Archivi del mese: maggio 2014

Valutazioni di fine anno

imparare_matematica

Ricordo a tutti gli studenti che i criteri per l’attribuzione del credito scolastico sono reperibili nel sito del nostro Liceo. LEGGI TUTTO…

Lascia un commento

Archiviato in Scuola

Umanesimo e Rinascimento

florence_noframe

A. PROSPERI, L’Umanesimo, la stampa, le nuove geografie mentali, in Storia moderna e contemporanea,Torino, Einaudi, 2000, I, pp. 102-120

“Lo spirito di avventura, la fiducia nelle proprie forze, la curiosità e l’apertura intellettuale che si percepiscono nelle relazioni dei viaggiatori e dei conquistatori europei ci parlano di una cultura nuova, ottimista, fiduciosa nella leggibilità del mondo e nel valore delle azioni umane. Né la cupa minaccia delle epidemie di peste né il pericolo imminente dell’avanzata turca sembrano capaci di alterare questa disposizione generale del modo di pensare. Per indicare il valore umano, l’italiano dell’epoca usava il termine «virtù» (latino virtus) e lo immaginava in perenne e contrastato legame con la cieca sorte, il caso, indicati anche qui dal termine latino «fortuna». Da Dante a Machiavelli, la «virtù» umana individuale è una grande protagonista dei pensieri di questa cultura. Già l’Ulisse dantesco richiamava ai suoi compagni un’idea alta della natura umana:

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

L’uomo ha una dignità superiore a quella di ogni altro essere, può spingere il suo valore fino a superare non solo gli animali bruti ma perfino le creature celesti, gli angeli; cosi il filosofò Pico della Mirandola spiegava ed esaltava la «dignitas hominis». Questo atteggiamento fiducioso e creativo portava a rifiutare l’immobilità della tradizione, sul piano della conoscenza, ma anche su quello degli assetti costituiti della società. La nobiltà non era una condizione data dalla natura ed ereditata per via di sangue da un gruppo sociale chiuso, ma era un dono dato a ogni uomo che doveva e poteva conquistarselo col suo valore. Tanta fiducia era alimentata anche dall’espansione del mondo conosciuto e dal mutamento sociale che portava le fortune accumulate col rifiorente commercio a intaccare l’ordine tradizionale del potere e della ricchezza fondato sulla terra e sulla nobiltà di sangue. LEGGI TUTTO…

corti_rinascimento-crop

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Quattrocento, Terza E

L’Italia e Napoleone

Giuseppe Pietro Bagetti, “Napoleone entra a Milano”, 15 maggio 1796

STENDHAL (Henri-Marie Beyle), LA CERTOSA DI PARMA (1838)

