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Aboliamo il Medioevo

Amedeo Feniello, “Corriere della Sera – La Lettura”,  4 giugno 2017

Fasi cronologiche, periodizzazioni, scansioni temporali: questioni importanti. Perché spezzare il tempo e il suo divenire non è un atto neutro. Ma rappresenta qualcosa di artefatto. Di congiunturale. Provvisorio, legato al momento, alla sua fase storica. Alle società e alle epoche in corso. E, perciò, continuamente sottoponibile a giudizio. A modificarsi a seconda delle evoluzioni, poiché fondato su convenzioni che variano al variare di sensibilità, gusto e stagioni. Eppure questo problema, il problema del periodizzare, anche noi storici di frequente lo sottovalutiamo. Così, continuiamo (per comodità pedagogica, per consuetudine) a tagliare la storia a fette, con un tempo costruito artificialmente, frazionato in cinque momenti. E, sin dai banchi della scuola elementare, sappiamo che la storia si divide in un’età preistorica, una antica, una medievale, una moderna e una contemporanea. Cinque grandi compartimenti che tutto contengono. Che tutto facilitano. Che tutto rasserenano, eliminando soverchie controversie.
Questa suddivisione è conveniente ma genera problemi. Ed è proprio il periodo che chiamiamo Medioevo — questo orrido buco nero su cui pesano disprezzo e condanna (chi di noi non ha usato almeno una volta, per parlare di una situazione degradante, il termine «medioevale» o, peggio ancora, «feudale»?) — che, di dubbi, ne produce più di altri. Perché non ci si fa caso, ma dobbiamo esserne consapevoli: il Medioevo non è altro che una costruzione ideologica. Fino al XIV secolo, nel parlare di storia, l’unica rottura concepibile in Occidente era la nascita di Cristo: un avvenimento cruciale che trasformava la storia da unidimensionale in bidimensionale, con un prima e un dopo. A cominciare invece da una serie di personaggi straordinari — come Francesco Petrarca — affiora la prima grande frattura, con l’idea di una grande stasi temporale che si poneva a metà tra un’antichità immaginata e una modernità tutta ancora da immaginare. L’età di mezzo. Il Medioevo.
Cos’è allora il Medioevo? È una parola fantasma. Inventata. Che, una volta nata, da sola non bastava. Serviva che venisse precisata; che le si attribuissero connotati; che si strutturasse. Fino a una data centrale: il 1688, quando, appena 330 anni fa, Christoph Keller, il Cellario, nella sua opera Historia medii aevi, adotta per primo, in maniera formale, degli estremi cronologici: e presenta un intervallo quasi monolitico composto da mille anni inclusi tra due estremi, il regno dell’imperatore Costantino (306-337) e la caduta di Costantinopoli, nel 1453.
Oggi, considerare il Medioevo come un blocco uniforme, senza nuances, suonerebbe ridicolo. Come si fa ad abbracciare, con un solo sguardo, l’evoluzione della specie umana e i suoi comportamenti lungo un tempo così estremo per la sua intensa disparità? O valutare all’unisono gente mossa da impulsi tanto diversi, come Alboino, Carlo Magno, Luigi IX di Francia, Giotto o Cosimo dei Medici, solo perché vissuti tutti, disgraziatamente, entro questo intervallo? È assurdo. Tanto quanto parlare di idealtipo dell’uomo medievale. Tuttavia, se ci si svincola da questo preconcetto e si tenta di segmentare il Medioevo, l’affare si complica. A partire dai limiti cronologici. Comincia davvero in un momento preciso? E quando finisce? Chi lo decide? Giacché, si badi bene, non siamo davanti a postulati, ma a scelte.
Prendiamo, ad esempio, la nascita. Se ci ragioniamo, adoperare una data precisa è pratico ma fuorviante. In quanto inganna e distorce il fluire del tempo, creando strappi e salti innaturali. Con studenti e insegnanti che, ho potuto verificarlo di persona, continuano a immaginare che, una volta deposto l’ultimo imperatore romano nel 476, il giorno dopo l’umanità cambia faccia, precipitando nell’inevitabile declino di un mondo calpestato dalla barbarie mentre 24 ore prima si navigava nello splendore!
Al di là dell’ironia, si tratta di generalizzazioni ingenue, ma purtroppo diffuse. Quando può essere meglio adoperare un’altra strada, con lo scindere dal Medioevo una fase duratura, non fondata su un unico, grande avvenimento periodizzante ma su un grappolo di episodi-chiave che ne cadenzano il cammino. Nel 1971, Peter Brown, nel suo libro The World of Late Antiquity (Il mondo tardo antico, Einaudi, 1974) , inaugurava questa strada parlando di Tardoantico: un lunghissimo e instabile periodo che va dal 200 all’800 d.C. nel quale la lenta dissoluzione dell’antico mondo mediterraneo lascia il posto alla creazione di tre civiltà, tutte continuatrici, ognuna a suo modo, della civiltà ellenistico-romana: l’Occidente europeo, Bisanzio e l’Islam. All’interno del quale non bisogna cercare un singolo episodio dominante ma una serie di fatti-cerniera che saldano l’intera epoca, in una sequenza che, per esempio, dalla Constitutio Antoniniana di Caracalla del 212 passa attraverso Adrianopoli (378), il sacco di Roma di Alarico del 410, l’Egira del 622, Poitiers nel 732 e giunge fino alla morte di Carlo Magno nell’814.
Analogo problema sta nel definire la conclusione, con periodizzazioni che assumono un’estrema elasticità. Che si riduce d’ampiezza se si seppellisce il Medioevo nel corso del Trecento, quando, per gli storici dell’arte, comincia una fase del tutto nuova per lo spirito e la cultura umana, che ha spinto a creare un’altra bolla temporale, definita in area anglosassone early modern Renaissance. Oppure si dilata, con un Rinascimento che viene assorbito in toto in un lungo Medioevo, assimilato come sua parte essenziale: un tipo di lettura che ne estende i contorni ai primi decenni del Cinquecento. Senza contare poi gli studi economici, dove la lenta età preindustriale prolunga i suoi tentacoli nel Settecento, tanto da lambire la prima rivoluzione industriale.
E per le demarcazioni interne? Cosa c’è dopo il Tardoantico? C’è una lunga fase, compresa tra metà del IX e fine dell’XI secolo, caratterizzata da una sequenza di fenomeni diversi e tumultuanti, nella quale convivono accanto a forti periodi di caos politico e sociale i primi segnali di ripresa. Un’«età dell’anarchia», che si può chiudere con l’evento periodizzante della Prima Crociata e si confonde con la successiva, che copre il XII e il XIII secolo: l’epoca delle rinascite, con le grandi sperimentazioni politiche, sociali ed economiche che vanno dalla ripartenza delle città alle esperienze comunali, dal feudalesimo alle rivoluzioni agricole e commerciali. Secoli che terminano con l’inizio della grande epoca delle distruzioni creative trecentesche, con il prevalere degli Stati-nazione; di una nuova concezione del lavoro e della finanza; e di un rinnovato ambiente culturale e di sollecitazione tecnologica che è il Rinascimento.
Se queste distinzioni aiutano a declinare meglio il discorso, finiscono comunque per proporre sempre visioni d’insieme che si intrecciano tra loro, ma non tengono conto della miriade di variabili che rappresentano il dato pregnante del mondo medievale. Cui sarebbe meglio sostituire, all’etichetta uniforme di «Medioevo», quella forse più pertinente di «società medievali», adatta a distinguere un contesto, come fu quello occidentale, dove ogni cosa apparve difforme da un luogo all’altro, da una regione all’altra e perfino da una città all’altra. In cui nozioni di comodo come quelle di crescita o di crisi, spesso adoperate nelle periodizzazioni, appaiono eccessive, considerata l’impossibilità di valutare, con delle espressioni che tutto vogliono contenere, un mondo che, nei fatti, fu incontenibile, parcellizzato, incostante e variabile.
D’altra parte, bisogna riflettere su un altro aspetto: la nozione di Medioevo a chi appartiene? Solo all’Occidente cristiano, dove la parola significa qualcosa, mentre altrove, nel resto del mondo, comunica poco o nulla. Fino a qualche decennio fa, potevamo infischiarcene. Ma oggi, in una dimensione dove la storia globale ribadisce il suo ruolo, il concetto di Medioevo perde importanza, in una logica in cui la storia si amplifica e smarrisce i suoi tradizionali connotati. Infatti, se si considera l’intero globo come unità di misura, i nostri termini cronologici si relativizzano e non funzionano più. Che senso ha assumere come punto di riferimento la deposizione di Romolo Augustolo? Nessuna, se il nostro punto di osservazione spaziale diventa, come ha fatto di recente Frederick Starr nel suo Illuminismo perduto (Einaudi), l’Asia centrale. E il metro «Medioevo» diventa ancora più incoerente se prendiamo in considerazione regioni come il centro Africa o addirittura il mondo precolombiano. Ma questo metro continuiamo a usarlo, imponendolo. Con una tendenza a considerare tutto ciò che è al di fuori di noi come corrispondente alla nostra stessa cultura.
In questo atteggiamento, di voler riprodurre a tutti i costi il medesimo schema cronologico occidentale anche per realtà diverse dalla nostra, si nasconde un vecchio presupposto eurocentrico. Mossi come siamo, come ha sottolineato scherzosamente lo storico dell’Oriente Urs App, dal «meccanismo d’Arlecchino», secondo cui l’uomo occidentale ragiona come la maschera veneziana, ossia «pensa che il resto del mondo sia la riproduzione esatta della sua famiglia, e agisca di conseguenza». Invece, i paradigmi si stanno allentando, anche quelli riguardanti il nostro modo di periodizzare. Dopo più di 300 anni da Cellario è venuto il momento di proporne, per il Medioevo, di nuovi. Più attuali. Aderenti alle sfide che ci aspettano.

