Archivi tag: Poesia medievale

La poesia trobadorica

Guglielmo IX d’Aquitania, Con la dolce stagione rinnovata (Ab la dolchor del temps novel)

Arnaut DanielLo ferm voler qu’el cor m’intra

Raimbaut de VaqueirasKalenda Maya. Il testo

Martin Best Medieval Ensemble, The Dante Troubadours. CLICCA QUI.

Dante e la musica. CLICCA QUI.

miniatura-un-trovatore-con-il-liuto

Lascia un commento

Archiviato in Dante, Letteratura medievale, Musica

Nel labirinto di re Artù

Un bellissimo percorso di approfondimento su re Artù, tra arte, storia e leggenda. CLICCA QUI.

DOMENICO QUIRICO, Amori, leggende e misteri, “La Stampa”,  23 luglio 2008

In apparenza sappiamo tutto di lui, pare il più prensile dei caratteri questo Artù o Artus o Arthus o Artorius. In bretone o in latinorum, d’accordo, ci sfugge appena per qualche dettaglio del nome. Ma in compenso non ignoriamo nessuna delle sue virtù: generosità forza fede la volontà di inseguire la pienezza di se nell’assoluto, voler essere eroe che cerca e si cerca, maestro e apostolo che rifiuta di insegnare agli uomini altra saggezza se non che di ogni verità è vero anche il contrario e che non c’è santo o peccatore che non sia anche peccatore o santo. Invincibile, già, ma infine vinto; gentiluomo scabro ma che pargoleggia volentieri con le magie di Merlino; amante vigoroso ma sposato a moglie troppo giovane e quindi rassegnato a una passione che è un breve delirio di gioia abbagliante. Ricco possente buono, dunque, ma anche i suoi vizi conosciamo al dettaglio, che formano tutt’altro che tautologico cataloghetto poichè vi figura l’incesto. Possiamo consultare la secolare quercia della sua dettagliata genealogia con la stessa meticolosità dei cataloghi della affaccendata corte di eroi che gli fa ronda e giostra di eroismi e ciurmerie, Galvano e Lancillotto, Percival, Mordred (perfido traditore o straziante figlio incestuoso?); e ancora Tristano e Isotta con i loro amoretti così artisticamente produttivi. […]Quante volte le generazioni hanno rischiato i perdersi nella geografia fantastica del regno di Artù che va, pare, dalla Cornovaglia fino al bretone Armorico. E poi in fila, al galoppo, guerre amori e sortilegi. Sappiamo dove è diventato grande re sbriciolando i nemici (ma quali: sassoni danesi romani decadenti?) sul monte Badon; sappiamo dove lo hanno ferito a morte, a Camlann la sua ultima battaglia, sappiamo dove lo hanno sepolto, nell’isola incantata di Avalon vegliato fino all’ultimo da Morgana (fata pietosa o amante?). Sfogliamo l’atlante e nessuno di questi luoghi è riconoscibile se non nella geografia della leggenda. […] Saper smontare il meccanismo del suo mito per vederlo dentro, alla fine risulta impossibile. Ci arrendiamo: Artù è mistero.
Fin dai secoli bui generazioni hanno avuto l’animo di ucciderlo, lasciandone dietro la grande ombra al riparo della loro infanzia svanita, ma non ne hanno avuto l’animo, il desiderio ma non la volontà. Si sono ritrovati seduti alla sua Tavola rotonda, compunti alla nuova puntata di questa Dallas in Brocelandia; magari addocchiandolo con la poco convinta faccia hollywoodiana di Robert Taylor (I cavalieri della tavola rotonda, 1956) o scoprendolo nelle dotte innumerevoli incarnazioni da Steinbeck a Cocteau a Wagner. Una «leggenda in divenire» dice con un ghignetto di saggia malizia il sottotitolo della mostra bretone; come accade a tutto ciò che appartiene contemporaneamente a due universi, quello del mito e quello della realtà, a una biografia scritta da questo incontro tra reale e immaginario. Davvero non è mai morto Artù, è soltanto «in sonno» ritirato nel mondo sotterraneo e incantato di Avalon creato da Merlino e riappare puntuale ad ogni «c’era una volta…». Forse come assicura Apollinaire, lo incontreremo di nuovo a Londra nel 2105. Re Artù ovvero come (sopra)vivono i miti, il vero Graal di uno dei sortilegi della cultura europea. La sua tomba non è sull’isola incantata ma come diceva Malraux «nel cuore degli uomini».
La sua storia è il feuilleton di come il mito sia genuinamente democratico, come ignori le classi. Artù forse in origine era un prefetto romano diventato patriota di fronte a caledoni e sassoni; o l’ultimo re dei bretoni che ha difeso in dodici vittoriose battaglie; o soltanto un oscuro signore della guerra a capo di un manipolo di feroci cavalieri. Lo hanno inventato i dotti, il talentoso Goffredo di Monmouth e il patriottardo Chrétien de Troyes; materia per sedurre le Corti, esercizio da sapienti dunque. Eppure è diventato un eroe popolare fino all’approdo trionfale alla settima arte, al bardo moderno dei sogni, il cinema. […] il suo sfondo è l’Incanto, il cuore di Brocelandia è nelle penombra dove si ascoltano le grida di un bestiario fantastico, il gatto Chapalu, la Bestia che guaisce, il Cervo dal collare d’oro, e due vecchie conoscenze, il drago e il liocorno. Orsù, il Graal resta introvabile, ma è dolce ancora tentare.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura medievale, Terza F

