Archivi del mese: ottobre 2014

Padri e figli. Il complesso di Telemaco

M. Recalcati, Introduzione a Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padreFeltrinelli, 2013

Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli,
per prima cosa vorrei il ritorno del padre.
OMERO, ODISSEA, XVI

Quello che qui nomino come “complesso di Telemaco” vuole essere un modo per accostare il nuovo disagio della giovinezza provando a dare una chiave di lettura inedita alla relazione tra genitori e figli in un tempo – quale è il nostro – in cui, come faceva già notare Eugenio Scalfari in un articolo di quindici anni fa intitolato significativamente Il padre che manca alla nostra società (1), l’autorità simbolica del padre ha perso peso, si è eclissata, è irreversibilmente tramontata. La difficoltà dei padri a sostenere la propria funzione educativa e il conflitto tra le generazioni che ne deriva sono noti da tempo e non solo agli psicoanalisti. I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di giochi dei loro figli. Tuttavia, nuovi segnali, sempre più insistenti, giungono dalla società civile, dal mondo della politica e della cultura, a rilanciare una inedita e pressante domanda di padre. Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisoria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irreversibilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica, ma piuttosto quello di interrogare ciò che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione. È questo che mi interessa. In tale contesto la figura di Telemaco mi appare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli. Senza questo riconoscimento non si dà alcuna filiazione simbolica possibile.

Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell’umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre. L’ombra della colpa cadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra. Se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna quella dell’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’auto-accecamento – come marchio indelebile della colpa -, quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio che Telemaco si confonda con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per il padre-eroe è una malattia sempre in agguato. Il tempo del ritorno glorioso del padre è per sempre alle nostre spalle! Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, padri-papa, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo, il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria. Nel complesso di Telemaco in gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso.

Siamo stati tutti Telemaco. Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa da lì ritornasse. E si potrebbe aggiungere, come fa Mario Perrotta nella sua intensa rivisitazione teatrale dell’Odissea, che “qualcosa torna sempre dal mare”.2 Eppure, diversamente da Telemaco, noi non siamo stati figli di Ulisse. La nostra eredità non è l’eredità di un Regno. Noi non siamo stati principi in attesa del ritorno del padre-re. Se Telemaco, come vedremo in questo libro, ci indica la via del modo giusto di ereditare, la condizione dei giovani-Telemaco di oggi è quella dei diseredati: assenza di futuro, distruzione dell’esperienza, caduta del desiderio, schiavitù del godimento mortale, disoccupazione, precarietà. I nostri figli popolano la scura “notte dei Proci”?(3)  Quale padre li potrà salvare se il nostro tempo è quello del suo tramonto irreversibile? I nostri figli non ereditano un Regno, ma un corpo morto, una terra sfiancata, una economia impazzita, un indebitamento illimitato, la mancanza di lavoro e di orizzonte vitale. I nostri figli sono esausti. Perché allora, come provo a sostenere in questo libro, Telemaco può essere il paradigma della loro posizione nel mondo? Perché Telemaco e non Edipo e la sua rabbiosa lotta mortale con il padre? Perché Telemaco è la forma più alta e giusta dell’Anti-Edipo: egli non è né vittima del padre, né si schiera ottusamente contro il padre. Telemaco è il giusto erede, è il figlio giusto. “Non è solo un giovane che cerca suo padre, ma è il giovane che ha bisogno di un padre. Telemaco è l’icona del figlio.” (4)  È questo un tema centrale del libro e di ciò che si nomina come “complesso di Telemaco”: Edipo non riesce a essere figlio e la stessa sorte accade a Narciso. Queste due figure della mitologia classica sono state elette da Freud e dalla psicoanalisi a personaggi-paradigmi del teatro dell’inconscio. Ma nessuno dei due accede alla dimensione generativa dell’erede che l’essere figli comporta. Edipo resta prigioniero del suo odio rivestito di amore per il padre – il padre come Ideale e il padre come rivale costituiscono i due poli dell’oscillazione tipica di quello che Freud ha nominato come “complesso di Edipo” -, mentre Narciso non riesce a separarsi dalla propria immagine idealizzata la cui fascinazione lo conduce verso l’abisso del suicidio. La rivalità (Edipo) e l’isolamento autistico (Narciso) non rendono possibile il movimento singolare dell’ereditare senza il quale viene meno ogni filiazione simbolica e, di conseguenza, la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra.

La cosa che mi ha più positivamente colpito nelle recenti manifestazioni studentesche sono stati i cosiddetti “libri-scudo”. Sono dei grandi libri ad altezza d’uomo, fatti di gommapiuma, di cartone, con un’anima di legno e dipinti di vari colori. Al centro riportano il titolo del libro e il suo autore. Che scudi fantastici, ho pensato! Il motivo militare della difesa dall’aggressore viene surclassato da quello dell’invocazione della Cultura – la Legge della parola – come barriera nei confronti della ingiusta violenza della crisi. Mi sarebbe interessato avere più notizie sui libri scelti. Probabilmente sarebbe una galleria ricca di sorprese. Ma sapere la presenza di alcuni titoli (tra i quali l’Odissea, l’Eneide e la Costituzione) mi ha già confortato nella mia convinzione. Cosa sono questi libri-scudo se non un’invocazione del padre? Se non un’invocazione della Legge della parola come Legge del desiderio? Certo, si tratta di un’invocazione che è al di là dell’anagrafe, al di là del sangue e della stirpe. Mentre nel nostro tempo il libro come oggetto rischia di essere trasformato in un file anonimo e le librerie, dove era bello perdersi, in pezzi da museo delle cere del Novecento, questi giovani invocano, proprio attraverso il libro-scudo, il loro diritto di essere eredi-eretici, cioè di essere eredi nel modo giusto. È la tesi di questo libro a cui sono maggiormente legato: l’erede è sempre un orfano, è sempre senza eredità, diseredato, sradicato, privo di patrimonio, lasciato cadere, smarrito. L’eredità non si compie mai come un mero travaso di beni o di geni da una generazione all’altra. L’eredità non è un diritto sancito dalla natura, ma è un movimento singolare, privo di garanzia, che ci riconduce alla nostra matrice inconscia; è una ripresa in avanti di ciò che siamo sempre stati, è, come direbbe Kierkegaard, un “retrocedere avanzando”. Lo sfondo sul quale questa ripresa avviene è quello di un impossibile. Nessun padre, infatti, ci potrà mai salvare, nessun padre potrà risparmiarci il viaggio pericoloso e senza garanzia dell’ereditare.

Nel nostro tempo i figli sembrano essere privi di ogni eredità, sembrano consegnati a una eredità impossibile. Ma non si eredita sempre l’impossibile? Non si eredita sempre un corpo morto? L’eredità non è mai il riempimento del buco aperto dell’assenza strutturale del Padre, ma è sempre e solo il suo attraversamento. Nondimeno nell’ereditare è sempre in gioco anche la trasmissione di un dono che può umanizzare la vita. Come avviene questo dono in un’epoca in cui le vecchie generazioni hanno reciso il legame con la nuova, hanno ceduto di fronte alla responsabilità della loro parola? In un’epoca in cui la donazione che può umanizzare la vita non è più garantita dall’esistenza del grande Altro della tradizione? Questo Altro, infatti, si è rivelato per quello che da sempre è stato, cioè inconsistente. Se le nuove generazioni non possono trovare la donazione nei padri della tradizione essa – la donazione – può avvenire solo laddove vi sia un incontro con una testimonianza. E cosa è in gioco nella testimonianza come donazione? Il dono che umanizza la vita non è altro che il dono del desiderio e della sua Legge. È questo il vero e unico regno che può essere trasmesso da una generazione all’altra. Come l’humus umano può essere reso fertile? Come può la catena delle generazioni trasmettere la potenza vitale del desiderio?(5) Come si struttura un processo efficace di filiazione simbolica? Il complesso di Telemaco si articola attorno a questi interrogativi. Telemaco è il giusto erede non perché eredita un regno, ma perché ci rivela che è solo nella trasmissione della Legge del desiderio che la vita può emanciparsi dalla seduzione mortifera della “notte dei Proci”, cioè dal miraggio di una libertà ridotta a pura volontà di godimento. Di questa Legge l’humus umano ha bisogno per essere generativo.

Milano, dicembre 2012

1 E. Scalfari, in “la Repubblica”, 27 dicembre 1998.

2 M. Perrotta, Odissea, in Eredi, a cura di F. Condello, Centro studi “La permanenza del classico”, Bononia University Press, Bologna 2011, pp. 74-105.

3 Cfr. L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 305.

4 “Al centro di Telemaco è sempre il padre. In nessun’altra opera greca arcaica o classica il rapporto che lega un figlio a un padre è stato rappresentato con la stessa sensibilità.” Cfr. G.A. Privitera, Il ritorno del guerriero. Lettura dell’Odissea, Einaudi, Torino 2005, p. 64.

5 Humus umano è un’espressione di Lacan con la quale egli allude precisamente al problema della trasmissione del desiderio come fertilizzante irrinunciabile della vita umana: “Il sapere per Freud designava l’inconscio. È ciò che inventa l’humus umano per la sua perennità da una generazione all’altra”, J. Lacan, Note italienne, in Autres écrits, Seuil, Paris 2001, p. 311.

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Niccolò Machiavelli

“La istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi, e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri”.
N. MACHIAVELLI, Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, 1503

Un’introduzione informale allo studio di Machiavelli: CLICCA QUI.

Niccolò Machiavelli: tanto nomini nullum par elogium. LEGGI TUTTO…

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Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli; perché, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d’altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore. 
N.  Machiavelli, De principatibus, VI

GALLERIA DI IMMAGINI: CLICCA QUI.
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 Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 – 2013. IL VIDEO: Treccani Channel
RAIStoria: Il Tempo e la Storia – Machiavelli, con Lucio Villari. CLICCA QUI.
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Adriano Prosperi, Machiavelli senza il machiavellismo, “La Repubblica”, 14 ottobre 2013
Quella dei centenari è una religione laica, ha scritto una volta Carlo Dionisotti. Come tutte le religioni, deve attualizzare il passato, risvegliare devozioni dormienti o dimenticate. Quella che va sotto il nome di Machiavelli è la devozione o meglio la dedizione allo studio di una cosa che sarebbe bene indicare con le parole stesse di Machiavelli: «L’arte dello Stato». Un’arte, cioè un mestiere che si imparava. Prima di scrivere il Principe lui l’aveva studiata per almeno quindici anni.
Sulla definizione artigianale fiorentina prevalse il nome aristotelico di Politica: eppure oggi sarebbe bene restaurare il nome creato da Machiavelli, specialmente in Italia dove quella che si chiama “politica” è tutto fuorché un’arte e gli “ordini” o ordinamenti fondamentali dello Stato che stavano tanto a cuore a Machiavelli ballano un pauroso trescone. Ma proprio perché davanti alla politica corrente si volta la faccia disgustati, incombe il rischio di rivolgersi a Machiavelli come a un maestro non di un immorale “machiavellismo”, ma di buoni e financo religiosi pensieri e di savie benché inascoltate massime. È meglio allora che si provi almeno a conoscerlo come uomo, per la vita che ebbe, per i sentimenti che provò, per il contesto che fu il suo.
«Diteci, per favore chi era Robespierre », chiedeva Marc Bloch a chi polemizzava pro o contro il grande giacobino. Chi era l’uomo Machiavelli? Alla domanda ha risposto con fresca e piacevole narrazione Lucio Villari nel libro che ci viene ora riproposto negli Oscar Mondadori: Machiavelli, un italiano del Rinascimento. Dalle sue pagine quello che balza fuori è il profilo di un uomo di straordinaria intelligenza, di vivacissima passionalità e umanità, un amante della poesia e dell’amore: un uomo nato povero che dovette imparare presto a stentare, sperimentò il carcere, la tortura e l’esilio, ma di sé e dei suoi guai, desideri, amori, avventure, parlò con l’autoironia e la straordinaria eleganza di testimonianze epistolari indimenticabili, scolpite nella lingua più bella di una grande stagione letteraria. Lucio Villari ha evitato d’istinto il machiavellismo e si è dedicato al profilo dell’uomo cercando di capirne la cifra umana. La figura simbolica che presiede alla sua narrazione è quella dell’occasione: la si rappresentava come una donna dalla capigliatura mozza sulla nuca e un ciuffo sporgente sulla fronte, a suggerire che bisognava coglierla frontalmente non quando era passata. Assomigliava alla Fortuna e come lei si muoveva su ruote, incostante e velocissima. Sono le occasioni che ritmano questa vita di un uomo nato di piccola fortuna e della fortuna diffidente, ma pronto a cogliere gli appigli che la vita gli offre: le donne e l’amore in modo speciale. Ma anche la poesia, il teatro. Di poeta fu la prima e una delle pochissime opere pubblicate in vita, i Decennali (1504). Machiavelli è l’uomo che nella lettera all’Alamanni del 1517 si lamenta perché l’Ariosto in un poema «bello tutto et in molti luoghi mirabile», non gli ha trovato nemmeno un cantuccio tra i tanti poeti che nomina e lo ha «lasciato indietro come un cazo».  Padre affettuoso, marito non proprio esemplare ma tenero e grato alla sua Marietta, Niccolò non rifiutava anzi cercava altre donne: fedele al proverbio di Boccaccio, che è «meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi», fu capace di innamorarsi fino all’ultimo, e non per questo si pentì: ma proprio in ultimo, prima di confessarsi, raccontò quel sogno che ha fatto penare il biografo piagnone in un’Italia che non ha mai rinunciato da allora in poi a speculare su quel che accade ai morenti refrattari ai conforti della religione e a fare pettegolezzi su chi alla vita volta le spalle.
Il riso e la serietà del riso sono parte essenziale di questo ritratto dell’uomo che si definiva nel 1525 «istorico, comico e tragico» e che, con intarsio elegante e leggero ma fortemente suggestivo, Lucio Villari mostra essere davvero un intreccio fra l’apparire e l’essere: apparire «huomini gravi, tutti volti a cose grandi» ed essere invece «leggieri, inconstanti, lascivi, volti a cose vane». E quel lascivo significava allora (e forse ancora) in Toscana non dedito ai piaceri della carne, ma cedevole agli impulsi della realtà della vita, che è fatta di occasioni. Come scrive Lucio Villari l’occasionalità era anche, per Machiavelli, disposizione ad accogliere l’ispirazione, la fantasia, a leggere la storia e la cronaca attraverso il filtro della satira, dell’umorismo: attraverso, insomma, la percezione dell’accaduto come momento di vita reale, non di ricomposizione di ombre in un teatro di fantasia o in un trattato di filosofia politica.