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Giorno della Memoria: 27 gennaio 2017

Quando viene la conoscenza, viene anche a poco a poco il ricordo. 
Conoscenza e ricordo sono una sola e medesima cosa.
Saul Friedlander, A poco a poco il ricordo, Einaudi, Torino 1990
 Per non dimenticare, VIDEO a cura di ZETTEL- RAI Filosofia.
Hans Sahl [1902-1993], Gli  ultimi [1973], da  Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Noi portiamo in giro lo schedario
con le cartelle segnaletiche dei nostri amici
appeso al collo come la cassetta degli ambulanti.
Istituti di ricerca fanno domanda
per ottenere degli scomparsi gli scontrini della tintoria,
musei custodiscono le parole della nostra agonia
come reliquie sottovetro.
Noi, che sprecammo il nostro tempo
per motivi comprensibili,
siamo diventati i rigattieri dell’incomprensibile.
Il nostro destino è un monumento sotto tutela.
Il nostro cliente migliore
è la cattiva coscienza della posterità.
Prendete, servitevi.
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Il dibattito: come ricordare?
Non siamo noi i superstiti, i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato integrale. […]
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno come nessuno è tornato mai a raccontare la propria morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Susanna Nirenstein, Auschwitz non è un museo, ”La Repubblica”,  24 gennaio 2014
“E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
primo-levi

Marco Paolini legge Primo Levi, La tregua: Hurbineck.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba
del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.
Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente.
Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».
Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992

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Marco Paolini, Ausmerzen, Torino, Einaudi, 2012: il video.

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno oppressi.
Alla fine della Belle Époque, meno di cento anni fa, i dottori dell’Eugenetica prendono due strade: per gli inglesi si tratta di to eradicate illness, sradicare la malattia; per i tedeschi diventa ausmerzen, sopprimere i deboli.
Forse è utile rileggere il passaggio di Primo Levi sul Doktor Pannwitz:
[…] quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.  (P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Einaudi, Torino 2005).
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepí in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere».
Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.
Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui. Certe persone sembravano incapaci di pensare parole intere, altre facevano rumori. Immaginavo il suono del loro cervello. Era un gioco, ma faceva paura.
Certe volte era un rantolo, altre volte un ronzio come la radio fuori frequenza. Leggendo Levi ho sentito il rumore del cervello del Doktor Pannwitz. Suonava, era senza parole ma suonava come un telefono fisso, suonava a vuoto.
Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria.
Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano piú perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare. […]

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla“Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

Qualche giorno prima, in una lettera al maggiore dei suoi cinque figli, Hoess scriveva:

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi era presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.

Prima ancora, durante gli interrogatori preliminari seguiti alla sua cattura, aveva detto:

“Quando mi trovai nelle SS, educato alla disciplina di quella organizzazione, credevo che quanto mi veniva ordinato dal suo capo e da Hitler fosse giusto; secondo me sarebbe stato disonore e debolezza il cercare in qualsiasi maniera di evitare l’adempimento delle loro commissioni e dei loro ordini, e con tale punto di vista persistetti in ogni luogo a cui fui destinato, e adempii con fervore a tutte le commissioni, anche quando nello svolgimento del mio lavoro nei campi di concentramento vidi fatti veramente inumani…”.

Il male compiuto non per malvagità ma solo per dovere, per senso di appartenenza – il male legalizzato –  diventa una pratica da sbrigare, per la quale i coinvolgimenti emotivi sono tanto più inesistenti quanto più burocratico e organizzato ne è l’adempimento. E’ la banalità del male di cui parla Hanna Arendt: quando cioè l’eccezionalità dell’agire criminoso diventa mostruosa quotidianità, assuefazione e mancanza di consapevolezza, e la distinzione fra virtù e vizio – categorie che vorremmo credere assolute – si trova a dipendere solo da contingenze di luogo e circostanza. E’ così che Hoess poteva riferirsi alle operazioni di sterminio condotte nel campo come “commissioni“; essere a un tempo il padre che prima di morire scrive al figlio una lettera eticamente esemplare e il funzionario che nelle sue memorie ricorda come l’introduzione dello ziklon B26 fu per lui un sollievo: “aveva su di me un effetto tranquillante; infatti si dovevano al più presto sterminare in massa gli ebrei, e né io né Eichmann sapevamo in che modo dovevamo agireOra avevamo trovato il mezzo”.

Ciò che è raccapricciante nel male istituzionalizzato  è che non solo deresponsabilizza i carnefici, ma induce le vittime a collaborare.

Eichmann e i suoi uomini comunicavano ai consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per riempire i convogli,e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro. Poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. […] [Eichmann] naturalmente non si aspettava che gli ebrei condividessero il generale entusiasmo per la loro distruzione, ma si aspettava qualcosa di più che la loro condiscendenza: si aspettava – e la ebbe in misura eccezionale – la loro collaborazione. Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale a Berlino […] fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte. […] La verità vera è che […] ovunque c’erano ebrei c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra” (Arendt, La banalità del male).

Ma se la distinzione fra bene e male viene a dipendere da contingenze di luogo e circostanza, è chiaro che a posteriori il giudizio morale che se ne può esprimere dipende altresì da luoghi e circostanze contingenti. Per dirla in altri termini: la storia viene scritta dai vincitori. Lo sapeva Goebbels quando nel 1943 afferma che essi sarebbero passati alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali. E lo sapeva Eichmann, che al processo si dichiara “non colpevole, nel senso dell’accusa” in quanto accusato di crimini che erano tali solo retrospettivamente, avendo egli agito all’epoca dei fatti in conformità alla legge vigente nello stato di cui era suddito, lamentando che i poteri forti avevano abusato della sua obbedienza:

Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna“. Come osservò il suo difensore, egli “aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde“. (Arendt, op cit).

Questo comporta, fra l’altro, che la norma implicita nella massima di Santayana sia ben più aleatoria di quanto non sembri a prima vista: quale Storia, viene da chiedersi, stiamo ricordando? Pensiamo alla rappresentazione storica che avremmo oggi di quel periodo se a vincere fossero stati i nazisti: l’accusa di avere scatenato il conflitto sarebbe toccata agli Alleati, e quella di genocidio agli Stati Uniti per le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Olocausto, poi,  sarebbe una leggenda metropolitana sostenuta da pochi, guardati con disprezzo e irrisione, come con disprezzo e irrisione guardiamo oggi alle assurdità dei negazionisti…
Bene fece Eisenhower, con profetica previdenza, a insistere affinché venisse documentato tutto il documentabile, poiché l’orrore era tale che temeva sarebbe arrivato un giorno in cui “qualche idiota” si sarebbe alzato a dire che tutto questo non era mai successo.

