Archivi del mese: settembre 2017

Dietro il tedio che spesso ci coglie c’è solo depressione o anche creatività?

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal il segreto della noia
Marco Belpoliti, “La Repubblica”, 26 settembre 2017

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in
I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».
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Pink Floyd,  Pigs on the wing, da Animals, 1977

If you didn’t care what happened to me,
And I didn’t care for you,
We would zig zag our way through the boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain.
Wondering which of the buggars to blame
And watching for pigs on the wing…

Carlo Bordoni, La noia creatrice, “Corriere della Sera – La Lettura”, 1 ottobre 2017

Questa è la condizione, diceva Hegel, in cui si ricerca l’ignoto
E, aggiungeva Leopardi, è qui che si coltiva l’infelicità da cui scaturisce la poesia

Tutto ha avuto inizio molto tempo fa. Forse Dio si annoiava e per questo ha creato il mondo, dando inizio a una modalità contraddittoria di considerare quel sentimento insopportabile che abbatte anche l’animo dei più forti, rende abulici e insoddisfatti. Di sé e della propria esistenza. Chiaro che l’attribuzione di una noia eterna a Dio, a giustificare la creazione, non è che l’invenzione di chi intendeva trovare un senso a una condizione di disagio. La noia è un attributo strettamente umano e non c’è verso di riferirla a entità superiori. Ma proprio perché umana, è bene cercare di vederla come qualità, piuttosto che un difetto, e trovare una giustificazione alla sua esistenza.
La noia è figlia dell’ozio. Se si risale nel tempo, alla latinità classica, si scopre che otium e negotium (nec-otium) erano intimamente connessi al comportamento umano. L’otium non era affatto il nulla, ma l’occuparsi di sé, delle proprie attività private, della conoscenza, del benessere. Il negotium era invece il lato estroverso di sé, la gestione degli affari pubblici, della partecipazione politica, lo scambio con gli altri. Sia l’ozio sia la noia hanno la possibilità di rivelare inediti aspetti creativi nelle diverse modalità attuative: la noia, a differenza dell’ozio, ha una marcia in più; possiede un’energia dirompente che è capace di fare miracoli. Può accadere che spinga a prendere decisioni insolite, a concepire idee rivoluzionarie, a progettare qualcosa che in condizioni normali non si farebbe mai. La creatività, allora, appartiene più alla noia che all’ozio.
La noia moderna
Eppure la noia, così come la concepiamo oggi, è un concetto relativamente recente, introdotto dalla modernità per una società tecnologizzata che privilegia il lavoro, il rendimento e bandisce l’ozio, l’attesa, la lentezza. Considera i tempi vuoti improduttivi e quindi socialmente inutili, ma anche tendenzialmente «pericolosi», poiché lasciano il tempo di riflettere. Nella divisione del lavoro sociale, il compito di pensare è riservato ad altri. In questa logica della produttività, la noia moderna è il nemico da sconfiggere. Per i bambini è un diritto non riconosciuto dai genitori, che li costringono ad attività extrascolastiche; per gli adulti un lusso che non possono concedersi, per gli anziani una condanna avvilente inflitta dalla società.
Strano destino, quello della noia: inventata dalla modernità e da questa combattuta come un indesiderabile corpo estraneo. Lo spazio del «far niente» è visto negativamente e i sistemi sociali — dalla religione alla scuola — hanno cercato di scandire il tempo con attività organizzate, precisando per ogni momento della giornata i compiti da svolgere, così da impedire la noia, preludio all’indebolimento dello spirito, al cedere a comportamenti viziosi o peccaminosi, se non a gesti violenti.
Gli stati totalitari, che temevano più di ogni altro sistema politico la libertà di pensiero, hanno sempre dato impulso alle attività dopolavoristiche, organizzando il tempo libero con meticolosa attenzione, regolando ferie e vacanze anche per i più giovani.
Con la crisi della modernità, invece di combattere la noia, si riprendono in considerazione i suoi benefici effetti; si recupera, per così dire, il lato umano di questo sentimento, la consapevolezza di sé. Che è poi il suo senso più antico, passato attraverso i secoli con connotazioni diverse, a seconda delle esigenze sociali. Quando nel Medioevo prende il nome di accidia, è sintomo di debolezza morale più che fisica, che per quella società è un peccato mortale, poiché rompe i legami sociali, causa l’inazione, la perdita della speranza e della fede. Dante colloca gli accidiosi nel canto VII dell’ Inferno , sommersi nella palude Stige, colpevoli di «un’ira lenta» nei confronti del mondo. Meno grave è la «melancholia», versione rinascimentale dell’accidia. Invece nell’Ottocento, ormai in piena modernità, la noia recupera in parte la sua caratteristica nobile, propria degli artisti e dei geni, riallacciandosi all’antico significato di otium. Hegel le attribuisce il compito di ricercare l’ignoto; in Leopardi è l’infelicità da cui però scaturisce la poesia. Il tardo romanticismo la vede in forma di spleen con Baudelaire e Huysmans, effervescente di suggestioni poetiche, ma anche desiderio di lasciarsi trasportare dalla vita con languido struggimento. Definita da Heidegger «il tempo morto del sempre uguale», la noia del Novecento si avvicina all’angoscia, considerata un vuoto da cui partire per «direzionare la propria vita altrove». Per Sartre prelude alla nausea e assume lo stesso gusto di un’esistenza priva di senso. Con Morin si collega al tempo libero e rientra nelle problematiche del loisir , inoltrandosi nel consumismo, utile antidoto alla noia e garante del progresso economico.
