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…e avrà i tuoi occhi.

Poesie dello sguardo: un’antologia in progress.

Ch. Baudelaire, Les Fleurs du mal, A une passante, 1861

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.
Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,
una donna è passata. Con un gesto sovrano
l’orlo della sua veste sollevò con la mano.

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle
d’una scultura antica. Ossesso, istupidito,
bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo… e poi il buio! – Bellezza fuggitiva
che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte,
non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

che altrove, là, lontano – e tardi, e forse mai ?
Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;
so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!

Traduzione di G. Raboni

PER APPROFONDIRE: CLICCA QUI.

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi , Torino 1951

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

30 marzo ’50

VINCENZO CARDARELLI, Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.

W. Szymborska, Prospettiva, da Due punti, 2005

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

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R. Maria Rilke

Sono nelle tenebre e come cieco,
perché il mio sguardo più non ti ritrova.
Un velario è per me il folle tumulto
dei giorni, e tu sei là dietro.
Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi,
il velario, là dietro la mia vita vive,
il suo valore, la sua norma –
e insieme la mia morte – .

 WORK IN PROGRESS…

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C. Baudelaire, “Les fleurs du mal”

C. Baudelaire, I fiori del male. Prima edizione con dedica autografa a Delacroix.

C. Baudelaire, I fiori del male. Prima edizione.

« Ma questo libro il cui titolo Fleurs du Mal dice tutto,  è rivestito, lo vedrete, di una bellezza sinistra e fredda;  è stato fatto con furore e pazienza.  Del resto, la prova del suo valore positivo sta in tutto il male che se ne dice.  Il libro manda in bestia la gente.  D’altronde, spaventato io stesso dall’orrore che avrei ispirato,  ne ho ridotto un terzo sulle bozze». 
Ch. Baudelaire, Lettera alla madre , Parigi, 9 luglio 1857

V. Magrelli, Baudelaire e i Fiori del male (introduzione)

Letture in lingua italiana:

L. Vannucchi legge Baudelaire: Al lettore

L. Vannucchi legge Baudelaire: L’albatro

L. Vannucchi legge Baudelaire: Tedio

L. Vannucchi legge Baudelaire: Invito al viaggio

Letture in lingua francese:

C. Baudelaire,  Correspondances

Michel Piccoli legge Au lecteur

Michel Piccoli legge L’albatros

Michel Piccoli legge Elévation

Al lettore

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia
occupano gli spiriti tormentando i corpi
e noi alimentiamo gli amabili rimorsi,
come i mendicanti nutrono i loro insetti.

Caparbi i peccati, fiacchi i pentimenti;
ci pagano lautamente le nostre confessioni,
e sul sentiero di fango ritorniamo lieti
credendo che vili lacrime lavino ogni colpa.

Sul guanciale del male Satana Trismegisto
culla a lungo lo spirito incantato,
e il ricco metallo della nostra volontà
è svaporato da quel sapiente chimico.

Tiene il Diavolo i fili che ci muovono!
Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti;
ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre,
scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.

Come un misero vizioso che bacia e morde
il martoriato seno d’una vecchia puttana,
noi rubiamo in fretta un piacere furtivo
spremendolo con forza come una vecchia arancia.

Come un milione di elminti, stipato, brulicante,
un popolo di Demoni fa bagordi nei cervelli,
e con il respiro scende nei polmoni,
fiume invisibile, la Morte, con lamenti sordi.

Se stupro, veleno, pugnale ed incendio
non hanno ancora ricamato con segni piacevoli
di pietosi destini il banale canovaccio,
è che l’anima nostra, ahimé! non è troppo ardita.

Ma tra gli sciacalli, le cagne, le pantere,
le scimmie, gli scorpioni, i serpenti, gli avvoltoi,
i mostri guaiolanti, urlanti, grugnenti e striscianti
nell’infame serraglio dei nostri vizi,

eccolo là il più brutto, il più immondo, il più maligno:
la Noia! Non si scalmana con gran gesti e grida,
ma farebbe facilmente una rovina della terra
e in uno sbadiglio ingoierebbe il mondo!

Ha l’occhio gonfio d’involontarie lacrime,
e sogna patiboli fumando la sua pipa.
Quel leggendario mostro, tu, lettore, lo conosci,
– ipocrita lettore, – mio simile – fratello!

G. Courbet, L’Atelier du peintre, particolare: Baudelaire, 1855, Musée d’Orsay, Paris

G. Courbet, Ritratto di Baudelaire, 1848 circa, olio su tela, 54×65 cm,           Montpellier, Musée Fabre

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                                          E. Manet, Il funerale di Baudelaire, 1870

 

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Time is the same in a relative way…

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No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
W. Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Riflessioni sul tempo:

FALSTAFF
Now, Hal, what time of day is it, lad?
PRINCE HENRY
Thou art so fat-witted, with drinking of old sack
and unbuttoning thee after supper and sleeping upon
benches after noon, that thou hast forgotten to
demand that truly which thou wouldst truly know.
What a devil hast thou to do with the time of the
day? Unless hours were cups of sack and minutes
capons and clocks the tongues of bawds and dials the
signs of leaping-houses and the blessed sun himself
a fair hot wench in flame-coloured taffeta, I see no
reason why thou shouldst be so superfluous to demand
the time of the day.