Il Memorial di Auschwitz ammonisce: “ricordiamoci che questo è stato” (e che nessun idiota alzi il dito a sostenere che ciò non accadde). Ma ciò che è stato lo fu già prima, e dopo è accaduto di nuovo. L’elenco dei massacri e delle pulizie etniche, anche limitandoci a guardare il solo XX secolo, è talmente nutrito che ci si chiede come abbiano potuto essere perpetrati nel breve spazio di 100 anni. A poco valgono, si direbbe allora, le ammonizioni, perché è fragile la memoria dell’uomo. Così fragile che le stesse vittime si trasformano a loro volta in aguzzini e carnefici: appena due anni dopo la chiusura di Auschwitz e degli altri lager, Israele inizia – e tutt’oggi persegue – la stessa pulizia etnica contro un altro popolo, quello palestinese, colpevole anch’esso, come lo fu quello ebreo, di esistere nel luogo sbagliato.

Forse, fra tutte le domande che Auschwitz solleva, questa è la più angosciosa.  Se persino la vittima è incapace di imparare dalla propria sofferenza, quali speranze abbiamo? A cosa serve ricordare la Storia, se ci si ostina a piangere solo i propri morti e si è incapaci di fare del dolore di ognuno il proprio dolore? Edmund Burke disse che tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente. Si potrebbe aggiungere che per non fare niente basta credere che il solo male che importa è quello che viene fatto a noi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Fonte Per la Storia – Pearson

Anne Frank: l’unico video fino ad ora conosciuto che la riprenda. E’ affacciata alla sua casa di Amsterdam e osserva un piccolo corteo nuziale.

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25 aprile 1945-2016

Quando l’ingiustizia diventa legge,
la resistenza diventa dovere.

Bertold Brecht

“Andai io di persona a ricevere l’ottava armata alleata quando si decisero a entrare a Padova. Ero in pattuglia tra il Santo e il Bassanello, un po’ prima di mezzanotte. Ai posti di blocco avvenivano scene curiose. Le parole d’ordine erano tutte diverse, a rigore avremmo dovuto spararci tra noi ogni trenta metri; solo l’euforia generica impedì, credo, una strage universale interna. Dicono che l’euforia promuove gli spari; ma è certo che non promuove la mira.
Avevo passato l’ultimo posto di blocco con la mia pattuglia (c’era anche la Simonetta col mitra), e si camminava nel buio pesto della periferia oscurata, un lungo stradone fra le case, che porta fuori Padova, verso sud. Non c’era nessuno nella strada, naturalmente; si sapeva che gli alleati erano vicini, ma reparti tedeschi continuavano a passare nei dintorni, alcuni arrendevoli, altri compatti e feroci. Ecco dunque come finisce una guerra. Prima parte un esercito, poi ne arriva un altro; ma questa non è veramente la fine. La guerra finisce negli animi della gente, in uno un po’ prima, nell’altro un po’ dopo; è per questo che ci sono ancora queste sparatorie insensate.
Da in fondo allo stradone cominciava ad arrivarci uno strepito di grossi motori; era una cosa compatta, intensa.
“Sono inglesi,” dissi alla Simonetta per buon augurio; e mi domandavo quante probabilità c’erano che fosse invece l’ultima colonna tedesca. Decisi meno del trenta per cento.
“Sei sicuro?” disse lei.
“Sicurissimo,” le dissi, e lei mormorò: “Sembra un sogno”.
Sembrava infatti letteralmente un sogno. In fondo erano solo due anni che li aspettavamo, ma pareva una cosa lunga lunga. Io ho una certa esperienza di cose che pare non vogliano più finire, e a un certo punto si crede che non finiranno più, e poi quando finiscono tutto a un tratto, pare ancora impossibile, e si ha fortemente l’impressione di sognare.
Camminavamo in mezzo alla strada, andando incontro all’ottava armata, almeno al settanta per cento. Il rumore diventava sempre più grande, e noi in mezzo alla strada buia sempre più piccoli. S’incominciavano a distinguere confusa-mente i volumi scuri dei carri armati: erano enormi. Quando. fummo a cinquanta metri feci fermare la pattuglia; avevamo due pile, e ci mettemmo a fare segnalazioni. Poi andai avanti un altro po’ con la Simonetta.
Com’è strana la vita, sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. Con queste loro gobbe, con questi orli di grandi borchie ribattute, questi sferragliamenti, queste canne, vogliono quello che vogliamo noi. L’Europa è tutta piena di questi nostri enormi alleati; che figura da nulla dobbiamo fare noialtri visti da sopra uno di quei carri! Branchi di straccioni; bande. Banditi. Certo siamo ancora la cosa più decente che è restata in Italia; non lo hanno sempre pensato gli stranieri che questo è un paese di banditi?
Il primo carro si fermò; sopra c’era un ufficiale con un soldato. Avrei voluto dirgli qualcosa di storico.
“Non siete mica tedeschi, eh?” dissi.
“Not really,” disse l’ufficiale.
“Benvenuti,” dissi. “La città è già nostra.”
“Possiamo montare?” disse quell’irresponsabile della Simonetta. Ma ormai la pattuglia non occorreva più; la colonna si sentiva accumularsi dietro al primo carro per centinaia e centinaia di metri; il rombo dei motori era magnifico. Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi.
“E chi sareste voialtri?” disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: “Fucking bandits”, ma subito mi venne in mente che c’era un risvolto irriguardoso nei con-fronti della Simonetta, e arrossii nel buio. L’ufficiale gridò: “I beg your pardon?” e io gridai: “Ho detto che siamo i Volontari della Libertà”.
“Libertà?” gridò l’ufficiale, e io glielo confermai, e poi aggiunsi: “E adesso canto una canzone che vi riguarda, se non le dispiace”.
“Sing away,” disse lui, e io attaccai:
Sono passati gli anni 
sono passati i mesi 
sono passati i giorni 
e ze rivà i inglesi.
La Simonetta si mise ad accompagnarmi al ritornello. Io sono stonato, lei invece no. Il fracasso confondeva tutto.
La nostra patria è il mondo intèr… 
solo pensiero — salvar l’umanità!
“Cosa dicono le parole?” disse l’ufficiale.
“Che finisce la guerra,” dissi, e poi aggiunsi: “E che ci interessa molto la salvezza dell’umanità.”
“You a poet?” disse l’ufficiale.
Io gli circondai l’orecchio con le mani, e gridai dentro:
“Just a fucking bandit.”
Così accompagnammo a Padova l’ottava armata, e poi io e la Simonetta andammo a dormire, e loro li lasciammo lì in una piazza.”
Il film di Daniele  Lucchetti, 1998

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Angelus Novus

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”
Tesi IX degli scritti di W. Benjamin Sul concetto di storia [1939], Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7

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Viaggio al termine della notte

“Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

L.F. CELINE, Viaggio al termine della notte, 1932

«A pagina 90 di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, traduzione di Ernesto Ferrero) mi sono chiesta: “Ma perché non l´ho letto prima?”. E poi mi sono detta: “Perché pensavo che Céline fosse un fascista”. E così, per cecità, per partito preso, mi ero sempre rifiutata di prendere in mano il suo capolavoro. Poi, qualche giorno fa, ho visto il libro a casa di un amico. E non l´ho mollato più. Lo leggo la sera tardi, dopo il telegiornale. Leggo Céline che racconta la prima guerra mondiale e penso a Gaza. Guardo le immagini di Gaza e penso a Céline. Dopo tre righe, già ti prende: è un fetente Céline. Strepitosa la traduzione di Ferrero: rende ogni sfumatura linguistica adottata nel romanzo. La parlata militare, lo slang. Ci sono tutte le forzature di un uomo colto che sbaglia volutamente la sua lingua per rendere vitale, concreto il racconto».
«È la storia della guerra e dei suoi parassiti – a tratti mi ricorda addirittura Eduardo – descritta in prima persona da un anti-eroe che ha un unico obiettivo: mettere in salvo la pelle. Perché la letteratura di guerra, da Tucidide in poi, è sempre uguale. Chi sperimenta la guerra ha un solo desiderio: arrivare al termine della notte».
D. Pappalardo, Intervista a Valeria Parrella, La Repubblica, 17 gennaio 2009

