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Docente di Italiano & Latino presso il Liceo Scientifico ''G. Galilei'' di San Donà di Piave - Venezia "Ego vero omnia in te cupio transfundere, et in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam; nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum. Si cum hac exceptione detur sapientia, ut illam inclusam teneam nec enuntiem, reiciam: nullius boni sine socio iucunda possessio est." Seneca, "Epistulae ad Lucilium", I, 6, 4

L’ira funesta

Giambattista Tiepolo, Affreschi di villa Valmarana, Vicenza, 1757: Achille, in preda all’ira, si scaglia contro Agamennone ma viene trattenuto per i capelli dalla dea Minerva

OMERO, Iliade, I, traduzione di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2007

Disse e si mise a sedere. Si alzò allora, pieno di collera, il figlio di Atreo, il potente Agamennone: un nero furore gli riempiva l’animo, gli occhi mandavano lampi di fuoco; e subito, guardando Calcante con odio, disse:
«Profeta di sciagure, mai mi predici qualcosa di buono; sempre il male ti piace svelare, di bene niente, non una parola, mai, che vada a compimento […]»
Lo guardò con odio e gli disse Achille dai piedi veloci:
«Uomo impudente e avido di guadagno, quale mai degli Achei sarà pronto a obbedirti, a seguirti nelle marce o nelle aspre battaglie? Non sono venuto qui a combattere a causa dei Teucri, a me nulla hanno fatto; non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto nella fertile Ftia, terra di eroi: monti pieni d’ombra sono fra noi, e il mare dai molti echi. Te abbiamo seguito, uomo senza vergogna, per tua soddisfazione, per l’onore di Menelao e per il tuo onore, bastardo, nei confronti dei Teucri. Non pensi a questo, non te ne curi; e minacci di togliermi il dono, quello per cui tanto ho penato, quello che mi hanno donato i figli dei Danai. Mai io ricevo un premio eguale al tuo, quando gli Achei distruggono una popolosa città dei Troiani; eppure sono le mie braccia a reggere il peso maggiore della guerra violenta; ma quando è il momento di spartire il bottino, a te tocca il dono più grande mentre io torno alle navi con il mio, piccolo e caro, dopo la fatica della battaglia. Ora però me ne vado a Ftia, perché è molto meglio tornare a casa sulle concave navi piuttosto che rimanere qui senza onore a raccogliere tesori e ricchezze per te».
Gli rispose Agamennone, signore di popoli:
«Vattene, se lo desideri, non sarò io a pregarti di rimanere; altri ho con me che mi faranno onore, e soprattutto Zeus dalla mente accorta.
Fra i re di stirpe divina tu mi sei il più odioso: ami le risse, lo scontro, la guerra; sei molto forte, ma questo è dono divino. Torna in patria con le tue navi e i tuoi uomini, regna sui tuoi Mirmidoni, di te non mi importa, la tua ira non mi turba. Anzi, ti dirò questo: poiché Febo Apollo mi toglie Criseide, la rimanderò indietro sulla mia nave, con i miei uomini. Ma verrò io stesso alla tua tenda e mi prenderò la bella Briseide, il tuo dono, perché tu sappia che sono più forte di te, e anche gli altri si guardino bene dal tenermi testa e parlarmi alla pari».
Disse così. E il dolore colpì il figlio di Peleo; nel suo forte petto si divise il cuore: non sapeva se levare dal fianco la spada affilata, incitare gli altri alla rivolta e uccidere lui stesso l’Atride, o frenare l’impulso e calmare la collera. Mentre era così incerto nel cuore e nell’animo e stava già per estrarre dal fodero la grande spada, Atena scese dal cielo: la mandava Era dalle bianche braccia che amava entrambi gli eroi in modo eguale e aveva cura di entrambi. Si fermò alle sue spalle e lo afferrò per i capelli biondi – apparve a lui solo, nessuno degli altri la vide -; colto da sacro stupore Achille si volse e subito riconobbe Pallade Atena; gli occhi mandavano lampi terribili.

Il lessico greco dell’ira. CLICCA QUI.

File:Peter Paul Rubens - The Wrath of Achilles - Google Art Project.jpg

Peter Paul Rubens, L’ira di Achille, 1630 – 1635, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

Seneca, De ira, I, 1-2, trad. di Mario Scaffidi Abbate

Ut scias autem non esse sanos quos ira possedit, ipsum illorum habitum intuere; nam ut furentium certa indicia sunt audax et minax vultus, tristis frons, torva facies, citatus gradus, inquietae manus, color versus, crebra et vehementius acta suspiria, ita irascentium eadem signa sunt: flagrant ac micant oculi, multus ore toto rubor exaestuante ab imis praecordiis sanguine, labra quatiuntur, dentes comprimuntur, horrent ac surriguntur capilli, spiritus coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus, gemitus mugitusque et parum explanatis vocibus sermo praeruptus et conplosae saepius manus et pulsata humus pedibus et totum concitum corpus magnasque irae minas agens, foeda visu et horrenda facies depravantium se atque intumescentium. […]
2. … nulla pestis humano generi pluris stetit. Videbis caedes ac venena et reorum mutuas sordes et urbium clades et totarum exitia gentium et principum sub civili hasta capita venalia et subiectas tectis faces nec intra moenia coercitos ignes sed ingentia spatia regionum hostili flamma relucentia. Aspice nobilissimarum civitatum fundamenta vix notabilia: has ira deiecit.

Per capire che uno preso dall’ira è uscito di senno basta guardarlo, poiché presenta gli stessi e indubitabili sintomi della follia: come il pazzo ha un’espressione insolente e minacciosa, la fronte accigliata, lo sguardo torvo, il passo nervoso, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro affannoso e frequente, così l’adirato ha gli occhi accesi e fiammeggianti, il viso arrossato per via del sangue che sale e ribolle fin dai precordi, le labbra tremanti, i denti serrati, ispidi e dritti i capelli, il respiro faticoso e stridente, le articolazioni contorte e scricchiolanti, la voce spezzata e confusa mista di gemiti e brontolii, frequenti colpi delle mani, un pestar la terra coi piedi, mentre dal corpo tutto eccitato «schizzano grandi e minacciosi segnali»:2 turpe e orrendo è l’aspetto di un uomo sfigurato dall’ira. […]
sappi che nessuna peste ha procurato più danni all’umanità: stragi, avvelenamenti, accuse reciproche e infamanti, saccheggi, genocidi, teste di re e di personaggi eccellenti messe all’asta e vendute, case bruciate, incendi non solo dentro le mura cittadine ma in territori immensi balenanti di fiamme nemiche. Guarda le fondamenta di città famosissime riconoscibili a stento: è l’ira che le ha distrutte.

Achille affronta Agamennone, mosaico romano, dalla Casa di Apollo a Pompei (VI, 7, 23), Museo Archeologico Nazionale di Napoli,

Seneca, De ira, III, 13, 1-3 (trad. di Costantino Ricci, Seneca, L’ira, BUR Rizzoli, Milano, 2009)

1. Pugna tecum ipse: si vis vincere iram, non potest te illa. Incipis uincere, si absconditur, si illi exitus non datur. Signa eius obruamus et illam quantum fieri potest occultam secretamque teneamus. 2. Cum magna id nostra molestia fiet (cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem), sed si eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In imo pectoris secessu recondatur, feraturque, non ferat. Immo in contrarium omnia eius indicia flectamus: uultus remittatur, uox lenior sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus interiora formantur. 3. In Socrate irae signum erat uocem summittere, loqui parcius; apparebat tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a familiaribus et coarguebatur, nec erat illi exprobratio latitantis irae ingrata. Quidni gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret? Sensissent autem, nisi ius amicis obiurgandi se dedisset, sicut ipse sibi in amicos sumpserat.

Lotta conte stesso:  se vuoi vincere l’ira, essa non può vincere te. Cominci a vincere se la tieni nascosta, se non le dai modo di rivelarsi. Soffochiamo i suoi sintomi e teniamola il più possibile nascosta e invisibile. Ci costerà molta fatica (poiché brama balzar fuori e infiammare il nostro sguardo e mutare il nostro aspetto) , ma se le si concede di rivelarsi esteriormente, ha il sopravvento. La si tenga nascosta nel più profondo del petto e sia sotto il nostro controllo, non noi sotto il suo. Anzi dobbiamo dare segno contrario a tutti i suoi indizi;  lo sguardo si faccia sereno,  la voce più dolce, il passo più lento; a poco a poco anche il nostro stato d’animo si adegua all’aspetto esteriore. In Socrate la voce bassa e il controllo delle parole erano indizio d’ira; era evidente allora che stava lottando con  se stesso. Così veniva scoperto e rimproverato da quelli di casa e non lo contrariava il rimprovero della sua ira nascosta. Perché non avrebbe dovuto esser lieto che molti indovinassero la sua ira, senza che nessuno ne provasse le conseguenze? E le avrebbero sentite, se non avesse concesso agli amici il diritto di rimproverarlo, come egli stesso se lo era preso nei confronti degli amici.

Remo Bodei, IRA. Video RAI. CLICCA QUI.

Pierangela Martina, Aspetti teorici dell’aggressività (dalla filosofia antica a Nietzsche)

 

Personificazione dell’ira (dettaglio), Saint Madeline, Vézelay, Francia, 1130 c.a

Il Dio della Vita era il dio malvagio. Di fatto l’unico Dio. E la Terra, questo mondo, era l’unico regno. E loro, tutti loro, costituivano i suoi servi, in quanto da più di duemila anni rispondevano ininterrottamente ai suoi comandamenti. E la sua ricompensa era stata adeguata alla sua natura e ai suoi comandamenti: era stata l’Ira. La Collera. […] Il nemico ultimo che Paolo aveva riconosciuto – la morte – alla fine aveva vinto; Paolo si era sacrificato per niente.

P.K. Dick, R. Zelazny, Deus Irae, Roma, Fanucci, 2001

Dante, Inferno, c. VII, v. 103 sgg.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia dell’onde bige,
entrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè delle maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra“.
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Intervista  a Remo Bodei,  professore di Filosofia presso la University of California (Los Angeles), autore del saggio Ira. La passione furente.

Claudio Magris, L’IRA NON E’ FUNESTA, TUTT’ALTRO, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2002

Dagli eroi greci al Cristo della Bibbia, da Dante a Tolstoj: un sentimento alle origini del mondo occidentale Per i filosofi è un impulso ambivalente, pericoloso ma anche nobile, espressione di una grandezza che spesso ha esiti tragici Per alcuni scrittori è il loro stesso sguardo che si posa sul mondo e lo ritrae.