Capitolo I MILANO NEL 1796

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. I miracoli di coraggio e di genialità di cui l’Italia fu testimone, in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato. Appena otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi li consideravano nient’altro che una banda di briganti, abituati a scappare regolarmente davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale: questo almeno era quanto continuava a ripetergli tre volte la settimana un certo giornaletto non più grande di un palmo, stampato su carta grigiastra. Nel medio evo i lombardi repubblicani avevano dato prova di un coraggio non inferiore a quello dei francesi, e si erano meritati la distruzione della loro città ad opera degli imperatori tedeschi. Una volta diventati fedeli sudditi, la loro grande occupazione fu di stampare sonetti su fazzolettini di taffetà rosa quando si sposava qualche ragazza nobile o ricca. Quanto a lei, la ragazza, due o tre anni dopo quel memorabile giorno si prendeva un cavalier servente: e certe volte il nome dei cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, aveva un posto d’onore nel contratto di matrimonio. Tra quei costumi effeminati e le emozioni profonde suscitate dall’arrivo imprevisto dell’esercito francese, c’era senza dubbio un abisso. La vita cambiò, le passioni si risvegliarono. Il 15 maggio 1796 tutto un popolo si rese conto di quanto fosse straordinariamente ridicolo, e in certi casi odioso, tutto ciò che aveva rispettato fino a quel giorno. La partenza dell’ultimo reggimento austriaco segnò la fine delle vecchie idee. Rischiare la vita diventò di moda. Si capì che per poter di nuovo essere felici, dopo secoli di torpide sensazioni degradanti, bisognava amare la patria d’un amore concreto e cercar di fare qualcosa di eroico. Il chiuso dispotismo di Carlo V e poi di Filippo II li avevano sprofondati nel buio: buttarono giù le loro statue e furono di colpo inondati dalla luce. Da una cinquantina d’anni, mentre in Francia esplodevano l’Enciclopedia e le idee di Voltaire, i preti continuavano a ripetere ai buoni milanesi che non valeva proprio la pena di imparare a leggere o altre cose del genere, che ci si poteva assicurare un bel posto in paradiso pagando regolarmente le decime e raccontando per bene al parroco tutti i propri peccatucci. Per avvilire fino in fondo quel popolo che in passato aveva dimostrato tale energia e tanta capacità di ragionare, l’Austria gli aveva venduto a buon mercato il privilegio di non dover fornire reclute al suo esercito. Nel 1796 l’esercito milanese era composto di ventiquattro poveracci vestiti di rosso, i quali presidiavano la città in collaborazione con quattro splendidi reggimenti di granatieri ungheresi. C’era una grande libertà di costumi, ma la passione era cosa rara. D’altra parte, oltre alla noia di dover raccontare tutto al prevosto, se non volevano rischiare di finir male anche in questo mondo, i buoni milanesi dovevano sottomettersi a certe piccole imposizioni monarchiche decisamente fastidiose. All’arciduca, per esempio, che risiedeva in Milano e governava in nome dell’Imperatore suo cugino, era venuta la vantaggiosa idea di darsi al commercio del grano. Divieto quindi ai contadini di vendere il loro grano prima che Sua Altezza avesse riempito i suoi depositi. STENDHAL,certosa_di_parma_1cap Il video: Philippe Daverio, Passepartout, Napoleone in Italia. CLICCA QUI.

 Napoleone e Venezia

Venezia, Piazza san Marco, Ala Napoleonica

“Il 2 dicembre 1805 la terza coalizione antinapoleonica fu definitivamente sconfitta dalle truppe francesi nella battaglia di Austerlitz.  Poco tempo dopo, il giorno 26 dello stesso mese, Napoleone e l’imperatore Francesco I d’Austria firmarono la Pace di Presburgo: rientrando nell’orbita francese, Venezia e il Veneto diventarono parte integrante del Regno d’Italia. Sotto la potestà del vicerè Eugenio di Beauharnais, Venezia si apprestava così ad affrontare uno dei periodi chiave della propria storia politica e urbana: contraltare dinamico dell’immobilismo austriaco degli anni precedenti, l’arrivo dei francesi scosse nel profondo il clima di torpore che avvolgeva la città. Per la prima volta dalla caduta della Serenissima, Venezia si accingeva a confrontarsi con il resto dell’Italia e dell’Europa e a far dialogare la propria peculiare struttura con la razionalità operativa delle nuove istituzioni. Con la sua posizione invidiabile – e militarmente utile – e con l’enorme carico di storia e di arte che possedeva, la città lagunare divenne, infatti, uno dei fulcri sui quali si impostò l’attività riformatrice francese. Assunta al ruolo di moderno centro europeo, l’antica città lagunare non sarebbe riuscita ad evitare di confrontarsi con il cambiamento, nonostante fosse, per sua stessa natura, assolutamente unica nel suo genere”. Emma Filipponi, Venezia e l’urbanistica napoleonica: confisca e riuso degli edifici ecclesiastici tra il 1805 e il 1807, 11 novembre 2013, in http://www.engramma.it. LEGGI TUTTO…