“A proposito di Louis-Ferdinand Céline – grande artista e immondo razzista – uno dei maggiori critici del secolo scorso, Cesare Cases, ne parlava come di qualcuno da stampare la mattina e da fucilare nel primo pomeriggio. Cases ritenevaVoyage au bout de la nuit il maggiore romanzo del Novecento né si asteneva, lui ebreo, da un’aperta ammirazione per la musica scrosciante di Bagatelle per un massacro, laddove appunto la parola «ebreo» gli sembrava riassumere, virata nei colori del risentimento e di un odio allucinante, non tanto un popolo e la sua storia quanto gli emblemi più brutali della modernizzazione capitalistica (denunciata in Voyage e Mort à crédit) e cioè l’imperio del denaro, la standardizzazione della vita quotidiana, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America e, sia pure per tutt’altra via, la stessa Unione Sovietica”. Massimo Raffaeli,  Céline, scrittura e vita, “Le parole e le cose”,   

RAISCUOLA. Viaggio al termine della notte secondo A. Baricco: CLICCA QUI.

 

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Cosa resta di un’Expo

FEDERICO RAMPINI,  “La Repubblica”, 12 aprile 2015

È LA DOMANDA-CHIAVE. Decine di città e di stati se lo sono chiesti da centosessantaquattro anni in qua. A volte la domanda si è tinta di angoscia, di fronte al conto da pagare. Che cosa resta di un’Expo? A parte, s’intende, i processi per tangenti o le polemiche sui cantieri incompiuti, almeno nel caso milanese.
La prima Esposizione universale a portare questo nome si tiene a Londra nel 1851. Come spiega Renzo Piano nell’intervista che segue nelle pagine successive, quell’evento segna la storia dell’architettura moderna, il Crystal Palace in vetro-acciaio ne è una pietra miliare. Così come lo sarà la Tour Eiffel a Parigi, anch’essa creatura-trofeo di un’Expo (1889). Vale un po’ anche per l’Atomium di Bruxelles, per quanto appaia anacronistica quella rappresentazione trionfale dell’energia nucleare, eretta nel 1958 quando il ricordo di Hiroshima era ancora fresco. Dunque, le tracce possono restare eccome: durevoli, simboliche, bandiere di un’epoca. Certo, non è detto che la costruzione di un edificio destinato a diventare icona (come la Tour Eiffel o le guglie spaziali di Seattle 1962 e Brisbane 1988) basti a provare un lascito duraturo; ma può essere almeno un buon indizio che l’Expo abbia intercettato un’idea forte. In certi casi l’evento espositivo può addirittura suonare profetico, annunciare la vocazione futura di una città: come la Panamericana di San Francisco di cui commemoriamo il centenario proprio quest’anno. Nel 1915, mentre l’Europa sprofondava nella Prima guerra mondiale, la California non si limitava a festeggiare l’inaugurazione del Canale di Panama che le avrebbe dato un ruolo enorme nei commerci mondiali, abbattendo i tempi del trasporto navale tra Atlantico e Pacifico. L’Esposizione Pan-americana propose San Francisco come vetrina d’invenzioni, prefigurando quel ruolo di tecnopoli, capitale della Silicon Valley, che era ancora di là da venire: ci sarebbe voluto l’attacco giapponese a Pearl Harbor, la necessità di spostare nel 1941 la ricerca militare verso la West Coast, gli investimenti del Pentagono nell’elettronica. Tant’è, l’Expo di San Francisco con la costruzione del Palace of Fine Arts (oggi sede dell’Exploratorium) fu una specie di faro acceso sul futuro, l’annuncio visionario di quel che sarebbe diventata la California.
Per rispondere alla domanda su “cosa resta” di un’Esposizione universale, bisogna tenere conto del contesto: le aspettative nate attorno all’evento, la missione che gli è stata assegnata. Almeno durante i primi cinquant’anni della loro storia, le Esposizioni universali furono perfettamente racchiuse nella definizione del filosofo tedesco Walter Benjamin: “Siti di pellegrinaggio per il feticismo della merce”.
COMINCIANDO DALL’EVENTO inaugurale di Londra, pensato dal modernista Principe Alberto, e fino alla Prima guerra mondiale, le Expo interpretano a perfezione un’èra di fiducia nel progresso, ottimismo sul futuro, adorazione della tecnica. Quei raduni internazionali per visitatori curiosi accompagnano processi ben più profondi e strutturali in molte nazioni avanzate: come le riforme scolastiche che introducono una formazione professionale adeguata ai nuovi mestieri industriali. È un’epoca che preannuncia e poi coincide con il Secolo Americano. Non a caso tante Expo si susseguono in tutte le metropoli manifatturiere degli Stati Uniti, comprese alcune città oggi “arrugginite” dal declino industriale: Philadelphia nel 1876, Chicago nel 1893, Buffalo nel 1901, Saint Louis nel 1904. New York ne ospiterà a ripetizione.

L’Expo di quei tempi è un evento così importante che spesso diventa il palcoscenico per presentare al mondo una nuova invenzione rivoluzionaria, come il telefono di Alexander Graham Bell: collaudato in pubblico all’Expo di Philadelphia nel giugno 1876, ha tra i suoi primi testimoni affascinati l’imperatore del Brasile Pedro II. A San Francisco nel 1915 s’inaugura la prima linea telefonica con l’altra costa, che consente ai newyorchesi di ascoltare il rumore delle onde dall’Oceano Pacifico. Il Museo Leonardo da Vinci, a Milano, elenca altri esempi di invenzioni o nuovi prodotti “lanciati” in occasione delle Expo: il visore stereoscopico nel 1870, la macchina da scrivere Remington nel 1890, il fonografo, il cinematografo, il pallone aerostatico, la ferrovia sopraelevata.

Le tragedie delle due guerre mondiali costringono l’Occidente a un traumatico riesame della sua idea di progresso. Già nel conflitto del 1914-18 è evidente quanto la tecnica possa mettersi al servizio della barbarie: la Germania sperimenta le prime armi di distruzioni di massa (gas) e i primi bombardamenti deliberati sulle popolazioni civili (Londra), attirandosi poi rappresaglie della stessa natura. Da quel periodo anche le Expo escono trasfigurate. Più che celebrare le vittorie della tecnica, si entra in una fase dove le Esposizioni sono esse stesse un terreno di battaglia dei nazionalismi.

Il fascismo ci prova con Roma nel 1942, ma resta l’unica Expo cancellata per una guerra; caso raro di un intero quartiere (l’Eur) costruito per un evento che non si terrà. Dopo la Seconda guerra mondiale il filone prosegue ma deve correggere il tiro: l’Expo rimane una vetrina per promuovere il “marchio” di una nazione a condizione che il contesto sia improntato alla comprensione tra i popoli, alla cooperazione, alla pace. L’America post-kennedyana dà praticamente in appalto alla Walt Disney tutta l’Expo di New York del 1964, che adotta come slogan “It’s a small world” (il mondo è piccolo), il tema musicale che tuttora si può ascoltare nel parco tecnologico di Epcot-Disneyworld a Orlando, in Florida. Di nuovo segno dei tempi, le Expo possono perfino favorire i primi passi del disgelo Est-Ovest (Montréal 1967, Osaka 1970). La Spagna nel 1992 a Siviglia celebra la sua appartenenza all’Unione europea, in tempi in cui questa destava un entusiasmo generale.
Un caso particolare — quasi un ritorno alle origini — è Shanghai 2010. Visitata da settantatré milioni di persone, un record nella storia di questi eventi, Shanghai è stata a suo modo una riedizione del “feticismo” di cui parlava Benjamin: nel senso che è servita a presentare soprattutto a decine di milioni di cinesi delle province i fasti della globalizzazione e della modernità. Un altro aspetto di Shanghai che invece ci riporta a vicende più attuali: si tratta dell’ultimo grande evento globale organizzato dalla Cina sotto il potere di Hu Jintao, e quando era ancora forte il “clan shanghainese” del predecessore Jiang Zemin. Tutti e due investiti dall’offensiva del successore, l’attuale presidente Xi Jinping. Che s’installa al comando nel 2012, lancia una serie di inchieste sulla corruzione, e smantella pezzo dopo pezzo le correnti avversarie del Partito comunista.
Shanghai è rappresentativa anche per il vento del Terzo millennio che soffia su tutte le Expo, Milano inclusa. Da una parte c’è l’austerity: dal 2000 (Hannover) in poi molti governi cominciano a mostrare riluttanza verso i costi elevati. Gli Stati Uniti aprono la strada nel delegare a sponsor privati la loro rappresentanza: tant’è che sia a Shanghai sia a Milano la partecipazione Usa è stata in forse fino all’ultimo, perché il Dipartimento di Stato ormai si limita a fare da coordinatore dei finanziatori privati. Sul fronte delle idee in tutte le Expo del nuovo millennio, da Hannover ad Aichi (Giappone), da Shanghai a Milano, la sostenibilità diventa il tema dominante. La tecnologia di fronte alla sfida di salvare un pianeta in pericolo grave: un problema che i visitatori del Crystal Palace nel 1851 avrebbero faticato a immaginare.

