Archivi del mese: aprile 2016

L’anima di Cervantes e Shakespeare dentro di noi

Salman Rushdie, “La Repubblica”,  25 aprile 2016

Mentre ricorre il quattrocentesimo anniversario della morte di William Shakespeare e Miguel de Cervantes Saavedra, può valere la pena far notare che i due giganti sono sì morti nella stessa data, il 23 aprile 1616, ma non nello stesso giorno. Nel 1616, la Spagna aveva adottato il calendario gregoriano, mentre l`Inghilterra usava ancora il calendario giuliano e dunque era 11 giorni indietro (oltremanica rimasero fedeli al vecchio sistema di datazione fino al 1752, e quando il cambiamento finalmente arrivò ci furono rivolte e – si dice – folle per la strada che urlavano: «Ridateci i nostri undici giorni!»). La coincidenza delle date e la differenza dei calendari avrebbe deliziato, sospettiamo, le giocose ed erudite sensibilità dei due padri della letteratura moderna. Non sappiamo se sapessero l’uno dell’altro, ma avevano tantissimo in comune, a cominciare proprio da quell’area del “non sappiamo”: perché sono tutti e due personaggi misteriosi e nelle loro biografie ci sono anni mancanti e, più significativamente ancora, documenti mancanti. Nessuno dei due ha lasciato molto materiale personale. Poco o niente quanto a lettere, diari di lavoro, bozze abbandonate: sole le immense opere compiute. La conseguenza è che entrambi sono caduti vittime di quel genere di teorie idiote che cercano di mettere in discussione la paternità delle loro opere.
Una frettolosa ricerca su internet “rivela”, per esempio, che non solo i capolavori di Shakespeare, ma anche il Don Chisciotte sono stati scritti in realtà da Francis Bacon (la mia preferita fra queste folli teorie su Shakespeare è che le sue commedie non sono state scritte da lui, ma da qualcun altro con lo stesso nome). E naturalmente sappiamo che la paternità delle opere di Cervantes era stata contestata già in vita, quando qualcuno di identità incerta scrisse sotto pseudonimo certo – Alonso Fernández de Avellaneda – un seguito posticcio del Don Chisciotte e stimolò Cervantes a scrivere il vero Libro II, in cui i personaggi sanno del plagiario Avellaneda e lo tengono in grande disprezzo.

Cervantes e Shakespeare quasi certamente non si sono mai incontrati, ma più si leggono con attenzione le pagine che ci hanno lasciato più echi si percepiscono. La prima idea comune ( a mio parere la più preziosa) è la convinzione che un’opera di letteratura non dev’essere comica o tragica o romantica o politico-storica: se fatta bene, può essere molte cose contemporaneamente. Guardiamo le scene iniziali dell’Amleto. La prima scena del primo atto è una storia di fantasmi: «Non è qualcosa di più di una fantasia?», chiede Bernardo a Orazio. La seconda scena introduce l’intrigo alla corte di Elsinore: il principe erudito infuriato, la madre, da poco vedova, sposata con lo zio. Arriva la terza scena e troviamo Ofelia che racconta al suo scettico padre Polonio l’inizio di quella che diventerà una triste storia d’amore, Passiamo alla quarta scena ed è di nuovo una storia di fantasmi, e c’è del marcio in Danimarca.

Via via che procede, l’opera continua a trasformarsi, diventando di volta in volta una storia di suicidio, una storia di omicidio, una cospirazione politica e una tragedia di vendetta. Ha momenti comici e una commedia nella commedia. Contiene alcuni dei brani di più alta poesia mai scritti in inglese e finisce in una serie di melodrammatiche pozze di sangue. Questo è quello che il Bardo ha lasciato in eredità a noi che veniamo dopo, la consapevolezza che un’opera può essere tutto contemporaneamente. La tradizione francese separa la tragedia (Racine) e la commedia (Molière); Shakespeare mescola tutto insieme, e lo stesso, grazie a lui, possiamo fare noi. In un famoso saggio, Milan Kundera ha affermato che il romanzo ha due progenitori, Clarissa di Samuel Richardson e Tristram Shandy di Laurence Sterne: ma entrambe queste voluminose ed enciclopediche narrazioni mostrano l’influenza di Cervantes. Lo zio Toby e il caporale Trim di Sterne sono esplicitamente modellati su don Chisciotte e Sancho Panza, mentre il realismo di Richardson è fortemente debitore dello sfasamento operato da Cervantes della ridicola tradizione letteraria medievale. Nel suo capolavoro, come nell’opera di Shakespeare, le batoste coesistono con la nobiltà, il pathos e l’emozione con la licenziosità e i doppi sensi, fino a culminare nel momento, infinitamente commovente, in cui il mondo reale prevale e il Cavaliere dalla Triste Figura riconosce di essere un vecchio pazzo e ridicolo.