Gli antidoti
L’industrializzazione ha sviluppato un’inedita contrapposizione tra tempo libero e tempo del lavoro, che nelle società precedenti non aveva senso. L’aumento del tempo libero ha posto il problema di come impiegarlo: non basta riposarsi, divertirsi o viaggiare. Il tedio incalzante è fugato dall’invenzione dell’hobby, passatempo moderno con cui distrarre la mente e svolgere un lavoro non retribuito, più soddisfacente del lavoro obbligatorio e ripetitivo.
Il successo dell’hobby compete con la professione nella costruzione dell’identità individuale, si fa segno distintivo e motivo di auto-affermazione. Dalla collezione di francobolli al bricolage, nasconde un germe di creatività destinato a crescere. Anche se inviso ad Adorno, perché fa pensare a un comportamento paranoico — «La libertà organizzata è coatta, guai se non hai un hobby, una occupazione per il tempo libero» — il più modesto hobby ha aperto la strada al fai-da-te, eludendo l’intervento degli intermediari. Dal ritirare denaro da un bancomat al prenotare alberghi e biglietti aerei: modalità di lavoro gratuito, che la tecnologia e internet hanno reso possibile, spazzando via l’hobby.
Ormai il tempo libero è presidiato: più che dalla possibilità di svolgere attività piacevoli, dall’ossessione a utilizzare servizi, informarsi e comunicare, in uno stretto rapporto con la macchina che si sostituisce all’umano nella quotidianità dei rapporti.
Le relazioni uomo-macchina superano il tempo di quelle a contatto con altre persone ed evitano la noia: è curioso come, a differenza delle interazioni umane, rapportarsi con la macchina non sia noioso. Anzi, talmente assorbente che non stupisce vedere persone chattare tra loro nella stessa stanza o coppie sedute allo stesso tavolo che smanettano sul telefonino senza guardarsi; viaggiatori che sui bus o sui treni evitano di guardare dal finestrino, tutti presi dallo schermo luminoso, la nuova finestra sul mondo.
La chiusura totalizzante nel rapporto uomo-macchina, anche se può dare l’impressione di grande autonomia, permettendo di svolgere attività utili che prevedevano lunghe attese e costi, ha cancellato la noia e con essa ogni capacità creatrice che ne poteva derivare.
Ha in sostanza perfezionato la finalità di «controllo» della libertà di pensare che finora era stata svolta dal lavoro materiale e dall’organizzazione del tempo libero della modernità.
Apatia e creatività
Se si vuole essere creativi, bisogna recuperare una certa dose di noia creatrice che era propria dell’otium . È solo quando vi sono le condizioni e il tempo di riflettere, recuperando il taedium vitae — che per Seneca era l’opportunità di «frequentare se stessi» (secum morari  — che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste. Così il cervello ha l’opportunità di «creare». Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare; verbo tanto inquietante da essere censurato in certe comunità, poiché di pertinenza esclusiva del divino. Eppure squisitamente umano: saper creare è una qualità che appartiene a tutti e può rivelarsi in relazione alle capacità individuali e all’occasionalità.
Il filosofo francese Étienne Souriau sostiene che «per inventare è necessario pensare a lato», tanto che il pensiero laterale o divergente, un pensiero non rigido e persino stravagante, è considerato creativo per eccellenza. Per emergere, ha bisogno di una condizione di «apatia», cioè di assenza di pathos , di passione o partecipazione emotiva: ha bisogno della noia. La mente libera, ma annoiata, è più predisposta a trovare soluzioni. Non è strano che uno scrittore di fantascienza come Isaac Asimov sia stato chiamato a far parte di una commissione incaricata di studiare modalità «non convenzionali» per la difesa antimissilistica, proprio perché in grado di offrire un pensiero non condizionato, a suo modo apatico, in un contesto di specialisti. Lo racconta lo stesso Asimov in un testo inedito del 1959, ritrovato casualmente, Come le persone producono nuove idee , dove sostiene che la creatività è strettamente individuale, dipendente dalle conoscenze pregresse e dall’opportunità di metterle in relazione tra loro. Un’ipotesi non sempre condivisa. Oggi che la conoscenza è più complessa e richiede un bagaglio maggiore di saperi, si è portati a ritenere che la creatività sia prodotta dal gruppo, non più dal singolo.
La creatività, insomma, come istanza sociale, non conformista e priva di metodo; qualcosa che ha a che fare col general intellect di cui parlava Marx. Quel sapere condiviso e generalizzato che è patrimonio dell’intera società. E che forse ha bisogno di un’immensa noia collettiva per creare l’innovazione necessaria a migliorarsi.