Mario Reale, Sull’attualità politica del Principe. IL VIDEO.
Si può parlare dell’“attualità” del Principe di Machiavelli, in occasione dei cinquecento anni dalla sua redazione, ma con molte cautele. Questo piccolo scritto, un “opusculo”, straordinario per i concetti e per la lingua, tra i più letti al mondo, rientra certamente nel novero dei “classici”. Ora le opere classiche, mentre hanno la straordinaria capacità di parlare a tutti, nella lunga durata, sono sempre anche figlie del loro tempo, ne recano tracce ineliminabili, e a volte la loro bellezza nasce proprio dalla commistione di tempo ed “eternità”.
Così, non c’è attualità che non si costituisca entro la consapevolezza della distanza, niente dei classici è trasferibile immediatamente nella realtà di oggi. Il filo di connessione è piuttosto costituito da quella che direi “lezione”, ossia la  possibilità di ricavare liberamente dai classici temi e motivi che, in parte, vanno oltre il tempo e possono, più spesso in forma indiretta, farci da guida. LEGGI TUTTO…

 

 Who’s afraid of Machiavelli? DOCUMENTARIO BBC dedicato al 500mo anniversario del Principe (con sottotitoli in lingua inglese).  Famous for lines like ‘It is better to be feared than loved’, The Prince has been a manual for tyrants from Napoleon to Stalin. But how relevant is The Prince today, and who are the 21st century Machiavellians? Alan Yentob talks to contributors including Colonel Tim Collins, who kept a copy of The Prince with him in Iraq; plus Hilary Devey, Alastair Campbell and Game of Thrones writer George RR Martin.

Multimedia project on Niccolò Machiavelli’s The Prince at Brunel University, London

Lezione di Gian Mario Anselmi al Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania (20 febbraio 2014)
Il video propone un ampio estratto della lezione su “Machiavelli e Il Principe” tenuta il 20 febbraio 2014 presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Gian Mario Anselmi insegna Letteratura italiana nell’Università di Bologna, ha collaborato alla Letteratura italiana Einaudi e coordinato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Machiavelli, presso la casa editrice Salerno, i volumi dedicati alle Istorie Fiorentine e agli scritti storici di Machiavelli, di cui ha curato anche, con Carlo Varotti, Le grandi opere politiche (Bollati Boringhieri, 1992-93).  La lezione è imperniata su due celebri capitoli de Il Principe: il XVIII (In che modo i principi abbiano a mantenere la fede) e il XXV (Quanto possa la fortuna nelle cose umane, e in che modo se gli abbia a resistere). La chiave di lettura di Gian Mario Anselmi propone un Machiavelli che continua a parlare alla nostra modernità, inquieta e lacerata, perché ha intuito per primo, con una lucidità sconcertante, la radice anche ferina dell’uomo, l’atavica pulsione animale che ne guida azioni e comportamenti. Ma ha altresì compreso che tale pulsione può essere una risorsa di cui vanno sfruttati tutti gli aspetti positivi nella costruzione di uno spazio privilegiatamente politico, dove forza, intuito e istintiva capacità decisionale sono gli elementi in grado di determinare la sopravvivenza di uno Stato. Percorrere l’opera di Machiavelli, a partire dai testi fondativi della moderna arte politica come il Principe o i Discorsi, fino alla caustica corrosività della Mandragola o dell’Asino, significa fare i conti con una materia magmatica e incandescente, capace di restituire alla parola una dimensione di fisica evidenza, se non addirittura quella tensione agonistica e conflittuale entro cui si sono andate progressivamente consolidando (e non paia un paradosso per l’autore del Principe) le basi delle moderne democrazie occidentali.

G. Mario Anselmi legge il cap. XVIII del Principe

G. Mario Anselmi legge il cap. XXV del Principe

La prova più chiara che Il Principe è un’orazione è l’Esortazione a liberare l’Italia dai barbari che conclude l’opuscolo. Le regole della retorica classica prescrivono infatti che l’orazione politica, per essere persuasiva, deve chiudersi, dopo un breve riassunto delle tesi proposte, con una peroratio o exhortatio in cui l’oratore tocca le passioni degli ascoltatori, o dei lettori, affinché deliberino o operino secondo i suoi consigli. A tal fine l’oratore deve usare soprattutto l’indignatio, per muovere allo sdegno, e la conquestio, per suscitare compassione. Nel primo caso deve sottolineare che il fatto è tetro, crudele, nefario, e tirannico; nel secondo deve insistere soprattutto sull’innocenza della vittima ed enfatizzare la sua debolezza.
Da buon oratore qual è, Machiavelli mette diligentemente in pratica gli insegnamenti dei maestri classici. il capitolo conclusivo dell’opera è un’esortazione costruita secondo la tecnica dell’indignatio e della conquestio. Per muovere allo sdegno un possibile redentore sottolinea le «crudeltà et insolenzie barbare»; per suscitare compassione descrive l’Italia «più stiava che li ebrei, più serva ch’e’ persi, più dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa» che ha sopportato «d’ogni sorte ruina».
Diversamente dai molti cultori contemporanei della scienza politica, che aborrono la retorica e prediligono le formule matematiche, ritengo che una delle lezioni più valide del Principe sia proprio la grande abilità che Machiavelli ha dimostrato di saper contemperare analisi rigorosa e scrittura coinvolgente: ragione ed eloquenza, come appunto insegnavano i maestri della retorica classica. Con le sue opere ci ha insegnato che non è affatto necessario che gli scritti sulla politica siano aridi o noiosi, o oscuri. Se facessimo tesoro del suo esempio, avremmo non solo migliori scritti politici, ma anche un’azione politica più nobile e degna di ammirazione.

M. VIROLI, L’attualità del Principe, in Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 – 2013, Treccani, 1013

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R. Luperini, Lo scandalo del Principe, in Letteratura e noi, 2014

I tre scandali del Principe

Lo scandalo del Principe è anzitutto di natura morale, in quanto Machiavelli vi sostiene la tesi chi la morale del principe deve dipendere solo dal benessere e dalla salvaguardia dello stato che deve governare e non dai principi di una etica personale, religiosa o laica che sia. La morale del principe viene fatta coincidere con la sorte dello stato, e perciò è sempre verificabile in termini pratici dal successo o dal fallimento della sua azione politica. Questa impostazione rappresenta un radicale capovolgimento rispetto alle teorie da secoli dominanti nella trattatistica politica. In Machiavelli, beninteso, non c’è cinismo né indifferenza rispetto ai valori. Il male esiste, e viene chiamato per nome. L’etica nuova consiste piuttosto nel chiarire apertamente, senza ipocrisie, i prezzi attraverso i quali è possibile modificare la realtà ed edificare uno stato nuovo.

Ma Il Principe contiene un secondo scandalo, questa volta di natura filosofica. Il punto di partenza della riflessione teorica di Machiavelli non è costituito da motivazioni ideali, ma dall’analisi concreta delle situazioni concrete, cioè, come dice nel Principe (cap. XV), dalla «verità effettuale della cosa». Ciò comporta una potente demistificazione sia del comportamento umano, che invece si finge promosso da ideali disinteressati, sia della precedente trattatistica che, invece di procedere dalla «verità effettuale della cosa», muoveva dalla «immaginazione di essa».

Un terzo scandalo è più precisamente di natura letteraria. Apparentemente Machiavelli segue tutte le convenzioni del genere letterario della trattatistica politica. Ma anche in questo caso le segue solo per rovesciarle. Come tutti gli altri trattatisti, Machiavelli illustra le qualità che deve avere il principe e muove dalla descrizione dei diversi tipi di principato. Ma da un lato le qualità del principe non sono quelle morali indicate dalla trattatistica tradizionale, dall’altro, e soprattutto, viene capovolto l’intero modo dell’argomentazione, la quale, infatti, non deriva più da un precedente sistema organico di un pensiero largamente condiviso. La fonte dell’autorità non è più quella della fede religiosa, come nei trattati di Dante o di san Tommaso, e neppure quella delle virtù laiche degli specula principis quattrocenteschi di Patrizi, Platina o Pontano, bensì è assunta direttamente dalla scrittura del trattatista. Il lettore deve prestarle fede sulla base esclusivamente della forza di convincimento e di persuasione che essa esprime. L’autorità ora va conquistata sul campo: non dipende più da verità consolidate del passato, ma da una verità nuova e individuale di cui l’autore si assume tutta la responsabilità. La legittimità dell’opera insomma è fondata solo dalla forza della scrittura (di qui il rilievo decisivo dello stile), dalla esperienza politica dei chi scrive (dalla sua «esperienza delle cose moderne») e dalla sua personale conoscenza della Bibbia e soprattutto dei classici greci e latini, i quali forniscono «lezioni» delle cose «antique», e cioè una serie di esempi del passato tuttora praticabili sulla base del principio umanistico della imitazione. Se si aggiunge che la energia suasoria della scrittura è volta non a sostenere disinteressatamente una tesi, ma a suscitare l’azione, e dunque ha un fine immediatamente pragmatico, si può meglio capire la novità dell’operazione machiavelliana. Dal tronco della trattatistica, sta nascendo un nuovo genere letterario, la saggistica moderna.

Il realismo

In occasione di questo quinto centenario del Principe, mi soffermerò soprattutto sulla correlazione fra lo scandalo filosofico e quello letterario. La conoscenza della «verità effettuale della cosa» da parte dell’autore è fondata sulla esperienza diretta verificata nella pratica concreta (con riferimento alle vicende della carriera politica del segretario fiorentino) o sulla lettura dei testi del passato. Questo rilievo concesso alla esperienza, questo rovesciamento di prospettive implicito nell’intento di muovere dalla «verità effettuale della cosa» e non dalla «immaginazione di essa», sono indubbiamente alla base del realismo filosofico di Machiavelli.