Dante, Vita Nova

Vita Nova: guida alla lettura. 

Il manoscritto.

The incipit of the Vita Nuova in an early fourteenth century manuscript.
Vatican City, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Chigiano L VIII 305, c. 7r.

Dal sito ITALICA:  guida allo studio dell’opera dantesca.

Dante, Tanto gentile e tanto onesta pareVideolezione di Marco Santagata

Lascia un commento

Archiviato in Dante, TERZA BS, Terza F

Cecco Angiolieri

  S’i’ fosse foco…  nell’interpretazione di Vittorio Gassman. CLICCA QUI.

  S’i’ fosse foco…  nell’interpretazione di Fabrizio de Andrè. CLICCA QUI.

E in traduzione inglese:

If I were fire

If I were fire, I would consume the world;
If I were wind, then I would blow it down;
If I were water, I would make it drown;
If I were God, t’would to the depths be hurled.

If I were Pope, I’d have a lot of fun
with how I’d make all Christians work for me;
If I were emperor, then you’d really see –
I’d have the head cut off of everyone.

If I were death, then I’d go to my father;
If I were life, I’d not abide with him;
And so, and so, would I do to my mother.

If I were Cecco – as in fact I am –
I’d chase the young and pretty girls; to others
Would I leave the lame or wrinkled dam.

Ispirandosi a Cecco: Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

« E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io. »

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura medievale, Musica, Poesia

Guido Cavalcanti

Videolezione di Letteratura italiana del Professor Marco Santagata dell’Università di Pisa –      Guido Cavalcanti. Un testo esemplare – UniNettuno – lezione 10

Guido Davico Bonino presenta Guido Cavalcanti.

Giancarlo Dettori legge  “Avete in voi il fior e la verdura”, “In un boschetto trovai pastorella”, “Una giovane donna di Tolosa”, “Perch`io no spero di tornar giammai”. CLICCA QUI

A proposito di Averroè: la vita e le opere. Il film: Il destino, regia di Y Chahine (1997)

Averroes, Commentary on De Anima, French Manuscript, third quarter of the 13th century, B.N.F.

 Approfondimento: L’INFLUENZA DELLA CULTURA ARABA SUL MONDO LATINO MEDIEVALE, dal sito Treccani.it:

“Una nuova riscoperta delle fonti classiche è avvenuta realmente soltanto per mezzo delle fonti arabe, che hanno veicolato in Occidente buona parte della cultura greca. Questo incontro diretto con i classici dell’antichità non avviene però in Occidente prima del XII secolo. A partire da allora e progressivamente per circa due secoli, ci troviamo di fronte ad un insieme di influenze che possono essere definite come l’“eredità greco-araba”.
La presenza dell’Islam nella penisola iberica e in tutto il nord Africa ha di fatto messo sempre più facilmente a disposizione del mondo latino questo insieme di fonti provenienti dall’Oriente.
La prima presenza in lingua latina è rinvenibile in alcune traduzioni di opere scientifiche e mediche realizzate da Adelardo di Bath intorno agli anni Quaranta del 1100. La sempre maggiore disponibilità di testi in lingua araba si è accompagnata ad una crescita di importanza della figura culturale dei traduttori, ai quali, in larga parte, si deve questa rapida diffusione.
La vera svolta, in questo senso, si è avuta nella seconda metà del XII secolo con l’organico lavoro di traduzione compiuto a Toledo per volontà politica del vescovo Raimondo di Sauvetat”.

