Archivi del mese: novembre 2013

In cattedra torni il sapere inutile. Ci renderà liberi

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Sara Gandolfi, Corriere della Sera – Sette, 29 novembre 2013

Nuccio Ordine racconta il suo manifesto culturale. LEGGI TUTTO…

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Salviamo la bellezza della cultura classica

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I nostri licei sono invidiati nel mondo. Vanno migliorati non aboliti
Rimandati in latino

Maurizio Bettini, “La Repubblica”, 30 novembre 2013

Il liceo classico è in crisi. Negli ultimi mesi e settimane si è parlato molto di questo tema, anche sui quotidiani, e per la verità, visto il modo in cui trattiamo in Italia la cultura umanistica, dovremmo stupirci del contrario. Pompei si sgretola, i laureati in discipline umanistiche lavorano nei call center e i dottori di ricerca, se va bene, emigrano: perché mai un giovane dovrebbe iscriversi al liceo classico? Nella percezione comune, peraltro largamente alimentata da governanti e gestori di media televisivi, l’immagine di ciò che chiamavamo “cultura” si è trasformata in una sorta di hobby senza oneri per lo Stato, capace di suscitare interesse solo se i “beni culturali” si comportano da veri “beni”, ossia producono ricchezza: e pazienza per l’aggettivo “culturali”. Ciò detto, penso che allontanare per un momento lo sguardo, per riflettere sul problema della presenza della cultura classica nelle scuole italiane – “latino”, “greco” o “latino e greco” che sia – , potrebbe risultare più utile che non fare semplicemente della polemica.
Cominciamo dunque col constatare che la scuola superiore italiana appare ancora caratterizzata da una notevole presenza del latino nell’insegnamento liceale, soprattutto se si analizza questo dato tenendo a mente la frequente obbligatorietà di questa disciplina nei licei. E questo anche a dispetto della continua erosione di ore che l’insegnamento delle materie classiche ha subito, e continua a subire, ad opera delle sempre nuove indicazioni ministeriali.
Ritengo importante che le civiltà classiche continuino a far parte della nostra enciclopedia culturale; sono però altrettanto convinto che questo legame di memoria debba ormai passare attraverso un paradigma differente, più vicino alle esigenze culturali della società contemporanea. Il fatto è che lo studio delle materie classiche, e del latino in particolare, si fonda su un’idea di cultura piuttosto parziale: “cultura” nel senso di apprendimento di una lingua nobile – né io intendo certo mettere in dubbio questa caratteristica – , della sua poderosa grammatica e della relativa storia letteraria. Altri aspetti della civiltà classica non vengono sostanzialmente presi in considerazione: eppure sarebbero proprio quelli che compongono il paradigma della “cultura” nel senso che l’antropologia ha dato a questa parola; ma soprattutto nel senso che oggi si dà a questa espressione, quando parliamo di “incontro fra culture”, di “conflitto fra culture” o dei “mutamenti culturali” a cui la nostra società va quotidianamente incontro.
Questo mi pare il punto centrale della questione. Lo studio del latino o del greco nella sola prospettiva di apprenderne la lingua non mi pare più attuale; allo stesso modo, penso anche che uno studio puntiglioso della storia letteraria di Roma antica – le tragedie perdute di Ennio, la data di composizione delle orazioni di Cicerone, le bucoliche di Nemesiano – suoni decisamente fuori tono nella scuola di oggi. Quello che occorrerebbe far conoscere ai giovani è piuttosto la cultura antica nel suo complesso, non solo nelle sue forme tradizionalmente codificate.
Parlare del significato che la divinazione aveva per i Romani,della loro organizzazione familiare, del modo in cui essi concepivano la religione, il sogno, i modi del «raccontare», suscita negli studenti un immediato interesse. La ragione di ciò è molto semplice. Vista sotto questa forma, la cultura romana si presenta inaspettatamente altra, diversa dalla nostra, uno spazio privilegiato in cui sperimentare che si può vivere anche in tanti altri modi, i quali non sono necessariamente identici ai nostri.
I Romani avevano nomi e comportamenti differenti per ciascuno dei vari “zii” e “zie” che componevano la famiglia, attribuivano un enorme significato ai processi divinatori – prima di attaccare battaglia, ogni generale leggeva scrupolosamente le viscere della vittima sacrificale o osservava come beccavano i polli – , adoravano piccole divinità che stavano nel focolare, nutrendole con una patella, e tenevano in casa donnole e serpenti domestici. Ce n’è già abbastanza per incuriosire qualsiasi studente, e spingerlo a chiedersi perché mai i Romani si comportassero in questo modo. Lo stesso si può dire dei momenti in cui si mettono i ragazzi di fronte all’origine o al significato di certe parole, possibilmente ancora vive nella nostra lingua – operazione peraltro non difficile, visto che l’italiano ne ha talmente tante, di queste parole, da poter essere considerato a buon diritto un semplice “dialetto” del latino, ovvero un latino parlato male. Se si spiega agli studenti, per esempio, che il termine monstrum “mostro” deriva da monere «far ricordare», questa semplice esperienza linguistica li metterà di fronte al fatto che, per i Romani, la “mostruosità” era una categoria religiosa: un vitello con due teste o una pioggia di meteoriti erano per loro non un disguido della genetica o un fenomeno astronomico, ma altrettanti messaggi che giungevano loro da parte degli dei, per ammonirli del fatto che la pax con i signori del mondo si era incrinata. Sperimentare l’alterità dei Romani può indurre i giovani anche a pensare che modi di vita diversi, anche quando ci vengono da società lontane nel tempo o nello spazio, non sono necessariamente inferiori ai nostri, modelli culturali sorpassati o semplicemente barbari; al contrario, ci si può accorgere che in queste differenti configurazioni culturali esistono elementi di civiltà estremamente interessanti, su cui vale la pena di riflettere soprattutto per comprendere meglio “noi”, oltre che “loro”. E questa costituisce, assieme alla tolleranza, un’acquisizione formativa di estrema importanza.
Il liceo classico è ancora, a mio giudizio, un’ottima scuola, che vediamo invidiata dai nostri concittadini europei ogni volta che capita di parlarne. Perché dunque distruggere, o snaturare – piuttosto che cercare di potenziarla in ogni modo –, una delle non molte istituzioni italiane che hanno credito anche fuori dal nostro Paese?
In ogni caso, se mi fosse permesso concludere queste riflessioni con una piccola punta polemica, vorrei affermare quanto segue. Qualora un ministro della Pubblica istruzione decidesse, a un certo punto, di ridurre ulteriormente il peso orario dell’insegnamento del “latino” e delle materie classiche in generale – ovvero nell’ipotesi deprecabile di una sua abolizione – ci piacerebbe perlomeno avere la possibilità di dire la nostra sulle materie con cui lo si vorrebbe sostituire. Perché se la scelta dovesse cadere su ore di socializzazione, educazione a esprimere se stessi, lettura del codice della strada (per prendere la patente di guida), riscoperta delle radici identitarie attraverso i dialetti, apprendimento di una seconda lingua straniera – da sommare all’ignoranza della prima – realizzato attraverso l’opera di un insegnante che a sua volta non la sa, e altre trovate del genere, il danno che la cultura italiana riceverebbe da simili decisioni risulterebbe davvero irreparabile.

