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Docente di Italiano & Latino presso il Liceo Scientifico ''G. Galilei'' di San Donà di Piave - Venezia "Ego vero omnia in te cupio transfundere, et in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam; nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum. Si cum hac exceptione detur sapientia, ut illam inclusam teneam nec enuntiem, reiciam: nullius boni sine socio iucunda possessio est." Seneca, "Epistulae ad Lucilium", I, 6, 4

Un Don Chisciotte di nome Freud

Pietro Citati, “La Repubblica”, 10 gennaio 2019

I tanti volti del padre della psicanalisi

Sigmund Freud era un uomo delizioso, spiritoso ed elegantissimo. Aveva solo un’ombra, l’ebraismo orientale, che pesava su di lui con inquietudine. Fumava incessantemente. Giocava a scacchi e a tarocchi. Scriveva senza fine, come se fosse dominato dai demoni o misteri. Viveva sotto il segno del Faust e molto più del Don Chisciotte: era un vero Don Chisciotte. Adorava Mefisto: tutto ciò che era demoniaco e diabolico (Faust non gli bastava, sebbene Freud avesse dei dubbi, anche su Goethe, che gli sembrava troppo simile a Thomas Mann). Viveva volentieri a Vienna, alla Bergasse e di lì passeggiava con immenso piacere nelle campagne, per quanto a volte scendesse a Venezia e addirittura in Sicilia, come Goethe un secolo prima. Chi osava fermarlo? Si stancava volentieri e soffriva facilmente di depressione e di nulla: di vuoto. Ma lo spazio non gli bastava. Cercava l’infinito: Parigi e, giù giù, fino a Girgenti, imitando il meraviglioso viaggio di Goethe in Sicilia. Ma questi erano viaggi intellettuali: tutti i luoghi dell’Austria: dove era anche il nulla, e il suo fortissimo senso del dovere. Andava in giro con una giacca grigia informe, pantaloni chiari e un cappello grigio. Più di ogni altro libro amava il Don Chisciotte, perché incarnava una parte intensissima della sua anima, proprio quella che, rapidamente, l’avrebbe portato nella follia. Ma, se amava il Don Chisciotte, tornava sempre a Mefistofele, di cui aveva a volte ereditato il cinismo. Coltivava poche parole: la colpa, la repressione, l’isteria, la nevrosi, che riuscì a controllare, ma non a reprimere.
Malgrado le leggende che lo circondavano, Freud era lieto, allegro, scatenato: si riempiva di cocaina: apprezzava la Carmen; di nuovo come Goethe giocava con la natura e si nascondeva dietro di essa: ammirava Virgilio: alternava l’amore per gli scacchi con quello per i tarocchi, spingendosi sempre più oltre, sempre più lontano, chissà dove, elaborando teorie, ogni volta più geniali, che i suoi contemporanei giudicavano assurde. Nacquero così, quasi per caso, le grandi teorie dell’Io e Es, del Super-io, Eros e Morte, la coazione a ripetere; e l’idea di Mosè, il Mosè di Michelangelo: si inoltrava sempre più nel mare immenso della Teoria, che rischiava di soffocare lui e il mondo moderno. Avvertiva il senso di colpa: soffriva di fenomeni isterici, emicranie e nevrosi. Non conosceva ma disprezzava la medicina, proprio lui che era un grandissimo medico. Alternava il senso della passione con quello della depressione e della repressione, sempre vittima di grandiose contraddizioni. Con la sua giacca grigia e i pantaloni rigidi, il grande cappello, sperimentò il nulla. Gli piaceva. Nulla gli piaceva egualmente. Osava: osava ancora e si gettava dove vengono alla luce i demoni e i misteri più oscuri, che temeva e che cercava di possedere o addirittura di uccidere. Si castigava per non essere medico e per non avere una minima idea di cosa fosse la vera medicina: gli esploratori non sono medici – egli pensava. Via via che passavano gli anni – 1895 o 1925 – progettava teorie, al punto di assorbire il mondo. In certi anni, il vastissimo mondo scomparve agli occhi di tutti. Non rimase più nulla.
Continuava a leggere assiduamente: in primo luogo i capolavori di quel genio irrazionale di Dickens, con la sua forza isterica od isteroide. Avrebbe potuto scrivere il Dombey e figlio: il grande capolavoro romanzesco dell’Ottocento. Amò la moglie, con una passione totale, che crebbe sempre, avvolgendolo nelle sue reti. Coltivava i gioielli e tutte le cose preziose e le cose che scintillavano.
Amava la sua casa di Vienna, alla Bergasse. Esaltò Roma, Virgilio e il Mediterraneo. La sua forza romanzesca era degna di quella dell’ultimissimo Dickens, sebbene non dimenticasse mai il Circolo Pickwick. Ed è difficile parlare della tenerezza e della violenza di cui invase la moglie, per cui nutriva un amore illimitato. Negli ultimi anni della vita fu malato gravissimamente. L’isteria lo fece commuovere, e poi abolì la propria isteria. La grande nevrosi si scatenò, producendo genialmente teorie su teorie, fino a possedere il mondo.
Decantava Roma, secondo l’esempio di Goethe. Passeggiava.
Nuotava: pescava. I sogni non lo abbandonavano mai. Era costruito di sogni, e non poteva lasciarli un istante. Sentiva un forte senso di colpa e un fortissimo senso di repressione, sebbene odiasse tutto ciò che era rimorso. Scoprì Parigi, la Francia, quel grande medico che era Charcot. Un’altra delle sue grandi scoperte era stata Roma – i gioielli di Roma, anzi il modello di Roma. Non dimenticò mai il suo ebraismo orientale, che aveva influenzato tutta la sua vita – da sempre. Esaltava la volontà (e la detestava, visto che la volontà non serviva). Conobbe una grande passione: la moglie, alla quale consacrò un affetto e un estro, che nessuno avrebbe immaginato in lui. Fu una vita perfetta, senza incertezze. Non si sarebbe mai detto che la passione per la moglie fosse così assoluta – era l’equivalente delle sue dottrine psicologiche. Era un vero gioiello.
Sapeva essere dolcissimo e tenerissimo per tutto il periodo della sua vita. Quando Hitler conquistò l’Austria e la Germania, Freud fuggì in Inghilterra: abbandonò l’Austria meravigliosa rappresentata da Joseph Roth, che gli assomigliava profondamente con la sua Marcia di Radetzky. A Londra gli asportarono l’osso della mandibola al punto di impedirgli di parlare. Il cancro si diffuse rapidamente. Taceva, taceva, sebbene continuasse a scrivere vorticosamente con la sua grazia di grande classico. Morì fumando uno dei suoi dilettissimi sigaretti. Chissà cosa pensasse e in quali vertigini si inoltrasse, mentre, pazientissimo, ascoltava i messaggi di Thomas Mann e di Stefan Zweig. «La verità – scriveva – non è praticabile: gli uomini non la meritano mai. Ora, a ottantatré anni, sono più che mai scaduto; e non posso che ripetere quello che diceva un altro dei miei maestri. La verità non è praticabile»: come pensava il suo amatissimo Amleto.

