Archivi del mese: agosto 2014

Leopardi, “il giovane favoloso”

“Mi distoglieva sempre dal farlo  qualche cosa che adesso mi pare riconoscere come la furia  degli anni giovani. Il disinteresse supremo di questi  per un freddo marmo, nasconda esso pure  il corpo del poeta più amato.  Ma viene per tutti , ed è venuta anche per me, la mattina in cui la furia degli anni giovani sembra scomparsa all’orizzonte  come la nube di un bel temporale. Mattina di primavera, terribilmente vuota, in cui ci si sveglia e non c’è più un amico, una speranza, e si è simile al sasso, alla foglia caduta ieri.  La primavera batte  con dita verdi sui vetri tiepidi, azzurrini, e apre adii senza parola qualche  nuova strada. Allora si deve uscire, e si va volentieri, cercando, con l’aria, il vento di qualche immagine. Un po’ d’azzurro, due alberi, sono simili a mani che ti consolino.
Così ho pensato di andare in fondo alla grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso. Sono entrata in una piazza, poi in una strada, poi in altre strade e piazze. Tutto era infinitamente nuovo, lucente. Le facciate dei palazzi avevano un’aria di festa e di gioventù; la gente pur nelle rughe che pieghettavano sottilmente i volti, pur nel frusto degli abiti, camminava per i marciapiedi con la semplicità angelica , come incendiata  dal raggio di un mondo sovrumano. Provavo la sensazione  di scendere a un tratto nel mondo brillante della mia infanzia, dove tutto è benessere, luce, contemplazione.
Silvia, rimembri ancora…
Mi vengono a mente le sue parole, passano come uccelli in un cielo deserto, tutte, tutte le sue parole di luce, i vocativi affannosi e splendidi,  le esclamazioni accorate, quelle frasi ampie e luminose come giri concentrici del mare turbato da un sassolino…”
Anna Maria Ortese, Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi, in  Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte,  Adelphi 2001.
“Il giovane favoloso” è il titolo scelto dal regista  Mario Martone  per il suo film dedicato a Giacomo Leopardi, che verrà presentato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. La sceneggiatura  è ispirata agli scritti del poeta ” e all’insieme del suo epistolario, lo scrigno attraverso cui è possibile seguire la breve vita di Leopardi dalla Recanati della biblioteca paterna fino alla Napoli del colera e del Vesuvio. […] Affrontare la vita di Leopardi significa [..] svelare un uomo libero di pensiero,  ironico e socialmente spregiudicato, un ribelle, per questa ragione spesso emarginato  dalla società ottocentesca nelle sue varie forme, un poeta che va sottratto una volta e  per tutte alla visione retorica che lo dipinge afflitto e triste perché malato” (M.  Martone). LEGGI TUTTO…
Il ruolo di Leopardi è interpretato da Elio Germano. Il film uscirà nelle sale il prossimo 16 ottobre.

LE RECENSIONI:

C. Maltese, Il sogno di filmare la poesia, “La Repubblica”, 2 settembre 2014

C. Piccino, Da Recanati alla scoperta del mondo, “Il Manifesto”, 2 settembre 201

Ironico, appassionato e rivoluzionario

Saviano racconta il Leopardi di Martone

“L’Espresso”, 15 ottobre 2014

Il poeta di Recanati ne ‘Il giovane favoloso’ è finalmente lontano 
dai luoghi comuni sulla bruttezza e l’infelicità.   Durante tutto il film, la sensazione di accompagnare davvero Giacomo nella sua breve ma intensa vita è fortissima.

Mario Martone si misura con la storia italiana. Lo fa ancora con “Il giovane favoloso”, dopo “Noi credevamo”, film colossale sul Risorgimento. Martone gira «mirando a ciò che è sotto la pelle della storia» e per farlo credo usi tutto il coraggio che ha. Lo stesso coraggio che ebbe Leopardi nell’ostinarsi a descrivere un’umanità disperata, di una disperazione che appartiene a tutti, quando il secolo e, aggiungerei, il mediocrissimo senso comune, vorrebbero insegnarci che la condizione umana si può migliorare con la preghiera o la ragione.

Martone è attratto dall’Italia che poteva essere e non è stata. Dal patrimonio di sogni, di analisi e di ribellione che siamo stati e che lascia atterriti al confronto con ciò che siamo ora: compromissione, imbroglio, adeguamento al peggio. Martone, forse, progetta una ricostruzione di ciò che potevamo essere, di ciò che ci portiamo addosso o meglio dentro, da qualche parte. Ora ci riprova con Leopardi. Ci riprova a raccontare l’Italia tradita, la grande parte di questa nazione che sperava in un epilogo diverso.

Per i primi dieci minuti del film “Il giovane favoloso” non fiata. Giacomo Leopardi/Elio Germano è lì a mostrare come i pensieri rimbalzino dentro di lui, sullo sfondo Recanati dolce, amabile, terribile, mortifera. È notte e il giovane Leopardi non prende sonno. Inizia a recitare. Potrebbe sembrare forzato, guardo il film con paura: Leopardi, complicatissimo raccontarlo proprio perché a tutti sembra esser già stata raccontata la sua storia, tutti l’abbiamo visto stuprato dalle nostre scuole o, in casi rari, l’abbiamo amato per grande regalo di professoresse e professori appassionati. Giacomo è lì, e con lui la mia paura che in quella scena potesse esserci troppo teatro, potesse trovare spazio il mimare la vita più che la vita stessa. E invece no. E invece il miracolo.{}

I versi cantano veri, recitati così con l’ironia e il dolore dell’innamorato. Il contrario della contrazione. E quei versi, con quelle parole insopportabili per un adolescente che le studia, vengono a tradursi invece in uno strumento d’amore e sentimento potente che nessun innamorato potrebbe disconoscere. E quelle parole capisci che sono come suonate su un clavicembalo, non è postura. Ed è subito pronto questo film a liberare Giacomo Leopardi delle cazzate dette su di lui e ripetute purtroppo ancora in decenni e decenni di studi, di scuola, di programmi troppo spesso interpretati senza amore. Il suo dolore è vita, la sua malinconia è fame di bellezza, ma Giacomo non è ammorbato, non è depresso, la sua tragica tristezza non è sfortuna. Ma è la voglia di essere amato che muove tutto. E il desiderio di riuscire a dirlo con la potenza dello scrittore che porta in sé i silenzi degli animi più semplici, spesso costretti a solo un grido represso.