Lou Reed,  Ennui, 1974

 

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A scuola lo smartphone non basta

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Angelo Cannatà, “Il Fatto”, 16 settembre 2017

Nuovo anno – Cara ministra Fedeli, i ragazzi già sanno come usarlo ma non come leggere i classici

Primi giorni di scuola al liceo. Osservo e prendo qualche appunto. Innanzitutto le aule. Piccole, brutte, sovraffollate. Gli edifici pericolanti e gli ambienti angusti in cui si fa lezione sono, nonostante slide e proclami governativi, terribilmente identici al passato. Le carenze strutturali rendono difficili le innovazioni: copiamo “modelli didattici” dai Paesi anglosassoni (prevedono aule-laboratorio, spazi multimediali, biblioteche in classe) ma non abbiamo strutture adeguate.
Mancano aule, laboratori, professori; e i presidi devono dirigere più scuole, spesso molto distanti tra loro. Si fanno corsi sulla sicurezza invece di mettere in sicurezza gli edifici; si nominano supplenti per simpatia (e amicizia) invece di seguire una graduatoria; si pongono barriere (24 crediti) per l’accesso ai concorsi invece di aprirli a tutti i laureati.
Adesso si discute – come fosse un’urgenza – degli smartphone: “Non si può separare il mondo dei ragazzi – dice la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli – da quello della scuola”. Gli smartphone possono anche essere utili, certo; il problema è capire quanto peso debbano avere in classe, se possano invadere (fino a devastarli) i tradizionali spazi d’insegnamento e se compito del docente sia educare al loro corretto uso, o altro. Io credo che l’insegnante abbia altre priorità: leggere i classici ad alta voce in classe; spiegarli; richiamare il contesto; la critica; dare agli studenti spunti ermeneutici per una loro, personale, lettura del testo. Leggere l’Elogio della follia, il Simposio, Al di là del bene e del male
… sentire Erasmo, Platone, Nietzsche dalla voce dell’insegnante è un’esperienza unica che solo la scuola può dare. “C’era una volta un Paese dove l’insegnante faceva lezione. Latino, greco, filosofia… si studiavano con passione. Era la buona scuola del passato. Formava persone. I migliori medici, ingegneri, giuristi, che occupano posizioni di rilievo nell’Italia di oggi, hanno studiato nella vecchia scuola di una volta; sono affermati professionisti ma ricordano il liceo: la severità e la comprensione; il silenzio, quando a parlare erano i classici, mediati dalla voce dell’insegnante. Ricordo il timbro, l’intercalare, le pause, puntuali, precise del mio professore d’italiano. Una presenza che ha avuto un ruolo nella mia vita”. Mi scuso per l’autocitazione, ma quando leggo della necessità dello smartphone in classe sento che si esagera. E’ vero il contrario, cara ministra Fedeli, proprio perché smartphone telefonini eccetera sono la quotidianità dei ragazzi, la scuola deve offrire altro: strumenti critici, motivazione, passione per i libri, veicolati dalla parola dell’insegnante, da quella corrente emotiva che Gentile riteneva essenziale nel rapporto docente-discente. La scuola gentiliana è criticabile, certo, per il carattere elitario; ma il filosofo coglie il punto quando osserva che il docente “rivive e trasfigura nel vivo fuoco dell’atto di insegnare i contenuti delle discipline” (altro che smartphone!). Ci pensi, ministra, prima d’introdurre una novità che cambia il senso della lectio in classe. Non ho nulla contro la tecnologia. Oggi, però, si tratta di capire se la scuola debba educare alla riflessione, alla profondità, o veicolare l’accettazione superficiale e supina dell’esistente abbellita dalle immagini a colori di uno smartphone.