Si tratta di un realismo scientifico che anticipa il metodo empirico e induttivo teorizzato e applicato un secolo dopo da Galileo? De Sanctis, com’è noto, non aveva dubbi: parlava di «fondamento scientifico» garantito dall’«esperienza» e dalla «osservazione», e annunciava: «Muore la scolastica, e nasce la scienza». Su questo punto però il dibattito è aperto: ha ormai un valore storico lo scontro fra le posizioni di chi (un nome solo fra tutti: Chabod) afferma che la tendenza machiavelliana a giungere a regole generali deriverebbe dal metodo induttivo della osservazione concreta e scientifica dei fenomeni particolari e quelle di chi (per esempio, Martelli) sostiene invece che Machiavelli muoverebbe da leggi immutabili di cui troverebbe successivamente conferma nella realtà secondo un metodo deduttivo influenzato dal platonismo ficiniano allora molto diffuso a Firenze.

A me sembra almeno unilaterale considerare Machiavelli un teorico della politica come scienza, come arte separata e autonoma, così come Croce e Max Weber anni fa lo hanno immaginato. Machiavelli non è uno scienziato puro, un descrittore neutrale dei meccanismi della politica, volto a elaborare una concezione aideologica, tecnica, funzionale dell’arte di governare. Come ebbe a dire Gramsci, Machiavelli è piuttosto uomo di parte, e come tale teorizza e si batte. L’aspetto modernamente scientifico del suo pensiero è quello che lo ha fatto considerare, come Marx e Freud, un «maestro del sospetto»: sta nelle efficacia dissacrante del costante riferimento alla realtà materiale, alla varietà e mutabilità dei casi offerti dalla storia e dalla fortuna e alla verità di una antropologia studiata senza infingimenti ideali sulla base, a me pare, di una visione del mondo ispirata all’averroismo e all’aristotelismo naturalistico ed eterodosso. Probabilmente si fa sentire anche la lezione realistica di Boccaccio soprattutto nella possibilità di stabilire un collegamento razionale fra l’analisi della realtà in atto e l’effetto che può scaturirne e dunque nell’arte di prevenire e determinare il futuro. Ma, accanto all’indubbio realismo, sono presenti nel Principe una serie di convinzioni, una ideologia, una visione del mondo, un intento pratico, una passione politica.

La tensione utopica

Realismo e utopia si fronteggiano e si uniscono in Machiavelli come in un altro grande pensatore di qualche secolo dopo, Karl Marx. Spesso anzi i grandi realisti sono anche grandi utopisti. So bene che alcuni studiosi di Machiavelli (Sasso, per esempio) non vogliono sentire parlare di utopia per Machiavelli perché la collegano a una visione illusoria della realtà che egli in effetti non ebbe. Ma qui si parla di utopia in senso politico, come tensione prospettica al futuro e più precisamente alla trasformazione del nostro paese in uno stato unitario moderno sull’esempio delle altre grandi nazioni europee.

Questa aspirazione utopica era così forte da creare una serie di tensioni e contraddizioni all’interno stesso dell’opera. Per esempio: se la tragedia della crisi italiana è così grave, se la difficoltà della situazione dovuta alla inettitudine dei principi, alla mancanza di armi proprie, alla forza delle nazioni straniere è come Machiavelli la rappresenta senza farsi alcuna illusione, come può questa stessa situazione essere invece presentata nell’ultimo capitolo come la più adatta all’azione di un principe audace e innovatore? Risulta problematico lo stesso passaggio da una dimensione umana pessimisticamente rappresentata in chiave naturalistica, e dunque sempre eguale a se stessa e astorica, a un impegno invece storico capace di mutare la realtà ispirandosi agli antichi valori della repubblica romana e delle italiche virtù. Si può aggiungere che alcuni studiosi (Gilbert in testa) hanno osservato che Machiavelli utilizza arbitrariamente i dati dell’esperienza pur di sostenere in modo più convincente la propria tesi: così l’immagine del Valentino come modello quasi perfetto sarebbe diversa nel Principe da quella che dello stesso personaggio egli ci fornisce in altri suoi scritti elaborati quando l’esperienza dei fatti era più recente, più diretta e attendibile. E tuttavia queste tensioni e contraddizioni riguardano piuttosto il supposto scienziato della politica che il saggista volto a persuadere facendo leva anche sulle sfera emotiva del lettore.

La forza dello stile

Per questo è soprattutto alla forza dello stile che si affida il messaggio del Principe. Anche lo stile si oppone alle convenzioni, già nelle intenzioni dell’autore che sin dalle prime righe chiarisce che la sua prosa rifuggirà dalle «causole ample», dalle «parole ampullose e magnifiche», che allora erano di uso consueto, così come da qualsiasi «lenocinio o ornamento estrinseco» (e qui non manca, probabilmente, un riferimento polemico alle teorie e alla pratica linguistica di Bembo). Piuttosto Machiavelli si affida a tre tipi di energia espressiva: quella popolaresca del parlato fiorentino che tanto più spicca in quanto alternata a parole colte e ai termini tecnici del linguaggio diplomatico, spesso latineggianti, quella della sintassi dell’argomentazione stringente e quella di metafore, similitudini e immagini desunte dal mondo naturale e biologico (animali e piante), quasi che, è stato detto, Machiavelli voglia dissolvere l’idealizzazione implicita nel concetto di humanitas per tornare a dare spazio alle ragioni materiali e alla bestiache è in noi. L’unione di alto e di basso, di linguaggio elevato e di linguaggio popolaresco, non è solo una risorsa della forma espressiva, ma è anche e prima di tutto una questione di visione del mondo. Se nel capitolo finale Machiavelli può premere entrambi i pedali, aulico e popolaresco, parlando da un lato di «pietà», di «lacrime», di «ostinata fede» e affermando dall’altro che «A ognuno puzza questo barbaro dominio», è perché nella visione del mondo machiavelliana il mondo della ragione e della intelligenza più raffinata è strettamente collegato al mondo dei sensi e della materialità corporale. Analogamente il ricorso ai procedimenti razionali della argomentazione e della logica asimmetrica può in lui conciliarsi con l’appello alle emozioni e con i procedimenti della logica che Matte Blanco definirebbe invece simmetrica.

Lo stile è rapido, essenziale. E’ stato scritto giustamente che la scrittura del Principe contiene «il massimo potere informativo, argomentativo, evocativo nella minima superficie verbale» (Inglese). La brevitas, il metodo della concentrazione e della riduzione, conferisce un fortissimo rilievo a una argomentazione che punta prevalentemente sulla persuasione razionale, anche se non disdegna il ricorso ai sentimenti e alle passioni. Il procedimento dilemmatico e per antitesi violente, attraverso avversative e disgiuntive, ha un evidente effetto pratico perché costringe il lettore a scegliere, e quindi a uscire dalla neutralità, a schierarsi, a prendere parte. E’ infatti soprattutto nello stile che si avverte l’istanza etica che percorre Il Principe. Lo stile è attraversato da una tensione e da una torsione drammatica. Si sente che l’opera è scritta nell’incombere di una tragedia, quella della crisi italiana, che esigerebbe risposte rapide e risolute; e che l’autore vuole scuotere il lettore, sottoporlo a uno shock argomentativo ed emotivo che lo costringa ad assumersi una responsabilità, a uscire dall’inerzia. Nella stessa tensione della lingua e dello stile vive insomma quella dimensione utopica e morale che può essere colta anche sul piano tematico e contenutististico.

Attualità di un saggio moderno

Lo stile del Principe è quello di un genere nuovo, il saggio moderno. Machiavelli è il primo dei moderni saggisti. Con Guicciardini apre una strada che sarà presto ripresa in Francia negli Essais di Montaigne e poi dagli illuministi. Il trattato, divenendo saggio, trova la propria legittimazione solo in se stesso, e cioè nella propria scrittura, e non in un ordine preesistente di verità. E tende irresistibilmente alla militanza. Chi scrive milita: si schiera all’interno di un conflitto o di una contraddizione, e si compromette in prima persona.

A lungo la fortuna italiana di Machiavelli si è legata al contenuto immediato di tale militanza, vale a dire a un sogno identitario e nazionale. Machiavelli ha trovato un posto privilegiato all’interno di una narrazione mitica, quella di una storia della letteratura vista come resoconto dell’identità nazionale. Non per nulla il «sia gloria al Machiavelli» della storia letteraria desanctisiana coincide con le campane a festa per la breccia di porta Pia e per la raggiunta unità della nazione italiana. L’ultimo capitolo del Principe con l’appello a liberare l’Italia dai barbari, come la Canzone all’Italia di Petrarca e infiniti altri testi di Dante, di Alfieri, di Foscolo, di Manzoni, del giovane Leopardi, di Carducci, di d’Annunzio sono stati letti in questa chiave. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, tale narrazione fondata sul nesso fra identità nazionale, letteratura e storia patria ha perduto la propria ragione d’essere. E tuttavia Machiavelli può mantenere una sua attualità forse non tanto per alcuni suoi contenuti immediatamente politici, quanto per l’energia con cui si batte contro la rassegnazione e l’inerzia e per i procedimenti di pensiero da lui impiegati che possono assumere anch’essi una valenza politica. Oggi si sta affermando l’esigenza di un’etica non più nazionale, ma planetaria, e di una nuova narrazione a essa ispirata. Lo stesso giovane De Sanctis prevedeva che sarebbe venuto il momento in cui al criterio del valore nazionale sarebbe seguito un criterio di valore identificato invece nell’umanità in quanto tale, senza più frontiere. Questo momento è arrivato, e in esso Machiavelli può trovare posto per il suo appello alla militanza e per la sua fiducia in due universali che riguardano il genere umano nel suo complesso e nella sua possibile unità: l’universale della logica asimmetrica e di quella simmetrica, l’universale mentale e logico-razionale, che unisce tutti gli uomini nella capacità di ragionamento e di argomentazione, e l’universale corporale e sensorio che li unisce nella capacità di provare sensazioni ed emozioni. Machiavelli si rivolge a un universale umano, e intanto lo promuove. Il mito del Centauro potrebbe aspirare a una sua nuova attualità per una umanità per certi versi oggi troppo civilizzata e dimentica della propria natura animale e per altri versi troppo ferina e dimentica dei principi di tolleranza su cui si fonda la civiltà. Di fronte alla gravità della crisi Machiavelli afferma la necessità di un’assunzione di responsabilità e di un impegno pratico volto a modificare la realtà e insieme suggerisce un nuovo rapporto, tutto da costruire, fra mente e corpo. Propone una conoscenza per la prassi e un tipo di umanità.

Oggi, dinanzi alla crisi che stiamo attraversando in questi anni (crisi non solo economica, ma di civiltà), tanto diversa da quella sperimentata da Machiavelli ma non meno grave, la sua lezione sembra acquistare una prospettiva che il De Sanctis della Storia della letteratura italiana non poteva prevedere ma che forse risulta, per il nostro futuro, non meno decisiva.

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Il giudizio di Salman Rushdie sulla personalità e sull’opera di Machiavelli.

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“Fammi felice per un momento di tempo”

Bisogna anche considerare che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e tra quelli naturali alcuni sono anche necessari, altri naturali soltanto; tra quelli necessari poi alcuni sono in vista della felicità, altri allo scopo di eliminare la sofferenza fisica, altri ancora in vista della vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell’anima, dal momento che questo è il fine della vita beata; è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni allo scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni.
Epicuro, Epistola a Meneceo, 127-28, in Opere, Milano, Tea, 1991

Laetus in praesens animus quod ultra est
oderit curare et amara lento
temperet risu: nihil est ab omni
parte beatum.
[Un cuore che gode del presente, non deve
preoccuparsi del domani, ma le amarezze
tempera con un sorriso: felicità
perfetta non esiste.]
Orazio, Carmina, II, 16, vv. 25-28

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…
Giovanni Raboni, da Barlumi di Storia,  Mondadori 2002

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
E. Montale, Felicità raggiunta…, da Ossi di Seppia, 1925


La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che noi sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun modo concepire di che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi desideriamo di esser felici perocché esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel quale infatti esistiamo. È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la sua propria felicità; ché desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui, ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il che è essenzialmente impossibile.    G. Leopardi, Zibaldone, 3498-3499

“La Natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità è infelice come chi non ha di che cibarsi, patisce la fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo”. G. Leopardi, Zibaldone, 1831

Quel che nell’accezione più stretta ha nome felicità, scaturisce dal soddisfacimento, perlopiù improvviso, di bisogni fortemente compressi e per sua natura è possibile solo in quanto fenomeno episodico. Qualsiasi perdurare di una situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un sentimento di moderato benessere; siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile.
S. Freud, Il disagio della civiltà [1929], 2, Torino, Boringhieri, 1971

The waiter opened the windows and the north wind came into the room.
“Please call the desk and ask them to ring this number.” The waiter made the call while the Colonel was in the bathroom.
“The Contessa is not at home, my Colonel,” he said. “They believe you might find her at Harry’s.”
“You find everything on earth at Harry’s.”
“Yes, my Colonel. Except, possibly, happiness.”
“I’ll damn well find happiness, too,” the Colonel assured him.
“Happiness, as you know, is a movable feast.”
“I am aware of that,” the waiter said. “I have brought Campari bitters and a bottle of Gordon Gin. May I make you a Campari with gin and soda?”
Ernest Hemingway, Across the river and into the trees, 1950

C’è la felicità appagata, la felicità che nasce da un lavoro ben fatto alla luce del sole, da anni di sforzi proficui, quella che dopo lascia stanchi e contenti, circondati da familiari e amici, pieni di soddisfazione e pronti al meritato riposo: sonno o morte che sia.