Il film è lungo.  Come tutti i film di Martone. Verrebbe voglia di consigliare al regista dei tagli, poi invece comprendi che anche la durata è una scelta di coraggio. Anche la durata è un dono al protagonista cui va restituita una vita intera, affidata a semplificazioni crudeli per troppo tempo. 

Delicato e intenso il rapporto dapprima epistolare con Pietro Giordani, non semplicemente un letterato, ma uno dei primi intellettuali italiani ad aver sperato che i classici potessero essere rilegati in libri con un prezzo accessibile, perché fossero alla portata non solo di nobili, ma anche di artigiani, piccoli commercianti e autodidatti. Giordani voleva svecchiare l’Italia dalle posture e dalle affettazioni. E non è un caso che sia lui il vero primo scopritore del talento di Giacomo.

Leopardi gli scrive speranzoso, come qualsiasi esordiente spera nel giudizio di colui che ha scelto come proprio “maestro”. Ed è proprio nell’epistolario del “contino” con Giordani che emerge un Leopardi pieno di passione per la vita, che detesta lo status quo dello Stato della Chiesa, che fa vivere in quiete i suoi sudditi, preservandoli da battaglie ed eccessi, ma che tiene tutto nell’ombra, tutto fermo, tutto immobile. Questa è la casa paterna e Giacomo così non riesce a vivere, mortificato nel corpo dai dolori e nella voglia di vedere il mondo, di conoscere. Leopardi non ha vergogna e timore di dire: «Io ho grandissimo, forse smodato e insolente desiderio di gloria…»
Recanati per lui ormai è una prigione, e da Recanati si sente disprezzato: «saccentuzzo», «filosofo», «eremita» lo chiamano per il suo aspetto, specchio di uno studio matto e disperato. «Non mi parli di Recanati», scrive a Giordani, «m’è tanto cara da somministrarmi idee per un trattato d’odio per la patria».

Leopardi, come tutti i talenti italici fu deriso, insultato, isolato e soprattutto schernito dagli intellettuali medi, con medi incarichi, mediocri libri, insulsi successi. Eppure la sua vita è vita rivoluzionaria, alla costante ricerca di liberazione. Dalla biblioteca del padre Monaldo prima, utero in cui Leopardi è cresciuto dopo i nove mesi di gestazione. Utero paterno, perché la madre ha sempre mostrato un algido distacco. Non per cattiveria, ma per «vile prudenza». Madre che è la Natura nel Dialogo della Natura e di un Islandese, e nel film Natura e Madre condividono la stessa voce. Dall’utero paterno all’idiozia accademica, che lo dipinge, e in fondo lo vuole, intellettuale nobile e triste, dallo stile supremo e aulico ma dai temi invariati. Quanta pigrizia in questi giudizi.

Anche da questa seconda prigione Giacomo si libererà, alla volta di Napoli. Lì, ancora giovane ma deformato dalla (pare) tubercolosi ossea che gli piega la spina dorsale e gli porta dolori infiniti. A Napoli con la sofferenza estrema, quella degli occhi che amano la luce ma da essa vengono al contempo feriti. A Napoli dove l’intellighenzia lo accoglie, lo lusinga per poi provarne invidia, timore e infine disprezzo. Napoli di cui ama il clima, la schiettezza, il cibo, i gelati, la frutta. Ma Napoli che desidererà lasciare: «Ora il mio principale pensiero è di disporre le cose in modo, ch’io possa sradicarmi di qua al più presto. Partirò per Recanati, essendo impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e bifolchi, degnissimi di spagnuoli e di forche!». Nobili e plebei napoletani tutti ladri e degni delle forche. Sono certo che qualcuno ora denuncerà Leopardi per diffamazione, o me per averlo citato. Napoli città in cui morirà.

Leopardi per tutta la sua vita sogna un’Italia unita. La sua arte non la immagina che all’interno di uno spirito di lotta. E il rapporto con Antonio Ranieri, complesso, amico ma anche rivale. Lui può fisicamente avere le donne e la felicità che lui non riesce a raggiungere. Alter ego da cui non si separerà fino alla morte.

“Il giovane favoloso” è un film con una vera e propria ossessione per i luoghi. Durante tutto il film, la sensazione di accompagnare davvero Giacomo nella sua breve ma intensa vita è fortissima. Mai per un attimo sembra di essere in una bella finzione. E così la biblioteca di Monaldo Leopardi, luogo protettivo e aguzzino al contempo: migliaia di volumi pronti ad aprire visioni, ma anche a giustificare l’ingiustificabile. E poi c’è la colonna sonora che ti tiene in questo secolo con le sue note. Che rende Leopardi sensibilità attuale.

Ed Elio Germano, – la cui bravura in questo film è definitivamente esplosa – è riuscito nell’impresa di non mostrare un Leopardi filosofo del dolore, perché il suo corpo era pieno di dolore. Ma era l’esperienza del dolore corporeo a dargli accesso a una riflessione sul dolore. Sembra questione di dettaglio ma non lo è affatto. Perché il dolore non è soggettivo, ma universale.

Ecco, con queste mie parole rendo onore a Mario Martone, Elio Germano Michele Riondino e Massimo Popolizio perché con il loro sguardo, le loro voci e i loro corpi hanno liberato un uomo grandioso da quasi due secoli di superficialità dando luce a Giacomo Leopardi cercatore di felicità, di verità e di libertà.