W. Shakespeare, Henry IV, atto I, scena 2

Charles Baudelaire, Les Fleurs du malSpleen e ideale, L’horloge (traduzione di Claudio Rendina)

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
dont le doigt menace et nous dit: Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
se planteront bientôt comme dans une cible;

ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
chaque instant te dévore un morceau du délice
à chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix
d’insecte, Maintenant dit: le suis Autrefois,
et fai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souveniens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parte toutes les langues).
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décrôit; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard.


Ch. Baudelaire, Le Spleen de Paris, Petits poèmes en prose, 1864

XVI • L’OROLOGIO

I Cinesi leggono l’ora nell’occhio dei gatti.
Un giorno un missionario passeggiando nei sobborghi di Nanchino si accorse di aver dimenticato l’orologio e chiese a un ragazzino che ora fosse.
Il monello del celeste impero dapprima esitò; poi ci ripensò e rispose:«Ve lo dico subito». Qualche istante più tardi ricomparve tenendo in braccio un bel gattone e guardandolo come si dice nel bianco degli occhi affermò senza esitare: «Manca poco a mezzogiorno». Il che era assolutamente vero.
Quanto a mese mi chino sulla bella Felina che ben merita un tal nome pur essendo nello stesso tempo l’onore del suo sesso l’orgoglio del mio cuore e l’aroma del mio spirito –allora sia giorno oppure notte in piena luce o nell’ombra opaca io leggo distintamente nei suoi occhi adorabili sempre la stessa ora un’ora grande vasta e solenne come lo spazio non divisa in minuti né in secondi un’ora immobile che gli orologi non segnano e che tuttavia è leggera come un sospiro veloce come uno sguardo.
E se qualche importuno venisse a disturbarmi mentre i miei occhi riposano su questo delizioso quadrante se qualche Genio intollerante e villanose qualche Demonio intempestivo venisse a dirmi: «Che cosa stai fissando là con tanta attenzione? Che cosa cerchi negli occhi di questa creatura? Stai forse guardando che ora è o mortale prodigo e infingardo?». Allora io risponderei senza esitare: «Sì sto guardando che ora è: ed è l’Eternità!».
Non vi pare signora che questo sia un madrigale davvero meritorio e per di più enfatico proprio come voi? In verità ho ricamato con un tale piacere questa pretenziosa galanteria che in cambio non vi chiederò nulla.

Les Chinois voient l’heure dans l’oeil des chats.
Un jour un missionnaire, se promenant dans la banlieue de Nankin, s’aperçut qu’il avait oublié sa montre, et demanda à un petit garçon quelle heure il était.
Le gamin du céleste Empire hésita d’abord; puis, se ravisant, il répondit: “Je vais vous le dire.” Peu d’instants après, il reparut, tenant dans ses bras un fort gros chat, et le regardant, comme on dit, dans le blanc des yeux, il affirma sans hésiter: “Il n’est pas encore tout à fait midi.” Ce qui était vrai.
Pour moi, si je me penche vers la belle Féline, la si bien nommée, qui est à la fois l’honneur de son sexe, l’orgueil de mon coeur et le parfum de mon esprit, que ce soit la nuit, que ce soit le jour, dans la pleine lumière ou dans l’ombre opaque, au fond de ses yeux adorables je vois toujours l’heure distinctement, toujours la même, une heure vaste, solennelle, grande comme l’espace, sans divisions de minutes ni de secondes, – une heure immobile qui n’est pas marquée sur les horloges, et cependant légère comme un soupir, rapide comme un coup d’oeil.
Et si quelque importun venait me déranger pendant que mon regard repose sur ce délicieux cadran, si quelque Génie malhonnête et intolérant, quelque Démon du contretemps venait me dire: “Que regardes-tu là avec tant de soin? Que cherches-tu dans les yeux de cet être? Y vois-tu l’heure, mortel prodigue et fainéant?” je répondrais sans hésiter: “Oui, je vois l’heure; il est l’Eternité!”