Sia Shakespeare che Cervantes sono scrittori consapevoli, moderni in un modo che la maggior parte dei maestri moderni riconoscerebbe: quello che crea opere teatrali è fortemente consapevole della loro teatralità, del fatto che sono rappresentazioni; quello che crea opere di finzione narrativa è consapevole della loro natura fittizia. E sono entrambi affezionati osservatori, e profondi conoscitori, tanto della vita meschina quanto degli alti ideali. È questa prosaicità che rivela la loro natura di realisti, anche quando si atteggiano a scrittori fantastici: e anche qui, noi che siamo venuti dopo possiamo apprendere da loro che la magia ha senso solo quando si pone al servizio del realismo (c’è mai stato un mago più realistico di Prospero?) e il realismo ha tutto da guadagnare da robuste dosi di fantastico. Infine, entrambi rifiutano di fare la morale, ed è soprattutto in questo che sono più moderni di tanti venuti dopo di loro. Dei due, Cervantes era l’uomo d’azione, che combatté in battaglia, rimase gravemente ferito, perse l’uso della mano sinistra, fu fatto schiavo dai corsari di Algeri per cinque anni, finché la sua famiglia non riuscì a raccogliere il denaro per il riscatto. Shakespeare non aveva nessun dramma del genere nella sua esperienza personale, eppure, dei due, sembra quello più interessato a scrivere di guerre e soldati: l’Otello, il Macbeth, il Re Lear sono tutte storie di uomini in guerra. Stranamente, fu il guerriero spagnolo a scrivere della comica futilità del guerreggiare e a creare l’iconica figura del guerriero ridicolo (per esplorazioni più recenti di questo tema, si può pensare a Comma 22 di Joseph Heller o a Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut). Nelle loro differenze, Cervantes e Shakespeare incarnano due opposti molto contemporanei, così come, nelle loro somiglianze, concordano su tante cose che oggi tornano utili ai loro eredi.

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25 aprile 1945-2016

Quando l’ingiustizia diventa legge,
la resistenza diventa dovere.

