte, Myricae, 1891

 a A. B.

Otto… nove… anche un tocco: e lenta scorre
l’ora; ed un altro… un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s’ode, che passa. C’è per vie lontane
un rotolìo di carri che s’arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

II

Un gatto nero

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
un mare immenso: nell’immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
per la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t’apre i suoi verdi occhi…

E. MONTALE, Il balcone, da Le occasioni, 1939

Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ho congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.

0120-schiele-finestre

Egon Schiele, Finestre,1914, Wien Museum, Österreichische Galerie

Ferdinando Pessoa (1888-1935) , Non basta aprire la finestra, in Poemas Completos de Alberto Caeiroin Poemas Inconjuntos, Athena,  Lisboa, 1925

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

think-of-this-as-a-window_cerith-wyn-evans_staedtische-galerie_lenbachhaus-und-kunstbau_monaco

Cerith Wyn Evans, Think of this as a Window, 2005, Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera

DONNE ALLA FINESTRA

G. FLAUBERT, Madame Bovary, 1857

La signora Bovary aveva aperto la finestra sul giardino e guardava le nuvole.

Si ammassavano dalla parte del sole morente, verso Rouen, e scivolavano via rapide, in volute nere, dietro le quali spuntavano grandi raggi di sole simili a frecce d’oro di un trofeo sospeso per aria. Il resto del cielo era vuoto e aveva la bianchezza della porcellana. Una folata di vento fece inclinare i pioppi. All’improvviso venne giù la pioggia, crepitando sulle foglie verdi. Poi riapparve il sole, le galline si misero a cantare, i passeri scossero le ali dentro gli umidi cespugli. Rivoli d’acqua scorrevano sulla sabbia, trascinavano i fiori rosi di una gaggia.

Image

Pablo Picasso, Donna seduta accanto a una finestra, 1932

Viginia Woolf, Mrs Dalloway, 1925

Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself.

For Lucy had her work cut out for her. The doors would be taken off their hinges; Rumpelmayer’s men were coming. And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to children on a beach.

What a lark! What a plunge! For so it had always seemed to her, when, with a little squeak of the hinges, which she could hear now, she had burst open the French windows and plunged at Bourton into the open air. How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave; chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she then was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen; looking at the flowers, at the trees with the smoke winding off them and the rooks rising, falling; standing and looking until Peter Walsh said, “Musing among the vegetables?” – was that it? – “I prefer men to cauliflowers”—was that it? He must have said it at breakfast one morning when she had gone out on to the terrace – Peter Walsh. He would be back from India one of these days, June or July, she forgot which, for his letters were awfully dull; it was his sayings one remembered; his eyes, his pocket-knife, his smile, his grumpiness and, when millions of things had utterly vanished – how strange it was! – a few sayings like this about cabbages.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati fra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come fosse stata coniata nuova di zecca per dei bambini su una spiaggia.

Che emozione! Che tuffo al cuore! Sempre così le era sembrato, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo. E stava lì e guardava, quando Peter Walsh disse: “In meditazione tra le verze?”. Disse così? O disse: “Io preferisco gli uomini ai cavoli?”. Doveva averlo detto a colazione una mattina che lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India, sì, uno di quei giorni, in giugno o luglio forse, non ricordava bene, perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rimanevano impresse, e gli occhi, il temperino, il sorriso, e quel suo modo di fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era strano! – alcune sue espressioni, come questa dei cavoli.        Traduzione di N. Fusini

AL CINEMA

A. Hitchcock, Rear window (La finestra sul cortile), 1954

Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003

… E IN MUSICA

Bob Dylan, Hey, please come out your window

U2, Window in the skies

PER APPROFONDIRE

Finestre nell’arte:

http://www.lefiguredeilibri.com/2012/06/11/la-finestra-nellarte-e-nellillustrazione/

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-rinascimento-e-seicento.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-romanticismo-e-impressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-post-impressionismo-ed-espressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-dal-cubismo-al-surrealismo.html

http://www.milanoplatinum.com/edward-hopper-una-finestra-sulla-solitudine-urbana.html

“Il desiderio di un piccolo spazio privato esprime una sempre maggiore coscienza della propria individualità fìsica e spirituale, condotta dagli scrittori al limite dell’egotismo. «Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea» scrive Flaubert. «Poiché non possiamo spegnere il sole, dobbiamo tappare tutte le finestre e accendere lampadari nella nostra stanza». Indubbiamente, il sentimento dell’interiorità ha preceduto, nell’uomo, l’esigenza d’intimità. Ma, nel XÌX secolo, la stanza è lo spazio del sogno, dove si ricostruisce il mondo.
Si comprende tutto ciò che accade nello spazio privato, in cui si materializzano le mire di potere, i rapporti interperspnali e la ricerca del proprio io. Non ci deve sorprendere quindi che la casa svolga un ruolo di tale rilievo nella letteratura e nell’arte. I giardini assolati di Monet, le finestre socchiuse di Matisse, le ombre crepuscolari della lampada in Vuillard: la pittura penetra nella casa e ne svela i segreti. La sedia impagliata della stanza di Van Gogh ce ne fa conoscere la solitudine. La letteratura, per lungo tempo tacita sugli interni, li descriverà presto con un’attenzione minuziosa che mostra quanto sia cambiato il rapporto con luoghi e oggetti. Quanta strada dai sintetici schizzi di Henry Brulard ai meticolosi inventar! di Maumort, personaggio in cui si rispecchia Martin du Gard, fino a La vie, mode d’emploi di Georges Perec!”