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Et quae sentias dicere licet…: libri e libertà

Legimus, cum Aruleno Rustico Paetus Thrasea, Herennio Senecioni Priscus Helvidius laudati essent, capitale fuisse, neque in ipsos modo auctores, sed in libros quoque eorum saevitum, delegato triumviris ministerio ut monumenta clarissimorum ingeniorum in comitio ac foro urerentur. Scilicet illo igne vocem populi Romani et libertatem senatus et conscientiam generis umani aboleri arbitrabantur, expulsis insuper sapientiae professoribus atque omni bona arte in exilium acta, ne quid usquam honestum occurreret. Dedimus profecto grande patientiae documentum; et sicut vetus aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in servitute, adempto per inquisitiones etiam loquendi audiendique commercio. Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.  TACITO, De vita et moribus Iulii Agricolae, 2

Abbiamo letto che, essendo stati lodati (quando furono lodati) da Aruleno Rustico Peto Trasea, da Erennio Senecione Prisco Elvidio, (questo fatto) fu punito con la morte, e (abbiamo letto che) non si infierì solo sulla persona degli scrittori, ma anche sui loro libri, perché fu dato ai triunviri l’incarico di bruciare nella zona del comizio, all’interno del foro, gli scritti di quei chiarissimi ingegni. Evidentemente credevano di cancellare con quelle fiamme (da quel fuoco pensavano che venissero eliminate) la voce del popolo romano e la libertà del senato e la coscienza del genere umano, dopo che per giunta erano stati espulsi i filosofi (i maestri di filosofia) ed era stata bandita ogni nobile attività, per evitare che in qualche luogo si presentasse alcunché di onesto. Abbiamo dato certamente una grande prova di sopportazione; e come l’età antica vide quale fosse il limite estremo nella libertà, così noi (abbiamo visto quale fosse il limite estremo) nella servitù, essendoci stata tolta, attraverso il sistema della delazione, anche la possibilità reciproca di parlare e di ascoltare. Anche la memoria avremmo perduto insieme con la voce, se fosse in nostra facoltà il dimenticare quanto il tacere.

I know that books don’t burn well.
Heinrich Böll

Anna Foa, Nei roghi dei libri brucia anche l’anima di un popolo


On 10 May 1933, on the Opernplatz in Berlin, just off Unter den Linden, German student associations staged an elaborate book burning ritual, the result of several weeks’ planning. Bolstered by uniformed brown shirts of the SA and marching bands, great ranks of students fi led into the square in a torchlight parade. A carefully constructed timber scaffold full of books was set alight, as uniformed representatives stepped forward and proclaimed their socalled Feuersprüche (‘fi re incantations’ or ‘fi re oaths’), little planned speeches in which they attacked the books they held responsible for the collapse of Germany. The impresario for the night was the propaganda minister – and erstwhile novelist – Joseph Goebbels. In lightly falling rain he spoke of his hope that from the ashes of the pacifi st, defeatist and un-German books that had been burned, the phoenix of the new Reich would rise. That night, and over the next week, similar events were held in university cities across Germany, most of which explicitly followed the model of Berlin by including marching parades, torches and speeches. These fires have since become synonymous with the barbarity of the Nazi regime, but such an understanding was by no means automatic, and the international response to the events tended to be
perplexed, even bemused. Through studying the tone of many of these reports, this chapter assays the initial reactions to the German bookfi res, and returns them to their historical context.
Matthew Fishburn, Burning Books, Macmillan, 2008

BERLIN, OPERNPLATZ, 10 maggio 1933: il VIDEO.

Isaac Babel – L’armata a Cavallo
Michail Bakunin – Dio e lo stato
August Bebel – La donna e il socialismo
Walter Benjamin
Ernst Bloch – Tracce
Albert Einstein . – La teoria della relatività
Ernest Hemingway – Addio alle armi
Bertold Brecht – tutte le opere prima del 33
Max Brod – L’ultima esperienza di Tycho Brahe
Sigmund Freud – L’interpretazione dei sogni e tutti i lavori pubblicati
Andre Gide – Viaggio in Congo
George Grosz
Franz Kafka, Durante la costruzione della muraglia cinese
Hans Kelsen
Siegfreid Kracauer
Vladimir Ilic Lenin – L’estremismo, malattia infantile del comunismo
Alexander Lernet-Holenia, Ero Jack Mortimer
Theodor Lessing – L’odio di sé ebraico
Karl Liebknecht
Karl Kraus – Gli ultimi giorni dell’umanità
John Dos Passos
Jack London – Martin Eden, Il tallone di ferro, Il vagabondo delle stelle
Gyorgy Lukacs – Storia e coscienza di classe, Studi sulla dialettica marxista
Andre Malraux
Heinrich Mann, Novelle
Klaus Mann, La pia danza
Thomas Mann, Della Repubblica tedesca
Karl Marx
Gustav Meyrink (Gustav Meyer) – Il Golem,
Ferenc Molnár – Liliom
Robert Musil
Pietro Nenni – Sei anni di guerra civile in Italia
Francesco Saverio Nitti – Bolscevismo, Fascismo e Democrazia
Leo Perutz
Erwin Piscator – Il teatro politico
Marcel Proust
Wilhelm Reich – Psicologia di massa del fascismo
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Joseph Roth, Giobbe, Ebrei Erranti
Nelly Sachs
Arthur Schnitzler, Verso la libertà
Bruno Schultz
Ignazio Silone, Fonte Amara
Georg Simmel – Kant e Goethe
Rudolf Steiner
Bruno Taven, Il governo
Frank Wedekind, Lo spirito della terra
H.G. Wells – Breve storia del mondo,
Emile Zola
Upton Sinclair
Maksim Gor’kij – La spia, Storia di un uomo inutile
Jaroslav Hašek – Il buon soldato Sc’vèik.
Stefan Zweig, La lotta col demone (Hölderlin, Kleist, Nietzsche)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico
i libri di contenuto malefico, e per ogni dove
i buoi furono costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta
(uno di quelli al bando, uno dei migliori)
scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti,
che i suoi libri erano stati dimenticati.
Corse al suo scrittoio, alato d’ira,
e scrisse ai potenti una lettera:
«Bruciatemi», vergò di getto, «bruciatemi!
Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori!
Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri?
E ora voi mi trattate come fossi un mentitore!
Vi comando: bruciatemi!»

Non nego affatto che sia d’importanza vitale per la Chiesa e lo Stato tener d’occhio come i libri, al pari degli uomini, si comportino; e perciò confinarli, imprigionarli e render loro la più severa giustizia come a malfattori. I libri infatti non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie.
John Milton, Areopagitica (1644)

“Borges mi raccontò una volta che durante una manifestazione popolare organizzata dal governo peronista negli anni Cinquanta contro l’opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano: “Scarpe sì, libri no”. Il più ragionevole slogan “Scarpe sì, libri sì” non convinceva nessuno. La realtà – la dura necessaria realtà – era vista in irrimediabile conflitto con l’evasivo mondo dei sogni rappresentato dai libri.
Con questa scusa, e sempre con successo, il potere incoraggia l’artificiosa dicotomia fra la vita e la lettura. I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi”.
Alberto Manguel, Una storia della lettura. Milano, Mondadori, 1997

…sicché i Koniás di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualche cosa che vale, si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori.
Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa,  Einaudi, 1991
Immagine correlata

ALTRI ROGHI: CLICCA QUI.