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Scrivere a mano fa bene

Emanuele Trevi, La cura contro l’ansia? Scrivere a mano
Da Harvard alla Cina torna il culto della bella grafia. «È come avere il cervello nelle dita»

Scrivere a mano fa bene. Aiuta a pensare ed esprimersi meglio. L’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Come avere il cervello tra le dita. E da Harvard alla Cina torna la moda della bella grafia. Nell’università americana i professori spingono gli studenti a mettere da parte tablet e pc per prendere appunti con la penna.
«Chi non capisce la sua scrittura è un asino di natura». Le persone della mia età probabilmente ricordano questo saggio ammonimento delle maestre, alle elementari. Mi immaginavo sempre degli asini in grembiule scolastico che tenevano tra le zampe, molto imbarazzati, un quaderno pieno di scarabocchi indecifrabili. Il bello del proverbio è che mette in risalto un aspetto della scrittura che di solito viene trascurato: non c’è vera comunicazione con gli altri che non sia, prima di tutto, una comunicazione con se stessi. Oggi i margini di impiego della carta e della penna si sono talmente ristretti, soprattutto fra i più giovani, che la nobile arte di prendere appunti, di tenere un diario, di mandare una cartolina a qualcuno sembrano degli anacronismi non molto diversi dall’uncinetto o dalla caccia alla volpe. Eppure, lo sappia-mo: è quando le cose diventano del tutto inutili che possiamo comprenderne pienamente il loro valore. E il fatto che le librerie siano piene di quadernetti colorati e di penne di ogni tipo può essere visto come un indizio confortante. Personalmente, posso testimoniare che l’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Ci sono degli argomenti che sembrano fatti apposta per la penna: provate ad annotare un sogno con la tastiera di un computer, e dopo un po’ vi sembrerà di leggere il sogno di un altro, o una noiosa congerie di fatti strampalati. Il fatto è che la scrittura a mano è un potentissimo mezzo di appropriazione di quelle zone, di quei livelli della realtà che tendono a sfuggire a una piena percezione. Quanto più una cosa è intima, infatti, tanto più è opaca, indeterminata. E la calligrafia, che oggi non è più vigilata da nessuna regola, è lo strumento che più si addice alla sfera più personale della nostra esperienza: che è quella in cui le cose accadono in una data maniera per ogni individuo e solo per lui. Quel meraviglioso, incredibilmente complesso gioco neuronale e muscolare che mettiamo in atto ogni volta che scriviamo, infatti, non produrrà mai lo stesso identico risultato di un altro. Marina Cvetaeva annotò in uno dei suoi stupendi taccuini: «Scrivere significa vivere». Nel 1919, la grande poetessa russa era così povera che non aveva scelta: i quaderni se li cuciva, e si faceva anche l’inchiostro. Ma sono parole che valgono anche per noi, perché gli hobby a volte non sono meno urgenti delle necessità. È quando «non si vive», ci avverte Marina, che «la mano rifiuta la penna».

Aiuta a pensare ed esprimersi meglio (in modo unico) Da Harvard alla Cina il ritorno al culto della bella grafia
Candida Morvillo, “Corriere della sera”,  5 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.
Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni.
La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.
Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».
È come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. Come se avessi un cervellino nelle dita
Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».
Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email».
Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

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23/12/2018 · 06:11

Scrivere significa capire e amare le vite degli altri

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David Grossman, “La Repubblica”,  23 novembre 2018