Bertold Brecht

“Andai io di persona a ricevere l’ottava armata alleata quando si decisero a entrare a Padova. Ero in pattuglia tra il Santo e il Bassanello, un po’ prima di mezzanotte. Ai posti di blocco avvenivano scene curiose. Le parole d’ordine erano tutte diverse, a rigore avremmo dovuto spararci tra noi ogni trenta metri; solo l’euforia generica impedì, credo, una strage universale interna. Dicono che l’euforia promuove gli spari; ma è certo che non promuove la mira.
Avevo passato l’ultimo posto di blocco con la mia pattuglia (c’era anche la Simonetta col mitra), e si camminava nel buio pesto della periferia oscurata, un lungo stradone fra le case, che porta fuori Padova, verso sud. Non c’era nessuno nella strada, naturalmente; si sapeva che gli alleati erano vicini, ma reparti tedeschi continuavano a passare nei dintorni, alcuni arrendevoli, altri compatti e feroci. Ecco dunque come finisce una guerra. Prima parte un esercito, poi ne arriva un altro; ma questa non è veramente la fine. La guerra finisce negli animi della gente, in uno un po’ prima, nell’altro un po’ dopo; è per questo che ci sono ancora queste sparatorie insensate.
Da in fondo allo stradone cominciava ad arrivarci uno strepito di grossi motori; era una cosa compatta, intensa.
“Sono inglesi,” dissi alla Simonetta per buon augurio; e mi domandavo quante probabilità c’erano che fosse invece l’ultima colonna tedesca. Decisi meno del trenta per cento.
“Sei sicuro?” disse lei.
“Sicurissimo,” le dissi, e lei mormorò: “Sembra un sogno”.
Sembrava infatti letteralmente un sogno. In fondo erano solo due anni che li aspettavamo, ma pareva una cosa lunga lunga. Io ho una certa esperienza di cose che pare non vogliano più finire, e a un certo punto si crede che non finiranno più, e poi quando finiscono tutto a un tratto, pare ancora impossibile, e si ha fortemente l’impressione di sognare.
Camminavamo in mezzo alla strada, andando incontro all’ottava armata, almeno al settanta per cento. Il rumore diventava sempre più grande, e noi in mezzo alla strada buia sempre più piccoli. S’incominciavano a distinguere confusa-mente i volumi scuri dei carri armati: erano enormi. Quando. fummo a cinquanta metri feci fermare la pattuglia; avevamo due pile, e ci mettemmo a fare segnalazioni. Poi andai avanti un altro po’ con la Simonetta.
Com’è strana la vita, sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. Con queste loro gobbe, con questi orli di grandi borchie ribattute, questi sferragliamenti, queste canne, vogliono quello che vogliamo noi. L’Europa è tutta piena di questi nostri enormi alleati; che figura da nulla dobbiamo fare noialtri visti da sopra uno di quei carri! Branchi di straccioni; bande. Banditi. Certo siamo ancora la cosa più decente che è restata in Italia; non lo hanno sempre pensato gli stranieri che questo è un paese di banditi?
Il primo carro si fermò; sopra c’era un ufficiale con un soldato. Avrei voluto dirgli qualcosa di storico.
“Non siete mica tedeschi, eh?” dissi.
“Not really,” disse l’ufficiale.
“Benvenuti,” dissi. “La città è già nostra.”
“Possiamo montare?” disse quell’irresponsabile della Simonetta. Ma ormai la pattuglia non occorreva più; la colonna si sentiva accumularsi dietro al primo carro per centinaia e centinaia di metri; il rombo dei motori era magnifico. Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi.
“E chi sareste voialtri?” disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: “Fucking bandits”, ma subito mi venne in mente che c’era un risvolto irriguardoso nei con-fronti della Simonetta, e arrossii nel buio. L’ufficiale gridò: “I beg your pardon?” e io gridai: “Ho detto che siamo i Volontari della Libertà”.
“Libertà?” gridò l’ufficiale, e io glielo confermai, e poi aggiunsi: “E adesso canto una canzone che vi riguarda, se non le dispiace”.
“Sing away,” disse lui, e io attaccai:
Sono passati gli anni 
sono passati i mesi 
sono passati i giorni 
e ze rivà i inglesi.
La Simonetta si mise ad accompagnarmi al ritornello. Io sono stonato, lei invece no. Il fracasso confondeva tutto.
La nostra patria è il mondo intèr… 
solo pensiero — salvar l’umanità!
“Cosa dicono le parole?” disse l’ufficiale.
“Che finisce la guerra,” dissi, e poi aggiunsi: “E che ci interessa molto la salvezza dell’umanità.”
“You a poet?” disse l’ufficiale.
Io gli circondai l’orecchio con le mani, e gridai dentro:
“Just a fucking bandit.”
Così accompagnammo a Padova l’ottava armata, e poi io e la Simonetta andammo a dormire, e loro li lasciammo lì in una piazza.”
Il film di Daniele  Lucchetti, 1998

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Don Giovanni o l’amore per la geometria

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“Non hai mai provato questo semplice stupore di fronte a un vero sapere? Per esempio: che cos’è un cerchio? un puro luogo geometrico. Io ho bisogno di questa purezza, di questa sobrietà, ho bisogno di precisione, ho orrore della palude dei nostri stati d’animo. […] Così e non altrimenti! dice la geometria. Così e non in un modo qualunque! Qui non puoi far trucchi, qui non valgono gli stati d’animo, esiste una sola figura che coincide col suo nome. […] Non ho mai vissuto niente di più alto di questo gioco, di questo gioco a cui obbediscono il sole e la luna”.
Don Giovanni ovvero l’amore per la geometria, atto III

Don Giovanni o l’amore per la geometria (Don Juan oder die Liebe zur Geometrie), commedia in cinque atti di Max Frisch, fu rappresentata per la prima volta nel 1953.

“Don Giovanni, come ogni personaggio, ha tutta una famiglia di parenti spirituali, e, anche se sono molto lontani da lui, Icaro o Faust gli sono più simili che non Casanova – ragione per cui l’attore che impersona Don Giovanni non deve preoccuparsi di sedurre le signore in platea. La sua fama di seduttore (che lo accompagna senza che egli si identifichi mai con questa fama) è un equivoco creato dalle donne. Don Giovanni è un intellettuale […]. Ciò che lo rende irresistibile per le signore di Siviglia, è la sua spiritualità, la sua pretesa di una spiritualità virile, la quale costituisce un affronto, in quanto persegue scopi completamente diversi da quelli che potrebbero essere costituiti dalla donna, e pone, fin dall’inizio, la donna come un episodio – con il noto risultato, certo, che gli episodi finiscono per divorare tutta la sua vita”. Max Frisch