NOTA ALLE IMMAGINI:

Gli straordinari libri alati sono opere di  Anselm Kiefer (Buch mit Flügeln – Book with Wings), 1992-94

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La Storia vittima del fanatismo

Il fanatismo politico che si nasconde dietro la furia teologica
I martelli dell’Is che si abbattono sulle statue di Mosul hanno radici in secoli lontani. Più profonde nel cristianesimo che nell’Islam

Silvia Ronchey, “La Repubblica”,  28 febbraio 2015

È DIFFICILE ammetterlo, mentre i martelli dell’Is si abbattono sulle statue del museo di Mosul, ma la più massiccia e vandalica distruzione di statue nella storia dei conflitti religiosi della civiltà mediterranea non si deve all’islam, né agli arabi né ai turchi né ai puristi wahabiti, e neppure ai riformatori protestanti dell’Europa cinque e seicentesca. I responsabili furono i condottieri cattolici della Quarta Crociata, che nel 1204 conquistò Costantinopoli. Un elenco delle statue distrutte durante ma soprattutto dopo il saccheggio fu stilato da Niceta Coniata, uno dei tanti intellettuali bizantini che assistettero agli eventi per poi fuggire dalla barbarie dei latini mettendo in salvo il loro carico di cultura.
Nella descrizione che Niceta fa della caduta della polis spicca la descrizione struggente delle antichissime statue bronzee del Foro di Costantino e dell’Ippodromo, sistematicamente distrutte dai crociati, fatte a pezzi e fuse.
Che cosa c’entrano i crociati con l’iconoclastia, ossia con la distruzione (dal greco klao, rompere) delle immagini (in greco eikones)? Nulla. Anzi, fu proprio il papato di Roma il primo e maggiore nemico di quella posizione dottrinale che tra l’VIII e il IX secolo fu adottata dagli imperatori dello stato bizantino, il più grande e civile del medioevo mediterraneo ma soprattutto il grande rivale del papato. L’iconoclasmo bizantino, nella sua condanna teologica delle immagini, si rifaceva a una doppia tradizione. Da un lato al cosiddetto aniconismo giudaico, trasmesso dall’ebraismo al giovane Islam, ma anche, ben prima, al giovane cristianesimo. Il suo fondamento stava nella proibizione biblica di riprodurre l’immagine divina, e difatti nell’iconoclasmo bizantino tornarono in voga gli scritti degli apologeti dei primi secoli cristiani, che si scagliavano contro l’idolatria e addirittura proibivano ai fedeli di svolgere la professione di pittore o scultore.
D’altro lato, sul piano filosofico, l’iconoclasmo era un’espressione estrema della filosofia platonica e della sua condanna dell’immagine in quanto “copia di una copia”, essendo il mondo sensibile solo una copia di quello delle idee. Peraltro i promotori dell’iconoclasmo, gli imperatori isaurici, non promossero la distruzione di icone, ed è stato recentemente messo in dubbio perfino che Leone III Isaurico abbia distrutto l’immagine del volto di Cristo sulla Chalké, sostituendola con una croce, come la propaganda degli iconoduli, i sostenitori delle immagini, ha tramandato. In ogni caso, la controversia restava interna alle dispute dottrinali del cristianesimo. Gli iconoduli condannano l’iconoclastia come eresia cristologica, considerando la rappresentazione di Cristo lecita in quanto proclamazione del dogma dell’incarnazione. La sottile disputa sfocerà in un nuovo statuto dell’immagine che si affermerà parallelamente al diffondersi dell’aristotelismo nella cultura bizantina: l’icona è ammissibile e non assimilabile all’idolatria solo se non intende rappresentare naturalisticamente la figura sacra, ma promuovere la riflessione teologica sulla sua essenza sovrasostanziale. Secondo la definizione conciliare: «Chi venera l’icona vi venera l’ipòstasi di colui che vi è inscritto », dove si usa il verbo “inscrivere” per distinguere questo tipo di rappresentazione da quella propriamente figurativa.
Avallare la rivendicazione ideologica dell’Is, che riconduce i vandalismi di Mosul alla tradizione dell’iconoclastia islamica, è tanto storicamente rischioso quanto parlare di medioevo in riferimento alla barbarie integralista delle frange estreme dell’Islam contemporaneo. Il medioevo è stato lungo, multiforme e complesso. La tolleranza araba verso chi rimaneva fedele al proprio culto era proverbiale. Quando nella primavera del 638 il califfo Umar ibn al-Khattab, successore del Profeta, conquistatore di Gerusalemme, era entrato nella città santa, aveva mostrato il massimo rispetto per i monumenti delle due religioni conquistate. Aveva visitato la basilica bizantina dell’Anastasis. Si era fatto accompagnare al tempio dei giudei e nel vederlo ridotto a un deposito di rifiuti si era addolorato e aveva preso a ripulirlo. Quando nella primavera del 1453 Mehmet II Fatîh, conquistatore di Costantinopoli, entrò nella Città delle Città, fece risparmiare i palazzi e le chiese e la Polis, una volta sottomessa all’islam, rimase la città conquistata con più altari consacrati alla religione dei vinti.
La distruzione delle statue di Mosul da parte dell’Is, così come quella dei Buddha di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani, non rientra nell’ambito della teologia né in quello dell’iconoclastia religiosa, ma nella storia, purtroppo densissima, della cosiddetta iconoclastia politica, termine oggi in uso per indicare un fanatismo di stampo religioso divenuto strumento di lotta politica eversiva. Ben prima dell’inizio dell’iconoclasmo la chiesa cristiana ne aveva dato prova, ad Alessandria d’Egitto, nel 392, quando le milizie integraliste, guidate dal patriarca Teofilo, avevano distrutto il simbolo della tradizione religiosa pagana, il Serapeo. Come scrisse allora Eunapio: «Stringendo d’assedio i luoghi sacri, accanendosi rabbiosamente sulle sante pietre e sui simulacri di marmo, fecero guerra alle statue, sgominandole come avversari che non potevano opporre resistenza».
Il patriarca cristiano fece anche decapitare con una scure la monumentale statua di Serapide, opera di Briasside. Come ha scritto Edward Gibbon nella sua Decadenza e caduta dell’impero romano : «Si tratta di eccessi che sarebbe ingiusto imputare alla religione di per sé; ma è bene lavare dall’accusa di ignoranza i poveri arabi, le cui traduzioni ci hanno conservato le meraviglie della filosofia, della medicina e delle scienze greche, e le cui opere fendevano coi loro raggi splendenti le brume ostinate dell’età feudale ».


