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Docente di Italiano & Latino presso il Liceo Scientifico ''G. Galilei'' di San Donà di Piave - Venezia "Ego vero omnia in te cupio transfundere, et in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam; nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum. Si cum hac exceptione detur sapientia, ut illam inclusam teneam nec enuntiem, reiciam: nullius boni sine socio iucunda possessio est." Seneca, "Epistulae ad Lucilium", I, 6, 4

Carpe diem

“Siamo nati una sola volta, e non potremo essere nati una seconda volta; dovremo non essere più per l’eternità. Ma tu, benché non abbia padronanza del domani, stai rinviando la tua felicità. La vita si perde nei rinvii, ed ognuno di noi muore senza aver goduto una sola giornata.” Epicuro

Orazio, Carmina, I, 11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitate pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Metallica, Carpe diem baby, da ReLoad, 1997

Fernando Pessoa (1888-1935), Un’affollata solitudine. Poesie eteronime, a cura di Piero Ceccucci, traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati, Rizzoli 2012

17. NÃO QUEIRAS, LYDIA

Não queiras, Lydia, edificar no spaço
Que figuras futuro, ou prometter-te
Amanhã. Cumpre-te hoje, não sperando.
Tu mesma és tua vida.
Não te destines, que não és futura.
Quem sabe se, entre a taça que esvazias,
E ella de novo enchida, não te a sorte
Interpõe o abysmo?

17. NON VOLER, LIDIA

Non voler, Lidia, costruire nello spazio
che immagini futuro, o prometterti
domani. Realizzati oggi, non aspettare.
Sei tu la tua vita.
Non destinarti, che non sei futura.
Chissà, se fra la coppa che vuoti,
e che di nuovo si colma, a te la sorte
non interponga l’abisso?

2. AS ROSAS AMO

As rosas amo dos jardins de Adonis,
Essas volucres amo, Lydia, rosas,
Que em o dia em que nascem,
Em esse dia morrem.
A luz para ellas é eterna, porque
Nascem nascido já o sol, e acabam
Antes que Apollo deixe
O seu curso visivel.
Assim façamos nossa vida um dia,
Inscientes, Lydia, voluntariamente
Que ha noite antes e após
Do pouco que durâmos.

2. LE ROSE AMO

Le rose amo dei giardini di Adone,
quelle volucri rose, Lidia, amo,
che nascono e muoiono,
nello stesso giorno.
La luce per esse è eterna, ché
nascono già nato il sole, e muoiono
prima che Apollo lasci
il suo visibile corso.
Così facciamo della vita un giorno,
inscienti, Lidia, volontariamente
che notte v’è prima e dopo
il poco che duriamo.
11.7.1914

63. TAM CEDO PASSA

Tam cedo passa tudo quanto passa!
Morre tam joven ante os deuses quanto
Morre! Tudo é tam pouco!
Nada se sabe, tudo se imagina.
Circumda-te de rosas, ama, bebe
E cala. O mais é nada.

63. SÌ PRESTO

Sì presto passa tutto quanto passa!
Muore così giovane innanzi agli dèi ciò
che muore! È tutto così poco!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circondati di rose, ama, bevi
e taci. Il resto è niente.
3.11.1923

Dream Theater, Carpe diem, in  A change of seasons (1995)

Valery Larbaud, Carpe diem…, in Le poesie di A. O. Barnabooth e poesie plurilingui, a cura di Clotilde Izzo, Torino, Einaudi 1982

Cogli questo triste giorno d’inverno sul mare grigio,
di un grigio dolce, la terra è azzurra e il cielo basso
sembra ad un tempo disperato e tenero;
guarda la sala della locanda
così allegra e chiassosa nelle domeniche d’estate,
dove oggi siamo soli, venuti
da Napoli, non per vedere Baia e l’entrata degli Inferi,
ma per abbandonarci ai ricordi, malinconicamente.

Cogli questo triste giorno d’inverno sul mare grigio,
amica mia, o mia buona amica, mia compagna!
Credo sia simile al giorno
in cui Orazio compose l’ode per Leuconoe.
Era inverno allora come l’inverno
che oggi frange sugli scogli avversi
il Tirreno, un giorno in cui si vorrebbe
dimenticare ogni cura e rivolgersi a umili lavori,
esser buono in mezzo alla natura austera
e parlare lentamente guardando il mare…

Cogli questo triste giorno d’inverno sul mare grigio…
Ti ricordi di Marienlyst? (Oh, su quale riva,
in quale stagione siamo? Non saprei).
Si arriva da Elsenor, in estate, su prati
pallidi; c’è la tomba di Amleto e un hôtel
illuminato ad elettricità, con ogni confort moderno.
Era l’estate del Nord, luminosa, dai toni teneri e spenti.
Ricordi: si vedeva, di fronte, la costa svedese,
azzurrina, come questo lontano profilo dell’Italia.

Oh! ti è caro questo giorno quanto è caro a me?
Cogli questo triste giorno d’inverno sul mare grigio…
Oh! perché non ho passato la mia vita a Elsenor?
Il porticciolo danese, vicino alla stazione, è tranquillo,
come il definitivo porto dell’esistenza.
Vivere danesemente nella dolcezza danese
di questa città, dov’è un castello con cupole di bronzo
verderame; sì, vivere nell’innocenza
di una piccola città qualsiasi, in qualche posto
dove la gente sia quieta e pensosa,
dove poter attendere con serenità la morte.

Cogli questo triste giorno d’inverno sul mare grigio,
e lasciami nascondere gli occhi nelle tue fresche mani;
sii il mio giovane paladino, la mia Pallade protettrice,
sii il mio rifugio sicuro, la mia cittadella;
stasera, mi Socorro, non sono che un’umile donna
smarrita, che chiede solo d’esser amata.

Carpe Diem (feat. Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta, Stefano Bagnoli) di Paolo Fresu Devil Quartet, 2018

Robert Frost, Carpe diem, 1938

Age saw two quiet children
Go loving by at twilight,
He knew not whether homeward,
Or outward from the village,
Or (chimes were ringing) churchward,
He waited, (they were strangers)
Till they were out of hearing
To bid them both be happy.
“Be happy, happy, happy,
And seize the day of pleasure.”
The age-long theme is Age’s.
‘Twas Age imposed on poems
Their gather-roses burden
To warn against the danger
That overtaken lovers
From being overflooded
With happiness should have it.
And yet not know they have it.
But bid life seize the present?
It lives less in the present
Than in the future always,
And less in both together
Than in the past. The present
Is too much for the senses,
Too crowding, too confusing-
Too present to imagine.

Work in progress…

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“Quelli che non si voltano…”

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E’ degno di lode chi ancor oggi serba aspirazione a essere un tutto”, disse Walter. “Oh, non ce n’è più”, significò Ulrich. “Ti basta una sola occhiata sul giornale. E’ zeppo di una sua immensa opacità. Vi si parla di talmente tante cose da travalicare la vis intellectiva di Leibniz. Eppure non lo si nota nemmeno; siamo mutati. Non c’è più un uomo intero innanzi a un mondo intero, ma piuttosto un quid humanum che aleggia nel brodo di cottura universale.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 2 vol, (ed.orig. 1930-1933)

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Alberto Giacometti: 45 Drawings Portfolio

Georg Simmel, Fragmente und Aufsätze  [pubbl.1923], in La  distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1959

«Per l’uomo più profondo vi è solo una possibilità di sopportare la vita: una certa misura di superficialità. Poiché se pensasse e sentisse, tanto profondamente quanto la sua natura richiede, contrastanti e inconciliabili impulsi, doveri, aspirazioni, desideri, dovrebbe inevitabilmente distruggersi, impazzire, morire. Al di là di un certo limite di profondità le linee dell’essere, del volere e del dovere si oppongono in modo così radicale e con tale forza da determinare necessariamente la nostra dilacerazione. Solo impedendo che oltrepassino questo limite si riesce a mantenerle in un rapporto tale che la vita è possibile»”.

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L. PIRANDELLO, L’umorismo, 1908

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita e in sé stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell’umana ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo, e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, poiché tutte le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa. Il vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio interiore si sprofondasse negli abissi del mistero. Con uno sforzo supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle cose, di riallacciar con esse le consuete relazioni, di riconnetter le idee, di risentirci vivi come per l’innanzi, al modo solito. Ma a questa coscienza normale, a queste idee riconnesse, a questo sentimento solito della vita non possiamo più prestar fede, perché sappiamo ormai che sono un nostro inganno per vivere e che sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o d’impazzire. È stato un attimo; ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s’aggira piccola, solita, fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? come portarle rispetto?

Tadeusz Kantor, Macchina dell’amore e della morte – Museo Internazionale delle Marionette, Palermo 2015 – foto Giacomo Bordonaro 10

L. PIRANDELLO,  Il fu Mattia Pascal, 1904

– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.

– La tragedia d’Oreste?

– Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

– Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.

– Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

– E perché?

– Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

E se ne andò, ciabattando.

Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.

L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: « Beate le marionette, » sospirai, « su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.

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J JOYCE, Stephen Hero, 1944, cap. 25

This triviality made him think of collecting many such moments together in a book of epiphanies. By an epiphany he meant a sudden spiritual manifestation, whether in the vulgarity of speech or of gesture or in a memorable phrase of the mind itself. He believed that it was for the man of letters to record these epiphanies with extreme care, seeing that they themselves are the most delicate and evanescent of moments. He told Cranly that the clock of the Ballast office was  capable of an epiphany. […] Imagine my glimpses of that clock as the gropings of a spiritual eye which seeks to adjust its vision to an exact focus. The moment the focus is reached the object is epiphanized.

Thomas Steams Eliot, Gli uomini vuoti [1923-1925], da Poesie, trad. R. Sanesi, Bompiani, Milano, 1994

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!

Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figure senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati.

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E. MONTALE, da Ossi di Seppia, 1925

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Pink Floyd, Keep talkingThe Division Bell 1994

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Transumanesimo

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Dottor Gall: I Robot quasi non avvertono i dolori fisici. Ciò non ha dato buoni risultati. Dobbiamo introdurre la sofferenza.
Helena: E sono più felici se sentono il dolore?
Dottor Gall: Al contrario. Però sono tecnicamente più perfetti.
Karel Čapek, R.U.R. [R.U.R.,sigla di Rossumovi univerzální roboti, traducibile come “I robot universali di Rossum”, è un dramma utopico fantascientifico in tre atti del ceco Karel Čapek, 1890-1938]

Documentario curato da Rai per la trasmissione “C’era una volta”. Cosa è il transumanesimo? Secondo il creatore delletimo, il biologo genetista Julian Huxley il transumano è luomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana. Fu solo, con la definizione di Max More, successivamente che al transumanesimo fu assegnata quel suo carattere di transitività che la contraddistingue, definendo il primo come una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana.

Marco Pacini, Se l’uomo si fa Dio. Le frontiere della tecnoscienza, “L’Espresso”, 1 aprile 2018

Intelligenza artificiale, bioingegneria, robot sono la nuova frontiera. E tornano a dividere i filosofi tra apocalittici e visionari. Che ne sarà della specie umana?