Il testo di Maurizio Bettini anticipato qui in parte appare integralmente nel prossimo numero della rivista “il Mulino”

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The Digital Hadrian’s Villa Project

La ricostruzione digitale di villa Adriana, patrimonio dell’UNESCO. Progetto a cura dell’ IDIA Lab, in collaborazione con il Virtual World Heritage Laboratory (VWHL) dell’ Università di Virginia (UVA), diretto da  Bernard Frischer e fondato dalla National Science Foundation.

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Pompei vive! Bastille at the British Museum

Il live è stato realizzato nelle sale del British Museum in occasione della mostra Life and Death in Pompeii and Herculaneum.

Bastille, Pompeii

I was left to my own devices
Many days fell away with nothing to show

And the walls kept tumbling down
In the city that we love
Great clouds roll over the hills
Bringing darkness from above

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You’ve been here before?
How am I gonna be an optimist about this?
How am I gonna be an optimist about this?

We were caught up and lost in all of our vices
In your pose as the dust settles around us

And the walls kept tumbling down
In the city that we love
Rain clouds roll over the hills
Bringing darkness from above

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You’ve been here before?
How am I gonna be an optimist about this?
How am I gonna be an optimist about this?

Oh where do we begin?
The rubble or our sins?
Oh where do we begin?
The rubble or our sins?

And the walls kept tumbling down
In the city that we love
Rain clouds roll over the hills
Bringing darkness from above

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You’ve been here before?
How am I gonna be an optimist about this?
How am I gonna be an optimist about this?
But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?

