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Ascoltare il brusio dell’universo

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                 Emil Nolde, Cielo stellato

Antonio Scurati, “La Stampa”,  12 febbraio 2016

Fermatevi un istante. Silenziate quel cavolo di smartphone e mettetevi ad ascoltare. Usciamo dalle caverne e scopriamo la meraviglia.
Anche qui, nel fondo delle nostre metropoli assordate dai crolli di Borsa, dai proclami di politici garruli e dai romanzi d’appendice, perfino qui, sotto il sordo tran tran della vita tardo-moderna, quando la città dorme e gli uomini piangono, ci si può sintonizzare sulla frequenza di una stella morente, si può udire il brusio dell’universo. Arriva anche qui la musica delle sfere celesti.
Oggi, infatti, a cento anni esatti dal giorno in cui il genio di Albert Einstein ne dedusse la necessità per via teorica attraverso un calcolo matematico, e dopo numerose prove indirette, l’esistenza delle onde gravitazionali è stata provata. Quella sorta d’invisibile e inaudito tessuto cosmico che lega tra loro i corpi celesti nelle loro universali gravitazioni, che lega i destini della materia e dell’anti-materia, le sorti delle masse cieche inter-stellari, che stringe un nesso indissolubile tra il tempo e lo spazio, quel tessuto sottilissimo e ubiquo, più simile a un tappeto sonoro che a un substrato materiale, è stato per la prima volta ascoltato.
Da oggi, grazie a strumenti giganteschi e avveniristici che portano antichi e leggiadri epiteti e nomi di donna – Virgo, Lisa – potremo percepire il «sonoro» dell’universo, udire gli inauditi messaggi inviatici dai moti di massa in galassie remote. Oggi siamo ancora e di nuovo all’incrocio delle risonanze, oggi inizia una nuova era di ascolto dell’universo.
Percepisco un diverso tipo di brusio. Più acuto, più consueto, più metallico. Suona più o meno così: «Capirai che me ne frega a me! Io ci ho la bolletta da pagare e il reflusso gastrico». E subito il meraviglioso mormorio dell’universo notturno svanisce soffocato dalla diuturna querimonia terrestre, dal raglio d’asino del cantante a San Remo e dalla nota di basso continuo dei lamenti per la fine del mese. A chi può importare davvero che il tempo non sia una grandezza assoluta, che l’evento spazio-temporale si curvi come un foglio di gomma sotto il peso della materia, aggravata anche dalla minuscola macchia di sangue dei nostri corpi affannati, a chi può davvero importare del comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra, di buchi neri che si scontrano nel centro inimmaginabile della nostra galassia, a chi frega dello «orizzonte degli eventi», di quella zona di confine oltre la quale non ci sono più né lo spazio né il tempo? A noi che non abbiamo più né santi né eroi – nemmeno il progresso – quale sorpresa potrebbe riservare ancora l’universo?
«Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere … Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai». Attraverso questo memorabile incipit del suo miglior romanzo [L’informazione, 1995], Martin Amis ci introduce a quel mondo in cui gli uomini non alzano mai la testa verso il cielo – accanto a sé hanno solo donne che li fraintendono per l’ennesima volta prima di tornare a dormire, niente dietro e niente davanti, se non la scadenza del mutuo mensile – in cui gli eventi non accadono mai eppure schiantano perché non hanno orizzonte. E’ il nostro mondo, non c’è che dire, quello in cui lo spazio e il tempo non si curvano nemmeno a martellate e se per caso provi qualche volta a mettere la testa fuori dal guscio ti senti subito uno smarrito idiota del cosmo.
Eppure, a ben guardare, il grande romanziere e la grande scienza si accordano. Lo strano bipede che nel fondo delle città, a notte, piange nel sonno ripetendosi «niente, non è niente» entra a modo suo in risonanza con l’universo. E’ lo stesso animale che in un giorno glorioso riuscirà a captare le onde gravitazionali. Si estinguerebbe presto se non provasse ancora a cercare il proprio posto nel cosmo.

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La scienza è un percorso narrativo

E la letteratura si ciba di scoperte
Fritjof Capra, Massimo Inguscio e Telmo Pievani spiegano il legame tra discipline
Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 18 giugno 2015