Una delle fotografie più nitide di questo primo tratto di strada che abbiamo imboccato verso il “salto antropologico” l’ha scattata il sociologo e filosofo Edgar Morin all’alba del millennio: «L’umanità è ancora in rodaggio e siamo già nelle vicinanze della post-umanità. L’avventura è più che mai ignota». Come spettatori un po’ attoniti, sospesi tra l’ammirazione e l’inquietudine, assistiamo alla grande partita della tecnoscienza, dove la posta in palio è il futuro di una specie, la nostra. Lo chiamano post-human, senza nemmeno un accordo su un significato univoco. Ma la partita è iniziata da tempo e non può attardarsi in sottigliezze semantiche. Nella squadra A giocano i tecno-umanisti (o transumanisti), evangelisti di una religione che potremmo chiamare datismo: non siamo altro che sistemi di elaborazione dati e in quanto tali possiamo migliorare, cambiare la nostra natura senza porre limiti alle acquisizioni e applicazioni delle due discipline madri, informatica e biologia (intelligenza artificiale e ingegneria genetica). La squadra B schiera i postumanisti che anche quando salutano con favore la fine del dualismo natura-cultura, mettono in guardia sugli sviluppi “fuori controllo” della tecnoscienza e sul nuovo capitalismo cognitivo e genetico che potrebbe generare scenari distopici. E vorrebbero almeno aspettare l’arbitro, prima di iniziare la partita. Ma dell’arbitro sembra non esserci bisogno. Perché «tutto funziona, e questo è appunto l’inquietante», come disse allo Spiegel nell’ultima intervista postuma Martin Heidegger, antesignano del pensiero della (o sulla) tecnica. Quell’intervista diventò un libro intitolato “Solo un dio ci può salvare”. E forse nemmeno di quel dio c’è più la necessità, dato che saremo noi stessi come specie, o una parte di noi, potenziati da dispositivi frutto della santa alleanza tra bioingegneria e informatica, a trasformarci in “Homo deus”, come ha suggerito lo storico del futuro Yuval Noah Harari. L’intelligenza si sta separando dalla coscienza, avvertono alcuni degli analisti del futuro postumano come Harari; e una volta liberata dalla coscienza l’intelligenza sviluppa una velocità vertiginosa. Quella dei postumani immaginati nei templi dello “human+” come Google e dei suoi sacerdoti come Ray Kurzweil. Gli esseri umani – assicurano – non sono più in grado di gestire gli immensi lussi di dati, sono arrivati al capolinea e ora potrebbero passare il testimone a entità di un tipo del tutto nuovo. Scenario entusiasmante. O apocalittico, come pensa il filosofo Michel Onfray, che conclude il suo ultimo lavoro, “Decadenza”, con una diagnosi senza speranza: «Un pugno di postumani riuscirà a sopravvivere al prezzo di un’inaudita schiavitù delle masse, cresciute come bestiame (…) Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora oggi a questo programma transumanista. Il nulla è sempre certo». Meno catastrofista, ma “in allerta”, Adam Greenfield, che in “Tecnologie radicali” rilette: «Non so cosa significherà essere umani nell’era della post-umanità (…). Capisco perfettamente perché chi crede, per quanto incautamente, che da queste circostanze (la post-umanità frutto del matrimonio tra I.A. e bioingegneria ndr) trarrà il massimo beneficio e un potere inattaccabile voglia arrivarci così in fretta. Quello che non capisco è perché lo vogliano anche gli altri». Ma forse è inutile preoccuparsi di un futuro postumano alla Onfray, se dovesse realizzarsi la situazione in cui per la parola “umano” non ci sarebbe semplicemente più posto, con o senza prefisso. Lo ipotizza il filosofo Nick Bostrom (fautore del potenziamento umano e studioso dell’Intelligenza artificiale tra i più accreditati) nel suo ultimo saggio “Superintelligenza”: quando l’I.A. supererà quella umana potrebbe sterminare l’umanità intera. Sulla base di queste previsioni, nel gennaio 2015 Bostrom firmò una lettera aperta, sottoscritta da molti altri scienziati, tra cui Stephen Hawking, per mettere in guardia sui potenziali pericoli di uno sviluppo eccessivo dell’I.A. Nel frattempo, finché con o senza “post” ci saremo, le frontiere continuamente superate dall’intelligenza artificiale e dall’ingegneria genetica (ne parlano negli articoli che seguono Nicoletta Iacobacci e Gianna Milano) pongono con sempre maggiore forza un problema. Anzi, il problema: ci spingeremo in dove si “può”, o in dove si “vuole”? È vero, l’ibridazione è già avviata da tempo. Siamo già in parte nel postumano.  «La nostra seconda vita negli universi digitali, il cibo geneticamente modificato, le protesi di nuova generazione, le tecnologie riproduttive sono gli aspetti ormai familiari di una condizione postumana. Tutto questo ha cancellato le frontiere tra ciò che è umano e ciò che non lo è, rivelando le fondamenta non naturalistiche dell’umanità contemporanea», ha scritto la filosofa del posthuman Rosi Braidotti. Ma forse una parte di  ciò che la migliore fantascienza ci ha fatto intravedere e che si presenta ormai sotto forma di possibilità ulteriore, esponenziale, rappresenta un “salto” più che una continuità di questa condizione postumana. Ed è di fronte a quel salto che il “postumanesimo critico” rivolge interrogazioni sempre più pressanti alla tecnoscienza che “funziona” e procede. Segnalandole l’incrocio tra il si può e il si vuole. Il soggetto di quel volere dovrebbe essere un noi che si interroga ed è interrogato. Ma che per ora sembra assistere attonito alla partita senza arbitro. Ed è quasi inutile ricordare che l’arbitro assente è la politica, ormai da qualche decennio costretta ad arrancare dietro alla tecnoscienza e all’economia o al loro sodalizio (basti pensare agli algoritmi che ogni giorno sui mercati decidono autonomamente di spostare miliardi in nanosecondi). Quel noi ha il volto, per esempio, di chi si vede uscire  dalla mostra  “Human+” (viaggio tecnoartistico sul futuro della specie, in corso a Roma al Palazzo delle esposizioni). E la cui espressione sembra dire: lo voglio o non lo voglio quel “più” per i miei figli e nipoti? Ma soprattutto: potranno deciderlo?

Laurie Anderson, O Superman (for Massenet), 1981

 Stefano Rodotà, Così l’umano può difendersi dal postumano, “La Repubblica”, 28 aprile 2015

Verrà il giorno, si dice, in cui ci libereremo del corpo e saremo tutt’uno con il computer. Perché, allora, molti scienziati chiedono di valutare criticamente tecnoscienza e robotica? Pubblichiamo una sintesi della lezione tenuta il 23 aprile da Stefano Rodotà all’università di Perugia.

“Una nuova forma sociale si manifesta. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Trasformazioni guidate dal profitto o dall’interesse per le persone? […] La diffusione della robotica, come già per l’elettronica, concentra potere nelle mani di chi
controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza”. LEGGI TUTTO…

 Daft Punk , Technologic, 2005

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“Vogliamo il mondo e lo vogliamo ora”. Il ’68 anticipato dai Doors

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Con l’urlo disperato di “When the music’s over” la band preannunciò la rivoluzione culturale che sarebbe esplosa l’anno successivo

Ernesto Assante, “La Repubblica”, 28 febbraio 2018

Sono passati 50 anni da quando i Doors, nel 1968, divennero una band di successo, conquistando la cima delle classifiche con Hello, I love you, un brano lontanissimo dalle tensioni e dalle passioni di quell’anno.

Secondo Robby Krieger, il chitarrista della band, «in realtà quella canzone era una sorta di antidoto. Il mondo era in fiamme, Jim aveva scritto quella poesia, quella canzone, molto tempo prima, ci sembrava il modo giusto per ricordare che l’amore restava il centro di tutto». Il 1968 per i Doors era in realtà cominciato l’anno precedente, quando Morrison e i suoi compagni avevano dato voce alla gioventù che si era messa in movimento in tutto il mondo con un brano, When the music’s over il cui climax era una frase che Jim Morrison urlava in un momento di vuoto musicale, una sorta di dichiarazione di guerra, un desiderio che sembrava poesia ma era realtà: “Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo ora”. Era la perfetta introduzione a un anno terribile che avrebbe visto i Doors toccare i vertici massimi del loro successo e Jim Morrison entrare in una spirale di alcol e delirio che lo avrebbe portato alla morte nel giro di soli tre anni.
Morrison, assieme a Jimi Hendrix, incarnava il 1968, con la sua straordinaria mescolanza di poesia, ribellione, elettricità e arte, meglio di molti altri artisti rock, metteva in scena senza filtri la febbre che aveva colpito una intera generazione che non voleva altro che bruciare i ponti dietro se stessa e affrontare il futuro conquistandolo, cambiando le regole del gioco.
«Non era facile stargli dietro», ricorda Robby Krieger, «anzi, era spesso impossibile. Jim era irregolare e imprevedibile, così come creativo e esplosivo.
Quell’anno fu per noi un’altalena incredibile di emozioni, successi, disastri, aperture, crolli, che ci portò dalla gioia alla disperazione». Il successo fu chiarissimo: la band registrò all’inizio dell’anno, non senza clamorose difficoltà proprio per l’erratico comportamento di Morrison, Waiting for the sun e l’album, spinto dalla potenza di un singolo come Hello, I love you, che arrivò al primo posto delle classifiche di vendita, spinse i Doors, che già erano nell’Olimpo del rock, nel pieno della stardom popolare.
Il 1968 dei Doors, celebrato negli anni da diversi dvd e in particolare dal film Feast of friends realizzato durante il tour di quel turbolento anno, fu nelle parole di Krieger «un anno davvero strabiliante.
L’atmosfera era incendiaria ovunque e in moltissimi concerti il pubblico, stimolato dall’atteggiamento di Jim in scena, si lasciava andare, saliva sul palco, scatenava disordini.
Jim era incontrollabile e proprio all’inizio dell’anno fu arrestato.
Per noi era molto chiaro che sia in America che in Europa la situazione stava esplodendo.
E per molti versi Jim lo rappresentava sul palco.
C’era la guerra in Vietnam e noi incidemmo, proprio nel 1968, Unknown soldier, una canzone diretta e forte contro la guerra, che scatenò grandi polemiche, molte radio si rifiutarono di trasmetterla. Dal vivo avevamo costruito una piccola scena quando la suonavamo: io puntavo la mia chitarra contro Jim come se fosse un fucile, John Densmore colpiva la sua batteria con un colpo secco e Jim cadeva sul palco come se fosse morto: la gente impazziva». Il tour del 1968 fu il primo che la band di Morrison portò in Europa, «quasi ovunque c’erano ragazzi arrabbiati, era diverso dagli Stati Uniti dove c’erano moltissimi hippie. E vedevano Jim come un nuovo messia, in grado di parlare di poesia e di rivoluzione, e i Doors come una band che lavorava per cambiare il mondo».
Tra le registrazioni del 1968 per Waiting for the sun ce n’è una che è entrata nella leggenda, quella di Celebration of the lizard, forse il brano che meglio rappresenta la rivoluzione poetica di Jim Morrison all’epoca. Il brano, estremamente complesso in termini testuali e musicali doveva occupare un’intera facciata dell’album. «Provammo a registrarlo molte volte, ma il fatto che fosse composto da sette diverse sezioni, di avere lunghe parti recitate, di essere diverso da tutto quello che nel rock era stato fatto fino ad allora, ci metteva in difficoltà e ogni volta qualcuno di noi era scontento, soprattutto Jim.
E alla fine non lo mettemmo sull’album». In realtà non lo misero su nessun album, venne proposto dal vivo e divenne il centro non solo delle performance dei Doors ma anche del pensiero di Morrison, che iniziò a vestire i panni del “Re lucertola”. Il brano uscì per la prima volta in Absolutely live nel 1970, una versione registrata nel 1968 fu pubblicata per la prima volta nel 2003 in un’antologia.
Da quel momento, dal 1968 e dalla mancata registrazione di Celebration of the lizard inizia il percorso verso l’inferno di Jim Morrison, fatto di alcol, poesia, delirio, eccessi, arresti e alla fine della musica. In questi giorni viene pubblicato per la prima volta il video completo dell’esibizione dei Doors al festival di Wight nel 1970, l’ultima esibizione dei Doors della quale ci sono immagini filmate. E il cuore di quella esibizione è proprio la “fine della musica”, l’addio di Morrison, una magnifica versione, di oltre 11 minuti, di When the music’s over, dove l’urlo “Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso” è solo sussurrato. Di lì a poco sarebbe davvero finito tutto.

