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“… quella finestra…”

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E. Munch, Ragazza alla finestra, 1896-97, collezione privata

“Il firmamento terreno di ciascuno è pieno di stelle inferme, che ammiccano e palpitano come quelle celesti; diverse, da migliaia di finestre, per migliaia di occhi solitari e certo perfettamente adatte ad ognuno. Chi va alla finestra, come qui il nostro consigliere, va sotto la propria costellazione; e certo bisognerebbe interpretare questo lontano e fervido appello della tenebra, se ne fossimo capaci.”
HEIMITO VON DODERER, Le finestre illuminate, Einaudi, 1961

FINESTRE NEL TEMPO

SYNAPSIS – EUROPEAN SCHOOL FOR COMPARATIVE STUDIES, “Finestre – Windows – Fenêtres”,
Pontignano, 4-11 settembre 2004

Le più antiche figurazioni della finestra testimoniano la sua importanza nell’immaginario: è il luogo in cui appare la divinità, che può essere il Faraone oppure una donna che nel suo mostrarsi invitante raffigura la dea della fecondità, salvo poi, nel mondo biblico e in quello greco, perdere le connotazioni divine per esibire solo l’offerta erotica di sé. Ma i Padri della Chiesa, e poi la letteratura e l’arte occidentale, ritroveranno la sacralità: la finestra è il luogo di comunicazione con la luce e con il cielo (Fenestra Coeli), è soprattutto l’elemento fondamentale di ogni Annunciazione perché i raggi che ne attraversano il vetro e illuminano la Madonna sono la rappresentazione della sua immacolata concezione. Ma, come luogo di passaggio tra due mondi diversi, e di conseguenza anche simbolo dei cinque sensi, è anche apertura che permette l’ingresso del Demonio, diventando così persino immagine di morte. Dal Medioevo in poi, la sensualità e la dialettica luce-ombra, bene-male, affascinano in vario modo scrittori e artisti: nella letteratura e nell’arte, le donne continueranno per secoli ad affacciarsi, guardando (magari da dietro una imposta) il giovane che passa per corteggiarle e poi dialogando con lui o aiutandolo (persino con le proprie trecce) a scalare il muro fino a farlo entrare, o salutando con dolore l’alba che traluce da uno spiraglio e pone termine a una notte d’amore.
Col Rinascimento e la laicizzazione, la luce che entra dalla finestra permette alla pittura e alla architettura di creare un mondo concreto di forme e di colori per la vita reale degli esseri umani. Quando si arriva all’Ottocento, nell’arte come nella letteratura la finestra acquista una grande importanza. Per le donne, è un elemento fondamentale, insieme alla porta, dello spazio domestico, e quindi simbolo di attesa, di desiderio ma anche di fuga; gli uomini prediligono le finestre in alto, da cui dominare lo spazio esterno (che spesso è lo spazio posseduto della proprietà terriera), oppure tenersi fuori dal tumulto cittadino per meditare o scrivere. Per tutti, è un luogo di osservazione, naturale, scientifica, sociale, interiore, e diventa perciò immagine del nuovo scrittore che riflette non a caso sul problema, tecnico e etico insieme, del “punto di vista” da cui guardare la realtà, e insieme, rovesciando la prospettiva, spia quello che accade negli interni. Sguardo e controllo hanno naturalmente anche una dimensione politica.
Nella frenesia di conoscenza rapida che prende tutti nel passaggio alla modernità, innumerevoli sono le finestre meccaniche, come la fotografia, il cinema e la televisione, da cui tentare di controllare le nuove realtà in un mondo che cambia con ritmi vertiginosi. E l’esperienza stessa della velocità si racconta guardando il paesaggio da altre finestre come quelle dell’automobile, del treno o dell’aereo, mentre anche il computer ci procura un nuovo modo di sperimentare la complessità del reale.

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Caravaggio, La vocazione di San Matteo, particolare

F. Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, C

Quella fenestra ove l’un sol si vede,
quando a lui piace, et l’altro in su la nona;
et quella dove l’aere freddo suona
ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede;

e ‘l sasso, ove a’ gran dí pensosa siede
madonna, et sola seco si ragiona,
con quanti luoghi sua bella persona
coprí mai d’ombra, o disegnò col piede;

e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;
e lla nova stagion che d’anno in anno
mi rinfresca in quel dí l’antiche piaghe;

e ‘l volto, et le parole che mi stanno
altamente confitte in mezzo ‘l core,
fanno le luci mie di pianger vaghe.