Ne scrisse con rara chiarezza Giorgio de Santillana nel suo volume epocale, Il mulino di Amleto (Adelphi): non c’è mito antico dietro il quale non si nasconda un’interpretazione della natura, si tratti dei viaggi di Gilgamesh negli inferi o, per restare in un ambito più familiare, della caduta di Lucifero (astronomicamente individuabile come Venere, la sua caduta rappresenterebbe l’inclinazione dell’eclittica). Gran parte delle teogonie arcaiche è densa di miti che alludono ad eventi cosmologici, astronomici, climatici, geologici delle origini del tempo umano: il mito, la leggenda, il racconto illustravano la scienza dell’epoca, la «teoria del mondo» di migliaia di anni fa.
Il legame tra la letteratura — poesia, narrativa, favola, racconto orale — e la scienza è dunque sempre stato molto forte: uno dei più bei poemi dell’antichità, in epoca storica, è il De rerum natura di Lucrezio, in cui poesia e scienza si accordano «cantando» il sapere sugli elementi della natura, in modo perfetto e straordinariamente moderno, che un fisico atomico contemporaneo può leggere incantato.
«Io mi occupo di atomi — ci racconta Massimo Inguscio, ordinario di Fisica della materia all’Università di Firenze, cofondatore del Lens, presidente dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica e accademico dei Lincei —, seguo il loro movimento e cerco di «fermarli», per dirla con semplicità. E mi ritrovo completamente in ciò che Lucrezio nel De rerum natura diceva della struttura della materia 2.000 anni fa. Un grande poeta intuisce molto della natura del mondo, e il rapporto tra poesia, letteratura e scienza è e deve essere splendido, un arricchimento totale».
A proposito di grande scrittura scientifica, anche il fisico Fritjof Capra, docente a Berkeley, autore di Il Tao della fisica e del saggio La scienza della vita ci risponde raccontandoci le meraviglie delle letture scientifiche: «La qualità letteraria della scrittura scientifica — spiega Capra — diventa rilevante quando lo scienziato riesce a rivolgersi ai lettori al di là della propria disciplina particolare. Più fluente è la scrittura, più accattivante la narrazione, e più efficacia avrà nel trasmettere idee astratte a un vasto pubblico. Un famoso esempio storico è il Dialogo sui massimi sistemi di Galileo, del 1632, che è stato considerato un capolavoro letterario, scritto in italiano e non in latino come era consuetudine per i libri accademici dell’epoca». E aggiunge, sul piano personale: «Nel mio modo di scrivere poi ho sicuramente beneficiato del fatto che mia madre era una poetessa e drammaturga, e che sono cresciuto in una famiglia di letterati».
Ma come si scrive un buon libro di scienza? Risponde Capra: «Due questioni sono importanti. Per spiegare concetti scientifici al pubblico, bisogna mostrare la loro evoluzione all’interno di un particolare contesto storico, e le loro relazioni con i concetti e le idee in altri campi (filosofia, arte, ecc.). Questo non è facile, perché richiede un approccio multidisciplinare, anche quando si scrive di una scienza particolare. Io stesso ho seguito questo approccio in molti libri, come ne Il Tao della fisica ».
Gli esempi di chi è riuscito a raccontare felicemente le proprie o altrui scoperte scientifiche sono numerosi: Galileo, Darwin, ma anche Newton, e tra i contemporanei Hawking, lo stesso Capra, Oliver Sacks, Singh, e molti altri. La scienza è bella da leggere, e la letteratura è spesso ispirata dalla scienza, aggiunge Telmo Pievani, docente di Filosofia delle Scienze biologiche e titolare dell’insegnamento di Antropologia all’Università di Padova, nonché esperto di teoria dell’evoluzione. «Anch’io mi ritrovo con Calvino (che citava la Ortese) — spiega il filosofo — nel definire lo scienziato Galileo, che ha fondato la scienza moderna, come il più grande scrittore italiano. Galileo s’inventa i dialoghi, crea personaggi, la sua rivoluzione scientifica la mette in scena. E poi c’è Charles Darwin, che raccoglie prove della sua grande teoria e decide di raccontarla non come un saggio specialistico, ma come una narrazione, e così crea quel romanzo della natura che è L’origine delle specie. Ma è vero anche il contrario: leggiamo Leopardi o Swift, leggiamo il Frankenstein di Mary Shelley, e troviamo la scienza: la letteratura alta, la grande letteratura (oltre a quella di genere) si ciba di temi scientifici».
Ma c’è anche un altro elemento da tenere presente. Ed è un elemento formale importante, che deriva da una caratteristica della scienza contemporanea. «La scienza oggi — osserva a tal proposito Pievani — studia la letteratura per imparare a spiegare se stessa. Lo vediamo nei libri a carattere divulgativo: è importante per uno scienziato la resa letteraria e narrativa della scrittura scientifica». Il motivo non sta tanto nel fatto che un saggio ben scritto — come qualsiasi libro meritevole — può ottenere successo presso il pubblico, ma sta in un’altra questione che tocca la natura della scienza contemporanea.
«Le scienze — conclude il filosofo ed evoluzionista — sono diventate discipline storiche, cioè dotate di una dimensione storica per rendere la quale occorre utilizzare la tecnica narrativa. La stessa scoperta scientifica non può essere raccontata come un puro e semplice fatto (ad esempio, il risultato x è il prodotto dell’esperimento y), perché la scienza medesima è un processo. E un processo è narrativo. Quindi diventa naturale che alimenti la letteratura: è già una storia, una vicenda, di per sé».

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Matematica come narrazione
La buona dimostrazione di un teorema ha molto in comune con la migliore letteratura.
E chi assiste a essa proverà la stessa sensazione dell’autore

È come la soluzione armonica di un brano musicale. O la rivelazione del colpevole in un giallo

di Marcus Du Sautoy, “La Repubblica”, 1 febbraio 2015

Dopo il grande Fermat, la sfida per generazioni di studiosi è stata quella di trovare un sentiero che portasse da un territorio conosciuto a una terra nuova e misteriosa. Come la storia delle avventure di Frodo nel “Signore degli anelli”. Affermare la fondatezza di una tesi è una descrizione del viaggio dalla Contea a Mordor
I MATEMATICI sono cantastorie. I nostri personaggi sono i numeri e le geometrie. Le nostre storie sono le dimostrazioni che creiamo intorno a questi personaggi. Molte persone pensano che fare matematica consista nel documentare tutte le affermazioni esatte su numeri e geometria: l’irrazionalità della radice quadra di due, la formula per trovare il volume della sfera, un elenco dei gruppi semplici finiti. Secondo uno dei miei eroi matematici, Henri Poincaré, fare matematica è qualcosa di ben diverso: «Creare consiste precisamente nel non realizzare combinazioni inutili. La creazione è discernimento, scelta. […] Le combinazioni sterili non si affacciano nemmeno nella mente del creatore».
La matematica, proprio come la letteratura, consiste nel fare scelte. E allora, quali sono i criteri di uno degli articoli di matematica inclusi nelle riviste di settore che affollano la nostra biblioteca matematica? Perché l’ultimo teorema di Fermat è considerato come una delle grandi opere matematiche del secolo scorso, mentre un altro calcolo numerico altrettanto complicato è considerato banale e privo di interesse? Dopo tutto, che cosa c’è di così interessante nel sapere che un’equazione come xn+ yn= zn non ha nessuna soluzione intera quando n> 2 ?
Secondo me, è la natura della dimostrazione del teorema di Fermat che innalza questa affermazione esatta sui numeri al rango di qualcosa che merita un posto nel pantheon della matematica. E le caratteristiche di una buona dimostrazione matematica hanno molto in comune con la migliore narrativa.
La mia congettura, se dovessi trasformarla in un’equazione matematica, è che: dimostrazione = narrazione. Una dimostrazione è come il libro di viaggio del matematico. Fermat ha scrutato fuori dalla sua finestra matematica e ha visto in lontananza questa vetta matematica, l’affermazione che le sue equazioni non hanno soluzioni intere. La sfida per le generazioni di matematici successivi è stata trovare un sentiero che portasse dal territorio conosciuto, già esplorato dai matematici, a questa terra nuova e misteriosa. Come la storia delle avventure di Frodo nel Signore degli anelli, una dimostrazione è una descrizione del viaggio dalla Contea a Mordor.
All’interno dei confini della Contea, della terra conosciuta, ci sono gli assiomi della matematica, le verità conclamate sui numeri, insieme a quei teoremi che sono già stati dimostrati. È questo il contesto da cui dare inizio alla ricerca. Il viaggio che parte da questo territorio noto è vincolato dalle regole della deduzione matematica, come le mosse consentite per un pezzo degli scacchi, che stabiliscono i passi che si è autorizzati a fare attraverso questo mondo. Certe volte si finisce in quella che sembra un’impasse e bisogna fare quel tipico passo laterale, spostandosi di fianco o magari anche all’indietro per trovare un modo per girarci intorno. A volte bisogna aspettare che vengano creati nuovi personaggi matematici, come i numeri immaginari o il calcolo, per poter continuare il viaggio.
La dimostrazione è la storia del tragitto e la mappa che segna le coordinate del viaggio: il giornale di bordo del matematico.
Una dimostrazione riuscita è come una serie di cartelli stradali che consentono a tutti i matematici successivi di fare lo stesso viaggio. I lettori della dimostrazione proveranno la stessa, eccitante sensazione dell’autore nello scoprire che quel sentiero consente di arrivare a quella vetta lontana. Nella maggior parte dei casi una dimostrazione non cercherà di mettere tutti i puntini sulle I e tutte le stanghette sulle T, proprio come una storia non presenta ogni dettaglio della vita di un personaggio. È una descrizione del viaggio, e non necessariamente la ricostruzione di ogni singolo passo. Le argomentazioni che i matematici forniscono come elementi di prova sono pensate per accendere la fantasia del lettore. Il matematico Godfrey Harold Hardy le descrisse così: «Sciocchezze, ghirigori retorici pensati per influenzare la psicologia, immagini sulla lavagna durante la lezione, congegni per stimolare l’immaginazione degli allievi».
La gioia di leggere e creare matematica viene da quell’entusiasmante momento di rivelazione che proviamo quando tutti i tasselli sembrano andare al loro posto risolvendo il mistero matematico. È come il momento della soluzione armonica in un pezzo musicale o la rivelazione del colpevole in un romanzo giallo.
L’elemento sorpresa è una qualità chiave di una dimostrazione matematica accattivante. Sentite cosa dice il matematico Michael Atiyah a proposito delle caratteristiche della matematica che piace a lui: «Mi piace rimanere sorpreso. L’argomentazione che segue un percorso codificato, con pochi elementi nuovi, è noiosa e insulsa. Mi piace l’elemento inaspettato, un punto di vista nuovo, un collegamento con altre aree, una pestata di piede».
Quando creo una nuova opera matematica le scelte che faccio sono motivate dal desiderio di portare per mano i miei lettori in un viaggio matematico interessante, pieno di curve, svolte e sorprese. Voglio stimolare il pubblico con la sfida di capire perché due personaggi matematici apparentemente scollegati abbiano qualcosa a che fare l’uno con l’altro. E poi, man mano che la dimostrazione prende corpo, ci si rende gradualmente conto, o si capisce all’improvviso, che queste due idee in realtà sono lo stesso identico personaggio.
Questa capacità di trovare collegamenti inaspettati è una delle ragioni per cui amo parlare di uno dei miei contributi al canone matematico. Alcuni anni fa scoprii un nuovo oggetto simmetrico, nei cui contorni si celavano le complessità di soluzioni delle curve ellittiche, uno dei grandi problemi irrisolti della matematica. La dimostrazione che ricamo durante un seminario o nell’articolo che ho scritto per una rivista di settore dimostra come fare per collegare queste due aree apparentemente diversissime del mondo matematico. Scoprire nuovi oggetti simmetrici non è difficile. Il mio computer potrebbe sfornare a getto continuo nuovi esempi di oggetti simmetrici mai presi in considerazione prima. L’arte del matematico sta nel selezionare quelli che raccontano una storia sorprendente. Come diceva Poincaré, è questo il ruolo del matematico: fare scelte.