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza (Preis für Verständigung und Toleranz) del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”
Questo illustre premio per la tolleranza e la comprensione mi viene consegnato esattamente ottant’anni dopo la Notte dei Cristalli in un luogo – il museo ebraico di Berlino – denso di significato e in un contesto in cui quasi ogni parola, e certamente termini come tolleranza, comprensione, pluralismo, umanità, hanno una cassa di risonanza potente e talvolta tragica. Il premio ha anche un significato politico: esprime il sostegno alla volontà e alla lotta per arrivare alla pace tra Israele e i palestinesi. Non posso tuttavia fare una distinzione fra il me politico e il me scrittore, né tra il me scrittore e il me uomo. Dirò qualche parola su un particolare tipo di tolleranza e di accettazione degli altri insito nella letteratura e rilevante anche nella sfera politica. Un tipo di tolleranza e accettazione che consente allo scrittore – e di conseguenza anche al lettore – di sperimentare il mondo tramite la coscienza, l’anima e il corpo di un’altra persona, sconosciuta e talvolta nemica.
Vi racconterò una piccola storia.
Poco più di dieci anni fa ero impegnato nella stesura del romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore la cui protagonista, una donna israeliana di nome Orah, si allontana da casa per sottrarsi alla notizia della morte del figlio in guerra. Dopo avere scritto di Orah per circa due anni e avere lottato con lei, avevo ancora la sensazione di non riuscire a capirla veramente. Di non conoscerla come uno scrittore dovrebbe conoscere il personaggio di cui scrive. Non percepivo in lei quel fremito di autenticità, di verità e di vita senza il quale non posso credere nel personaggio che narro, essere quel personaggio.
Alla fine, non avendo scelta, ho fatto quello che ogni bravo cittadino nella mia situazione avrebbe fatto: mi sono messo a tavolino e ho scritto una lettera a Orah. Una lettera semplice, come si faceva una volta, con carta e penna, dal mio cuore al suo.
E nella lettera le ho chiesto: Orah, che succede? Perché mi respingi in questo modo, perché non ti concedi a me? Ma ancor prima di completare la prima pagina ho capito il mio grande errore: non era Orah che doveva concedersi a me.
Ero io che dovevo concedermi a lei. In altre parole, dovevo smettere di opporre resistenza alla possibilità che Orah esistesse dentro di me.
Lasciarmi andare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il corpo alla possibilità che dentro di me ci fosse una donna. Quella particolare donna. Dovevo lasciare che le particelle del mio spirito fluissero liberamente, senza freni e senza paura, verso la potente calamita di Orah e la femminilità che irradiava. Da quel momento in poi Orah ha quasi scritto se stessa da sola.
La creazione è la possibilità di toccare l’infinito. Non un infinito matematico o filosofico: un infinito umano. Gli infiniti volti dell’uomo, le infinite pieghe della sua anima, i suoi infiniti pareri, opinioni, istinti, abbagli, piccolezze, grandezze, forze creative e distruttive, le sue infinite combinazioni. Quasi ogni mia idea su un personaggio di cui scrivo mi apre innumerevoli possibilità, innumerevoli tratti del suo carattere: un giardino di sentieri che si biforcano. È quasi banale emozionarsi per qualcosa di tanto scontato, ma oggi concedetemi di farlo: noi – noi tutti – siamo pieni di vita. In ognuno di noi ci sono illimitate possibilità e modi di essere, di vivere. Ma forse questa non è affatto una cosa scontata. Forse è qualcosa che dovremmo ricordare continuamente a noi stessi.
Guardate infatti quanto stiamo attenti a non vivere la profusione che è in noi, tutto ciò che le nostre anime, i nostri corpi e le circostanze della nostra vita ci offrono. Molto in fretta, già ai primissimi stadi della vita, ci raggrumiamo, ci riduciamo a essere “uno”: un solo corpo, una sola lingua (o al massimo due) con la quale diamo un nome alle cose, un solo genere. Ognuno di noi racconta una propria “storia ufficiale” tra le tante possibili, che talvolta si trasforma in una prigione. E quello di trasformarci in prigionieri della storia ufficiale che ci raccontiamo è un pericolo, peraltro, in agguato non solo per gli individui ma per intere società, stati e popoli.
Scrivere è un movimento dell’anima contro quella riduzione, contro la rinuncia alla profusione.
La creazione letteraria è il movimento sovversivo dello scrittore, in primo luogo contro se stesso. Più prosaicamente potrebbe essere paragonata a un massaggio che lo scrittore fa di volta in volta, ostinatamente, alla propria cauta, inibita e impaurita coscienza. Per me, scrivere significa essere libero di muovermi con agilità e leggerezza lungo l’asse immaginario tra il bambino che ero e il vecchio che sarò, tra l’uomo e la donna che sono, tra sanità mentale e follia, tra il me israeliano e il palestinese che sarei potuto essere se fossi nato 500 metri più a est. E sono sicuro che dal momento in cui concederemo a noi stessi di percepire questa libertà di movimento (e l’arte è un modo meraviglioso per farlo) toccheremo anche l’essenza della tolleranza politica in tutte le sue declinazioni: nei conflitti tra i popoli come nella sfida posta dai profughi che affluiscono in Europa. La tolleranza nasce dalla disponibilità di sentire e comprendere l’altro dentro di noi, anche quando l’altro ci minaccia perché è diverso, e incomprensibile. Anche quando l’altro è nostro nemico dichiarato.
Vorrei ricordare le parole di un grande filosofo politico del XX secolo, John Rawls, che si ricollegano a quanto detto. Rawls disse che nello stabilire le leggi di uno Stato che vorremmo giusto, dovremmo porci come dietro a un velo d’ignoranza che ci impedisca di sapere cosa saremo quando quel velo sarà sollevato. In altre parole quando ci diamo delle leggi o, in generale, delle regole di condotta tra esseri umani, o decidiamo una linea politica governativa su un tema fondamentale e cruciale, non sappiamo chi saremo quando il velo d’ignoranza sarà sollevato: se osservanti o laici, ricchi o poveri, parte della maggioranza o della minoranza, uomini o donne, gay o etero, cittadini o rifugiati. Provate a fare questo esercizio mentale. È un modo meraviglioso per vedere, d’un tratto, il mondo e la realtà delle nostre vite da una prospettiva diversa.
La tolleranza, in sostanza, è la disponibilità a leggere la realtà (il conflitto tra israeliani e palestinesi, ad esempio, o i cinquantun anni di occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele) non solo con gli occhi di noi israeliani ma anche con quelli del nostro nemico. A concederci di sperimentare, anche se per poco, la sua storia, la sua giustizia, la sua sofferenza, gli errori che commette, i punti di cecità nei nostri confronti. Se così faremo il nostro contatto con la realtà sarà molto più profondo e completo. La realtà non sarà soltanto una proiezione delle nostre angosce profonde né dei nostri desideri assurdi. Sarà qualcosa di molto più autentico. E a quel punto potranno nascere comprensione, tolleranza e accettazione dell’altro, della sua diversità, della sua differenza.
E forse, a distanza di anni, dopo che i veleni di una lunga guerra si saranno dissolti dall’apparato circolatorio dei due popoli ostili, potranno emergere curiosità reciproca, apprezzamento e anche una certa empatia.
Più di questo è difficile sperare per ora ma se ciò avverrà, sarà la realizzazione di un sogno.

– © David Grossman Traduzione di Alessandra Shomroni
DAVID HEERDE/ REX/ SHUTTERSTOCK Il discorso è stato tenuto da David Grossman alla cerimonia di consegna del Premio per la tolleranza e la comprensione del Museo ebraico di Berlino

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A libro aperto. Una vita è i suoi libri

Dall’Introduzione a A libro aperto. Una vita è i suoi libri, di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2018)