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Rerum vulgarium fragmenta, CCCXXIII

Standomi un giorno solo a la fenestra,
onde cose vedea tante, et sí nove,
ch’era sol di mirar quasi già stancho,
una fera m’apparve da man destra,
5con fronte humana, da far arder Giove,
cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
che l’un et l’altro fiancho
de la fera gentil mordean sí forte,
che ’n poco tempo la menaro al passo
10ove, chiusa in un sasso,
vinse molta bellezza acerba morte:
et mi fe’ sospirar sua dura sorte. […]

Fenesta ca lucive, 1842, esecuzione di Enrico Caruso

P.P.Pasolini, Decameron, 1971 (Ser Ciappelletto)

Addio fenesta, réstate ‘nzerrata
ca nénna mia mo nun se po’ affacciare.
Io cchiù nun passaraggio pe’ ‘sta strata
vaco a lo campo santo a passiare!

La finestra è il luogo dell’attesa, la cornice nella quale il desiderio attende l’epifania del suo oggetto. E’ il riquadro dal quale si guarda fuori in attesa oppure al quale si guarda sperando di veder affacciarsi qualcuno [……] finestra che si apre e si chiude, finestra illuminata e poi spenta, finestra luogo dell’attesa e della contemplazione”.
Francesca Rigotti, Il pensiero delle coseApogeo Editore, 2007

Henri Matisse, Porta-finestra a Collioure, 1914 Olio su tela, Collection Centre Pompidou, Paris

«Si ricordi quella fenestrella sopra la scaletta ec. Onde io dal giardino mirava la luna o il sereno [… ] sdraiato presso un pagliaio a S. Leopardo sul crepuscolo vedendo venire un contadino dall’orizzonte avendo in faccia i lavoranti di altri pagliai ec., torre isolata in mezzo all’immenso sereno come mi spaventasse con quella veduta della camerottica per l’infinito».
Memorie e disegni letterari, in G. Leopardi, Poesie e prose,  a cura di Mario Andrea Rigoni, vol. I, Milano, Mondadori, 1987

G. LEOPARDI, CantiLe ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! […]

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli. […]

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A. MANZONI, Promessi sposi, cap. XXI

“Che allegria c’è? Cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò; … al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
[…] Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.”

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Bambina alla finestra di una casa di Novalucello, Foto di Giovanni Verga, 1892

G. VERGA, I Malavoglia, Milano 1881

“Le ragazze devono avvezzarsi a quel modo, rispondeva Maruzza, invece di stare alla finestra. “A donna alla finestra non far festa”.
– Certune però collo stare alla finestra un marito se lo pescano, fra tanti che passano; osservò la cugina Anna dall’uscio dirimpetto.
La cugina Anna aveva ragione da vendere; perché quel bietolone di suo figlio Rocco si era lasciato irretire dentro le gonnelle della Mangiacarrubbe, una di quelle che stanno alla finestra colla faccia tosta.”

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René Magritte, L’éloge de la dialectique, 1936

L. PIRANDELLO, L’esclusa, 1901

Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
La notte era umida. In basso, dopo il ripido degradare delle ultime case giù per la collina, la pianura immensa, solitaria, si stendeva sotto un velo triste di nebbia, fino al mare laggiù, rischiarato pallidamente dalla luna. Quant’aria, quanto spazio fuori di quell’alta finestra angusta! Guardò la facciata della casa, esposta lassù ai venti, alle piogge, malinconica nell’umidore lunare; guardò in basso la viuzza nera, deserta, vegliata da un solo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e si sentì crescere l’angoscia. Rimase attonito, quasi con l’anima sospesa, a mirare; e come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri alieni, memorie smarrite, impressioni lontane gli s’affacciarono allo spirito, senza precisarsi tuttavia.

L. PIRANDELLO, Il fu Mattia Pascal, 1904 (cap. XI)

Sì, forse anch’ella istintivamente obbediva al bisogno mio stesso, al bisogno di farsi l’illusione d’una nuova vita, senza voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un’aura dell’anima, aveva schiuso pian piano per lei, come per me, una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto appressarci a quella finestra né per richiuderla né per vedere che cosa ci fosse di là. […]

Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli scuri. A un certo punto, la luna, declinando, si mostrò nel vano della mia finestra, proprio come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora sveglio a letto, per dirmi:
«Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero?»

 

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Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre, 1875, Collezione privata

C. BAUDELAIRE,  Le finestre, in Lo spleen di Parigi, 1869

Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante d’una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita.