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Dante Alighieri e la pubblicità, tra pop e kitsch

Proponete a chiunque questo indovinello: ha un gran naso e uno strano copricapo rosso, è un protagonista della letteratura mondiale, è toscano. Chi è? Qualche spiritoso potrebbe deviare su Pinocchio che, a suo modo, coincide, ma tutti gli altri vi risponderanno Dante Alighieri o, più facilmente, Dante e basta.
Sono evidenti i motivi dell’amplissima popolarità di Dante, anche in un paese che poco riconosce i suoi geni perfino quando la Zecca ne certifica la gloria riproducendone i volti su banconote e monete (a inizio 2013 muore Rita Levi Montalcini e sui social network si diffonde la domanda stordita “…Montalcini chi? Quelle delle mille lire?”). E bang, Montalcini-Montessori, due straordinarie storie femminili, collassano in un singolo equivoco.

Ma Dante si comincia a studiare a scuola al secondo anno delle medie. Dante è il padre della lingua italiana. Dante è quello dell’Inferno e dei dannati, quello che Nel mezzo del cammin, quello di Beatrice, quello dell’invettiva contro la serva Italia di dolori ostello e del Conte Ugolino, quello recitato dal premio Oscar Roberto Benigni dai teleschermi nel dicembre del 2002 (12 milioni di telespettatori registrati da Auditel), quello che Vittorio Sermonti legge nelle piazze per un decennio.

L’abbiamo ritrovato sulle monete da 500 lire, sul verso dei lenzuoloni da 10.000 lire, sull’edizione italiana delle monete bimetalliche comunitarie da due euro.
C’è una via Dante a Milano e a Palermo, a Bolzano, a Bologna, a Mestre… una piazza Dante a Genova, a Pavia, a Pisa, a Roma. Scuole e istituti Dante Alighieri si trovano pressoché dappertutto.
Insomma: Dante è Dante, no? Ma Dante è anche qualcos’altro: un segno, un’icona, un pezzo di cultura pop.

Un motivo in apparenza marginale, ma in realtà non così irrilevante del radicarsi della figura di Dante nell’immaginario collettivo sta proprio nel suo essere sempre e perfettamente riconoscibile quando viene rappresentato. L’abito e il copricapo rossi, la corona d’alloro, il gran naso: bastano pochi tratti, e Dante è Dante. È come se tutti i pittori che lo rappresentano avessero, nei secoli, lavorato sotto lo stretto controllo di un occhiutissimo ufficio marketing, attento a impedire qualsiasi minuscola deviazione dalle caratteristiche stabilite in una ideale Bibbia del Marchio.

Dante_ritratti

Dante nei ritratti di Raffaello, del Ponte, Botticelli, Bronzino, Signorelli

Insomma: se Dante fosse un brand (e stiamo parlando di un brand con una storia  plurisecolare), potrebbe vantare una coerenza di segni che neanche la Coca Cola. La stessa cosa non capita con nessun altro personaggio eminente, e nemmeno con Leonardo o con Shakespeare. Non sono segni altrettanto forti né la gran barba bianca del primo (un attributo condiviso da troppi: dal  Dio creatore della Cappella Sistina a Darwin, ma anche da Babbo Natale a Mago Merlino a Gandalf) né l’ombra di barba e baffi e l’elisabettiano colletto di pizzo del secondo, che nei ritratti può, per esempio, essere confuso con Cervantes.

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Cervantes e Shakespeare

Insomma: non solo Dante è Dante, ma lo si riconosce al primo sguardo e non lo si può confondere con nessun altro. Per questo è così facile evocarlo nei contesti più diversi, a proposito e, qualche volta, a sproposito.

Topolino_Dante

Dante è un fumetto già a metà del secolo scorso (L’Inferno di Topolino, numeri 7/12, tra ottobre 1949 e marzo 1950). Dal 2010 è perfino un videogioco horror-gotico per Playstation3 e Xbox, ispirato assai alla lontana alla Commedia e lanciato con un video trailer e una complessa operazione di guerrilla marketing.

Da oltre cent’anni Dante è un olio, anzi (come recita il sito dell’azienda) è l’olio che parla italiano.

L’oleificio Costa che lo produce, fondato a metà Ottocento, comincia a esportare in Nord e Sud America nel 1898  ma, ahimé, laggiù l’azienda viene scambiata per portoghese: l’idea di dare all’olio esportato il nome Dante nasce per offrire agli italiani un prodotto che, nell’immaginario collettivo, richiamasse la patria e che – nelle intenzioni di Giacomo Costa – venisse associato direttamente all’Italia, proprio come il Sommo Poeta.
La scelta è così felice che gli spagnoli subito dopo lanciano l’olio “Beatrice”.