Alle origini e alle radici dell’ Occidente c’è l’ira, inscindibile dall’aurora della poesia chefonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ ira funesta», dice il primo verso dell’Iliade. Il poema che s’identifica con la poesia tout-court è anzitutto l’epopea della collera. Quest’ultima appare subito come una passione negativa, portatrice di sventura: si dice che ha apportato infiniti lutti agli Achei, trascinato nella morte tanti eroi e dato in pasto ai cani e agli uccelli i loro corpi. L’ira di Achille non è l’unica; c’è l’ira di Zeus per il rapimento di Elena, quella di Apollo per l’offesa al suo sacerdote Crise, quella di Agamennone per la schiava che gli viene tolta. A ogni passione si addice essere rovinosa, ma in questo caso la collera minaccia di rovinare un’ intera grande collettività, di far perdere la guerra a tutta la Grecia coalizzata contro Troia. Non si tratta, peraltro, di una collera qualsiasi; la parola greca menis – ricorda Maria Grazia Ciani – ha un valore sacrale e indica la reazione a una profonda e ingiusta offesa arrecata al pubblico onore (di un dio o di un guerriero) ossia a un profondo diritto della persona, sancito da un rituale o da una consuetudine vissuti come una legge religiosa. L’ira è dunque, almeno inizialmente, giusta e anzi doverosa, una risposta non solo psicologicamente ma anche e soprattutto eticamente motivata e necessaria. Essa tuttavia è smodata, trasgredisce la misura – la selvaggia e incontrollabile furia di Achille – ed è fonte di sciagura. Nasce dalla fiera rivendicazione del proprio diritto/dovere e dunque di se stessi, ma è pericolosamente vicina alla follia, alla perdita di sé, come dice il detto latino ira brevis furor, l’ira è un breve furore. Dalla collera di Achille alla pazzia furente di Aiace il passo è breve. Fin dalle origini, la civiltà occidentale è familiare con la collera e, pur mettendo in guardia dai suoi pericoli, riconosce in essa una grandezza. Si adirano eroi e dèi greci, ma anche il Signore della Bibbia mostra spesso un volto adirato: la sua collera, che abbatte i superbi e gli alteri, è inseparabile dalla sua giustizia ed è necessaria alla salvezza del mondo. Pure Gesù manifesta senza inibizioni la sua collera, ad esempio quando prende a frustate i mercanti del tempio. L’ultimo giorno – il giorno del Signore, della verità – è un Dies Irae. Le divinità – i valori – di altre civiltà forse non conoscono questa ambivalenza dell’ ira e non danno altrettanto rilievo alla collera. Quando Shiva dà la morte o quando Krishna nella Bhagavad-Gita, il testo sacro indiano, spiega ad Arjuna il dovere di combattere e dunque pure di uccidere, non c’è alcuna ira, bensì soltanto l’obbedienza a un codice. Taoismo e buddhismo ignorano la collera o la rifiutiamo quale illusione, desiderio, inganno della sete di vivere. Soltanto per gli Stoici, i filosofi occidentali più vicini all’ideale orientale di serenità imperturbabile, ogni ira è viziosa, mentre i Peripatetici, seguaci di Aristotele, distinguono, come il loro maestro, l’ira buona da quella cattiva.

Il pensiero occidentale si chiede sempre se e quando la collera sia giustificata – o doverosa – o no. Tommaso d’Aquino, nella sua analisi dei vizi o peccati capitali, sviscera tutti i pro e i contro riguardo l’ira; scandaglia le sue manifestazioni per sceverare l’ira buona e virtuosa, che nasce dallo sdegno oggettivo per l’ingiustizia, da quella malvagia nutrita di spirito di vendetta, quella giusta contro il peccato e quella cattiva contro il peccatore. Crisostomo, commentando il Vangelo di Matteo, dice che, mentre l’ira immotivata è colpevole, quella motivata è necessaria, perché senza di essa «né i giudizi starebbero saldi né i crimini sarebbero repressi». Per Tommaso, invece, la precipitazione iraconda impedisce il retto giudizio, in quanto lo anticipa confusamente, come servi che – egli dice, citando Aristotele – si affrettano a eseguire un ordine prima di ascoltarlo per intero e così sbagliano. La collera alimenta la punizione, ma la inquina e la deforma, come pensava Archita di Taranto, quando diceva al servo che lo aveva offeso: «Ti punirei gravemente se non fossi adirato con te». All’ira vengono attribuite bestemmia e tracotanza – in quanto l’uomo che vi si abbandona si arroga il diritto di far giustizia, che spetta a Dio – ma anche un’ utile funzione, in quanto – ancora Crisostomo – la «sopportazione irrazionale…invita al male non solo i malvagi, ma anche i buoni». L’ira, dice Ugo di San Vittore, «toglie all’uomo se stesso» – il furor che strappa l’io da sé – mentre altri commentatori medievali affermano che essa acceca l’ occhio della ragione e del cuore. Col suo genio esperto non solo di classificazioni, ma anche di ambiguità, Aristotele scrive nell’Etica nicomachea: «l’ira sembra dar ascolto alla ragione, ma ascoltarla di traverso». La collera appare dunque, alla riflessione filosofica, una passione ambivalente, pericolosa ma anche nobile; espressione di grandezza spesso mortalmente e tragicamente sviata, ma di grandezza. Un sale che, ove se ne abusi incontrollatamente, può essere letale, ma che, in giusta misura, non può mancare; una persona incapace di collera appare umanamente carente, priva di una corda fondamentale dell’ umanità. Mentre l’invidia, ad esempio, è solo negativa – una meschinità velenosa per se stessi e per gli altri, che in nessuna dose e in nessuna circostanza può essere buona – l’ira s’intreccia, pericolosamente, alla magnanimità, all’anima grande. Dio – e anche l’ uomo, secondo alcuni fatto a sua immagine e somiglianza – talora deve adirarsi, ma ovviamente non è pensabile che si roda d’invidia. L’ira, in proporzioni non miticamente gigantesche, ma psicologicamente realistiche, è un difettaccio, ma non un difettino. E se diciamo di qualcuno – come io dissi una volta di Alberto Cavallari, impavido, generoso e iracondo – che ha molti difettacci ma nessun difettino, gli facciamo un complimento.

Come tutte le passioni, l’ira è ovviamente ben presente nella letteratura. È un tema, un oggetto della rappresentazione letteraria, ed è soprattutto un modo di vivere e raffigurare il mondo da parte degli scrittori, un loro modo di essere. È impossibile fare un catalogo delle descrizioni poetiche della collera: il furore di Achille, l’esplosione selvaggia di dolore e di disgusto di re Lear, lo scoppio incontenibile del mite Pierre Bezuchov e tante altre pagine immortali della letteratura, radiografia ed elettrocardiogramma di tutte le affezioni della mortalità umana. Per molti scrittori, la collera non è semplicemente un motivo, come la gelosia di Otello o l’ ignavia di Oblomov, che non significano necessariamente che Shakespeare fosse geloso o Goncarev accidioso. Per alcuni scrittori, la collera è lo stesso loro sguardo che si posa sul mondo o lo ritrae. I grandi scrittori satirici vedono, raffigurano e aggrediscono la realtà con gli occhiali della collera, che la stravolgono ma ne afferrano, grazie a questa deformazione, una verità abnorme. Gli scrittori satirici sono i vendicatori della natura – anche e soprattutto di quella umana — oltraggiata, repressa, alterata o falsificata. L’ ira di Giovenale, di Swift, di Karl Kraus o di Gadda, per fare solo alcuni esempi; scrittori che vendicano i torti patiti dagli uomini ad opera di se stessi o di altri uomini. La collera è strettamente connessa alla vendetta. Lo scrittore satirico vendica una presunta purezza originaria corrotta, costringendo chi l’ha violentata – violentando così se stesso – a prendere coscienza di questa violenza distruttiva e autodistruttiva, ad accorgersi di aver falsificato la vita e di vivere in un modo e in un mondo falso; ad avvertire il disagio, il disgusto, la minorazione, l’ impotenza della propria condizione. Come ogni collera e ogni vendetta, questo furore è necessariamente tendenzioso e fazioso; vede solo quel male che vuole aggredire, ignorando tutto il resto. Da questo punto di vista, lo scrittore collerico-satirico è spesso ingiusto e ha spesso torto, nell’assolutezza della sua aggressione; ma senza la sua iperbolica unilateralità e la sua grandiosa deformazione non avremmo mai scoperto – grazie alla lente dell’ira, che deforma ma ingrandisce e costringe a vedere tante cose – alcuni aspetti, alcune verità essenziali della vita, della storia, della società, della civiltà, dell’ uomo. La collera esaspera, ma quest’esasperazione può mettere a fuoco in modo abnorme un lato abnorme del reale, che può essere colto solo in quell’ottica stravolta. L’ira vede le cose a distanza zero, come il dottor Kien nell’Autodafè di Canetti, e ne svela l’oggettiva dismisura e follia. La collera fredda, gelida di Flaubert squarcia il velo fittizio che avvolge e smussa la violenza delle cose e solo in tal modo rende possibile l’accesso a un’autentica tenerezza e purezza. Forse oggi la nostra realtà aberrante, ridotta a satira di se stessa e a smorfia irriconoscibile, può essere capita e riscattata solo da una prospettiva che sappia unire alla pietas e all’ironia la collera. Il lievito di cui abbiamo bisogno deve contenere pure alcuni grammi di ira biblica e di ira flaubertiana. La vita implica pure il giudizio universale su di essa e quest’ ultimo richiede una giusta composizione di amorosa pietà e sanguigna collera. Nessuno lo rivela meglio di Dante, il più grande poeta di una collera inseparabile dalla tensione morale, dal sentimento forte della vita e della storia, dalla grandezza d’ animo. Dante sembra dimostrare che la capacità di adirarsi è una qualità necessaria alla piena umanità di un individuo, come la capacità di amare. Ma Dante sapeva bene che il valore della collera sussiste solo finché essa rimane entro il giusto limite e trascende la mera soggettività dell’ impulso e del sentimento individuale; egli sapeva pure quanto facilmente l’ira travalichi quel limite e degeneri nell’eccesso e nello scatenamento di furenti libidini personali. In tal caso l’ira è peccato mortale, vizio capitale; agli iracondi è riservato il quinto cerchio dell’Inferno. Gli iracondi, inoltre, sono vicini, nel castigo, agli accidiosi, colpevoli di un peccato passivo che non sembrerebbe aver nulla in comune con la loro furia smodata, ma che invece intrattiene con quest’ultima legami stretti ed ambigui. Già Aristotele aveva colto il nesso fra ira e tristezza. La collera è triste perché toglie l’ io a se stesso, gli intorbida lo sguardo e offusca la godibile vista delle cose, la capacità di goderle con quel libero abbandono alla seduzione del vivere che è possibile solo in letizia, in fraterna comunione con gli altri. La collera impedisce tale fraterna uguaglianza, perché fa di chi la prova un giudice, fatalmente al di sopra degli altri – e giudicare, di per sé, è sempre triste. Brecht lo sapeva bene quando diceva che l’ ira – la sua ira politica – altera il viso e si salvava da quest’alterazione grazie alla consapevolezza che ne aveva. Senza questa consapevolezza si è vittima del risentimento, di una rabbia meschina caricaturale che impedisce il libero rapporto col mondo e rattrappisce l’animo nella frustrazione. Il risentimento rimane invischiato nei torti subiti, veri o presunti, dei quali presenta sempre il conto e ai quali attribuisce ogni fallimento. La collera diviene in tal caso un astioso livore, un atteggiamento coatto e ripetitivo, una retorica del sentire e del dire; spesso un enfatico moralismo declamatorio. Numerosi scrittori, anche dotati, hanno ceduto a questa collera indossata come un abito e divenuta meccanica stereotipia travestita da nobile sdegno permanente. Questo atteggiamento caratterizza molti scrittori accanitamente critici nei confronti della modernità, della borghesia, della democrazia, delle masse, del benpensantismo e del conformismo progressista. Léon Bloy è un esempio di questa ira, che ha avuto molti imitatori, grandi, mediocri e piccini. Anche in questo caso, l’ira denuncia e aggredisce distorsioni reali, ma si riduce a formula prefabbricata, oggettivamente stantìa anche se passionalmente sofferta; a litania prevedibile, a ritornello ripetibile a piacere. La collera è, letterariamente, anche una retorica – con le sue figure, le sue metafore, le sue amplificazioni. La retorica può essere il sistema linguistico cui un grande poeta attinge creativamente o un repertorio usurato dal suo sfruttamento. I collerici antidemocratici annoverano molti mediocri che abusano sterilmente di tale retorica e fanno sempre la medesima faccia feroce. Fra essi ci sono pure alcuni grandi, irripetibili e inimitabili e così spesso invece imitati da tanti sdegnosi iracondi di professione, che si sentono autorizzati a fare il verso a Céline. L’ira, dice Kipling, è l’ uovo della paura; la collera nasce spesso da ciò che oscuramente turba e minaccia. «Dominare la collera – scrive Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali – appare non meno generoso e nobile del dominare la paura». Questo dominio, aggiunge Smith, è buono solo quando si oppone a un impulso libero e forte, quando non nasce a sua volta da una paura repressa e mistificata: se c’ è qualcosa nell’universo che ci fa paura, dice Chesterton, bisogna infuriarsi contro di esso, andare a scovarlo e colpirlo in faccia. La collera contro chi è più forte non va dominata; va repressa quella, così vile e frequente, contro chi è più debole. La nobile ira, come quella generosamente provata e subito dimenticata dal signor Pickwick, l’immortale eroe di Dickens, fa tutt’uno con la generosità del sentire ed è antitetica al risentimento, che alligna e si radica livoroso nell’animo e diviene la natura stabile dell’ individuo. Nessuno sdegno iracondo, per quanto motivata e dunque necessaria e giusta sia la sua origine, può divenire cruccio permanente, senza svisarsi in una falsa posa. La collera è liberatoria solo se si è capaci di liberarsi di essa; «il sole – dice San Paolo nella lettera agli Efesini – non tramonti sulla vostra ira».