Al di là delle onde dei tetti, vedo una donna matura, già rugosa, povera, sempre china su qualche cosa e che non va mai fuori, Col suo volto, con la sua veste, con il suo gesto, con quasi nulla, ho rifatto la storia di codesta donna, o meglio la sua leggenda: a volte me la racconto da me piangendo.
Fosse stato un povero vecchio, avrei rifatto con altrettanta facilità la sua storia.
E vado a letto, orgoglioso di aver vissuto e sofferto in altri che in me stesso.
Forse mi direte:
” Ma sei sicuro che codesta leggenda sia quella vera?”.
Cosa conta mai quella che è la realtà fuori di me, se m’ha aiutato a vivere, a sentire quello che sono?”.

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E. Munch, Notte a St. Cloud, 1890

G. PASCOLI, Finestra illuminata:  Mezzanotte, Myricae, 1891

 a A. B.

Otto… nove… anche un tocco: e lenta scorre
l’ora; ed un altro… un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s’ode, che passa. C’è per vie lontane
un rotolìo di carri che s’arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

II

Un gatto nero

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
un mare immenso: nell’immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
per la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t’apre i suoi verdi occhi…

E. MONTALE, Il balcone, da Le occasioni, 1939

Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ho congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.

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Egon Schiele, Finestre,1914, Wien Museum, Österreichische Galerie

Ferdinando Pessoa (1888-1935) , Non basta aprire la finestra, in Poemas Completos de Alberto Caeiroin Poemas Inconjuntos, Athena,  Lisboa, 1925

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

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Cerith Wyn Evans, Think of this as a Window, 2005, Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera

DONNE ALLA FINESTRA

G. FLAUBERT, Madame Bovary, 1857

La signora Bovary aveva aperto la finestra sul giardino e guardava le nuvole.

Si ammassavano dalla parte del sole morente, verso Rouen, e scivolavano via rapide, in volute nere, dietro le quali spuntavano grandi raggi di sole simili a frecce d’oro di un trofeo sospeso per aria. Il resto del cielo era vuoto e aveva la bianchezza della porcellana. Una folata di vento fece inclinare i pioppi. All’improvviso venne giù la pioggia, crepitando sulle foglie verdi. Poi riapparve il sole, le galline si misero a cantare, i passeri scossero le ali dentro gli umidi cespugli. Rivoli d’acqua scorrevano sulla sabbia, trascinavano i fiori rosi di una gaggia.

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Pablo Picasso, Donna seduta accanto a una finestra, 1932

Viginia Woolf, Mrs Dalloway, 1925

Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself.

For Lucy had her work cut out for her. The doors would be taken off their hinges; Rumpelmayer’s men were coming. And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to children on a beach.

What a lark! What a plunge! For so it had always seemed to her, when, with a little squeak of the hinges, which she could hear now, she had burst open the French windows and plunged at Bourton into the open air. How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave; chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she then was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen; looking at the flowers, at the trees with the smoke winding off them and the rooks rising, falling; standing and looking until Peter Walsh said, “Musing among the vegetables?” – was that it? – “I prefer men to cauliflowers”—was that it? He must have said it at breakfast one morning when she had gone out on to the terrace – Peter Walsh. He would be back from India one of these days, June or July, she forgot which, for his letters were awfully dull; it was his sayings one remembered; his eyes, his pocket-knife, his smile, his grumpiness and, when millions of things had utterly vanished – how strange it was! – a few sayings like this about cabbages.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati fra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come fosse stata coniata nuova di zecca per dei bambini su una spiaggia.

Che emozione! Che tuffo al cuore! Sempre così le era sembrato, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo. E stava lì e guardava, quando Peter Walsh disse: “In meditazione tra le verze?”. Disse così? O disse: “Io preferisco gli uomini ai cavoli?”. Doveva averlo detto a colazione una mattina che lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India, sì, uno di quei giorni, in giugno o luglio forse, non ricordava bene, perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rimanevano impresse, e gli occhi, il temperino, il sorriso, e quel suo modo di fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era strano! – alcune sue espressioni, come questa dei cavoli.        Traduzione di N. Fusini

AL CINEMA

A. Hitchcock, Rear window (La finestra sul cortile), 1954

Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003

… E IN MUSICA

Bob Dylan, Hey, please come out your window

U2, Window in the skies

PER APPROFONDIRE

Finestre nell’arte:

http://www.lefiguredeilibri.com/2012/06/11/la-finestra-nellarte-e-nellillustrazione/