Questo libro non dà per scontato cosa sia un libro. Anzi, si interroga innanzitutto su cosa davvero sia un libro per poter esercitare tutto questo potere sui suoi lettori. È un libro interamente dedicato al mistero del libro. Ma è anche il tentativo di rispondere a domande solo apparentemente semplici: cosa significa leggere? In che cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade – e accade di rado – di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che, a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma si sono inscritti indelebilmente nella nostra memoria?
In questo testo, propongo tre semplici ma, spero, non scolastiche definizioni del libro: il libro è un coltello, è un corpo, è un mare. Perché un coltello? In un’epoca che rischia di considerare il libro come un oggetto in via di estinzione, come un’ombra del passato, non dovremmo mai dimenticare che la lettura di un libro può avere la natura dell’incontro. Sicché ogni libro che si è rivelato tale ha avuto l’aspetto di un coltello. Un libro è un coltello perché taglia la nostra vita offrendole la possibilità di acquisire una forma nuova, perché distingue la nostra vita com’era prima della lettura da come è diventata dopo. Al punto che si potrebbe dire che una vita è sempre formata dai suoi libri. Il libro è un coltello che taglia la nostra vita e non il burro nel quale la lama della lettura sprofonderebbe senza incontrare resistenze. Nella lettura il padrone del libro non è il lettore. Il libro è il coltello e noi, lettori, casomai, siamo il suo burro. Leggere significa, infatti, incontrare nel libro qualcosa che taglia, non qualcosa da tagliare. Significa innanzitutto disarmarsi di fronte al libro; per entrare in un libro devo essere disposto a farmi raggiungere, toccare, tagliare appunto.
La seconda definizione sostiene che un libro è un corpo. Non solo, dunque, una raccolta di parole e di pensieri, non solo la narrazione di una storia. Il libro, per il lettore, può avere le proprietà di un vero e proprio corpo: un corpo erotico. Il che significa che ogni libro ha un profumo, una carne, uno sguardo, una geografia sensuale, un modo di camminare e di esistere. Quando leggo un libro non lavora solo la mia mente, ma è il mio corpo pulsionale a essere messo in moto. La lettura non esclude il bacio, l’effusione, la penetrazione, non esclude l’amplesso. La trasformazione del libro in corpo erotico dovrebbe essere l’obiettivo di ogni commento, di ogni interpretazione, di ogni lettura del libro. Ne ho scritto a proposito della Scuola: il primo miracolo di un’ora di lezione consiste nella trasfigurazione del libro in un corpo erotico.1 Sicché per leggere davvero non è mai sufficiente la competenza avvertita della nostra mente, ma è necessaria innanzitutto la presenza del cuore. Non c’è lettura del libro elevato alla dignità di un corpo erotico se non c’è cuore in chi legge, se chi legge, legge senza cuore. Per Gesù è ciò che può uccidere il libro: se la verità del libro non è vissuta dal cuore non c’è alcun modo di apprenderla. La lettera separata dal cuore rende la lettera del libro una lettera morta. L’assenza di cuore nel lettore deruba il libro del suo corpo. Il libro è un corpo e non uno sterile “erbario” dove catalogare astrattamente l’evento del mondo.
Se il libro è un coltello e non un burro, dovremmo allora aggiungere che il libro è un corpo e non un erbario. Non è la raccolta sterile di un sapere senza vita, non è – come è ogni erbario – un elenco cimiteriale di foglie morte. Nel suo Le parole Sartre confessa di aver creduto nell’illusione che il libro potesse impadronirsi del mondo; confessa di aver scambiato il linguaggio del libro per l’essere del mondo. In questo caso però il libro tradisce la sua vocazione più alta: quella di non chiudere in sé il mondo ma di mantenerlo sempre aperto.
Ecco allora la mia terza e ultima definizione: il libro è un mare. Un libro non è forse fatto per essere, come un mare, sempre aperto? Non è questo il primo gesto di ogni lettore: aprire il libro, tenerlo aperto sulle ginocchia, sul tavolo, sul letto? Che senso avrebbe un libro che restasse chiuso, che non fosse mai aperto? Un libro chiuso, in fondo, è un controsenso: non è un libro. Come il mare, il libro è una figura straordinaria dell’Aperto. Apre e non chiude il mondo. Un libro è un mare e non un muro. Se il libro è un mare è perché la sua natura è quella di sovvertire la tentazione del muro, di contrapporsi a ogni spinta che vorrebbe segregare, recintare, rinchiudere l’Aperto del mondo. Il libro è un mare perché porta con sé l’inesauribilità della lettura, in quanto ogni libro può essere letto in mille modi diversi e può dar luogo a infiniti altri libri, perché la “proprietà” del libro è quella di rinunciare a ogni proprietà. Il libro, come il mare, non è mai, infatti, una proprietà che si può acquisire o della quale si può disporre in modo esclusivo.
Ho radunato così le mie tre definizioni: un libro è un coltello (e non un burro); è un corpo (e non un erbario); è un mare (e non un muro). E il lettore? Cosa significa per il lettore leggere un libro che è coltello – non burro –, corpo erotico – non erbario –, mare – non muro? Cosa significa aprire un libro? La tesi che sviluppo in questo libro è che leggere significa innanzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro. Essere esposti come libri aperti alla lettura resa possibile dall’apertura del libro. Prima di essere dei lettori, siamo, infatti, tutti dei libri stampati dall’Altro, siamo libri scritti con le parole dell’Altro. Sartre e Lacan hanno proposto in più occasioni l’immagine della “stampata” – della pagina scritta – per definire la vita umana. Ogni lettore si accosta al libro a partire da questa stampata che lo ha reso a sua volta libro.
Ogni lettura – come ogni incontro d’amore – è sempre l’incontro di più libri. Come minimo, del libro del soggetto che legge e del libro che viene letto dal soggetto. Sicché ogni lettore legge la lingua di cui è fatto un libro attraverso la propria lingua più privata, inconscia, quella che Lacan battezza come lalingua. Impareremo il significato di questa parola che definisce il rapporto singolare che esiste tra le parole e la propria memoria più antica. In ogni lettura abbiamo dunque due memorie, due fantasmi, due storie che si intersecano: quella del lettore e quella dello scrittore. Più precisamente, ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. Nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lalingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversava con i nostri parenti, il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, il dialetto milanese dei miei avi, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.
Ciascuno legge il libro con la propria lalingua. Ciascuno trova nel libro pezzi di se stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva. In questo senso nella seconda parte di questo libro il lettore ritroverà le tracce essenziali della mia biografia umana e intellettuale attraverso la rilettura di nove libri dai quali mi sono sentito davvero letto sin nelle viscere. Una vita in fondo è fatta dai libri che l’hanno letta; raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita. Perché una vita è i suoi libri.

1 Cfr. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014.

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Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

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Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

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Bravo chi legge

Almeno 80 libri la biblioteca perfetta dei sedicenni
Uno studio australiano collega il numero di volumi che si hanno in casa da ragazzi alle prestazioni da adulti