Prima parte (Atti I – II – III)
La commedia è ambientata a Siviglia, in un’epoca che, teatralmente, sovrappone e confonde età della Reconquista, siglo de oro e Settecento. Il giovane don Giovanni Tenorio, innamorato della geometria ma costretto, suo malgrado, a sedurre ogni donna che incontra, è il promesso sposo di Donna Anna, figlia del Commendatore di Siviglia, Don Gonzalo. Tutti attendono l’arrivo del giovane per il matrimonio, che secondo un’antica usanza si celebra nella “notte del riconoscimento”, notte di festa e di danza in cui tutti, ad eccezione dei due sposi, mai incontratisi prima, indossano una maschera. Complice il travestimento, Miranda, una prostituta innamorata di Don Giovanni, nonostante i saggi consigli di Celestina, tenutaria della più rinomata casa di piacere di Siviglia, tenta di sostituirsi con l’inganno a Donna Anna. Arrivato Don Giovanni, può iniziare la solenne cerimonia nuziale, ma quella che seguirà sarà una notte di oscuri presagi, travestimenti, scambi di persona, duelli, fughe, inseguimenti, amore, morte.

Seconda parte (Atti IV – V)
Don Giovanni è ora un uomo di trentatré anni, un po’ invecchiato e pieno di debiti, stanco di essere senza tregua costretto a sedurre donne che non ama e a ucciderne i mariti, vittima della sua fama e perseguitato dalla Chiesa spagnola che lo accusa di ogni sacrilegio. È così che, nonostante la proposta di matrimonio di Miranda, nel frattempo divenuta Duchessa della Ronda e rimasta vedova, Don Giovanni decide di inscenare la leggenda della sua morte: tutti dovranno credere che la statua del Commendatore, una delle sue illustri vittime, lo abbia trascinato all’inferno per punirlo della sua empietà. Don Giovanni, finalmente libero, non più obbligato ad amare le donne, progetta di ritirarsi in convento, per potersi finalmente dedicare alla sua “virile geometria”. Con l’aiuto del suo servo Leporello e della complice Celestina organizza una cena, cui sono invitati il Vescovo di Cordova e molte vedove, un tempo vittime del fascino di Don Giovanni e ora desiderose di vendetta.
L’ultimo atto si svolge al Castello della Ronda. Il Don Giovanni della letteratura è divenuto ormai un personaggio leggendario, emblema dell’empietà punita. Il Don Giovanni “reale”, invece, si trova imprigionato in quello che, forse, è l’unico “vero inferno”…

Note sull’Autore
Max Frisch (Zurigo, 1911 – 1991) è considerato una delle massime voci della letteratura svizzera del Novecento. Laureato in architettura, dopo il 1945 compie lunghi viaggi che lo portano in Messico e Stati Uniti e parallelamente inizia la sua attività letteraria e teatrale. A Zurigo pubblica i suoi romanzi più importanti, Stiller (1954) e Homo Faber (1957), e allo stesso tempo porta avanti la sua opera teatrale, che risente in parte dell’influenza di Bertolt Brecht, con la messa in scena di Don Giovanni ovvero l’amore per la geometria (1953) e Biedermann e gli incendiari (1953). Tra gli anni ’50 e ’60 diventa indiscutibilmente uno dei più importanti scrittori di lingua tedesca. Nei suoi romanzi, così come nella sua attività drammaturgica, Frisch cerca di cogliere la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo sopraffatto dalla moderna società tecnologica e industriale, e in questo senso il romanzo Homo Faber è l’esempio più significativo.

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Enciclopedie o del sapere circolare

L’ordine enciclopedico delle nostre conoscenze consiste nel raccoglierle nel minor spazio possibile e nel fare assumere, per così dire, al filosofo un punto di vista assai elevato al di sopra di questo labirinto, in modo da fargli scorgere nel loro insieme le scienze e le arti principali, abbracciare con un unico sguardo gli oggetti delle speculazioni e le operazioni che può compiere su questi oggetti, distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i loro punti di contatto e di separazione, e talora intravvedere persino le strade nascoste che le congiungono. […] La società, se rispetta giustamente i grandi geni che la illuminano, non deve avvilire le mani che la servono. La scoperta della bussola è tanto utile al genere umano, quanto lo sarebbe alla fisica la spiegazione delle proprietà dell’ago magnetico.

Baptiste Le Rond d’Alembert, Discorso preliminare dell’Enciclopedia  o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri [1753], a c. di P. Casini, Laterza, Bari 1968. LEGGI TUTTO.