Questo articolo è un estratto del discorso di Marcus du Sautoy per il lancio del programma Humanities and Science, diretto dal Centro di ricerca in scienze umanistiche dell’Università di Oxford il 2-0 gennaio. www.torch.ox.ac.uk
Traduzione di Fabio Galimberti

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Portate la fisica nella narrativa. E viceversa

Philippe Forest con «Il gatto di Schrödinger» scrive un romanzo «quantico», Carlo Rovelli parla di scienza in modo letterario. Ma gli autori italiani trascurano queste contaminazioni
Mauro Covacich, “Corriere – La Lettura”,  7 dicembre 2014

In questi giorni sono usciti due libri molto diversi che nondimeno, letti insieme, sembrano rimettere in circolo il flusso di pensieri che dalla letteratura conduce alla fisica e viceversa — due libri i cui autori non tessono blandamente le lodi del campo avverso, ma impiegano in modo antiretorico l’uno il linguaggio dell’altro, giovandosene a tal punto da produrre: il primo, un mirabile quanto inquietante oggetto che potremmo definire romanzo quantico; il secondo, una dissertazione di grande valore letterario sui rudimenti della fisica del ventesimo secolo.
Nel primo libro, Il gatto di Schrödinger (Del Vecchio Editore), Philippe Forest utilizza il più famoso esperimento mentale della fisica moderna come chiave di lettura, per non dire immagine-mondo, della sua propria esistenza personale. Erwin Schrödinger, insignito del premio Nobel grazie alla scoperta dell’equazione d’onda, nel 1935 inventa, con intenzioni paradossali e sottilmente burlesche, un esperimento mentale in cui dimostrare l’assurdità dell’interpretazione troppo letterale del principio di sovrapposizione sostenuto da Bohr e Heisenberg. Questo fondamento della meccanica quantistica infatti, una volta esteso dalla realtà subatomica alla macro-realtà (la nostra), comporterebbe che, come per l’indeterminazione degli stati delle particelle, anche per un gatto chiuso in una scatola sia necessario supporre la coesistenza simultanea di stato di vita e stato di morte fino a quando un osservatore non verifichi direttamente.
Il cortocircuito con l’esperimento si crea nella mente di Forest, il giorno in cui un gatto entra anche nella vita dello scrittore. Accade d’un tratto, durante un breve soggiorno di riposo nella casa al mare. È un gatto che sembra sbucare dal nulla, come partorito dall’oscurità in cui affonda il muro del giardino, un gatto venuto dalla notte a offrire la sua calda presenza di animale in un’esistenza fredda anche d’estate, quella di un uomo tramortito e, verrebbe da dire, evacuato, reso inabitabile dal dolore.
Philippe Forest ha raccontato il suo dolore nel capolavoro ustionante Tutti i bambini tranne uno, ma qui, a distanza di quindici anni, accenna appena alla morte di sua figlia, evitando con maestria l’impiego di un’arma infallibile come la commozione. Piuttosto perlustra il suo stato mentale insieme al nuovo ospite, venuto a fargli visita dalla realtà indefinita che si cela oltre il muro di cinta, realtà-non-realtà ovvero realtà «sovrapposta» alla quale il gatto torna spesso con un semplice balzo e dalla quale altrettanto improvvisamente riappare. Così per un anno.
Sono weekend fatti di passeggiate per sentieri sabbiosi e contemplazioni notturne qua e là interrotte da dialoghi con una voce femminile non meno evanescente del nuovo inquilino a quattro zampe. Forest cammina, fuma, sorseggia un whisky, osserva le misere piante del giardino, scambia poche parole con la sua compagna. È vivo ma, nello stesso tempo , è anche morto, come una particella subatomica e, a dispetto di Schrödinger, come il gatto che viene a trovarlo. Questa almeno è la sensazione che si è fatta largo in me mentre leggevo, al punto da lasciarmi credere che il libro fosse diventato la scatola stessa dell’esperimento, con lo scrittore autorecluso al posto della cavia. Ma a rendere particolarmente importante questo libro è il fatto che Forest non fa un uso suggestivo, estetizzante, del linguaggio scientifico. Al contrario, affronta la fisica con autentico desiderio conoscitivo, importandola nel territorio della letteratura senza disinnescarla.
Nel secondo libro, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), Carlo Rovelli sembra riprendere a distanza il dialogo. Come la carica esplosiva della meccanica quantistica resta intatta nel romanzo di Philippe Forest, così il valore della scrittura è tutt’altro che ornamentale nel saggio dello scienziato. La curvatura dello spazio, le onde gravitazionali, i pacchetti di energia, il bosone, il tempo, il fatto che passato e presente esistano «solo quando c’è calore», ogni cosa viene spiegata in modo che sia compresa anche da una persona mediamente scolarizzata. Al di sotto la semplificazione scadrebbe nella retorica del facilese.
Non si tratta di parlare ai bambini, Rovelli vuole richiamare l’attenzione sulla bellezza di quelle scoperte, sull’eleganza delle loro equazioni, non banalmente divulgare. La fisica gode da sempre di grandi divulgatori — oggi, su tutti, l’anglo-iracheno Jim Al-Khalili —, ma per suscitare un interesse vero nell’interlocutore serve una scrittura non vicaria, che resti alta, limpida e insieme seduttiva, come quella di Rovelli.
Questa zona di intersezione tra scienza e letteratura è quasi per nulla frequentata in Italia, se si esclude il grande esempio di Daniele Del Giudice, la cui vocazione leonardesca lo rende affine a Paul Valery. Circa vent’anni fa, alla Sissa di Trieste (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) Claudio Magris ha curato un seminario interdisciplinare a cui sono intervenuti molti scienziati. Sembrava l’inizio di qualcosa, ma non è stato così. In America vengono subito in mente Il dilemma del prigioniero di Richard Powers, La stella di Ratner di Don DeLillo, le considerazioni sul tennis e la trigonometria o le note di Infinite Jest di David Foster Wallace (trascuro colpevolmente, avendo interrotto per limiti di comprensione, il saggio sull’infinito).
Da noi invece anche i giovani tecnicamente più equipaggiati, parlo di narratori con un dottorato in matematica come Chiara Valerio o in fisica teorica come Paolo Giordano, solo di rado lasciano affiorare i loro saperi sulla pagina, e lo fanno con timidezza, quasi temessero di disturbare il lettore. Allora mi permetto una richiesta, a tutti gli scrittori scienziati: non rifilateci manualetti for dummies, fateci entrare davvero nel vostro mondo e noi proveremo a seguirvi. E dove non capiremo, sarà bello lo stesso. La letteratura è piena di cose belle e incomprensibili almeno dai tempi di Finnegans wake.