Ph. Ariès, G. Duby, La vita privata, L’Ottocento, Milano-Bari, Laterza, 1988

1 Commento

Archiviato in Arte, Temi letterari

“…ma in attendere è gioia più compìta”: il tema dell’attesa.

attesa_

Gustav Klimt, Fregio Stoclet: L’attesa, 1905-09

“Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello…”
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953

L’ATTESA DEL FUTURO

G. Leopardi, Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere

Il cortometraggio di E. Olmi, 1954

E. MONTALE, Gloria del disteso mezzogiorno, in Ossi di seppia, 1925

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

E. Montale, Il sogno del prigioniero, da La bufera e altro, 1956

Albe e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d’aria polare,
l’occhio del capoguardia dello spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolio dalle cave, girarrosti
veri o supposti – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche ;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel paté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull’impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
scironate all’aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo e il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non e finito.

C. Confalonieri, L’apertura di un a-venire tra  Leopardi, Montale e Zanzotto, in academia.edu

Leonard Cohen,  Waiting for the miracle, da The future, 1992

Baby, I’ve been waiting,
I’ve been waiting night and day
I didn’t see the time,
I waited half my life away
There were lots of invitations
And I know you sent me some
But I was waiting
For the miracle, for the miracle to come…

L’ATTESA DEL RITORNO

penelope

L. Pirandello, La camera in attesa [1916], da Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1990 

[…] Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.

Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan. […]

L’attesa, di Piero Messina, 2015, liberamente tratto dalle novelle pirandelliane I pensionati della memoria (1914) e La camera in attesa (1916), a loro volta all’origine del dramma La vita che ti diedi (1923).

L’ATTESA METAFISICA

Estragone: Andiamocene.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perché.
Vladimiro: Aspettiamo Godot.
Estragone: Già, è vero.
Samuel Beckett, Aspettando Godot (Atto I e passim)

Risultati immagini per attesa pittura

F. Casorati, L’attesa, 1918

A. Stara, «Non resta che aspettare». L’attesa nella letteratura del Novecento, in Le parole e le cose, 20 aprile 2016

D. BUZZATI, Il deserto dei Tartari, 1940

«Un presentimento – o era solo speranza – di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva essere anche soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. […] Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno e gli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare. Nessuno che gli dicesse: “Attento, Giovanni Drogo!”. La vita gli pareva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni come gli dei. Anche questo sarebbe stata una povera cosa. […] Quanto tempo dinanzi, pensava. Eppure esistevano uomini – aveva sentito dire – che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota e assurda che non lo poteva riguardare».

La strada e l’attesa nel Deserto dei Tartari di Buzzati, RAILetteratura. CLICCA QUI.

C. REBORA, Dall’immagine tesa, in Canti anonimi, 1920

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
 un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

T.S. Eliot, da Quattro Quartetti, East Coker, 1939

 […]
O buio buio buio. Tutti vanno nel buio.
Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto.
I capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati,
I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,
Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio,
E bui il Sole e la Luna, e l’Alamanacco del Gotha
E la Gazzetta della Borsa, l’Annuario delle Società Anonime,
E freddo il senso e perduto il motivo dell’azione.
E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che scenda su di te il buio.
Che sarà l’oscurità di Dio. Come, in un teatro,
Si spengono le luci, per poter cambiare la scena
Con un cupo rombo d’ali, con un moto del buio sul buio,
E noi sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
E l’ardita facciata imponente, tutto viene arrotolato e messo via…
O come quando un treno della ferrovia sotterranea si ferma troppo a lungo tra due stazioni
E s’ode la conversazione, poi un po’ per volta svanisce nel silenzio
E si vede che dietro ogni faccia si spalanca il vuoto mentale
E non resta che il crescente terrore di non aver nulla a cui pensare;
O quando, sotto l’etere, la mente è cosciente, ma cosciente di nulla…
Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza
Perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore.
Perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede
Ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.
Attendi senza pensiero perché non sei pronta al pensiero:
Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.
Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.
Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,
Le risa nel giardino, eco di un’estasi
Non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia
Della nascita e della morte.
[…]
http://www.youtube.com/watch?v=Ga8tQrG4ZSw

L’ATTESA AMOROSA

La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta. […] Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, «passatempo millenario dell’umanità».
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977

Elisabetta Abignente, L’attesa amorosa, in “Le parole e le cose”, Quando il tempo si fa lento. L’attesa amorosa nel romanzo del Novecento: M. Proust, Th. Mann, G. García Márquez, Carocci, 2014)

Cesare Pavese, Wind of march, da  Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1951

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

25 marzo 1950

Radiohead, True love waits, da I might be wrong, 2001

And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps…

Vincenzo Cardarelli, Oggi che t’aspettavo, da Giorni in piena, 1935

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che tu hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.

L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.

Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

Nick Cave, Are You The One That I’ve Been Waiting For, da The boatman’s call, 1997

… As you’ve been moving surely toward me
My soul has comforted and assured me
That in time my heart it will reward me
And that all will be revealed
So I’ve sat and I’ve watched an ice-age thaw
Are you the one that I’ve been waiting for?…

Giorgio Caproni, Alba, da Il passaggio di Enea, 1948

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Paolo Nutini, Candy, Sunny side up, 2009

… Oh, and I’ll be there waiting for you
Oh, I’ll be there waiting for you
I’ll be there waiting for you…

Risultati immagini per attesa arte

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese, 1968

Velvet Underground, Waiting for the man. Filmings of Andy Warhol,1966 (band in a rehearsal)

Marco Belpoliti, Elogio dell’attesa nell’era WhatsApp, “La Repubblica”, 31 gennaio 2018

Non sappiamo più attendere. Tutto è diventato istantaneo, in “tempo reale”, come si è cominciato a dire da qualche anno. La parola chiave è: “Simultaneo”. Scrivo una email e attendo la risposta immediata. Se non arriva m’infastidisco: perché non risponde? Lo scambio epistolare in passato era il luogo del tempo differito. Le buste andavano e arrivavano a ritmi lenti. Per non dire poi dei sistemi di messaggi istantanei cui ricorriamo: WhatsApp. Botta e risposta. Eppure tutto intorno a noi sembra segnato dall’attesa: la gestazione, l’adolescenza, l’età adulta. C’è un tempo per ogni cosa, e non è mai un tempo immediato. Il libro in cui il fisico Carlo Rovelli spiega cos’è il tempo (L’ordine del tempo, Adelphi) inizia così: «Mi fermo e non faccio nulla.
Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo.
Famigliare e intimo». Alla fine Rovelli ci dice che per la fisica quello che non esiste è proprio il presente, la dimensione della realtà cui siamo tutti legati.
“Attendere” significa rivolgere l’animo verso qualcosa. I suoi significati implicano ascolto, attenzione, applicazione, mantenere la parola data. La giornalista tedesca Andrea Köhler in L’arte dell’attesa (add editore), uscito da poco, ci ricorda come nel più grande vocabolario tedesco, il Dizionario Grimm, la locuzione “attendere qualcosa” compare solo nel XIV secolo, e per almeno quattro secoli non contiene complementi che manifestano il tormento d’attendere. Sarà il Romanticismo, e Goethe in particolare, a definire l’attesa «con desiderio», «con impazienza» e persino «con dolore». L’attesa d’amore comincia allora, ma è già un’altra storia, come ha spiegato Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: «Sono innamorato? — Sì, perché sto aspettando». L’innamorato sa attendere, ne conosce la passione e il tormento, come argomenta lo scrittore francese, perché il tempo dell’attesa è un tempo soggettivo, che confina con la noia e con il tedio. Lo scrittore austriaco Alfred Polgar l’ha detto in modo icastico: «Quando, alle dieci e mezzo, guardai l’orologio, erano solo le nove e mezzo». Attendere significa non solo fremere, ma anche annoiarsi e Walter Benjamin ha sottolineato come questa attesa sia piena di promesse, ovvero creativa, dal momento che la noia è «l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza».
Chi ha oggi tempo di attendere e di sopportare la noia? Tutto e subito. È evidente che la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre i tempi d’attesa, o almeno a farci credere che sia sempre possibile farlo.
Certo a partire dall’inizio del XIX secolo tutto è andato sempre più in fretta. L’efficienza compulsiva è diventato uno dei tratti della psicologia degli individui. Chi vuole aspettare o, peggio ancora, perdere tempo? Hartmut Rosa, un sociologo tedesco, ha spiegato come funziona questo processo contemporaneo in Accelerazione e alienazione (Einaudi). Rosa ritiene che il motore di tutto questo non sia tanto la tecnologia, che pure vi contribuisce, ma la competizione sociale: risparmiare tempo è uno dei modi più sicuri per partecipare alla grande competizione in corso nelle società occidentali. Sarebbe la circolazione sempre più rapida del denaro, creata dal capitalismo finanziario, a determinare l’accelerazione. Eppure ci sono ancora tanti tempi morti: «Si prega di attendere» è la risposta che danno i numeri telefonici che componiamo quasi ogni giorno.
Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, agli sportelli, sia quelli reali che virtuali. Attendiamo sempre, eppure non lo sappiamo più fare. Come minimo ci innervosiamo. L’attesa provoca persino rancore. Pensiamo: non si può fare più velocemente? Anche se chi organizza lo spazio dell’attesa — medico, avvocato, centro clinico — possiede i mezzi economici per renderlo piacevole, risulta comunque qualcosa d’irrisolto, d’interstiziale.
La verità è che noi non sopportiamo queste zone intermedie, gli spazi e i tempi in cui siamo costretti a esercitare la pazienza. Aspettare è vissuto come un’imposizione. I potenti fanno sempre attendere, dilatano il tempo d’attesa e mettono a dura prova.
Perché è così insopportabile?
Perché siamo diventati intolleranti, perché non sappiamo guardare al tempo futuro, perché non sappiamo differire. La verità è che l’attesa ha a che fare con l’unica cosa che ci spaventa davvero: la nostra morte.
Nell’attesa si sperimenta il tempo vuoto, che è l’immagine di un tempo futuro, quello vuoto di noi.
Senza di noi. Per i filosofi, da Kierkegaard a Heidegger, questa sarebbe l’apertura verso l’autenticità, verso il pensare profondo. Acceleriamo per questo, riempiamo il tempo perché temiamo l’horror vacui.
Kafka, Blanchot, Beckett, Handke e molti altri ce l’hanno detto. In Aspettando Godot dice Vladimiro: «Questo ci ha fatto passare il tempo». «Sarebbe passato lo stesso», gli risponde Estragone.