Lo scopo di un’enciclopedia è di unificare le conoscenze sparse sulla faccia della terra; di esporre il sistema e di trasmetterlo a quelli che verranno dopo di noi; affinché le opere dei secoli passati non siano state inutili per i secoli successivi, affinché i nostri nipoti, divenendo più istruiti, possano essere nello stesso tempo più virtuosi e più felici, e affinché noi non scompariamo senza aver ben meritato del genere umano […]. Ci siamo resi conto che l’Enciclopedia poteva essere tentata solo in un secolo filosofico, e che questo secolo era giunto. D. Diderot,  VOCE ENCICLOPEDIA, vol. V

Possa la cultura generale progredire in modo così rapido che fra vent’anni, su mille delle nostre pagine, resti impopolare appena un rigo! I padroni del mondo devono affrettare questa felice rivoluzione. Felice il tempo in cui avranno compreso che la loro sicurezza consiste nel comandare uomini istruiti. I grandi attentati sono stati sempre commessi solo da ciechi fanatici. Oseremmo lamentarci delle nostre pene e rimpiangere i nostri anni di fatiche, se potessimo vantarci di aver appena corretto quello smarrimento dell’intelletto che è così contrario alla quiete della società, e di aver spinto i nostri simili ad amarsi, a sopportarsi e infine riconoscere la superiorità della morale universale su tutte le morali particolari che ispirano l’odio e il disordine, e che infrangono o rilassano la solidarietà generale e comune? D. Diderot, Avvertenza, vol. VIII

Il termine enciclopedia viene da enkyklios paideia, che nella tradizione greca significava una educazione completa. Enkyklios non significa tanto “educazione circolare”, nel senso di armonicamente completa, bensì, secondo alcuni, in riferimento alla forma del coro: imparare a cantare certi inni era parte essenziale dell’educazione di un ragazzo, e pertanto enkyklios vorrebbe dire “la forma di educazione che un ragazzo dovrebbe aver ricevuto”. Però nell’antichità classica questo termine non appare; esso fa la sua apparizione nel XVI secolo, prima in Fleming Joachim Stergk, Lucubrationes vel potius absolutissima kuklopaideia, 1529, e poi nel The Boke named The Governour (1531) di Sir Thomas Elyot, dove si cita la totalità del sapere, ovvero “the world of science”, o “the circle of doctrine”. Questa stessa totalità del sapere come educazione completa viene descritta nel libro II del Gargantua et Pantagruel di Rabelais (1532, cap. 20), quando Thaumastes loda la cultura del giovane Pantagruel e dice: “mi ha dischiuso il vero pozzo e l’abisso dell’Enciclopedia”.  […]

L’enciclopedia illuminista si vuole critica e scientifica: non rinuncia a registrare tutte le credenze, anche quelle ritenute erronee, ma le denuncia come tali (si veda per esempio la voce “Licorne”, che sembra descrivere l’animale secondo la tradizione, ma sottolineandone la natura leggendaria), e sul modello di quelle antiche intende rendere ragione di tutti i saperi umani, anche quelli popolari connessi alle arti e ai mestieri. Si regge su una classificazione preliminare dei saperi, ma, essendo in ordine alfabetico, non la rivela, se non in un piano iniziale. In effetti nelle pagine introduttive, dovute a D’Alembert, si dice che “il sistema generale delle scienze e delle arti è una specie di labirinto, di cammino tortuoso che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire […] Questo disordine, per quanto filosofico per la mente, sfigurerebbe, o almeno annienterebbe del tutto un albero enciclopedico nel quale lo si volesse rappresentare […] Il sistema delle nostre conoscenze è composto di diverse branche, di cui molte hanno uno stesso punto di riunione; e poiché partendo da questo punto non è possibile imboccare contemporaneamente tutte le vie, la determinazione della scelta risale alla natura dei diversi spiriti”. Peraltro l’enciclopedia tende a riunire queste conoscenze nel più breve spazio possibile, e nel porre, per così dire, il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in un punto di vista molto elevato da dove gli sia possibile scorgere contemporaneamente le scienze e le arti principali; vedere con un sol colpo d’occhio gli oggetti delle sue speculazioni e le operazioni che può fare su questi oggetti; distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i punti che le separano o le accomunano, e intravedere persino, a volte, le vie segrete che le riuniscono. Essa è come una specie di mappamondo dove gli oggetti sono più o meno ravvicinati e presentano diversi aspetti secondo la prospettiva scelta dal geografo. Si possono dunque immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana quanti sono i mappamondi che si possono costruire secondo diverse proiezioni, e “spesso un oggetto, posto in una certa classe a causa di una o più delle sue proprietà, rientra in un’altra classe per certe altre proprietà”. L’immagine del mappamondo, su cui è possibile disegnare diversi percorsi e raccordi, ci farebbe pensare oggi a una rete ferroviaria (che è poi una delle incarnazioni moderne del labirinto), ed è in effetti sul modello della rete che si sono sviluppate le teorie contemporanee del modello enciclopedico.