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-rinascimento-e-seicento.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-romanticismo-e-impressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-post-impressionismo-ed-espressionismo.html

http://www.milanoplatinum.com/finestre-nellarte-dal-cubismo-al-surrealismo.html

http://www.milanoplatinum.com/edward-hopper-una-finestra-sulla-solitudine-urbana.html

“Il desiderio di un piccolo spazio privato esprime una sempre maggiore coscienza della propria individualità fìsica e spirituale, condotta dagli scrittori al limite dell’egotismo. «Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea» scrive Flaubert. «Poiché non possiamo spegnere il sole, dobbiamo tappare tutte le finestre e accendere lampadari nella nostra stanza». Indubbiamente, il sentimento dell’interiorità ha preceduto, nell’uomo, l’esigenza d’intimità. Ma, nel XÌX secolo, la stanza è lo spazio del sogno, dove si ricostruisce il mondo.
Si comprende tutto ciò che accade nello spazio privato, in cui si materializzano le mire di potere, i rapporti interperspnali e la ricerca del proprio io. Non ci deve sorprendere quindi che la casa svolga un ruolo di tale rilievo nella letteratura e nell’arte. I giardini assolati di Monet, le finestre socchiuse di Matisse, le ombre crepuscolari della lampada in Vuillard: la pittura penetra nella casa e ne svela i segreti. La sedia impagliata della stanza di Van Gogh ce ne fa conoscere la solitudine. La letteratura, per lungo tempo tacita sugli interni, li descriverà presto con un’attenzione minuziosa che mostra quanto sia cambiato il rapporto con luoghi e oggetti. Quanta strada dai sintetici schizzi di Henry Brulard ai meticolosi inventar! di Maumort, personaggio in cui si rispecchia Martin du Gard, fino a La vie, mode d’emploi di Georges Perec!”

Ph. Ariès, G. Duby, La vita privata, L’Ottocento, Milano-Bari, Laterza, 1988

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Malattia e Letteratura

Daniela Minerva, Chi ha paura del Dr Eschilo, “L’Espresso”, 13 marzo 2015

Dall’Orestea a Conrad, Shakespeare, Philip Roth… La letteratura racconta le malattie. Un libro spiega come. A partire da Susan Sontag.

In principio fu Susan Sontag. E il suo memorabile “Malattia come metafora”. Il saggio che nel 1977 ha squadernato il potere distruttivo delle immagini sociali delle malattie. Sontag aveva un cancro (ne ebbe in totale tre e morì dell’ultimo assalto nel 2005) e costruì un’argomentazione dolente su quanto pesino sulla coscienza del malato le metafore che letteratura e discorso comune costruiscono sulle malattie, il più delle volte per mettere in relazione il morbo con la colpa.
La scrittrice americana approcciava la letteratura dal punto di vista del malato che si ribella al castello di immagini, spesso magnifiche e sempre terrifiche, con le quali il mondo là fuori mette i suoi dolori in una cornice psicologistica, storica, esistenziale.
Oggi in libreria arriva un bel lavoro, coordinato da Stefano Manferlotti, professore di letteratura inglese all’università Federico II di Napoli. Si intitola “La malattia come metafora nelle letterature dell’occidente” (Liguori 2014) e mette insieme diversi saggi che ricostruiscono diverse opere letterarie che hanno rappresentato la malattia. Da Eschilo e l’Orestea a Shakespeare a Verga a Roth alla Munro, tra gli altri. E lo fanno da un punto di osservazione diametralmente opposto di quello di Susan Sontag.
Lo sguardo è quello della letteratura che racconta, e non quello del malato che soffre e magari, come fece l’autrice americana, si ribella ai nessi esistenziali che fioriscono nelle opere letterarie ma nei quali non si riconosce.
Insomma: Sontag si ribellava alla metafora che legava il suo cancro alla colpa: «Io intendo descrivere le fantasie punitive o sentimentali, costruite intorno a questa situazione (la malattia, ndr). La mia tesi è che la malattia non è una metafora, che la maniera più corretta di considerarla è quella più libera e aliena da pensieri metaforici. Tuttavia è quasi impossibile prendere residenza nel regno dello star male senza essere influenzati dalle impressionanti metafore con le quali è stato tratteggiato», scrive. E apre la strada a tutto uno scavare e un rileggere i grandi autori, del passato e del presente, proprio a caccia di queste “impressionanti metafore”.
Il libro curato da Manferlotti ce ne presenta molte e traccia un’evoluzione nel tempo delle rappresentazioni sociali dello star male. E chiarisce sin da subito che la malattia è per la letteratura «un terreno elettivo del senso allegorico». Non può non esserlo visto che è «non solo un’esperienza ineludibile di ogni vivente, ma anche una delle più intense e significative». È inevitabilmente metafora, narrazione. Lo è quando Manzoni o Camus raccontano la peste come un castigo. Lo è nelle storie del “mal d’amore”. Nelle rappresentazioni che mettono insieme le malattie degenerative dei giovani e il mondo contemporaneo che collassa su se stesso come fanno Kurt Vonnegut (in “Galapagos”) o Ian McEwan (in “Saturday”), ricostruiti qui da un saggio di Antonio Bibbò, ricercatore all’università di Manchester.
Ma lo spaccato che riannoda i fili col lavoro della Sontang è il lavoro di Francesco de Cristofaro (professore di Letterature comparate alla Federico II di Napoli) dal titolo “L’efflorescenza tumorale. Figurazioni del ‘male osceno’: Verga, Kis, Roth”. In cui torna in scena il cancro. La cui rappresentazione sociale cambia nel corso del 900, come mostra lo studioso napoletano. Per Verga e molti autori dell’Ottocento i mali del corpo proiettano una patologia sociale. E nei “Malavoglia” il cancro viene sempre a punire una tara esistenziale. Non è più così nell’opera di Philip Roth che disgiunge il cancro dagli errori dell’anima. Anzi lo racconta come un male osceno non rappresentabile; un flagello che è sempre situato fuori dalla scena letteraria ed esistenziale. Forse anche perché il lavoro della Sontag ha sovvertito una volta per tutte la rappresentazione del grande male liberandolo dalle metafore.