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Pink Floyd, e il male se ne va

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Psichedelica, certo. E anche di più: la band inglese ha insegnato che dalla sofferenza si può risorgere
Massimo Zamboni, “Corriere  della Sera – La Lettura”,  25 febbraio 2018

Le note sospese di Echoes che introducono l’entrata si accompagnano alla foto in bianco e nero di uno sconosciuto a fianco di un furgoncino Bedford; un classico mezzo di trasporto anni Sessanta per musicisti all’esordio, stipato di strumenti. Una fascia bianca personalizza la fiancata e cercando attentamente si potrebbe leggere il nome del gruppo: Tea Set. Molto british ma decisamente anonimo. Nessuno li conosce, né ha mai conosciuto i nomi usati dal gruppo in precedenza: Sigma 6 nel 1963, The Abdabs nel ’64, Leonard’s Lodgers sempre nel ’64. Non si potrebbe pensare da questi pochi indizi di essere alla presenza di un’esperienza artistica senza eguali e che già dall’anno successivo assumerà un nome che diverrà incancellabile nel panorama rock. Sarà il cantante Syd Barrett a scovare quel nome, ispirandosi ai due bluesman preferiti, Pink Anderson e Floyd Council. Siamo nel 1965, nascono i Pink Floyd, e basta fermarsi a osservare i volti, rapiti più che curiosi, dei visitatori del Macro di Roma che ospita la mostra loro dedicata per capire a cinquant’anni da allora con quanta forza la loro opera abbia schiuso mondi sconosciuti a più di una generazione.
Sia detto per inciso che il Macro appare una splendida location per questa The Pink Floyd Exhibition, tanto che resta difficile capire dove termini la mostra e dove cominci invece la struttura museale, i cui ambienti, dai bagni agli ascensori al guardaroba all’auditorium, paiono emanazioni dell’immaginario praticato dalla band inglese.
Benvenuti in uno straniamento collettivo che dura un paio d’ore, favorito dall’essere incapsulati in un mondo di cuffie per l’ascolto, ed è un piacere ritrovarsi parte di una folla affascinata e condotta verso le medesime sensazioni. Che non sono di consumo o di facciata come si potrebbe temere quando si parla di rockstar irraggiungibili, perché i reperti esposti sanno raccontare senza infingimenti o esagerazioni; anzi, alimentando un senso di complicità che lega chiunque abbia amato le loro canzoni.
La mostra percorre le loro vicende, da quando, compagni di infanzia — come già avviene a Beatles e Rolling Stones — e successivamente studenti di architettura, per un pugno di anni formano e sciolgono una serie di gruppi musicali cercando una svolta alla loro urgenza artistica. La svolta si chiamerà Syd Barrett, primo cantante, chitarrista e compositore del gruppo. «Saremmo stati un gruppo blues senza Syd, uno dei tanti gruppi che suonano Louie Louie», ammette con insospettabile franchezza Roger Waters. Proprio Barrett porta con sé un carico di freschezza e follia capace di indirizzare completamente i primi due album e gettare le basi per gli imprevedibili sviluppi futuri.
C’è tutta la stagione londinese e giovanile dentro alle prime canzoni, dagli abiti alla rivolta ai nuovi strumenti alle frequentazioni con l’intera scena artistica. Incideranno il primo lp agli Abbey Road Studio, mentre nella sala accanto un gruppo di ragazzi già famosissimi sta registrando un album ambizioso che dedicheranno a un certo Sgt. Pepper. Nonostante l’immediato successo di canzoni come Arnold Layne o See Emily Play comincia ad affermarsi come loro marchio di fabbrica il rifiuto di rinchiudersi nei tre minuti di un singolo radiofonico, privilegiando invece composizioni lunghe dove l’improvvisazione prende il comando. Accompagnano le loro apparizioni con un set luminoso che, sviluppando intuizioni immaginifiche mutuate dall’illustratore Aubrey Beardsley o da Lewis Carroll le mescola alle suggestioni amplificate dall’Lsd, verso territori inesplorati. Le didascalie della mostra insistono spesso su una parola, idiosincrasia, per definire le liriche stralunate di Barrett che si aprono verso universi popolati da creature bizzarre, gatti indiavolati, spaventapasseri e gnomi. Musa del gruppo, Barrett, fino a che un interesse troppo prolungato per le tentazioni del periodo e una vita mentale senza riguardi al prezzo da pagare porteranno allo scoppio la sua capacità di tenuta. «Pression blew his brains out», la pressione gli spegnerà il cervello, raccontano i compagni.
A tre anni dall’esordio Barrett è fuori, ma il chitarrista e cantante che viene arruolato per affiancarlo prima e sostituirlo a breve si dimostra da subito impareggiabile. Con l’arrivo di David Gilmour i Pink Floyd trovano l’assetto che li consegna alla storia. Otto album nei primi sei anni, l’ottavo si chiamerà The Dark Side of the Moon (1973): 50 milioni di copie vendute, 3 anni consecutivi nelle classifiche e ancora oggi, a più di 40 dall’uscita, il più venduto tra i classici del rock.
Un pubblico di tante età affolla le sale, dove si susseguono interviste, manifesti, commenti, memorabilia, ma soprattutto si costituisce il senso pieno di un’esperienza che potrebbe ancora oggi scombinare le coordinate di qualsiasi musicista. Le foto esposte e i filmati che scorrono restituiscono la bellezza dei loro volti non contraffatti, che vediamo invecchiare senza paura nel percorso della mostra e chiariscono il carattere unico delle loro personalità, quasi aliene in un mondo musicale che ha sempre affiancato il talento con il glamour esibito: nulla possiedono della fantastica strafottenza di un Jim Morrison, di un Hendrix, nessun front man che si esponga fisicamente, nulla sappiamo delle loro vite private, mai sono entrati in cronache rosa o nere. Superato l’attimo sgargiante degli inizi, i loro vestiti si accodano alla media, diventano mimetici rispetto a una normalità che li rende splendidi. Una t-shirt nera per Waters, jeans sdruciti per gli altri, non per moda, ma per lavoro. «After all, we’re only ordinary men» cantano in una canzone straordinaria, Us and Them, «alla fine siamo solo uomini ordinari».
A quest’ordinarietà è dedicato uno dei filmati autenticamente più commoventi: il dialogo a distanza tra i due grandi duellanti del gruppo, Waters e Gilmour, entrambi chiamati in separata sede a interpretare davanti a una telecamera uno dei loro capolavori, Wish You Were Here. Ognuno nello studio casalingo, una chitarra acustica, voce roca e trattenuta per Waters, voce che non invecchia per Gilmour: due anziani che si confrontano e si integrano alla perfezione, una stima sottesa che trascende qualsiasi possibile incomprensione del passato. Anche la strumentazione esposta assume valore più che documentale. Strumenti che diventano ideali, per i suoni che hanno generato, il basso Fender Precision di Waters o i suoi amplificatori Web usati per Live at Pompei, la consunta Fender Esquire usata per Money o Wish You Were Here (ma volti ipnotizzati osservano Gilmour suonare Shine on You Crazy Diamond con questa stessa chitarra esposta ai nostri occhi), la Fender Strato V57, la Fender Duo 1000 a doppio slide acquistata durante il tour negli Usa del 1970. Da queste chitarre sono state estratte le note definitive del rock novecentesco. E le batterie di Nick Mason, le tastiere Rhodes di Richard Wright, i sintetizzatori Prophet, il Vcs3 che rivoluzionerà gli arrangiamenti di The Dark Side of the Moon.
Ancora Gilmour ci spiega come si usa un Vcs3: si suona un sequenza di note con un dito, poi si accelera la scansione, basta fare così, «tutto qui, in sostanza». Impossibile non confrontare i numeri generati dal successo di quell’album con le sue parole pacate. E il fascino di Richard Wright che racconta in che modo nasce una canzone come Breathe (in the Air) : «Gli altri dicevano che mancavano ancora un po’ di minuti per completare The Dark Side, allora ho buttato giù questi due accordi sul piano [li suona, ndr] poi dovevo ritornare al primo accordo e c’è un modo convenzionale di farlo [lo ascoltiamo] ma mi è tornato in mente un accordo che avevo sentito in Kind of Blue di Miles Davis; ho pensato di metterlo lì in mezzo, e ha funzionato». Una facilità di approccio che ha una parentela molto più ravvicinata di quanto si possa immaginare con stilemi musicali del periodo immediatamente successivo, il punk in primo luogo, che al contrario proprio nell’esibito disprezzo per il gigantismo floydiano trova il proprio sfogo. E così si sorride alla foto del cantante dei Sex Pistols, John Lydon, che indossa la t-shirt con la scritta I hate Pink Floyd. Nessuna possibile vicinanza quanto a ricerca e composizione, ma certo lo scenario dei testi di Waters affronta la desolazione del mondo con un estremismo e una lucidità che qualunque guerriero con la cresta e la giacca di cuoio invidierebbe. E proprio lo stesso Lydon confessa, nella didascalia che lo riguarda, il suo amore segreto per i Floyd.
Altro incantamento lo riserva la sala dedicata all’ascolto di The Great Gig in the Sky , lì dove lo schermo propone l’ologramma con il prisma di The Dark Side of the Moon che rotea nella notte di una galassia spinto dall’improvvisazione solista di Clare Torry. Un ottimo momento per sedersi, pensare a ciò che si è visto, dare ordine a suoni e immagini che sono depositati come patrimonio collettivo, ben oltre l’infiammazione da fan. Si prosegue sovrastati dalle strutture delle esibizioni live successive, dai Marching Hammers, i martelli che marciano, e dagli enormi burattini gonfiabili che riempiranno cielo e palco nel tour di The Wall; si entra nel mondo orwelliano di Animals che consegna al visitatore pecore sospese, «Algie» il maiale volante, il frigorifero con i vermi, la inflatable nuclear family composta da «padre, madre, divano, due figli e mezzo» nella descrizione che ne fa Waters.
Tutta quest’architettura iconografica rimanda a una sigla precisa, e tra i grandi meriti della mostra c’è proprio questo rimarcarlo: Hipgnosis Studio, di Storm Thorgerson e Aubrey Powell. Sono loro a inventare letteralmente l’immagine dei Pink Floyd, dando corpo alle fantasie del gruppo per confezionare alcune tra le copertine più leggendarie della storia del rock. Il prisma di The Dark Side, gli uomini d’affari in fiamme di Wish You Were Here, i 700 letti da ospedale sulla spiaggia («non chiedetemi — dice Thorgerson — quanto è costato questo scatto, mi vergogno a dirlo»), il maiale volante sulla centrale elettrica di Battersea («Abbiamo rischiato di causare il più grande disastro aereo della storia — racconta il batterista Nick Mason — quando il maiale è sfuggito dal controllo e si è infilato nello spazio aereo di Heathrow»), le teste metalliche di The Division Bell. C’è tutto questo nelle sale del Macro, oltre a testi manoscritti, faraonici progetti di palco, il manifesto del contestato concerto su palcoscenico galleggiante a Venezia nel 1989 per la festa del Redentore. Fino a un ultimo ritaglio di giornale che si interroga sulla popolarità universale del gruppo; del tutto fuori norma in effetti, i Floyd non compongono canzoni d’amore né storie quotidiane in cui identificarsi né emergono come supereroi. Se la psichedelia iniziale li lega a una scena musicale facilmente identificabile, le tematiche seguenti scavano in parole come follia, avidità, alienazione, imprigionamento, vecchiaia, alterazione, morte.
Eppure in qualche modo misterioso — riflette il critico che recensisce — le loro canzoni sono «rassicuranti», trovano il modo di farci sentire che c’è sempre una soluzione nel dolore. Con questi pensieri si accede alla Performance Zone conclusiva dove si tolgono le cuffie, ci si accoccola a terra al buio davanti a un grande schermo per assistere alla reunion della band al Hyde Park nel 2005, in occasione del Live 8, dopo 24 anni di separazione. Dove 4 musicisti più che adulti sanno che ipnotizzeranno 200 mila persone allo stadio e milioni di ascoltatori sparsi su cinque continenti. Li affrontano in camicia azzurra e i mocassini ai piedi, un paio di t-shirt da poco, l’orologio al polso, rockstar planetarie cui basta intonare Breathe per zittire il mondo. Quando al Macro parte il solo di chitarra di Comfortably Numb, il buio della sala maschera la commozione di tutti. Quelle note di chitarra che forse qualunque ragazzino smaneggione potrebbe replicare, quel suono, trasmettono qualcosa di indecifrabile che ci indennizza per tutto ciò che non saremo mai né mai vedremo, riempiendoci di una nostalgia verso il futuro difficile da contenere. There’s no pain, you are receiding. Il dolore è sparito, stai guarendo.