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Scienza e letteratura

[…] mi sono avventurato a prendere posizione su problemi attuali, o a rileggere classici antichi e moderni, o ad esplorare i legami trasversali che collegano il mondo della natura con quello della cultura; sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo. C’è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa nulla per colmarlo; c’è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinate a ignorarsi e non interfeconde. È una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile […]
Qualche volta mi sento chiedere, con curiosità o anche con burbanza, come mai io scrivo pur essendo un chimico. Mi auguro che questi miei scritti, entro i loro modesti limiti d’impegno e di mole, facciano vedere che fra le “due culture” non c’è incompatibilità: c’è invece, a volte, quando esiste la volontà buona, un mutuo trascinamento.
Primo Levi,  L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985

Un VIDEO RaiCultura dedicato a scienza e letteratura:

Armando Massarenti, filosofo ed epistemologo, e Nicola Lagioia, scrittore,  raccontano le connessioni e le indagini condivise da letteratura e scienza prendendo spunto dalla nota citazione di Italo Calvino: “Nella direzione di lavoro in cui mi muovo, il maggior nutrimento lo trovo in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazione scientifico – poetica, come costruzione di congetture.[…] Allo stesso modo anche Dante, in un diverso orizzonte culturale, faceva opera enciclopedica, cosmologica. Anche Dante cercava, attraverso la parola letteraria, di costruire un’immagine dell’universo. Questa è una vocazione profonda della letteratura italiana”.

Dante, Galileo, ma anche Leonardo da Vinci, Giacomo Leopardi, Carlo Emilio Gadda e Primo Levi sono esempi concreti di una comunanza d’intenti tra questi due saperi. “Se parliamo del rapporto tra scienza e letteratura, dobbiamo subito eliminare l’idea stessa che da un lato ci sia la scienza e dall’altro la letteratura, perché questo non vale nella maggior parte dei casi significativi di tutta la storia di ciò che è stato scritto. – sottolinea Armando Massarenti – E se vogliamo recuperare lo spirito di Italo Calvino dobbiamo proprio partire dall’origine di tutto: il fatto che già nell’antichità si scrivevano poemi sulla natura ed era un esercizio fondamentale quello di conoscere il mondo”.

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«La scienza […] non sarebbe progredita di un passo senza l’immaginazione, senza l’intuizione, senza una disposizione intellettuale a penetrare nella sfera del mistero. […] Non ho difficoltà a immaginare un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto anche il teorema di Pitagora. Perché no? Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla grande poesia, e una forma sapientemente ridotta ai termini più indispensabili, e una grazia che non a tutti i poeti è stata concessa…

W. Szymborska, Verità e finzione, in Letture facoltative, Milano, Adelphi 2006

TO BE CONTINUED…

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Il fascino infinito della luna gigante

Qualche giorno fa, il 12 luglio, si è verificato il fenomeno della luna gigante o “superluna”  (plenilunio in coincidenza con il perigeo, ovvero la minima distanza tra la terra e il nostro satellite, 356.410 km) . L’evento  si ripeterà il 10 agosto e l’8 settembre 2014. Ecco qualche lettura e ascolto “in tema”…

Sed omnium admirationem vincit novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. Multiformis haec ambage torsit ingenia contemplantium et proximum ignorari maxime sidus indignantium, crescens semper aut senescens et modo curvata in cornua facie, modo aequa portione divisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuvans, deficiens et in defectu tamen conspicua— quae mensis exitu latet cum laborare non creditur—, iam vero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. Quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur.

Ma supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d’un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile – a fine mese è celata, ma non si creda a un’eclissi -; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò la leggenda del suo amore con la luna.

G. Plinio il Vecchio, Storia naturale, vol. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Prefazione di I. Calvino. Saggio introduttivo di G.B. Conte. Traduzioni e note di A. Barchiesi, Torino, Einaudi, 1982, II 41-43

Maria Clara Eimmart (1676–1707), Micrographia stellarum phases lunae ultra 300

Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l’altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letteratura d’ogni tempo e paese.
Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza.