Giuseppe Borsato, “Visita di Napoleone a Venezia nel 1807”, 65 x 90 cm; 1807; Versailles, Châteaux de Versailles et de Trianon

Napoleone a Venezia: cronaca di un amore mai nato. CLICCA QUI per approfondire. … e  i cavalli di san Marco… Dal sito della Basilica: “Nel dicembre del 1797, per la prima volta dopo oltre cinque secoli, i quattro cavalli abbandonano la facciata di San Marco per volere di Napoleone che li fa trasferire a Parigi. La quadriga, destinata a decorare il coronamento dell’arco trionfale del Carrousel, subisce varie aggiunte. Con la caduta di Napoleone, Antonio Canova viene incaricato del recupero e del trasporto in Italia delle opere trafugate. Il 13 dicembre 1815, alla presenza di Francesco I d’Austria, nuovo sovrano di Venezia, i cavalli vengono restituiti alla facciata di San Marco. La preziosa quadriga in bronzo dorato, l’unica pervenuta dall’antichità, ha però subito notevoli danni, quindi prima della ricollocazione viene portata in Arsenale per essere restaurata. Altri interventi saranno necessari negli anni successivi, ed ancora la quadriga per due volte viene calata dall’arcone marciano per trovare riparo in un rifugio sicuro nel corso delle due ultime guerre mondiali”.

I Francesi, entrati a Venezia nel 1797, rimuovono i cavalli di S. Marco e ne predispongono il trasporto in Francia, Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Galleria di immagini: CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Quarta BS, Quarta F, Storia

“La Nazione diventa Patria”

Friedrich Overbeck (1789-1869), ITALIA E GERMANIA (1811-1828), Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Monaco

Approfondimento tratto da sitotecacapitello.eu

L’opera dello storico italiano Federico Chabod intitolata L’idea di nazione è ormai un classico della letteratura sul tema. Chabod ripercorre lo sviluppo e il significato dell’idea di nazione, cioè del significato della nazione intesa come valore innanzitutto culturale: un’idea forte, capace di tradursi in comportamenti individuali e collettivi che dominano un’epoca. Abbiamo selezionato un passo dal suo saggio in cui Chabod sostiene quattro tesi:
– innanzitutto sottolinea che tutto il XIX secolo è caratterizzato da una partecipazione popolare all’azione politica fortemente intrisa di passionalità, e ricorda il precedente storico delle guerre di religione per ritrovare un esempio di simile partecipazione appassionata; il riferimento è rafforzato dal fatto che la nazione è spesso sentita nell’Ottocento in termini vicini ad una “religione”;
– osserva poi che la nazione, da valore culturale (è innanzitutto un’idea) tende a imporsi come principio organizzatore della identità dello Stato, ed a divenire quindi nazione territoriale; per questa ragione l’idea di nazione si sviluppa soprattutto nei territori in cui non vi è corrispondenza tra Stato e nazione;
– la terza tesi riguarda l’approccio alla storia: l’idea di nazione è tutta costruita mediante una ripresa delle tradizioni e dei valori del passato, ma in un’ottica che l’esatto contrario dell’idea di Restaurazione, che pure è costruita guardando al passato; è un passato lontano, collettivo, che riguarda tutti, e su cui si intende costruire il futuro;
– la quarta tesi è una delle più note tra quelle sostenute da Chabod (la troveremo citata più volte anche nei testi qui in lettura): Chabod sottolinea che l’idea di nazione non è uguale ovunque, ma si presenta in diverse varianti, tra cui le più importanti sono due, presenti soprattutto in Italia e in Germania: la prima vede la nazione come valore eminentemente culturale, e quindi volontaristico, la seconda come un valore che si basa su fatti oggettivi, su dati di tipo naturalistico.