L’aggressione a un museo pretende di annullare la storia Si distrugge un’opera d’arte perché se ne riconosce la forza. Chi devasta un’idolatria ne produce un’altra
Salvatore Settis

È L’ANNO 2061, sulla piazza c’è una lunga coda. Avanza, disciplinata. A due, a tre per volta si fermano davanti alla Gioconda appoggiata al muro, sputano sul quadro e se ne vanno. «Perché lo facciamo?», chiede Tom, un ragazzo. Gli risponde Grigsby: «Ha a che fare con l’odio. Odio per qualsiasi cosa che appartenga al passato. Come siamo arrivati a queste città in rovina, strade a pezzi per le bombe, campi di grano radioattivi, le case distrutte, gli uomini nelle caverne? Dobbiamo odiare il mondo che ci ha portato fin qui. Non ci resta più nulla, se non fare festa distruggendo».
Così un racconto ambientato in un’America post-apocalittica, scritto nel 1952 da Ray Bradbury, lo stesso che poco dopo avrebbe pubblicato Fahrenheit 451 , dove leggere un libro è reato. Ma la storia non conferma queste fantasie. L’iconoclastia bizantina del sec. VIII-IX, quella protestante del Cinquecento, l’abbattimento delle statue di Mussolini, di Stalin, di Saddam Hussein non sono mai la negazione in toto del passato, ma la scelta rituale di distruggere qualcosa per esaltare qualcos’altro (la purezza della fede, il trionfo della democrazia…).
L’aggressione al museo di Mosul e ai reperti delle civiltà millenarie del Vicino Oriente antico si presenta come un gesto infinitamente più radicale, che pretende di annullare la storia in nome di un Islam originario e senza immagini, di un Corano che ricrea la storia, e prima del quale non c’è nulla. Ma il Corano conosce Abramo (Ibrahim) e lo considera un profeta; Maometto è sì un nuovo inizio, ma in una linea che assimila e onora i profeti del passato (inclusi San Giovanni Battista e Gesù). La lotta contro l’idolatria, che affratella le religioni del Libro (ebraismo, Islam, cristianesimo) ha avuto accessi di febbre iconofobica, ma non è stata mai, in nessuna di esse, dottrina universale.
Annientare la memoria di Ninive non può esser spacciato come un gesto polemico contro l’odiato Occidente, a cui pure si devono scavi, decifrazioni, scoperte. Dalla Mesopotamia non vengono solo dati di civiltà che hanno poi trovato posto nelle culture mediterranee e in Europa. Vengono, per l’Europa e per il mondo (compreso l’Islam), pensieri, riflessioni, osservazioni che hanno fondato la carta del cielo, i nomi e la forma di costellazioni e segni dello zodiaco; vengono nozioni mediche e scientifiche, invenzioni mitiche e letterarie, l’agricoltura e la città. Vengono esperienze storiche che hanno creato linguaggi e formule della regalità, ma anche impulsi alla convivenza fra popoli e civiltà diverse.
È questo il caso del mirabile cilindro cuneiforme di Ciro il Grande (539-38 a. C.), dove il re persiano proclama la propria gloria in nome della tolleranza. «Io sono Ciro, re dell’universo, re di Babilonia: il mio enorme esercito l’ha conquistata, ma il suo popolo non deve temere, lenirò la sua sofferenza. Salverò le loro vite e i loro templi, le statue dei loro dèi saranno intatte, e quelle che sono state allontanate verranno restituite ai templi che loro spettano, ricostruirò le mura e le porte ».
In Mesopotamia come in Europa, nessun territorio è mai stato di un solo popolo né di una sola religione: la sovrapposizione, la mescolanza, il contrasto nella convivenza hanno costantemente arricchito le nostre città, le nostre letterature, il nostro patrimonio di immagini e di parole, la nostra anima.
Programmaticamente barbarica, la furia iconoclasta che si è scatenata a Mosul è però anche profondamente contraddittoria. Distrugge immagini di antiche divinità e sovrani, ma lo fa sotto gli occhi delle telecamere. Devasta spietetamente, ma su un palcoscenico, e per produrre nuove immagini, i filmati diffusi all’istante allo scopo di mostrare i muscoli e ricattare il mondo. Accusa di idolatria un museo archeologico, ma dissemina dappertutto l’auto-idolatria di chi si fa filmare mentre devasta; e si fa filmare per essere visto, perché la propria immagine che distrugge altre immagini diventi una nuova icona.
Alla pretesa idolatria degli antichi l’Is sostituisce un’idolatria più vera e più palpabile, l’iconizzazione di sé; e mentre maledice le immagini altrui, produce, alimenta e promuove le proprie. Distrugge le immagini perché ne riconosce la forza, e dunque la imita. È la nemesi della storia: come quando, subito dopo l’11 settembre 2001, il mullah Muhammad Omar, capo dei taliban afghani, paragonò l’America a Polifemo, «un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare un nome», da un Nessuno. L’arcinemico della cultura occidentale, l’iconofobo distruttore dei Buddha di Bamiyan, paragonava se stesso a Ulisse che acceca Polifemo. Stava, dunque, citando Omero.

Perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa paura al califfato?

 Domenico Quirico, “La Stampa”,  27 febbraio 2015

Perché statue della meravigliosa arenaria di Mosul spaventano lo stato islamico, occupano i suoi sgherri come i bombardamenti americani: tanto che li fanno a pezzi, si accaniscono sudando nella polvere, li gettano al suolo sbriciolati come se fossero nemici armati o ribelli? Perché la Storia è il principale avversario dello stato totalitario, di ogni Stato totalitario: come gli uomini, più degli uomini. Per il califfato c’è, infatti, una Storia impura come ci sono uomini impuri: ed è tutto quello che è esistito prima della linea tracciata sul passato, il nostro e il loro. Le pietre, le statue, i templi parlano. Tutti li possono leggere. Parlano più dei sermoni e dei discorsi: sono lì, esistono per smentire chi vuole semplificare, annullare, maledire: chi esige un passato senza sfumature periodi svolte. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarla per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che finirà, prima o poi. Per questo in Iraq, come prima in Afghanistan, e poi per i libri e le tombe di Timbuctu, la storia e l’archeologia sono diventate ostaggi e vittime: come gli uomini, anche loro sono finite nella lista di ciò che contamina la società perfetta. Che è solo quella omologata da questa sterminata ubriacatura di fanatismo che, come la peste, marcia dall’oriente verso occidente. Hanno scelto male il luogo del loro primo califfato, gli uomini di Daesh: hanno scelto proprio la terra tra i due fiumi dove la Storia è nata, si è composta e scomposta mille volte, ha cancellato imperi e città, invasori e vittime nutrendosi delle pietre dove passavano il vento e la sabbia, ne ha consumato le brevi glorie per trasformarsi e costruire di nuovo. Continuamente. Intarsiata come le opere della partica Hatra, ieri distrutte, di innumerevoli vibrazioni interne. Altre civiltà, altri mondi, altri uomini. Per secoli, qui, sul ciglio del deserto e delle montagne dove si annidavano i nomadi, gli invasori, affacciata sul verde come sul mare, la civiltà ha ordito il tempo mai omogeneo dell’uomo. Dietro, il deserto; come riserva inesauribile di fame di sete di morte. In mezzo il fiume con le città, la scrittura, i templi di dei sempre diversi, le palme, i canali per l’irrigazione, la vita. E poi il verde dell’altra riva e poi, subito dopo, come un bastione, l’altro deserto, quello degli arabi invasori. Senza questo spazio fisico non si può leggere ciò che nei millenni è stato costruito, ricostruito, copiato. Gli scalpellini assiri rinettavano i blocchi di materia non ancora incompiuti. Sembra di udire il suono argentino di quei colpi minuti levarsi nell’aria come il frullare delle ali di uccelli. I raggi del sole come zagaglie sembrano scheggiare ancora la pietra arrostita dolcemente, cotta e ricotta e poi mielata. Quei raggi sembrano ancora sfiorare, dopo secoli, la materia di quei tori giganteschi che, all’ingresso del Palazzo, scandivano magiche formule di buona fortuna e di benevolenza degli dei. Erano divinità crudeli, spietatamente immanenti sugli uomini come il dio che, illecitamente arruolato, muove il trapano iconoclasta di questi lanzichenecchi che credono di essere santi. Ancora, come per le infami esecuzioni degli ostaggi, non siamo noi i destinatari di questi delitti. Sono gli altri musulmani. Sono loro che devono imparare il brusco messaggio: la Storia non esiste più, è iniziata la Storia nuova, assoluta e unica, che è quella dello Stato islamista. Forse i fanatici possono cacciare e uccidere tutti i cristiani, gli alauiti, gli yazidi, i musulmani tiepidi. Ma la Storia è troppo grande per essere uccisa. Ogni qualvolta, grattando la terra come accade in Siria e in Iraq, spunta un frammento di argilla o di arenaria, grida la irrevocabile complessità del Tempo dell’uomo.