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La provocazione di un dirigente di Bologna “Usate lo smartphone, lo dice pure la ministra”
Il decalogo alla rovescia del preside ai suoi liceali “Copiate e non studiate”

Ilaria Venturi, “La Repubblica”, 16 settembre 2017

BOLOGNA. «Cari ragazzi, considerate sempre i vostri docenti come nemici, copiate, evitate di fare i compiti a casa, tanto fior di pedagogisti vi dicono che sono inutili». E usate lo smartphone «durante le noiose ore di lezione, persino la ministra Fedeli ha detto che è consentito». Non sono battute stampate sui diari più irriverenti, né scherzosi suggerimenti che viaggiano sui social. Sono i consigli di un preside ai suoi studenti all’avvio delle lezioni. Consigli al contrario, ovviamente.
È Maurizio Lazzarini, dirigente del liceo scientifico Fermi di Bologna, a proporre una nuova provocazione. L’anno scorso aveva tirato le orecchie ai genitori dettando loro dieci mosse per mettere ko la scuola. Un escamotage letterario per sollevare il problema del rapporto sempre più conflittuale con le famiglie. Quest’anno si rivolge agli studenti con un nuovo decalogo alla rovescia e la stessa ironia. Ma un’avvertenza: «Se lo seguirete non farete fallire la scuola». Sarà peggio: «Fallirete voi».
La chiave è la stessa e ruota intorno all’idea di una scuola vissuta come un campo di battaglia. Padri e madri contro i presidi. I loro figli contro i prof. Su tutto: voti, troppi o pochi compiti, bocciature. «Ma se questo è l’atteggiamento sono i ragazzi a farne le spese, più che la scuola. Per questo ho pensato stavolta di rivolgermi a loro», osserva. Ieri Lazzarini ha consegnato alle sue “matricole” la Costituzione e insieme ha anticipato, recitandole davanti a 320 facce adolescenti e attonite, le dieci mosse, postate poi nel sito del liceo per tutti i 1500 studenti, per vivere l’esperienza tra i banchi. Sottintendendo, in modo sbagliato. Abituato al rapporto stretto coi suoi ragazzi, tanto che dà a tutti il suo numero di cellulare, Lazzarini ha così voluto scuoterli. «Il primo punto li riassume tutti: considerare i prof come nemici. La parola è forte, ma volevo farmi capire: siamo una comunità. Non devono esistere controparti». Sulla valutazione si consumano i maggiori scontri. «Non accettate voti e consegne, trattate fino allo sfinimento o vostro o dei prof», è allora l’altro consiglio che il preside dà. Per poi spiegare: «Chiedere ragione di un voto è un loro diritto, ma il voto non è frutto di una negoziazione sindacale. Invece i ragazzi conoscono benissimo la pragmatica della comunicazione, vanno continuamente alla trattativa e con qualche insegnante funziona pure». Sempre al contrario, viene suggerito dunque di «togliere valore al registro elettronico», di «evitare il più possibile i colloqui dei genitori coi prof, tanto si sa, non si capiscono ». Il capitolo studio tocca polemiche recenti. I compiti a casa: «Tutt’al più copiateli la mattina stessa». In realtà l’argomento è serio: «Da maestro alla primaria non ho mai dato compiti, ma al liceo la rielaborazione individuale è necessaria». Con garbo istituzionale, Lazzarini ironizza sullo sdoganamento dei cellulari in classe: «Devono essere i docenti a decidere se e come usarli». Il resto va a colpire antichi vizi: ritardi («la scuola è lunga, prendetevela con comodo»), scopiazzature («durante le verifiche copiate le risposte») e il ridursi all’ultimo («studiate solo il giorno prima delle verifiche, se poi non siete pronti state a casa»). Il consiglio numero dieci ha strappato applausi: «Quando non sapete più cosa dire, urlate: vado dal preside!». Lazzarini sospira: «Magari coi ragazzi funziona». Invece come è andata a finire coi genitori? No comment, scatta una risata.