I. CALVINO, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1993

Armando Torno, Leopardi studiò astronomia e se ne innamoròCorriere della Sera”, 14 luglio 2014

“La luna attira. Non fece in tempo ad accorgersene Beethoven perché il nome della composizione per pianoforte numero 14 in Do diesis minore, da lui chiamata Sonata. Quasi una fantasia, diventò Al chiaro di luna dopo la sua morte. Fu Ludwig Rellstab negli anni ’30 dell’Ottocento a denominarla in tal modo, scorgendo nell’Adagio sostenuto di apertura un idilliaco panorama notturno addolcito da luce lunare. D’altra parte, Giacomo Leopardi in quegli anni si innamorò dell’astro. Nel Canto notturno le pone domande: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?»; nei versi ad essa titolati la chiama in causa quale testimone esistenziale: «O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari». Ne La sera del dì di festa la descrive, anzi la dipinge: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna». 
Leopardi era arrivato ad amarla dopo averne studiato interpretazioni e calcoli, esaminato Galileo e le teorie delle maree in un’opera giovanile: la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (ora ripubblicata da La Vita Felice, ché Mondadori l’ha esclusa dai «Meridiani» con poesie e prose). Impossibile riprendere tutte le sue citazioni ma, come dirà Thomas Mann in Nobiltà dello spirito, la luna è emblema dell’arte: entrambe consentono un abbraccio tra mondo materiale e spirituale; rivolgere lo sguardo alla luna significa elevarsi nel cosmo senza dimenticare la terra. D’altra parte, nel 1657 Cyrano de Bergerac aveva pubblicato un ardito romanzo dal titolo L’altro mondo o Gli Stati e gli Imperi della Luna, nel quale espose teorie filosofiche e scientifiche allora non gradite ai benpensanti, quali l’eternità e infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi et similia. Il francese era già stato anticipato da Ariosto. «Tutta la sfera varcano del fuoco,/ et indi vanno al regno della luna»: con questi versi inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, in cui il paladino Astolfo è condotto sulla luna da Giovanni evangelista per recuperare il senno di Orlando, smarritosi per amore.
D’Annunzio nell’Alcyone scioglierà un’immagine alla «Nascente luna, in cielo esigua come/ il sopracciglio della giovinetta», mentre Samuel Beckett in Molloy perderà la pazienza: «Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema, la luna. Dev’essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere». Supererà il suo romanticismo Alfred de Musset, nella Ballata alla luna: «C’était dans la nuit brune,/ sur le clocher jauni,/ la lune/ comme un point sur un i» («Era nella notte bruna/ sul campanile ingiallito/ la luna/ come un punto su una i». Un’altra immagine giunge da Sergej Esenin che troverà anche il tempo di innamorarsi di Isadora Duncan, ma ne L’acero antico non si scorderà di lasciare un simbolo: «La luna, rana d’oro del cielo».
Tra i malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c’erano dei lunatici (Matteo 4,24): così allora erano detti i colpiti da epilessia, attribuita a influssi lunari. Presso i babilonesi l’astro prendeva la forma di uomo ed era il dio Sin (qualcuno lo vedrà nell’etimo del Sinai); maschile resterà anche in Egitto, dove sarà il dio Thout, detto anche Chonsu: a lui verrà attribuita l’arte della scrittura e la sapienza, per questo i Greci lo identificheranno con Ermete. Già, i Greci: finalmente la luna diventa donna. È Selene”.

Hay tanta soledad en ese oro.
La luna de las noches no es la luna
que vio el primer Adán. Los largos siglos
de la vigilia humana la han colmado
de antiguo llanto. Mírala. Es tu espejo.

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.        J. L. Borges

PER APPROFONDIRE

Numero tematico dedicato alla luna di Griseldaonline, portale di letteratura. CLICCA QUI.

Engrammi. La luna di Galileo e le arti. CLICCA QUI.

Il disco di Nebra, Germania, Età del bronzo, 1600 a.C. (?)

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Meraviglie della fisica

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Meraviglie della fisica. La felice fatica di capire il mondo

Franco Lorenzoni, “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 23 marzo 2014
Le tracce di onde gravitazionali captate oggi, intuite da Einstein 98 anni fa, confermano che la scienza è un’attività visionaria. Carlo Rovelli lo dimostra in maniera esemplare.

 

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Maledetto sia Copernico! Nuova scienza e barocco

“Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo… Storie di vermucci ormai, le nostre”. L. PIRANDELLO, Il Fu Mattia Pascal, 1904

Il Sidereus Nuncius notificava la fine del vecchio ordine del mondo e la conseguente instaurazione di un disordine che minacciava di investire anche il mondo dei valori morali e religiosi.
A turbare gli animi era la malinconica sensazione che la terra venisse spodestata della sua antica centralità, sperduta negli spazi infiniti privi ormai di sicuri punti di riferimento una volta che non esisteva più nulla di immobile nell’universo. Se si volesse spiegare meglio questo disegno con la scrittura novecentesca di Pirandello, calato ormai in ambito einsteiniano, è la sindrome di chi si trova a vivere, per dirla con le parole di Mattia Pascal su «un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira senza sapere il perché, senza pervenire mai a un destino».
Andrea Battistini, Galileo e i Gesuiti. Miti letterari e retorica della scienza, Vita e Pensiero, Milano 2000

Adam Elsheimer (Frankfurt am Main, 1578 – Roma, 1610), “Fuga in Egitto”, Monaco, Alte Pinakothek, olio su rame, 31 x´ 41 cm.

L’iscrizione nella parte posteriore del quadro: “Adam Elsheimer fecit Romae 1609”, ci informa sul luogo e la data in cui venne eseguita l’opera. In un articolo del “Suddeutsche Zeitung Magazin” si sostiene che la rappresentazione del cielo sia esattamente quella visibile a Roma il 16 giugno 1609 e che l’autore abbia fatto uso di un telescopio. Il particolare più impressionante è, dopo la luna, la Via lattea. […]Elsheimer ha dipinto uno sciame di piccoli astri non visibili al naturale, richiamando alla mente lo stupore provato dallo stesso Galileo per la via lattea quando la osservò al telescopio e la fissò come un’immensa formazione di stelle, tanto piccole e vicine l’una all’altra, da essere visibili solo con un telescopio. L’orsa maggiore è la costellazione meglio visibile nel cielo di Elsheimer, in alto a destra del quadro. CFR. www.liceoagnoletti.it/documenti_pdf/Elsheimer%20e%20Galileo.pdf

John Donne (1572-1631), An Anatomy of the World: the First Anniversary, 1611, vv. 209-213:
E liberamente gli uomini confessano
che questo mondo è consumato,
mentre nei pianeti e nel firmamento
cercano tante cose nuove; vedono che esso
è nuovamente sbriciolato nei suoi atomi.
È tutto in pezzi, svanita ogni coerenza.