Valerio Magrelli, Se Leopardi al cinema diventa un supereroe, “La Repubblica”, 31 ottobre 2014

Il successo di Mario Martone sta nell’aver ridato vita a un archetipo romantico trovandolo, però, dentro i compiti in classe dei ragazzi

LA NOTIZIA è di quelle da non credersi: Il giovane favoloso supera i 3 milioni di euro al box office ed è già diventato il film italiano più visto della stagione. Se all’inizio si era parlato di un possibile duello con il Pasolini di Abel Ferrara, adesso le sue ambizioni sono cresciute. Altro che scontro fra poeti.
LEOPARDI mira assai più in alto, fino a insidiare l’Empireo dei Supereroi. Siamo di fronte a cifre da blockbuster, che consentono all’opera di Martone di confrontarsi con corazzate internazionali. Basti dire che ieri il numero dei suoi spettatori è stato superiore a quello di chi ha seguito i Guardiani della galassia, basato sui personaggi della Marvel Comics (che fra l’altro poteva contare su un numero di copie più che doppio, oltre allo sfruttamento di una sola settimana).
Come non stupirsi, scoprendo che Rocket, procione geneticamente modificato,  Groot, alieno simile a un albero umanoide, e Groot, creatura rinata da un ramoscello e tenuta in un vasetto, si scontrano contro l’autore della Ginestra? Sono bastate le prime due settimane di programmazione perché la pellicola, interpretata da un grande Elio Germano, superasse il mezzo milione di spettatori. Registrando una media sala che è sempre stata e continua ad essere la più alta dal giorno di uscita, Leopardi mostra un trend di crescita che ha visto aumentare gli incassi del secondo week-end rispetto a quelli del primo, segno di un clamoroso effetto tam-tam. Fra chi? E qui arriviamo alla seconda sorpresa: soprattutto fra i giovani.
Aneddoto: trascinato al cinema da mia figlia ventiduenne, sono rimasto stupefatto nel trovare solo due posti in prima fila, circondato da un pubblico undertrenta. Non c’è molto da aggiungere: sbarazzatosi di Pasolini, liberatosi dei guardiani di ogni galassia possibile, Il giovane favoloso aspetta ormai di battersi giusto con L’uomo ragno.
L’accostamento, si badi, non è casuale, e chiama in causa le ragioni di un simile, benemerito successo (perché è superfluo dire quanto dobbiamo esultare per l’arrivo di un paladino italiano e poeta). Infatti, Spiderman è “uno scolaro attento e studioso, ma anche timido ed impacciato” (Wikipedia dixit), trasformato in imbattibile paladino della giustizia dalla puntura di un animale velenoso. E chi è Leopardi, se non un tranquillo bambino che diventa gobbo per la sua dannosissima passione della lettura? La forza nel primo, l’intelligenza nell’altro, appaiono entrambi prodotti di una mutazione e insieme di un dolore. Inutile spiegare quanto la malinconia della New York a fumetti o ripresa nei film, somigli a quella Recanati illustrata da Martone. Il punto focale, tuttavia, sta altrove, ossia nel celibato cui si votano questi due autentici cavalieri templari. Né cambia molto il fatto che la ragione dipenda ora dalla necessità dell’anonimato, ora dalla calamità della bruttezza. Ciò che più conta è l’atroce solitudine, sentimentale e erotica, di entrambi. Solitudine che, del resto, fa tutt’uno con la loro rivolta verso il conformismo della società. Nel suo feroce odio per l’ipocrisia cattolica e progressista, Leopardi (peraltro esperto nel tradurre La guerra dei topi e delle rane) va incontro all’Uomo Ragno e alle sue battaglie in difesa dei deboli, degli oppressi, degli irregolari. Ora, però, bisogna svelare l’arcano di questa alquanto bizzarra congiunzione. Per farlo, occorre convocare un terzo personaggio, avvicinando il poeta deforme al Gobbo di Notre Dame. Ciò che li unisce (e unisce Spiderman al Cavaliere della Valle Solitaria, a tanti vendicatori senza donna, a Superman o a Batman, per non dire del Corvo, addirittura tratto da E. A. Poe), sono elementi comuni a ogni eroe romantico, primi fra tutti proprio quelli esaltati da Victor Hugo.
In breve, Leopardi è semplicemente L’uomo che ride (altro romanzo di Hugo), il bambino prodigio, nobile e sensibilissimo, rapito dagli zingari e sfigurato, per diventare un fenomeno da baraccone. Vogliamo aggiungere Elephant man? Il gioco è chiaro. Il meritato successo di Martone sta nell’aver ridato vita a un secolare archetipo romantico, trovandolo, però, dove nessuno l’aveva mai cercato: dentro i compiti in classe di ragazzi i quali, rifiutando un Paese prostrato, sperano nella voce di uno storpio favoloso e ribelle.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia

Come nasce una guerra?

FranzAssassinationLoop

Alessandro Barbero, Quasi quasi ti faccio una guerra, “La Stampa”,  28 agosto 2014

Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland. I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante

Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare…»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.

Paul KrugmanQuei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti, “La Repubblica”, 28 agosto 2014

È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service

Lascia un commento

Archiviato in Storia

Cari ragazzi, ecco il bello di avere torto

David McCullough Jr., insegnante di letteratura inglese e  figlio del premio Pulitzer David McCullough, il 12 giugno 2012 pronunciò un discorso per la cerimonia di consegna dei diplomi nella sua scuola, la Wellesley High SchoolMassachusetts.  “Il video di questa straordinaria lettera d’amore agli studenti finisce su YouTube, fa il giro del mondo e viene visualizzato da oltre due milioni di persone. Quelle parole diventano così il manifesto controcorrente per una vita in cui la felicità valga più del successo ottenuto a ogni costo, un’esortazione a cercare di raggiungere i propri obiettivi e non quelli imposti dalla società, un invito ad affrontare la vita seguendo i propri sogni e le proprie passioni”.