Oggi si chiamano Dante anche diversi vini, non tutti prodotti in Italia (trovo perfino un Beso de Dante argentino), un’azienda di pasta alimentare surgelata (mi auguro che non useranno mai lo slogan “Dante al dente”), una quantità di ristoranti non necessariamente con cucina italiana. E molto altro.
Ed eccoci al tormentato (e non certo per colpa sua) rapporto tra Dante Alighieri e la pubblicità.

Dante entra da protagonista (anzi, da testimonial) in diversi telecomunicati, ma non in quelli dell’omonimo olio, che già appare nei primi Caroselli ma viene promosso da Peppino De Filippo, a cui seguiranno cartoon di Stanlio e Ollio (testo del jingle: il segreto più importante è l’olio Dante…) e ancora dopo da Paolo Panelli e Bice Valori.

Assai controverso lo spot televisivo uscito nel 2009 per una carta igienica multistrato: un frullato di luoghi comuni che avremmo potuto serenamente risparmiarci.
Nello spot il poeta ha appena finito la sua opera (lo sappiamo perché ripete tra sé l’ultimo verso del Paradiso), Beatrice commenta bella codesta commedia, Dante, divina… ma ‘un sarà un tantino lunga? e Dante la rassicura: per scriverla gli è bastato meno di un rotolo.
Lo spot si segnala anche per un errore di data: l’immagine d’esordio dice “Firenze, 1308, casa di Dante”. Ma in quell’anno Dante non è più a Firenze, né ha ancora terminato la Commedia.

Passiamo ai surgelati e torniamo indietro nel tempo: nel 2003 esce uno spot cucinato secondo una ricetta mica troppo diversa da quella precedente. C’è un Dante bambino che dice alla nonna il primo verso della Commedia. E quella risponde Bellino, Dante…te tu ci sa’ fare con la penna…
Anche tu, nonna, con la pasta,
 dice il piccolo annusando le pappardelle con cinghiale. La serie si sviluppa per diversi anni e presenta un fritto misto di personaggi (da Cenerentola a Nerone, a Babbo Natale).

Non va molto meglio con la compagnia di telefonia mobile che in tempi più recenti spedisce Dante e Virgilio in una bolgia infernale trasformata in rumorosissima discoteca, o viceversa: Beatrice telefona, Virgilio manda a tutti un sms che li esorta a lamentarsi e Dante può rassicurare la sua musa sul fatto che mica sta lì per divertimento.
Recidiva, la medesima azienda ci riprova con un Caronte che parla e si comporta rudemente come un parcheggiatore romano (ma è vestito da gondoliere) e con un Dante che riesce, pur essendo vivo, a farsi trasportare vantando le proprie “conoscenze molto in alto”.
E ci riprova ancora con un Lucifero che guarda il calcio in tv, ma le corna interferiscono col segnale. Finché non appare Beatrice, che consegna a Dante un tablet sul quale guardare in diretta tutte le partite di serie A. E il poeta, così, può sfogarsi dando del cornuto all’arbitro.
Beh, credo di aver reso l’idea, e mi fermerei qui.

L’opulenza della produzione non riesce a riscattare il concept strapaesano, e l’unica – si fa per dire – consolazione è che lo stesso sciagurato trattamento viene riservato, dalla medesima azienda, anche a Giulio Cesare, Casanova, Marco Polo, Garibaldi, Cristoforo Colombo, Leonardo Da Vinci. La colonna sonora è un arrangiamento del concerto G Major di Antonio Vivaldi, la serie inizia nel 2011 e l’agenzia che inventa tutto questo è, pensate un po’, argentina e si chiama Santo.
Sentite il bisogno di riprendere fiato? Possiamo passare a un manifesto di Regione Toscana per il risparmio delle risorse idriche, con un Dante che minaccia Chi spreca l’acqua lo metto all’Inferno e, in un manifesto gemello, esclama Bona l’acqua del rubinetto! Sembra d’essere in Paradiso.

Toscana_Dante

C’è anche un Dante dedito al bricolage domestico: profilo dipinto dal Bronzino e, sotto braccio, una vistosa confezione di silicone (Arcansas riscrive il Paradiso del Fai Da Te).