U. ECO, Enciclopedia: genesi e storia di un’idea, in Umberto Eco, Riccardo Fedriga (a cura di), La filosofia e le sue storie. L’età moderna, Laterza, 2014

SEMBRA TRASCORSO UN EVO E INVECE sono solo quindici anni che esiste. Come i fenomeni legati alla temperatura percepita rispetto a quella reale, anche Wikipedia ha comportato un mutamento irreversibile. La misura di tale rivoluzione, vissuta giorno dopo giorno ma inavvertita nelle conseguenze, è data dal fatto che se oggi non fossimo qui a celebrarne i primi quindici anni pochi si ricorderebbero della data di nascita. Il che prova una cosa, che risale addirittura al di Platone, dove si racconta del dio egizio Theuth che presenta al faraone la sua ultima invenzione: la scrittura, tecnologia che per la prima volta affida le tracce della memoria a un documento come il papiro. Anche Wikipedia è una macchina per produrre memoria.
Oggi non c’è evento, consistente o inconsistente, che non sia rintracciabile — il che non significa attendibile — in pochi secondi, e che con la stessa velocità non venga subito scordato. Il modello verso cui ci ha orientato Wikipedia è la bulimia algoritmica — ben più veloce di qualsiasi mnemotecnica umana — attraverso la quale il tempo di reperimento e accumulo delle informazioni si sostituisce al bisogno di esaustività, completezza e autorevolezza. […] la vera rivoluzione operata da Wikipedia [è] l’avere trasformato i modi attraverso i quali accediamo al sapere in funzione non tanto della completezza delle informazioni quanto in base al parametro della velocità e alla conseguente linearità nel reperirle. Wikipedia ha così operato una sorta di mutazione antropologica, adattandoci a muoversi più velocemente e secondo dinamiche più liquide, reputazionali e fondate sulla testimonianza, di quelle dettate da ogni possibile criterio di autorevolezza scientifica, istituzionale o editoriale. Ciò che non c’è su Wikipedia è ciò che non è velocemente accessibile, e ciò che è tale, dunque, non esiste: l’esistenza o meno di un evento diventa una variabile del fattore tempo.
R. Fedriga, Il dio Theuth nel regno della velocità, “La Repubblica”, 10 gennaio 2016

 