Giorgio Gaber, L’attesa,  “Anni Affollati” (1981)

in_fieri

 

Work in progress… Please wait…

Lascia un commento

Archiviato in Temi letterari, Uncategorized

“E lasciateci divertire”: parodie dannunziane

Se da una parte essa (la parodia) è riconoscimento di poesia, come diceva il Carducci, d’altro canto per risultare veramente efficace deve avere un fondo critico, se no si limita a una giocosa imitazione verbale, a un puro divertimento letterario. Aristofane ch’è passato alla storia come il più geniale dei parodisti non si limitava a contraffare lo stile degli autori da lui presi in giro. Per meglio rivelarne i difetti (e fors’anche i pregi) li collocava, quali protagonisti, al centro stesso della parodia facendoli agire comicamente e parlare in modo umoristico a costo di venire accusato di irriverenza da qualche aristarco del suo tempo. Il metodo aristofanesco mi è sempre piaciuto e credo di averlo messo inpartica alla meno peggio specie nei confronti di parecchi poeti di una relativa consistenza. Luciano Folgore, Il libro delle parodie, Milano, Ceschina, 1965

Linda Gilpin, Autumn Rain

 

La pioggia nel pineto, in Alcyone, 1903

ALDO PALAZZESCHI, LA FONTANA MALATA, 1909

Clof, clop, clock,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace…
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il core
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse
che forse
sia morta?
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto…
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari…
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…

PaoloBuzzi, Pioggia nel pineto antidannunziana,1916

Luciano Folgore [1888-1966], da La pioggia sul cappello (in Poeti controluce, 1922):

Silenzio. Il cielo
è diventato una nube,
vedo oscurarsi le tube
non vedo l’ombrello,
ma odo sul mio cappello
di paglia,
da venti dracne e cinquanta
la gocciola che si schianta,
come una bolla,
tra il nastro e la colla.
Per Giove, piove
sicuramente,
piove sulle matrone
vestite di niente,
piove sui bambini
recalcitranti,
piove sui mezzi guanti
turchini,
piove sulle giunoni,
sulle veneri a passeggio,
piove sopra i catoni,
e, quello ch’è peggio,
piove sul tuo cappello
leggiadro,
che ieri ho pagato,
che oggi si guasta;
piove, governo ladro! ….

L’odi tu? Non è di passaggio
come l’acqua
di maggio,
che sciacqua la terra e la monda.
Sgronda terribilmente;
si sente il blasfemo
di un polifèmo ambulante,
si veggono ninfe e atalante
fuggire in un angiporto;
Plutone più vivo che morto
si pone una nivea pezzuola
sul feltro che cola;
Diana s’accorcia la tunica
fin quasi all’altezza del femore,
e Dedalo immemore a Marte
con toga a due petti e speroni
s’impalano ai muri con arte
per evitare i doccioni.
Cibele fa segno all’auriga
che incurva il soffietto alla biga,
e monta sul cocchio
mentre la furia di Eolo
le palpa il malleolo
le morde il polpaccio,
si sfibia
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,
dal naso al tallone d’Achille,
fradici fino al midollo,
cugini alle anguille,
nubili d’ombrello,
col solo cappello,
sentiamo che l’essere anfibi
sarebbe un superbo destino,
te biscia,
io girino,
e liscia la piova del giorno
ci colerebbe d’attorno,
non come Issïone
che fece la ruota a Giunone,
ma pari al Tritone
cui Teti concesse
– regalo di nume –
di potersi fare
un ampio palamidone
di schiume di mare.

E piove sempre,
sul càmice mio,
sul peplo tuo
colore oramai dell’oblio,
piove sul croceo e l’eburno
del tuo moccichino di seta,
piove sul cromo del mio coturno
che s’impatacca di creta,
piove sopra il cinabro
che t’impomidaura il labro,
piove sui tremoli tocchi
che t’anneriscono gli occhi,
e andiamo d’androne
in androne,
con facce da mascherone,
squadrandoci obliquamente
se qualche pozza lucente
ci specchia e ci invecchia
per farci morir di furore,
Narcisi
dai visi colore
di colla di paglia,
di succo di nastro,
d’impiastro di minio,
di guazzo assassino
di cipria e di carboncino.

E piove a dirotto
da tutte le nubi,
piove dai tubi
sfasciati
dell’acquedotto
del cielo,
piove sui cani spelati,
piove sul melo e sul tiglio,
piove sul padre e sul figlio,
piove sui putti lattanti
sui sandali rutilanti,
su Pègaso bolso,
su orïolo da polso,
piove sul tuo vestitino,
che m’è costato un tesauro,
piove sulla salvia e sul lauro
sull’erbetta e sul rosmarino,
piove sulle vergini schive,
piove su Pàsife e Bacco,
piove persin sulle pive
nel sacco.
E piove sopra tutto
sul tuo cappello distrutto
mutato in setaccio,
che ieri ho pagato
che adesso è uno straccio,
o Ermïone
che scordi a casa l’ombrello
nei giorni di mezza stagione.

CARMELO BENE interpreta L. FOLGORE: CLICCA QUI.

E. MONTALE, Piove, da Satura, 1971

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistemi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

 E. Flaiano, LETTERA D’AUTUNNO, da Autobiografia del Blu di Prussia, 1974 (ora Adelphi, 2003)

Piove sul sottoscritto

Sul destinatario e sul mittente

Piove sul latore della presente.

… sono solo canzonette?