Arcansas_Dante

Ma, forse, il pezzo di pubblicità in cui Dante appare nel modo  più pertinente è un bel manifesto per le macchine da scrivere Olivetti, datato 1912 e disegnato da Teodoro Wolf Ferrari. A questo, nel 1921, ne segue un altro: Se i nostri vecchi potessero vedere la macchina da scrivere Olivetti griderebbero al miracolo! E, diciamolo, altro che carta igienica.

Olivetti_Dante

Il fatto vero è che, nella forzata semplificazione pubblicitaria, e anche con tutte le pregevoli – per la comunicazione medesima – caratteristiche di riconoscibilità che dicevamo, Dante è una presenza ingombrante, difficilissima da maneggiare se non tagliandola a fettine: la toscanità, l’Inferno, la scrittura, Beatrice… volgarizzare (nel senso etimologico del tradurre o divulgare esponendo in forma semplificata e accessibile a tutti) non è una passeggiata e, per riuscirci bene – ce lo insegna Dante medesimo, no? – ci vorrebbe un gran talento.

Annamaria Testa, in nuovoeutile.it

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Francesco Guicciardini

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Massimo Firpo, Guicciardini, memorie e profezie “Il Sole 24 ore,  10 marzo 2013

 Guicciardini lasciò senza titolo la sua celebre raccolta di massime politiche, di riflessioni sul presente e sul passato, di osservazioni sui comportamenti umani, di bilanci di sé e delle proprie scelte. Testi di poche righe, in cui compendiava e distillava l’eccezionale esperienza di vita cui il suo rango sociale e la sua straordinaria intelligenza lo avevano destinato. Faceva parte di una tradizione tipicamente fiorentina, del resto, l’uso di trasmettere ai propri discendenti quei Libri di famiglia Ricordi in cui l’orgoglio patrizio del casato o quello mercantile della ricchezza si coniugavano con la consapevolezza di quanto fosse stato difficile navigare nei flutti sempre agitati della politica cittadina e delle sue inestinguibili rivalità fazionarie o districarsi tra i rischiosi azzardi del credito e del commercio. A ispirarne la stesura, quindi, non era tanto il desiderio di lasciare memoria di sé, quanto la volontà di consegnare ai posteri l’eredità immateriale di ciò che si era imparato perché continuasse a essere utile, come un elemento del patrimonio e una garanzia della sua durata nel tempo.

Guicciardini lavorò in vari momenti e con lunghi intervalli alle quattro stesure del testo, tra il 1512 e il 1530, sullo sfondo delle «guerre horrende» che videro la fine delle piccole corti rinascimentali e della “libertà” d’Italia, trasformata in un campo di battaglia dallo scontro fra le poderose monarchie di Francia e di Spagna, come egli avrebbe narrato da par suo nella Storia d’Italia, apparsa postuma nel 1561. Furono decenni di sangue, di carestie, di pestilenze, di saccheggi, sotto il segno di una continua instabilità, di repentini mutamenti, di battaglie che da un giorno all’altro sconvolgevano equilibri sempre precari, mentre anche al di qua delle Alpi cominciavano a sentirsi gli echi della Riforma protestante che dal 1517 dilagava nel mondo tedesco.

Guicciardini era nato nel 1483 e nella sua infanzia aveva visto la sua Firenze passare dall’età di Lorenzo il Magnifico a quella di Savonarola, dal «chi vuol esser lieto sia» al «rogo delle vanità», fino alla condanna a morte del frate ferrarese; aveva poi assistito al ritorno dei Medici, alla restaurazione della repubblica con Pier Soderini e alla sua caduta, all’elezione papale in rapida successione di due rampolli medicei quali Leone X (1513-1521) e Clemente VII (1523-1534), al tremendo sacco di Roma del ’27, che per Firenze significò l’instaurazione dell’ultima repubblica, e infine al ritorno dei Medici con le armi di Carlo V nel ’30. Insomma, di cose e di cambiamenti messer Francesco ne aveva visti: nel 1512 era ambasciatore in Spagna e nel 1530 era bandito da Firenze e condannato a morte. E ancora ne avrebbe visti, con il trasformarsi dell’antico comune in ducato nel ’32, con l’assassinio di Alessandro de’ Medici nel ’37, con l’inarrestabile ascesa del “principe nuovo” Cosimo, l’ultimo discendente di un ramo cadetto e squattrinato della famiglia, l’imberbe giovanotto cui egli stesso si era permesso di rifiutare in sposa la figlia Lisabetta, ora diventato signore della città e pronto a trasformare un dominio cittadino in uno Stato regionale, a conquistare Siena, a diventare granduca di Toscana.