Quel discorso è divenuto un libro, You Are Not Special and Other Encouragements  (Ragazzi, non siete speciali!), ora pubblicato in Italia da Garzanti.  Il 30 agosto McCullough terrà una lectio (parzialmente anticipata dal quotidiano “La Repubblica”) al Festival della Mente di Sarzana.

David McCullough Jr.,  “La Repubblica”, 22 agosto 2014

QUAL è la metà di otto? Certo, si tratta di matematica. La chiarezza, l’assolutezza, la squisita precisione della matematica. Il teorema di Pitagora. La media aurea. I coefficienti binomiali. E i geni dell’antichità: Euclide, Archimede, Tolomeo, Tiberio. E naturalmente è così au current, la matematica, nell’economia globale del XXI secolo. Allora mettiamoci a masticare — per così dire — i numeri. La metà di otto… la metà di otto è… lasciatemi pensare… quattro! Dico bene, sì? La metà di otto è quattro, senza dubbio quattro. Uno, due, tre, quattro. Cinque, sei, sette, otto. Sì, la metà di otto è quattro. Il problema è — il grosso pericolo è — che troppi di noi si fermano lì. Forse l’avete fatto anche voi. La metà di otto è quattro. Punto.
E dopo aver dato la risposta giusta — la risposta riduttivamente giusta — ci rilassiamo, incrociamo le braccia e aspettiamo una pacca sulla spalla. Un encomio. Il voto massimo sul registro. Dunque avere la risposta riduttivamente giusta è la fine. Le menti tirano giù la saracinesca. L’esplorazione, e conseguentemente anche l’educazione e la crescita, finiscono. La metà di otto è quattro, non ci sono dubbi.
Ma la metà di otto è anche OT, non è vero? La metà di otto è anche zero, la metà inferiore o la metà superiore. La metà di otto è anche tre, la metà destra, oppure una “E” maiuscola, la metà sinistra. Staccate l’otto dalla pagina e tagliatelo a fette longitudinali sottili, come fanno con il prosciutto al bancone della gastronomia, e la metà di otto è un altro otto, ma più sottile del 50%. E si potrebbe continuare così all’infinito.
Ma il punto è proprio questo. La mente è, o dovrebbe essere, libera di vagare, agile, spontanea, incapace di star ferma, sempre alla ricerca di prospettive originali, di scoperte eccitanti. In particolare la mente adolescente, per la quale tutto è nuovo. Al liceo le menti adolescenti incontrano, o dovrebbero incontrare, la complessità, l’enormità, l’originalità, l’ambiguità, l’ironia, l’erudizione, la profondità. Territori inesplorati. Nuovi mondi da scoprire. Dovrebbero affinare le virtù della perizia e della concentrazione, e accrescere sensibilmente il loro patrimonio di conoscenze. Dovrebbero incontrare delle sfide spaventose e stimolanti al tempo stesso, delle difficoltà e ogni tanto anche delle frustrazioni e sì, persino degli insuccessi. Poi dovrebbero essere messe nella condizione di capire come risollevarsi. Ma soprattutto, al liceo le giovani menti dovrebbero essere, semplicemente, eccitate, elettrizzate da tutto quello che c’è da imparare.
«Chiamatemi Ismaele», dice la voce narrante del Moby Dick di Herman Melville. Dobbiamo dedurne perciò che si chiama Ismaele? O invece intende dire che quel nome, pur non essendo il suo, sarebbe appropriato perché lui condivide alcune caratteristiche importanti con il biblico Ismaele, il che infonde al suo racconto una serietà mitica e mistica?
Allora, qual è la metà di otto?
«Sono felicissima di rivederti», dice la conturbante Daisy Buchanan al povero malato d’amore Jay Gatsby ne Il grande Gatsby di Scott Fitzgerald. È la prima volta che si rivedono da quando si erano amati a Louisville cinque anni prima, il momento del loro ritrovarsi. Incontrare Gatsby nel bungalow del cugino è una grandissima sorpresa per Daisy, e queste sono le prime parole che pronuncia dopo che lui le ha dedicato ogni suo respiro, ha costruito palazzi di zucchero filato per lei. «Sono felicissima di rivederti ». Ma cosa intende dire in realtà? Come dobbiamo interpretare questa piatta banalità, questa formula di cortesia, questa orribile doccia fredda? E come la prenderà Gatsby?
Nick, la voce narrante, ci fa notare l’artificiosità del tono di Daisy. Dunque quella frase, pronunciata davanti a Nick, è un abile trucco per nascondere una gioia incontenibile e la passione che si è riaccesa dentro di lei alla vista del suo unico vero amore? O serve a nascondere educatamente il disagio, o l’angoscia, che prova trovandosi improvvisamente di fronte uno stalker proletario in abito di lino? Oppure serve a tenere Gatsby a distanza di sicurezza mentre si inventa qualcosa per trarre vantaggio dalla situazione?
Allora, qual è la metà di otto?
«Il resto è silenzio», dice Amleto, il più loquace di tutti i personaggi di Shakespeare. Sono le sue ultime parole, quelle che pronuncia in punto di morte. «Il resto è silenzio». Ma cosa intende dire? Il principe malinconico — e aggiungerei anche adolescente — ha vagato per cinque atti all’interno del castello tentando con verbosità magniloquente di riconciliarsi con la mortalità: la sua, la mia, la vostra. «Cos’è questa quintessenza della polvere?» dice. «Essere o non essere?» si domanda. «Ahimè, povero Yorick», si lamenta. Infine è giunto sulla proverbiale soglia della morte. Sulla soglia? Ha già varcato la soglia e si sta togliendo il cappotto. «Il resto è silenzio». Vuol dire che d’ora in poi lo attende il silenzio dell’eterno oblio, ossia del nulla? Vuol dire che potete dimenticarvi tutte quelle belle idee sul Paradiso? O vuol dire che sarà bello giacere nel silenzio, avere finalmente risposta a quei tormentosi interrogativi, liberarsi una volta per tutte di questo corpo mortale con le sue debolezze e godersi in eterno il sollievo, il riposo e la pace dello spirito?
Allora, qual è la metà di otto?
Ponete la stessa domanda in un’aula piena di teenager, come faccio anch’io di tanto in tanto, e quando avranno capito l’antifona, i loro volti si illumineranno. Insieme salteremo un muro, con questo nuovo approccio mentale correremo in tutte le direzioni in cerca di un terreno fertile, e chissà cosa scopriranno.
E gli inni di Whitman alla comunanza dell’esperienza umana, la rassicurazione di Crane per cui siamo tutti nella stessa barca, o l’affermazione di Hemingway per cui il coraggio è ciò che ci permette di affrontare l’oscurità dell’esistenza; queste non sono più arzigogolate conclusioni dell’insegnante scodellate bell’e pronte a una classe di studenti poco ricettivi che stanno attenti solo per il voto. Sono diventate invece nuove prospettive, pepite d’oro che avevamo sotto gli occhi senza vederle. E scrittori morti da tempo tornano in vita con tutta la loro saggezza. Le loro opere non sono più polverosi testi da digerire e da citare correttamente nelle interrogazioni. La lettura diventa un’antologia vitale di parabole. E le risposte esatte non sono la fine dell’apprendimento. In effetti l’apprendimento, come vedremo, non consiste quasi mai nel conoscere le risposte giuste. E l’intelletto non è semplicemente uno strumento da usare a proprio vantaggio, ma un portento straordinario.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Metodo di studio, Scuola