Vorrei trovare / parole nuove / ma piove piove / sul nostro amor… D. MODUGNO, Piove, 1959 

 

1 Commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Temi letterari

Buon 2015 da Illuminationschool

Villa_di_livia,_affreschi_di_giardino,_parete_lunga_occidentale,_abete

E. MONTALE, Il primo gennaio, da Satura, 1971

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Lascia un commento

Archiviato in Avvisi

“Fammi felice per un momento di tempo”

Bisogna anche considerare che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e tra quelli naturali alcuni sono anche necessari, altri naturali soltanto; tra quelli necessari poi alcuni sono in vista della felicità, altri allo scopo di eliminare la sofferenza fisica, altri ancora in vista della vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell’anima, dal momento che questo è il fine della vita beata; è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni allo scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni.
Epicuro, Epistola a Meneceo, 127-28, in Opere, Milano, Tea, 1991

Laetus in praesens animus quod ultra est
oderit curare et amara lento
temperet risu: nihil est ab omni
parte beatum.
[Un cuore che gode del presente, non deve
preoccuparsi del domani, ma le amarezze
tempera con un sorriso: felicità
perfetta non esiste.]
Orazio, Carmina, II, 16, vv. 25-28

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…
Giovanni Raboni, da Barlumi di Storia,  Mondadori 2002

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
E. Montale, Felicità raggiunta…, da Ossi di Seppia, 1925


La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che noi sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun modo concepire di che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi desideriamo di esser felici perocché esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel quale infatti esistiamo. È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la sua propria felicità; ché desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui, ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il che è essenzialmente impossibile.    G. Leopardi, Zibaldone, 3498-3499

“La Natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità è infelice come chi non ha di che cibarsi, patisce la fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo”. G. Leopardi, Zibaldone, 1831

Quel che nell’accezione più stretta ha nome felicità, scaturisce dal soddisfacimento, perlopiù improvviso, di bisogni fortemente compressi e per sua natura è possibile solo in quanto fenomeno episodico. Qualsiasi perdurare di una situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un sentimento di moderato benessere; siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile.
S. Freud, Il disagio della civiltà [1929], 2, Torino, Boringhieri, 1971

The waiter opened the windows and the north wind came into the room.
“Please call the desk and ask them to ring this number.” The waiter made the call while the Colonel was in the bathroom.
“The Contessa is not at home, my Colonel,” he said. “They believe you might find her at Harry’s.”
“You find everything on earth at Harry’s.”
“Yes, my Colonel. Except, possibly, happiness.”
“I’ll damn well find happiness, too,” the Colonel assured him.
“Happiness, as you know, is a movable feast.”
“I am aware of that,” the waiter said. “I have brought Campari bitters and a bottle of Gordon Gin. May I make you a Campari with gin and soda?”
Ernest Hemingway, Across the river and into the trees, 1950

C’è la felicità appagata, la felicità che nasce da un lavoro ben fatto alla luce del sole, da anni di sforzi proficui, quella che dopo lascia stanchi e contenti, circondati da familiari e amici, pieni di soddisfazione e pronti al meritato riposo: sonno o morte che sia.

E c’è a felicità della tua catapecchia. La felicità di essere sola, e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito, parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perché temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono in cuccetta.

Dave Eggers, Eroi della frontiera, Milano, Mondadori, 2017

Pierre Zaoui, Torniamo alle idee di Platone, “La Repubblica”, 5 marzo 2017

Piacere dei sensi, assenza di problemi, salute dell’anima. Sono le diverse definizioni di felicità dei filosofi antichi: le loro lezioni sono ancora utili

Il concetto di felicità è antichissimo, e risale alle origini greco-latine dell’Europa. Tutte le filosofie antiche si sono preoccupate della felicità. E non solo i filosofi ellenistici (con il cinismo, lo stoicismo, l’epicurismo e lo scetticismo, che si presentavano esplicitamente come eudemonologie, ovvero scienze della felicità o dello “spirito buono” — in greco: eudaimonia), ma già la filosofia di Aristotele, secondo la quale, in opposizione al platonismo, la maggior parte degli uomini non ricerca un bene misterioso e inaccessibile bensì, più semplicemente, la felicità. Lo stesso Platone dedicò alla felicità uno dei suoi ultimi dialoghi, Il Filebo, affermando la possibilità di una ” salute dell’anima” (euessia): giusta misura tra assenza di piacere e piaceri corporali illimitati.

Naturalmente i filosofi non erano mai d’accordo su quale fosse esattamente la natura della felicità e sui mezzi necessari a raggiungerla. Platone la vedeva come “un di più”, una ciliegina sulla torta di chi ha condotto una vita saggia e retta. Aristotele la riduceva a un gesto. Epicuro la collocava piuttosto tra i sensi ( il piacere) e l’assenza di problemi ( atarassia). Gli stoici tra la volontà pura e l’assenza di passioni  apátheia). Gli scettici in una sospensione del giudizio (epochè), ecc. Tutti però sembravano concordare sul fatto che la vera felicità — e non i piaceri volgari ed effimeri paragonabili alla botte delle Danaidi — rappresentasse il grande dilemma se non di tutti, quanto meno dei più saggi.

Ecco perché ancora oggi, quando ci si è lasciati alle spalle le tempeste e i trionfi della giovinezza e si decide che è arrivato il momento di essere felici, si ritorna sempre agli Antichi.