E c’è a felicità della tua catapecchia. La felicità di essere sola, e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito, parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perché temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono in cuccetta.

Dave Eggers, Eroi della frontiera, Milano, Mondadori, 2017

Pierre Zaoui, Torniamo alle idee di Platone, “La Repubblica”, 5 marzo 2017

Piacere dei sensi, assenza di problemi, salute dell’anima. Sono le diverse definizioni di felicità dei filosofi antichi: le loro lezioni sono ancora utili

Il concetto di felicità è antichissimo, e risale alle origini greco-latine dell’Europa. Tutte le filosofie antiche si sono preoccupate della felicità. E non solo i filosofi ellenistici (con il cinismo, lo stoicismo, l’epicurismo e lo scetticismo, che si presentavano esplicitamente come eudemonologie, ovvero scienze della felicità o dello “spirito buono” — in greco: eudaimonia), ma già la filosofia di Aristotele, secondo la quale, in opposizione al platonismo, la maggior parte degli uomini non ricerca un bene misterioso e inaccessibile bensì, più semplicemente, la felicità. Lo stesso Platone dedicò alla felicità uno dei suoi ultimi dialoghi, Il Filebo, affermando la possibilità di una ” salute dell’anima” (euessia): giusta misura tra assenza di piacere e piaceri corporali illimitati.

Naturalmente i filosofi non erano mai d’accordo su quale fosse esattamente la natura della felicità e sui mezzi necessari a raggiungerla. Platone la vedeva come “un di più”, una ciliegina sulla torta di chi ha condotto una vita saggia e retta. Aristotele la riduceva a un gesto. Epicuro la collocava piuttosto tra i sensi ( il piacere) e l’assenza di problemi ( atarassia). Gli stoici tra la volontà pura e l’assenza di passioni  apátheia). Gli scettici in una sospensione del giudizio (epochè), ecc. Tutti però sembravano concordare sul fatto che la vera felicità — e non i piaceri volgari ed effimeri paragonabili alla botte delle Danaidi — rappresentasse il grande dilemma se non di tutti, quanto meno dei più saggi.

Ecco perché ancora oggi, quando ci si è lasciati alle spalle le tempeste e i trionfi della giovinezza e si decide che è arrivato il momento di essere felici, si ritorna sempre agli Antichi.

Ma tale ritorno ha sempre un che di sbiadito e di nostalgico, perché non può farci dimenticare tutto ciò che la modernità ci ha anche insegnato sui limiti della felicità: che stando a Machiavelli gli uomini forse ricercano non tanto la felicità quanto il potere (se fanno parte dei “grandi”) o la sicurezza (se fanno parte del popolo). Che la felicità dei greci, fatta di limiti, di misura e di equilibrio, non basta più a soddisfarli perché vogliono di più: una gioia infinita e illimitata. In termini spinozisti: non solo l’autocompiacimento degli antichi (acquiesentia in se ipso), ma la gioia attiva e assoluta nell’infinito (beatitudo). Che non possono sapere con precisione come fare a diventare felici — in termini kantiani, la ricerca del piacere può dipendere solo da un “imperativo ipotetico” e non da un “imperativo categorico”, che pertiene esclusivamente alla vera moralità. O ancora che ricercano sempre, stando a Lacan, qualcosa al di là del principio di piacere: il godimento — esperienza ben più eccitante e per altri versi più pericolosa, che rischia a ogni istante di “bruciarli sino all’essenza”.

La felicità dunque non è altro che un’idea da bambini, e per riprendere le parole di Marx, sia i Greci che i Romani erano “popoli di bambini”.

Tuttavia, si tratta di un buon motivo per non rifarsi continuamente agli antichi? Forse no. A patto però di riconoscere che la felicità moderna è immancabilmente destinata ad apparire un po’ sbiadita rispetto alle promesse di godimenti infiniti della fede e del mercato. Significa riconoscere che l’evanescenza della felicità rappresenta il suo limite costante ma anche l’aspetto più raffinato del suo fascino, come una poesia di Verlaine. E ciò, in ogni caso, ci proteggerà sempre sia dalla felicità falsa e smaccata che dai tristi godimenti dei nuovi cavalieri della fede.

L’autore insegna Filosofia all’Università Paris VII Denis Diderot. Il suo ultimo libro è ” L’arte di essere felici” ( il Saggiatore)

Maurizio Ferraris, Noi moderni costretti a essere felici, “la Repubblica”, 5 marzo 2017

Ecco come una ricerca che per Epicuro e Aristotele era legata al senso della misura e alla conoscenza con il tempo si è trasformata prima in un diritto (sancito costituzionalmente) e poi in un imperativo sociale. Diventando addirittura l’oggetto di rivendicazioni sindacali

Gli ideali di felicità sono talmente vari da far dubitare che le famiglie felici si assomiglino tutte, come pretende Tolstoj, o almeno da far sorgere un dubbio: si tratta sempre della stessa cosa? Schematizzando al massimo, possiamo ricorrere a delle partizioni tradizionali: gli antichi e i moderni, i classici e i romantici o, a voler riprendere la distinzione di Schiller, gli ingenui e i sentimentali, dove ” ingenuo” non vuol dire sprovveduto, ma piuttosto genuino, autentico, originario, e “sentimentale” significa, a ben vedere, ironico, perverso, artefatto.
Sono distinzioni da prendersi, ovviamente, con cautela, perché una delle grandi risorse e sciagure dell’essere umano è di essere capace di essere felice o infelice senza sincronizzarsi con il tempo in cui si trova a vivere, ma qualcosa significano. La felicità “ingenua” degli antichi, quella della Lettera sulla felicità di Epicuro o dell’Etica nicomachea di Aristotele, si identifica essenzialmente con la misura, ed è una parente stretta del sapere. Difficile, per un antico o per un medioevale ( malgrado la promessa del regno dei cieli ai poveri di spirito) parlare di ” beata ignoranza”, come suona il titolo del film di Massimiliano Bruno in programmazione in questi giorni e come sentenzia un personaggio di Matrix (“ignorance is bliss”). Da Socrate a Montaigne la felicità consiste in un bilanciamento tra piacere e sapere che troviamo in Platone come nella felicità mentale di Cavalcanti e Dante.
Per i moderni le cose cambiano, si complicano, diventano perverse. Bisognerebbe capire quando ha luogo la frattura, ma sicuramente la caduta dell’Ancien Régime scandisce una soluzione di continuità, se è vero quanto dichiara Talleyrand ( e non c’è ragione di non prestargli fede): ” Chi non ha conosciuto i dieci anni prima della Rivoluzione non sa cosa sia la felicità” — da intendersi come il benessere consentito dal ceto e dall’ingiustizia. Ma Talleyrand è un nostalgico e un reazionario. Mentre lui cercava la felicità in base a un gusto individuale (“c’est mon plaisir”), incominciava a dilagare l’idea che la felicità su questa terra dovesse costituire un progetto collettivo e che non andasse cercata nell’alleanza di trono e altare e nei boudoir, bensì nella rivoluzione dell’ordine vigente e nel ritorno alla natura. Come diceva Saint- Just? “Che l’Europa sappia che non volete più un infelice né un oppressore sul suolo francese” (dimenticando di aver propiziato almeno una infelicità in Francia, quella di Luigi XVI, decapitato in quanto oppressore) e concludeva “la felicità è un’idea nuova in Europa”.
Da una parte, la cultura, ora, è all’origine di ogni male, e la beatitudine si imparenta all’incultura, a una ingenuità ottenuta attraverso l’artificio, come il buon selvaggio lodato da Rousseau che comprime il cervello dei figli per liberarli dal fardello dei pensieri. Senza giungere a questi estremi, appare evidente che la felicità comporta una qualche fuga non solo dall’ordine costituito dell’Ancien Régime, ma dalla civiltà in quanto tale. Quella che per il mondo classico era la barbarie e la vita animalesca, o almeno un esercizio ascetico riservato a stiliti o a monaci della Tebaide diventa adesso la vita beata, Thoreau che si ritira nei boschi per due anni alla ricerca dell’assoluto, e poi le versioni secolarizzate di questa fuga dalla civiltà nel Club Méditerranée, nei campeggi, negli sport estremi.
D’altra parte, la felicità viene istituzionalizzata. Per i moderni essere felici è un imperativo che surroga qualunque altro dovere, diventando contraddittorio, poiché l’ingiunzione alla felicità genera ovviamente ansie da prestazione e grandissime infelicità. Inoltre, è un diritto, sancito costituzionalmente (come avviene negli Stati Uniti), e contabilizzabile, come nella aritmetica della felicità teorizzata da Bentham, e praticata da Benjamin Constant, che nel suo diario annota con segni appositi i momenti di felicità e di godimento. Dunque, un fardello ideologico, un obiettivo per sgobboni – come nei corsi di “scienza della felicità” attivati a Harvard -, una esigenza compulsiva che genera lo happysm, il “felicismo” che, dalle faccine ridenti degli emoticon all’ingiunzione “Smile!”, ricorda quanto avessero ragione i Beatles nel paragonare la felicità a un’arma, sia pure calda. Non stupisce a questo punto che l’infelicità, o la semplice mancanza di felicità, divenga l’oggetto di rivendicazioni sociali e sindacali, emotivizzando ed emoticizzando la politica.
Infine, si incomincia a considerare ” felicità”, inserendola tra gli intrattenimenti sociali, qualcosa che probabilmente gli antichi avrebbero considerato altrimenti. Sesso, droga e rock’n’roll, nel secolo scorso al top della ricerca della felicità, sarebbero stati per un antico piuttosto riti di religiosità dionisiaca, in cui non c’era necessariamente da divertirsi o da essere felici, e che anzi trovavano la loro tonalità emotiva fondamentale nella tragedia. A sancire questa congiunzione fra la tragedia antica e la felicità moderna è ovviamente Nietzsche, che esplicitamente, nella Nascita della tragedia, getta un ponte tra l’Inno alla gioia e lo spirito dionisiaco.
Grazie a queste trasformazioni i moderni sono più o meno felici degli antichi? Ovviamente questa domanda non ha senso, perché le idee di felicità non rendono felici o infelici più di quanto le idee di giustizia rendano giusti o ingiusti. Di sicuro, i moderni sono più inclini a sentirsi in colpa quando non sono felici, come se fossero venuti meno a un mandato essenziale, più disposti a rimpiangere le promesse di felicità non mantenute. E soprattutto meno inclini a conciliarsi con l’idea che la felicità non è un diritto né un dovere, ma un dono aleatorio e spesso immeritato, che non può costituire l’oggetto di una pretesa ma, al massimo ( come giustamente ricordava Kant), dell’impegno a rendersi degni della felicità.
Ricordo di essere stato colpito, molti anni fa, leggendo le memorie di Ulrich von Wilamowitz- Moellendorff, il filologo nemicissimo di Nietzsche, dal racconto di come, al capezzale della madre morente, si fosse premurato di dirle, per tutta consolazione, qualcosa come ” non siamo nati per essere felici, ma per seguire il nostro demone”. Lì per lì mi era parso un atteggiamento crudele e vagamente iettatorio, ma ora non ne sono più troppo convinto, perché risparmiava alla madre, che in quel momento non aveva verosimilmente troppi motivi per essere felice, una ragione supplementare di infelicità, il sospetto o il timore di non essere stata abbastanza felice.