 

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Il bello scrivere? Imparalo da Borg

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Precisi come il grande tennista. Chiari secondo lo stile, si fa per dire, di Silvio “Soprano” Dante. E imbevuti del vecchio Catone. L’autore di “Come non scrivere” ci svela le sue leggi. Per riuscire, invece, a farlo al meglio

Testo di Claudio Giunta, La Repubblica”, 28 gennaio 2018

Rattristato (un po’, non troppo: c’è ben altro di cui rattristarsi) dalla scrittura tremenda di molti miei studenti ( e di impiegati ministeriali, professori, giornalisti, eccetera), ho raccolto in un libro qualche osservazione di buon senso sullo scrivere e soprattutto molti esempi: esempi buoni da seguire, se ci si riesce, ed esempi cattivi di cui sorridere, e da non imitare mai. Il libro s’intitola Come non scrivere e, come dice questo titolo rinunciatario, non pretende di svelare le regole della bella scrittura, anche perché regole vere e proprie non ce ne sono. All’inizio, però, enuncio tre leggi che chiedo al mio lettore di rispettare scrupolosamente. Ogni legge ha un nome.

Legge di Borg

Una volta il giornalista Roberto Gervaso fece questa domanda al grande tennista Björn Borg: “La impegna di più un set con Lendl o un set con McEnroe?”. Rispose Borg: “Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno”. La prima cosa da tenere a mente, quando si scrive, è che bisogna impegnarsi. Ed è una buona norma anche quando si scrive un’e-mail, o la lista della spesa. Se ci si impegna in queste cose semplici, cioè se si è accurati, scrupolosi, precisi, si sarà accurati, scrupolosi e precisi anche nelle cose più complesse e importanti.

Legge di Silvio Dante

In una delle tante scene memorabili dei Soprano (cercate ” Gerry whacked” in YouTube), il mafioso Silvio Dante è al ristorante col mafioso Gerry Torciano, che di lì a poco verrà ammazzato. Gerry vuole dire qualcosa a Silvio, ma lo fa con circospezione, dice e non dice, perché non sa bene come reagirà Silvio. A un certo punto Silvio, esasperato, lo ferma: «Wanna say something? And say it then, Walt fucking Whitman, over here!». Walt fucking Whitman, over here! Silvio Dante ha ragione: i poeti come Walt Whitman possono parlare in maniera complicata, oscura (anche se Whitman in realtà non è per niente oscuro: ma lo è per Silvio, che evidentemente non frequenta molto la poesia); chi parla o scrive per farsi capire deve parlare e scrivere chiaro. Voi, a meno che non scriviate poesie, scrivete per farvi capire, dunque la seconda cosa da tenere a mente è: scrivete chiaro.

Legge di Catone

La terza cosa da tenere a mente, quando si scrive, è condensata in una famosa massima latina attribuita al retore Catone: Rem tene, verba sequentur, cioè “Se conosci la cosa di cui vuoi scrivere, le parole verranno da sole”. Vuol dire che difficilmente si riesce a scrivere di qualcosa che non si conosce: o meglio, se si scrive di qualcosa che non si conosce si finirà inevitabilmente per fare finta di sapere, per volerla dare a bere al lettore, e questa necessaria finzione ci renderà confusi e fumosi. E vuol dire che, se conosciamo bene un argomento, troveremo anche le parole per spiegarlo.

Molte persone, che magari non hanno mai letto un libro, diventano straordinariamente feconde quando si tratta di raccontare una partita di calcio o di parlare di una canzone o di un film che amano: perché parlano di qualcosa che sta loro a cuore e che conoscono bene (per questo, a scuola, una cosa saggia da fare almeno ogni tanto è chiedere allo studente che proprio non riesce a mettere insieme due righe sui Sepolcri di Foscolo di scriverne una decina su qualche sua passione, che sia il calcio o il rap o il motociclismo: è probabile che se la caverà bene). Dunque non c’è proprio alternativa: per scrivere bene della poesia di Petrarca, o del cinema di Kubrick, o della storia del Novecento bisogna conoscere bene Petrarca, Kubrick e la storia del Novecento. La terza cosa da tenere a mente è perciò: per scrivere bene di una cosa, bisogna averla studiata seriamente.

È sufficiente conoscere e rispettare queste tre leggi per riuscire a scrivere bene? Ovviamente no. Ma valgono, diciamo, come idee regolative. Ogni volta che scriviamo senza esserci documentati a dovere dobbiamo vedere davanti a noi la faccia di Catone che ci guarda con disprezzo. Ogni volta che tiriamo via una pagina perché non abbiamo voglia di perderci troppo tempo dobbiamo ricordarci della sublime dedizione di Borg.

E ogni volta che usiamo dieci frasi complicate là dove ne basterebbero due semplici dobbiamo pensare alla reazione, probabilmente violenta, di Silvio Dante. Il resto è esercizio.

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“Meglio di riso che di pianto scrivere…”

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Umberto Boccioni, “La risata”, 1911, Museum of Modern Arts, New York.

Ma perché ridiamo? Ridiamo, ci ricorda sempre Aristotele (Poetica 5, 1449 a) quando qualcosa di “sbagliato” o di “brutto” entra nelle vicende umane, “senza peraltro provocare danni”. Non aggiunge altro. La sua è un’osservazione marginale ma di straordinaria
penetrazione: il brutto e lo sbagliato sono l’imprevisto, l’evento inatteso, l’eccezione che turba per un momento la nostra vita, quasi provocatoriamente, per farci un dispetto. Da questa concezione sostanzialmente negativa del comico non si è più usciti.
Nel ’600 Thomas Hobbes, discepolo di Bacone, riprende nel suo De homine il concetto dell’evento inatteso, e interpreta il riso che ne consegue alla coscienza che l’uomo avrebbe della propria superiorità rispetto al proprio simile che è vittima dell’evento comico. Si ride, dice Hobbes, perché si giudica dall’alto.
SANDRO BAJINI, Considerazioni sul comico e sul ridere, “la ca’ granda“, 2008

Gorleston Psalter (British Library Manuscript Additional 49622) , XVI sec.

Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1980

Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe […] Ma qui, qui…» ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro [il secondo libro della Poetica del filosofo greco Aristotele, dedicato alla commedia] che Guglielmo teneva davanti, «qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e perfida teologia […]. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è il timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? […]. Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!».

F. Rabelais, Ai lettori, in Gargantua e Pantagruel, 1535

«Cari amici, se leggermi vorrete
liberatevi prima d’ogni affanno
e leggendo non vi scandalizzate:
qui non c’è né miasma né malanno.
Vero è che ben poco crescerete
in perfezione salvo che nel ridere.
Ma qual più degno tema in cuore eleggere,
tanto è il duol che vi strugge e vi fa piangere?
Meglio di riso che di pianto scrivere,
poiché è dell’uomo e di lui solo il ridere.

Il riso ha la forza straordinaria di avvicinare l’oggetto; esso introduce l’oggetto in una zona di brusco contatto, dove si può  familiarmente tastarlo da tutte le parti, capovolgerlo, rivoltarlo, guardarlo dall’alto e dal basso, spezzarne l’involucro esteriore, gettare uno sguardo nel suo interno, dubitarne, scomporlo, smembrarlo, denudarlo e smascherarlo, studiarlo liberamente, sottoporlo a esperimento. Il riso distrugge la paura e il rispetto di fronte all’oggetto, di fronte al mondo, fa di questo l’oggetto di un contatto familiare e così ne prepara l’analisi assolutamente libera. […] In questo piano (il piano del riso) l’oggetto può essere irriverentemente aggirato da tutte le parti; anzi la schiena e il posteriore dell’oggetto (nonché il suo interno non soggetto a mostra) acquistano in questo piano un significato particolare.
L’oggetto è spezzato e denudato (gli tolgono l’addobbo gerarchico): ridicolo è un oggetto nudo, ridicola la veste “vuota” tolta e separata dal corpo. Si ha un’operazione comica di smembramento».
Epos e romanzo, in G.Lukács – M.Bachtin e altri, Problemi di teoria del romanzo, Einaudi, Torino 1976

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Nato dagli ozi colti di François Rabelais, monaco, medico, filologo, naturalista, umanista e viaggiatore, Gargantua e Pantagruele prolifera fuori di ogni piano per vent’anni e per mille pagine, per metà robusta buffonata epico-popolare, per metà intriso dell’energia morale di un grande intellettuale del Rinascimento… Il suo mondo, e il suo modo di raccontare, sono incoerenti, capricciosi, multicolori, pieni di sorprese; proprio per questo, il mondo di Rabelais è bello, è pieno di gioia, non domani ma oggi… eppure il savio Rabelais conosce bene la miseria umana; la tace perché, buon medico anche quando scrive, non l’accetta, la vuole guarire: ‘Mieulx est de ris que de larmes escrire/ Pour ce que rire est le propre de l’homme.’