Le passioni nazionali, come secoli prima le passioni religiose:

“Il secolo XIX conosce, insomma, quel che il Settecento ignorava: le passioni nazionali. E la politica che nel ‘700 era apparsa come un’arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio, sapienza, tutta razionalità e niente passione, diviene con l’Ottocento assai più tumultuosa, torbida, passionale; acquista l’impeto, starei per dire il fuoco delle grandi passioni; diviene passione trascinante e fanatizzante com’erano state, un tempo, le passioni religiose, ancora un tre secoli innanzi, all’epoca delle cruente, implacabili contese fra Ugonotti e Leghisti, fra luterani e cattolici, al tempo della notte di San Bartolomeo.
La politica acquista pathos religioso; e sempre di più, con il procedere del secolo e con l’inizio del secolo XX: ciò spiega il furore delle grandi conflagrazioni moderne. Ora, da che deriva questo pathos se non proprio dal fatto che le nazioni si trasferiscono, potremmo dire, dal piano puramente culturale, alla Herder, sul piano politico? Come abbiamo già più volte detto, la nazione cessa di essere unicamente sentimento per divenire volontà; cessa di rimanere proiettata nel passato, alle nostre spalle, per proiettarsi dinanzi a noi, nell’avvenire; cessa di essere puro ricordo storico per trasformarsi in norma di vita per il futuro. Così, parimenti, la libertà, da mito del tempo antico, diviene luce che rischiara l’avvenire; luce a cui occorre pervenire, uscendo dalle tenebre.
La nazione diventa patria: e la patria diviene la nuova divinità del mondo moderno. Nuova divinità: e come tale sacra”.

Trasformare la nazione culturale in nazione territoriale:

“Com’è ovvio, l’idea di nazione sarà particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti; il «principio di nazionalità», che ne è precisamente l’applicazione in campo politico, troverà il massimo favore presso coloro che solo in base ad esso possono sperare di comporre in unità le sin qui sparse membra della patria comune. Quindi, sarà soprattutto in Italia e in Germania che l’idea nazionale troverà assertori entusiasti e continui; e, dietro a loro, negli altri popoli divisi e dispersi, in primis i polacchi. (…)
Italia e Germania, dunque, terre classiche, nella prima metà del secolo scorso, dell’idea di nazionalità. E nell’una come nell’altra nazione, identici pure risuonavano gli appelli al proprio passato, alla storia, come quella che, dimostrando la presenza secolare e gloriosa di una nazione italiana (o tedesca) in ogni campo, essenzialmente in quello della cultura, arte e pensiero, legittimava le aspirazioni a che questa presenza si concretasse anche nel campo politico; a che cioè la nazione, da fatto puramente linguistico-culturale, si tramutasse in fatto politico, divenendo «Stato». Trasformare la nazione culturale in nazione territoriale: ma proprio i titoli culturali servono da documenti giustificativi per il sorgere, anche, della seconda”.

Tornare alla storia passata per costruire il futuro:

“Di qui l’appello alla storia passata, che continua, dunque, l’atteggiamento degli scrittori del ‘700, ma con un finalismo politico che a quelli mancava. Lo ritroviamo, quest’appello, in scrittori italiani e germanici: il Novalis esorta i suoi lettori “alla storia”, a scrutare «nel suo istruttivo complesso le epoche che s’assomigliano», ad imparare ad usare «la bacchetta magica dell’analogia». Esattamente dieci anni più tardi, nella celebre Orazione inaugurale al corso di eloquenza presso l’Università di Pavia, Ugo Foscolo incalza “O Italiani, io vi esorto alle storie”: perché nella storia passata della nazione italiana ci sono i titoli della sua gloria, che sono anche il pegno per il suo avvenire. Ma già prima, nei Sepolcri, il poeta aveva tradotto il medesimo pensiero in immagine, l’immagine di Santa Croce, tempio delle itale glorie, dove si dovrà andare per trar gli auspici:
ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
… Santa Croce, con i sepolcri dei grandi italiani, Machiavelli, Michelangelo, Galilei, è come il luogo sacro alla coscienza nazionale (e si pensi, infatti, quale importanza ideale ebbe Firenze, per gli italiani colti e patrioti, nel Risorgimento: almeno fino al neoguelfismo e al deciso imporsi dell’idea di Roma)”.