ESISTE un modo per mettere al sicuro, su internet, almeno una porzione della nostra conoscenza? Per avere cioè la sicurezza che ciò che leggiamo sia inoppugnabile e verificato? Oppure il modello Wikipedia, quello dell’enciclopedia a cui chiunque può mettere mano, è destinato a rimanere imbattibile? In realtà, a ben scavare, già prima della creatura lanciata da Jimmy Wales e altri e che ha evidentemente rivoluzionato il modello della conoscenza diffusa, esisteva un’altra enciclopedia online organizzata e gestita in modo diverso. Molto diverso. Orientata alla massima qualità. Anzi, al conseguimento di quella sacra trinità all’apparenza impossibile da ottenere: autorevolezza, completezza e attualità, intesa come massimo aggiornamento possibile dei contenuti.
Si tratta della Stanford Encyclopedia of Philosophy, meglio nota nel mondo accademico con l’acronimo Sep, ed ha una storia molto lunga, risalente al 1995. Ne ha raccontato una parte Quartz, individuando – nel complicato rompicapo della conoscenza su internet – le ragioni per cui il modello portante di quella storica ma ancora poco nota istituzione, fondata dal filosofo Edward Zalta, dovrebbe essere assunto come modello. Se non in tutti, almeno in molti ambiti dello scibile umano.
Per quale ragione? Sottrarre quei campi di sapere ai tanti lati negativi ed effetti collaterali a cui le risorse online più utilizzate, dalla stessa Wikipedia al sito di botta e risposta Quora – che ha appena varcato la soglia dei cento milioni di utenti – sono condannati per la loro stessa logica costitutiva. Quella formula si chiama in inglese “dynamic reference work”, che potremmo tradurre più o meno come lavoro di compilazione dinamica, o qualcosa del genere. Un lavoro che ovviamente non può che far leva su scale piccole – le voci classificate dalla Sep sono appena 1.500 rispetto ai 37 milioni di voci geolocalizzate dell’enciclopedia universale – ma tuttavia può segnare una strada percorribile. Un faro nella scivolosa rete delle bufale.
Le varie tipologie di siti e piattaforme a cui ci rivolgiamo oggi per rispondere ai nostri dubbi (al netto delle ricerche su Google) non riescono infatti a soddisfare tutte e tre le condizioni per un’opera perfetta. A quelle cartacee, sostanzialmente in estinzione (la Britannica non si stampa più da sei anni), gli utenti e i lettori accordano una certa autorevolezza. Sanno che su quelle pagine hanno lavorato autori riconosciuti e redattori competenti. Ma i libri non possono in nessun modo, tranne che per campi ristretti, ambire all’esaustività e men che meno all’aggiornamento.
Dal canto suo, Wikipedia è stata bersagliata negli anni dalle più diverse critiche: i pochi utenti attivi, spesso sotto l’1%, che intervengono nei testi a fronte della spaventosa mole di lettori, lo sbilanciamento in termini di attenzione riservata a certi settori della conoscenza e non ad altri – celebre la polemica sul femminismo o sulle voci matematiche – l’inaffidabilità stessa legata al modello di crowdsourcing, che le garantisce solo la rapidità di aggiornamento. I portali cosiddetti Q&A, di botta e risposta, come Quora – che ha da poco acquistato la piattaforma Parlio – o Stack Exchange non colgono neanche una delle caratteristiche necessarie a un buon prodotto: l’autorevolezza delle fonti non è garantita (chi risponde si autoqualifica in un modo ma non c’è verifica possibile), la completezza non esiste e l’aggiornamento neanche. Insomma, al momento – Google a parte – non esiste una risorsa a prova di errore voluto o colposo, aggiornata in tempo reale e che esaurisca con ordine e logica gli argomenti che affronta, senza perdersi in un continuo richiamo di link e collegamenti.
Zalta e colleghi provano dunque da vent’anni a costruire un modello diverso. Applicato alla filosofia ha dimostrato una sua sostenibilità economica anche se in altri campi non si può dire altrettanto. Non è infatti detto che sia una strada universale ma certo molti ambiti potrebbero essere organizzati con successo secondo lo stesso approccio. Per esempio, per garantirne l’autorevolezza il gruppo di lavoro ha selezionato diverse dozzine di editor per materia. Persone che sono responsabili di una singola branca filosofica anche piuttosto ampia, come la filosofia antica, e che scelgono e coordinano i singoli autori responsabili delle specifiche voci. “Un editor lavora con l’autore per fare il punto prima di dare il via libera alla scrittura – ha spiegato a Quartz Susanna Siegel, responsabile dell’ambito della filosofia della mente – spesso è un passaggio molto lungo”. Una volta partiti, alcuni autori possono impiegare anche molto tempo per concludere il loro lavoro. Fra l’altro non retribuito, visto che si tratta di esperti della materia che già vivono degli studi in un certo ambito e che quindi, col tempo, hanno deciso di partecipare al progetto un po’ con lo spirito con cui danno il loro contributo alle ricerche accademiche.
Risolta l’autorevolezza, alla Sep la completezza delle informazioni viene garantita da un attento lavoro di regia di un gruppo di filosofi capitanati dallo stesso Zalta: “Diciamo ai nostri autori di scrivere voci che si autocompletino” ha spiegato Uri Nodelman, senior editor dell’enciclopedia filosofica di Stanford. Cosa significa? Tentare di evitare il più possibile quello che chiamano “Wikihole”, il buco di Wikipedia. Il fatto, cioè, che spesso per comprendere a pieno una voce sia praticamente obbligatorio passare ad altre e ad altre ancora, perché nella voce di partenza che ci interessava mancavano i presupposti per comprenderla a pieno. Oppure l’assenza di alcune voci troppo complicate o astratte. L’aggiornamento è infine frutto di un’organizzazione molto chiara: se il contenuto di partenza deve ovviamente essere il più “fresco” possibile, dopo quattro anni quel testo dovrà essere aggiornato. Anche se spesso le revisioni vanno in scena molto prima, in base agli avanzamenti scientifici o alle segnalazioni di chi la stessa enciclopedia la usa ogni giorno: studenti, professori, esperti o lettori molto ferrati.
Si tratta di un esperimento, è vero. Tuttavia negli anni ha guadagnato, grazie al soddisfacimento di quei tre parametri-chiave che dovrebbero sovrintendere ogni risorsa dedicata alla conoscenza, un suo equilibrio finanziario e un forte riconoscimento dalla comunità scientifica. Sotto il primo fronte costa poco, impiega solo tre persone più cinque assistenti part-time, è finanziata in parte da Stanford, in parte da un programma di affiliazione premium sottoscritto da numerose biblioteche universitarie, coinvolte anche nella stesura delle voci, che frutta un terzo del budget, in parte da microversamenti ottenuti in cambio della diffusione di alcune di queste voci e articoli impaginati agli “Amici della Sep”: pillole di sapere a buon prezzo, contenuti pronti e soprattutto ipergarantiti per essere stampati in Pdf o utilizzati per altri fini, come lezioni, ricerche o approfondimenti.
Sono molti i settori che potrebbero essere coinvolti da un paradigma simile, che superi la pur imbattibile – nell’uso quotidiano – Wikipedia o i rapidi botta e risposta di Quora e siti del genere. Parecchi di quei settori, come l’informatica o l’economia, sfoggiano grande dinamismo, e dunque sembrerebbero complessi da organizzare secondo la formula Stanford, ma fanno leva su principi essenziali che quasi mai ci si prende il compito di spiegare e approfondire in maniera certificata. Sono ambiti nei quali diverse istituzioni, pubbliche e private, potrebbero avere l’interesse a interpretare il ruolo che Stanford ha avuto per la filosofia: garante e parziale finanziatore di una piattaforma destinata alla tutela dell’informazione di qualità.