Primo Levi, L’altrui mestiere: François Rabelais, Einaudi, 1985

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                                                     Yue MinJun, Senza titolo, 1994

Giacomo Leopardi, Pensieri, LXXVIII, 1835

Due o più persone in un luogo pubblico o in un’adunanza qualsivoglia, che stieno ridendo tra loro in modo osservabile, né sappiano gli altri di che, generano in tutti i presenti tale apprensione, che ogni discorso tra questi divien serio, molti ammutoliscono, alcuni si partono, i più intrepidi si accostano a quelli che ridono, procurando di essere accettati a ridere in compagnia loro. Come se si udissero scoppi di artiglierie vicine, dove fossero genti al buio: tutti n’andrebbero in scompiglio, non sapendo a chi possano toccare i colpi in caso che l’artiglieria fosse carica a palla. Il ridere concilia stima e rispetto anche dagl’ignoti, tira a se l’attenzione di tutti i circostanti, e dà fra questi una sorte di superiorità. E se, come accade, tu ti ritrovassi in qualche luogo alle volte o non curato o trattato con alterigia o scortesemente, tu non hai a far altro che scegliere tra i presenti uno che ti paia a proposito, e con quello ridere franco e aperto e con perseveranza, mostrando più che puoi che il riso ti venga dal cuore: e se forse vi sono alcuni che ti deridano, ridere con voce più chiara e con più costanza che i derisori. Tu devi essere assai sfortunato se, avvedutisi del tuo ridere, i più orgogliosi e i più petulanti della compagnia, e quelli che più torcevano da te il viso, fatta brevissima resistenza, o non si danno alla fuga, o non vengono spontanei a chieder pace, ricercando la tua favella, e forse profferendotisi per amici. Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.

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Il motto di spirito e l’inconscio

Il motto di spirito è stato indagato da Sigmund Freud (1856-1939), il fondatore della psicanalisi, in un suo importante scritto: Il  motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905). È un ampio studio che, prendendo le mosse dall’analisi del Witz (con questo termine tedesco Freud identifica sia la battuta di spirito sia la facoltà costruttrice dei motti), estende la riflessione ai meccanismi psichici che presiedono alla comicità. Molteplici e interessantissime sono le implicazioni del saggio di Freud, peraltro molto complesso.
Qui ne ricordiamo alcune di più immediata suggestione.
Fondamentale è innanzitutto l’analogia constatata da Freud fra le tecniche relative alla produzione del motto di spirito e i meccanismi di elaborazione dei sogni (analizzati dallo studioso pochi anni prima nel celebre saggio L’interpretazione dei sogni, 1900): in particolare la tendenza all’abbreviamento (alla condensazione propria delle figurazioni oniriche corrisponde il risparmio di parole proprio del motto di spirito), alla figurazione mediante doppio senso o controsenso, l’uso dell’allusione ecc. La stretta analogia verificata da Freud tra sogno e motto di spirito lo induce a ipotizzare processi inconsci alla base dei meccanismi di produzione, appunto, dei motti di spirito.
Nel procedere della sua acuta indagine, Freud distingue fra il motto innocente, fine a se stesso, che provoca un piacere moderato, e il motto tendenzioso, molto più irresistibile, capace di suscitare grande ilarità a prescindere dall’efficacia della sua strutturazione: si tratta del motto che Freud definisce «ostile» (al servizio cioè della satira, dell’aggressione, della difesa) oppure «osceno» (al servizio del «denudamento»). La seconda tipologia riguarda le battute di spirito, assai diffuse, in cui si utilizza la scurrilità. L’allusione intenzionale a fatti e rapporti sessuali, secondo Freud «va equiparata a un tentativo di seduzione», essendo la scurrilità «una sorta di denudazione della persona di sesso diverso verso la quale è diretta».
«Se poi un uomo, in una compagnia maschile, si diletta a raccontare o ascoltare scurrilità, ciò ricrea la situazione originaria che, a causa delle inibizioni sociali, non può realizzarsi» ovvero l’aggressione sessuale. Anche se nessuna donna è fisicamente presente all’enunciazione di battute oscene, di fatto è come se lo fosse, perché il motto osceno tende a ricreare una situazione di seduzione-aggressione che per le inibizioni sociali non può realizzarsi consentendo il soddisfacimento della pulsione sessuale che l’opera di rimozione della civiltà censura e reprime. Allo stesso modo il motto ostile ci compensa della repressione di un altro istinto fondamentale, quello dell’aggressività, e ci permette di attaccare il nemico, sfruttandone il lato ridicolo.»
Secondo Freud quindi i motti tendenziosi provocano piacere in chi li ascolta, divertono perché viene soddisfatta una propensione che altrimenti resterebbe disattesa. Allora la risata sarebbe espressione della liberazione di un’energia psichica prima impiegata per inibire determinate pulsioni.
Se è però richiesto un eccessivo lavoro mentale per decifrare il motto, se il motto richiede troppa energia intellettuale, insomma, i conti non tornano più, il motto non svolge la sua funzione liberatoria di energie psichiche impiegate nella repressione. Freud afferma anche che per apprezzare un motto di spirito, e cioè per avvertirlo come spiritoso, occorre un’identità di struttura psicologica fra chi conia il motto e chi lo ascolta, occorre una sintonia che presuppone anche l’appartenenza a uno stesso mondo culturale e linguistico: «ridere degli stessi motti è prova di una vasta concordanza psichica».
Le citazioni sono tratte da S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, in Opere, vol. 5, Bollati Boringhieri, Torino 1989.

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Alessandro Pagnini, Rido dunque (forse) penso, “Il Sole 24 ore – Domenicale”, 21 ottobre 2012

Che cos’è l’umorismo? Disimpegno emotivo, palestra per lo spirito critico, affrancamento dell’intelletto. Ecco le tesi più consolidate

Woody Allen diceva che ridere è la cosa più divertente che si possa fare con i vestiti addosso. La consideriamo una battuta umoristica e reagiamo spontaneamente ridendo. Ma poi arriva il filosofo, e non importa che sia un seguace di Platone nemico del riso in quanto emozione che offusca l’autocontrollo razionale; chiunque sia, ci complica le cose e ci insinua dubbi.
Ci dice che non si ride solo divertendoci, come insegna il caso famoso della donna che morì dal ridere per un danno cerebrale raccontato del neurofisiologo Ramachandran, come dimostra anche l’hilaritas come manifestazione di santità in san Francesco; che non ci si diverte necessariamente ridendo, giacché il grottesco, il macabro, l’orrido e il fantastico ci divertono spesso inquietandoci; che divertimento e umorismo non sono sempre alleati, perché l’arguzia o un atteggiamento scherzoso verso le debolezze umane possono essere considerati esempi di cinismo o di misantropia, tutt’altro che divertenti. Per non commentare poi la nostra reazione “spontanea”: perché qui il filosofo discuterebbe se se ne debba occupare l’estetica, o la biologia, o la sociologia, o tutt’e tre. E allora è giusto fare quello che fa Morreall Filosofia dell’umorismo. Origine, etica e virtù della risata (Sironi, Milano): prendere atto che c’è un uso difforme di termini come “umorismo” e “divertimento”, che vanno spiegati attraverso l’analisi di casi paradigmatici, rinunciando a trovare condizioni necessarie e sufficienti che li definiscano, e soprattutto non contentandoci della speculazione filosofica, ma interrogando anche la psicologia
evoluzionista, la neurofisiologia, le scienze cognitive e guardando poi insieme sia all’estetica che all’etica.
A dire il vero le scienze non hanno dato contributi così decisivi a una definizione di umorismo. Per le neuroscienze è ancora dubbia una precisa individuazione delle aree cerebrali interessate all’umorismo, e si danno esiti contraddittori quando con il brain imaging osserviamo reazioni a situazioni comiche tra cervelli normali e cervelli danneggiati. L’unica cosa che è consentito di concludere senza controversia è che il gioco sociale e l’umorismo condividono sostrati neurali comuni. L’impatto emozionale dipende per gioco e umorismo da regioni subcorticali del cervello, mentre dal punto di vista funzionale sembra accertato, come lo stesso Morreall ci dice, che il senso dello humour si sia evoluto dal momento in cui gli esseri umani hanno cominciato a trarre piacere da certi slittamenti cognitivi; all’origine probabilmente dopo un falso allarme, poi giocando con comportamenti fintamente aggressivi, come la lotta, il solletico, il darsi la caccia, e infine ripetendo e comunicando col linguaggio («il modo più semplice di giocare con i pensieri e giocare con le parole») quell’esperienza di sollievo derivata dallo “scarto” tra quello che si presuppone o quello su cui una descrizione richiama l’attenzione e la “chiusura” inaspettata. Come quando Woody Allen dice, in un classico motto di spirito, «Non solo Dio non esiste», facendoci sintonizzare con la seriosità di un discorso filosofico, e poi continua, scartando inaspettatamente sul triviale, «ma provatevi a trovare un idraulico nel fine settimana!».
La scienza dunque si limita a una spiegazione funzionale e a raccontare una genesi adattativa del riso che promuove lo sviluppo epigenetico di cervelli sociali (nell’uomo come anche nei topi). Ma per quanto riguarda l'”essenza” dello humour, non ci dice di più di quanto dicessero Kant o Schopenhauer. È la teoria filosofica dell'”incongruenza” quella che si avvicina di più all’essenza dell’umorismo, e Kant stesso, che la fa sua da Hutcheson, accosta l’umorismo al gioco d’azzardo e al gioco di suoni (la musica) chiamandolo “gioco di pensieri”. Un gioco che provoca emozioni? Morreall, controcorrente, sostiene di no. Perché se il divertimento umoristico condivide con le emozioni alcuni mutamenti fisiologici e la percezione di tali mutamenti, nelle emozioni (di paura o di rabbia, per esempio) tali mutamenti sono causati da pensieri e desideri allo scopo di provocare azioni adattative, mentre nel caso dell’umorismo pensieri, desideri e spinta a compiere azioni adattative non sono richiesti. Se rido di una melanzana bernoccoluta che associo alla testa e al naso di Nixon, non ho bisogno di credere e desiderare alcunché circa quella melanzana per provare ilarità. Kant forse era stato più analitico nell’indicare le peculiarità dell’umorismo nel “conflitto” delle nostre facoltà. I pensieri che “giocano” nell’umorismo non sono costituiti dall’attività dell’intelletto. Non sono veri pensieri e tantomeno credenze. Pensare per ridere è un paradosso intollerabile per la ragione; e qui Kant dice in termini assai interessanti che l’intelletto è in questo caso anticipato dal riso, in qualche modo tagliato fuori da quel mutamento fisiologico salutare che di per sé non sortisce nulla. E dunque non può essere l’intelletto a provar piacere «per un pensiero che in fondo non rappresenta niente», ma il corpo, che reagisce in modo salutare con un puro perdersi nel movimento delle viscere, del diaframma e dei polmoni.
Comunque, che sia disimpegno emotivo o affrancamento dall’intelletto, lo humour va eticamente e paideuticamente incoraggiato. Aiuta la razionalità e la flessibilità mentale, ci rende più sensibili alla complessità degli eventi e favorisce un atteggiamento curioso, critico e creativo per guardare alle nostre vite. E forse anche alla morte. Morreall ricorda le ultime parole di Oscar Wilde morente: «Questa carta da parati è atroce. Uno di noi due se ne deve andare». E commenta da filosofo morale: «Muori ridendo. È l’ultimo sollievo comico».