Quello che si dice il dolore umano non è che il corpo caldo ed intenso della gioia ricoperto di una gelatina di fredde lagrime grigiastre. Scortecciate e troverete la felicità.
Si è fino alla nausea fatto del vieto romanticismo sopra le sventure umane; le deformità del corpo. le malattie, le passioni, la miseria, la vecchiaia, i cataclismi, le carestie, furono ritenute sciagure tutte da bagnare di pianto.
Se esse fossero state un tantino approfondite, noi le avremmo già come le fonti più vive della nostra allegrezza. Nulla fu creato con malinconia, ricordatelo bene; nulla è triste profondamente, tutto è gioioso.
Un giorno natura, questa vecchia pittrice da accademia, dopo avere impartite al suo quadro mille spasmodiche sfumature di luci e di colori, coi suoi tramonti e colle sue aurore, mille toni di verde e di azzurro, «Ecco! – ella avrebbe detto alla fine aprendo la porta del suo studio a un uomo senz’occhi: – venite, guardate! ». E credete proprio che essa fosse così sciocchina da farlo,  se ciò non era spiritoso?
Il cieco ci rappresenta la profondità, il privilegio di tutte le viste. Egli ha chiusa in sé la gioia di tutte le luci di tutti i colori. Se voi lo guardate con aria lagrimosa siete dei poveri cervellini da tre centesimi. E ridetegli pure in faccia, a questo beniamino! Natura ve lo indica per questo. Siete ancora degli esseri compassionevoli? Egli non vi vedrà. Siete ancora dei vili paurosi? Ma egli è il solo che non potrà battersi con voi.
Un gobbo, natura ve lo indica perché gli ridiate dietro,  e proprio dietro nella schiena essa gli pose il tesoro della sua giocondità. Un poeta gobbo che continuasse per tutta la vita a cantare dolorosamente non potrebbe essere mai e poi mai un uomo profondo, ma il più superficiale di questa
terra. Egli si sarebbe fermato a piagnucolare alla superficie della sua gobba come un fanciullo alla parole bao dopo averci rubato lo scrigno del suo tesoro dorsale per non essere stato capace di penetrarlo.
A. Palazzeschi, Il controdolore, in “Lacerba”, 29 dicembre 1913

Giorgio Cosmacini, Se la Malattia è Letteratura, “Corriere della Sera”, 11 novembre 2004