Quegli anni segnarono dunque il fallimento politico del ceto cui Guicciardini apparteneva e del quale per un certo tempo fu il leader, i cosiddetti grandi, gli ottimati, che un repubblicano duro e puro come Donato Giannotti avrebbe bollato come lupi, dandosi del «coglionazzo» per aver creduto di condividere con loro il senso della parola libertà. Molti di quei ricchi patrizi, infatti, avevano avversato come un’odiosa tirannide il governo mediceo, nel quale tuttavia avevano trovato anche uno scudo contro il temuto governo popolare.

Alcuni, quelli che potevano in virtù della natura finanziaria più che terriera della loro ricchezza, avevano lasciato Firenze e dato vita a trame politiche e militari destinate a concludersi nel ’37, con la cattura di Filippo Strozzi, che dal carcere in cui aspettava la morte continuò a teorizzare una libertà come sinonimo di aristocrazia. Gli altri, quelli che preferirono piegarsi al potere di Alessandro e poi di Cosimo de’ Medici, cercando di limitarlo e condizionarlo, come Francesco Guicciardini, furono definitivamente estromessi dal potere (altri avrebbe detto dal «popparsi e succiarsi lo Stato»). Con tutta la sua sagacia, la sua amara lucidità, il suo sguardo smagato su uomini e cose, insomma, Guicciardini fu tra gli sconfitti di quella tumultuosa stagione, che pure visse da protagonista, da uomo che poteva guardare negli occhi papi e imperatori, al governo di Firenze e al servizio della Chiesa.

A quest’ultima guardò come a un’istituzione politica, anche se seppe indignarsi con parole memorabili della sua corruzione morale, alla quale nella Storia d’Italia addebitò la tempesta della Riforma protestante e dalla quale trasse alimento il suo violento anticlericalismo. Tra i più celebri di questi Ricordi è senza dubbio quello in cui egli lo esplicitava in tutta chiarezza, con toni aspri, nutriti di personale risentimento: «Io non so a chi dispiaccia più che ame la ambizione, la avarizia e la mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano». Ma ancor più celebre è l’amara conclusione sul piano personale di questo sferzante giudizio: «Nondimento el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo: non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità».

Ma proprio per questo consapevole piegarsi al primato del personale tornaconto, nella sua immagine tutta risorgimentale della letteratura cinquecentesca Francesco De Sanctis lo avrebbe presentato come una sorta di archetipo del fallimento storico dell’Italia, diventata dominio di corone straniere anche a causa del gretto cinismo con cui uomini della statura di Guicciardini avevano sacrificato l’interesse generale al proprio «particulare», finendo con l’esserne essi stessi travolti, mentre era stato Machiavelli a indicare la via dell’iniziativa, del riscatto d’Italia, del principe demiurgo capace di imporsi a colpi di virtù e fortuna. In realtà, scrive il curatore, «la redazione definitiva dei Ricordi raccoglierà l’esito di un ripensamento complessivo, in cui la meditazione sulla condizione esistenziale dell’uomo e sul mondo oscuro delle sue passioni trovano accenti di inusitata potenza». La «malinconia pensosa e disillusa» di Guicciardini approda in essi a una sostanziale scetticismo sulla possibilità di conoscere le leggi della politica, a un’antropologia negativa in cui svanisce ogni fiduciosa prospettiva umanistica, a un pessimismo radicale in cui si incaglia ogni progettualità per il futuro. Quei 221 Ricordi o «ghiribizzi», come egli stesso ebbe a definirli, in parte editi nel 1576 («il primo grande libro europeo di aforismi»), avrebbero inaugurato un nuovo genere letterario, che dalla precettistica del tacitismo barocco sarebbe giunta fino alle Maximes di La Rochefoucauld e ai Pensieri di Leopardi.

Incentrate su storia e politica e scritte sul registro variabile del sarcasmo e dell’amarezza, dell’ironia e del disincanto, quelle «concentrate geometrie dell’esperienza» (una splendida definizione) erano «il punto d’arrivo di un ragionamento riassunto nei suoi termini essenziali». Ed erano anche un contrappunto a Machiavelli («quanto si ingannono coloro che a ogni parola allegano e’ Romani »), al risvolto utopistico del suo realismo, sul quale si incentrano le Considerazioni sui “Discorsi” di Machiavelli, scritte nel 1529-30 da un Guicciardini sempre più diffidente di astratte generalizzazioni, sempre più convinto che l’arte della politica non è fatta di norme ma di flessibile «prudenza», sempre più consapevole che la storia è il regno del «particulare», irriducibile a ogni regola, sempre dominata dal caso, dalla fortuna, dall’irrazionalità degli uomini. «È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze», delle quali occorre sempre tener conto per imparare a navigare tra gli scogli. Anche a questo i Ricordi dovevano servire.