Giotto, L’Ira, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1306 c.a

PER APPROFONDIRE

William V. Harris, Restraining Rage: The Ideology of Anger Control in Classical Antiquity, Harvard, 2001

R. Bodei, Ira. La passione furiosa, Bologna, Il Mulino, 2010

AA. VV., Le scritture dell’ira, a c. di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila RomaTre-Press, 2016

Paola Giacomoni, Ardore. Quattro prospettive sull’ira da Achille agli Indignados, Carocci, 2015

In progress

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“Hate speech”: le parole ostili

Il Consiglio d’Europa  ha avviato una campagna di sensibilizzazione dal titolo No Hate Speech Movement con l’obiettivo di combattere il razzismo e la discriminazione nelle loro espressioni online, cercando di favorire nei ragazzi/e l’adozione di comportamenti che contrastino messaggi discriminatori e ogni forma di violenza e odio. Vai al sito generazioniconnesse.it

L’istigazione all’odio, così come definita dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, è “espressione di tutte le forme miranti a diffondere, fomentare, promuovere o giustificare l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio fondate sull’intolleranza, tra cui l’intolleranza espressa sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine immigrata”.

Manifesto della comunicazione non ostile

Presentata a Trieste il 17 febbraio 2017, è “una carta che raccoglie 10 princìpi di stile scritto a più mani dalla community [oltre 300 tra giornalisti, manager, politici, docenti, comunicatori e influencer] con l’obiettivo di ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si propagano facilmente in Rete”.

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L’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo sul tema “Diffusione, uso, insidie dei social network”

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Germania: varata la prima legge al mondo contro l’HATE SPEECH. LEGGI LA NOTIZIA QUI.

G. ALPA, Disinnescare l’«hate speech», “Il Sole 24 ore”, 2 ottobre 2017

l susseguirsi di attentati terroristici nel corso degli ultimi anni in Europa sono fonte di preoccupazione dei Parlamenti e dei Governi, ma anche dei singoli individui che vivono in una società a base democratica. Si tratta di fenomeni in qualche modo agevolati da atteggiamenti mentali e strumentalizzazioni di idee riflesse nei diversi continenti attraverso comunicazioni di gruppi politici ammantati da sedicenti credenze religiose, da attività discriminatorie di fazioni, movimenti e sette intolleranti, da proclami con diffusione di immagini che comunicano intolleranza, sentimenti di vendetta, di odio e insofferenza. I sistemi informatici, che si affiancano ai sistemi di comunicazione tradizionali e le forme virtuali di contatto che aggregano persone le più disparate, situate in qualsiasi luogo, non fanno che diffondere e moltiplicare all’infinito l’effetto gravemente nocivo per le società civili.

Il libro di Eric Heinze, professore di Law & Humanities al Queen’s Mary di Londra, si colloca nel dibattito apertosi ormai da più di un decennio nei Paesi di lingua inglese sui rapporti tra libertà di espressione e “linguaggio dell’odio”. Un tema di grande complessità, a cui è stata dedicata anche una sessione del G7 dell’ Avvocatura, tra i rappresentanti della professione legale delle sette potenze che fanno parte di questa istituzione. LEGGI TUTTO…

Razzismo

PER APPROFONDIRE

Discorsi d’odio e Social Media Criticità, strategie e pratiche d’intervento (volume curato da Carla Scaramella, che per l’Arci ha coordinato il progetto PRISM. Preventing, Inhibiting and Redressing Hate Speech in New Media). CLICCA QUI per scaricare  il PDF (educational tools)

Risultati immagini per PRISM. Preventing, Inhibiting and Redressing Hate Speech in New Media
BRICkS
Stefano Massini, Storia letteraria dell’odio, “La Repubblica”, 23 settembre 2017
Che il cannibalismo sia un hobby dei giorni nostri, è un dato acquisito. I social sono diventati ormai una tavola calda per antropofagi, dove le carni altrui vengono allegramente squartate e servite in spezzatino come nel “Tito Andronico” di William Shakespeare. Se possibile, siamo un passo avanti rispetto all’insulto e alla denigrazione: la miasmatica epidemia d’odio che ci avvolge sembra rispondere a un bisogno fisico, a un istinto come quello della fame, quasi i nostri metabolismi necessitassero ormai di una regolare dose di selvaggina umana. In tempi di diete vegane, riaffiora insomma l’homo carnivorus e dunque cacciatore, sprovvisto di fucile ma armatissimo di account. E nelle foreste del web, il bottino può essere assai lauto, soprattutto se ogni pretesto è buono (dai vaccini all’immigrazione) per travestire odio e invidia dietro uno scudo di apparente legittimità dialettica. LEGGI TUTTO…

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“Quid est Veritas?”: web e fake news

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A. M. TESTA, Post verità: vivere, capire, scegliere, votare tra bufale e camere dell’eco, 21 novembre 2016
Post-truth, cioè post verità, è la parola dell’anno per l’Oxford Dictionary. La prima notizia è che l’uso di questo termine cresce del duemila per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente. Il termine denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica. LEGGI TUTTO…

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VIDEO RAI Zettel Debate. Puntata 3: Post-Verità. CLICCA QUI.

In questa puntata di “Zettel Debate. Fare filosofia” si parte dal fenomeno delle cosiddette “bufale” – ossia quelle notizie che non hanno alcun fondo di verità ma vengono spacciate come assodate – per poi cercare di capire cosa intendiamo con “verità” e anche indagare più a fondo il concetto di “post-verità”.

La questione della post-verità è tanto più pressante perché il web ha aumentato considerevolmente la circolazione delle “bufale”, tanto che ci si domanda se non si dovrebbe in qualche modo controllare il fenomeno.

Dalla scheda didattica allegata:

Chi controlla la verità?
Prima del web l’informazione era troppo controllata vs. Sul web l’informazione è troppo poco controllata
Come si stabilisce la verità?
La verità è una continua ricerca vs. La verità è un punto di arrivo
La verità può far male o no?
La verità non è sempre auspicabile vs. La verità è sempre auspicabile
Il Debate
La sempre maggiore diffusione di false notizie sul web, le cosiddette “bufale”, ci hanno messo di fronte a dei quesiti molto importanti che riguardano la circolazione e il controllo dell’informazione, nonché lo statuto della verità.
Ci chiediamo allora:
1) E’ sempre meglio la libera circolazione delle notizie – anche se false – o c’è bisogno di controllarle e, in caso, di arginarle dall’alto?
2) La verità – di una notizia come di qualsiasi altro fatto – è data da un processo sempre in divenire o è data una volta per tutte?
3) Se la verità può avere effetti negativi, a volte è meglio ometterla/modificarla/inventarla o bisogna ricercarla sempre e comunque, a prescindere dagli effetti che avrà?
Insomma: la verità: è un processo che implica diversi punti di vista o è il raggiungimento di un’unica versione dei fatti.

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M. Pireddu, Storia naturale della post-verità, 1 dicembre 2016, in DoppioZero

Nel corso della nostra lunga storia europea siamo stati messi in guardia più volte sui pericoli della manipolazione del senso comune, delle verità e delle informazioni di qualsiasi tipo. La notizia più recente riguarda però l’elezione di “post-truth” a parola dell’anno per l’Oxford Dictionary: dopo un lungo dibattito la scelta è caduta su post-verità come termine che definisce le circostanze in cui, per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali. Tra le motivazioni della scelta vi è l’elevata frequenza d’uso del termine nell’ultimo anno, con particolare riferimento al referendum britannico sulla Brexit e alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. LEGGI TUTTO…

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S. BARTEZZAGHI, La menzogna nell’era del web, 5 febbraio 2017