“L’elemento del fuoco è spento, l’aria non è che acqua rarefatta, la terra, hanno scoperto, si muove e non è più il centro dell’universo, è diventata un magnete. Le stelle non sono fisse, ma nuotano negli spazi eterei, le comete sono issate sopra i pianeti. Alcuni dicono che c’è un altro mondo di uomini e animali sulla luna, con città e palazzi. Il sole è smarrito, poiché non è altro che una luce prodotta dalla congiunzione di molti corpi splendenti, una fessura nei cieli inferiori attraverso cui si diffondono i raggi di quelli più alti; e si è osservato che ha delle macchie. Così, per i moti svariati di questo globo ch’è il cervello dell’uomo, le scienze son diventate opinioni, anzi errori e lasciano l’immaginazione in mille labirinti. Che cos’è tutto ciò che sappiamo a confronto di ciò che non sappiamo?”.

William Drummond [1585-1649], A Cypress Grove [Il bosco dei cipressi], 1623

LE PENSÉES DI BLAISE PASCAL: IL “PENSIERO FRAMMENTARIO”
Vastità, molteplicità e mutevolezza del reale mettono in crisi la possibilità stessa di raggiungere la verità e di accedere quindi alla conoscenza. Questo tratto, già presente in Montaigne, raggiunge le estreme conseguenze, in pieno Seicento, con il pensiero di Blaise Pascal (1623-62), nel quale si fa vivida la sensazione di dispersione che investe l’essere umano, “sporporzionato” alla vastità dell’universo in espansione. Già convertito al giansenismo, nel 1646, e prima di entrare nel convento di Port-Royal (1654), Pascal si dedicò intensamente agli studi scientifici, che non entrarono mai, per lui, in conflitto con gli aspetti religiosi. Per questa via egli approfondì le scoperte di Torricelli e giunse alla conclusione dell’esistenza del vuoto, con cui si sovvertiva la secolare credenza dell’horror vacui (“terrore del vuoto”) della natura. E anche con la consapevolezza dello scienziato, quindi, ch’egli comunicò la vertigine dell’uomo, il quale, senza il soccorso divino, si trova solo davanti all’abisso, smarrito in un spazio infinito dove la moltiplicazione dei centri determina la perdita dei punti di riferimento.
Il Barocco: forma fluens l’instabilità del reale, in C. Bologna – P. Rocchi, Rosa fresca aulentissima, vol. 3 (dal Barocco all’Età dei Lumi)

 “Noi vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine a cui pensiamo di ormeggiarci e di fissarci, vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci elude, scivola via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale, e che tuttavia è il più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare alcunché di stabile, e un’ultima base costante per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento vien meno, e la terra si apre sino agli abissi.” Blaise Pascal (1623-62), Pensieri, 72

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“Dapprima, all’inizio delle sue indagini, l’uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole, la luna e i suoi pianeti si muovevano attorno ad essa con traiettorie circolari. L’uomo seguiva in ciò, in maniera ingenua, l’impressione ricavata dalle sue percezioni sensoriali: non avvertiva infatti un movimento della terra, e dovunque volgesse liberamente lo sguardo, si trovava sempre al centro di un cerchio che racchiudeva il mondo esterno. La posizione centrale della terra era comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava nell’universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a sentirsi il signore di questo mondo. La distruzione di questa illusione narcisistica si collega per noi al nome e all’opera di Niccolò Copernico nel sedicesimo secolo. […] Quando essa fu universalmente riconosciuta, l’amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella cosmologica.
Sigmund Freud, Una difficoltà della psicoanalisi (1916)

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Luigi Pirandello

1928: Pirandello dirige una scena con Marta Abba (video dell’Istituto Luce)

1934: il re di Svezia Gustavo V consegna il premio Nobel a Luigi Pirandello (video dell’Istituto Luce)

Uninettuno: videolezione su L. P.

RepScuola: Camilleri racconta Pirandello. Videolezione.

Il fu Mattia Pascal. Videolezione  OilProject.

Il teatro

Luigi Pirandello è un «ardito» del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero.
A. Gramsci, «Il piacere dell’onestà» di Pirandello al Carignano, 29 novembre 1917

Così è (se vi pare),  con Paola Borboni, Alfredo Bianchini, Pino Colizzi (PARTE I, PARTE II)

L’uomo dal fiore in bocca, con Vittorio Gassman

La patente (1917). Da Questa è la vita, regia di Luigi Zampa, 1954, con Antonio de Curtis-Totò. CLICCA QUI.

Il cinema

Pirandello offrì soggetti originali, tratti dalle sue opere, per l’adattamento cinematografico (tra l’altro, le finestre della casa romana dello scrittore, in via Bosio, affacciavano sui capannoni cinematografici della “Film d’Arte Italia”). Il film Il fu Mattia Pascal (dal romanzo omonimo), realizzato dal regista Marcel L’Herbier (1925) con l’interpretazione di Ivan Mosjoukine, è considerato una delle opere cinematografiche più significative degli anni Venti.

Nel 1936 la commedia Ma non è una cosa seria venne trasposta in un film a opera del regista Mario Camerini, con la sceneggiatura degli scrittori Mario Soldati ed Ercole Patti e l’interpretazione di Vittorio De Sica. Non fu mai realizzata invece la riproduzione sul grande schermo del dramma Sei personaggi in cerca d’autore, cui lo scrittore aspirava. Il rapporto di Pirandello con il cinema fu comunque problematico. In un’intervista del 1929 al «Corriere della Sera», egli esprime il suo parere negativo all’introduzione del sonoro, ritenendo che avrebbe distrutto l’illusione di realtà propria del cinema.

«La cinematografia è stata finora su una falsa strada. Ha seguitato a fare letteratura trovandosi in una doppia impossibilità e cioè: 1. nell’impossibilità di sostituire la parola; 2. nell’impossibilità di farne a meno. E con un doppio danno, cioè: 1. un danno per sé, di non trovare una sua propria espressione libera dalla parola espressa o sottintesa; 2. un danno per la letteratura la quale, ridotta a sola visione, privata del suo elemento più caratteristico, che è la parola, viene per forza ad aver diminuiti tutti i suoi valori spirituali i quali, per essere totalmente espressi, hanno bisogno di quel più complesso mezzo espressivo che è loro proprio, cioè appunto la parola. Ora dare meccanicamente la parola alla cinematografia è il massimo e il più brutale degli errori perché, invece di creare una maggiore illusione di realtà, ogni illusione viene ad essere irrimediabilmente distrutta con la voce impressa nel film, anche se a perfezione, per le seguenti ragioni: – la voce è di un corpo vivo che la emette e nel film non ci sono i corpi degli attori come a teatro ma le loro immagini fotografate in movimento; – le immagini non parlano, si vedono soltanto: se parlano danno la sensazione macabra di spettri o di apparizioni in cui la voce viva, in contrasto colla loro qualità d’ombre, diventa non solo innaturale ma spaventosa» (da «Corriere della Sera» Milano, 1929).