Da Simone de Beauvoir a Dickens, da Manzoni a Pasternak

«Ci sono due strade – dice Hans Castorp a madame Chauchat – che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’ altra è brutta, porta attraverso la morte ed è la strada geniale». Sono parole che, nella Montagna incantata di Thomas Mann, il protagonista maschile del romanzo dice alla protagonista femminile facendo tesoro della propria esperienza di malato di tubercolosi, ricoverato nel sanatorio di Davos, dove il vero protagonista è «il tempo»: un tempo che scorre assai diverso, aggiunge, «per noi quassù» e «per voi laggiù». «Questa concezione della malattia e della morte come passaggio obbligato al sapere, alla salute e alla vita – ebbe a dire lo stesso Mann in una sua “Lezione per gli studenti dell’ Università di Princeton” – fa della Montagna incantata un romanzo di iniziazione». Il romanzo è l’ esempio perfetto di quello che Susan Sontag ha chiamato l’ uso della Malattia come metafora (Einaudi 1979). Nel libro recante questo titolo la Sontag ci ha reso edotti che alcune condizioni morbose, almeno quelle caratterizzate talvolta da inefficacia delle terapie e da ignoranza delle cause (si pensi ai «mali del secolo», la tubercolosi dell’ Ottocento e il cancro del Novecento), vengono caricate da una gamma di significati tanto vasta che «si proietta sulla malattia ciò che si pensa del male» e «si proietta sul mondo la malattia stessa». Al libro della Sontag fa eco, a distanza di un quarto di secolo, il prezioso saggio odierno Malattie come racconti (Armando editore, pagine 159) che Vito Cagli, medico e scrittore sensibile, dedica a «medicina, medici e malattie nelle descrizioni di romanzieri e drammaturghi»: un saggio che porta le «lettere» all’ interno di una relazione oggi alquanto in crisi, il rapporto «umano» tra medico e paziente. Scrive in proposito Cagli: «A mano mano che in medicina è venuto crescendo il peso della tecnologia, si è delineato un crescente interesse per l’inserimento della letteratura, delle arti e del sapere umanistico in genere nella formazione dei nuovi medici. La tecnologia minaccia di oscurare l’importanza del rapporto medico-paziente e la considerazione del malato come persona, con il risultato che, mentre l’efficacia dell’atto medico aumenta, non aumenta parallelamente la soddisfazione dei pazienti». L’autore si dimostra scettico circa la possibilità che tale paradosso venga risolto da un aggiustamento della formazione universitaria. «L’università non potrà mai fornire allo studente di medicina – egli scrive – una cultura umanistica». Potrà svolgere tutt’al più, soggiunge, «un compito di stimolo piuttosto che di travaso. Certamente uno stimolo è quello rappresentato dal suo libro, in cui le malattie somatiche, la sofferenza psichica, il morire e la morte, attraverso la lente d’ingrandimento delle umane lettere, appaiono come tre parti di un oceano da cui emerge l’iceberg della consapevolezza, soggettivamente sperimentata, dell’«essere» malati: una consapevolezza totalmente diversa dalla conoscenza, oggettivata dalla scienza e dalla tecnica, dell’avere una malattia. Tra affezione oggettiva e afflizione soggettiva c’è una distanza che spesso, in passato, è stata compresa, chiarita, colmata assai meno dai professori di medicina che dai romanzieri e dai poeti. Molte sono le pagine istruttive, tratte da Simone de Beauvoir, Bernanos, Berto, Céline, Cronin, Dickens, Flaubert, Goethe, London, Manzoni, Poe, Svevo, Tobino, Tomasi e dai russi Bulgakov, Dostoevskij, Pasternak, Solgenitsin, Tolstoi. Lo scandaglio di Vito Cagli invita ad altre, ulteriori profondità. E allora ricordiamo che per don Fabrizio, protagonista del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, il tempo del morire era incominciato, né poteva differirne la scadenza la vecchia arte di Ippocrate e di Galeno, né la nuova scienza della Scuola medica napoletana. Però «la morte, sì, esisteva senza dubbio, ma era roba ad uso degli altri». Tuttavia giunge l’ ora dell’appuntamento con «la creatura bramata da sempre», la donna giovane e bella che, «giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica, ma pronta a essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’ avesse intravista negli spazi stellari». Fu solo allora che «il fragore del mare si placò del tutto». L’ antropologia del morire del principe di Salina è in sintonia con il «senso di morte che adesso chiaramente incupiva nei (suoi) palazzi». La sua antropologia paradossale – «finché c’è morte c’è speranza» – è anche in sintonia con la tecnologia della sua morte oggettivata: «qualcuno gli teneva il polso», misurandolo. Il gesto tecnico della rilevazione dei battiti era coincidente con il gesto umano di tenergli la mano.