Una pia leggenda enigmistica dice che alla domanda (in latino) che Ponzio Pilato pose a Gesù Cristo – appunto, “quid est Veritas” (“cos’è la Verità?”) – quest’ultimo avrebbe potuto rispondere anagrammandola: “Est vir qui adest” (“È l’Uomo che ti sta davanti”). Naturalmente un cardinale non solo non è l’ultimo ma anzi è, se non l’unico, tra i primissimi che possano parlare di verità. Fuori dalla religione o comunque dalla metafisica, invece, parlare di verità suona indiscutibilmente fasullo, o quanto meno inadeguato. Eppure un criterio bisognerà pur adottarlo, in un mondo mediale che si è riempito di fake news, (le notizie false che chiamiamo “bufale”, forse dall’antico modo di dire: “non vedere una bufala nella neve”) e soprattutto mostra di crederci volentieri.
Ogni giorno se ne hanno esempi, e la smentita documentata delle notizie false (fact checking o debunking, a seconda dei casi) spesso è diffusa dagli stessi social network su cui le bufale pascolano, a mandrie. Ma le bufale hanno i loro allevatori e specialisti a proteggerle dai debunker che le vorrebbero al mattatoio. Così, nella disputa sul numero di partecipanti alla manifestazione per l’insediamento di Donald Trump, per la plateale bugia detta dal portavoce (appena insediatosi pure lui) è stata inventata la categoria dei “fatti alternativi”. Una spassosa fattispecie, che si affianca ai “fattoidi” di cui Norman Mailer parlò nella sua biografia di Marilyn Monroe (1973: sono i “fatti che non hanno esistenza prima di apparire su riviste o giornali”), nonché ai “fatticci” dell’epistemologo Bruno Latour (i fatti-feticci, che superano la distinzione fra conoscenza e credenza).
Già nel Novecento si sospettava che nel passaggio dalle leggende bucoliche a quelle metropolitane la bufala avesse subìto qualche manipolazione genetica e avesse quindi cambiato natura. Ora si richiede agli stessi social network di smentire e sventare le fake news. Mark Zuckerberg dovrebbe riconoscere che Facebook non ha più lo status di piattaforma tecnologica ma quello di azienda editoriale vera e propria, responsabile quindi per i contenuti che diffonde, per gli insulti (hate speech) o per le bufale (fake news). Stabilire regole di restrizione e modalità per farle rispettare non è però un affare da poco. Sul fronte delle falsità la ricerca semiotica di Umberto Eco ha chiarito da decenni che il falso non è formalmente distinguibile dal vero. Può anche testimoniarlo la funzionaria della prefettura di Pescara che non ha creduto all’allarme – drammaticamente veritiero – per la devastazione del Rigopiano.
Non si può neppure dimenticare che ogni restrizione pone problemi nel campo della libertà di espressione. Per impulso del giornalista britannico Timothy Garton Ash, che insegna European Studies a Oxford, la stessa università ha adottato un’impegnativa “dichiarazione ufficiale sull’importanza della libertà di parola”. Sono i paradossi del free speech. Gli studenti che reclamano spazi in cui esprimersi liberamente spesso sono gli stessi che cercano di impedire che l’ateneo inviti ospiti che possano esprimere opinioni da loro ritenute offensive. Per Garton Ash, invece, i diversi spazi di un’università possono ospitare opinioni di ogni sorta: Donald Trump non sarà mai invitato a tenere una conferenza sulle differenze etniche, ma potrebbe intervenire in un dibattito in cui le sue posizioni politiche siano sottoposte a una severa revisione da parte degli studenti stessi.
Il discernimento consentito da un’università non è però altrettanto applicabile sulla scena mediale e ormai globale. Contro la parzialità dell’informazione, Umberto Eco ammoniva: “sentire più di una campana”, ma erano gli anni Settanta, ognuno decideva quanti e quali giornali leggere, tg e gr seguire. Fino ad allora la rappresentazione mediale della realtà è stata un teatro in cui un riflettore isolava un oggetto alla volta sul palco e lo illuminava: la qualità della rappresentazione variava da teatro a teatro e il pubblico aveva libertà di scelta. Oggi è saltata la differenza fra palco e platea, perché ogni “spettatore” contribuisce a illuminare, con i suoi clic, i suoi retweet, i suoi propri post. Tutto il teatro, dal pavimento al loggione, dal retropalco al foyer, è completamente pervaso di punti luce e di specchi e specchietti che rifrangono ogni rappresentazione, che si tratti di notizie false o vere. Sono ancora pensabili controlli, restrizioni, direzioni?
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«Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre. E qualcosa del genere è già accaduto.»
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964
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G. Romeo, Factchecking ad armi pari, in “Il Sole 24 ore – Nòva” 22 gennaio 2017
La tecnologia può salvarci dalle fake news? Per i media potrebbe essere la grande occasione di rilancio del proprio ruolo. L’ultima indagine del Reuters Institute ha indicato che per il 70% dei professionisti dei media intervistati l’esplosione di notizie non verificate, possibile grazie alle piattaforme social, potrebbe rafforzare la centralità dei media.
Il problema è che mentre la produzione di un “hoax” virale in rete richiede spesso più fantasia che tempo, le operazioni di factchecking condotte da professionisti richiedono in media 13 ore, come ha sottolineato il fondatore di Storyful, Mark Little, e spesso non sono nemmeno conclusive. In un mercato che vede le redazioni assottigliarsi per la crisi è inoltre difficile immaginare di aumentare l’efficacia del factchecking senza una svolta tecnologica. Non a caso il 46% degli intervistati da Reuters ha ammesso una preoccupazione crescente rispetto all’anno scorso sull’impatto che avranno le piattaforme come Facebook, Twitter e gli altri social network. LEGGI TUTTO…
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Giulia Bistagnino, Di cosa parliamo quando parliamo di fact-checking?, Centro di Ricerca e Documentazione L. Einaudi
Per capire cosa effettivamente sia il fact-checking bisogna inserirlo nel suo habitat naturale. Il fact-checking nasce all’interno dei giornali come una funzione editoriale di controllo circa la verità e attendibilità degli articoli. […] Negli ultimi anni qualcosa è cambiato e quella del fact-checking è diventata un’attività indipendente dalle redazioni. Ovviamente, questo cambiamento è dovuto in gran parte alle nuove tecnologie e alla diffusione di internet, che ha reso più accessibile la verifica delle fonti. Questa nuova dimensione del controllo è il cosiddetto fact-checking collaborativo on-line, per cui squadre di bloggers, giornalisti e, in alcuni casi, ricercatori universitari, controllano la veridicità delle dichiarazioni che vengono avanzate nel dibattito pubblico. LEGGI TUTTO…

Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. LEGGI TUTTO…

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Il dibattito sul genere “fantasy”

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Il termine inglese fantasy è entrato, ormai, a far parte del lessico comune italiano, andando ad affiancarsi e spesso a sostituirsi al termine nazionale “fantastico”. Quest’ultimo, secondo il vocabolario della lingua italiana Zingarelli del 2001, è così definito: «Della fantasia, che è prodotto dalla fantasia e non ha necessarie rispondenze nella realtà dei fatti, […] es. è una narrazione fantastica». La parola “fantastico” assume, quindi, nella nostra lingua, un significato generico, che, solo a livello di esempio, troviamo riferito all’ambito della scrittura, o più propriamente, della “narrazione”. Ciò che, invece, è più rilevante, è trovare, sempre all’interno dello stesso dizionario, il termine fantasy, entrato ufficialmente nella lingua italiana, e così definito: «Genere letterario e cinematografico basato sulla narrazione di avvenimenti ambientati specialmente in un Medioevo di fantasia, con elementi propri del romanzo cavalleresco, delle saghe nordiche, della fiaba e della mitologia».
Alice Caminita, Al di là della realtà: fantasy e mondo del fantastico, in SOCIOLOGIA DEL CINEMA FANTASTICO, a c. di Alberto Trobia, Torino, Kaplan, 2008 

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Alessandro Dal Lago, Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica, Bologna, Il Mulino, 2017

Prima di ironizzare su queste icone del fantasy e del cinema, che si rifanno alla lontana alle mitologie medievali e classiche, ma calandole nel mondo d’oggi senza alcun timore del ridicolo, si deve riflettere sul fatto che le loro storie sono lette e viste da un enorme numero di appassionati. J.K. Rowling avrebbe venduto circa 450 milioni di copie dei sette romanzi dedicati a Harry Potter, tra edizioni originali e traduzioni. Un successo planetario, quello di molta narrativa fantasy, che inevitabilmente diventa cinematografico. […] C’è comunque una differenza sostanziale con la narrativa d’avventure tradizionale. Quando un ragazzino o un adulto del passato leggeva Salgari, gli capitava di viaggiare per qualche ora tra i pirati dei Caraibi o i tigrotti di Mompracem; poi, chiuso il libro, tornava alle sue occupazioni quotidiane. Tra il mondo di Salgari e quello della vita dei suoi lettori non esisteva alcuna osmosi. Ma le avventure di Harry Potter e di analoghi personaggi del fantasy contemporaneo rendono talmente reale l’irrealtà e irreale la realtà da abolire la differenza e soprattutto la distanza tra le due dimensioni. La realtà si incanta e l’altrove si disincanta. O, se vogliamo usare i termini di Jesi, l’Aldiquà si mitizza, mentre l’Aldilà si demitizza, diventando pura macchina mitologica.

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R. Minore, Orlando, il primo fantasy, “Il Messaggero”, 25 aprile 2016

[Quello del Furioso è] un mondo fantastico, irreale, meraviglioso, nelle fughe, nei viaggi, negli incantamenti, dilatato negli spazi e nei tempi in cui entrano in gioco tutti i sentimenti, tutte le situazioni, tutti i personaggi della commedia e della tragedia umana. Può avere forse nell’amore il suo motore principale, ma è percorso dalla ventata liberatoria e disgregatrice della follia, dell’eccesso. L’Orlando Furioso è intriso di violenza e non è troppo distante dalle atmosfere del fantasy odierno, perfino da certi effetti sanguinolenti-pulp del Trono di spade. Ma quella prodigiosa fusione di luminosità levità e superba concretezza dell’ottava non permette al sangue di traboccare dinnanzi agli occhi del lettore, impedendo alle membra dilaniate, squartate, divelte di immergere il poema in una perfetta atmosfera di grand-guignol o di film dell’orrore. Così si spiega la fortuna incontrata dall’Orlando presso illustratori visionari e onirici […]. Tutto sembra reale perché la lingua di Ariosto ha una mirabile concretezza, una straordinaria aderenza alla cosa narrata e appaiono reali i sentimenti, gli amori, le gelosie, le vendette. E tutto sembra irreale. Se diamo credito a qualcosa — la bellezza di Alcina, la furia dei soldati che hanno messo in fuga i mori, subito sappiamo che quella bellezza di Alcina è illusione creata dagli incantesimi, sappiamo che quei soldati sono opera dei demoni. Ariosto ci fa crollare inesorabilmente dinanzi agli occhi ogni sua costruzione, ma è anche l’ironico cantastorie che si affanna ad assicurarci che tutto ciò che descrive è reale, e tuttavia è illusione.

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EDOARDO BONCINELLI, Contro il fantasy, “La Lettura”, 25 giugno 2017

All’inizio c’è stato «Il signore degli anelli», il successo clamoroso è arrivato con la saga di Harry Potter. Ma… Uno scienziato spiega perché inseguire soluzioni con sortilegi e incantesimi non serve a nulla. Peggio: è dannoso