To be continued…

in_fieri

PER APPROFONDIRE:

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/04/in-tempi-di-crisi-la-filosofia-riscopre.html

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/01/la-ricerca-della-felicita.html

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Malala. Non dobbiamo avere paura: l’istruzione ci rende più forti

Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 15 ottobre 2014

Il mondo visto con gli occhi di Malala è un posto bellissimo, con i fuochi delle cucine dei villaggi lontani nella valle, le lampade a petrolio che si accendono la sera, e il tetto piatto su cui sedersi a guardare le stelle a Mingora, la città in cui la più giovane Premio Nobel per la Pace è nata nel 1997, nella regione dello Swat in Pakistan. Poco distante c’è la scuola, da cui è stato cancellato il nome, ma che è il luogo dove si legge, e si impara, e si sogna; e sullo sfondo si vede l’altissima vetta del monte Elum con le sue nevi perenni, dove si spinse perfino Alessandro Magno — è la stessa Malala a raccontarlo — cercando di afferrare Giove. Ecco forse perché il 9 ottobre 2012 fu proprio ai suoi occhi, agli occhi di Malala, che i talebani mirarono, con tre colpi di arma da fuoco che ferirono, oltre lei, altre due ragazzine che viaggiavano sul pullman della scuola, di ritorno a casa.
Si apre così, con l’eccitazione di una nidiata di studentesse che tornano da scuola e con l’orrore degli spari improvvisi, un libro che è pieno di poesia anche se racconta di persecuzioni, di oppressione, di sangue, di un attentato contro una ragazzina di (allora) appena quindici anni che oggi ne ha diciassette. La poesia è nella voce, che orgogliosa e pacata, senza un solo fremito di paura e senza traccia di rabbia, racconta che cosa significa combattere la più pacifica delle battaglie in un mondo di guerre e violenza. Dove ai bambini rifugiati nei campi profughi, quando suo padre era bambino, si insegnava l’aritmetica con problemi come questo: «Quanto fa 15 pallottole meno 10 pallottole?».
Il libro «Io sono Malala», pubblicato da Garzanti nel 2013 e già un successo prima del Premio Nobel, è un testo in cui leggere, studiare, andare a scuola e pensare con la propria testa (e pure sognare un po’), insegnano a vedere entrambe le cose, il bene e il male, e a distinguerle, e a raccontarle: il bene, cioè le stelle sopra il mondo, i sogni dei ragazzini, il progetto di diventare uomini politici o scrittori o quello che si vuole; e il male, cioè il divieto di studiare, i morti e il sangue sulla strada di casa, la minaccia e la violenza dietro l’uscio.
Proprio quella cultura, quell’andare a scuola, quel leggere, rende Malala capace di narrare così bene, in modo tenero ma preciso, la storia della regione in cui vive, la storia di una famiglia pashtun , l’amore di mamma e papà che non si sono sposati per un matrimonio combinato, la vita con i genitori illuminati (anche se la mamma non sa leggere); ma anche l’ignoranza di molti, come quei parenti che entrano in casa sfoderando un albero genealogico che riporta soltanto i nomi dei maschi.
Malala racconta questo e va oltre, racconta la presa del potere dei talebani, parla di governi, di Cia, di russi, di potenze mondiali, e poi i profughi, i campi sterminati di migranti, le strade sbarrate, i posti di blocco, come può vederle una bambina che vorrebbe solo andare a scuola. E ci va. Anche fingendo di essere più piccola di quel che è (le scuole femminili erano state riaperte all’inizio del 2009, ma solo per le bambine sotto i dieci anni), raccontando tutto nel diario che un amico di famiglia le ha chiesto di tenere sul blog della BBC. Così conosciamo il suo pseudonimo online, «Gul Makai», apprendiamo come la ragazzina diventi un personaggio pubblico, intervistata dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo, e come le minacce che fino ad allora arrivavano a suo padre, poi tocchino a lei, poco più che bambina. Leggiamo che cosa vuol dire aver paura di uscire di casa; ma uscire lo stesso. Fino a quel 9 ottobre 2012, quando la preoccupazione delle scolare sull’autobus, reduci da una mattinata di esami, non è certo quella di trovarsi faccia a faccia con un terrorista che ha un’arma spianata, e che chiede: «Chi è Malala». E spara.
Ma lei ancora riesce a scherzare, ricordando che la nonna lo diceva sempre: «Sembra Benazir Bhutto, speriamo che non muoia così giovane», esclamava, vedendola in televisione a portare avanti la sua battaglia in favore dell’istruzione. E Malala incanterà il pubblico, anni dopo il tremendo attentato (e il ricovero, le operazioni all’orbita perforata dal proiettile, e la convalescenza), proprio pronunciando un accorato discorso alle Nazioni Unite, a New York, nel 2013, a sedici anni, portando addosso lo scialle che era appartenuto alla Bhutto.
Insegna anche un’altra cosa, questo libro. Insegna una pace vera, al di là di tutte le posizioni. Il nonno, racconta Malala, era stato colui che aveva tramandato nella famiglia «un profondo amore per l’apprendimento e per la conoscenza, insieme a un’acuta consapevolezza dei diritti e delle discriminazioni», spiega la ragazza, un amore per la cultura che attraverso le generazioni, dal padre insegnante, è passato alla ragazza. E il nonno era un imam, profondamente religioso come tutti gli Yousafzai. Quell’islam, che convive in armonia con le altre religioni come ad esempio il buddhismo, è l’altro sogno bellissimo del racconto di Malala.
E quando le scuole vengono chiuse dai talebani, è proprio in nome dell’islam che Malala si solleva: «Il Corano dice che dovremmo ricercare la conoscenza», scrive. E aggiunge che in quella terra sono tante le statue di Buddha, bellissime come può trovarle una bambina con gli occhi grandi, che non vede motivo di abbatterle. C’è una poesia che recita: «Quando la voce della verità risuona dai minareti / il Buddha sorride, e le catene spezzate della storia si riannodano»: l’ha scritta il suo baba , il papà di Malala, e insegna la pace. E come spiega lei stessa, soltanto perché è andata a scuola ora può leggerla.
«In genere è normale che i grandi personaggi della cronaca producano libri e autobiografie, con l’aiuto di un coautore: ma quando leggemmo il primo estratto del libro di Malala, ebbene, fummo letteralmente conquistati. Tanta freschezza, nel raccontare quella giornata normale, di sole, di scuola, e poi quell’orrore dell’attentato, ci ha fatto capire che avevamo davanti un personaggio speciale». Così Paolo Zaninoni, direttore editoriale di Garzanti che pubblicò il libro nel 2013 (il volume fu anche al centro di un’iniziativa editoriale del «Corriere della Sera» in edicola), rievoca la storia editoriale e il successo del libro, anche prima del Nobel: «Arrivato nelle librerie — e nelle edicole per l’iniziativa del «Corriere» — ha incontrato tanti lettori e tante lettrici, e tanti giovani, che hanno trovato nel libro una ragazza come loro, pur in un contesto così diverso, capace di fare una cosa più grande di lei e di loro. Un modello. E il libro è uscito dalla cronaca per diventare universale». Il titolo, che per un anno non ha mai cessato di essere un successo per il marchio del gruppo Gems guidato da Stefano Mauri, da 72 ore ha un impulso nuovo, con un fioccare di prenotazioni. «Siamo a 190 mila copie, tra libreria ed edicola, ma prevedo un aumento ulteriore di qui a fine anno». Il motivo, al di là del Nobel, è che Malala colpisce al cuore. «Ti fa ricordare — conclude Zaninoni — che i ragazzi portano davvero uno sguardo nuovo, che portano più speranza».

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Concorso Youschool

E’ indetta la seconda edizione del Concorso Youschoolrealizzato dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale Veneto, M9, Gruppo Pleiadi e PSegno.

Il Concorso è rivolto alle classi III, IV e V degli Istituti di Istruzione Secondaria di II grado della regione Veneto, e quest’anno il tema del concorso è il seguente: “Come sono cambiati l’Italia e gli italiani dal 1900 ad oggi. Narra le grandi trasformazioni che hanno contraddistinto il secolo scorso e continuano a influenzare l’Italia contemporanea”.

La classe dovrà realizzare un video conforme al tema del Concorso seguendo uno dei quattro percorsi a scelta:

  1. Emigrazioni ed immigrazioni: gli italiani da migranti ad ospiti
  2. Diritti, doveri e parità: l’evoluzione della cittadinanza
  3. L’altra faccia del progresso: inquinamento, rifiuti e consumo dei territori
  4. Le arti nel Novecento: rivoluzioni e nuovi linguaggi

Come per la precedente edizione, i video dovranno essere caricati sul portale www.you-school.it e saranno valutati da una Giuria di Esperti che assegnerà il “Premio progetto più originale” e il “Premio per la critica”, e dalla community YouSchool che assegnerà il “Premio progetto più votato dalla Community YouSchool”.

Per ciascuno dei video vincitori la Fondazione di Venezia assegnerà:

–        un importo di 1.500,00 euro da destinarsi all’acquisto di materiali didattici a ciascun istituto di appartenenza delle classi che hanno realizzato i Progetti Digitali vincitori del “Premio Progetto più originale”, del “Premio per la critica” e del “Premio Progetto più votato dalla Community YouSchool”;

–        un lettore e-book portatile ad ogni studente delle classi che hanno realizzato i Progetti Digitali vincitori del “Premio Progetto più originale”, del “Premio per la critica”, e del “Premio Progetto più votato dalla Community YouSchool”;

–        un buono d’acquisto libri del valore di 100,00 euro ciascuno ad ogni docente delle classi che hanno realizzato i Progetti Digitali vincitori del “Premio Progetto più originale”, del “Premio per la critica” e del “Premio Progetto più votato dalla Community YouSchool”.

La domanda di iscrizione  va presentata entro le ore 18.00 del 24 ottobre 2014 salvo proroga.

Tutte le informazioni sono reperibili all’indirizzo http://www.you-school.it/

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Imparare al tempo del Web

internet and sources cartoon

Correttori nei telefonini, versioni già tradotte e motori di ricerca sempre pronti a dare risposte
Ora gli esperti lanciano l’allarme: “La Rete rischia di compromettere l’apprendimento per le nuove generazioni”