Ma tale ritorno ha sempre un che di sbiadito e di nostalgico, perché non può farci dimenticare tutto ciò che la modernità ci ha anche insegnato sui limiti della felicità: che stando a Machiavelli gli uomini forse ricercano non tanto la felicità quanto il potere (se fanno parte dei “grandi”) o la sicurezza (se fanno parte del popolo). Che la felicità dei greci, fatta di limiti, di misura e di equilibrio, non basta più a soddisfarli perché vogliono di più: una gioia infinita e illimitata. In termini spinozisti: non solo l’autocompiacimento degli antichi (acquiesentia in se ipso), ma la gioia attiva e assoluta nell’infinito (beatitudo). Che non possono sapere con precisione come fare a diventare felici — in termini kantiani, la ricerca del piacere può dipendere solo da un “imperativo ipotetico” e non da un “imperativo categorico”, che pertiene esclusivamente alla vera moralità. O ancora che ricercano sempre, stando a Lacan, qualcosa al di là del principio di piacere: il godimento — esperienza ben più eccitante e per altri versi più pericolosa, che rischia a ogni istante di “bruciarli sino all’essenza”.

La felicità dunque non è altro che un’idea da bambini, e per riprendere le parole di Marx, sia i Greci che i Romani erano “popoli di bambini”.

Tuttavia, si tratta di un buon motivo per non rifarsi continuamente agli antichi? Forse no. A patto però di riconoscere che la felicità moderna è immancabilmente destinata ad apparire un po’ sbiadita rispetto alle promesse di godimenti infiniti della fede e del mercato. Significa riconoscere che l’evanescenza della felicità rappresenta il suo limite costante ma anche l’aspetto più raffinato del suo fascino, come una poesia di Verlaine. E ciò, in ogni caso, ci proteggerà sempre sia dalla felicità falsa e smaccata che dai tristi godimenti dei nuovi cavalieri della fede.

L’autore insegna Filosofia all’Università Paris VII Denis Diderot. Il suo ultimo libro è ” L’arte di essere felici” ( il Saggiatore)

Maurizio Ferraris, Noi moderni costretti a essere felici, “la Repubblica”, 5 marzo 2017

Ecco come una ricerca che per Epicuro e Aristotele era legata al senso della misura e alla conoscenza con il tempo si è trasformata prima in un diritto (sancito costituzionalmente) e poi in un imperativo sociale. Diventando addirittura l’oggetto di rivendicazioni sindacali

Gli ideali di felicità sono talmente vari da far dubitare che le famiglie felici si assomiglino tutte, come pretende Tolstoj, o almeno da far sorgere un dubbio: si tratta sempre della stessa cosa? Schematizzando al massimo, possiamo ricorrere a delle partizioni tradizionali: gli antichi e i moderni, i classici e i romantici o, a voler riprendere la distinzione di Schiller, gli ingenui e i sentimentali, dove ” ingenuo” non vuol dire sprovveduto, ma piuttosto genuino, autentico, originario, e “sentimentale” significa, a ben vedere, ironico, perverso, artefatto.
Sono distinzioni da prendersi, ovviamente, con cautela, perché una delle grandi risorse e sciagure dell’essere umano è di essere capace di essere felice o infelice senza sincronizzarsi con il tempo in cui si trova a vivere, ma qualcosa significano. La felicità “ingenua” degli antichi, quella della Lettera sulla felicità di Epicuro o dell’Etica nicomachea di Aristotele, si identifica essenzialmente con la misura, ed è una parente stretta del sapere. Difficile, per un antico o per un medioevale ( malgrado la promessa del regno dei cieli ai poveri di spirito) parlare di ” beata ignoranza”, come suona il titolo del film di Massimiliano Bruno in programmazione in questi giorni e come sentenzia un personaggio di Matrix (“ignorance is bliss”). Da Socrate a Montaigne la felicità consiste in un bilanciamento tra piacere e sapere che troviamo in Platone come nella felicità mentale di Cavalcanti e Dante.
Per i moderni le cose cambiano, si complicano, diventano perverse. Bisognerebbe capire quando ha luogo la frattura, ma sicuramente la caduta dell’Ancien Régime scandisce una soluzione di continuità, se è vero quanto dichiara Talleyrand ( e non c’è ragione di non prestargli fede): ” Chi non ha conosciuto i dieci anni prima della Rivoluzione non sa cosa sia la felicità” — da intendersi come il benessere consentito dal ceto e dall’ingiustizia. Ma Talleyrand è un nostalgico e un reazionario. Mentre lui cercava la felicità in base a un gusto individuale (“c’est mon plaisir”), incominciava a dilagare l’idea che la felicità su questa terra dovesse costituire un progetto collettivo e che non andasse cercata nell’alleanza di trono e altare e nei boudoir, bensì nella rivoluzione dell’ordine vigente e nel ritorno alla natura. Come diceva Saint- Just? “Che l’Europa sappia che non volete più un infelice né un oppressore sul suolo francese” (dimenticando di aver propiziato almeno una infelicità in Francia, quella di Luigi XVI, decapitato in quanto oppressore) e concludeva “la felicità è un’idea nuova in Europa”.
Da una parte, la cultura, ora, è all’origine di ogni male, e la beatitudine si imparenta all’incultura, a una ingenuità ottenuta attraverso l’artificio, come il buon selvaggio lodato da Rousseau che comprime il cervello dei figli per liberarli dal fardello dei pensieri. Senza giungere a questi estremi, appare evidente che la felicità comporta una qualche fuga non solo dall’ordine costituito dell’Ancien Régime, ma dalla civiltà in quanto tale. Quella che per il mondo classico era la barbarie e la vita animalesca, o almeno un esercizio ascetico riservato a stiliti o a monaci della Tebaide diventa adesso la vita beata, Thoreau che si ritira nei boschi per due anni alla ricerca dell’assoluto, e poi le versioni secolarizzate di questa fuga dalla civiltà nel Club Méditerranée, nei campeggi, negli sport estremi.
D’altra parte, la felicità viene istituzionalizzata. Per i moderni essere felici è un imperativo che surroga qualunque altro dovere, diventando contraddittorio, poiché l’ingiunzione alla felicità genera ovviamente ansie da prestazione e grandissime infelicità. Inoltre, è un diritto, sancito costituzionalmente (come avviene negli Stati Uniti), e contabilizzabile, come nella aritmetica della felicità teorizzata da Bentham, e praticata da Benjamin Constant, che nel suo diario annota con segni appositi i momenti di felicità e di godimento. Dunque, un fardello ideologico, un obiettivo per sgobboni – come nei corsi di “scienza della felicità” attivati a Harvard -, una esigenza compulsiva che genera lo happysm, il “felicismo” che, dalle faccine ridenti degli emoticon all’ingiunzione “Smile!”, ricorda quanto avessero ragione i Beatles nel paragonare la felicità a un’arma, sia pure calda. Non stupisce a questo punto che l’infelicità, o la semplice mancanza di felicità, divenga l’oggetto di rivendicazioni sociali e sindacali, emotivizzando ed emoticizzando la politica.
Infine, si incomincia a considerare ” felicità”, inserendola tra gli intrattenimenti sociali, qualcosa che probabilmente gli antichi avrebbero considerato altrimenti. Sesso, droga e rock’n’roll, nel secolo scorso al top della ricerca della felicità, sarebbero stati per un antico piuttosto riti di religiosità dionisiaca, in cui non c’era necessariamente da divertirsi o da essere felici, e che anzi trovavano la loro tonalità emotiva fondamentale nella tragedia. A sancire questa congiunzione fra la tragedia antica e la felicità moderna è ovviamente Nietzsche, che esplicitamente, nella Nascita della tragedia, getta un ponte tra l’Inno alla gioia e lo spirito dionisiaco.
Grazie a queste trasformazioni i moderni sono più o meno felici degli antichi? Ovviamente questa domanda non ha senso, perché le idee di felicità non rendono felici o infelici più di quanto le idee di giustizia rendano giusti o ingiusti. Di sicuro, i moderni sono più inclini a sentirsi in colpa quando non sono felici, come se fossero venuti meno a un mandato essenziale, più disposti a rimpiangere le promesse di felicità non mantenute. E soprattutto meno inclini a conciliarsi con l’idea che la felicità non è un diritto né un dovere, ma un dono aleatorio e spesso immeritato, che non può costituire l’oggetto di una pretesa ma, al massimo ( come giustamente ricordava Kant), dell’impegno a rendersi degni della felicità.
Ricordo di essere stato colpito, molti anni fa, leggendo le memorie di Ulrich von Wilamowitz- Moellendorff, il filologo nemicissimo di Nietzsche, dal racconto di come, al capezzale della madre morente, si fosse premurato di dirle, per tutta consolazione, qualcosa come ” non siamo nati per essere felici, ma per seguire il nostro demone”. Lì per lì mi era parso un atteggiamento crudele e vagamente iettatorio, ma ora non ne sono più troppo convinto, perché risparmiava alla madre, che in quel momento non aveva verosimilmente troppi motivi per essere felice, una ragione supplementare di infelicità, il sospetto o il timore di non essere stata abbastanza felice.