«Oggi viviamo sempre più in un mondo fantasy. Quasi tutto è effetto della scienza e della tecnica, ma è circonfuso di mistero e quasi di magia». Così scrivevo una quindicina d’anni fa, come stupito dalle mie parole. La visione di alcuni film e serie televisive mi dava allora questa netta sensazione. Tale impressione mi si è oggi molto rafforzata guardando anche i programmi per i più giovani o addirittura per i bambini piccoli (intanto sono diventato nonno): qui tutto è magia o viene spiegato con la parola magia, talvolta incantesimo. Qualcuno ha i superpoteri e li utilizza, e qualcuno ha anche i super-superpoteri, che possono neutralizzare i primi. To cast a spell, lanciare un sortilegio, è prassi assai diffusa e quasi di ordinaria amministrazione in film, telefilm, libri, racconti, fumetti e giochi elettronici, come pure in giochi di ruolo, anche se non conosco nessuno che nella vita lo faccia veramente. Non si tratta di realtà né di fantascienza, ma appunto di fantasy. Nato negli Stati Uniti ai tempi della Prima guerra mondiale, il fantasy è un genere letterario strettamente connesso con il mondo del soprannaturale. Non si tratta di un sottogenere della fantascienza, come si potrebbe pensare, perché nella fantascienza gli eventi rispettano sempre un filo di coerenza tecnico-scientifica, magari un po’ azzardato, mentre nel fantasy i protagonisti si trovano sempre in balia di forze imponderabili e imprevedibili come la magia e la stregoneria, in ostaggio di un non meglio precisato destino, spesso opera di forze superiori, e soltanto alcuni pochi eletti sono in grado di ribaltare le situazioni create da qualcuno contro di loro. Gli eletti sono spesso caratterizzati da particolari relazioni di parentela e si sono tutti fatti le ossa con un particolare tipo di tirocinio. Le atmosfere nelle quali sono immersi i nostri eroi o supereroi sono quasi sempre quelle delle saghe medievali nordiche, piene di elfi, giganti, orchi, streghe e stregoni, oppure quelle del romanzo gotico, caratterizzato da atmosfere da incubo piuttosto che di avventura, nelle quali prevalgono situazioni oniriche e angoscianti, presenze misteriose ed esseri demoniaci, in una miscela confinante spesso con il genere horror. Nei programmi televisivi questi temi sono per così dire secolarizzati, ma l’atmosfera è sempre magica. Il punto fondamentale è che le storie narrate non possano stare né in cielo né in terra, ma piuttosto nel dominio del magico e della magia, tipo Il signore degli anelli o la saga di Harry Poter. Da sempre sono esistite le favole, e le fiabe per i più piccoli, ma nelle storie fantasy tutto, assolutamente tutto, è magia e sortilegio, ovvero proprio il contrario della scienza, in un crescendo di inverosimiglianza. Evidentemente la cosa piace, e piace sempre di più. Perché? Probabilmente perché tutto ciò rappresenta il massimo dell’evasione, del disimpegno e magari del relax, questo termine oggi molto in voga che non significa quasi niente, come il suo contrario, lo stress. Qualcuno potrebbe dire che è «divertimento puro», se proprio vogliamo usare a tal proposito la parola divertimento, che etimologicamente non è, tra l’altro, molto diversa da evasione. Perché «puro»? Perché richiede il minimo dell’attenzione e della riflessione. La curvatura dello spazio-tempo e la perdita di peso di chi si trova in orbita vanno capite, almeno in parte, mentre magie, sortilegi, trasformazioni e altre stregonerie fanno parte del bagaglio di conoscenze dei nostri antenati che dormono ancora in noi. Il magico quindi costituisce il massimo del disimpegno e della deresponsabilizzazione, le stesse istanze che nella storia hanno portato il romanticismo a disintegrare e soppiantare l’illuminismo. Se la conoscenza è scire per causas, il magico è lasciarsi andare via col vento.
Che sia o che non sia questo il motivo di tanto successo, oggi il fantasy ci avvolge e ci trastulla dalla prima infanzia. La cosa non potrebbe non meravigliare un marziano, poniamo, che venisse a visitare la Terra, visto che il nostro secolo si presenta indubbiamente come il secolo della conoscenza e della scienza. Una spiegazione potrebbe essere trovata nel fatto che oggi la realtà è così impegnativa, che nell’evasione si cerca il massimo del disimpegno. Un’altra ipotesi potrebbe essere che una spiegazione scientifica può essere seguita da pochi, mentre quella magica e soprannaturale da tutti, come dimostra il diffuso culto delle reliquie dei santi. Non è difficile comunque trovare un nesso fra tutto questo e il dilagare del ricorso alle medicine alternative di tutti i tipi o di metodi di cura fai da te. Senza trascurare l’imperversare del complottismo come base di spiegazione degli eventi più diversi: qualche orco si prende sistematicamente gioco di noi e ci inganna, nascondendoci la verità. Ma alcuni supereroi la scoprono ugualmente e fondano una setta. Per maggior gloria della razionalità e dell’equilibrio di giudizio, che possono essere recuperati soltanto con un po’ più di cultura.

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini,
ma lascia che io veda la verità e possa poi toccare il giusto.

Da qui, messere, si domina la valle: ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio, scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Banco Del Mutuo Soccorso, In Volo, 1972

Marco Ciardi, Più scienza col fantasy, “Il Sole 24 ore”, 5 luglio 2017

Periodicamente ritorna la polemica contro la letteratura fantasy. Una decina d’anni fa Piergiorgio Odifreddi, commentando le cattive prestazioni degli studenti italiani nel campo della matematica, attribuiva i risultati negativi anche a una eccessiva diffusione tra i giovani di testi come Il Signore degli Anelli e Harry Potter. Edoardo Boncinelli, su «La Lettura» del 25 giugno, ha ripreso l’argomento, trovando un nesso tra il fantasy e «il dilagare del ricorso alle medicine alternative di tutti i tipi o di metodi di cura fai da te», senza dimenticare l’ «imperversare del complottismo come base di spiegazione degli eventi più diversi». Sono quindi costretto, ancora una volta, a prendere posizione e ripetermi: niente di più sbagliato.

Prima di tutto sarebbe interessante sapere se esistono delle analisi statistiche e sociologiche che certificano una relazione tra il fantasy e lo sviluppo dell’irrazionalità. Forse potremmo ragionare sulla questione in maniera meno superficiale. Credo però che possa essere sufficiente un po’ di buon senso. In genere, i ragazzi che gravitano intorno al mondo fantasy sono, prima di tutto, degli straordinari lettori e ciò basta a collocarli ampiamente sopra la media di quanto legge la metà degli italiani in un anno, cioè niente. Si tratta inoltre spesso di ragazze e ragazzi brillanti, che hanno anche degli ottimi risultati scolastici. Sfido chiunque a cimentarsi in uno dei complicatissimi giochi di carte o di ruolo, ricchi di complesse ed elaborate strategie, e dimostrare che queste attività non stimolano l’intelligenza e la razionalità, seppur ambientate in mondi popolati da orchi, streghe, fate e folletti.

Stesso discorso per la lettura di una saga come quella di Harry Potter, i cui fans (e quindi anch’io) hanno festeggiato il ventennale della prima uscita proprio lunedì scorso. Qualche anno fa, al Festival della Medicina di Bologna, mi sono divertito a far vedere che leggendo Harry Potter si ha una visione della medicina molto più razionale di quella della nostra quotidianità, dove invece i comportamenti magici certamente abbondano. Ma non è certo colpa di Harry o di Gandalf se ci sono persone che si curano con l’omeopatia o fanno ricorso a tutto ciò che viene definito come alternativo.

Un genere letterario può piacere o non piacere. Ma bisogna stare attenti a non fare correlazioni sbagliate. Galileo Galilei è stato capace di rivoluzionare la scienza moderna, ma amava immensamente anche l’Orlando Furioso, perché non ha mai confuso la realtà con l’immaginazione, che tuttavia rappresenta comunque uno stimolo per la creatività scientifica. Alcune delle parole più chiare sulla differenza tra scienza e fantasia sono state pronunciate da uno dei più grandi autori della letteratura del mistero e del sovrannaturale, Howard Philipps Lovecraft, che era un razionalista e uno scettico incallito, tanto da scagliare delle invettive terribili contro la pseudoscienza, la magia e l’esoterismo.

Il problema è un altro e sarebbe ora di affrontarlo una volta per tutte, senza esitazioni: le radici del perdurare di un atteggiamento magico nascono dalla scuola e, paradossalmente, proprio dall’insegnamento delle discipline scientifiche. Prima di tutto a scuola si insegna una scienza senza la sua storia, e questo è gravissimo perché le materie scientifiche sono presentate in maniera asettica, quasi mai accompagnate da una spiegazione che permetta di capire i motivi e le cause della loro origine e i problemi a cui sono dovute andare incontro nel corso del loro sviluppo. Di conseguenza, non si insegna neanche cosa sia e come funzioni la scienza. In sostanza, a scuola ci sono troppe nozioni da mandare a memoria (per poi essere rapidamente dimenticate, diventando inutili per coloro che non si iscriveranno a una laurea scientifica) e poche analisi dei metodi e dei valori alla base della ricerca: l’unica possibilità che abbiamo di insegnare ai ragazzi la differenza fra scienza e magia, tra ragione e fantasia, tra ricerca seria e pseudoscienza. Per fortuna, i lettori di fantasy la imparano da soli.

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Dietro il tedio che spesso ci coglie c’è solo depressione o anche creatività?

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal il segreto della noia
Marco Belpoliti, “La Repubblica”, 26 settembre 2017

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in
I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».
PER APPROFONDIRE CLICCA QUI.
Pink Floyd,  Pigs on the wing, da Animals, 1977

If you didn’t care what happened to me,
And I didn’t care for you,
We would zig zag our way through the boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain.
Wondering which of the buggars to blame
And watching for pigs on the wing…

Carlo Bordoni, La noia creatrice, “Corriere della Sera – La Lettura”, 1 ottobre 2017

Questa è la condizione, diceva Hegel, in cui si ricerca l’ignoto
E, aggiungeva Leopardi, è qui che si coltiva l’infelicità da cui scaturisce la poesia