Horloge_baudelaire

Io constato anzitutto che passo di stato in stato. Ho caldo ed ho freddo, sono lieto o triste, lavoro o non faccio nulla, guardo ciò che mi circonda o penso ad altro. Sensazioni, sentimenti, volizioni, rappresentazioni: ecco le modificazioni tra cui si divide la mia esistenza e che di volta in volta la colorano di sé. Io cambio, dunque, incessantemente. Ma non basta dir questo: il cambiamento è più radicale di quanto non sembri a prima vista. Di ciascuno dei miei stati psichici parlo, infatti, come se esso costituisse un blocco: dico sì che cambio, ma concepisco il cambiamento come un passaggio da uno stato al successivo e amo credere che ogni stato, considerato per se stesso, rimanga immutato per tutto il tempo durante il quale si produce. Eppure, un piccolo sforzo di attenzione basterebbe a rivelarmi che non c’è affezione, rappresentazione o volizione che non si modifichi di continuo: se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fluire. Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finchè non venga sostituito dallo stato successivo. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poichè si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente. La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlare di essa come di una “facoltà”: giacchè una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell’incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l’azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell’inconscio ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, poiché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite.

 Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché?  Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

L. PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1926

Il passato è sempre nuovo: come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate nell’oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi o quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo. Poi si ricorderà con intensità piuttosto il ricordo dolce e il rimpianto che il nuovo avvenimento.
Italo Svevo, La morte. Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti, Mondadori, Milano 1949

Christian Marclay, The clock, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, 2010. “Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato”. LEGGI TUTTO…

I
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

I

Tempo presente e tempo passato
sono forse presenti nel tempo futuro,
il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo non è riscattabile.
Quanto poteva essere è un’astrazione
che rimane come perpetua possibilità
soltanto in un mondo d’indagini.
Quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.
Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
Altri echi
abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili,
passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,
e l’uccello chiamava, rispondeva
a una musica mai sentita e nascosta nel bosco,
attraversava uno sguardo mai visto, poiché le rose
avevano l’aspetto di fiori ben studiati.
Erano là come nostri ospiti, accolti e accoglienti.
Così andammo con loro, solennemente,
per il viale deserto, fino alla rotonda,
a guardare lo stagno prosciugato.
Dapprima arido, solido e bordato di scuro,
lo stagno sotto il sole si riempì d’acqua,
lentamente spuntarono i fiori di loto,
la superficie brillò sotto il cuore luminoso,
ed essi, dietro di noi, vi si rispecchiarono.
Passò una nuvola, e lo stagno si svuotò.
Andiamo, disse l’uccello, tra le foglie frotte di bimbi
si nascondevano eccitati, tenendosi dal ridere.
Andiamo via, andiamo via, disse l’uccello: gli uomini
non sopportano troppa realtà.
Tempo passato e tempo futuro
quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000

English poems about time. CLICCA QUI.


Giorgio de Chirico, «L’enigma dell’ora», 1911

Eugenio Montale, Tempo e tempi, in Satura (2.XII.68)
Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.http://www.youtube.com/watch?v=XHb12peDrdE

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Malattia, follia e invenzione letteraria

Gustave Moreau (1826–1898), Hésiode et la Muse, 1891, Museo d'Orsay

Ripropongo qui l’articolo che già è contenuto nel Dossier Tasso, con qualche link e approfondimento o suggerimento ulteriore.

PER APPROFONDIRE: Nati sotto Saturno. Poesia e malinconia.

Matteo Persivale, La musa crudele. Esiodo, Rossini, Franzen: le nevrosi favoriscono l’arte, “Corriere della Sera”, 22 agosto 2011