«Che cosa sono i Ricordi? Dei punti fermi che il Guicciardini volle fissare per chiarire a sé stesso un pensiero, una situazione, momenti di riflessione necessari nell’opera di un uomo di azione. […] Quel che ci si impone è la mente dello scrittore, la sua volontà di chiarezza, la chiarificazione di ogni atto attraverso il suo ragionamento, che nulla lascia in ombra […]. Il suo pensiero riesce frammentario, ma egli non può pensare che attraverso questi frammenti, queste note che si legano per una certa affinità di concetto, ma rifiutano di essere sistemati in un discorso coerente. Eppure questa stessa frammentarietà ha un suo proprio significato e valore: è l’espressione necessaria dell’empirismo guicciardiniano» (Mario Fubini 1977, pp. 41-42).

«Quel che è del tutto nuovo [in Guicciardini] è la decisa prevalenza dell’accidentalità dell’esperienza sulla regolarità del sistema: e qui, veramente, Guicciardini si allontana, fino a presentarsi come figura intellettuale del tutto nuova, dallo spirito e dai caratteri dei suoi maestri, e del suo maggior sodale, Niccolò Machiavelli»
«Ricordi» di Francesco Guicciardini, in A.  Asor Rosa 1997, p. 288

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G. TELLINI, La letteratura italiana, due itinerari di lettura, Le Monnier
Parole folgoranti. L’aforisma

L’aforisma, genere letterario di origine classica, è una proposizione breve e concisa, una massima, una sentenza, che condensa in poche parole un’esperienza pratica o una riflessione concettuale. Peculiarità distintiva è la misura breve, lo stile asciutto, icastico, tagliente, folgorante. La forma aforistica si differenzia sia dalla forma sistematico-dimostrativa, sia dalla forma narrativa. Il genere ha avuto origine in ambito medico e la più antica raccolta aforistica è attribuita a Ippocrate (460-380 a.C.), come testimonianza del raffinato sviluppo della medicina greca. All’esempio di Ippocrate, si richiamano gli aforismi in esametri latini della scuola salernitana, la più importante scuola medica in Occidente dal secolo VIII al XIV. Tale genesi empirica e sperimentale aiuta a capire la caratteristica dell’aforisma, che non è frutto di fantasia né d’immaginazione inventiva, bensì discende dall’osservazione attenta della realtà, dalla cognizione tangibile delle cose, dalla riflessione che nasce da un’esperienza concreta.
Non per nulla molti autori di aforismi non sono scrittori di professione, ma politici, medici, scienziati, architetti, ingegneri, militari (famosi i tre libri degli Aforismi dell’arte bellica del geniale modenese Raimondo Montecuccoli [1609-1680], generalissimo degli eserciti imperiali, che nell’agosto 1664, con la vittoria sul fiume Raab, al confine tra Austria e Ungheria, ferma l’invasione turca dell’Europa, sbaragliando con 20.000 soldati un esercito nemico tre volte superiore).
Nell’antichità, poi anche in epoca medievale e umanistica, l’aforisma si presenta come sentenza che per la sua concisione è più facile da ricordare, più agevole da tramandare per tradizione orale. La brevitas garantisce la memorabilità. È il distillato di una sapienza che appartiene a una visione sistematica, a una concezione organica della conoscenza pratica e concettuale. Con il passare del tempo, specie dal secondo Cinquecento e dal Seicento, la saggezza compendiata nell’aforisma diventa espressione d’un sapere frammentato e discontinuo, incline alle variazioni prospettiche, propenso all’adattamento in contesti diversi, anche con possibili contraddizioni. La sistematicità è tramontata, in nome del dubbio, della perplessità, dell’investigazione interrogativa (si pensi ai magistrali Ricordi di Guicciardini e, fuori d’Italia, a taluni classici emblematici come Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal). Nell’Ottocento e nel Novecento, l’aforisma conosce un’affermazione particolarmente rigogliosa, specie con il tramonto dei sistemi totalizzanti e l’affermazione di un pensiero critico asistematico (in autori come Nietzsche, Karl Kraus, Theodor Adorno). Quanto alle componenti espressive, quando si accentua, dal Seicento, la frammentarietà della scrittura aforistica, si afferma anche la sua coloritura stilisticamente ironica, comica, umoristica, che da ora s’intreccia o convive con il tono della riflessione seria, peculiare del genere fino dalle origini.
«Medicina dell’uomo, questa è l’essenza dell’aforisma. Noi la scopriamo nell’eredità di Ippocrate, che alla indagine sulle cause naturali della malattia univa una partecipazione umana di straordinaria intensità. E la ritroviamo non solo nella rinascita medioevale del genere aforistico, ma anche nel corso sinuoso e sorprendente della sua storia, fino a trasformarsi, nel nostro secolo, in un delta dalle sterminate ramificazioni. Però sempre, pur nelle sue imprevedibili metamorfosi, l’aforisma resta un aiuto che l’uomo offre a un altro uomo, una guida per evitare l’errore o porvi rimedio, il conforto che l’esperienza può dare a chi deve ancora affrontarla»
(Scrittori italiani di aforismi, prefazione di Giuseppe Pontiggia, a cura di Gino Ruozzi, Milano, Mondadori, 2 voll., 1994