B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011

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Paolo Di Stefano, Einstein e l’ invito a Pirandello.  Lo scontro che nessuno vide.Colazione sull’ erba a Princeton. Con il sospetto di fascismo, ” Corriere della Sera”, 19  luglio 2010

Chi sono quei due strani personaggi che guardano l’ obiettivo da un giardino dell’ Università di Princeton nell’agosto 1935? E cosa avranno da dirsi due tipi tanto diversi in quella sorta di déjeuner sur l’ herbe per la terza età? Il primo è in piedi, a sinistra: ha un paio di pantaloni leggeri da campagna, il petto nudo, i baffoni e una nuvola di capelli bianchi come i pantaloni, la giacca arrotolata sull’ avambraccio. L’ altro è decisamente più anziano, elegante nel suo impeccabile doppiopetto grigio e ben abbottonato, il cravattino nero: è adagiato sul prato, tre grandi cuscini sotto le spalle, il busto appena sollevato in una posa innaturale fatta apposta per il fotografo, si regge su un gomito, la gamba destra distesa, la sinistra piegata in avanti che lascia intravedere il calzino chiaro e la scarpa lucida. Diversamente dal primo, è rigido, forse imbarazzato. A giudicare dalla sedia di vimini, dal tavolino e dallo sgabello in primo piano, fra poco arriverà un cameriere con una bottiglia di bianco o con due bicchieri di Coca-Cola. Sul fondo, il tronco di una grossa quercia e la ruota di un vecchio mulino.

Fu Albert Einstein, a quanto pare, a invitare Luigi Pirandello nel «suo» campus universitario quando il drammaturgo siciliano si trovava a New York da circa un mese (era sbarcato dal «Conte di Savoia» a metà luglio), accolto da truppe di giornalisti, dalle promesse dei produttori hollywoodiani, dai solenni omaggi delle autorità accorse per salutare come si doveva il Premio Nobel, uno dei maggiori scrittori del momento, con banchetti, concerti, party. Approdato per la seconda volta in America, con la speranza (o meglio con la certezza) di sfondare nel business del cinema, Pirandello rimarrà presto deluso. Mentre nel ‘ 23, su invito (e con il contributo) del magnate dell’ automobile Henry Ford, la tournée produsse qualche successo di pubblico e di critica, stavolta fu il definitivo fallimento di un sogno a lungo maturato («sono alla vigilia di una grande fortuna», aveva detto prima di imbarcarsi). E se allora l’ America gli aveva lasciato l’ impressione favolosa di un luogo capace di «nuove forme di vita» – a differenza dell’ antica e triste Europa – adesso, nelle lettere al suo amore Marta Abba, dice di averne «la nausea fino alla gola»: ha capito che le trattative con la Paramount, con la Fox, con la Goldwin Mayer, con l’ Universal si vanno spegnendo, che l’ interesse di Marlene Dietrich (la quale l’ aveva chiamato augurandosi di avere una parte in un eventuale film tratto da Trovarsi) era rimasto niente più che un auspicio, che Hollywood non fa per lui e soprattutto lui non fa per Hollywood. Lo saprà con certezza lasciando l’America, in ottobre. Ma forse quella mattina d’ agosto in cui raggiunge il suo amico Albert dopo un’oretta di treno, Pirandello non ha ancora perso tutte le speranze. Amico è forse dir troppo.

C’era un tempo, neanche tanto remoto, in cui solo a sentirne il nome gli venivano i nervi. Era quando i critici accostavano troppo ingenuamente il cosiddetto relativismo esistenziale dei suoi personaggi con la teoria della relatività. Nel ‘ 22, a un giornalista di «Epoca» che gli chiedeva se condividesse l’ opinione di molti secondo cui le questioni proposte nelle sue opere erano già nell’ «aria del tempo», rispose un po’ risentito rivendicando un primato: «Ebbene, quei problemi erano unicamente miei, erano sorti spontanei nel mio spirito, si erano naturalmente imposti al mio pensiero. Solo dopo, quando i miei primi lavori apparvero, mi fu detto che quelli erano i problemi del tempo, che altri, come me, in quello stesso periodo si consumavano su di essi. E oggi ancora io non conosco Einstein!». Due anni dopo ribadiva: «io ho compiuto e creato la mia opera d’ arte senza alcun riferimento a questa filosofia (la relatività); del resto vi confesso che fino a poco tempo fa ignoravo Einstein e la sua scuola; ora, per curiosità, sentendone parlare ho cominciato ad occuparmene». Il primo incontro con lo scienziato tedesco risale al 1925: Pirandello era a Berlino con il suo Teatro d’ Arte e Einstein andò a vedere Sei personaggi in cerca d’ autore. Pochi mesi dopo, ricordando quella serata, lo scrittore dimostrava di aver cambiato idea sui rapporti con la teoria del fisico. «Ella pensa, Maestro, di aver fatto nel teatro, ciò che Einstein ha fatto nella scienza?», gli chiese un giornalista. Risposta: «Perfettamente». Con una precisazione: «L’ ho conosciuto al tempo del mio recente giro in Germania (…). È voluto venire egli stesso a trovarmi in teatro, nel mio camerino, e, appena entrato, mi ha detto in italiano (lo parla con fatica, ma con studio particolare, per esprimersi chiaramente): “Noi siamo parenti”. Ho passato con lui un’ ora interessantissima. È un uomo geniale e simpatico, e la conversazione, su qualunque argomento, anche ben lontano dalla sua scienza, è sempre attraente: rivela una mente lucida e una cultura vastissima».