C’è un quadro di Gustave Moreau al museo d’Orsay di Parigi nel quale la Musa, con le ali di un angelo, abbraccia Esiodo e gli fa dono della staffa del poeta, posandogli sul capo una corona d’alloro. Una scena descritta nel proemio della Teogonia, all’alba della letteratura occidentale: ma nel momento stesso dell’investitura – il dono di cantare le imprese degli dèi – i poeti hanno ricevuto anche un altro dono. Invisibile, oscuro e terribile, che da allora li ha accompagnati attraverso i secoli. Ippocrate gli trovò un nome: melancolia, il male provocato secondo il padre della medicina da un eccesso di bile scura – «l’umore autunnale». E impressiona leggere con quale precisione ne abbia già allora definito i confini («Se paura o tristezza durano per molto tempo, allora questo è un fenomeno melancolico», Aforismi) e catalogato i sintomi («Diminuzione dell’appetito, abulia, insonnia, stato di agitazione», Epidemie).
Senza bisogno di essere un medico, Seneca quattro secoli più tardi ha descritto ne La tranquillità dell’anima il male di colui il quale si trova «senza forze per affrontare le contrarietà, incapace di tollerare il dolore come di godere delle cose piacevoli». Perché da quando è nata la letteratura […] gli scrittori, e in generale gli artisti, sembrano averne sofferto in maniera più massiccia del resto della popolazione.
L’aveva teorizzato Robert Burton, autore nel 1621 (vent’anni dopo Amleto e soli cinque dopo la morte di Shakespeare) di una monumentale Anatomia della melancolia recentemente riscoperta dopo secoli di oscurità (fu utilizzata da Borges per l’epigrafe de La biblioteca di Babele): Burton scrive che «sono le Muse stesse a soffrire di melancolia», unendo alla radice la creazione artistica con la depressione.
Artisti e scrittori prigionieri del proprio talento e della propria disperazione come Tasso nell’ospedale di Sant’Anna, ritratto nel quadro di Delacroix celebrato da Baudelaire ne I fiori del male («…la scala di vertigine dove l’anima sprofonda»). Il Pantheon degli scrittori, dei musicisti, degli artisti come una prigione di uomini e donne assaliti da quella che Byron, sempre riferendosi al Tasso, definì «la piaga della mente nel suo umore più selvaggio». Lo «spleen» reso celebre da Baudelaire e centrale nel Romanticismo non è un’affettazione da dandy ma un male devastante come nel caso da manuale di Gioachino Rossini, «quel pover’uomo di genio» lo definì Stendhal, che si ritira dopo il Guglielmo Tell a soli 37 anni. Devastato dalla depressione, obeso, impotente, con la seconda moglie trasformata in infermiera, e la gloria lontana dei suoi anni da re della commedia, compositore del frenetico Barbiere di Siviglia (tratto da Beaumarchais).
Scrittori, compositori, pittori: uno dei temi centrali delle lettere di Vincent Van Gogh al fratello Theo è il senso di solitudine del pittore e le sue frequenti crisi di «melancolia». Un esempio: «Fu allora che sentii un senso insopprimibile di melancolia dentro di me, tanto intenso da non poter neppure descriverlo. So che pensai, come mi capita spesso di fare, alle parole di padre Millet: “Mi è sempre parso che il suicidio fosse l’atto degli uomini disonesti”. Il senso di vuoto, la tristezza indicibile dentro di me mi fecero pensare che sì, potevo capire le persone che decidono di affogarsi».
E nel Novecento freudiano Virginia Woolf si chiede nei suoi diari se la tristezza non faccia addirittura parte integrante dello «sguardo moderno» sulla realtà. Woolf che sapeva bene quanto la depressione fosse sempre in agguato nella sua vita, aveva scritto in Orlando che «la linea di separazione tra la felicità e la malinconia non è più spessa della lama di un coltello».
Proprio il Novecento, grazie alla psicoanalisi e al progresso scientifico – soprattutto della chimica – non ha soltanto cambiato il nome alla melancolia ribattezzandola depressione ma ha anche cercato di trovare una spiegazione al suo frequente legame con la creatività. Lo psichiatra Arnold Ludwig studiò le biografie e le lettere di un campione di mille artisti e concluse che il 77 per cento dei poeti, il 54 per cento dei romanzieri, il 50 per cento dei pittori/scultori e il 46 per cento dei compositori ha sofferto nel corso della sua vita di almeno un significativo episodio depressivo. Fa contrasto con il 16 per cento degli sportivi, il 5 per cento dei militari e lo zero per cento degli esploratori (un altro studio, dello psichiatra della Sorbona Philippe Brenot, colloca al 70 per cento la quota di artisti che soffrono nel corso della vita di una qualche forma di depressione).
La ragione di un’incidenza così alta? Lo psicoterapeuta Anthony Storr (La dinamica della creatività) dedicò la carriera al tentativo di individuare quale processo sia al centro del legame tra creatività e depressione (scrisse anche un libro sulla depressione dell’inglese più famoso del Novecento: Winston Churchill). Secondo Storr l’adattamento a circostanze ambientali, sociali e fisiche in frequente cambiamento è una costante della vita umana e dalla «dissonanza» tra realtà e percezione nascerebbe la creatività: con l’evidente conseguenza che i più creativi sono così necessariamente anche coloro che più si trovano psicologicamente distanti dal mondo che li circonda, con tutte le conseguenze (un mondo che, come scrisse David FosterWallace nel primo racconto della sua carriera breve e straordinaria, a volte può sembrare a chi è costretto a viverci semplicemente un altro pianeta. Wallace lo chiamò «il pianeta Trillaphon» nel racconto Il pianeta Trillaphon e la sua relazione con la Cosa Cattiva pubblicato nel 1984 sulla rivista letteraria della sua università, l’Amherst College).  E l’amico fraterno di Wallace, Jonathan Franzen, dopo la pubblicazione de Le correzioni raccontò che aveva rinunciato a prendere antidepressivi perché non credeva di poter scrivere allo stesso modo sotto l’effetto degli psicofarmaci.
Ne I Guermantes Proust fa pronunciare al dottor du Boulbon un’appassionata difesa della nevrosi e dei nevrotici, «la splendida e penosa famiglia che è il sale della terra… tutte le cose più belle ci sono arrivate dai nevrotici… loro e soltanto loro hanno creato religioni e le grandi opere d’arte». Per poi concludere, parlando con la nonna del narratore, che «noi possiamo apprezzare la bella musica, i bei quadri, migliaia di splendide cose senza però sapere quanto sono costate in termini d’insonnia, lacrime, risate spasmodiche, eczemi, asma, epilessia e un terrore della morte ben peggiore di ogni altra cosa».
Ma se il baratto tra una grande opera d’arte in cambio della «disperazione oltre la disperazione» (così William Styron descrisse la depressione che lo accompagnò per gran parte della vita nel capolavoro autobiografico Un’oscurità trasparente) può essere a volte una consolazione: la figlia di Richard Yates, autore di Revolutionary Road, racconta che il padre poco prima di morire rilesse il primo capitolo del suo capolavoro sorridendo sereno, «sapeva di lasciarsi indietro un’opera che sarebbe rimasta».