To be continued…

in_fieri

PER APPROFONDIRE:

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/04/in-tempi-di-crisi-la-filosofia-riscopre.html

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/01/la-ricerca-della-felicita.html

Lascia un commento

Archiviato in Temi letterari

Clizia: “che il non mutato amor mutata serbi”…

“Perque novem luces  expers undaeque cibique /  rore mero lacrimisque suis ieiunia pavit / nec se movit humo: tanctum spectabat euntis / ora dei, vultusque suos flectebat ad illum. / Membra ferunt haesisse solo, partemque coloris luridus exangues pallor convertit in herbas; / est in parte rubor, violaeque simillimus ora / flos tegit. Illa suum, quamvis radice tenetur / vertitur ad Solem, mutataque servat amorem”. OVIDIO, Metamorfosi, IV, v 262 sgg.

Per nove giorni, senza toccare né acqua né cibo, digiuna, si nutrì solo di rugiada e di lacrime e mai si staccò da quel posto: non faceva che fissare il volto del dio che passava, seguendo il giro con lo sguardo. Le sue membra, si racconta, finirono con l’aderire al suolo, e per il livido pallore assunto si convertirono in parte in erba esangue; una parte è rossastra, e un fiore viola ricopre il viso. Benché trattenuta dalla radice, essa si volge sempre verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore.

A l’aura il crin ch’a l’aura il pregio ha tolto,
sorgendo il mio bel Sol del suo oriente,
per doppiar forse luce al dì nascente,
da’ suoi biondi volumi avea disciolto.

Parte scherzando in ricco nembo e folto
piovea sovra i begli omeri cadente,
parte con globi d’or sen gia serpente
tra’ fiori or del bel seno or del bel volto.

Amor vid’io, che fra i lucenti rami
de l’aurea selva sua, pur come sòle
tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;

e nel sol de le luci uniche e sole
intento e preso dagli aurati stami,
volgersi quasi un girasole il sole.