Giuliano Aluffi, “Repubblica”,  16 ottobre 2018

Avere, da adolescenti, uno scaffale domestico ben fornito di libri dà una marcia in più nella vita: i ragazzi che hanno avuto almeno 80 libri in casa oggi hanno competenze linguistiche, matematiche e tecnologiche superiori alla media. Lo suggerisce uno studio, pubblicato su Social Science Research, che riguarda 160 mila adulti da 31 nazioni, con dati raccolti dal Programme for the International Assessment of Adult Competencies dell’Ocse.
«Nel 2010 avevamo visto, con dati da 27 Paesi, che crescere in una casa fornita di libri aiuta i giovani ad avere tre anni in più di studi rispetto a chi cresce senza libri, indipendentemente dalla cultura e classe sociale dei genitori. In un secondo studio abbiamo visto che, indipendentemente dall’istruzione scolastica, chi cresce in un ambiente domestico ricco di libri, avrà un lavoro più remunerato» spiega la prima autrice dello studio, Joanna Sikora, sociologa dell’Australian National University di Canberra.
«Rimaneva da verificare l’effetto del crescere tra i libri sulle competenze in età adulta: l’abbiamo trovato, con risultati del tutto simili tra i vari Paesi».
Lo scaffale domestico, secondo lo studio, non aiuta soltanto ad acquisire abilità cognitive aggiuntive rispetto a quelle fornite dalla scuola, ma anche a sviluppare una passione che dura per tutta la vita. «Non è importante soltanto l’atto del leggere, ma anche apprezzare i libri come oggetti, discuterne in famiglia o con gli amici, e soprattutto identificarsi nella lettura: pensare a sé stessi come persone che amano i libri». È una sorta di “imprinting” con i libri, che deve avvenire preferibilmente nel periodo della vita in cui si decide chi si è e chi si vuole essere. «Sappiamo che chi ha molti libri in casa avrà maggiori probabilità di leggere saggi, in particolare di divulgazione scientifica, narrativa e poesia» spiega Sikora. «Ma in realtà qualsiasi tipo di coinvolgimento con il libro è utile per aumentare il proprio vocabolario e le proprie abilità cognitive. C’è anche un aspetto di scelte future legate all’identità personale: se ti vedi come un amante dei libri, ciò ti porterà a preferire, nella vita, certe attività rispetto ad altre: nel tuo stile di vita includerai il piacere e lo stimolo intellettuale della lettura». Anche al di là della formazione istituzionale: «I dati raccolti ci dicono che chi non è riuscito ad andare all’università, se ha avuto una quantità sufficiente di libri in casa a sedici anni, da adulto non sarà meno competente di un laureato che ha avuto pochi libri attorno a sé da ragazzo». Lo studio riguarda chi è stato adolescente tra il 1950 e il 1995, quando il libro esisteva in sola forma cartacea. Avremo lo stesso effetto positivo anche per generazioni di nativi digitali «È vero che oggi gli adolescenti consultano una pluralità di media diversi, con una preferenza per lo smartphone», ammette la sociologa australiana, «ma credo che continuerà a esserci una differenza di competenze e di opportunità tra chi cresce in mezzo a libri cartacei e gli altri».

Marco Belpoliti, Ma che bello smarrirsi tra centinaia di titoli

A cosa servono i libri? A trovar lavoro, sembrerebbe. Lo dice la ricerca della sociologa australiana. Ha misurato il rapporto tra la presenza di libri nelle case delle persone e la loro affermazione professionale. Un tempo gli adulti ci dicevano: leggi se vuoi capire te stesso e il mondo intorno. Come poteva essere altrimenti, dati i limiti di tempo e di spazio: la famiglia in cui eri nato, la città, la cerchia di amici, le scuole frequentate? Il libro era il veicolo più sicuro per entrare in contatto con altre vite e altri mondi evadendo dal proprio. Era un modo per iniziarsi alla vita e ai suoi segreti, che né i genitori né gli insegnanti t’indicavano con facilità. Il libro era la porta che introduceva all’altrove, un altrove a pochi centimetri da te.
Poiché oggi sono più le persone che guardano di quelle che leggono, il libro sembra arretrare nella sua funzione di addestramento all’esistere, sia in senso materiale che spirituale.
Ma non è così. La metrica della sociologa australiana una cosa suggerisce: la competenza intellettuale è mediata ancora dai libri, dalla loro presenza fisica, non dalla immaterialità degli e-book. In un paese come il nostro, dove si legge così poco, è perciò evidente il decadimento del livello culturale: 75 libri, media italiana, sono un ripiano e qualche decimetro nella libreria Billy di Ikea. Molto poco, ma sufficiente ad avanzare nella vita, o almeno a non restare indietro.
Dopo il 350 libri — sette ripiani e mezzo — la sociologa non si spinge ad altre considerazioni. Lì cominciano i maniaci della lettura, quasi una nevrosi; tra 500 e 5.000, ci dicono, non c’è poi tanta differenza. Lì siamo nei pressi degli intellettuali, specie in via di estinzione, perché da quel punto in poi, come ha spiegato una volta Gianni Celati, i libri servono a sviluppare il senso critico, a nutrire dubbi e persino a sperdersi, perché più si sa più si rischia di smarrirsi nel labirinto della cultura. Ma ve l’assicuro, da lì in poi cominciano piaceri che non è sempre facile descrivere.
Certo, il piacere della lettura si può raggiungere sia con un solo libro che con 1.000, ma è la ripetizione quella che conta. Rifarlo è il massimo.

Detachment – Il distacco (Detachment), di Tony Kaye, 2011 

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«Che errore abolire la Storia alla Maturità»

«Storia eliminata per ignoranza» L’ira degli studiosi
Tema di maturità, l’appello online a Bussetti
Serianni: traccia scelta dall’1% dei candidati