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La via Lattea: arte, letteratura, musica.

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Tintoretto. L’origine della via Lattea, 1575, National Gallery, Londra

C. CORVINO, Passeggiate interstellari, “Il Manifesto”, 6 agosto 2015

 La Via Lattea e le sue leggende. Una galassia nata dal latte fuoriuscito dal seno della dea Era, per i greci e della Madonna, per i cristiani. Il liquido si sparse nel cielo e fu così che le anime poterono dissetarsi lungo il tragitto

In tutte le culture umane ritroviamo dettagliate descrizioni di viaggi compiuti in sogno, in estasi o dopo la morte. Esplorazioni di mondi misteriosi la cui durata è ignota e il ritorno incerto. In questa geografia dell’altrove la stessa idea di viaggio è stata plasmata nei millenni per rendere familiare ciò che per definizione è oscuro e inconoscibile. Così come nella sua vita reale l’uomo costruisce strade, ponti, palazzi, così fa per l’altro mondo, nei viaggi dell’anima fuori dal corpo, creando una sorta di topografia dell’aldilà che ha il doppio scopo di delimitare e ridefinire l’ignoto e rassicurare l’esistenza di coloro che sopravvivono.
Bruce Chatwin nel suo Le vie dei canti ha mostrato come anche per gli aborigeni australiani il territorio non fosse solo un luogo geografico ma un insieme di storie, di canti, di ricordi: nel loro ciclico walkabout per i monotoni deserti percorrevano i luoghi impregnandoli di miti e di significato, compiendo una sorta di deambulazione insieme musicale, religiosa e geografica.
Guardando il cielo notturno, tutti noi veniamo presi da un ineffabile senso di smarrimento molto più potente di quello provato di fronte a una pianura, un mare o un deserto, per quanto sconfinati essi siano. Le costellazioni, sorta di mitici «unisci i puntini» enigmistici, bastano appena a narrare qualche rassicurante storia dalle lontane origini greche. Ma l’intera nostra galassia è un gigantesco walkabout narrativo ancora oggi vivente nelle culture umane, soprattutto italiane.

Quel meraviglioso tappeto di luce che vediamo sopra le nostre teste di notte è un gigantesco disco stellare dal diametro di centomila, centocinquantamila anni luce, illuminato da miliardi di stelle: duecento, forse quattrocento. Immaginando un modellino in scala della Via Lattea, di diametro di centotrenta chilometri, il nostro sistema solare occuperebbe appena due millimetri.

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La porta dei due mondi

La Via Lattea non è solo bella da vedere, ma anche buona da pensare. Per la scienza, così come anche per Christopher Nolan nel suo ultimo film, Interstellar, può anche essere un enorme wormhole, un Ponte di Einstein-Rosen in grado di trasportare da un punto all’altro dell’Universo con una velocità superiore a quella della luce. È su questa teoria, infatti, che si basa il viaggio degli astronauti protagonisti del film, alla disperata ricerca di una nuova casa per l’umanità.
Che la Via Lattea sia un ponte non l’ha ipotizzato né Einstein né il fisico teorico Kip Thorne (consulente e produttore di Interstellar), ma lo narravano secoli prima tante culture umane, dotte e popolari, che l’immaginavano come una strada, una porta o un ponte che il defunto avrebbe dovuto attraversare per giungere alla sua dimora eterna. Ne parlava Macrobio nel V secolo nel suo Commentarius in Somnium Scipionis, là dove descriveva la Via Lattea come una strada che «tagliava» i due tropici, del Capricorno e del Cancro: «i fisici li chiamarono porte del sole… Attraverso queste porte si crede che le anime passino dal cielo sulla terra e risalgano dalla terra al cielo». Mille anni prima anche la religione zoroastriana conobbe un ponte «del discernimento» il Cinvat peretu, sul quale passavano le anime dei defunti: quelle dei giusti più facilmente, visto che il ponte si allargava al loro incedere.
Le diverse tradizioni «galattiche» sembravano concordare su di una cosa: le anime, insieme agli dei, vivono in uno spazio siderale fatto di latte, alimento primario per entrambi. Ecco perché gli uomini lo cercano appena nati: perché le loro anime, prima di incarnarsi nei corpi, si nutrivano di questa bianca sostanza «galactica». Ne è certo Pitagora, che «chiama Ade la Via Lattea ed il luogo delle anime» e sostiene che «presso alcuni popoli il latte era offerto come libagione agli dèi purificatori delle anime, e il latte è il primo nutrimento di coloro che cadendo vengono generati».

The Church, Under The Milky Way, 1988

Pellegrinaggio di san Giacomo

La stessa galassia nacque dal latte fuoriuscito dal seno di Hera. Soltanto chi avesse bevuto dal suo seno, infatti, avrebbe ottenuto l’immortalità, pur non avendo origini completamente divine. Così Zeus riuscì con l’inganno a far bere al seno della dea il figlio Herakles ma, quando questa se ne accorse, allontanò con violenza il piccolo (o in altre versioni l’eroe oramai adulto) e il suo latte si sparse per tutto il cielo formando la Via Lattea.
Era inevitabile che questo nucleo mitico si iscrivesse nel leggendario cristiano e in particolare nel ciclo nato intorno a Maria: una leggenda abruzzese racconta che un giorno il piccolo Gesù andò al tempio a disputare con i dottori, mentre la Madonna lo cercava per ogni dove, versando il latte del suo seno lungo il tragitto. Da questa bianca striscia di latte ebbe origine la galassia.
Sempre in Abruzzo, ma in realtà con un areale di portata europea, il nostro ammasso stellare è anche conosciuto come «la strade de san Giacume de Halizie», con riferimento a san Giacomo, fratello maggiore di Giovanni e figlio di Zebedeo e Salomé. Festeggiato il 25 luglio, giorno della traslazione delle sue ossa da Gerusalemme in Galizia, nel medioevo fu considerato patrono dei pellegrini e per questo raffigurato con un lungo bastone e un largo cappello, per difendersi dalla pioggia. Altro fondamentale attributo iconografico è la conchiglia, simbolo di coloro che si recavano in pellegrinaggio al suo santuario di Compostela.
Il legame tra il santo e la bianca via celeste è antico, se già ne parla Dante nel Convivio: «quello bianco cerchio che lo vulgo chiama la via di Sa’ Iacopo»; e il contemporaneo Giordano da Pisa in una delle sue prediche: «Quelle stelle che volgarmente i laici chiamano la via di San Iacopo». Il pellegrinaggio al santuario in Galizia, a nord-ovest della Spagna, era uno dei più noti e affollati nell’Europa medievale, così come lo è ancor oggi.
La sua leggenda comincia a diffondersi a tappeto soprattutto nel XII secolo, quando apparve il Liber S. Jacobi, un’imponente opera di propaganda contenente inni, panegirici, sermoni e miracoli del santo, oltre una vera e propria Guida per il pellegrino e la Cronaca di Turpino (un monaco dell’VIII secolo), piena di elementi tipici delle chansons de geste.
Qui si racconta di un famoso sogno di Carlo Magno: san Giacomo gli appare incitandolo a liberare dai musulmani la sua tomba in Galizia e gli indica la direzione da seguire: un cammino di stelle. Fu in quel periodo che la piccola cittadina cambiò il nome da Iria a Campus stellae, Compostela. Toccò a Carlo ristabilire la via interrotta tra Oriente e Occidente, unificare il mondo cristiano ma anche il mondo dei vivi e quello dei morti. Un programma impegnativo che vedrà protagonisti tutti i paladini della Chanson de Roland, il poema nazionale francese. Lo stesso Turpino divenne l’archetipo del monaco combattente, caduto a Roncisvalle accanto al paladino Orlando.

La Via della Paglia

Se l’origine del nome Via Lattea appare evidente, resta un po’ misterioso un altro termine col quale è conosciuta la galassia in un’area compresa tra il deserto del Gobi fino alle coste africane dell’Atlantico e dal nord del Caucaso al Danubio e fino all’Etiopia: La Via della Paglia. Termine che ritroviamo anche in alcune leggende italiane, dove san Giacomo attraversando il cielo verso Compostela perdeva della paglia sul cammino. Alcuni studiosi hanno voluto vedere l’origine di questa «strada» nella enorme diffusione della cultura musulmana, che portava sempre con sé la paglia per i cavalli. Potrebbe essere una spiegazione, se non fosse che questa «strada» la ritroviamo anche nel leggendario armeno precristiano legato al dio del fuoco e della guerra Vahagn, che un freddo giorno d’inverno rubò della paglia al re assiro Barsham, perdendone nel trasporto celeste e dando così vita alla «Strada del ladro di paglia».
A rendere ancor più «misteriosa» questa celeste Via vegetale è il fatto che in alcune zone d’Europa, come forma di derisione per la rottura di un fidanzamento o per un’unione non ben vista dalla pubblica opinione, si spargeva della paglia (ma anche crusca, segatura, strame, gesso e talvolta letame) tra le porte delle case dei due «ex», creando così una «Via di paglia» molto terrena. Che fosse un augurio di morte fatto cinicamente ai due ex promessi sposi, oppure un invito a prendere una strada di ravvedimento, quasi un pellegrinaggio, che avrebbe cambiato i loro destini? Oppure un’allusione alla immorale segretezza della loro unione, che doveva avvenire di notte e in silenzio? Ricordiamo che, in un mondo abitato da carretti e carrozze, si spargeva la paglia sulle strade quando non si voleva provocare rumore. Come avveniva nella Milano dell’Ottocento in un racconto di Giuseppe Rovani: «…un lungo strato di paglia copriva quasi tutto il selciato della via… (…) Le carrozze, i carri, le carrette cessavano di far rumore appena impigliavano le ruote in quello strame. La qual cosa, tanto allora come adesso, voleva dire che giaceva là presso gravemente ammalato un beneficiato della fortuna» (Cento anni).

Franco Battiato,  Via Lattea, da Mondi Lontanissimi, 1985

ANTOLOGIA

Eratostene,  Catasterismi, 44
Si dice che il circolo di stelle visibile sia denominato Via Lattea. Infatti non è possibile rendere onori divini ai figli di Giove, se non a colui fra questi che succhiò la mammella di Era; perciò si narra che Ermes avesse condotto Eracle neonato in Olimpo e lo avesse avvicinato al seno (di Era) affinché lo allattasse. Quando Era se ne accorse lo buttò giù, e in questo modo (il latte) versandosi in abbondanza formò la Via Lattea.