Edvard Munch_By the Deathbed

PER APPROFONDIRE:

BIBLIOTERAPIA:
“Il nostro è un tempo che persegue consapevolmente la salute, ma in effetti crede solo nella realtà della malattia […]. Kleist, Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij, Kafka, Baudelaire, Rimbaud, Genet, Weil hanno autorità su di noi precisamente a causa della loro aria malsana”. Susan Sontag
«Lei pensa, tuttavia, come Paneloux che la peste porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare!»
Il dottore scosse la testa con impazienza. «Come tutte le malattie di questo mondo».
Albert Camus, La peste
Paolo Di Paolo, Albert Camus e l’amore ai tempi della peste, “La Repubblica”,  16 novembre 2017

Poche frasi mi hanno colpito di più — da lettore, da persona — di quel «Niente è inutile» con cui Camus conclude le pagine scritte a difesa di un proprio saggio filosofico, “L’uomo in rivolta”. Non è un dispensatore di certezze, ma di dubbi. Non è l’artista seduto, ma non è nemmeno quello blindato in un impegno ideologico. Non è un bugiardo. «Tutti, prima o poi, e noi stessi, sentiamo. Si forgia allora qualcosa, la nostra coscienza comune sulla quale si costruiranno, un giorno, le opere di ciascuno, sulle quali ciascuno sarà giudicato».
Un romanzo come La peste — scritto da un Camus poco più che trentenne, negli anni Quaranta — andrebbe letto con questa frase nelle orecchie, senza badare troppo alle interpretazioni allegoriche che, nel tempo, ne sono state offerte. Prendete una città e prendete la peste che la assale. Prendete gli uomini e le donne di quella città. La città si chiama Orano, non è bella, è «priva di intuizioni ». È una città banale. Uno degli uomini che la abita, una mattina di metà aprile, inciampa in un topo morto. È il primo segno. La situazione, giorno dopo giorno, non fa che peggiorare. «La morte del portinaio — scrive Camus — si può dire che segnò la fine di quel periodo pieno di segnali inquietanti e l’inizio di un altro periodo, relativamente più difficile, nel quale la sorpresa dei primi tempi si trasformò via via in panico».
La peste è arrivata. La peste è un fatto. Prendetela alla lettera: la malattia infettiva di origine batterica. Il romanzo di Camus ne segue l’evoluzione affidandosi agli occhi di un medico, il dottor Rieux — non superstizioso, non affrettato, uno che semplicemente cerca di capire. Basterebbe questo: il suo sforzo di lucidità di fronte alla tragedia. Il modo in cui registra e interpreta le reazioni altrui, come un radiografo di stati d’animo — li analizza a uno a uno, coglie le oscillazioni fra il panico e la speranza, fra attaccamento alla vita, alla libertà e paura. E ancora: mette a fuoco i progressivi, e dolorosi, assestamenti per cui ciò che sembrava riguardare solo gli altri comincia a riguardare anche noi. D’altra parte, «un uomo morto ha un peso solo se qualcuno l’ha visto morto, per l’immaginazione cento milioni di cadaveri disseminati nella storia sono soltanto fumo». Quando non è più qualcosa che riguarda soltanto l’immaginazione, la peste esiste davvero.
Non c’è un solo tratto, nell’ampia gamma di emozioni che una catastrofe muove negli umani, non contemplato da Camus: una superiore gentilezza, un disincanto o un principio di resa, i cattivi sentimenti e i cosiddetti buoni, la fiducia nel cielo, l’ancoraggio alla terra. Il commerciante Cottard, per esempio, sembra cambiato: da uomo chiuso e silenzioso, «un po’ con l’aria della bestia selvatica», si è aperto, cerca di conciliarsi con le persone, di farsi benvolere da tutti. La peste, adesso, riguarda chiunque: rende più visibile il nodo fra i destini dei singoli, mette in luce la capacità di resistenza al dolore, fa sentire esiliati a casa propria. «Ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili ». Non so aggiungere niente di intelligente, non una frase, allo splendore dell’intelligenza — intelligenza per ciò che concretamente significa: la capacità di leggere nelle cose — che ogni pagina di questo romanzo manifesta. Posso però indicare un fenomeno invisibile che Camus, nella Peste, riesce a rendere visibile. Come fosse un macchinario dai congegni misteriosi, mette davanti ai nostri occhi l’ostinazione umana. Il macchinario sbuffa, si raffredda, si scalda a dismisura, pare essersi spento, poi riparte all’improvviso.
Come funziona? Da cosa viene alimentato? Si potrebbe forse leggere La peste come un manuale d’istruzioni, una raccolta dati, astratta e concreta allo stesso tempo. Non è la macchina dell’eroismo: di quella, Camus non si fida. Preferisce l’onestà. È la macchina che rivela una verità semplice: due più due fa quattro, partiamo da questo; la peste c’è, il male c’è. Alcuni non riescono a vederlo. Alcuni lo negano. C’è anche un particolare tipo di «nuovo moralista» convinto che sia tutto inutile e che bisogna mettersi in ginocchio. Poi, ci sono gli altri. I «cuori straziati ed esigenti», i consapevoli, sicuri che due più due fa quattro e che «in una maniera o nell’altra, bisognava lottare e non mettersi in ginocchio»: «L’essenziale era cercare di impedire al maggior numero possibile di uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. E il solo modo per farlo era combattere la peste. Non era una verità grandiosa, era solo una verità coerente». La macchina dell’ostinazione umana non si nutre di una speranza astratta, ma di «urgenza generosa », di slancio, di sollecitudine che — appena viene narrata con tono «da epopea o da encomio» — acquista qualcosa di retorico, di fasullo. Il linguaggio della retorica, quello da cui il dottor Rieux è irritato, perché è un linguaggio che non può applicarsi, per esempio, «ai piccoli sforzi quotidiani di Grand, un linguaggio che non poteva rendere conto di che cosa significava Grand nel bel mezzo della peste». Che cosa significa ciascuno di noi. Che cosa significano le voci «sconosciute e fraterne» che provano da lontano — «goffamente » — a offrire la loro solidarietà, ma dimostrano anche l’insufficienza, «l’impotenza di ogni uomo nel condividere davvero una sofferenza che non può vedere ». Non c’è altra risorsa — pensa il medico, pensa Camus — che amare e morire insieme. La macchina dell’ostinazione mette in moto anche i rassegnati e i vigliacchi, li convince, li rende migliori delle loro parole.
La macchina dell’ostinazione lavora di più nelle città appestate, ma non è mai inerte, nemmeno nel cuore di quelle che paiono sane. Avanza in senso contrario al disincanto, fende e talvolta dissolve la sua nebbiolina insopportabile, contraddice il cinismo ironico di chi tiene le braccia conserte, l’aria spavalda di quelli che la sanno lunga. Guadagna metri onestamente («Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà»), e se il buio della tragedia è più fitto, anche ciecamente — l’ostinazione cieca che nell’angoscia rimpiazza perfino l’amore. Ma non si arrende, fa quello che può: le sue vittorie sono provvisorie, sì, saranno sempre e solo provvisorie. Ma nell’«interminabile sconfitta» di ogni peste non trova mai un motivo buono per smettere di lottare. Non contempla l’orizzonte del «voi», ma solo quello del «noi». Non fugge dall’inaccettabile. Resta nell’inaccettabile, ci salta dentro, lo traduce nello spazio che sempre ci è offerto per fare una scelta.
Dal nuovo libro di Paolo Di Paolo, Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie (Laterza)