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Ecco perché i telefonini faranno sparire anche i docenti

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Marco Lodoli, “La Repubblica”, 13 settembre 2017

BISOGNA essere assolutamente moderni, diceva Rimbaud, e dunque non dovremmo mai temere le novità, non dovremmo farci prendere dalla nostalgia per il tempi andati, perché la vita è comunque rognosa e nessuna epoca è mai stata rose e fiori. Dovremmo cedere serenamente alle nuove tecnologie, perché ogni forma di resistenza sembrerebbe solo polverosa, passatista, conservatrice: e nonostante mi ripeta tutto questo, faccio una certa fatica a immaginare una classe con trenta ragazzi che con il ditino frenetico lavorano sul loro smartphone, cercando poesie, formule matematiche, immagini artistiche, vicende storiche e ogni luminosa schermata dello scibile umano. In realtà, se dobbiamo essere assolutamente sinceri, molti studenti già sono incantati da quel bagliore ipnotico. Tengono il loro smartphone sulle ginocchia, tra le pagine del libro, nella manica del maglione, proprio non riescono a spegnerlo neppure per mezz’ora. Sta lì, acceso, come una possibilità sempre aperta, come un ponticello teso verso l’universo, come una bellissima distrazione. Il professore parla, spiega roba morta e sepolta, scrive con l’antichissimo gessetto sull’antidiluviana lavagna, ma i suoi studenti sono altrove, proiettati attraverso le loro seducenti finestrelle verso mondi lontanissimi, miliardi di volte più interessanti delle povere ciance che arrivano dalla cattedra tarlata. Ora bisognerebbe fare il passo definitivo. Abolire i libri, carta malinconica, pronta a ingiallire, faticosa da portare sulla schiena, e sostituire queste anticaglie con la leggerezza e la rapidità e la modernità dello smartphone. Ricordo quando dieci anni fa una mia studentessa, con una smorfia di disgusto in faccia, mi disse: “Prof, i libri sono vecchi”, e non intendeva sputare sui contenuti dei libri, ma proprio su loro, su quei mucchi di fogli rilegati. E ormai ci siamo. Anche il ministro è d’accordo a staccare la spina, a finirla con l’accanimento terapeutico, a introdurre una pietosa eutanasia: il libro agonizza, lo smartphone riluce trionfante; il libro è un reperto, un coccio etrusco, un capitello scheggiato dai secoli, lo smartphone è fico, è una fontana che zampilla immagini, suoni, parole. Ma mi si stringe il cuore a pensare a una classe senza libri, senza la quiete profonda che deriva dalla lettura, senza il fruscio delle pagine girate. Temo che il passo seguente sarà l’accantonamento degli insegnanti: si premerà un tasto e apparirà un prof virtuale che reciterà la sua splendida lezione su Dante o sull’area del trapezio. E forse poi non serviranno più nemmeno gli studenti, basterà che lascino sul banco il loro smartphone acceso e collegato.

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