Cicerone, Somnium Scipionis

(15) Atque ut ego primum fletu represso loqui posse coepi: ‘Quaeso’, inquam, ‘pater sanctissime atque optime, quoniam haec est vita, ut Africanum audio dicere, quid moror in terris? Quin huc ad vos venire propero?’ ‘Non est ita,’ inquit ille. ‘Nisi enim deus is, cuius hoc templum est omne, quod conspicis, istis te corporis custodiis liberaverit, huc tibi aditus patere non potest. Homines enim sunt hac lege generati, qui tuerentur illum globum, quem in hoc templo medium vides, quae terra dicitur, iisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas vocatis, quae globosae et rotundae, divinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili. Quare et tibi, Publi, et piis omnibus retinendus animus est in custodia corporis nec iniussu eius, a quo ille est vobis datus, ex hominum vita migrandum est, ne munus humanum assignatum a deo defugisse videamini.

E io, non appena riuscii a trattenere le lacrime e potei riprendere a parlare: «Ti prego», dissi, «padre mio santissimo e ottimo: se questa è la vera vita, a quanto sento dire dall’Africano, come mai indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?»10. «No», rispose. «Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, non può accadere che per te sia praticabile l’accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col seguente impegno, di custodire quella sfera là, chiamata terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste; a loro viene fornita l’anima dai fuochi sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi sferici che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Anche tu, dunque, Publio, come tutti gli uomini pii, devi tenere l’anima sotto la sorveglianza del corpo, né sei
tenuto a migrare dalla vita degli uomini senza il consenso del dio da cui l’avete ricevuta, perché non sembri che intendiate esimervi dal compito umano assegnato dalla divinità.

(16) Sed sic, Scipio, ut avus hic tuus, ut ego, qui te genui, iustitiam cole et pietatem, quae cum magna in parentibus et propinquis tum in patria maxima est; ea vita via est in caelum et in hunc coetum eorum, qui iam vixerunt et corpore laxati illum incolunt locum, quem vides.’ Erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens. ‘Quem vos, ut a Graiis accepistis, orbem lacteum nuncupatis.’ Ex quo omnia mihi contemplanti praeclara cetera et mirabilia videbantur. Erant autem eae stellae, quas numquam ex hoc loco vidimus, et eae magnitudines omnium, quas esse numquam suspicati sumus; ex quibus erat ea minima, quae ultima a caelo, citima a terris luce lucebat aliena. Stellarum autem globi terrae magnitudinem facile vincebant. Iam ipsa terra ita mihi parva visa est, ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius attingimus, paeniteret.

16 Ma allo stesso modo, Scipione, sull’esempio di questo tuo avo e come me che ti ho generato, coltiva la giustizia e il rispetto, valori che, già grandi se nutriti verso i genitori e i parenti, giungono al vertice quando riguardano la patria; una vita simile è la via che conduce al cielo e a questa adunanza di uomini che hanno già terminato la propria esistenza terrena e che, liberatisi del corpo, abitano il luogo che vedi» – si trattava, appunto, di una fascia risplendente tra le fiamme, dal candore abbagliante -, «che voi, come avete appreso dai Greci, denominate Via Lattea». Da qui, a me che contemplavo l’universo, tutto pareva magnifico e meraviglioso. C’erano, tra l’altro, stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre, le dimensioni di tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo mai creduto; tra di essi, il più piccolo era l’astro che, essendo il più lontano dalla volta celeste e il più vicino alla terra, brillava di luce riflessa. I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro
dominio, con il quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo.

Ovidio, Metamorfosi,  I, vv. 168-169

Est via sublimis, caelo manifesta sereno;
lactea nomen habet, candore notabilis ipso.

C’è una via sublime, visibile nel cielo sereno
Si chiama “lattea”, per il candore straordinario

Pieter Paul Rubens, L’origine della Via Lattea, 1635 ed il 1638, Museo del Prado, Madrid

Plinio, Naturalis historia, XVIII 280-281

[…] C’è inoltre nel cielo un cerchio che è chiamato Via Lattea (da esso, come da una mammella, sgorga il latte di cui si nutrono tutti i seminati) ed è facile anche da riconoscere se si osservano due costellazioni, nella parte settentrionale l’Aquila e in quella meridionale la Canicola, che abbiamo a suo luogo ricordata. La Via Lattea stessa attraversa il sagittario e i Gemelli, tagliando due volte l’orbita equinoziale lungo l’asse centrale del Sole: le due intersezioni sono occupate l’una dall’Aquila e l’altra dalla Canicola.

Dante, Convivio, II, 14

La Galassia non è altro che moltitudine di stelle fisse in quella parte tanto picciole che distinguer di quaggiù non le potemo; ma di loro apparisce quello albore, il quale noi chiamiamo Galassia.

Dante, Paradiso XIV, vv. 97-102

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra’ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo…

Syd Barrett, Milky Way, recorded 7 June 1970, in “Opel”, 1988

Galileo Galilei, Sidereus Nuncius (Il messaggero stellare), 1609

[…] Quod tertio loco a nobis fuit observatum, est ipsiusmet LACTEI Circuli essentia, seu materies, quam Perspicilli beneficio adeo ad sensum licet intueri, ut et altercationes omnes, quæ per tot sæcula philosophos excruciarunt, ab oculata certitudine dirimantur,
nosque a verbosis disputationibus liberemur. Est enim GALAXIA nihil aliud, quam innumerarum Stellarum coacervatim consitarum congeries: in quamcumque enim regionem illius Perspicillum dirigas, statim Stellarum ingens frequentia sese in conspectum profert, quarum complures satis magnæ ac valde conspicuæ videntur; sed exiguarum multitudo prorsus inexplorabilis est.

Quello che in terzo luogo osservammo, è l’essenza o materia della via Lattea, la quale attraverso il cannocchiale si può vedere così chiaramente che tutte le discussioni per tanti secoli cruccio dei filosofi, si dissipano con la certezza della sensata esperienza, e noi
siamo liberati da sterili dispute. La Galassia infatti non è altro che un ammasso di innumerabili stelle disseminate a mucchi, che in qualunque parte di essa si diriga il cannocchiale, si offre subito alla vista un grandissimo numero di stelle, parecchie delle quali si vedono grandi e ben distinte, mentre la moltitudine delle piccole è affatto inesplorabile.

La nostra galassia potrebbe essere un enorme wormhole, o cunicolo spazio-temporale, come quello del film “Interstellar”.

Pascoli, L’imbrunire, da Canti di Castelvecchio, 1903

Cielo e Terra dicono qualcosa
l’uno all’altro nella dolce sera.
Una stella nell’aria di rosa,
un lumino nell’oscurità.

I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l’ora s’arresti,
nell’attesa di ciò che sarà.

Tre pianeti su l’azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.

Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.

Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c’è dentro un tumulto giocondo
che non s’ode a due passi di là.

E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d’ogni focolare.
La Via Lattea s’esala nel cielo,
per la tremola serenità.

 

Luis Buñuel,  La via lattea, 1969

A broad and ample road, whose dust is gold,

And pavement stars,—as stars to thee appear
Seen in the galaxy, that milky way
Which nightly as a circling zone thou seest
Powder’d with stars.

J. Milton, Paradise Lost,  Book VII,  577 sgg.

Immagini e versi: Aimee Nezhukumatathi, ORIGINE DELLA VIA LATTEA.  Sul dipinto di Tintoretto. CLICCA QUI.

360-degree panorama view of the Milky Way (an assembled mosaic of photographs) by ESO. The galactic centre is in the middle of the view, with galactic north up.

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Aspettando i barbari

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Eugène Delacroix, Attila suivi de ses hordes barbares, 1838-1847, Palais Bourbon, Paris

Paul Verlaine, Languore, 1884

Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.

Soletta l’anima soffre di noia densa al cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
o non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!

O non potervi, o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!

Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima!

Poesie, trad. di L. Frezza, Rizzoli, Milano, 1974

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J. K. Huysmans, À rebours [Controcorrente],  1884. Trad. di Camillo Sbarbaro

La seconda metà del quinto secolo era venuta; l’epoca spaventosa in cui la terra sembrò vacillare sulle sue fondamenta. I Barbari saccheggiavano la Gallia; Roma paralizzata, messa a ferro e fuoco dai Visigoti, avvertiva il gelo della fine; vedeva le sue più lontane provincie, l’Oriente e l’Occidente, dibattersi nel sangue, ogni giorno più esaurirsi.
In mezzo allo sfacelo generale, mentre uno dopo l’altro i Cesari cadevano assassinati, fra gli urli che s’alzavano dalle carneficine di cui l’Europa da un capo all’altro s’insanguinava, più forte d’ogni voce, dominando ogni clamore, un urrà raccapricciante echeggiò. Sulla riva del Danubio, migliaia d’uomini, piantati su piccoli cavalli, avviluppati in casacche fatte di pelli di topo, dei Tartari orrendi, con enormi teste, nasi schiacciati, menti scavati da sfregi e cicatrici, glabre facce di itterici, si precipitano ventre a terra, circondano d’un turbine le terre dei Bassi Imperi.
Tutto sparì nella polvere che il loro galoppo sollevava, nel fumo degli incendi. La notte si fece; ed i popoli interroriti tremarono udendo passare col rombo d’un tuono il ciclone devastatore. L’orda degli Unni spianò l’Europa, irruppe nella Gallia, dove nelle piane di Châlons Ezio la macellò in una memorabile carica. La pianura, imbevuta di sangue, schiumò come un mare di porpora. Duecentomila cadaveri, sbarrando la strada, infransero l’impeto di quella valanga, che, deviata, precipitò con schianti di folgore sull’Italia, dove le città messe a sacco arsero come mucchi di fieno.
All’urto, l’Impero d’Occidente crollò; la vita di moribondo che trascinava nell’imbecillità e nel lordume si spense. La fine del mondo pareva del resto vicina: le città risparmiate da Attila, le decimava la fame e la peste. Il latino sembrò restar schiacciato pur lui sotto le macerie del mondo.

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Ulpiano Checa, Invasione dei barbari (1887)

Konstantinos Kavafis, Aspettando i barbari [Περιμένοντας τους Βαρβάρους], 1898

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia no Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

Poesie, a cura di Filippo Maria Pantani, Oscar Mondadori, Milano, 1961

Wilderness lost to us
Wilderness we reach out
Wilderness we must embrace you once more
Shining brightly snow is pure
When the barbarians approach on the frontiers
Of a civilization it is a sign of crisis in
That civilization when the barbarians come
Not with weapons of war but songs and
Icons of peace it is a sign of crisis is one
Of a spiritual nature that a spiritual nature
We have forgotten our spiritual nature
‘Cause we are wrapped up in too much shit
All day all night…

Friedrich Dürrenmatt , Romolo il Grande [Romulus der Große, 1949], Marcos Y Marcos 2012

PIRAMO Per sessant’anni abbiamo servito lo stato romano, sotto undici successivi imperatori. Trovo perciò storicamente incomprensibile che ora esso cessi di esistere mentre noi siamo ancora in vita.
ACHILLE Io mi proclamo altamente innocente di questa fine; sono sempre stato un perfetto cameriere.
PIRAMO Noi due siamo stati in ogni senso le uniche colonne veramente salde di questo impero.
ACHILLE E quando lasceremo l’impiego, allora sí che si potrà dire: Ecco, è finita l’antichità classica!

Silenzio.