I buchi neri in tre puntate

Leggi romanzi se vuoi fare l'ingegnere

Carlo Rovelli, I buchi neri in tre puntate,  “Il sole 24 ore”, agosto 2014

Sono decine di milioni gli astri simili a Cigno X-i, oggetti galattici capaci di ingoiare tutto.Nel 1916 apparvero la prima volta come ipotesi matematica

Guardare il cielo è sempre stata, per gli uomini, la sorgente più spettacolare di sapere e di meraviglia. La scienza moderna è radicata nell’osservazione del cielo, e nel cielo abbiamo continuato a scoprire cose che ci stupiscono. Oggi gli oggetti più stupefacenti e misteriosi che vediamo nell’universo sono certamente i buchi neri. Gli astronomi ne osservano innumerevoli e di diverso tipo. Lo sforzo per riconoscere la loro natura ha proceduto a tentoni, fra errori e confusioni, e ancora oggi queste “strane stelle” hanno aspetti che sfidano la nostra immaginazione. La strada per comprenderli, ancora in corso, è un esempio bello del lento avanzare verso la comprensione della realtà, con gli occhi fissi verso il cielo, che è la fisica fondamentale. Carlo Rovelli ce la racconta, in tre puntate. Ecco la prima.

1.  L’attrazione fatale delle stelle10 agosto 2014

Novantanove anni fa, mentre l’Euro­pa si lanciava baldanzosa verso la sua catastrofica ecatombe, un Al­bert Einstein trentaseienne invia­va a una rivista scientifica l’artico­lo con le equazioni finali della rela­tività generale, certo non sospettando quanti e qua­li straordinari aspetti del mondo queste avrebbero svelato. Le equazioni erano complicate e Einstein non si aspettava di poterne trovare soluzioni esatte. Invece, solo poche settimane dopo, nel gennaio del 1916, Einstein riceve una lettera da un tenente d’arti­glieria dell’esercito tedesco. «Come vedrete, la guer­ra è stata abbastanza indulgente da autorizzarmi, nonostante il fuoco delle mitraglie, una escursione nel territorio delle vostre idee». Così gli scriveva Karl Schwarzschild annunciandogli che aveva tro­vato una soluzione esatta delle sue equazioni. Quat­tro mesi dopo, Karl Schwarzschild muore per una malattia contratta sul fronte russo.

La soluzione di Schwarzschild descrive l’attrazio­ne di una massa sferica, come la Terra o una stella. Se la massa è abbastanza estesa, questa è esatta­mente la forza di gravità descritta da Newton tre secoli prima e che abbiamo tutti studiato a scuola. Ma se la massa è più concentrata, la forza descritta dalle equazioni di Einstein è più intensa della forza di Newton, e ha come effetto di rallentare gli orolo­gi. Ma c’è qualcosa di strano nella soluzione trovata da Karl Schwarzschild: se la massa è estremamen­te concentrata, esiste una superficie dove qualun­que orologio si fermerebbe. Dove il tempo smetterebbe di passare. Che significa? LEGGI TUTTO…

2.Il calore naturale del nulla, 17 agosto 2014

Il buco nero non è un pozzo senza fondo che ingoia tutto e da cui non esce niente. Stephen Hawking ha rivisto la sua teoria e dimostrato che c’è emissione di una radiazione termica

Steven Hawking è il fisico inglese famoso nel mondo per essere riuscito a continuare il suo lavoro scientifico nonostante una malattia grave che lo tiene fermo su una sedia a rotelle e gli impedisce perfino di parlare. Il suo risultato scientifico più importante riguarda i buchi neri: ha mostrato che sono caldi. Non sto parlando della materia che si arroventa cadendo roteando e accalcandosi verso il buco nero, rendendo i buchi neri visibili nel cielo. No: Hawking ha mostrato che anche un buco nero tranquillo dove non stia cadendo nulla è comunque caldo. I buchi neri sono naturalmente caldi. Nessuno ha ancora effettivamente osservato questo calore. È troppo debole per qualunque telescopio, e nei buchi neri che vediamo nel cielo è comunque sovrastato dal calore tempestoso della materia che continua a cadervi dentro. La previsione di Hawking è quindi per ora solo teorica, senza conferme sperimentali. Ma il suo calcolo è stato ripetuto in molti modi diversi, e il risultato è sempre lo stesso. Anche senza conferme sperimentali, è giudicato attendibile dalla comunità scientifica.