Antonello Guerrera, “La Repubblica”, 13 ottobre 2014

CORRETTORI automatici sui telefonini che minacciano le competenze linguistiche; versioni di latino già tradotte online; calcolatori ultra-performanti che scuotono le fondamenta matematiche dei ragazzi; assoluta dipendenza dai motori di ricerca, dove si schizza da un sito all’altro in maniera orizzontale e superficiale. «I vecchi metodi di studio per approfondire, strutturare e assimilare le informazioni vengono sempre più ignorati», ammette Massimo Ammaniti, professore di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. E poi: ultra-stimolazione dei neuroni da parte di computer, smartphone e tablet; deficit di attenzione e concentrazione sempre più preoccupanti. Le nuove generazioni hanno un problema con l’apprendimento? Per alcuni studiosi, sì. E le conseguenze sarebbero gravissime.
L’ultimo allarme è stato lanciato pochi giorni fa dalla rivista americana Atlantic, che ha parlato addirittura di rischio “stupidità” per gli studenti di oggi. La causa? Google e Internet, come spiega The Glass Cage (“ La gabbia di vetro”). E cioè il nuovo libro di Nicholas Carr, uno dei saggisti più critici del Web, diventato famoso nel 2008 grazie all’articolo Google ci rende stupidi?
Da allora, Carr non ha cambiato idea. In The Glass Cage (arriverà nel 2015 in Italia per Raffaello Cortina) lo scrittore americano insiste: la Rete e le nuove tecnologie ci facilitano la vita, certo, e offrono una quantità abnorme di informazioni. Ma, secondo Carr, allo stesso tempo queste piattaforme inibiscono o danneggiano alcune fondamentali facoltà cerebrali e cognitive. E ciò sarebbe particolarmente pericoloso in studenti e ragazzi in fase di crescita. «Tanto su Internet c’è tutto» è il comodo refrain dei nostri tempi. Dunque, perché perdere tempo a memorizzare dati e nozioni sempre disponibili?
Per Carr, tuttavia, l’allenamento blando della memoria umana è solo un aspetto della spinosa questione. Perché ormai bambini e ragazzi sfruttano mezzi così efficienti da rinunciare a sviluppare competenze cruciali in vari ambiti, dalla matematica alle lingue, col risultato di potersi ritrovare in grave difficoltà se lo strumento non funziona. Carr fa l’esempio di un fatale incidente aereo avvenuto nel 2009 a Buffalo (Stati Uniti, 50 morti), causato da un errore umano del comandante «andato in totale confusione» per un inaspettato malfunzionamento del pilota automatico. Una simile “sindrome” potrebbe colpire anche gli studenti. Del resto, «il “consumismo cognitivo” su Internet — commenta Ammaniti —alimenta una facile onnipotenza che rende i giovani più vulnerabili di fronte a problemi complessi. Sorgono così situazioni di ansia e impotenza, tipiche delle personalità e delle società narcisistiche».
Carr, tra gli studi che cita, riporta anche una ricerca dell’università di Utrecht in cui si dimostra che, nella risoluzione di enigmi logici come il celebre “Missionari e cannibali”, i giovani che utilizzano supporti elettronici avanzati mostrano in un primo momento performance migliori. Ma a lungo termine, vengono superati da studenti che, sfruttando i metodi tradizionali, hanno invece sviluppato capacità ed esperienza necessarie per affrontare livelli più complicati del problema. Il pericolo di oggi, secondo Carr, «è di non essere mai bravi in niente».
Carr identifica principalmente due patologie dell’apprendimento ultra-informatico: la “compiacenza” e il “pregiudizio” dell’automatizzazione. La prima «si verifica quando un mezzo elettronico ci culla in un falso senso di sicurezza». Esempio: si revisionano stancamente i propri scritti «perché tanto c’è il correttore automatico». Il pregiudizio, invece, si manifesta nella «fiducia totale» nel mezzo di supporto «che ci fa escludere», aprioristicamente, «altre fonti di informazione». Due rischi abissali per i più giovani.
«È vero», conferma Michael Rich, psicologo di Harvard che ha studiato per anni il rapporto tra media e bambini. «Uno dei problemi principali dell’istruzione del XXI secolo non è tanto l’impatto di Google sull’apprendimento, quanto l’approccio passivo e scarsamente critico degli adolescenti nel discernere tra informazioni utili e inutili, vere e inesatte. I media sono neutrali, siamo noi a dover scegliere come e quando usarli».
Inoltre, rimarca lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet, autore con Marco Aime di La fatica di diventare grandi (Einaudi), «oggi i metodi di insegnamento sono diventati noiosi per i ragazzi, che vivono nel caos: sanno tutto, ma non sanno niente. È la scuola che deve aiutarli a passare da un uso puramente informativo a un uso conoscitivo delle nozioni». «Se un ragazzino cresce in un contesto ultra- interattivo, da YouTube ai social network, i meccanismi dell’insegnamento odierno sono obsoleti», aggiunge Rich, «anche a causa del digital divide tra professori e studenti. E intanto si accentua il deficit di attenzione degli adolescenti». Che, ricorda Carr, affligge il 10 per cento di scolari americani e addirittura il 20 per cento dei liceali.
Su questo, come sull’influenza negativa di computer e tablet sul sonno dei più piccoli, concordano tutti. «Ma attenzione a emettere facili sentenze», avverte lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, esperto di nativi digitali e delle problematiche legate alle nuove tecnologie. «Perché, se è vero che cresce il deficit di attenzione e concentrazione, è altrettanto vero che viviamo in una società del “sempre distanti e mai soli”, invocata anche dai genitori. Oggi, se un ragazzino si isola, magari per approfondire, desta purtroppo preoccupazione in molte famiglie. Inoltre — continua Lancini — non è affatto detto che non memorizzare alcune cose “perché c’è Google” provochi un’automatica involuzione delle nuove generazioni».
A tal proposito, il professor Christoph van Nimwegen, che all’università di Utrecht si occupa di “Interaction technology”, dice: «Non c’è alcuna prova di una stupidità permanente causata da Google e da Internet. I nostri cervelli possono deteriorarsi, ma in futuro potrebbero anche sviluppare nuove sinapsi e connessioni cerebrali. Per ora nessuno lo sa». «Anche con l’arrivo della televisione», ricorda Charmet, «dicevano che saremmo diventati più stupidi, ma non mi pare». E se per Ammaniti, «i troppi stimoli tecnologici interferiscono con la creatività e l’immaginazione dei ragazzi», un altro esperto della Rete come Clay Shirkly sostiene che Internet e i social network siano così creativi da sviluppare nei giovani un «surplus cognitivo». Insomma, il dibattito scientifico è apertissimo e imprevedibile. Una cosa, però, è certa: i bambini e i ragazzi di oggi alle prese con tablet & Co. saranno le cavie di questa nuova epoca touch e iperconnessa. Perché ci vorrà ancora qualche anno, infatti, affinché la scienza possa comprendere più chiaramente l’effetto di Internet e smartphone sulle loro menti. Nel frattempo, il mondo continuerà a dividersi tra chi teme una nuova generazione di “stupidi” e chi, rispolverando Socrate e il Fedro di Platone, ricorderà che molti secoli fa persino la scrittura era considerata da alcuni un’innovazione venefica che avrebbe sbriciolato l’apprendimento e il “vero” sapere.

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Giovani a Teatro 2014

Riparte da mercoledì 1 Ottobre 2014
Giovani a Teatro… e non solo!

IL PROGETTO

“GIOVANI A TEATRO è un programma in progress sulle arti della scena ideato e prodotto dalla Fondazione di Venezia che ha scelto come mission l’affermazione della cultura e dei valori socio-educativi propri delle arti sceniche, consolidando negli anni un investimento sulla sensibilizzazione e sulla formazione alle arti performative contemporanee e da quest’anno anche sulle arti visive.

[…]Giovani a Teatro rappresenta un’unica produzione culturale dedicata a ragazzi, giovani ma anche a insegnanti e genitori, per un contatto con gli artisti e con i processi creativi, le poetiche e i linguaggi, la lettura e l’interpretazione della realtà attraverso le lenti delle arti sceniche e della cultura contemporanee.

Il programma è arricchito dallo scorso anno della sezione …E NON SOLO, una collaborazione che amplia l’offerta del progetto, proponendo la frequentazione culturale tramite l’accesso agevolato (sempre a 2,50 €) a mostre allestite presso alcuni dei più importanti Musei veneziani.

La Fondazione di Venezia, attraverso l’iniziativa, tesse una rete relazionale con i giovani residenti nel territorio provinciale, poiché propone loro di frequentare gli spettacoli di teatro, musica, danza e le mostre d’arte accedendo con un biglietto a € 2,50. Con la card gratuita si prenota la programmazione presente nella sezione Cartellone di questo sito, contattando il Call Center al numero 041.9636808.

Le CARD consentono quindi sia la prenotazione degli spettacoli in programma che l’accesso alle mostre selezionate. Le Card sono riservate: ai ragazzi dai 18 ai 29 anni che studiano o risiedono in provincia di Venezia (“Gat Card”), ai minori di 18, studenti o residenti che desiderino partecipare alle iniziative di Giovani a teatro anche con un adulto accompagnatore (Junior Card), e agli insegnanti degli istituti scolastici o università della provincia di Venezia che partecipano con un gruppo di almeno tre studenti (“Prof Card”). LEGGI TUTTO…

Informazioni sul tesseramento: CLICCA QUI.

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“L’ira funesta…”

Exegisti a me, Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri, nec inmerito mihi videris hunc praecipue adfectum pertimuisse maxime ex omnibus taetrum ac rabidum. Ceteris enim aliquid quieti placidique inest, hic totus concitatus et in impetu est, doloris armorum, sanguinis suppliciorum minime humana furens cupiditate, dum alteri noceat sui neglegens, in ipsa inruens tela et ultionis secum ultorem tracturae avidus.   Seneca, De ira, I,1. CLICCA QUI per la versione in lingua italiana. 

Intervista  a Remo Bodei,  professore di Filosofia presso la University of California (Los Angeles), autore del saggio Ira. La passione furente.

Giotto, “L’ira”, Cappella degli Scrovegni, Padova

Claudio Magris, L’IRA NON E’ FUNESTA, TUTT’ALTRO, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2002
Dagli eroi greci al Cristo della Bibbia, da Dante a Tolstoj: un sentimento alle origini del mondo occidentale Per i filosofi è un impulso ambivalente, pericoloso ma anche nobile, espressione di una grandezza che spesso ha esiti tragici Per alcuni scrittori è il loro stesso sguardo che si posa sul mondo e lo ritrae. LEGGI TUTTO…

“Filosofía: una guía para la felicidad”, de Alain de Botton: Séneca y la ira  (in lingua spagnola)

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La Grande Guerra: in memoriam.

Tanti eroi senza fanfare alla prova delle trincee
Con la Grande guerra l’Italia dimostrò di essere una nazione

Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera”,  7 ottobre 2014

Il nonno della guerra non parlava mai. In casa non c’erano diplomi da cavaliere di Vittorio Veneto, medaglie, cimeli. È rimasta la foto in divisa da bersagliere, con le piume di struzzo sul cappello. I ragazzi sloveni che videro arrivare i primi bersaglieri sull’Isonzo, venuti a «liberarli», corsero a chiamare i padri dicendo: «Ci sono le ballerine!». 
Il nonno era un ragazzo del ’99. Fu richiamato dopo Caporetto.  Salì su uno dei treni di cui si cantava: «La tradotta che parte da Torino/ a Milano non si ferma più/ perché va diritta al Piave/ cimitero della gioventù». Qualcosa però era cambiato, rispetto alle stragi dei primi anni di guerra. Non si doveva più avanzare sotto il fuoco nemico in terra slava, per conquistare città in cui nessuno era mai stato e montagne che nessuno aveva mai sentito nominare. C’era da difendere terra italiana, palmo a palmo, per impedire che gli austriaci se la riprendessero tutta. Era un’operazione che ai contadini com’era il nonno, com’erano quasi tutti i soldati italiani, risultava familiare. Non a caso, fu la cosa che fecero meglio in tutta la guerra: difendere la loro, la nostra terra.
Oggi i fanti non ci sono più. La memoria diretta della Grande guerra si è spenta per sempre. Adesso è affidata a noi. Sta a noi figli, nipoti, pronipoti recuperare le loro storie, e raccontarle ai nostri ragazzi. Forse può essere utile a loro e a tutti noi italiani, ora che abbiamo sempre meno fiducia in noi stessi e nel nostro futuro, ricordare che un secolo fa l’Italia fu sottoposta alla prima grande prova della sua giovane storia. Poteva essere spazzata via; invece resistette. Dimostrò di non essere soltanto «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità di una classe politica, intellettuale e affaristica che trascinò in guerra un Paese che nella grande maggioranza voleva la pace. Ma aiuta a ricordarci chi siamo, su quali sofferenze si fondano la nostra indipendenza e la nostra libertà; e può essere utile ad alzare lo sguardo su un avvenire che non è segnato né nel bene né nel male, ma dipende soprattutto da noi.
Questo non vale solo per gli uomini. Vale anche, se non soprattutto, per le donne. Di solito la guerra è considerata una roba da maschi. Ma non la Grande guerra. E non soltanto perché sul fronte ci furono crocerossine, portatrici, prostitute, spie, giornaliste, persino soldatesse in incognito. Le donne rimaste a casa dimostrarono di saper fare i lavori «da uomo»: tenere il ritmo alla catena di montaggio, guidare i tram, saldare il metallo, caricare i camion, e anche frequentare l’università, scioperare, reclamare i propri diritti. Al di là della gelata del fascismo, la Prima guerra mondiale dimostrò in tutta Europa che la donna era pronta a uscire di casa per lavorare, rendersi indipendente, costruirsi il proprio destino e contribuire a decidere il destino della nazione. Forse si deve anche a questo imponente fenomeno storico, oltre che all’amore per l’Italia e per la propria famiglia, se la memoria della Grande guerra — come confermano i racconti che mi sono arrivati via Facebook e che pubblico in fondo al libro — è custodita soprattutto dalle donne. Per questo i capitoli alternano storie di uomini e di donne.