Esule negli Stati Uniti in fuga dalla Germania nazista, di cosa avrà voluto parlare con il fascista Pirandello l’ ebreo Einstein? Perché ha voluto raggiungere telefonicamente lo scrittore italiano nella sua suite al quarantunesimo piano del Waldorf Astoria invitandolo a Princeton? Sicuramente per salutarlo. In fondo anche a Parigi, nel ’31, saputo che Pirandello era in Francia, Einstein lo invitò, raccogliendone il rifiuto, per una serata in casa sua con Charlie Chaplin. Ma stavolta le cose stanno diversamente. Lo racconta bene Elio Gioanola nel suo Pirandello Story (Jaca Book 2007). Arrivando a New York, il Premio Nobel, in una burrascosa conferenza stampa, non rinunciò a difendere le imprese coloniali africane del regime italiano, rivangando – a difesa di Mussolini – le colpe storiche americane: «Anche l’ America era un tempo abitata dagli Indios e voi l’ avete occupata. Se era diritto il vostro, lo è anche il nostro». Il giorno dopo fu un putiferio sui giornali e non è escluso che Einstein avesse voluto affrontare la faccenda, rinfacciando all’amico, sedicente «apolitico» o «impolitico radicale», la sua fede fascista. E può anche darsi che quell’immagine di semi-idillio rurale preludesse a una discussione tutt’altro che accomodante. «Parenti» sì, ma fino a un certo punto.

Luigi Pirandello a Berlino, 1930

Luigi Pirandello a Berlino, 1929

Ballo della Stampa, Berlino, 1929. Da sinistra: Marlene Dietrich, Maria Paudler, Luigi Pirandello, Liane Haid, Max Hansen, Anita Davis, Anni Ahlers, and Theodor Daeubler (Photo by ADN-Bildarchiv)

 

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Il pendolo di Focault

Da “Il Pendolo di Foucault” di Umberto Eco, Bompiani,1988

“Fu allora che vidi il Pendolo. La sfera, mobile all’estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà. Io sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell’incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero pi greco, che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare di una sfera dall’uno all’altro polo era effetto di una arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l’unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di pi greco, il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio. Ancora sapevo che sulla verticale del punto di sospensione, alla base, un dispositivo. magnetico, comunicando il suo richiamo a un cilindro nascosto nel cuore della sfera, garantiva la costanza del moto, artificio disposto a contrastare le resistenze della materia, ma che non si opponeva alla legge del Pendolo, anzi le permetteva di manifestarsi, perché nel vuoto qualsiasi punto materiale pesante, sospeso all’estremità di un filo inestensibile e senza peso, che non subisse la resistenza dell’aria, e non facesse attrito col suo punto d’appoggio, avrebbe oscillato in modo regolare per l’eternità. La sfera di rame emanava pallidi riflessi cangianti, battuta com’era dagli ultimi raggi di sole che penetravano dalle vetrate. Se, come un tempo, avesse sfiorato con la sua punta uno strato di sabbia umida disteso sopra il pavimento del coro, avrebbe disegnato a ogni oscillazione un solco leggero sul suolo, e il solco, mutando infinitesimalmente di direzione ad ogni istante, si sarebbe allargato sempre più in forma di breccia, di vallo, lasciando indovinare una simmetria raggiata – come lo scheletro di un mandala, la struttura invisibile di un pentaculum, una stella, una mistica rosa. No, piuttosto una vicenda, registrata sulla distesa di un deserto, di tracce lasciate da infinite erratiche carovane. Una storia di lente e millenarie migrazioni, forse così si erano mossi gli atlantidi del continente di Mu, in ostinato e possessivo vagabondaggio, dalla Tasmania alla Groenlandia, dal Capricorno al Cancro, dall’Isola del Principe Edoardo alle Svalbard. La punta ripeteva, narrava di nuovo in un tempo assai contratto, quello che essi avevano fatto dall’una all’altra glaciazione, e forse facevano ancora, ormai corrieri dei Signori – forse nel percorso tra le Samoa e la Nuova Zemlia la punta sfiorava, nella sua posizione di equilibrio, Agarttha, il Centro del Mondo. E intuivo che un unico piano univa Avalon, l’iperborea, al deserto australe che ospita l’enigma di Ayers Rock. In quel momento, alle quattro del pomeriggio del 23 giugno, il Pendolo smorzava la propria velocità a un’estremità del piano d’oscillazione, per ricadere indolente verso il centro, acquistar velocità a metà del suo percorso, sciabolare confidente nell’occulto quadrato delle forze che ne segnava il destino. Se fossi rimasto a lungo, resistente al passare delle ore, a fissare quella testa d’uccello, quell’apice di lancia, quel cimiero rovesciato, mentre disegnava nel vuoto le proprie diagonali, sfiorando i punti opposti della sua astigmatica circonferenza, sarei stato vittima di un’illusione fabulatoria, perché il Pendolo mi avrebbe fatto credere che il piano di oscillazione avesse compiuto una completa rotazione, tornando al punto di partenza, in trentadue ore, descrivendo un’ellisse appiattita – l’ellisse ruotando intorno al proprio centro con una velocità angolare uniforme, proporzionale al seno della latitudine. Come avrebbe ruotato se il punto fosse stato fissato al sommo della cupola del Tempio di Salomone? Forse i Cavalieri avevano provato anche laggiù. Forse il calcolo, il significato finale, non sarebbe cambiato. Forse la chiesa abbaziale di Saint-Martin-des-Champs era il vero Tempio. Comunque l’esperienza sarebbe stata perfetta solo al Polo, unico luogo in cui il punto di sospensione sta sul prolungamento dell’asse di rotazione terrestre, e dove il Pendolo realizzerebbe il suo ciclo apparente in ventiquattro ore. Ma non era questa deviazione dalla Legge, che peraltro la Legge prevedeva, non era questa violazione di una misura aurea che rendeva meno mirabile il prodigio. Io sapevo che la terra stava ruotando, e io con essa, e Saint-Martin-des-Champs e tutta Parigi con me, e insieme ruotavamo sotto il Pendolo che in realtà non cambiava mai la direzione del proprio piano, perché lassù, da dove esso pendeva, e lungo l’infinito prolungamento ideale del filo, in alto verso le più lontane galassie, stava, immobile per l’eternità, il Punto Fermo. La terra ruotava, ma il luogo ove il filo era ancorato era l’unico punto fisso dell’universo. Dunque non era tanto alla terra che si rivolgeva il mio sguardo, ma lassù, dove si celebrava il mistero dell’immobilità assoluta. Il Pendolo mi stava dicendo che, tutto muovendo, il globo, il sistema solare, le nebulose, i buchi neri e i figli tutti della grande emanazione cosmica, dai primi eoni alla materia più vischiosa, un solo punto rimaneva, perno, chiavarda, aggancio ideale, lasciando che l’universo muovesse intorno a sé. E io partecipavo ora di quell’esperienza suprema, io che pure mi muovevo con tutto e col tutto, ma potevo vedere Quello, il Non Movente, la Rocca, la Garanzia, la caligine luminosissima che non è corpo, non ha figura forma peso quantità o qualità, e non vede, non sente, né cade sotto la sensibilità, non è in un luogo, in un tempo o in uno spazio, non è anima, intelligenza, immaginazione, opinione, numero, ordine, misura, sostanza, eternità, non è né tenebra né luce, non è errore e non è verità.”

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