Un buco nero, quindi, con ogni probabilità non è poi così nero. È una lievissima sorgente di calore. Se fosse isolato in mezzo a un cielo senza stelle, non sarebbe nero ma apparirebbe come una piccola sfera con una pallidissima luce. LEGGI TUTTO…

3. Il mistero del centro, 24 agosto 2014

Cosa succede alla materia che cade nel buco? Alcuni scienziati ipotizzano che rimbalzi come una palla e poi esca fuori. Un percorso che noi non vediamo a causa della relatività del tempo

C’è qualcosa di paradossale in quello che sappiamo sui buchi neri. Da un lato, sono diventati oggetti “normali” per gli astronomi. Li osservano, li contano, li misurano. Se c’è ancora sorpresa, è solo per quanto si comportino esattamente come prevede la teoria scritta da Einstein un secolo fa, quando ancora nessuno sognava che cose così buffe potessero esistere. Dall’altro sono ancora misteriosi; una finestra aperta verso il mistero. Da un lato una bellissima teoria, la relatività generale di Einstein confermata in maniera spettacolare dalle osservazioni astronomiche, e un parco giochi strepitoso per astronomi e astrofisici, dove osservare e studiare questi mostri che inghiottono stelle, girano vorticosamente, producono raggi potentissimi, e simili diavolerie. L’universo è sorprendente, variegato, pieno di cose che non potevamo prima neppure immaginare, ma comprensibile. Dall’altro, un «ma». Una domandina di quelle che fanno i bimbi quando i grandi si entusiasmano troppo: «Ma dove va a finire la materia che vediamo cadere dentro i buchi neri?». LEGGI TUTTO…

Lascia un commento

Archiviato in Scienza, Uncategorized

Il turista matematico – 2014

Riprende il viaggio intorno al mondo di Piergiorgio Odifreddi alla ricerca dei segreti della matematica.