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/03/19/ma-tra-malinconia-e-spleen-quanti-poeti-nati-sotto-saturno/

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LA PARIGI DI BAUDELAIRE

Démolitions, place du Carrousel (1er arrondissement, Paris). Foto di Henri LE SECQ, 1852, Musée Carnavalet

Il cigno  

Parigi cambia! ma nella mia malinconia
niente muta! ponteggi, blocchi, nuovi edifici,
vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria
e i miei cari ricordi più duri delle selci.

Brown University: Les Fleurs du mal: Baudelaire and the Modern City; Paris, capital of the XIX century.

TESTI A CONFRONTO:
 
Virgilio, Eneide, III, vv.300-309
Progredior portu classes et litora linquens,
sollemnes cum forte dapes et tristia dona
ante urbem in luco falsi Simoentis ad undam
libabat cineri Andromache Manesque vocabat
Hectoreum ad tumulum, viridi quem caespite inanem
et geminas, causam lacrimis, sacraverat aras.
Ut me conspexit venientem et Troia circum
arma amens vidit, magnis exterrita monstris
deriguit visu in medio, calor ossa reliquit,
labitur, et longo vix tandem tempore fatur.
Salgo dal porto, lasciando flotta e compagni:
solenni offerte, per caso, malinconici voti,
davanti al borgo, nel bosco, d’un falso Simoènta alla riva,
libava Andromaca al cenere, e i mani invocava
d’Ettore sopra il tumulo, che vuoto, d’erba e di terra
gli aveva eretto, e, stimolo al pianto, due are.
Come mi vide venire, come intorno troiane
armi, smarrita, si scorse, attonita a così gran miracolo,
sbarrò gli occhi, il calore le fuggì dalle ossa:
sviene, e a stento dopo un lungo tempo mi parla
(trad. Rosa Calzecchi Onesti)
Orazio, Carmina, II, 20, vv.1-12
Non usitata nec tenui ferar
pinna biformis per liquidum aethera
vates neque in terris morabor
longius invidiaque maior
urbis relinquam. non ego, pauperum
sanguis parentum, non ego, quem vocas,
dilecte Maecenas, obibo
nec Stygia cohibebor unda.
iam iam residunt cruribus asperae
pelles et album mutor in alitem
superne nascunturque leves
per digitos umerosque plumae.
No, non con fragili ali conosciute
andrà il poeta che si trasfigura
nel cielo chiaro, non indugerà
sulla terra, andrà oltre le città
più grande dell’invidia e più lontano.
Mecenate, quello che tu chiami
sangue di padri poveri, vivrà,
e non lo chiuderà l’onda del buio.
– aspra la cute sento e il bianco
del cigno e per le mani
tutto un leggero crescere di piume.
(trad. Enzo Mandruzzato)

                                            Odilon Redon, “Le cigne”

                                                                          APPROFONDIMENTO

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E. Tadini, Andromaca. La madre di tutti gli esiliati, “Corriere della Sera”, 27 agosto 2002