La Grande guerra non ha eroi. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. Il secondo conflitto mondiale è legato al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin – e dei vinti: Mussolini e Hitler. Oggi nessuno, tranne gli storici, si ricorda di Cadorna o di Hindenburg. Gli eroi, o meglio i protagonisti della Grande guerra, sono i nostri nonni. È la grande massa dei corpi sacrificati alle atrocità della guerra industriale. Sono i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, talora non in senso metaforico: le gueules cassées , le facce deformate dalle schegge e dalle esplosioni.
Raccontare la guerra con gli occhi di chi l’ha vissuta è una discesa agli inferi. I diari, le lettere, le cartoline restituiscono una sofferenza che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Gli assalti inutili. Le decimazioni. I fanti divenuti folli. Rileggere le loro cartelle cliniche è terrificante. In manicomio c’era un soldato che passava le giornate a contare: contare i morti era l’incarico che aveva ricevuto in trincea. Altri chiamavano di continuo la mamma o il papà, vedevano austriaci dappertutto, piangevano nel timore di essere fucilati. Gli stupri: migliaia di donne nel Friuli e nel Veneto al di là del Piave furono violentate, nell’anno in cui un milione di italiani rimase in balia dell’esercito asburgico. Nove mesi dopo Caporetto cominciarono a nascere i primi bambini; e non si sapeva dove metterli. Gli orfanotrofi li rifiutavano, perché non erano orfani. Ma i maschi di casa non volevano tenere «il piccolo tedesco». Si dovette aprire un istituto, a Portogruaro, per i figli della guerra. Cinquantanove donne convinsero i mariti a riprendere il piccolo: «Lo alleveremo come se fosse nostro». Molti di più furono i neonati che morirono per mancanza di latte. Centinaia di madri andavano di nascosto dagli uomini all’istituto, per nutrire o rivedere i figli; fino a quando il direttore non scrisse una lettera straziante: «Non venite più, perché i bambini vogliono venire via con le mamme, e noi cosa gli diciamo?».
Poi ci sono le storie a lieto fine. Che, paradossalmente, sono la maggioranza. Perché i sopravvissuti hanno avuto qualcuno a cui tramandare la loro vicenda. I morti spesso erano ragazzi che non hanno avuto figli e nipoti cui affidare il loro ricordo. Il recupero della memoria della Grande guerra, cent’anni dopo, è un dovere nei confronti dei salvati e più ancora dei sommersi. Perché il mare grande dell’oblio talora restituisce un frammento del grande naufragio — uno scheletro, una fotografia, un racconto di famiglia, un diario di guerra — da cui si indovina la storia di un giovane che cent’anni fa era «alto, bello e ben fatto» come sono oggi i nostri ragazzi.

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“You know Caporetto?”

Ritornavo d’autunno, gli alberi erano spogli e le strade fangose. Da Udine andai a Gorizia su un camion sorpassando altri camion mentre guardavo la campagna. I gelsi erano nudi sulla distesa bruna dei Campi, foglie morte e bagnate stavano sulla strada dove uomini lavoravano a spianare le carreggiate con pietre tolte da mucchi di brecciame, ai lati, fra gli alberi. Vidi apparire Gorizia nella nebbia che nascondeva i corpi delle montagne, attraversammo il fiume e vidi che era alto per la pioggia caduta sui monti. Passammo i cascinali e poi vennero le case e le ville, molte altre case in città erano state colpite. In una via stretta sorpassammo un’ambulanza della Croce Rossa inglese. Il viso del conducente era sottile e abbronzato sotto il berretto. Non lo conoscevo. Smontai dal camion nella grande piazza del Municipio, il conducente mi porse lo zaino e lo misi in ispalla, presi le due valige e mi avviai alla villa. Non era tornare a casa. 
Lungo il viale umido, camminando sulla ghiaia, guardai la villa. Tutte le finestre erano chiuse ma la porta era aperta. Entrai e trovai il maggiore seduto al tavolo, nella stanza nuda, decorata solo di carte topografiche e fogli dattilografati alle pareti. – Oh, buon giorno! – disse. – Come sta? – Era dimagrito e pareva invecchiato. – Bene – risposi. – E qui come vanno le cose? – E’ finito tutto – disse. – Metta giù il bagaglio, si sieda. –
Posai lo zaino e le valige sul pavimento e il berretto sullo zaino, presi la seggiola che restava e sedetti vicino al tavolo. – E’ stata una brutta estate – disse il maggiore. – Lei ora si sente in forze? – Sì. – Avrà ricevuto, spero, i suoi nastrini. – Sì, molto belli. La ringrazio molto. –
Aprendo il cappotto gli mostrai i due nastrini. – E le scatolette con le medaglie? – Quelle no, solo i certificati. – Le medaglie arriveranno dopo. Ci vuole più tempo per le medaglie. – – Ha ordini per me? – Le ambulanze sono tutte fuori. Ce ne sono sei a Caporetto. Conosce Caporetto? – Sì – dissi. Me ne ricordavo come d’una cittadina bianca e d’un campanile in una valle: una cittadina pulita con una bella fontana nella piazza.
– Lavorano lì, ci sono molti ammalati adesso. I combattimenti sono finiti.
[…]
Non risposi, rimanevo sempre imbarazzato dalle parole «sacro, glorioso, sacrificio» e dall’espressione «invano». Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte oramai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei paesi avevano ancora dignità, e certi numeri, certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte: gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, di numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.
[…]
Domandai cosa si sapeva della rottura del fronte e rispose d’aver sentito dalla Brigata che gli austriaci avevano sfondato dove stava il ventisettesimo corpo d’armata, più in su, verso Caporetto. Tutto il giorno a nord era infuriata la battaglia. – Se quei bastardi li lasciano passare siamo fritti – disse. – Sono i tedeschi che attaccano – disse un ufficiale medico. La parola «tedeschi» metteva sempre paura. Non volevamo aver a che fare coi tedeschi. – Ci sono quindici divisioni tedesche – continuò l’ufficiale medico. – Hanno sfondato. E ci taglieranno fuori. – La Brigata dice che si deve tenere su questa linea. Dice che la penetrazione non è seria, si potrà resistere su un fronte di montagna dal Monte Maggiore. – Da chi l’hanno saputo? – Dalla Divisione. – Anche la notizia della ritirata veniva dalla Divisione.

E. Hemingway, A farewell to arms [Addio alle armi], 1929

 

A. BARICCO, da MEMORIALE DI CAPORETTO, in Questa storia, Fandango, 2005

Fronte italiano, settembre 1917. Erano in tre. Tornavano alla trincea, ma allargarono un po’ verso il fondovalle perché gli andava di vedere il fiume – l’acqua pulita, e della gente, forse. Ragazze.
C’era il sole.
Cabiria, che aveva gli occhi buoni, vide il corpo affiorare a pelo d’acqua, fare un giro su se stesso e poi incastrarsi in un gorgo di rami e pietre. Veniva giù, il morto, con la nuca e il culo verso il cielo blu – gli occhi a guardare sott’acqua come a cercare qualcosa. Di dimenticato.
Poi lo videro anche gli altri due.
Gente intorno, niente.
Quello che si chiamava Ultimo lasciò cadere lo zaino e disse qualcosa sulle sue scarpe — queste maledette scarpe. Poi tirò fuori della roba dalle tasche, e si mise a masticare. L’altro, che era il più giovane, andò ad accovacciarsi sul greto del fiume. Da lì si mise a tirar sassi verso il morto, e ogni tanto lo prendeva.
— Piantala lì —, disse Cabiria.
Ultimo guardava le montagne indifferenti. Sempre era difficile spiegarsi il mistero di quella silenziosa mansuetudine da animale domestico che non reagiva allo sconcio che gli uomini facevano di lui, piagandolo di guerra bombardata e reticolati, senza rispetto e senza requie. Per quanto ci si dannasse a farne un cimitero, la montagna ristava, incurante dei morti, ricucendo ad ogni ora il dettato delle stagioni, e mantenendo l’impegno a tramandare la terra. Crescevano i funghi, e si spaccavano le gemme. C’erano pesci, nei fiumi, e deponevano uova. Nidi tra i rami. Rumori nella notte. Rimaneva inspiegato quale lezione ci fosse da imparare in quel messaggio muto di inattaccabile indifferenza. Se il verdetto dell’irrilevanza umana, o l’eco di una resa definitiva all’umana follia.
– E piantala lì -, ripeté Cabiria.
– È un tedesco —, disse il piccolo, come se fosse una scusante. Ma aveva ragione. La divisa si vedeva bene, e quello non era un morto austriaco.
Cabiria disse che non c’erano tedeschi da quelle parti, ma lo disse senza convinzione. Guardò meglio, e la divisa era proprio quella dei tedeschi. Ogni tanto una delle scarpe affiorava, e poi se ne tornava sotto.
– Ehi, Ultimo, quello è un tedesco.
Ultimo neanche si voltò. Però fece un gesto che voleva dire Fate silenzio. Gli altri due alzarono gli occhi verso il cielo. Con la mano contro il sole, socchiudevano gli occhi e cercavano.
L’aereo arrivò da dietro il Monte Nero. Sfiorò la cima e scese di quota, imboccando la valle. Era poco più che un ronzio – una mosca lontana.
– Chi si gioca la razione? —, chiese il piccolo.
Cabiria disse che a lui stava bene.
– Austriaco -, disse il piccolo.
– Italiano -, disse Cabiria.
Solitario, là in aria, poteva essere effettivamente l’uno o l’altro. Gli veniva proprio dritto in bocca, e c’era solo da aspettare.
Quando si abbassò ancora di quota, il piccolo si tolse dal greto e fece qualche passo verso gli alberi. Aveva ancora addosso il sorriso della scommessa, ma l’occhio guardava vigile in aria, e controllava distanza e intenzioni.
– Ti pisci addosso, eh, piccolo? -, disse Cabiria. E rise grasso.
Il piccolo gli fece un gesto che non voleva dire niente. Si fermò a metà strada tra il fiume e gli alberi.
E che la paura degli aerei non la conoscevano ancora. Erano gli occhi dal cielo, per spiare trincee e postazioni di artiglieria.
Erano astuzia, ma ancora non erano forza. Non portavano morte, se mai presagi. Insetti svolazzanti intorno alla carogna poco più che un fastidio.
Un colpo di vento scosse il trabiccolo di legno e lo fece un po’ sghembare. Nello sghembare mostrò il fianco, e allora si lesse la croce nera dell’imperial-regio esercito nemico.
– Molla la razione -, disse il piccolo.
Cabiria sputò per terra. Poi imbracciò il moschetto.
Per capire: solo nel 1915 i tedeschi avevano messo a punto un sistema per sincronizzare lo sparo di una mitragliatrice, sistemata a prua, e l’elica che le ruotava davanti. Il marchingegno aveva del miracoloso. I proiettili invece di sforacchiare l’elica e far precipitare tutto quanto, sgusciavano in mezzo a quel gran roteare e andavano a colpire lontano. Avresti detto che era la pala di legno, a sparare, in un qualche modo che non sapevi. E invece c’era il trucco. Francesi e inglesi ci misero un po’ a impararlo.
Sincronizzare mitragliatrice ed elica: a voler evitare guai, si dovrebbe avere una cosa del genere per tenere insieme uccello e cuore, dissero. Perché la guerra ancora non li aveva ammutoliti.
Quando l’aereo gli passò sopra, a bassa quota, Cabiria sollevò il moschetto e sparò due volte, e poi una terza, quando ormai se n’era andato.
– Crepa! -, gli gridò dietro. E si immaginò i due proiettili entrare nel legno secco della fiancata, come viti luccicanti nella nervatura di una cassa di violino. E il terzo perdere spinta nell’aria blu dell’alta quota, fino a diventare leggero come un respiro, e infine immobile, per una frazione di secondo, stupefatto dalla perdita di qualsiasi peso.
L’aereo piegò a sinistra e iniziò a disegnare senza fretta una larga virata di ritorno.
— Che diavolo fa? —, disse Cabiria.
— Quello torna -, disse il piccolo, che non rideva più.
L’aereo si lasciò scivolare sotto la pancia il fianco della montagna e si raddrizzò solo quando li ebbe giusto davanti a sé, come un bersaglio. Il vento lo scuoteva, ma erano aggiustamenti di una calma senza rimedio. Iniziò ad abbassarsi.
Cabiria e il piccolo presero a bestemmiare e corsero verso gli alberi.
– Ultimo! vieni via da lì! Ma Ultimo se ne stava in piedi, immobile, con gli occhi fissi all’aereo. Continuava a masticare, e intanto riepilogava a bassa voce: — Fokker Eindecker E. 1, motorizzato con un nove cilindri da 100 cavalli.
– Ultimo! la madonna, vieni via! Quando volano in pattuglia sono in genere armati di piccola bocca da fuoco a prua. Ma l’aereo solitario indica fuori da ogni dubbio un volo di ricognizione. Probabilmente equipaggiato con un apparecchio Kodak per fotografìe da alta quota. Poi alzò un po’  la voce: – Datti una pettinata, Cabiria, che c’è il fotografo.
Cabiria aveva gli occhi buoni, guardò verso l’aereo e vide uscire un braccio dalla carlinga. Poi vide spuntare la testa del pilota. Sporgersi di fianco, per mirare. Alla fine vide anche la pistola, stretta in pugno.
Corse allo scoperto, e si gettò su Ultimo. Finirono a terra e lui se lo tenne sotto mentre il motore dell’aereo, a volo radente, gli raschiava l’aria sopra la schiena. Aveva gli occhi chiusi quando gli parve di sentire gli scatti metallici di tre spari, e forse il sibilo di un proiettile, a una spanna dalla testa.
Rimasero un po’ così. Poi Cabiria aprì gli occhi. L’aereo ronzava lontano. Ultimo stava ridendo.
– Non farlo più, stronzo -, disse Cabiria senza muoversi.
Ultimo continuava a ridere.
– Stronzo -, disse Cabiria.
Se ne andarono quasi subito, perché la storia dell’aereo gli aveva rovinato il gusto per il fiume, la luce, e tutto quanto.
Camminavano uno dietro l’altro, con il piccolo che faceva strada. Il morto era ancora là, impigliato tra la corrente e quel groviglio di rami e pietre. Continuava a cercare sott’acqua qualcosa, ma proprio non c’era verso. Non era giornata, per il tedesco.
– Che ci fa da ‘ste parti? -, chiese a un certo punto Ultimo.
– Un tedesco non dovrebbe essere qui.
– Neanch’io dovrei essere qui -, disse Cabiria.
Ma quella fratellanza di uomini in guerra non l’avrebbero trovata mai più. Era come se remote ragioni del cuore si fossero schiuse per loro sotto la cova della sofferenza, scoprendoli capaci di sentimenti miracolosi. Senza dirlo, si amavano, e questa gli sembrava, semplicemente, la parte migliore di sé: la guerra l’aveva liberata. Era d’altronde proprio ciò che erano andati a cercarsi, ognuno a modo suo, compiendo quel gesto oggi incomprensibile che era stato volere la guerra, e, in molti casi, andare volontariamente alla guerra. Tutti avevano risposto, d’istinto, a una precisa volontà di fuga dall’anemia della loro gioventù volevano che gli si restituisse la parte migliore di sé. Erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia.
Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia – alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso di speciale: ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile.
Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di quegli uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all’ufficio di leva, sorridendo all’obbiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciavano la guerra – una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l’infinito. Volendo riassumere la tragedia di quegli anni, si potrebbe dire che fu la mancanza di fantasia a distruggerli – non si era immaginato niente di meglio che la guerra, per accelerare il battito dei cuori.
Era tutto quel che c’era. […]