Cavalcanti e Dante: Guido, I’ vorrei che tu…; Cavalcanti destinatario della Vita Nova; Commedia, Inferno, X:

Cavalcanti protagonista della novella  VI, 9 del Decameron di Boccaccio. CLICCA QUI per approfondire.

Guido di messer Cavalcante de’ Cavalcanti […] , oltre a quello che egli fu un de’ miglior loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava), si fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uom molto e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse.
Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto abstratto dagli uomini divenia; e per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tralla gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse.

CAVALCANTI E LA LIRICA MODERNA

Ezra Pound traduce  Guido Cavalcanti, Voi che per li occhi mio passaste ‘l core:

YOU, who do breach mine eyes and touch the heart,
And start the mind from her brief reveries,
Might pluck my life and agony apart,
Saw you how love assaileth her with sighs,

And lays about him with so brute a might
That all my wounded senses turn to flight.
There’s a new face upon the seigniory,
And new is the voice that maketh loud my grief.

Love, who hath drawn me down through devious ways,
Hath from your noble eyes so swiftly come!
‘T is he hath hurled the dart, wherefrom my pain,

First shot’s resultant! and in flanked amaze
See how my affrighted soul recoileth from
That sinister side wherein the heart lies slain.

Sonnet I, from The Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti Translated by Ezra Pound, Boston, Small, Maynard and Company, 1912. Per approfondire l’analisi CLICCA QUI.

Ezra Pound traduce  Guido Cavalcanti, Chi è questa che vèn…:

Who is she coming, drawing all men’s gaze,
Who makes the air one trembling clarity
Till none can speak but each sighs piteously
Where she leads Love adown her trodden ways?

Ah God! The thing she’s like when her glance strays,
Let Amor tell. “T is no fit speech for me.
Mistress she seems of such great modesty
That every other woman were called “Wrath.”

No one could ever tell the charm she hath
For toward her all the noble Powers incline,
She being beauty’s godhead manifest.

Our daring ne’er before held such high quest;
Be ye! There is not in you so much grace
That we can understand her rightfully.

Sonnet VII, from The Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti Translated by Ezra Pound, Boston, Small, Maynard and Company, 1912

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura medievale

Dante: il “romanzo della sua vita”

Da Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, Milano, 2012

La Firenze in cui Dante ha vissuto fino all’età di trentasei anni non assomigliava alla città che poi sarebbe diventata famosa nel mondo per i suoi monumenti architettonici.

Ovviamente, non c’erano né il campanile di Giotto né la cupola di Brunelleschi né i palazzi dell’età medicea, ma non si ergevano ancora neppure Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore. La Firenze di Dante è una città medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini intervallato qua e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose, ma di piccole dimensioni; le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli. I grandi clan familiari le costruiscono in parte per segnalare il loro potere, ma soprattutto a difesa delle case e delle botteghe sottostanti e come postazioni elevate dalle quali colpire in un vasto raggio intorno. Difendersi e minacciare erano operazioni entrambe necessarie in una città nella quale le rivalità tra privati e gli odi di parte degeneravano in violenze e scontri quasi quotidiani. Insomma, a disegnare il profilo della città erano le torri e i campanili, non architetture monumentali, civili o religiose.