Quando, a partire dagli anni Settanta del secolo XIX, il mercante tedesco Heinrich Schliemann decide di darsi all’archeologia, e di portare alla luce i resti di Troia in Asia Minore partendo dalle indicazioni dell’Iliade di Omero, è come se tutto un mondo, pur conservando la sua grandezza mitica, entrasse nella storia. Non entrano nella storia soltanto le mura e i muri, le strade, i palazzi della città assediata e poi distrutta dai Greci. Entrano nella storia anche i grandi personaggi che la abitavano. E tra i primi, certo, il figlio del re Priamo, Ettore e la sposa di Ettore, Andromaca, con il figlio Astianatte. Nella storia – e nel mito, e nella poesia – Andromaca è forse una delle prime grandi figure della sposa dolorosa. Conosce tutti i pericoli della guerra terribile che si sta combattendo intorno a casa sua. E conosce altrettanto bene il rischio mortale che corre il marito – finché lo vede morire atrocemente per mano di Achille in un ultimo duello decisivo sotto le mura della città. Dopo la conquista, poi, Andromaca diventerà il simbolo della donna separata dai suoi cari, umiliata, strappata alla sua casa, alle sue origini, ridotta alla sorte di un qualsiasi bottino di guerra spartito brutalmente tra i vincitori. E tornerà ad abitare la poesia – da Virgilio a Racine, per fare soltanto qualche nome. Ma è forse Baudelaire il poeta che grida il suo nome più forte e più alto di tutti, in una meravigliosa poesia di Les fleurs du mal intitolata Le Cygne – il cigno. Potremmo dire che, muovendosi per Parigi – la metropoli capitale del secolo – Baudelaire è il vero creatore della poesia urbana, della poesia della grande città. Ora, Baudelaire scrive Le Cygne nei giorni in cui il centro di Parigi è sconvolto dalle grandi demolizioni di molti vecchi quartieri popolari per far posto al nuovo sistema centralizzato dei grandi boulevards – spettacolare e funzionale rispetto alle esigenze del traffico e dell’ordine pubblico. «La vecchia Parigi è scomparsa (la forma di una città / cambia più in fretta, purtroppo, del cuore di un mortale)»… Ma in questo scenario sconvolto la figura di Andromaca in esilio folgora l’immaginazione del poeta. «Andromaque, je pense à vous!». «È a te che penso, Andromaca!» così incomincia Le Cygne – mentre il poeta ha davanti agli occhi un povero cigno scappato dalla sua gabbia, e intento a cercare disperatamente un corso d’acqua degno del suo corpo maestoso tra gli sporchi rigagnoli che scorrono tra le rovine delle demolizioni. E qui si dà dunque una prima identificazione tra Andromaca in esilio, lungo la riva di fiumi sconosciuti, estranei, e quel grande, nobile animale sconciato dal destino – «Tesa la testa avida sul collo convulso / Come se stesse lanciando rimproveri a Dio». A questo punto incomincia la seconda parte della poesia: «Parigi cambia – non è cambiato niente nella mia melanconia»… E, alle spalle di quella coppia simbolica formata da Andromaca in esilio, ridotta a preda di guerra, e dal cigno nel fango, viene avanti, evocato, tutto un corteo tormentato di creature umiliate e offese. «Io penso a chiunque abbia perduto / Ciò che non si ritrova mai, mai, a quelli che si abbeverano di lacrime / E succhiano il latte di quella buona lupa che è il Dolore!…». Ma da chi è guidato, quel corteo di anime morte e senza faccia, anonime? Da un ultimo personaggio identificabile, che si colloca così a pieno diritto simbolico vicino alla figura del Cigno che dà il titolo alla poesia e alla vedova Andromaca, subito evocata. «Penso alla donna nera, malata, smagrita / Che strascica i piedi nel fango, gli occhi stravolti / Che cercano le palme assenti dell’Africa superba / Di là della muraglia immensa della nebbia». Il circolo è chiuso. Il Cigno-Andromaca-l’africana a Parigi. La sconfitta, la perdita, la decadenza. E il rimpianto. E tutto questo non tanto come condizione occasionale, riportabile a vicende particolari. Tutto questo come una specie di condizione di fondo per le grandi masse che vivono in una metropoli di quel tempo, lacerata da contraddizioni inconciliabili tra le pretese spietate dello sviluppo industriale e le fragili esigenze di masse sempre più grandi di persone che si vedono coinvolte, disposte a forza da un ambiente completamente nuovo e, per molti aspetti, ostile, duro, violento. È davvero una grande intuizione, questa di Baudelaire. Ancora tra mito e storia, dopo la figura goffa e arrovellata del cigno, dopo quella dolorosa di Andromaca, ecco che viene avanti sulla scena di una metropoli e di una poesia sconvolta profondamente da cambiamenti epocali, la figura di una donna nera, di una africana separata, lontana dal suo mondo, data a un esilio irreparabile. Non è davvero come se il poeta avesse previsto con oscura lucidità ciò che sarebbe accaduto in Europa, un secolo almeno più tardi? Gli spostamenti, le migrazioni, le separazioni… i movimenti ripetuti sugli stessi itinerari da eserciti disarmati, disperati, forti soltanto dell’impulso insopprimibile, che li sospinge, a cercare di risolvere le loro necessità più semplici, più elementari, e della loro connaturata ostinazione… In fondo, il grande tema di Le Cygne è il tema dell’esilio. Di quell’esilio che accomuna la condizione di chi è costretto a lasciare la propria terra per andare a vivere in un altrove ostile e sconosciuto, rischiarato solo da qualche speranza, alla condizione, comunque, di chi vive separato, del figlio del dolore, di quella massa di gente che incomincia ad affollare le metropoli europee in quegli anni, quando le grandi industrie in sviluppo vertiginoso esigono la presenza di una mano d’opera sempre più numerosa e disponibile. Cosa che Baudelaire, naturalmente, da grande poeta, vede e riconosce come un evento capitale nella storia e nel destino quotidiano di centinaia di migliaia di uomini costretti a un cambiamento totale di vita. Ne ha fatta, di strada, Baudelaire, in questa sua poesia, dall’apparizione incongrua di un cigno furibondo tra demolizioni e rovine, a quel nome, «Andromaca!», gridato all’improvviso, fino alla donna nera che sembra porsi alla testa di un esercito di perduti. Ma adesso, arrivati alla fine, possiamo tornarci, a quel nome antico, a quella oscura figura il cui presente è tutto speso a rimpiangere un passato che non potrà più tornare e dal quale resterà separata per sempre. Adesso anche per noi Andromaca è un nome, un simbolo cui pensare. Magicamente, nella grande poesia di Baudelaire, mito e storia si sono davvero ricomposti…