SIMONE COSIMI, La formula dell’enciclopedia perfetta, “La Repubblica”, 7 aprile 2016

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“That’s the press, baby”

Deadline /  L’ultima minaccia, con Humphrey Bogart, regia di Richard Brooks, 1952

Gaetano Filangieri [giurista e illuminista napoletano], Scienza della legislazione (1780-5):
“Vi è un tribunale, che esiste in ciascheduna nazione, che è invisibile (…) ma che agisce di continuo, e che è più forte dei magistrati e delle leggi, de’ ministri e dei re (…) Questo tribunale, io dico, è quello della pubblica opinione” […] “La libertà, dunque, della stampa è di sua natura fondata sopra un dritto , che non si può né perdere né alienare finché si appartiene ad una società […], che la violenza distrugge, ma che la ragione e la giustizia difendono”.

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Quello che sono i libri stampati rispetto alla scrittura può quasi dirsi che lo siano i fogli periodici rispetto a’ libri stampati; e come questi tolsero dalle mani di pochi adepti le cognizioni, e le sparsero nel ceto dei coltivatori delle lettere, così i fogli le cognizioni medesime che circolano nel popolo studioso comunicano e diffondono nel popolo o travagliatore od ozioso. […]
Ma un foglio periodico, che ti si presenta come un amico che vuol quasi dirti una sola parola all’orecchio, e che or l’una or l’altra delle utili verità ti suggerisce non in massa, ma in dettaglio, e che or l’ uno or r altro errore della mente ti toglie quasi senza che te ne avveda, è per lo più il più ben accetto, il più ascoltato. La distanza che passa tra l’ autore di un libro, e chi lo legge, mortifica per lo più il nostro amor proprio, poiché il maggior numero non si crede capace di fare un libro; ma per un foglio periodico ognuno si crede abilità sufficiente, essendo poi sempre la mole e il numero i principali motori della stima volgare. Aggiungasi la facilità dell’ acquisto, il comodo trasporto, la brevità del tempo che si consuma nella lettura di esso, e vedrassi quanto maggiori vantaggi abbia con sé questo metodo d’instruire gli uomini, e per conseguenza con quanta attenzione e sollecitudine debba essere adoperato da’ veri filosofi, e quanto meriti di essere incoraggiato e promosso da chi brama il miglioramento della sua specie. Entrate in una adunanza ove siano libri e fogli periodici, troverete che ai primi si dà per lo più un’occhiata sprezzante e sdegnosa, ed ai secondi un’occhiata di curiosità che vi la leggere, e fa legger tutti gli altri; e come la circolazione del denaro è avvantaggiosa perché accresce il numero delle azioni degli uomini sulle cose, cosi la circolazione dei fogli periodici aumenta il numero delle azioni della mente umana, dalle quali dipende la perfezione delle idee e de’ costumi.                C. BECCARIA, De’ fogli periodici, “Il Caffè”, 1764

Ora, quando si pretende libertà di parola e di stampa non si sta chiedendo una libertà assoluta. Un qualche grado di censura deve sempre esistere, o almeno continuerà a esistere fintanto che ci saranno società organizzate. Ma la libertà, come ha detto Rosa Luxemburg, è «libertà per gli altri». È lo stesso principio contenuto nelle celebri parole di Voltaire: «Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Ammesso che la libertà intellettuale, che è senza dubbio uno dei segni distintivi della civiltà occidentale, abbia un significato, tale significato è che chiunque deve avere il diritto di dire o stampare ciò che ritiene vero, purché così facendo non danneggi inequivocabilmente il resto della comunità. […] Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.                      George Orwell, La libertà di stampa, 1945

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 1948

Art.19: «Everyone has the right to freedom of opinion and expression; this right includes freedom to hold opinions without interference and to seek, receive and impart information and ideas through any media and regardless of frontiers».

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