Due modi di considerare la nazione: naturalistico (Germania) e volontaristico (Italia):

“Sennonché, se queste sono caratteristiche comuni ai due movimenti, l’italiano e il tedesco, occorre però avvertire che per altri riguardi i due movimenti sono, invece, sostanzialmente, profondamente diversi. Tanto diversi, e su problemi così sostanziali, che il giudizio complessivo dello storico non può non essere questo: che tra il movimento nazionale germanico e quello italiano, nonostante talune affinità e somiglianze, c’è, sostanzialmente, una assoluta diversità, quando non addirittura opposizione.
Abbiamo detto, altre volte, che due sono i modi di considerare la nazione: quello naturalistico, che fatalmente sbocca nel razzismo, e quello volontaristico. S’intende bene che non sempre l’opposizione è così totale e recisa: anche una dottrina a base naturalistica può apprezzare in certa misura i fattori volontaristici (educazione, ecc.), così come anche una dottrina a base volontaristica non è detto che debba rinnegare ogni e qualsiasi influsso dei fattori naturali (ambiente geografico, razza, ecc.). Ma insomma, è dall’accentuare più o meno fortemente l’uno o l’altro elemento che una dottrina riceve il suo particolare rilievo. Orbene, sin dall’inizio in terra di Germania la valutazione etnica (cioè naturalistica) si fa avvertire”.
F. Chabod, L’idea di nazione, Laterza, Bari 1967

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Quarta BS, Quarta F, Storia

Aiace Telamonio

Exekias, “Il suicidio di Aiace”, 445 a.C., ceramica dipinta

Aiace Telamonio (gr. Áias ho Telamônos, lat. Aiax Telamonius)

E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’ armi d’Achille
sovra l’ ossa d’ Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv.215-225 

Vincenzo Cardarelli, Ajace (da Giorni in piena, 1934)

Sempre obliasti, Ajace Telamonio, 
ogni prudenza in guerra, ogni preghiera.
Mai non pensasti ad invocar l’aiuto
d’una benigna Dea
che ingigantir potesse le tue forze
o sottrarti sollecita al nemico.
Non avevi una madre
da impietosir l’Olimpo al tuo destino,
discretissimo eroe.
E a te non fu dato
compiere imprese stupende e gratuite,
atterrar Marte od Ettore,
o d’Afrodite il mignolo ferire,
bensì il combattimento orrido, immane,
fra soverchianti avversari,
in giorni che non s’ama ricordare.
Ogni volta che Giove era crucciato
contro gli Achei,
a te scendere in campo,
degna prole di Sisifo,
rampollo di Titani.
Quando Marte furioso conduceva
le falangi troiane
ad incendiar le navi,
tu le salvasti e Teucro.
Eri la gran riserva
nel pericolo estremo,
la resistenza, il muro, la fortezza.
Ti accoglieva ogni sera
la disadorna tenda
senza profumi né amorose schiave.
Là, presso il mare,
tutto imbrattato di polvere e sangue,
dormivi un sonno animalmente duro.
Primo fra i tuoi,
fra quanti eroi convennero sotto Ilio
non secondo a nessuno.
Ma veramente solo
ed unico tu fosti
nella sventura.
Nessun Dio ti protesse,
niuna gloria t’arrise incontrastata,
ti fu solo di scorta il tuo valore,
o fante antico.
E i Greci ti negarono quel premio
a cui tu ambivi:
l’armi d’Achille. Un maestro d’inganni
te le strappò. Ma in mare
costui le perse. E il flutto pietoso,
il mutevole flutto, più sagace
dell’umano giudizio, più costante
della fortuna,
sul tuo tumulo alfine le depose.
Pace all’anima tua
infera, Ajace.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Miti, Quarta F

Ugo Foscolo: “chiamami romanzo”.