PIRAMO E pensare che si appressa un’epoca in cui non si parlerà neanche più latino e greco, ma delle lingue strane e incomprensibili come questo germanico!
ACHILLE E immaginarsi che le redini della politica mondiale finiranno in mano a capi tribù germanici, a cinesi e altri barbari, gente che non ha un centesimo della nostra educazione! Arma virumque cano, io so tutto Virgilio a memoria!
PIRAMO Menin Aeide thea, io tutto Omero!
ACHILLE Comunque sia, l’epoca che sta per iniziare sarà veramente orribile.
PIRAMO Eh, sì: proprio il più cupo Medioevo. Non vorrei essere troppo pessimista, ma temo che dalla catastrofe odierna l’umanità non si riprenderà mai più.

[…]

ACHILLE Sono i Germani, maestà! I Germani sono arrivati!
ROMOLO E va bene, vuol dire che dovrò riceverli.
PIRAMO Vostra maestà desidera forse la spada dell’impero?
ROMOLO Come mai? Non è ancora impegnata?

Piramo guarda Achille implorando soccorso.

ACHILLE Nessun banco di pegni l’ha voluta prendere, sommo Cesare. è tutta arrugginita e le gemme imperiali di cui era incrostata le aveva staccate vostra maestà in persona.
PIRAMO Vostra maestà, vuole che vada a prenderla?
ROMOLO Le spade dell’impero, caro Piramo, è meglio lasciarle in un cantone.
PIRAMO Vostra maestà è servita?
ROMOLO Ancora un po’ di vin greco. (Piramo versa tremando).
E adesso potete pure andare. L’imperatore non ha piú bisogno di voi. Siete sempre stati dei camerieri impeccabili.

I due escono tremando. L’imperatore beve un bicchierino di vin greco. Da destra entra un Germano. Cammina in un modo del tutto libero e normale; è una persona fine, e oltre ai calzoni non ha niente di barbarico. Esamina la stanza come se stesse in un museo, e ogni tanto annota qualcosa in un taccuino che estrae da una borsa di cuoio. Ha indosso i calzoni e un’ampia veste leggera; in testa ha un cappello a larghe falde. Il tutto non è affatto guerriero, salvo una spada che porta al fianco. Dietro di lui viene un giovane in uniforme di guerriero, che però non deve avere niente di ridicolo o spettacolare. Il Germano vede per caso tra altre cose anche l’imperatore. I due si guardano meravigliati.

IL GERMANO Un Romano!
ROMOLO Salve.
IL GIOVANE GERMANO (sguaina la spada) Muori, Romano!
IL GERMANO Rinfodera la spada, nipote.
IL GIOVANE GERMANO Va bene, caro zio.
IL GERMANO Scusami, Romano.
ROMOLO Ma ti pare. Tu, dunque, saresti un Germano? (Lo guarda poco convinto).
IL GERMANO Sicuro, e di stirpe antichissima.
ROMOLO Non ci capisco piú nulla.. Tacito vi descrive con occhi azzurri e duri, capelli color rosso scuro e un fisico gigantesco, da veri barbari, mentre a vederti io ti prenderei piuttosto per un botanico bizantino travestito.
IL GERMANO Anch’io i Romani me li ero immaginati assai diversamente. Avevo sempre sentito parlare del loro coraggio, e adesso tu sei l’unico finora che non è scappato via.
ROMOLO Evidentemente abbiamo delle razze un’opinione del tutto sbagliata. E quelli sarebbero dei calzoni, quella roba che hai alle gambe?
IL GERMANO Ma certo.
ROMOLO Ma, è veramente un indumento molto strano, e dove lo abbottoni?
IL GERMANO Davanti.
ROMOLO Ah, molto pratico. Molto pratico davvero. (Beve del vin greco).
IL GERMANO Che cos’è che stai bevendo?
ROMOLO è vin greco.
IL GERMANO Posso assaggiare?
ROMOLO Ma certo. (L’imperatore versa).

Il Germano beve, rabbrividisce.

IL GERMANO Puah, disgustoso! Una bevanda simile non durerà molto. La nostra birra è molto meglio. (Si siede al tavolo accanto a Romolo e si toglie il cappello) Bisogna proprio che ti faccia i complimenti per la Venere che hai nel parco davanti allo stagno.
ROMOLO Perché, è qualcosa di speciale?
IL GERMANO Diavolo, è un Prassitele autentico.
ROMOLO Che scalogna. Ho sempre creduto che fosse una copia, e adesso l’antiquario se n’è andato!

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Romolo Augustolo consegna a Odoacre le insegne imperiali

J. M.Coetzee, Aspettando i barbari , traduzione di Maria Baiocchi, Einaudi, Torino, 2000

Ma l’anno scorso dalla capitale sono cominciate ad arrivare voci di tumulti tra i barbari. Viaggiatori attaccati e depredati su strade prima ritenute sicure. Razzie di bestiame sempre più numerose e più audaci. Ufficiali del censimento scomparsi e ritrovati in fosse poco profonde. Colpi d’arma da fuoco sparati contro un governatore provinciale durante un giro di ispezione. Scontri con la polizia di frontiera. Girava la voce che i barbari si stessero armando. L’Impero doveva prendere le dovute misure perché certamente ci sarebbe stata la guerra.
Di tutti questi tumulti io non ho visto niente. Personalmente mi sono reso conto che, a ogni generazione, a un certo punto si diffonde una specie di isteria sui barbari. Non c’è donna che viva nei territori di frontiera che non abbia sognato la nera mano di un barbaro che l’afferrava per una caviglia spuntando da sotto il letto. Non c’è uomo che non sia stato colto dal terrore al pensiero di un’incursione di barbari nella sua casa: piatti rotti, tende in fiamme, figlie violentate. Questi sogni sono il risultato di una vita troppo tranquilla. Fatemi vedere un esercito di barbari e ci crederò.

Gustavo Aceves, Lapidarium, 2016 (photo: Mario Basilio)

J. M.Coetzee, Aspettando i barbari , traduzione di Maria Baiocchi, Einaudi, Torino, 2000

– Non dirò niente delle ultime incursioni contro di loro, del tutto immotivate, e seguite da atti di spaventosa crudeltà, poiché era in pericolo la sicurezza dell’Impero, o cosí mi si dice. Ci vorranno anni per riparare ai danni fatti in quei pochi giorni. Ma lasciamo stare, piuttosto vorrei parlarle di quello che trovo deprimente come amministratore, anche in tempo di pace, anche quando i rapporti sulla frontiera sono buoni. C’è un periodo dell’anno, lo saprà, in cui i barbari vengono qui per commerciare. Be’, vada a uno qualunque dei banchi del mercato in quel periodo e mi dica chi è che viene truffato sul peso, maltrattato, ingannato. Mi dica chi è che è costretto a lasciare a casa le donne per paura che i soldati le insultino. Chi è che finisce per terra ubriaco e chi è che lo prende a calci. È il disprezzo per i barbari, un disprezzo esibito dall’ultimo dei contadini e degli stallieri. Il disprezzo con cui io, magistrato, ho dovuto scontrarmi per vent’anni. Come si fa a sradicare il disprezzo, soprattutto se è fondato su particolari insignificanti come il diverso modo di stare a tavola o una differenza nella forma della palpebra? Vuole che le dica che cosa vorrei, a volte? Vorrei che questi barbari si sollevassero e ci dessero una lezione, per insegnarci a rispettarli. Pensiamo a questo paese come se fosse solo nostro, parte del nostro Impero: il nostro avamposto, il nostro stanziamento, il nostro centro commerciale. Ma questa gente, questi barbari non la vedono affatto cosí. Sono piú di cento anni che stiamo qui, abbiamo strappato terra al deserto, fatto opere di irrigazione, seminato i campi; abbiamo costruito case solide e circondato la nostra città di mura, ma per loro continuiamo a essere stranieri di passaggio. Ci sono dei vecchi tra loro che ancora ricordano i racconti dei genitori su quest’oasi, su com’era un tempo: un posto ben ombreggiato sulla sponda del lago, con pascoli ricchi perfino d’inverno. È cosí che continuano a parlarne, forse è cosí che la vedono ancora, come se non fosse stato smosso nemmeno un briciolo di terra, come se non fosse stato mai messo un mattone sopra l’altro. Sono sicuri che uno di questi giorni metteremo le nostre cose sui carri e ce ne andremo per tornare da dove siamo venuti, che le nostre case diventeranno rifugio di topi e lucertole e le loro bestie verranno a pascolare nei campi rigogliosi che abbiamo dissodato.

Giorgio Gaber, I Barbari, da Un’Idiozia Conquistata a Fatica, 1996

… E devo dir che siete bravi bravi
siete proprio bravi bravi
che date il vostro contributo
il vostro aiuto festoso e originale
alla caduta  alla caduta
alla caduta dell’Impero Occidentale…

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Gustavo Aceves, Lapidarium, 2016 (photo: Mario Basilio)

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Buon Natale da Illuminationschool

Bob Dylan legge  Twas the Night Before Christmas, di Clement Clarke Moore (1823).

Buon Natale a tutti!

‘Twas the night before Christmas, when all through the house
Not a creature was stirring, not even a mouse;
The stockings were hung by the chimney with care,
In hopes that St. Nicholas soon would be there;
The children were nestled all snug in their beds;
While visions of sugar-plums danced in their heads;
And mamma in her ‘kerchief, and I in my cap,
Had just settled our brains for a long winter’s nap,
When out on the lawn there arose such a clatter,
I sprang from my bed to see what was the matter.
Away to the window I flew like a flash,
Tore open the shutters and threw up the sash.
The moon on the breast of the new-fallen snow,
Gave a lustre of midday to objects below,
When what to my wondering eyes did appear,
But a miniature sleigh and eight tiny rein-deer,
With a little old driver so lively and quick,
I knew in a moment he must be St. Nick.
More rapid than eagles his coursers they came,
And he whistled, and shouted, and called them by name:
“Now, Dasher! now, Dancer! now Prancer and Vixen!
On, Comet! on, Cupid! on, Donner and Blitzen!
To the top of the porch! to the top of the wall!
Now dash away! dash away! dash away all!”
As leaves that before the wild hurricane fly,
When they meet with an obstacle, mount to the sky;
So up to the housetop the coursers they flew
With the sleigh full of toys, and St. Nicholas too —
And then, in a twinkling, I heard on the roof
The prancing and pawing of each little hoof.
As I drew in my head, and was turning around,
Down the chimney St. Nicholas came with a bound.
He was dressed all in fur, from his head to his foot,
And his clothes were all tarnished with ashes and soot;
A bundle of toys he had flung on his back,
And he looked like a pedler just opening his pack.
His eyes — how they twinkled! his dimples, how merry!
His cheeks were like roses, his nose like a cherry!
His droll little mouth was drawn up like a bow,
And the beard on his chin was as white as the snow;
The stump of a pipe he held tight in his teeth,
And the smoke, it encircled his head like a wreath;
He had a broad face and a little round belly
That shook when he laughed, like a bowl full of jelly.
He was chubby and plump, a right jolly old elf,
And I laughed when I saw him, in spite of myself;
A wink of his eye and a twist of his head
Soon gave me to know I had nothing to dread;
He spoke not a word, but went straight to his work,
And filled all the stockings; then turned with a jerk,
And laying his finger aside of his nose,
And giving a nod, up the chimney he rose;
He sprang to his sleigh, to his team gave a whistle,
And away they all flew like the down of a thistle.
But I heard him exclaim, ere he drove out of sight —
“Happy Christmas to all, and to all a good night!”

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23/12/2017 · 00:40