PER APPROFONDIRE: Machiavelli e Guicciardini: il mestiere delle armi. Videolezione a c. di C. Bologna, Loescher Ed. CLICCA QUI.

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A volte ritornano…

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Programma di sabato 23 novembre

Classe  IV F: prima ora italiano (letteratura: spiegazione);  seconda ora latino (Lucrezio, De rerum natura, Doc. Hum 1A. A casa ripasso dei versi tradotti e commentati).

Classe III E: terza ora Dante, Inferno. A casa ripasso del primo canto e di quanto fino ad ora svolto in classe.  In particolare si ricordano le pagine già segnalate in un precedente post:

Da Il piacere dei testi, studio delle pagine dedicate alla Commedia di Dante, in particolare i seguenti paragrafi:  gli antecedenti culturali del poema, i fondamenti filosofici (p.309), l’allegoria nella Commedia (p. 311), il titolo e la concezione dantesca degli stili (p. 312), il plurilinguismo (p. 313);  scheda riassuntiva sulla tecnica narrativa della C. (p. 317); La configurazione fisica e morale dell’oltretomba dantesco (pp. 319-322).

Guida alla comprensione ed analisi del primo canto. Esercizi scritti da svolgersi in preparazione al compito. CLICCA QUI.

Programma di lunedì 25 novembre

Classe IV BS:  prima ora italiano (letteratura: spiegazione e verifiche orali su Machiavelli);  seconda ora Dante, Purgatorio. A casa ripasso dei primi due canti.

PER TUTTE LE CLASSI

L’orario completo e gli impegni della prossima settimana saranno stabiliti domani e riportati sul Calendario.

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Altre illuminazioni: latinorum.tk

– Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis affinis, … – cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
– Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
– Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.
A. MANZONI, I promessi sposi, cap. II

E’ nato www.latinorum.tk, il sito interamente dedicato alla lingua e alla letteratura latina che raccoglierà i materiali già presenti in illuminationschool e si arricchirà nel tempo di pagine  e approfondimenti. Si attendono commenti, consigli, contributi.

 

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Classi IV BS e IV F

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Calendario compiti di italiano:

IV BS: lunedì 18 novembre, prima e seconda ora. Saranno proposte 4 tracce di tipologia A e B. Argomenti: Dante, Purgatorio, Machiavelli: l’opera e il pensiero politico. Saranno particolarmente utili le letture indicate nei precedenti post / messaggi.

IV F: mercoledì 20 novembre, prima (assistenza prof. di italiano) e seconda ora (assistenza prof. di filosofia e storia).  Saranno proposte 4 tracce di tipologia A e B. Argomenti: Dante, Purgatorio; Machiavelli: l’opera e il pensiero politico; Galilei e la rivoluzione scientifica. Saranno particolarmente utili le letture indicate nei precedenti post / messaggi.

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Classe III E

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Il compito di italiano
è programmato per martedì 19 novembre, prima e seconda ora. Saranno proposte 3 tracce di tipologia A (analisi e interpretazione di testi letterari e non letterari). Argomenti: Dante, Inferno, canto I; la poesia comico realistica e lo stilnovismo.  Saranno particolarmente utili le attività e le letture indicate nei precedenti post / messaggi.

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