Quell’odio cieco che vuole cancellare anche la Storia, di Adriano Sofri, La Repubblica”,  27 febbraio 2015 ECCO i nuovi cinque minuti di video che i vanitosi farabutti del sedicente Stato Islamico hanno messo in rete: mostrano la fatica meticolosa con cui distruggono a colpi di mazza e rifiniture di martello pneumatico e trapano le sculture custodite in un museo di Mosul. Pezzi sumeri, assiri, babilonesi. I teppisti non hanno uniformi, sono dilettanti radunati per la buona azione comune, in camicioni bianchi o in tute nere, o in borghese maglietta e pantaloni. Si sono divisi il lavoro: alcuni spaccano e sbriciolano, altri riprendono e fotografano. Addestrati a farlo con gli umani inermi, sanno ripeterlo con le statue sacrilegamente umane e altrettanto inermi: non trovano colli cedevoli alle lame, dunque le decapitano, dopo averle atterrate, a colpi di mazza. Hanno montato accanto, nello stesso video, la vecchia veduta del primo ritrovamento ottocentesco della Porta dedicata al dio Nergal, col filmato della distruzione di una delle due statue colossali raffiguranti un toro alato dalla testa umana, che decoravano il portale cerimoniale di accesso alla città più grande e splendida del suo tempo, 2.800 anni fa, la Ninive assira di Sennacherib e di Assurbanipal. I musei, come questo di Mosul, e le biblioteche, come quella centrale di Mosul preziosa di 100 mila volumi e ottomila manoscritti antichi, dalla quale gli stessi energumeni hanno tratto i libri con cui celebrare il loro rogo a cielo aperto, sono fatti per ricordare la gloria che passò: i monumenti che uomini costruirono e fecero costruire perché sopravvivessero loro, e la rovina che avrebbe coperto umani e monumenti, fino a che le generazioni a venire le riportassero alla luce. L’Iraq ha dodicimila siti archeologici di rango, il territorio occupato dall’Is ne ha 1.800. Una delle sue prime imprese fu la distruzione della moschea-mausoleo del profeta Giona. L’abbiamo fatto anche noi, qualcuno ammonirà, abbiamo decapitato il re di Francia e le statue dei re di Notre Dame. Ma questi non sono repubblicani, e decapitano ad altezza d’uomo e di donna qualunque. Dopo gli stati canaglia, le canaglie che si fanno Stato. Questi teppisti del Califfato, fieri di barbe e ciabatte, fingono di vendicare un loro Dio oltraggiato da figure di umani e di animali, ma sono compiaciuti di odiare il passato e di vivere nel presente immutabile del loro profeta. Non vogliono restaurare un’epoca insidiata e profanata dalla modernità: stanno in un loro tempo istantaneo e sospeso che non ha bisogno di durata e lecca la mano della morte. Sono emuli della creazione dal nulla all’altro capo della cosa: l’annientamento di tutto ciò che è stato lentamente costruito e sedimentato. Ammazzano, umani di carne e ossa e umani di pietra, e aspettano, ubriachi di sé, d’essere ammazzati. La storia, grandiosa com’è stata, non era meno crudele, e Sennacherib fece incidere a perpetua memoria: «Gli abitanti di Babilonia, giovani e vecchi, io non li risparmiai, e dei loro cadaveri riempii le strade della città». Teneva alla memoria, lo incideva nella pietra. Anche lui, il grande signore, non calcolò abbastanza il suo tempo, e quando i figli lo uccisero le grandi sculture della porta di Nergal restarono non finite nei dettagli, e le hanno finite ora gli imbestialiti dell’Is. Questi bruciano il tempo, si fanno il selfie appena prima della macelleria di ostaggi, della strage suicida. La domanda è: quanto dureranno ancora? Quanto ancora il resto del mondo, il mondo dei premurosi scavi archeologici, di musei, delle biblioteche, della cura del passato e della nostalgia di futuro, starà a guardare i loro video?

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Nuovi media

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Letture consigliate:

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http://www.treccani.it/enciclopedia/internet-e-diplomazia-nell-era-di-wikileaks_(Atlante_Geopolitico)/

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/31/isis-propaganda-2-0-call-of-duty-jihad-attira-i-combattenti-occidentali/1144491/

http://www.huffingtonpost.it/2014/08/20/isis-boko-haram-al-qaeda_n_5694049.html

http://www.lavoce.info/archives/32967/anonymous-contro-isis-hacker-buoni/

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L’onda – Die Welle

L’onda, regia di Denis Gansel, Germania, 2007. Scheda AGIS Scuola. CLICCA QUI. Il film si ispira all’omonimo romanzo di Todd Strasser, a sua volta basato sull’esperimento sociale denominato La Terza Onda (The Third Wave), avvenuto nel 1967  alla Cubberley High School di Palo Alto, California.

Mentre le antiche certezze spariscono, la potenza delle folle è la sola che veda crescere di continuo il suo prestigio.L’età che inizia sarà veramente l’era delle folle. Non più di un secolo fa, la politica tradizionale degli Stati e la rivalità fra i sovrani costituivano i principali motori degli avvenimenti. L’opinione delle folle, nella maggioranza dei casi, non contava affatto. Oggi, invece, la voce delle folle è
divenuta preponderante. Detta ordini ai re. Tanto quanto sono poco inclini al ragionamento, le folle si dimostrano adattissime all’azione. Ciò che più colpisce di una folla è che gli individui che la compongono – indipendentemente dal tipo di vita, dalle occupazioni, dal temperamento o dall’intelligenza – acquistano una sorta di anima collettiva.
Tale anima li fa sentire, pensare e agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – penserebbe e agirebbe.
I diversi impulsi ai quali le folle obbediscono potranno essere generosi o crudeli, eroici o vili, ma saranno sempre tanto imperiosi che persino l’istinto di conservazione si annullerà davanti a essi.
GUSTAVE LE BON, La psicologia delle folle, 1895

Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei – quelli fascisti come quelli comunisti – reclutarono i loro sostenitori proprio tra questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che, in maggioranza, essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda.
HANNA ARENDT, Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1967

Hitler aveva scritto: “I discorsi aprono il cuore del popolo come colpi di maglio”. E i suoi erano caratterizzati infatti da ritmi bellicosi, aggressivi, e comportavano un timbro di voce di grande effetto. Il pubblico assorbiva i suoi discorsi emotivamente, di essi avvertiva solo la combattività e la fede, senza afferrare il suo contenuto concreto o senza soffermarsi a riflettere sul suo significato. La folla “viveva” il discorso più che analizzarne il contenuto e per questo era difficile che si potesse porre in una posizione di distacco critico. Hitler sentì molto l’influenza dell’opera di Gustave Le Bon, soprattutto della regola per la quale il capo deve essere parte integrante di una fede posseduta in comune e per questo fece di se stesso un simbolo vivente.
G.L. MOSSE, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975

Le crisi globali squassano le relazioni di identità e di potere degli individui. In queste catastrofi ciascuno perde almeno una parte dei punti di riferimento cui ancorava i propri interessi concreti e il proprio posto nella società. E deve perciò reinventare un’identità positiva, vincoli di solidarietà da cui sentirsi protetto, valori che si adeguino alle sue aspettative. Ma prima ancora, deve darsi una spiegazione della crisi: perché mi trovo in una condizione così penosa? Qual è stato il nostro errore? Di chi è la colpa? Quale che sia il suo gruppo di appartenenza, questo “ciascuno” galleggia in un universo sconfinato in cui le poche certezze tramandate sono aggredite dall’incessante offerta di opinioni, credi, saperi e stili di vita. Mai le sue possibilità di scelta sono state così ampie: ma smisurate sono anche le possibilità di fallimento ed egli è spaventosamente solo al cospetto della libertà.
Nel mondo contemporaneo ogni sua scelta diventa scommessa personale, azzardo, rischio. All’angoscia da sradicamento dell’uomo moderno il secolo delle catastrofi, il Novecento, ha risposto con una copiosa offerta di maestose identità collettive. Si chiamino Razza, Nazione, Proletariato e, da ultimo, Civiltà, queste identità collettive tendono tutte a riprodurre in scala ingigantita il piccolo universo pre-moderno, il tepore della comunità chiusa, la protezione del villaggio, insomma quel mondo agevole e compatto, con un incontestato dio unico, ben piantato nel cielo e nella società, in cui l’uomo poteva orizzontarsi facilmente.
GUIDO RAMPOLDI, L’innocenza del Male, Laterza, Roma-Bari 2004

Education for death: W. Disney propaganda cartoon, 1943. CLICCA QUI.

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