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo.

U. Foscolo, Poesie, 1803

«Chiamami romanzo, ed hai forse ragione; ma non lo sono per elezione… io devo alla natura questa ardente immaginazione e questo cuore, che mi hanno fatto soffrire tanti tormenti, ma che non sono stati mai domati, né dall’esperienza, né dalle sventure. Addio. Addio.»
Ad Antonietta Fagnani Arese, Edizione Nazionale delle opere, XIV, n. 160-VIII, 225.

«Tu hai ragione, forse io son tale perché la mia vita è un continuo romanzo.»
Ad Antonietta Fagnani Arese, EN, XIV, n. 210-LVIII, 295.

Gli amori:

“Oh! e adesso sento ch’io t’amo, che ti devo amare eternamente. Grazie, celeste creatura, grazie. Ho coperta di baci la tua lettera, e l’ho bagnata di lagrime riconoscenti. Io la rileggo, e me la stringo al petto come sacro e prezioso tesoro. O Antonietta! sei veramente tu che mi scrivi? il tuo povero amico stenta ancora a credere che tu, corteggiata da tanta gente del bel-mondo, possa rivolgere gli occhi sopra di un giovine malinconico e sventurato, il quale non possiede altro che un cuore che gli fu sempre eterna causa di pianto. Ed io te lo consacro questo mio cuore…”

«Un giovane ufficiale, non alto ma muscoloso come un leoncello, con una gran testa di capelli ricci, un naso forte e due occhi che non si dimenticano; un po’ esotico, mezzo greco; testa calda in politica; senza un soldo ma ambiziosissimo, poeta di gran classe, famoso per aver scritto un best-seller d’amore disperato che fa impazzire le lettrici (…). Una ricca signora milanese, ventitré anni, alta, sensuale, capelli corvini, occhi languenti, una voce roca e conturbante; figlia d’un marchese, sposata a un conte; brillante, sa il tedesco e traduce; libera e corteggiatissima (…) si incontrano una domenica mattina d’estate di 180 anni fa in un caffè alla moda di Milano. Un conoscente li presenta, prendono insieme un caffè con panna; si guardano negli occhi e… coup de foudre. Lui le manda un biglietto con “un bacio, un solo bacio”. Pochi giorni dopo sono già amanti».

Edoardo Sanguineti, introduzione a lettere di Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese (Lacrime d’amore, Guanda,  Milano 2008)

Georg Friedrich Kersting_lettura_1812

… figlio infelice e senza patria:

«Possiede un talento superiore, bello stile, vivace fantasia ed eccellente memoria, ma poco senno: sotto qualsiasi governo rimarrà un uomo pericoloso, senza religione, senza moralità, senza carattere».
Rapporto informativo sul Foscolo del barone Strassoldo per la polizia austriaca, Milano, 3 maggio 1815

Alla famiglia, Venezia
Milano 31 marzo 1815
Miei cari — Riceverete numero 80 napoleoni d’argento che formano lire 400 d’Italia. Con l’annessa cartina anderete a riscuoterle dal signor Marco Visentini che ve le pagherà a vista. […] Frattanto cercate di vivere alla meglio per quattro o cinque mesi, affinché io possa ajutarvi dal luogo dove mi troverò. — L’onore mio, e la mia coscienza, mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obbligarmi a servire nella milizia, dalla quale le mie occupazioni e l’età mie e i miei interessi m’hanno tolta ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà incontaminata fino ad ora del mio carattere col giurare cose che non potrei attenere, e col vendermi a qualunque governo. Io per me mi sono inteso di servire l’Italia, né come scrittore, ho voluto parer partigiano dei Tedeschi, o Francesi, o di qualunque altra nazione: mio fratello fa il militare, e dovendo professar quel mestiere ha fatto bene a giurare; ma io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente, e quando è venale non val più nulla. Se dunque, mia cara madre, io m’esilio e mi avventuro come profugo alla Fortuna ed al Cielo, tu non puoi né devi né vorrai querelartene; perché tu stessa mi hai ispirati e radicati col latte questi generosi sentimenti, e mi hai più volte raccomandato di sostenerli, e li sosterrei, con la morte. Non sono figlio disleale e snaturato se t’abbandono; perché vivendoti più lontano, ti sarò sempre più vicino col cuore e con tutti i pensieri, e come in tutte le circostanze della mia diversa fortuna io fui sempre eguale nell’ajutarti, cosi continuerò, Madre mia, finché avrò vita e memoria: e la mia santa intenzione, e la tua benedizione, mi assisteranno. […]