Tutto ha avuto inizio molto tempo fa. Forse Dio si annoiava e per questo ha creato il mondo, dando inizio a una modalità contraddittoria di considerare quel sentimento insopportabile che abbatte anche l’animo dei più forti, rende abulici e insoddisfatti. Di sé e della propria esistenza. Chiaro che l’attribuzione di una noia eterna a Dio, a giustificare la creazione, non è che l’invenzione di chi intendeva trovare un senso a una condizione di disagio. La noia è un attributo strettamente umano e non c’è verso di riferirla a entità superiori. Ma proprio perché umana, è bene cercare di vederla come qualità, piuttosto che un difetto, e trovare una giustificazione alla sua esistenza.
La noia è figlia dell’ozio. Se si risale nel tempo, alla latinità classica, si scopre che otium e negotium (nec-otium) erano intimamente connessi al comportamento umano. L’otium non era affatto il nulla, ma l’occuparsi di sé, delle proprie attività private, della conoscenza, del benessere. Il negotium era invece il lato estroverso di sé, la gestione degli affari pubblici, della partecipazione politica, lo scambio con gli altri. Sia l’ozio sia la noia hanno la possibilità di rivelare inediti aspetti creativi nelle diverse modalità attuative: la noia, a differenza dell’ozio, ha una marcia in più; possiede un’energia dirompente che è capace di fare miracoli. Può accadere che spinga a prendere decisioni insolite, a concepire idee rivoluzionarie, a progettare qualcosa che in condizioni normali non si farebbe mai. La creatività, allora, appartiene più alla noia che all’ozio.
La noia moderna
Eppure la noia, così come la concepiamo oggi, è un concetto relativamente recente, introdotto dalla modernità per una società tecnologizzata che privilegia il lavoro, il rendimento e bandisce l’ozio, l’attesa, la lentezza. Considera i tempi vuoti improduttivi e quindi socialmente inutili, ma anche tendenzialmente «pericolosi», poiché lasciano il tempo di riflettere. Nella divisione del lavoro sociale, il compito di pensare è riservato ad altri. In questa logica della produttività, la noia moderna è il nemico da sconfiggere. Per i bambini è un diritto non riconosciuto dai genitori, che li costringono ad attività extrascolastiche; per gli adulti un lusso che non possono concedersi, per gli anziani una condanna avvilente inflitta dalla società.
Strano destino, quello della noia: inventata dalla modernità e da questa combattuta come un indesiderabile corpo estraneo. Lo spazio del «far niente» è visto negativamente e i sistemi sociali — dalla religione alla scuola — hanno cercato di scandire il tempo con attività organizzate, precisando per ogni momento della giornata i compiti da svolgere, così da impedire la noia, preludio all’indebolimento dello spirito, al cedere a comportamenti viziosi o peccaminosi, se non a gesti violenti.
Gli stati totalitari, che temevano più di ogni altro sistema politico la libertà di pensiero, hanno sempre dato impulso alle attività dopolavoristiche, organizzando il tempo libero con meticolosa attenzione, regolando ferie e vacanze anche per i più giovani.
Con la crisi della modernità, invece di combattere la noia, si riprendono in considerazione i suoi benefici effetti; si recupera, per così dire, il lato umano di questo sentimento, la consapevolezza di sé. Che è poi il suo senso più antico, passato attraverso i secoli con connotazioni diverse, a seconda delle esigenze sociali. Quando nel Medioevo prende il nome di accidia, è sintomo di debolezza morale più che fisica, che per quella società è un peccato mortale, poiché rompe i legami sociali, causa l’inazione, la perdita della speranza e della fede. Dante colloca gli accidiosi nel canto VII dell’ Inferno , sommersi nella palude Stige, colpevoli di «un’ira lenta» nei confronti del mondo. Meno grave è la «melancholia», versione rinascimentale dell’accidia. Invece nell’Ottocento, ormai in piena modernità, la noia recupera in parte la sua caratteristica nobile, propria degli artisti e dei geni, riallacciandosi all’antico significato di otium. Hegel le attribuisce il compito di ricercare l’ignoto; in Leopardi è l’infelicità da cui però scaturisce la poesia. Il tardo romanticismo la vede in forma di spleen con Baudelaire e Huysmans, effervescente di suggestioni poetiche, ma anche desiderio di lasciarsi trasportare dalla vita con languido struggimento. Definita da Heidegger «il tempo morto del sempre uguale», la noia del Novecento si avvicina all’angoscia, considerata un vuoto da cui partire per «direzionare la propria vita altrove». Per Sartre prelude alla nausea e assume lo stesso gusto di un’esistenza priva di senso. Con Morin si collega al tempo libero e rientra nelle problematiche del loisir , inoltrandosi nel consumismo, utile antidoto alla noia e garante del progresso economico.
Gli antidoti
L’industrializzazione ha sviluppato un’inedita contrapposizione tra tempo libero e tempo del lavoro, che nelle società precedenti non aveva senso. L’aumento del tempo libero ha posto il problema di come impiegarlo: non basta riposarsi, divertirsi o viaggiare. Il tedio incalzante è fugato dall’invenzione dell’hobby, passatempo moderno con cui distrarre la mente e svolgere un lavoro non retribuito, più soddisfacente del lavoro obbligatorio e ripetitivo.
Il successo dell’hobby compete con la professione nella costruzione dell’identità individuale, si fa segno distintivo e motivo di auto-affermazione. Dalla collezione di francobolli al bricolage, nasconde un germe di creatività destinato a crescere. Anche se inviso ad Adorno, perché fa pensare a un comportamento paranoico — «La libertà organizzata è coatta, guai se non hai un hobby, una occupazione per il tempo libero» — il più modesto hobby ha aperto la strada al fai-da-te, eludendo l’intervento degli intermediari. Dal ritirare denaro da un bancomat al prenotare alberghi e biglietti aerei: modalità di lavoro gratuito, che la tecnologia e internet hanno reso possibile, spazzando via l’hobby.
Ormai il tempo libero è presidiato: più che dalla possibilità di svolgere attività piacevoli, dall’ossessione a utilizzare servizi, informarsi e comunicare, in uno stretto rapporto con la macchina che si sostituisce all’umano nella quotidianità dei rapporti.
Le relazioni uomo-macchina superano il tempo di quelle a contatto con altre persone ed evitano la noia: è curioso come, a differenza delle interazioni umane, rapportarsi con la macchina non sia noioso. Anzi, talmente assorbente che non stupisce vedere persone chattare tra loro nella stessa stanza o coppie sedute allo stesso tavolo che smanettano sul telefonino senza guardarsi; viaggiatori che sui bus o sui treni evitano di guardare dal finestrino, tutti presi dallo schermo luminoso, la nuova finestra sul mondo.
La chiusura totalizzante nel rapporto uomo-macchina, anche se può dare l’impressione di grande autonomia, permettendo di svolgere attività utili che prevedevano lunghe attese e costi, ha cancellato la noia e con essa ogni capacità creatrice che ne poteva derivare.
Ha in sostanza perfezionato la finalità di «controllo» della libertà di pensare che finora era stata svolta dal lavoro materiale e dall’organizzazione del tempo libero della modernità.
Apatia e creatività
Se si vuole essere creativi, bisogna recuperare una certa dose di noia creatrice che era propria dell’otium . È solo quando vi sono le condizioni e il tempo di riflettere, recuperando il taedium vitae — che per Seneca era l’opportunità di «frequentare se stessi» (secum morari  — che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste. Così il cervello ha l’opportunità di «creare». Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare; verbo tanto inquietante da essere censurato in certe comunità, poiché di pertinenza esclusiva del divino. Eppure squisitamente umano: saper creare è una qualità che appartiene a tutti e può rivelarsi in relazione alle capacità individuali e all’occasionalità.
Il filosofo francese Étienne Souriau sostiene che «per inventare è necessario pensare a lato», tanto che il pensiero laterale o divergente, un pensiero non rigido e persino stravagante, è considerato creativo per eccellenza. Per emergere, ha bisogno di una condizione di «apatia», cioè di assenza di pathos , di passione o partecipazione emotiva: ha bisogno della noia. La mente libera, ma annoiata, è più predisposta a trovare soluzioni. Non è strano che uno scrittore di fantascienza come Isaac Asimov sia stato chiamato a far parte di una commissione incaricata di studiare modalità «non convenzionali» per la difesa antimissilistica, proprio perché in grado di offrire un pensiero non condizionato, a suo modo apatico, in un contesto di specialisti. Lo racconta lo stesso Asimov in un testo inedito del 1959, ritrovato casualmente, Come le persone producono nuove idee , dove sostiene che la creatività è strettamente individuale, dipendente dalle conoscenze pregresse e dall’opportunità di metterle in relazione tra loro. Un’ipotesi non sempre condivisa. Oggi che la conoscenza è più complessa e richiede un bagaglio maggiore di saperi, si è portati a ritenere che la creatività sia prodotta dal gruppo, non più dal singolo.
La creatività, insomma, come istanza sociale, non conformista e priva di metodo; qualcosa che ha a che fare col general intellect di cui parlava Marx. Quel sapere condiviso e generalizzato che è patrimonio dell’intera società. E che forse ha bisogno di un’immensa noia collettiva per creare l’innovazione necessaria a migliorarsi.

Lou Reed,  Ennui, 1974

 

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A scuola lo smartphone non basta

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Angelo Cannatà, “Il Fatto”, 16 settembre 2017

Nuovo anno – Cara ministra Fedeli, i ragazzi già sanno come usarlo ma non come leggere i classici

Primi giorni di scuola al liceo. Osservo e prendo qualche appunto. Innanzitutto le aule. Piccole, brutte, sovraffollate. Gli edifici pericolanti e gli ambienti angusti in cui si fa lezione sono, nonostante slide e proclami governativi, terribilmente identici al passato. Le carenze strutturali rendono difficili le innovazioni: copiamo “modelli didattici” dai Paesi anglosassoni (prevedono aule-laboratorio, spazi multimediali, biblioteche in classe) ma non abbiamo strutture adeguate.
Mancano aule, laboratori, professori; e i presidi devono dirigere più scuole, spesso molto distanti tra loro. Si fanno corsi sulla sicurezza invece di mettere in sicurezza gli edifici; si nominano supplenti per simpatia (e amicizia) invece di seguire una graduatoria; si pongono barriere (24 crediti) per l’accesso ai concorsi invece di aprirli a tutti i laureati.
Adesso si discute – come fosse un’urgenza – degli smartphone: “Non si può separare il mondo dei ragazzi – dice la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli – da quello della scuola”. Gli smartphone possono anche essere utili, certo; il problema è capire quanto peso debbano avere in classe, se possano invadere (fino a devastarli) i tradizionali spazi d’insegnamento e se compito del docente sia educare al loro corretto uso, o altro. Io credo che l’insegnante abbia altre priorità: leggere i classici ad alta voce in classe; spiegarli; richiamare il contesto; la critica; dare agli studenti spunti ermeneutici per una loro, personale, lettura del testo. Leggere l’Elogio della follia, il Simposio, Al di là del bene e del male
… sentire Erasmo, Platone, Nietzsche dalla voce dell’insegnante è un’esperienza unica che solo la scuola può dare. “C’era una volta un Paese dove l’insegnante faceva lezione. Latino, greco, filosofia… si studiavano con passione. Era la buona scuola del passato. Formava persone. I migliori medici, ingegneri, giuristi, che occupano posizioni di rilievo nell’Italia di oggi, hanno studiato nella vecchia scuola di una volta; sono affermati professionisti ma ricordano il liceo: la severità e la comprensione; il silenzio, quando a parlare erano i classici, mediati dalla voce dell’insegnante. Ricordo il timbro, l’intercalare, le pause, puntuali, precise del mio professore d’italiano. Una presenza che ha avuto un ruolo nella mia vita”. Mi scuso per l’autocitazione, ma quando leggo della necessità dello smartphone in classe sento che si esagera. E’ vero il contrario, cara ministra Fedeli, proprio perché smartphone telefonini eccetera sono la quotidianità dei ragazzi, la scuola deve offrire altro: strumenti critici, motivazione, passione per i libri, veicolati dalla parola dell’insegnante, da quella corrente emotiva che Gentile riteneva essenziale nel rapporto docente-discente. La scuola gentiliana è criticabile, certo, per il carattere elitario; ma il filosofo coglie il punto quando osserva che il docente “rivive e trasfigura nel vivo fuoco dell’atto di insegnare i contenuti delle discipline” (altro che smartphone!). Ci pensi, ministra, prima d’introdurre una novità che cambia il senso della lectio in classe. Non ho nulla contro la tecnologia. Oggi, però, si tratta di capire se la scuola debba educare alla riflessione, alla profondità, o veicolare l’accettazione superficiale e supina dell’esistente abbellita dalle immagini a colori di uno smartphone.