William Turner, La quinta piaga d’Egitto, 1800, Olio su tela, Museum of Art, Indianapolis

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RIFLESSIONI SU UN CAPITOLO DI SVEVO

 Lectio magistralis «Riflessioni su un capitolo di Svevo» con la quale lo scrittore Andrea Camilleri ha ricevuto  a Cagliari la Laurea honoris causa in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane (la laudatio è stata tenuta dal professor Giuseppe Marci). 

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Giovanni Verga

Vincenzo Cabianca, Paesaggio con figure, 1870 circa, collezione privata, cm 30 x 60

Per ripassare (videolezioni di A. Cortellessa): Verga, la vita e le opere;  Verga, Le novelle e la poetica verista; Il verismo e il discorso indiretto libero;  Verga, I Malavoglia, commento al cap. I.  Mastro don Gesualdo.

Verga e la fotografia

VERGA fotografo: CLICCA QUI.

Verga all’opera

Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana, 1890

Riccardo Muti dirige l'”Intermezzo” della Cavalleria Rusticana

Verga al cinema

Luchino Visconti, La terra trema, 1948, ispirato ai  Malavoglia.

La lupa, di Alberto Lattuada, 1953. CLICCA QUI.

L’ amante di Gramigna, di Carlo Lizzani, 1969. CLICCA QUI.

Bronte, di Florestano Vancini, ispirato alla novella Libertà. CLICCA QUI.

Malavoglia, di Pasquale Scimeca, 2010

Rosso Malpelo, di Pasquale Scimeca, 2007

 

 

 

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