Valentina Santarpia, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2018

La Storia fa parte del presente. E invece «la trattano come merce d’antiquariato, fuori moda, da accantonare. Ed è pericoloso». Appello degli esperti per salvare la storia «sparita» dal tema all’esame di maturità.
«La trattano come merce d’antiquariato, fuori moda, da accantonare. Ed è pericoloso: la storia fa parte del presente, e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale». È furioso Fulvio Cammarano, presidente della Società per lo studio della storia contemporanea, una delle associazioni di storici che hanno firmato l’appello per salvare la storia all’esame di maturità. Sembrerebbe tema di nicchia, da intellettuali da salotto: e invece il breve comunicato con cui gli studiosi chiedono che sia rivista la scelta di eliminare la traccia di storia tra quelle previste per lo scritto dell’esame di Stato, invocando un incontro col ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, è stato letto e condiviso da migliaia di persone online nel giro di due giorni.
«Un errore politico da riparare», tuonano in molti, attribuendo al governo gialloverde la responsabilità. «Non è questione di governi — precisa Cammarano — anche perché Bussetti ha avallato una decisione della commissione che si era già insediata (quando la ministra era Valeria Fedeli ndr ), e che all’interno non aveva neanche uno storico. Parliamo di una tendenza degli ultimi dieci anni, in cui la storia soffre di schizofrenia: da una parte assistiamo al successo di programmi di intrattenimento e fiction basati sulla storia, dall’altra vediamo che la storia com’era un tempo, quella che aveva peso politico, sta scomparendo». Colpa anche del disinteresse degli studenti, che negli anni hanno scelto a malavoglia e con poche eccezioni il tema di storia? «Il tema di storia era svolto dall’1% degli studenti», conferma il presidente della commissione che ha rivisto l’esame, il linguista Luca Serianni, che difende la scelta: «La storia non sparirà del tutto: sarà una delle tracce di italiano possibili e sarà presente di anno in anno nella proposta che farà il ministero. È una materia centrale per la formazione dei ragazzi — ammette — ma bisognerebbe rafforzare le competenze e provvedere prima, perché i candidati la scelgano».
Marketing della didattica? «Non stiamo parlando di fenomeni commerciali — sbotta Andrea Giardina, presidente della Giunta centrale per gli studi storici —. Non è che se il prodotto non tira, allora lo tolgo dal mercato. La risposta corretta non è eliminare il tema di storia, ma chiedersi perché viene scelto poco, aumentare il numero di ore di insegnamento, incentivare i ragazzi a studiarla. Ad esempio puntando sulla public history, la divulgazione fuori dagli ambienti accademici. Tanto più che gli spazi vuoti lasciati dalla storia sono sempre più riempiti dalle storie, false, inventate da dilettanti: fenomeno inquietante». E sostenuto dalla delegittimazione delle autorità in materia: «Spesso sono filosofi e letterati a insegnare storia — ammette Stefano Gasparri, presidente degli storici medievalisti —. Dobbiamo riportare gli storici in cattedra. In una società smemorata come la nostra, priva di ancoraggio col passato, colpire la storia mi sembra un fatto grave».
C’è l’ombra del complotto contro la storia e la consapevolezza che ne deriva? «No, non penso proprio che ci possa essere la volontà di manipolare — dice Simona Colarizi, per 40 anni docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma —, è solo una questione di ignoranza, incuria. E sembra quasi normale, purtroppo, che in un Paese che non dedica grandi risorse all’educazione si arrivi a sostenere che la storia non ha importanza». La prova di maturità, dunque, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso della protesta: «Non penso che sia un esame, tra l’altro piuttosto screditato, il momento qualificante dell’apprendimento — conferma la professoressa Chiara Frugoni, già all’università di Pisa, Parigi, Roma —. Gli studenti non sono computer, dove vedi se un programma gira bene: la storia va insegnata, bene e durante tutto l’anno, per sviluppare il senso critico».
Ma perché la storia è così importante? «Non c’è società del mondo che non abbia rapporto col passato — spiega Luigi Migliorini Mascilli, presidente della Società per lo studio della storia contemporanea — anche nelle vite singole ricapitoliamo quanto ci è accaduto perché siamo il frutto di quegli eventi. La storia è la base del diritto di cittadinanza, un cittadino capace di giudizio deve avere una conoscenza storica».

Paul Klee, Angelus Novus, 1920

Dino Messina, Siamo ignoranti in Storia?, “Corriere della Sera – Sette”, 25 ottobre 2018 

Il tema storico è stato eliminato dall’esame di maturità. Ma il problema non sono solo gli studenti che confondono Giolitti con De Gasperi. I politici sbagliano date ed eventi fondamentali. Un’amnesia collettiva sul nostro passato? Ma ci sono segnali in controtendenza: rimediare non è impossibile

 COME si chiamava l’imperatore d’Etiopia? «Negrus» risponde un candidato all’esame di Storia contemporanea. Cosa le ricorda il nome di Agostino Deprètis? «Un segretario della Dc», dice un altro. Che cosa è avvenuto nel 1956? «Una grande nevicata», afferma con sicurezza la studentessa pensando a Mia Martini e a Franco Califano che hanno cantato La nevicata del 1956 e non ai fatti di Ungheria. Mi può spiegare il significato dell’acronimo Gap? «Giudice per gli appelli preliminari». Chi era Aldo Moro? «Un giudice impegnato nella lotta al terrorismo». Questa non è una selezione delle peggiori risposte ai quiz de L’eredità né si tratta di battute da avanspettacolo un po’ datate. No, sono risposte che alcuni professori universitari si sono sentiti dare dai loro allievi del primo anno. C’è poco da ridere e dobbiamo subito dire che sì, siamo ignoranti in storia, come se una sorta di amnesia collettiva, un vuoto di memoria avesse pervaso giovani e meno giovani, stanchi di interrogarsi su vicende passate, date, conflitti, errori, conquiste, da relegare in un gigantesco e polveroso museo delle cose inutili. Una disattenzione che ha contaminato anche il mondo della scuola che ha assistito all’eliminazione del tema di storia dall’esame di maturità senza particolare scandalo, a parte qualche protesta degli specialisti.

LA CRONACA POLITICA e culturale dell’ultimo mese rafforza ulteriormente la nostra convinzione. Che cosa dire del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, professore di diritto privato, che parlando alla Fiera del Levante di Bari ha confuso l’8 settembre 1943 con il 25 aprile 1945? La stanchezza si dirà, un lapsus, certo, ma Giulio Andreotti, Bettino Craxi e, figurarsi, Giovanni Spadolini, storico e primo laico a diventare presidente del Consiglio, quell’errore non l’avrebbero mai commesso. E cosa dire infine del romanzo storico del momento, M, primo volume di una trilogia su Mussolini e il fascismo, di Antonio Scurati? Se da un lato mostra l’interesse e il grande potenziale narrativo della storia, dall’altro mette a nudo i rischi di imprecisioni ed errori, come quelli evidenziati da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della SeraLa redazione Bompiani si è lasciata sfuggire perle come 6 milioni di morti italiani nella Prima guerra mondiale o una lettera di Francesco De Sanctis a Mussolini scritta negli Anni Venti del ‘900, quando il grande storico della letteratura morì a Napoli nel 1883.

STUDENTI, RAPPRESENTANTI delle istituzioni, funzionari e consulenti ministeriali, editor, scrittori, operatori dei media: sembriamo tutti afflitti dal morbo di Barney Panofsky, l’esilarante protagonista del romanzo di Mordecai Richler afflitto da una inguaribile amnesia. Accertata la malattia, la domanda che dobbiamo porci è se vogliamo guarirne o se ci rassegniamo a considerarla una condizione necessaria nel mondo di Internet e dell’eterno presente. Lo storico Stefano Pivato, autore del saggio uscito da Laterza una decina di anni fa, Vuoti di memoria, in cui analizzava «gli usi e abusi della storia nella vita politica italiana», al tempo in cui Silvio Berlusconi si diceva pronto a incontrare il padre dei fratelli Cervi, è convinto che sarebbe ora di ripetere una indagine analoga. Scopriremmo quanto lontani sono gli Anni Settanta del Novecento, l’ultimo decennio di grandi scontri e passioni ideologiche, che andavano di pari passo con lo studio della storia come presupposto per partecipare al discorso pubblico e immaginare una società futura.