Carlo Fruttero e Massimo Gramellini, LA PATRIA, BENE O MALE. Almanacco essenziale dell’Italia Unita (in 150 date), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010

24 ottobre 1917

Una caporetto

Il maresciallo Erwin Rommel, che nella seconda guerra mondiale sarà la «Volpe del deserto», nella prima è il giovane capitano di un battaglione di alpini tedeschi incaricato di attraversare la linea del fronte e penetrare il più possibile nelle retrovie nemiche. I suoi uomini affondano per trenta chilometri in territorio italiano e si ritrovano a Caporetto, alle spalle di un esercito in fuga. Il nostro. Sono testimoni di uno spettacolo imbarazzante persino per loro: soldati che intasano le strade, che gettano le armi, che si arrendono al primo tedesco di passaggio. Lo stesso Rommel viene portato in trionfo da chi avrebbe dovuto sparargli addosso, al grido di «Viva l’Austria e la Germania!». Più che una ritirata, sembra una sfilata pacifista.
Il fascismo se ne servirà per avvalorare una delle dietrologie in cui siamo maestri: Caporetto andrebbe imputata ai «disfattisti» cattolici e socialisti, che hanno contaminato il morale delle truppe, altrimenti eroiche fino al fanatismo. Secondo questa teoria assai ardita, lo spirito della trincea sarebbe fedelmente illustrato dalle gesta di Enrico Toti, il bersagliere ciclista che nella patria degli imboscati è riuscito a farsi mandare in guerra nonostante avesse una gamba sola ed è morto in un assalto al monte Sei Busi, lanciando la sua stampella contro il nemico. Per fortuna il tempo farà giustizia di certe ricostruzioni di comodo. Se Caporetto è una caporetto, lo si deve anzitutto ai comandi militari, che non credono a un’offensiva austrotedesca nemmeno quando ne vengono a conoscenza dagli interrogatori di alcuni prigionieri. E non vi credono perché l’idea di uno sfondamento concentrico in uno spazio ristretto cozza con la loro visione elefantiaca della guerra, fatta di trincee disseminate lungo un fronte sterminato (settecento chilometri dalle Dolomiti alla foce dell’Isonzo!) e di assedi estenuanti alle cime dei monti, quelle pietraie che ricopriamo per anni con centinaia di migliaia di cadaveri.
La breccia in cui si infilano gli alpini di Rommel è anche e soprattutto una breccia
morale. Ma a crearla non è il «disfattismo» della politica, bensì quello della trincea. Con l’eccezione degli alpini, i soldati italiani non sono abituati ai ritmi sfiancanti della guerra di posizione. L’unico generale capace di portarli alla vittoria era stato Garibaldi, che andava all’assalto di slancio come un pirata. Il fante della prima guerra mondiale ha visto spegnere il suo entusiasmo iniziale nei lunghi inverni di guerra e nelle dodici inutili carneficine dell’Isonzo (dal Carso a Sabotino, fino all’ultima sulla Bainsizza, costata centomila vite) in cui lo ha scaraventato il generalissimo Cadorna, piemontese tutto d’un pezzo col culto della disciplina e l’elasticità di un obelisco.
È, il nostro, un soldato-contadino, annoiato dalla vita di trincea e gonfio di rancore verso l’operaio rimasto in fabbrica per produrre armi, che a lui sembra più che altro un imboscato. Quando arriva Caporetto, non pensa sia una caporetto, ma una licenza-premio per tornare finalmente a casa.

Battle_of_Caporetto


Per non dimenticare. E perché non accada mai più

Ungaretti&Rommel. I due sentieri


È il centenario del primo conflitto mondiale e il 24 ottobre la ricorrenza della sconfitta di Caporetto
Il Friuli Venezia Giulia offre visite nei luoghi dello scontro e itinerari sulle tracce dei personaggi che hanno combattuto, anche su fronti opposti

Andrea Selva, “La Repubblica”,  7 ottobre 2014

Il tenente Erwin Rommel e il fante Giuseppe Ungaretti. Avevano 26 e 29 anni nel 1917, quando furono protagonisti senza mai incontrarsi – delle battaglie sul fronte italo-austriaco della Grande Guerra. Rommel cercava la gloria, Ungaretti la patria a cui – nato in Egitto – voleva dimostrare di appartenere. Quella di Rommel è una storia di azione: 150 chilometri in due settimane, combattendo dai confini italiani fino a Longarone, attraverso il Friuli. Quella di Ungaretti fu una lunga attesa nelle trincee del Carso.
Era l’autunno di Caporetto. In Germania lo chiamano “il miracolo” e lo studiano sui libri di scuola, in Italia si chiama “la disfatta” e per anni nessuno ne ha parlato volentieri. Ci ha pensato Alessandro Baricco a raccontare nel Memoriale di Caporetto questa storia che dice molto dell’Italia e degli italiani. È la storia di migliaia di soldati come Ungaretti che fronteggiarono il nemico per anni e quando lo videro arrivare alle spalle (Rommel) gettarono il fucile pensando che la guerra fosse finita. Può capitare – di gettare il fucile – quando combatti una guerra che non senti tua, perché sei nato in Sicilia (e l’Austria nemmeno sai dov’è) e sei agli ordini di superiori a cui non riconosci (più) autorità.
Una storia che si può leggere sul territorio, paesi, corsi d’acqua, strade e sentieri. Oppure partecipando alle iniziative del Friuli per i cent’anni e scoprire l’archeologia di guerra a Redipuglia, la galleria dei cannoni nel monte Brestovec, le trincee di Monfalcone e sul monte San Michele. In inverno partiranno le escursioni storiche notturne. Oppure si possono utilizzare le memorie di Rommel come guida. Si parte dalla Slovenia, dove Caporetto si chiama Kobarid. Si sale sul monte Mrzli Vrh, vicino al Matajur, dove il tenente tedesco ricorda: “Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri. I soldati (italiani) si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. Gettano quasi tutti le armi. In un baleno sono circondato e issato sulle spalle italiane. “Viva la Germania”, gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani la guerra è finita”.

Dai monti, il percorso di Rommel scende in pianura, lungo la valle del Natisone fino a Cividale, quindi attraverso i torrenti friulani che visti d’estate sembrano larghissime pietraie, ma in quell’autunno piovoso erano ribollenti d’acqua e difficili da attraversare. Il torrente Torre e il fiume Tagliamento. E poi Ragogna, il Ponte di Cornino, Travesio e Meduno. Di nuovo in montagna in quello che ora è il parco naturale delle Dolomiti friulane, lungo la strada costruita dagli alpini attraverso forcella Clautana, Erto e infine giù in discesa, correndo sulle biciclette pieghevoli abbandonate dai bersaglieri, fino a Longarone.
Nella gola del Vajont c’era il ponte più alto d’Italia: 134 metri d’altezza, il ponte di Colomber. Ora non c’è più, venne sommerso dall’acqua del grande bacino che il 9 ottobre del 1963 precipitò a valle seminando la morte. Ma questa è un’altra storia. Rommel passò su quel ponte con i suoi uomini per scendere a Longarone e fermare le truppe italiane che scendevano dal Cadore: “Pochi soldati”, si legge nel suo diario, “si sono visti offrire durante la Guerra mondiale quanto ora a noi si offre nella valle del Piave: migliaia di nemici che si ritirano in una valle non troppo larga, ignari del pericolo che li minaccia sul fianco. I nostri fucilieri non stanno nella pelle”. Ecco la guerra.
La stessa che Ungaretti, stanziale nelle trincee del Monte di San Michele, nel Carso, più a sud, descriveva così: “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita”.
Ecco cosa pensava il fante-poeta dell’esercito italiano: “Arrivato al mio 19° Fanteria m’accorsi che nell’esercito non c’era coesione: tra i diversi gradi della gerarchia e soprattutto fra truppa e ufficiali c’era un abisso”. Arriverà la riscossa del Piave a restituire l’onore agli italiani.

I luoghi. Udine, dove nel 1916 fu stampato Il porto sepolto: 80 copie di una raccolta dei versi di Ungaretti, oggi rarissima. Il Carso, questo altopiano roccioso spazzato dalla Bora d’inverno e arso dal sole in estate. Il poeta ci tornò una volta sola, nel 1966. Aveva 78 anni e scrisse: “Ho ripercorso qualche luogo del Carso, quella pietraia a quei tempi resa, dalle spalmature bavose di fanga colore del sangue già spento, infida a chi, tra l’incrocio fitto delle pallottole, l’attraversa smarrito nella notte. Oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente. Pensavo: il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza”.

ALTRE LETTURE e APPROFONDIMENTI:

Antonio Franchini, Gli ultimi due italiani di Kobarid, in La storia siamo noi, Neri Pozza, 2008

P. RUMIZ, Il nemico a passo di valzer, “La Repubblica”, 13 agosto 2013

“Il tempo e la storia”, un programma a cura di RAISTORIA: Caporetto. CLICCA QUI.

Caporetto e l’Isonzo, Reparto fotocinematografico dell’Esercito

 

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