Sarà solo verso la fine del secolo che cominceranno i lavori per alcuni grandi progetti architettonici che ancor oggi plasmano l’immagine di Firenze. Nel maggio 1279 i domenicani del convento di Santa Maria Novella pongono solennemente la prima pietra di una chiesa che nelle loro intenzioni sarebbe dovuta diventare una delle più grandi d’Italia; nel 1284 è rinnovata (forse dal grande architetto Arnolfo di Cambio) la vecchia Badia; nell’ottobre 1295 i francescani iniziano la costruzione di Santa Croce; l’anno dopo comincia la trasformazione, su progetto di Arnolfo di Cambio, dell’antica ma piccola cattedrale di Santa Reparata nell’imponente Santa Maria del Fiore; nel febbraio 1299, sempre su progetto di Arnolfo, prendono il via i lavori del Palazzo dei priori (poi detto della Signoria e, infine, Palazzo Vecchio). Sono imprese la cui realizzazione richiederà anni di lavoro, alcune addirittura secoli.

Nell’ultimo periodo in cui ha abitato a Firenze, Dante ne ha visto i cantieri, ha passeggiato sotto le impalcature. Quei maestosi edifici, però, non hanno fatto in tempo a imprimersi nel suo immaginario come nuovi simboli della città. Nemmeno il duomo di Santa Maria del Fiore, che pure, benché lontano dall’essere completato, già veniva utilizzato (e celebrato come nuova gloria cittadina) quando lui viveva ancora a Firenze. Dante non lo nomina mai. Al centro dell’immagine della città che egli si porta dietro nell’esilio resta il Battistero di San Giovanni. Fino agli inizi del Trecento il suo «bel San Giovanni» era stato non solo l’edificio più grande e più riccamente decorato di Firenze, ma il tempio cittadino per antonomasia, quello in cui si svolgevano le più significative cerimonie liturgiche, in cui il Comune custodiva il carroccio e depositava i trofei di guerra. Nessun’altra costruzione faceva concorrenza a questo simbolo religioso e civile della città.

Insoma, la Firenze in cui Dante nasce e trascorre la prima parte della vita non è     una città che si imponga per la grandiosità dei monumenti o lo sfarzo dei palazzi. La sua rivale storica, Pisa, per numero, dimensioni e ricchezza degli edifici (si pensi solo al complesso marmoreo duomo-battistero) forniva ben altro colpo d’occhio. Firenze, però, non era una città piccola (intorno al 1280 contava tra i quaranta e cinquantamila abitanti, pertanto era fra le più ragguardevoli in Europa) e, soprattutto, era in piena espansione, mentre Pisa era in declino. Già intorno alla metà del Duecento la cerchia di mura che alla fine del secolo precedente aveva sostituito l’antica cinta romano-bizantina si era rivelata insufficiente: al di là del perimetro murario erano sorti monasteri, chiese, borghi di notevole dimensione. E così, a cominciare dal 1285, si procedette a costruire una terza cerchia fortificata, i cui lavori terminarono solo nel 1333. Essa, alla fine, aveva un perimetro di otto chilometri e mezzo; del resto, a quella data la popolazione era quasi raddoppiata rispetto a quella del 1280.

Cronologia della vita di Dante

Marco  Santagata,_20_finestre_sulla_vita_di_Dante (scarica e-book)

TIMELINE: The world of Dante

 

Lascia un commento

Archiviato in Dante, Letteratura medievale

La letteratura del Duecento in Italia

mappa_lett_it_200

Da M.Sambugar – G. Salà, Letteratura modulare, La Nuova Italia

 

Da M.Sambugar - G. Salà, Letteratura modulare, La Nuova Italia

Da M.Sambugar – G. Salà, Letteratura modulare, La Nuova Italia

 

 

1 Commento

Archiviato in Letteratura medievale, Terza E

Dante in video

    Massimo Cacciari racconta Dante

Andrea Cortellessa spiega Dante

Vita e opere

Vita nova

Convivio

De vulgari eloquentia

Divina Commedia: il tema della visione

Inferno:  primo canto 

Inferno: quinto canto

Inferno: ventiseiesimo canto

Paradiso: trentatreesimo canto

Benigni racconta Dante

Inferno: primo canto

Inferno: secondo canto

Inferno: quinto canto

Inferno: ottavo canto

 Lettera a Dante

Vittorio Sermonti legge Dante

Inferno: primo canto

I manoscritti: Bodleian Library

Dante, Divine Comedy, in Italian
North Italy, Genoa(?); 14th cent., third quarter

Lascia un commento

Archiviato in Dante