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La provocazione di un dirigente di Bologna “Usate lo smartphone, lo dice pure la ministra”
Il decalogo alla rovescia del preside ai suoi liceali “Copiate e non studiate”

Ilaria Venturi, “La Repubblica”, 16 settembre 2017

BOLOGNA. «Cari ragazzi, considerate sempre i vostri docenti come nemici, copiate, evitate di fare i compiti a casa, tanto fior di pedagogisti vi dicono che sono inutili». E usate lo smartphone «durante le noiose ore di lezione, persino la ministra Fedeli ha detto che è consentito». Non sono battute stampate sui diari più irriverenti, né scherzosi suggerimenti che viaggiano sui social. Sono i consigli di un preside ai suoi studenti all’avvio delle lezioni. Consigli al contrario, ovviamente.
È Maurizio Lazzarini, dirigente del liceo scientifico Fermi di Bologna, a proporre una nuova provocazione. L’anno scorso aveva tirato le orecchie ai genitori dettando loro dieci mosse per mettere ko la scuola. Un escamotage letterario per sollevare il problema del rapporto sempre più conflittuale con le famiglie. Quest’anno si rivolge agli studenti con un nuovo decalogo alla rovescia e la stessa ironia. Ma un’avvertenza: «Se lo seguirete non farete fallire la scuola». Sarà peggio: «Fallirete voi».
La chiave è la stessa e ruota intorno all’idea di una scuola vissuta come un campo di battaglia. Padri e madri contro i presidi. I loro figli contro i prof. Su tutto: voti, troppi o pochi compiti, bocciature. «Ma se questo è l’atteggiamento sono i ragazzi a farne le spese, più che la scuola. Per questo ho pensato stavolta di rivolgermi a loro», osserva. Ieri Lazzarini ha consegnato alle sue “matricole” la Costituzione e insieme ha anticipato, recitandole davanti a 320 facce adolescenti e attonite, le dieci mosse, postate poi nel sito del liceo per tutti i 1500 studenti, per vivere l’esperienza tra i banchi. Sottintendendo, in modo sbagliato. Abituato al rapporto stretto coi suoi ragazzi, tanto che dà a tutti il suo numero di cellulare, Lazzarini ha così voluto scuoterli. «Il primo punto li riassume tutti: considerare i prof come nemici. La parola è forte, ma volevo farmi capire: siamo una comunità. Non devono esistere controparti». Sulla valutazione si consumano i maggiori scontri. «Non accettate voti e consegne, trattate fino allo sfinimento o vostro o dei prof», è allora l’altro consiglio che il preside dà. Per poi spiegare: «Chiedere ragione di un voto è un loro diritto, ma il voto non è frutto di una negoziazione sindacale. Invece i ragazzi conoscono benissimo la pragmatica della comunicazione, vanno continuamente alla trattativa e con qualche insegnante funziona pure». Sempre al contrario, viene suggerito dunque di «togliere valore al registro elettronico», di «evitare il più possibile i colloqui dei genitori coi prof, tanto si sa, non si capiscono ». Il capitolo studio tocca polemiche recenti. I compiti a casa: «Tutt’al più copiateli la mattina stessa». In realtà l’argomento è serio: «Da maestro alla primaria non ho mai dato compiti, ma al liceo la rielaborazione individuale è necessaria». Con garbo istituzionale, Lazzarini ironizza sullo sdoganamento dei cellulari in classe: «Devono essere i docenti a decidere se e come usarli». Il resto va a colpire antichi vizi: ritardi («la scuola è lunga, prendetevela con comodo»), scopiazzature («durante le verifiche copiate le risposte») e il ridursi all’ultimo («studiate solo il giorno prima delle verifiche, se poi non siete pronti state a casa»). Il consiglio numero dieci ha strappato applausi: «Quando non sapete più cosa dire, urlate: vado dal preside!». Lazzarini sospira: «Magari coi ragazzi funziona». Invece come è andata a finire coi genitori? No comment, scatta una risata.

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Ecco perché i telefonini faranno sparire anche i docenti

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Marco Lodoli, “La Repubblica”, 13 settembre 2017

BISOGNA essere assolutamente moderni, diceva Rimbaud, e dunque non dovremmo mai temere le novità, non dovremmo farci prendere dalla nostalgia per il tempi andati, perché la vita è comunque rognosa e nessuna epoca è mai stata rose e fiori. Dovremmo cedere serenamente alle nuove tecnologie, perché ogni forma di resistenza sembrerebbe solo polverosa, passatista, conservatrice: e nonostante mi ripeta tutto questo, faccio una certa fatica a immaginare una classe con trenta ragazzi che con il ditino frenetico lavorano sul loro smartphone, cercando poesie, formule matematiche, immagini artistiche, vicende storiche e ogni luminosa schermata dello scibile umano. In realtà, se dobbiamo essere assolutamente sinceri, molti studenti già sono incantati da quel bagliore ipnotico. Tengono il loro smartphone sulle ginocchia, tra le pagine del libro, nella manica del maglione, proprio non riescono a spegnerlo neppure per mezz’ora. Sta lì, acceso, come una possibilità sempre aperta, come un ponticello teso verso l’universo, come una bellissima distrazione. Il professore parla, spiega roba morta e sepolta, scrive con l’antichissimo gessetto sull’antidiluviana lavagna, ma i suoi studenti sono altrove, proiettati attraverso le loro seducenti finestrelle verso mondi lontanissimi, miliardi di volte più interessanti delle povere ciance che arrivano dalla cattedra tarlata. Ora bisognerebbe fare il passo definitivo. Abolire i libri, carta malinconica, pronta a ingiallire, faticosa da portare sulla schiena, e sostituire queste anticaglie con la leggerezza e la rapidità e la modernità dello smartphone. Ricordo quando dieci anni fa una mia studentessa, con una smorfia di disgusto in faccia, mi disse: “Prof, i libri sono vecchi”, e non intendeva sputare sui contenuti dei libri, ma proprio su loro, su quei mucchi di fogli rilegati. E ormai ci siamo. Anche il ministro è d’accordo a staccare la spina, a finirla con l’accanimento terapeutico, a introdurre una pietosa eutanasia: il libro agonizza, lo smartphone riluce trionfante; il libro è un reperto, un coccio etrusco, un capitello scheggiato dai secoli, lo smartphone è fico, è una fontana che zampilla immagini, suoni, parole. Ma mi si stringe il cuore a pensare a una classe senza libri, senza la quiete profonda che deriva dalla lettura, senza il fruscio delle pagine girate. Temo che il passo seguente sarà l’accantonamento degli insegnanti: si premerà un tasto e apparirà un prof virtuale che reciterà la sua splendida lezione su Dante o sull’area del trapezio. E forse poi non serviranno più nemmeno gli studenti, basterà che lascino sul banco il loro smartphone acceso e collegato.

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Cancellare è plagio?

All writing is in fact cut ups. A collage of words read heard overheard. What else?
[Ogni scrittura è di fatto un’operazione di ritaglio. Un collage di parole lette sentite risentite. Cos’altro?]
William Burroughs, in The Cut-Up Method of Brion Gysin, 1961

“Stop alla vendita del disco Is This the Life We Really Want? dell’ex leader dei Pink Floyd Roger Waters. Il giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano ha confermato nel merito la decisione con cui il 16 giugno aveva inibito la commercializzazione, la diffusione e la distribuzione dell’involucro, della copertina, del libretto illustrativo e delle etichette dell’album per un’ipotesi di plagio delle celebri Cancellature, del 1964, dell’artista concettuale siciliano Emilio Isgrò“. FONTE repubblica.it

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La notizia porta a riflettere sul principio di imitazione, emulazione, originalità, plagio nell’arte. Il fatto, poi, che le “Cancellature” di Isgrò accostino l’ambito dell’arte visiva a quello della parola, il testo e l’immagine, permette di intersecare e contaminare i due ambiti e di moltiplicare, dunque, riferimenti e citazioni.

L’atto del cancellare in un contesto artistico può essere considerato un tratto unico, distintivo, identificativo e “originale”? E se fosse il tempo il grande, inimitabile cancellatore, sottrattore di senso, censore?

Questo è ciò che resta dell’iscrizione della Coppa di Nestore, ritrovata nella tomba di un giovane dell’antica colonia greca di Pithekoussai, sull’isola d’Ischia. Risale al 740-720 a C. e rappresenta uno dei primi esempi di scrittura nell’alfabeto greco (stile eubeo antico, da destra a sinistra in tre linee separate).

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 “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”.

Il “mistero” e il fascino di questa coppa? La possibile allusione presente nel lacunoso testo dell’iscrizione al re di Pilo Nestore, personaggio dell‘Iliade omerica.

Papiro di Ossirinco, Medio Egitto, II sec. d. C.: versi di Archiloco (VII sec. a.C.)

La cancellazione come damnatio memoriae

Egitto, tempio di Deir el-Bahari: la damnatio memoriae di Hatshepsut

Iscrizione erasa, Pozzuoli, Napoli, I sec. d. C. University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia.

Altare dedicato  a Helios/Sole e Domiziano, il cui nome è cancellato. Munich, Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek

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Iscrizione cancellata, Palmanova (Udine)

Labor limae. Cancellare per correggere

Cancellare, correggere, riscrivere se stessi. Alla ricerca della perfezione dal manoscritto alla stampa.

 “Io procedo a righe lentissime e tutte cancellature in un racconto faticosissimo e difficile, ma quando riesco finalmente a dipanarne qualche centimetro dalla densa matassa, mi diverte perché mette in scena esseri umani veri, ritratti a tutto tondo, anzi visi con la lente d’ingrandimento, e sfaccettature minime della vita. […] Il racconto mi viene sempre più lungo; chissà come faccio a finirlo. Non tutti i giorni uno si sente di scrivere. […] Questo racconto mi è venuto prolisso. Lunghissimo, prolisso. Non si capisce come mai, una volta ero uno stringatissimo, adesso la tiro in lungo, la tiro in lungo. Che barba, fare lo scrittore”.

Italo CALVINO a Maria Corti, in M. CORTI, Un eccezionale epistolario d’amore di Italo Calvino, in AA. VV., Italo Calvino. A writer for the next millenium, a cura di G. BERTONE, Edizioni dell’orso, Torino 1998

G. Leopardi, L’infinito, 1819

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Honoré de Balzac, Les Employés ou la Femme supérieure, 1837-38

Honoré de Balzac - 1837 www.artexperiencenyc.com

Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857): manoscritto autografo

Gustave Flaubert, manuscrit de Madame Bovary

M. Proust, bozze di stampa con correzioni autografe del romanzo Dalla parte di Swann, 1913

J. Joyce, Finnegans Wake, 1939: manoscritto autografo

Finnegans Wake - for any writer who has ever struggled to get it right first time, take solace from the pen of the great james joyce

J. L. Borges, L’Aleph, manoscritto autografo, 1945

ARRIVANO LE AVANGUARDIE!

Tra Futurismo, Dada e Surrealismo, testo, immagine, grafica si fondono e confondono. E si inizia a cancellare per nascondere, negare e insieme far emergere altro.

F. T. Marinetti, Parole in libertà, Irredentismo, 1914, Lugano, collezione privata

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Man Ray, Poema ottico,  Paris, mai 1924

Poem, Paris, mai (may), 1924

Man Ray disse di essersi ispirato a CHRISTIAN MORGENSTERN  (1871 – 1914), Canto notturno del pesce, 1905

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Un esempio di dipinto cancellato: Robert RauschenbergErased de Kooning Drawing, 1953. Sotto la tela è scritto:

 “Disegno di de Kooning cancellato / Robert Rauschenberg / 1953”

kuning

La testimonianza filmata di Rauschenberg (QUI una breve sintesi in lingua italiana)

Eugenio Miccini, Algebra, 1962

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray), Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London

idhangthatonmywall: “ Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

 

Joseph Beuys, Drawing

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Le procès-verbal, 1963

1964: le prime cancellature di Emilio Isgrò

 Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento, Milano

Un esponente della poesia visual spagnola: Fernando Millán, “Progresión negativa /2” (1967

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1969

Emilio Isgrò, Libro cancellato,1969

Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé, 1969

1969, Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé

 Jasper Johns, Untitled (Skull), 1973, Dallas Museum of Art: l’artista cancella la propria firma.

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Jean Michel Basquiat (1960-1988)

I cross out words so you will see them more: the fact that they are obscured makes you want to read them.

«Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più».