G.B. MARINO, Sonetto dedicato  ai biondi capelli della sua donna, dalla Lira, 1614

Clizia trasformata in girasole

”Clizia era una ninfa innamorata di Apollo: quando si accorse che il dio la trascurava per recarsi da Leucòtoe, figlia di Orcamo, re degli Achemenidi, gelosa della fanciulla, decise di rivelare al padre l’unione di sua figlia con il dio del Sole, e questo la fece seppellire viva. Apollo, però, perduta l’amata Leucòtoe, non volle più vedere Clizia, la quale, perciò, cominciò a deperire, rifiutando di nutrirsi e bevendo solamente la brina e le sue lacrime. La ninfa trascorse il resto dei suoi giorni seduta a terra ad osservare il dio che conduceva il carro del Sole in cielo senza rivolgerle neppure uno sguardo, finché, consumata dall’amore, si trasformò in un fiore, che cambia inclinazione durante il giorno secondo lo spostamento dell’astro nel cielo, e perciò è detto girasole”. FONTE:  ICONOS.

”Tra i fiori il girasole è senz’altro uno dei più curiosi: l’eliotropismo è cosa troppo straordinaria – al punto che all’occhio umano sembra travalicare i confini del mondo vegetale per sfociare nell’antropomorfismo – per non stimolare la fantasia mitica. E il linguaggio stesso, luogo per eccellenza del mito, ne porta segno: girasole,tournesolSonnenblumesunflower – nomi tutti che evidenziano un’affinità essenziale con la solarità. Niente da stupirsi dunque se, in combinazione con altri tratti peculiari del fiore, quello che è un fenomeno dei più naturali (il tropismo che garantisce a moltissime specie vegetali di ottenere l’irraggiamento necessario alla fotosintesi) è all’origine della creazione di un personaggio che del volgersi fa il suo destino. E allora, ancora una volta, nomen omen: Clizia, colei che (si) inclina (gr.klitòs) ovvero, secondo la polisemia del verbo latino, colei che si piega, si muta e ha dedizione verso qualcosa”. G. LOCATELLI. LEGGI TUTTO…

E. MONTALE, Portami il girasole…, da Ossi di seppia, 1925

E. MONTALE, La primavera hitleriana, da  La bufera e altro,  1956 

[…] Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti.

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Letteratura del Seicento, Miti

Eugenio Montale

VIDEOLEZIONI di A. Cortellessa:

Vita e opere

Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei non-fatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.

da Diario del ’71 e del ’72

F. de Pisis, Natura morta marina, 1929

 

Da Ossi di seppia:  Meriggiare pallido e assortoSpesso il male di vivere…, I limoni

No, non penso a una poesia filosofica, che diffonda idee. Chi ci pensa più? Il bisogno di un poeta è la ricerca di una verità puntuale, non di una verità generale. Una verità del poeta-soggetto che non rinneghi quella dell’uomo-soggetto empirico. Che canti ciò che unisce l’uomo agli altri uomini ma non neghi ciò che lo disunisce e lo rende unico e irripetibile.
Eugenio Montale, Intenzioni, 1946

Da Le Occasioni: La casa dei doganieri

Da La Bufera e altro: Piccolo testamento

Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L’incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda. Che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo.

Dal discorso di Montale per la consegna del Premio Nobel per la letteratura, Stoccolma, 12 Dicembre 1975

Filippo de Pisis, Foglia

 

Parla Eugenio Montale:

Intervista e letture poetiche (a cura di RAIEdu)

Poesia e prosa secondo E. Montale: intervista al poeta.

L’ultimo Montale

I primi tre libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama, o diciamo in abito da passeggio. Forse mi sono reso conto che non potevo continuare a inneggiare a Clizia, alla Volpe, a Iride, che del resto non esistevano piú nella mia vita. Quando scrivevo i primi libri non sapevo che avrei raggiunto gli ottant’anni. Passati gli anni, guardandovi dentro ho scoperto che si poteva fare altro, l’opposto anche. […] Non ho neppure scelto la soluzione di Mallarmé, che nei suoi ultimi dieci anni di vita non scrisse piú poesie.

Da Le reazioni di Montale (conversazioni), Profilo di un autore: Eugenio Montale, a cura di Annalisa Cima e Cesare Segre, Bur, Milano 1977

 

Falsetto, da Ossi di seppia, 1925

Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
Cabbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

Falsetto

Esterina, twenty’s out for you,
rose-gray cloud that’s slowly
closing in on you.
You know, but you’re fearless all the same.
We’ll see you swallowed by the haze
the wind breaks through
or whips up, wild.
Then you’ll emerge from the ashen wave
browner than ever,
face like Diana
the archer’s intent
on a farther adventure.
Your twenty falls are rising,
past springs fold you in;
now an omen tolls for you
in the Elysian spheres.
May no sound leave
you thunderstruck,
like a cracked jug;
let it be for you an ineffable
concert of collarbells.

Unknowable tomorrow doesn’t faze you.
Lying lithe
on the rock that shimmers
with salt, you bake in the sun.
You make me think of the lizard,
stock-still on naked rock;
youth is waiting
like the hoy’s grass snare.
Water is the power that tempers you,
you find yourself, renew yourself in her:
to us you’re seaweed or a stone,
a water creature
salt can’t corrode
that shows up all the purer on the shore.
How right you are! Don’t muddy
the happy present with worry.
Your gaiety already
has mortgaged the future,
and a shrug demolishes
the tall walls of your clouded tomorrow.
You rise and head for the platform
over the hissing deep,
profile etched against a pearl background.
At the end of the quivering board
you hesitate, then smile,
and as if snared by a wind,
hurl yourself into the arms of the godlike
friend who pulls you down.

We watch you, we of the race
who are earthbound.

Traduzione di Jonathan Galassi

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Poesia