Cambogia: dove i numeri sono angeli, “La Repubblica”, 26 luglio 2014

NELL’AUTUNNO del 1901 la nave “Formidabile”, che riportava Pierre Loti in Francia dalla Cina, tradisce il suo nome: ha bisogno di riparazioni, ed è costretta a uno sfibrante ancoraggio a Saigon. Il marinaio scrittore freme, e decide di fare una gita: o meglio, un pellegrinaggio. Va su una barca a vapore fino a Phnom Penh, attraversa con una chiatta il lago del Tonle Sap, e su un carro trainato da bufali arriva finalmente dopo cinque giorni a Siem Reap. Visita per due giorni le rovine di Angkor, e in altri cinque giorni torna a Saigon. Racconterà poi undici anni dopo le sue due settimane cambogiane, descrivendosi come Un pellegrino ad Angkor ( Occidente-Oriente, 2012).
L’articolo indeterminativo è appropriato, perché Loti non è stato l’unico a recarsi ad Angkor con un atteggiamento che si potrebbe definire “spirituale”: molti altri seguirono le sue orme nel primo Novecento, arrivando in auto da Saigon o Bangkok su strade aperte nella giungla indocinese. Il poeta Paul Claudel, ad esempio, che ricorderà il Bayon come «uno degli angoli più maledetti e malefici che abbia mai conosciuto», anche se poi rievocherà la sua esperienza cambogiana nel saggio Il poeta e il vaso d’incenso (Edizioni ETS, 2003).
Ma già nel 1296 Chou Ta-kuan, ambasciatore della Cina imperiale, era arrivato ad Angkor e ne aveva descritte le meraviglie nelle Memorie sui costumi di Cambogia. A partire dal Cinquecento occasionali visitatori avevano poi raccontato le sorti della città in rovina, abbandonata nel 1431 sotto la spinta delle conquiste thai, e avvolta dalla giungla in un abbraccio mortale. Al 1614 risale una precisa descrizione dei monumenti, dovuta al portoghese Diego do Couto, e al 1623 la più antica planimetria del tempio di Angkor Wat, effettuata da un anonimo pellegrino giapponese. Gli esploratori che arrivarono in Cambogia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, con il colonialismo francese, non scoprirono dunque rovine dimenticate: semplicemente, le fecero conoscere a un’Europa largamente ignara della loro esistenza. Primi fra tutti, i racconti del Viaggio nei regni del Siam, di Cambogia e del Laos del naturalista Henri Mouhot, pubblicato postumo nel 1862, e le fotografie di John Thompson, inserite nel 1867 in una Storia dell’architettura universale . Lentamente Angkor entrò nell’immaginario occidentale, fino a diventare una vera mania commerciale. Nel 1878, i disegni belli e fantasiosi dell’ Album pittoresco dell’architetto Louis Delaporte furono esibiti, insieme a varie opere d’arte khmer, all’Esposizione Universale di Parigi. Mezzo secolo dopo, parti del grande tempio di Angkor Wat furono riprodotte a grandezza naturale alle Esposizioni Coloniali di Marsiglia del 1922 e di Parigi del 1931. E ai nostri giorni i monumenti sono finiti come sfondo in vari film: da Lord Jim nel 1965, a Tomb Raider nel 2001.
Oggi i pellegrini sacri e riverenti alla Pierre Loti sono stati rimpiazzati da turisti profani e irriverenti. Basta poco, però, per evitare almeno in parte le orde di coloro che ad Angkor, come in qualunque altro luogo, ci vanno al solo scopo di poter dire di esserci andati. Basta, ad esempio, inforcare una bicicletta e andare alle rovine lungo le disselciate strade che le congiungono a Siem Reap, fermandosi a curiosare nelle scuole o nei templi. O a visitare il memoriale alle vittime dei khmer rossi, costituito da un macabro cumulo di teschi e una galleria di crudi dipinti naif, che ricordano l’ossario risorgimentale di Solferino e gli ex-voto alla madonna di Pompei.
Come per le vestigia di altri imperi, anche quelle cambogiane sono state saccheggiate ed esiliate in luoghi improbabili. Le famose statue del Buddha, di cui il re del Siam si appropriò al momento della conquista della Cambogia settentrionale nel 1431,vennero dapprima trasferite ad Ayutthaya e poi a Mandalay, dove tuttora si trovano. E le statue e i bassorilievi rubati da ladri di tombe quali lo scrittore André Malraux, in seguito paradossalmente diventato ministro della Cultura francese, oggi fanno bella mostra di sé in quei centri di ricettazione universale che sono i grandi musei mondiali. Ma ciò che rimane in loco costituisce comunque una delle meraviglie del mondo, e i suoi gioielli della corona sono il sacro tempio di Angkor Wat, il profano tumulo del Bayon e il memoriale naturale del Ta-Prohm.
Il primo è sicuramente l’attrazione simbolo del paese, tanto da essere rappresentato in effige sulla bandiera e sulle banconote cambogiane, e in un gigantesco modello in scala nel palazzo reale di Bangkok. Fu costruito verso il 1100 come un enorme mandala a rettangoli concentrici, ciascun perimetro dei quali corrisponde a un’ascesa di livello fisico e spirituale. E il passaggio da un livello all’altro rappresenta simbolicamente la salita al mitico monte Meru dalle cinque vette, che gli indù e i buddisti considerano il centro del mondo.
Le gallerie che circondano i vari livelli e il tempio centrale a cinque torri, sono punteggiate di cappelle votive delle due religioni e ricoperte di bassorilievi, rappresentanti scene tratte dal Mahabharata e dal Ramayana . Il più famoso è quello spettacolare, lungo cinquanta metri, della frullatura del mare di latte, in cui 108 angeli (deva) e demoni (asura) tirano da parti opposte, per 1000 anni, un serpente gigante ( naga) avvolto attorno a un monte usato come frusta, e producono infine il nettare dell’immortalità. Nel processo si formano le creature che popolano il mare, in un evidente analogo mitologico della nascita della vita dal brodo primordiale.
108 è il numero magico degli indù e dei buddisti, perché attraverso le sue cifre rappresenta l’unione dell’unità (1), del nulla (0) e del tutto infinito (8). Oltre che nella rappresentazione della frollatura lo si ritrova anche nei grani dei rosari, e nei 54 angeli e 54 demoni che costeggiano i ponti di accesso alla seconda meraviglia di Angkor: il Bayon, centro simbolico e planimetrico della vecchia capitale Angkor Thom.
L’edificio è un ottimo esempio di architettura frattale, in cui la struttura dell’intero si riflette nella struttura delle parti, suggerendo un regresso all’infinito. Ciascuna delle 54 torri del complesso presenta, sui quattro lati, un’immagine del re Jayavarman VII, che lo costruì verso il 1200. E le 216 immagini osservano i pellegrini e i turisti da tutti i lati, senza concedere tregua né agli uni, né agli altri. Questo non impedisce al matematico di osservare, in alcune cappelle, il fallico lingam di Shiva in versione a tre stadi: a sezione quadrata in basso, ottagonale al centro e circolare in alto. Simbolicamente, le tre parti rappresentano la trinità (trimurti) di Brahma, Vishnu e Shiva. Matematicamente, ricordano invece l’approssimazione indiana di 3,11 al valore di pi greco, ottenuta notando che se si tagliano gli angoli di un quadrato si ottiene un ottagono non regolare quasi equivalente al cerchio inscritto, appunto. L’ultimo gioiello di Angkor è il TaProhm, forse il sito più romantico dell’intero complesso. La Scuola Francese dell’Estremo Oriente, che durante il periodo coloniale intraprese il restauro dei monumenti divorati dalla giungla, decise infatti di non abbattere gli alberi di Ceiba pentandra e di Ficus religiosa che avevano stritolato all’esterno e squassato all’interno i monumenti, creando una singolare specie ibrida tra il vegetale e l’architettonico. Passeggiare tra i giganteschi tronchi che hanno avvolto gli edifici nel loro abbraccio mortale, competendo in grandiosità e potenza con gli architetti del passato, non solo ricorda ai turisti la caducità delle costruzioni umane, ma offre loro un’immagine di come i pellegrini avevano visto le rovine, stringendo per un attimo gli uni e gli altri in un abbraccio vitale.

Il Monte Athos e il calendario che ha perduto tredici giorni, 5 agosto 2014

NELLA Macedonia greca, sull’estremo orientale della penisola Calcidica, si trova un promontorio lungo una cinquantina di chilometri e largo una decina, che termina nell’altura di duemila metri del Sacro Monte Athos. L’intemperante tratto del mare Egeo che lo circonda lo protegge dagli intrusi: nel 492 a. C. vi perse trecento navi, e nel 483 a. C. Serse preferì evitarlo con una spettacolare manovra, scavando per tre anni un canale che permise alla sua flotta lo scavalcamento della penisola.