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Basquiat, 1983. Acrylic, oil paintstick and paper collage on canvas mounted on wood supports. Schorr Family Collection, Princeton University Art Museum

Nota di Basquiat, Brooklyn Museum, New York

[…] Io sono Jean Michel Basquiat
quello che sulle sue tele prendeva il caffè,
pranzava, si infuriava, gioiva e si disperava
e quando glielo permettevano dormiva
quello che sulle sue tele scriveva
i numeri di telefono delle sue amanti
e li cancellava quando litigava con loro
perché per evidenziare le cose
e fare in modo che la gente le noti
cancellarle completamente è l’unico e il miglior metodo.

da Harkaitz Cano, Basquiat, 2001

Joseph Kosuth, “Zero & Not” (1985-1986): le pareti sono ricoperte da testi di Freud cancellati.

"Zero & Not" (1985-1986), Joseph Kosuth (Toledo, EE. UU., 1945) es un artista estadounidense. Estudia en Toledo (1965) y completa su formación en la School of Visual Arts de Nueva York. Pronto se convierte en importante líder del arte conceptual, llegando al rechazo absoluto de cualquier tipo de producción de obras, debido a su carácter ornamental.

Joseph Kosuth, Zero and Not, Sigmund Freud Museum, Vienna, 2014-15

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1975: William Xerra, Vive

Vive Man Ray e Isgro

Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

« je dois apprendre aux curieux » (Xavier de Maistre, 1763 - 1852) Credits: Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

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L’opera “Expédition nocturne n° 1” è l’iconico sfondo di Philippe Daverio nella trasmissione  Passepartout su Rai 3.

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Banksy e la street art

Banksy, Chinatown, Boston, Massachusetts, 2011

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68th Street and 38th Avenue in Queens, New York

Banksy, Woodside, NYC

Banksy, Los Angeles, California

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«Il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». Penelope Alfrey, storica dell’arte, Università di Edimburgo.

Sul fronte poetico (e visivo…)

Si chiama erasure poetry o blackout poetry. Consiste nel ricavare un nuovo testo poetico cancellando parte di un testo preesistente, cui viene dato nuovo significato, senso e lettura  in accordo o in contrasto con l’originale.

All poetry is fragment: it is shaped by its breakages at every turn. It is the very art of turnings, toward the white frame of the page, toward the unsung, toward the vacancy made visible, that wordlessness in which our words are couched.
Heather McHugh, Broken English: What We Make of Fragments, in Broken English: Poetry and Partiality, Wesleyan University Press, 1993

Ronald Johnson (USA, 1935-1998), Radi os, 1977: uno dei primi esempi di erasure poetry, che cancella e “riscrive” il poema di Milton Paradise Lost.

Risultati immagini per Ronald Johnson’s Radi os

Queste immagini, invece, sono parte del progetto A Humument: A treated Victorian novel  dell’artista visuale britannico  Tom Phillips. Iniziato nel 1966A Human document venne pubblicato per la prima volta nel 1970.

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 The O Mission Repo di Travis Macdonald (2008) cancella e “riscrive” il 9/11 Commission Report del 2004 (ovvero il rapporto della Commissione d’inchiesta incaricata  dalla Presidenza  e dal Congresso degli Stati Uniti di far luce sugli eventi dell’11 settembre 2001).

Risultati immagini per Travis Macdonald’s The O Mission Repo

Travis Macdonald è anche autore di un saggio del 2009  intitolato A Brief History of Erasure Poetics, in cui si legge:

Over the past fifty years, spurred in no small part by similar gestures in the visual arts (see Robert Rauschenberg’s “Erased de Kooning Drawing”) a new form of reductive poetics has emerged, concerning itself with the deliberate removal (or covering over) of words on the page rather than their traditionally direct application thereto. The practitioners of this relatively new form are scattered widely across disparate schools, lineages, methods and styles might not consider themselves members of any sort of literary movement, let alone this one in particular. They are, nevertheless, connected by a common intent: to fully enact and embody the naturally evolving processes of erasure in their work and to thereby assist in the reclamation of our language and culture one text at a time.

Live Now,  Blackout Poem by Kevin Harrell, agosto 2012

Live Now - Blackout Poem by Kevin Harrell (see more at www.blackoutpoetry.net)

 

Un altro esempio di  blackout poem (FONTE http://www.northbynorthwestern.com/story/blackout-poetry-recipes/): 2014

Una variante di erasure poetry: Tree of Codes dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (2010)

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J.  Vanasco, Absent things as if they are present. A history of literature created by erasure, collage, omission, and wite-out, in “The Believer“, gennaio 2012

Why erase the works of other writers? The philosophical answer is that poets, as Wordsworth defines them, are “affected more than other men by absent things as if they were present.” The More practical answer: compared to writing, erasing feels easy. But I am here to convince you: to erase is to write, style is the consequence of the writer’s omissions, and the writer is always plural. To erase is to leave something else behind.

Un sito dedicato alla blackout poetryhttp://newspaperblackout.com/

In Italia viene anche usata la definizione di CAVIARDAGE, ovvero “Metodo didattico di scrittura creativa poetica che può essere usato sia personalmente, che come strumento di lavoro da diversi professionisti (insegnanti, maestre, psicologi, psicoterapeuti, arteterapeuti, counsellor…)
Il Metodo è stato creato da Tina Festa e racchiude diverse tecniche di scrittura creativa poetica che aiutano a scrivere poesie e pensieri non partendo da una pagina bianca ma da testi già scritti: pagine strappate da libri da macero, articoli di giornali e riviste, ma anche testi in formato digitale. la tecnica di base si contamina con svariate tecniche artistiche espressive (quali il collage, la pittura, l’acquarello, etc.) per dar vita a poesie visive: piccoli capolavori che attraverso parole, segni e colori danno voce a emozioni difficili da esprimere nel quotidiano”. FONTE: https://www.caviardage.it/ufaqs/che-cose-il-caviardage/

La parola francese caviardage (derivata da caviar, caviale, di colore nero), significa sopprimere, cancellare, censurare. Indica comunemente un metodo di scrittura creativa di derivazione oulipiana.

Tra i consigli dello scrittore americano AUSTIN KLEON, autore di Steal like an artist (trad. it. Ruba come un artista, Vallardi, 2013) e di Newspaper Blackout, c’è quello di superare il blocco della pagina bianca con il metodo della blackout poetry. Basta prendere un giornale e…

Ecco un esempio di blackout poem che enuncia un fondamentale principio di Kleon (e non solo):

art is 99 percent robbery

Per tornare al punto di partenza

Sean Evans, Danny Kamhaji e Dan Ichimoto sono i grafici che hanno curato la copertina del disco di Roger Waters Is this the life you really want?

Risultati immagini per man ray poema ottico 1924

I grafici di Roger Waters si sono davvero ispirati a Isgrò e alle sue cancellature? O si può considerare un esempio di erasure poetry o caviardage che dir si voglia, ampiamente diffuso e sperimentato da decenni?

Immagine correlatahttps://cdnrockol-rockolcomsrl.netdna-ssl.com/lZzKCvJMVDZ8oEId4nJy3B1C5LQ=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/rogerwaters4.png

The poetry of erasure is taking place all around us. Underneath the pavement, behind newspaper headlines, on paste-layered billboards and graffiti-laden walls, our communal landscape is continuously peeling away and papering over itself. Its very surface is a living thing in flux between dueling processes of decay and renewal, driven in the name of progress to adapt to the shifting contextual demands of culture or be replaced, removed, re-imagined.
Travis McDonald, A Brief History of Erasure Poetics, 2009

L’immagine è tratta dal libro “Steal like an artist”, di Austin Kleon, 2012

… la creatività è remix-“rimescolamento”:

I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione.  T. S. Eliot

PER APPROFONDIRE

Brian Dillon, The revelation of erasure,  September 2006, Tate articles 

The eloquence of absence: omission, extraction and invisibility in contemporary art

Luigi Mascheroni, ELOGIO DEL PLAGIO. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web, Aragno2015

Jeannie Vanasco, Absent Things As If They Are Present, in “The Believer”, January 2012 (a proposito dell’originalità della erasure poetry e del concetto di plagio)

C. Arienti, Caso Waters: Isgrò cancella la sua arte, umanistranieri.it, 26 luglio 2017

Un recente intervento su  diritti d’autore e arte: http://www.bugnion.it

Cancellare per censurare: anche questa è arte?

In inglese data sanitization è il processo di rimozione di dati sensibili da un documento, allo scopo di rendere leggibile il documento stesso a più persone, proteggendo informazioni segretate o dati sensibili.

 

TROVATI IN RETE

Feltre (BL), 1797.  Scalpellini al seguito dell’esercito rivoluzionario francese cancellano le iscrizioni sulle lapidi dei palazzi nobiliari e ogni traccia scritta del dominio veneziano. 

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2009: la copertina del romanzo Censoring an Iranian Love Story dello scrittore iraniano Shahriar Mandanipour (Knopf)

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Una pagina del romanzo:

iranian love story

agosto 2009: pubblicità della rivista musicale “Rolling Stone” (Art Director Federico Pepe, copywriter Lorenzo Crespi

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2009: campagna pubblicitaria Volkswagen (Agenzia DDB)

Volkswagen Print Ad - Money

2010: la copertina del libro di Paolo Di Stefano Potresti anche dirmi grazie (Francesca Leoneschi, Art Director Rizzoli editore) 

2013: Cancellare dai quotidiani l’informazione (campagna pubblicitaria Lorenzo Marini Group per FCP Assoquotidiani)

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2014: Susan Philipsz, Part File Score, Installation, 1 Februar – 4 Mai 2014, Hamburger Bahnhof, Staatliche Museen zu Berlin

2015: la campagna dedicata al World Press Freedom Day Censorship (Sanjeev Saikia)

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La copertina del libro autobiografico di Mohamedou Ould Slahi Guantánamo Diary, Little, Brown and Company, 2015

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The Drone Memos, ACLU, 2016

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La copertina dell’album del gruppo indie rock Guster Live With The Redacted Symphony (2013):

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La cancellatura manifesto: CancellAzioni, Mantova, Festival della Letteratura, 2013, MorsoCollettivo

Fearless, serie televisiva ITV, 2017

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Tanti piccoli “imitatori” o plagiatori di Isgrò: la tecnica didattica del CAVIARDAGE è illustrata da Tina Festa QUI.

Cancellature di moda

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Erasure poetry merchandising

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Autore non identificato: immagine pubblicata su http://sdfla.blogspot.it/2013/06/government-files-two-responses-to-dore.html (giugno 2013)

E per finire… anche questo è caviardage:

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Perché si scrive?

Perché si scrive? La risposta di Primo Levi, da L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1998

Perché si scrive?
Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto cosí, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?
1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, cosi puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare.
Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.
2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.
4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi «sa» come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: cosi ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.
6) Per liberarsi da un’angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene cosi, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla cosi com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge: altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.
7) Per diventare famosi. Credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato cosi incerto.
8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.
9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria o di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per «tener viva la firma ». Badi a quello, che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

The Beatles, Paperback writer, 1966

Paperback writer, paperback writer.
Dear Sir or Madam, will you read my book?
It took me years to write, will you take a look?
It’s based on a novel by a man named Lear,
And I need a job,
So I want to be a paperback writer,
Paperback writer.

 

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Archiviato in Scrittura

“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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