 

Roberto Gigliucci, La metropoli, luogo d’elezione della poesia di Baudelaire, “Liberazione”, 30 giugno, 2007

«Nella folla, nella “rue assourdissante”, sui boulevards, lo sguardo del poeta, come quello del pittore moderno, coglie dentro la “vie multiple” gli elementi immutabili, dentro il transitorio e l’effimero il pulsare dell’eterno, sa estrarre la “beauté mystérieuse” dal tumulto della vita metropolitana» (Antonio Prete, I fiori di Baudelaire. L’infinito nelle strade, Donzelli). E’ proprio la strada metropolitana assordante di violenze acustiche grevi o stridule, formicolante di umani atoni o ribelli, borghesi e stravaganti, comunque assolutamente moderna nella costitutiva “impoeticità”, a offrire a Baudelaire il luogo d’elezione della poesia. Perché la bellezza, il lampo metafisico, l’oltre, la fascinazione di un tempo perduto o irraggiungibile, lo struggimento per una dimensione metempirica, tutto questo non è più attingibile nei territori della perfezione astratta, negli equilibri della classicità perenne, del classicismo che idealizza il reale. […] La poesia delle Fleurs ospita un cigno umiliato e incespicante sul secco lastricato della strada di Parigi, una Parigi «che cambia», si trasforma, esplode in cantieri polverulenti come in bolle o eritemi urbani, dove all’alba gli spazzini sollevano uragani di lercia ombra: in questa modernità che offende sontuosamente, il cigno si leva e bestemmia. Il nuovo Prometeo è un surreale, incongruo, ridicolo-sublime cigno decontestualizzato da ogni lago astratto, immerso in un urbanesimo volgare e nemico, colto in una fuga accidentale e non prevedibile (che ci fa un cigno in un vicolo arido di Parigi?), quindi un cigno privato di idealità e confinato nella stravaganza e nell’esilio, un esilio non più peraltro aperto e immenso come «le acque dell’eterno esilio» che ospitano l’apparizione dell’albatro in Moby Dick o le acque amare dell’albatro di Baudelaire, su cui già Prete ha scritto un aureo saggio qualche tempo addietro.
Perdita d’aureola, insomma, o forse riconquista dell’aureola nel martirio della modernità. […] Risulta impossibile la «separazione dei fiori dal male», della bellezza dalla atrocità.