ASSIEME al crollo delle ideologie, secondo Pivato, ci sono anche altri fattori che hanno mutato radicalmente la società: «La trasformazione della famiglia, dalla quale sono scomparsi i nonni, portatori e narratori di memoria; persino il modo diverso in cui si fanno le case, una volta costruite con materiali che ci riportavano alla memoria di una regione, di un luogo, oggi realizzate tutte con materiali uguali, che annullano le differenze. Anche la televisione, dagli Anni Ottanta, ha contribuito al disinteresse per la storia, anche se nell’ultimo periodo ci sono state iniziative meritevoli». Insomma, tutto ha concorso ad allontanare le giovani generazioni dallo studio del passato, per cui negli ultimi cinque anni all’esame di maturità il tema storico è stato scelto da una piccola minoranza, oscillante dal 4 a poco più dell’1 per cento nel 2018. «E le istituzioni», continua Pivato, «invece di chiedersi il perché del fenomeno e porre rimedio, hanno cavalcato l’onda e hanno tolto il tema di storia».

IL RIMEDIO CONSISTEREBBE nel mettere mano all’intero curriculum scolastico, a cominciare dalle elementari, dove, osserva Paolo Pezzino, presidente dell’Istituto Parri, che raccoglie i 65 istituti di studi storici della Resistenza, l’insegnamento della storia parte dalla preistoria e si ferma all’impero romano. Sicché un ragazzo comincia a sentir parlare di Costituzione e delle basi del nostro vivere civile soltanto al terzo anno delle medie. E quando è arrivato al liceo magari incontra un professore di storia e filosofia più ferrato in questa seconda materia. Secondo Walter Panciera, responsabile commissione didattica della Giunta storica nazionale, bisogna rivedere l’intero iter di studi nelle nostre scuole, caratterizzate da riforme parcellizzate e avvenute in momenti diversi. Perché gli errori e gli strafalcioni saranno pure colpa dello spirito del tempo, ma dipendono soprattutto dalla mancata formazione sui banchi di scuola. «Però non è colpa dei ragazzi», sostiene Eugenio Di Rienzo, docente alla Sapienza, «se non sanno che cosa è successo a Porta Pia nel 1870 a un chilometro dall’aula in cui partecipano a una lezione di Storia moderna. Professore, mi dicono, a noi al liceo la storia non l’ha insegnata nessuno. Poi ci sono spiegazioni puramente culturali, come l’affermazione di una filosofia globalista che ha messo in secondo piano lo studio delle differenze e dei conflitti, che sono il sale della storia».
Attenzione. L’amnesia collettiva, il disinteresse per la storia non sono un male soltanto italiano. Se i nostri studenti alle prime armi confondono Depretis con De Gasperi, alcuni studenti tedeschi in Italia per l’Erasmus non sanno che cosa è successo in Germania tra il 1933 e il 1945, racconta Di Rienzo, per non parlare delle lacune enormi dei loro colleghi inglesi.

CERTO CHE nell’università l’insegnamento della storia negli ultimi dieci anni ha avuto il ruolo di Cenerentola, ci racconta il professor Panciera, con una diminuzione del 30 per cento dei docenti, contro una domanda costante o in leggero aumento. Avanti di questo passo insegnamenti importanti come Storia moderna entreranno in seria crisi, come è avvenuto alla Storia del Risorgimento, quasi scomparsa dai nostri atenei. Uno studioso come Walter Barberis, che oltre a insegnare all’università di Torino è presidente della Giulio Einaudi, è molto preoccupato e non ha difficoltà a paragonare la storia alla medicina: «Se un anatomopatologo indaga su un corpo morto lo fa non per riportarlo in vita ma per individuare protocolli utili ai vivi. Così è la storia, che non è fatta per sapere soltanto chi e quando ha fatto qualcosa ma soprattutto per capire chi e perché ha preso certe malattie in modo che noi oggi ci possiamo difendere». Walter Barberis allude a nazionalismo, razzismo, autoritarismo ed è convinto che l’amnesia, il non ricordarsi del passato, sia parente stretta dell’amnistia, l’essere indifferenti verso i grandi crimini del passato… che possono ripetersi.

IN QUESTO SCENARIO non mancano note di ottimismo. Merito dell’attivismo degli studiosi che organizzano iniziative come il convegno all’Auditorium di Roma del 25-26 ottobre sulla didattica della storia o quello sulla Public History che si svolgerà a Milano il 20 novembre alla Casa della memoria. L’ottimismo è giustificato da segnali in controtendenza, sottolinea l’editor del Mulino Ugo Berti, per cui cacciata dalla porta la storia entra dalla finestra nelle librerie con romanzi storici come 

La ragazza con la Leica, dedicato all’amore tra Robert Capa e Gerda Taro, di Helena Janeczek, che ha vinto lo Strega, o Le assaggiatrici (di Hitler) con cui Rosella Postorino ha conquistato il Campiello. E come non salutare con ottimismo gli ascolti dei programmi tv di Paolo Mieli o la partecipazione di migliaia di giovani e meno giovani alle lezioni di storia organizzate dall’editore Giuseppe Laterza: mille paganti ogni domenica mattina all’auditorium di Roma (dal 18 novembre 2018 al 24 marzo 2019, gli incontri del ciclo “Il carattere degli italiani”), altrettanti al Petruzzelli di Bari. Un successo che ha caratterizzato il ciclo di incontri serali di Santa Maria delle Grazie a Milano, che con la nuova edizione si sposta al Teatro Carcano. Più comodo ascoltare una conferenza o un programma tv che leggere un libro, si dirà. «Sì, però metà dei partecipanti alle Lezioni poi va in libreria e compra volumi di storia», obietta Laterza. Basta vedere il bicchiere mezzo pieno. L’amnesia non è una malattia irreversibile.

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1938 -2018: la scomparsa di Majorana

La scienza come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia.
L. SCIASCIA, La scomparsa di Majorana [1975], Adelphi, Milano 1987

Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove.
L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904

Le ipotesi sulla scomparsa.

«Sono nato a Catania il 5 agosto 1906, Ho seguito gli studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923; ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in Roma fino alla soglia dell’ultimo anno. Nel 1928, desiderando occuparmi di scienza pura, ho chiesto e ottenuto il passaggio alla Facoltà di Fisica e nel 1929 mi sono laureato in Fisica Teorica sotto la direzione di S. E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: La teoria quantistica dei nuclei radioattivi e ottenendo i pieni voti e la lode. Negli anni successivi ho frequentato liberamente l’Istituto di Fisica di Roma seguendo il movimento scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia indole.
Ininterrottamente mi sono giovato della guida sapiente e animatrice di S.E. il prof. Enrico Fermi».
 Ettore Majorana , «Notizie sulla carriera didattica»  maggio 1932

Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato […] preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito. La scelta – di apparenza o reale – della “morte per acqua”, è indicativa e ripetitiva di un mito: quello dell’Ulisse dantesco. E il non far ritrovare il corpo o il far credere che fosse in mare sparito, era un ribadire l’indicazione mitica. Già lo scomparire ha di per sé, e in ogni caso, un che di mitico.