Benché Athos sia il nome di uno dei giganti che parteciparono alla ribellione contro gli dèi dell’Olimpo, il contrappasso vuole che il territorio dell’omonimo Monte sia oggi la sede di uno straordinario luogo dedito all’adorazione delle divinità del Golgota. La mitologia mediorientale racconta di una tappa effettuata dalla Madonna in compagnia di Giovanni, durante una loro gita dalla Palestina a Cipro, per visitare Lazzaro: la madre di Gesù, colpita dalla bellezza del luogo, espresse il desiderio che le venisse dedicato e una voce dal cielo sancì la creazione dell’odierno Giardino della Vergine. A sua volta, la storia vi registra chiese fiorite ai tempi di Costantino, distrutte sotto Giuliano l’Apostata, e rispuntate in seguito all’esodo dei monaci fuggiti dall’Egitto per la conquista musulmana. Nel 963 Atanasio l’Atonita fondò la Grande Lavra, il più importante dei venti monasteri che oggi punteggiano la zona. Si tratta di vere e proprie cittadelle medievali, circondate da mura e alberganti chiese e alloggi per monaci e pellegrini. Nei tempi andati i monaci assommavano a molte migliaia, ma oggi sono ridotti a circa duemila: quasi tutti greci ortodossi. LEGGI TUTTO…

Gli articoli dell’estate 2013: CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Scienza

E. Lussu, Un anno sull’altipiano

“È un anno di vita al fronte che, attraverso queste pagine, si è costretti a vivere con Lussu, con i suoi compagni, con i suoi soldati. Tutto si anima di un colpo per prodigio, attorno a noi, di quel lontano ma non irreale né fantastico teatro di guerra appena la lettura si inizia. La trincea è là, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi”.
Silvio Trentin. Da “Giustizia e Libertà”, anno V, numero 20, Parigi 20 maggio 1938

APPROFONDIMENTO a cura di www.centoannigrandeguerra.it

MEMORIE DI GUERRA: EMILIO LUSSU E UN ANNO SULL’ALTIPIANO

Vent’anni dopo aver combattuto sull’Altipiano di Asiago con la Brigata Sassari, Emilio Lussu scrisse Un anno sull’Altipiano, il suo”libro sulla guerra”.
La mattina del 13 maggio 1915, pochi giorni prima della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria,  salpava dal porto di Cagliari il transatlantico America, destinato a trasportare in terraferma le prime unità di una  brigata di nuova formazione, la “Sassari”, costituita ai primi dell’anno in Sardegna. Tra gli ufficiali, Emilio  Lussu, sottotenente della 10ª compagnia, 3° battaglione, 151° reggimento, laurea in Legge appena conseguita in  un clima segnato dalle manifestazioni interventiste degli studenti universitari.
La brigata, mostrine biancorosse sulla divisa grigio-verde, fu inizialmente impegnata sulla linea del Carso, tra  l’estate e l’inverno del 1915-16. Nel maggio del 1916, a seguito della Strafe-Expedition, la grande offensiva  austroungarica sugli altipiani trentini e veneti, i suoi due reggimenti (151° e 152°) furono inviati su quel fronte,  dislocati sul margine dell’Altipiano di Asiago tra i monti Fior e Castelgomberto. E su quel fronte combatterono dal  giugno del 1916 al luglio del 1917, in un anno segnato da sanguinosi attacchi, arretramenti ed azioni di
controffensiva.
Tornando con la memoria alle vicende di quell’anno di guerra, Emilio Lussu – figura della Sassari divenuta  leggendaria per coraggio, capacità di comando e un profondo senso di umanità – avrebbe scritto molti anni più  tardi Un anno sull’Altipiano.
La genesi dell’opera si colloca negli anni dell’esilio, tra il 1935 e il 1937. Con la fine del conflitto, Lussu aveva  fatto ritorno in Sardegna, divenendo leader degli ex combattenti e del Partito Sardo d’Azione. Deputato nel 1921  e nel 1924, era stato imprigionato e poi condannato al confino a Lipari nel 1927, riuscendo avventurosamente a  fuggirne per riparare in Francia (estate del 1929). Qui, insieme all’amico Carlo Rosselli e ad altri, aveva dato vita  al movimento antifascista “Giustizia e Libertà”. Le precarie condizioni di salute, dovute alla malattia polmonare  contratta in carcere, lo avevano tuttavia costretto ad allontanarsi sempre più dall’impegno politico. E lo  costrinsero infine, nell’autunno del 1935, al ricovero nel sanatorio svizzero di Clavadel, sopra Davos, nel Cantone  dei Grigioni.
E proprio lì, nei mesi della guarigione, decise finalmente di dedicarsi alla scrittura di Un anno sull’Altipiano. “Il  fatto poi che io, che ho fatto tutta la guerra, non parlo né del Carso, né della Bainsizza, né del Piave, ma mi limito  solo ad un settore dove sono stato pochi mesi, mi pare possa dare al lettore l’impressione esatta del fenomeno  durata immensa della guerra, che è stato l’incubo più tragico per tutti i combattenti”. Nel maggio del ’37 l’opera  era conclusa. Nel 1938 comparve a Parigi, con le Edizioni Italiane di Cultura, e nel 1945 Einaudi ne pubblicò la  prima edizione italiana. Le numerose traduzioni e pubblicazioni apparse negli anni testimoniano di un successo editoriale giunto a suggellarne il valore universale.
Il giovane studente interventista, mosso alla guerra contro l’autoritarismo degli imperi centrali da “uno  sconfinato senso di libertà e giustizia”, aveva visto i suoi ideali scontrarsi contro le spaventose carneficine e il  dramma collettivo vissuto da interi reparti di fanti. Misurandosi a distanza di anni con i suoi ricordi personali,  restituì un’immagine viva di quel dramma, rievocando con forza l’umanità e i sentimenti dei soldati di fronte  all’assurdità dei comandi e all’inutile crudeltà della disciplina militare. Ne sortì una riflessione autobiografica  inedita, opposta rispetto al racconto mitizzato ed esaltato che intorno alla guerra aveva costruito il regime
fascista.

Su Radio3, per il ciclo Ad alta voce, l’attore e regista Marco Paolini legge Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu. CLICCA QUI per ascoltare tutte le puntate in podcast.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Storia