FRANCO RELLA, MITI E FIGURE DEL MODERNO, Feltrinelli, 1993, pp. 71-73

Baudelaire ha combattuto una battaglia aspra e continua contro la “brutale dittatura” del tempo, contro “il giocatore avido” che vince ogni partita. “Il tempo mangia la vita”, inghiotte “minuto dopo minuto, come la neve immensa un corpo irrigidito”. Baudelaire “come un angelo imprudente viaggiatore” che è mosso “dall’amore del difforme”, è penetrato in questo territorio gelido e bianco, come in un “incubo enorme, senza fondo”, “come in un luogo pieno di rettili”, alla ricerca della “luce”, di “una chiave”. Ma egli non ha trovato altro che “nitidi emblemi, il quadro perfetto/di un destino irredimibile”. Ha trovato le allegorie del “moderno” che spiavano con sguardi familiari e inquietanti da ogni andito di Parigi, da ogni portone e da ogni vetrina, in cui con la merce si esibiva e si celebrava il rito dell’effimero. L’orologio è uno di questi emblemi: figura di un “dio sinistro, spaventoso e impossibile”, che indica l’attrazione irresistibile dell’abisso assetato, mentre la clessidra si svuota.
“Urtato dalle gomitate della folla” Baudelaire si sente ormai, in questo viaggio, come “un uomo spossato, che veda dietro di sé negli anni profondi solo delusione e amarezza, e, davanti, solo una tempesta che nulla racchiude di nuovo: né insegnamento né dolore”. E’ il mondo che finisce, che non ha ragioni per esistere ulteriormente. Ed è in questo finire che “ad ogni minuto siamo schiacciati dall’idea e dalla sensazione del tempo”. E non c’è che un mezzo “per sfuggire a questo incubo, per dimenticarlo”.
Se il tempo non può essere “redento” allora è necessario “perdere il tempo”, consumarlo attraverso il lavoro o il piacere. Ed è per questo che il dandy e il lavoratore asservito al tempo della macchina sono due figure complementari: figure del tempo perduto, che abitano appunto la Parigi capitale del XIX secolo, la capitale del moderno:  ebetudine del lavoro asservito, il tempo “molle” del dandy, l’ebbrezza “di vino, virtù o poesia” per perdere il tempo o almeno alleggerire “il suo orrido fardello”.
In realtà Baudelaire ha fatto anche il tentativo, nella sua disperata lotta contro il tempo di redimerlo, o almeno di salvarne un frammento attraverso l’esperienza dello choc, dell’immagine improvvisa che balena nell’attimo come un’enigma di felicità, Ma lo choc, nel momento stesso in cui sembra consegnarci un’immagine sottratta ai decreti del tempo, ci rivela anche che la nostra coscienza è divisa e “decade dalla sua apparente generalità esibendosi come parte”. Per esempio lo choc dell’incontro con una passante colpisce il poeta all’improvviso, lo lascia “crispé comme un extravagant”. E’ l’attimo immenso, folle, ma esso non è che “un lampo … poi la notte”. Questa “bellezza è fuggitiva”, ormai consegnata a un “troppo tardi! Forse mai!”.
Baudelaire cerca di fissare queste sensazioni, questa esperienza dell’attimo dello choc, per esempio nell’odore di una donna, della sua chioma, del suo seno”. Queste “analogie” gli rievocheranno “l’azzurro del cielo immenso e circolare”, o “un porto pieno di fiamme e navi”. Il poeta si fa archeologo della memoria. Scava nelle “catacombe del passato” dove l’individuo, ma anche l’umanità intera, “raccoglie tutta la sua vita”. “Ho più ricordi che se avessi mille anni”. ma questa memoria è una dannazione perché rende il soggetto “un cimitero aborrito dalla luna”. Il ricordo diventa “una reliquia secolarizzata”. In esso, come ha osservato Benjamin, ” si deposita la crescente autoestraniazione dell’uomo che cataloga il suo passato come un morto possesso (…). La reliquia deriva dal cadavere, il “ricordo” dall’esperienza defunta, che si definisce eufemisticamente, “esperienza vissuta”. Montale, In limine agli Ossi di Seppia, concludendo questa parabola baudelairiana, parla di “un morto viluppo di memorie” che “orto non era, ma reliquiario”.
La fissazione feticistica sui capelli di una donna, sul profumo di una capigliatura, non è che il gesto di chi colleziona le proprie esperienze e le proprie sensazioni. Ma il collezionismo si svela come un’ansia di totalità sempre frustrata. I frammenti del passato qui si allineano irrigiditi, svelando la loro natura irrimediabilmente sostitutiva e illusoriamente consolatoria. Sono i segni di un’assenza che non ha redenzione. Il mondo in cui abita il collezionista è un mondo in cui “anche la primavera ha perduto il suo odore”. E’ il mondo grigio dello spleen e della malinconia.
In questo mondo non c’è nemmeno più possibilità di parola. Non c’è trasmissione o comunicazione possibile, ma solo complicità: “Tu, ipocrita lettore, mio simile, mio fratello!”.  Baudelaire ha descritto questo passaggio con un’immagine folgorante e definitiva: “Sono come il re di un paese piovoso / ricco, ma impotente; giovane e tuttavia vecchissimo”. Re di un mondo grigio e piovoso, sede di un potere inutile, quello della molteplicità delle memorie morte, in cui si abita vecchissimi, prossimi alla fine: “Si dice che ho trent’anni; ma se ho vissuto tre minuti in ogni minuto …”.

Giuseppe De Nittis, La place du Carrousel et les ruines du palais des Tuileries, 1882

 

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Baudelaire & Rimbaud

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« Ma questo libro il cui titolo Fleurs du Mal dice tutto,  è rivestito, lo vedrete, di una bellezza sinistra e fredda;  è stato fatto con furore e pazienza.  Del resto, la prova del suo valore positivo sta in tutto il male che se ne dice.  Il libro manda in bestia la gente.  D’altronde, spaventato io stesso dall’orrore che avrei ispirato,  ne ho ridotto un terzo sulle bozze.» 

Ch. Baudelaire, Lettera alla madre , Parigi, 9 luglio 1857

[Testo  integrale dell’opera su http://www.illuminations.tk]

Slide show of images from the life and travels of poet Arthur Rimbaud. Images of 19th century Charleville, Paris, the Commune, France, London, Belgium and many photographs of Aden and Harar taken by Rimbaud himself.

Tutte le opere di Rimbaud consultabili online. CLICCA QUI.

La lettera del veggente (1871). Lettura in lingua francese: CLICCA QUI. 

Le bateau ivre: lettura di J. L. Tintignant . CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzieff. CLICCA QUI.

 

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