Il corpo che non si trova e la cui morte, non potendo essere celebrata, non è “vera” morte; o la diversa identità e vita – non “vera” identità, non “vera” vita – che lo scomparso altrove conduce, entrando nella sfera dell’invisibilità, che è essenza del mito, obbligano a una memoria, oltre che burocratica e giudiziaria (la “morte presunta” viene dichiarata a cinque anni dalla scomparsa), di pietà insoddisfatta, di implacati risentimenti. Se i morti sono, dice Pirandello, “i pensionati della memoria”, gli scomparsi ne sono gli stipendiati: di un più ingente e lungo tributo di memoria. In ogni caso. Ma specialmente in un caso come quello di Ettore Majorana, nel cui mitico scomparire venivano ad assumere mitici significati la giovinezza, la mente prodigiosa, la scienza. E crediamo che Majorana di questo tenesse conto, pur nell’assoluto e totale desiderio di essere “uomo solo” o di “non esserci più”; che insomma nella sua scomparsa prefigurasse, avesse coscienza di prefigurare, un mito: il mito del rifiuto della scienza.
L. SCIASCIA, La scomparsa di Majorana [1975], Adelphi, Milano 1987

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Fausto Curi, MAJORANA, SCIASCIA, LA VERITÀ (FORSE), in Scenari, 5 ottobre 2016

E’ un libro piuttosto singolare quello che Sciascia ha dedicato a Ettore Majorana (La scomparsa di Majorana, Einaudi,1975, ora ristampato dalle edizioni del “Corriere della Sera). In più punti, infatti, Sciascia scrive frasi che, senza che egli sembri rendersene conto, non solo smentiscono o possono smentire la tesi che egli avanza riguardo a quella scomparsa, ma addirittura anticipano o possono anticipare quella che verosimilmente è la verità. Limitiamoci ad alcuni esempi, peraltro non poco significativi. Quanto alla scomparsa, Sciascia propone la tesi della monacazione del giovane fisico, ma non la propone in forma assertiva, cronachistica, bensì in modo romanzesco, così da ottenere l’effetto di affascinare il lettore suscitando in lui dei dubbi su ciò che viene leggendo. E’ proprio vero che Majorana è scomparso perché, travagliato da una profonda crisi, ha cercato conforto nella solitudine e nel silenzio promessi dal chiostro, annullando la propria vita col chiudersi per sempre in un convento e non dando più notizia di sé? La tecnica narrativa di Sciascia è questa: tenersi aderente alla realtà il più possibile e fin che è possibile, dare spazio all’immaginazione quando la realtà lo consente, quando, cioè, è la stessa realtà che ha assunto connotati simili a quelli che solitamente presenta l’immaginazione. Il racconto cresce su di sé, si dilata leggermente, ma non abbandona né tradisce mai il reale. Un narratore meno dotato avrebbe probabilmente preferito il tema eclatante del suicidio, il fiuto e l’esperienza di Sciascia lo conducono invece al tema della monacazione, più facilmente credibile ma, al tempo stesso, più fascinoso, più suscettibile di variazioni. S’intende che la scelta non è dipesa soltanto da ragioni di tecnica letteraria, Sciascia doveva essere veramente convinto che Majorana si fosse nascosto in un convento. E’ giusto però anche supporre il contrario: Sciascia aveva intuito quale era stata la vera scelta di Majorana, ma aveva preferito far prevalere sulla realtà le sue ragioni di romanziere, optando per la monacazione del giovane fisico. Del resto è noto che il tema della monacazione, femminile e maschile, volontaria o forzata, ha un’illustre tradizione nella storia del romanzo. LEGGI TUTTO…

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PER APPROFONDIRE

E. Amaldi, La Vita e l’Opera di E. Majorana, Accademia dei Lincei, Roma, 1966

J. Bernstein, D. Cassidy, Il club dell’uranio di Hitler, Sironi, 2005

Salvatore Esposito, La cattedra vacante. Ettore Majorana: ingegno e misteri, Liguori, 2009

J. Magueijo, A Brilliant Darkness: The Extraordinary Life and Disappearance of Ettore Majorana, the Troubled Genius of the Nuclear Age, 2009; ed. italiana: La particella mancante. Vita e mistero di Ettore Majorana, genio della Fisica, Milano, Rizzoli, 2010

E. Recami, Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze, Di Renzo Editore, 2011

É. Klein, Cercando Majorana, Carocci, Roma, 2014

A. Angiolino, Il volo di Majorana, Homo Scrivens, Napoli, 2016

R. Paura, Ettore Majorana, un caso ancora apertoQuery, 20 settembre 2016

P. Prosperi, Majorana ha vinto il Nobel, Meridiano Zero, 2016

G. Borello, L. Giroffi, A. Sceresini, La seconda vita di MajoranaChiarelettere, Milano, 2016

E. Recami, Il vero Ettore Majorana, Di Renzo Editore, Roma, 2017

FILMOGRAFIA
Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico, regia di LEANDRO CASTELLANI, Italia, 1972
I ragazzi di via Panisperna, regia di GIANNI AMELIO, Italia, 1989

GRAPHIC NOVEL

Silvia Rocchi – Francesca Riccioni, Il segreto di Majorana  Rizzoli Lizard, 2015

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MAJORANA IN MUSICA

ETTORE MAJORANA. CRONACA DI INFINITE SCOMPARSE, libretto di Stefano Simone Pintor, musica di Roberto Vetrano

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DOCUMENTARI

RAISCUOLA: Ettore Majorana.

 Sky Arte HD: Ettore Majorana ‒ L’uomo del futuro. Preview on VIMEO. Clicca QUI.

L’ultima lettera: “… il mare mi ha rifiutato…”.

Palermo, 26 marzo 1938 – XVI

Caro Carrelli [Antonio, n.d.r.], Spero ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.

Aff.mo E. Majorana

Tom Waits, The ocean doesn’t want me today, dall’album Bone machine, 1992

The ocean doesn’t want me today
But I’ll be back tomorrow to play
And the strangles will take me
Down deep in their brine…

http://www.youtube.com/watch?v=-Wrw-ojKZtE

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Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

Immagine correlata

Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

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