Ugo

H. Bonaventure Monnier, “Esilio”, prima metà XIX secolo, Parigi, Museo Carnevalet

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Quarta BS, Quarta F

Werther: la scoperta della giovinezza.

C. VAROTTI, La scoperta del giovane, da “Tempi e Immagini della Letteratura” (vol. 4, pp. 126-142),  di G. M. Anselmi e C. Varotti, con il coordinamento di E. Raimondi, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

“Nel corso del Settecento assistiamo a una forte valorizzazione della giovinezza come stagione privilegiata, contrassegnata da caratteristiche e valori non più sentiti come imperfetti, ma visti come l’espressione positiva di un’energia creativa e rigeneratrice. La figura del giovane diventa così un fattore ricorrente nelle poetiche preromantiche, che propongono la ricerca di nuove e più libere forme espressive, esaltano il sentimento, la passione, il dispiegamento delle forze anche oscure e buie dell’interiorità. Caratteristiche e comportamenti propri della giovinezza, come l’istintività e l’energia anche violenta, vengono sostituiti ai valori positivi tradizionalmente associati alla maturità e alla vecchiaia, come il dominio delle passioni, la moderazione, un rapporto con le cose mediato dal vaglio razionale. […]

Nel romanzo epistolare I dolori del giovane Werther (1774), scritto da un Goethe poco più che ventenne, negli anni in cui era legato al clima tedesco dello Sturm und Drang, il tema della giovinezza del protagonista è proposta fin dal titolo. La condizione di ‘giovane’ che contrassegna infatti Werther non costituisce una circostanza puramente fattuale, ma designa una complessiva condizione esistenziale e sociale.
L”essere giovane’ di Werther è infatti una condizione imprescindibile della sua individualità. Alla giovinezza del protagonista rinviano la sua vitalità immediata; l’insofferenza per il cauto benpensantismo degli uomini maturi, che egli incontra nel suo cammino, uomini perfettamente integrati in un sistema politico-sociale che Werther trova insopportabile e soffocante. Ma è segno inequivocabile della sua giovinezza anche l’atteggiamento entusiastico e appassionato verso ogni aspetto della vita (dalla natura, all’arte, all’amore).
La giovinezza di Werther diventa perciò metafora di un ideale di vita più libero e sincero; all’interno di un’aspirazione complessiva al rinnovamento, che riguarda non solo il mondo degli affetti del protagonista, ma anche la realtà sociale in cui vive, e anche le sue concezioni estetiche.
Nel romanzo l’amore occupa un posto di primo piano (ed è l’amore disinteressato e appassionato; il totale abbandono ai sentimenti e alla passione che caratterizza tanta parte della sensibilità tardosettecentesca); ma in esso c’è anche l’insofferenza del giovane di talento costretto a scalpitare impaziente all’interno di un ordine sociale dominato dalle generazioni più mature, che produce un quadro fortemente critico nei confronti della società tedesca del secondo Settecento, immobile e fondata sul privilegio di classe”.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Settecento, Letteratura dell'Ottocento, Quarta BS, Quarta F